In questa categoria trovate articoli che riportano dati e ricerche sul mondo dei Social Media. Dal numero di utenti connessi, al tempo trascorso su ciascun social network
Meta AI è arrivata da poco in Italia. Ma ci sono due aspetti che vanno approfonditi: l’uso dei dati pubblici degli utenti e l’impossibilità di disattivare l’IA. In questo articolo provo a verificare le implicazioni, tra privacy, consenso. E anche un confronto con Grok di X.
Come sapete, Meta AI è attivo anche in Italia da qualche giorno. È arrivato anche su WhatsApp, dove praticamente tutti gli utenti hanno visto questa iconcina circolare che, una volta attivata, risponde a delle domande e a dei problemi.
Per cercare di chiarire il motivo di questa considerazione, che si basa essenzialmente su due elementi, provo ad essere un po’ più chiaro, per farvi entrare nella logica di ciò che dirò più tardi, soprattutto su questi due punti.
Un assistente a tratti invadente
Immaginiamo di essere in una grande stanza e di osservare ciò che accade, accompagnati da una persona che chiameremo il nostro assistente particolare.
Quando abbiamo qualcosa da chiedere, ci rivolgiamo a questo assistente che risponde alle nostre domande in maniera molto precisa e dettagliata, offrendo anche la possibilità di approfondire successivamente.
Intanto, continuiamo il nostro giro in questo palazzo osservando tutte le stanze: in ogni stanza c’è qualcosa che ci incuriosisce, e chiediamo al nostro assistente.
Il problema è che questo assistente ci segue in continuazione, anche quando non lo interpelliamo: ci osserva, ascolta le nostre azioni, guarda con chi parliamo e ascolta cosa diciamo con le altre persone che incontriamo.
Il problema sorge quando ci accorgiamo che questa presenza diventa, ad un certo punto, pesante e vorremmo mandarla via, ma non riusciamo a trovare un modo per farlo. Non c’è la possibilità, per così dire, di disattivarla.
MetaAI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni
Il primo problema di Meta AI: l’uso dei dati pubblici
Ed è qui che entro sul tema, cercando di spiegare i due elementi cardine che riguardano Meta AI (e non solo).
Intanto, MetaAI è presente in Unione Europea dal 20 marzo, dopo aver – per così dire – migliorato la sua aderenza, la sua compliance, al GDPR.
Il GDPR, questo regolamento sulla protezione dei dati entrato in vigore in Unione Europea nel 2018, ha rivoluzionato il modo in cui vengono gestiti i dati.
Ebbene, ci sono due aspetti che meritano attenzione.
Il primo è che, inizialmente, avevo creduto che Meta AI non usasse i nostri dati per allenare la sua intelligenza. In realtà, le cose sono diverse. Se provate a chiedere a MetaAI, su Facebook, Instagram o WhatsApp, se utilizza i vostri dati, la risposta standard è: “No, non utilizzo i dati“. Tuttavia, la realtà è più complessa.
Questo approccio non va proprio nella direzione del GDPR, il cui fondamento è il consenso informato e la capacità di controllo da parte dell’utente all’interno delle piattaforme digitali.
Cosa c’è all’interno del Privacy Center
All’interno del Privacy Center non è ben spiegato se e come si debbano pubblicare i nostri contenuti. Meta non dà spazio a questo aspetto; il link di riferimento, che fornirò in calce al video, spiega che se non volete che MetaAI utilizzi i vostri dati, dovete passare in modalità privata. Questa soluzione, però, può essere valida per alcuni e meno per altri.
Parliamo di consapevolezza: è importante che, da un lato, la piattaforma fornisca l’informazione corretta e, dall’altro, che ciascuno adotti l’atteggiamento giusto nella condivisione dei contenuti. Solo in questo modo possiamo essere consapevoli e responsabili dell’uso dei nostri dati.
Secondo problema di Meta AI: non può essere disattivata
Il secondo elemento, che cozza maggiormente con il GDPR, è il fatto che l’intelligenza artificiale non può essere disattivata. Non esiste un tasto o un’opzione che permetta all’utente di scegliere se utilizzare o meno l’IA.
L’unica cosa possibile, in assenza di una modalità di disattivazione, è di non utilizzarla: di non interpellarla, di non fare in modo che possa entrare nelle vostre conversazioni. Ma l’IA si alimenta delle richieste (i cosiddetti prompt), dei risultati e delle risposte, continuando a prelevare dati.
Da tutte le piattaforme – Instagram, Messenger, WhatsApp e Facebook – le risposte pubbliche attingono anche ai risultati pubblici, senza possibilità di disattivare l’IA. Questo ulteriore elemento non collima con il GDPR, perché non offre la possibilità di scegliere.
Il confronto con Grok di X
Se volessimo fare un paragone, ci riferiremmo a Grok di X (la piattaforma che prima era Twitter, di proprietà di Elon Musk). Grok, che è l’IA di X, funziona in maniera simile: è integrato nella piattaforma, usabile anche senza abbonamento (con alcune limitazioni) fino alla versione Premium+. Anche Grok, comunque, utilizza di default i dati pubblici degli utenti, non appena si attiva un account.
L’unica azione possibile è quella di andare nelle impostazioni della privacy, nella sezione dedicata a Grok, e disattivare l’opzione di raccolta dati pubblici. Attenzione: se si effettua questa operazione, Grok continuerà a utilizzare i dati già condivisi, mentre solo i dati futuri non verranno più prelevati.
Un ulteriore elemento è la possibilità di eliminare la cronologia delle conversazioni con l’IA. Pur essendo un aspetto leggermente più in linea con il GDPR, sul consenso informato rimane comparabile a MetaAI.
In sintesi, stiamo parlando di due esperienze molto simili che, da un lato, permettono un minimo di controllo. Anche Grok suggerisce, come ultima ipotesi, di passare in modalità privata per evitare che i propri dati vengano prelevati. Tuttavia, questo comporta una significativa riduzione nella visibilità e nelle condivisioni dei propri contenuti.
Grok (X)
Meta AI
Opt-out disponibile
✅ Sì
⚠️ Sì, ma difficile da trovare
Disattivazione IA
✅ Parziale (nessuna interazione)
❌ No
Consenso esplicito
❌ No
❌ No
Trasparenza IA
⚠️ Media
❌ Bassa
GDPR compliance
🟡 In dubbio, ma più avanzato
🔴 Più problematico
La IA entra nelle piattaforme digitali per cambiarle
Quindi, si tratta di un passaggio inevitabile: l’intelligenza artificiale sta entrando nelle piattaforme digitali e, come già anticipato in un mio video precedente, questo cambierà radicalmente il nostro modo di interagire non solo con le piattaforme ma anche tra di noi.
Le relazioni e le conversazioni tra utenti saranno inevitabilmente influenzate dall’uso dell’IA. Dobbiamo farlo in maniera informata e consapevole, sapendo se i nostri dati saranno dati in pasto all’intelligenza artificiale e avendo la possibilità di scegliere, in linea con il consenso informato richiesto dal GDPR.
Il GDPR poggia la sua intera esistenza su questo principio: anche se non c’è un obbligo esplicito, la dichiarazione di consenso dovrebbe far parte dell’esperienza dell’utente, permettendogli di scegliere se concedere i propri dati.
Questi sono, in sostanza, i due elementi che rendono Meta AI un caso particolare.
Adesso bisognerà osservare se Meta intende, in questo scenario globale – complicato da aspetti geopolitici, finanziari e normativi – adeguarsi pienamente al regolamento europeo. Vedremo anche come reagirà l’Unione Europea a questi due punti critici, soprattutto considerando le tensioni nei rapporti con gli Stati Uniti e l’eventuale questione dei dazi e della web tax che colpiranno le big tech.
Non è uno scenario facile, e vedremo come evolveranno le cose. Ci interrogheremo se Meta AI diventerà più conforme al GDPR.
Condividete le vostre esperienze e i vostri pensieri: se Meta AI è stata utilizzata, se eravate informati sull’uso dei vostri dati. Fatemelo sapere nei commenti.
Secondo il NYT, la UE sarebbe pronta a sanzionare X per violazione del Digital Services Act. Il caso potrebbe trasformarsi in un nuovo conflitto tra UE e USA, e accentuare le tensioni già alle stelle per via dei dazi.
Secondo il New York Times ci si avvicina ad un possibile scontro tra l’Unione Europea e X, la piattaforma social di Elon Musk. Scontro da molti già prospettato in precedenza.
Secondo quanto riportato, le autorità UE starebbero preparando una sanzione che potrebbe superare il miliardo di dollari. L’accusa rivolta a X è di aver violato il Digital Services Act (DSA), la normativa comunitaria che regola i servizi digitali e impone alle grandi piattaforme di contrastare contenuti illeciti e disinformazione.
Non è una notizia da poco. Si tratta di un segnale forte, che potrebbe segnare un punto di svolta nei rapporti tra Bruxelles e le big tech americane, con ricadute che vanno ben oltre il destino della piattaforma di Musk.
Il contesto: il Digital Services Act e il controllo digitale
Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario fare un passo indietro.
Il Digital Services Act, entrato in vigore nel 2024, è il pilastro della strategia europea per regolamentare il selvaggio west del digitale.
L’obiettivo è garantire che le piattaforme con più di 45 milioni di utenti nell’UE – come X – adottino misure rigorose contro la diffusione di contenuti illegali, dalla propaganda estremista alla disinformazione sistematica.
Le sanzioni per chi non si adegua possono arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo, una cifra che, nel caso di X, potrebbe tradursi in una multa monstre.
L’indagine su X non è una novità.
Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA
Ora, a quanto pare, Bruxelles è pronta a passare dalle parole ai fatti. L’articolo del NYT cita fonti anonime vicine all’indagine, secondo cui la multa potrebbe essere annunciata nell’estate del 2025. Accompagnata da richieste di modifiche strutturali alla piattaforma.
Un colpo diretto non solo a X, ma anche a Elon Musk, figura controversa, che da anni si scontra con le autorità europee sulla sua visione di una libertà di espressione senza filtri. E che oggi ricopre un ruolo di rilievo all’interno dell’amministrazione Trump.
I possibili scenari, cosa succede se la sanzione diventa realtà
Se l’UE dovesse confermare la sanzione, gli scenari possibili sono molteplici.
Il primo, e più immediato, è quello economico. Una multa superiore al miliardo di dollari metterebbe sotto pressione X, già alle prese con un calo di utenti e introiti pubblicitari dopo l’acquisizione da parte di Musk nel 2022. E che di recente è stata acquisita da xAI per 33 miliardi di dollari.
Ma non si tratterebbe solo di soldi. L’Europa potrebbe imporre cambiamenti operativi – come una revisione degli algoritmi o un rafforzamento della moderazione – che Musk ha sempre osteggiato, considerandoli una forma di censura.
Poi c’è lo scenario politico. X potrebbe decidere di resistere, magari ritirandosi dal mercato europeo per evitare di piegarsi alle regole del DSA.
Una mossa estrema, ma non del tutto improbabile, visto il carattere di Musk e le sue recenti prese di posizione contro Bruxelles. In alternativa, la piattaforma potrebbe adeguarsi, ma a costo di perdere parte della sua identità “libertaria”. Da ricordare la vicenda del Brasile.
Infine, c’è lo scenariodiplomatico, quello più complesso. Una sanzione di questa portata non resterebbe un affare tra l’UE e X. Si colpirebbe un simbolo del potere tecnologico americano, guidato da un uomo che è anche uno dei più stretti alleati del presidente Donald Trump. E qui entra in gioco il contesto più ampio.
Le tensioni tra Usa e UE, dai dazi allo scontro sul digitale
Le relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea non sono mai state così fragili.
Con l’entrata in vigore dei dazi annunciati da Trump due giorni fa – tariffe del 25% su acciaio, alluminio e auto, seguite da altre su semiconduttori e farmaceutici – il tutto si è trasformato in un campo di battaglia commerciale.
L’UE ha idea di rispondere con propri dazi, rinviati al momento al 13 aprile, ma la rappresaglia potrebbe presto prendere di mira i giganti digitali americani, come suggerito dal leader del PPE Manfred Weber: “Se Trump colpisce i nostri beni, noi puntiamo sui loro servizi”.
In questo clima di guerra fredda economica, la sanzione a X rischia di essere percepita come un attacco diretto agli interessi americani.
Musk, a capo del Department of Government Efficiency (DOGE) nella nuova amministrazione Trump, non è solo un imprenditore: è. Oggi è un attore politico di peso, con un’influenza che spazia ovunque.
L’UE, dal canto suo, sembra voler usare X come esempio per dimostrare che nessuno è al di sopra delle sue leggi. Una mossa che potrebbe innescare una reazione a catena.
Trump, che ha già minacciato di far uscire gli USA dalla NATO in risposta a mosse ostili, potrebbe vedere nella multa addirittura un affronto personale, esasperando ulteriormente le tensioni transatlantiche.
La risposta di X in cui parla di censura
X non è rimasta in silenzio. In un post pubblicato sulla piattaforma, la società ha replicato con toni decisi: “L’UE vuole punirci per aver difeso la libertà di parola. Il Digital Services Act è un’arma di censura, non una legge per la sicurezza. Non ci piegheremo”.
Un messaggio che riflette la linea dura di Musk, pronto a trasformare la vicenda in una crociata ideologica.
Nessuna apertura al dialogo, nessuna promessa di adeguamento. Solo la sfida aperta a Bruxelles, con un richiamo implicito al sostegno di Trump e dei suoi follower.
Le big tech si rivolgono a Trump per pressioni su UE
Non è un caso che, negli ultimi mesi, i grandi nomi della Silicon Valley abbiano intensificato i contatti con l’amministrazione Trump.
Mark Zuckerberg, ad esempio, in un’intervista al podcast Joe Rogan Experience del 18 gennaio 2025, ha dichiarato: “Gli Stati Uniti dovrebbero difendere le loro aziende tecnologiche. È un vantaggio strategico che non possiamo perdere”.
Una posizione che sembra un appello diretto a Trump per contrastare le mosse dell’UE, come il DSA o il Digital Markets Act, percepiti come minacce al dominio americano nel digitale.
Anche Sam Altman, CEO di OpenAI, ha reso la sua donazione alla campagna di Trump, un gesto che alcuni interpretano come un tentativo di assicurarsi un alleato contro eventuali ritorsioni europee.
Musk, dal canto suo, non ha bisogno di chiedere favori. Il suo legame con Trump è già solido, cementato da anni di sostegno politico e finanziario.
Il futuro in bilico tra Usa e UE
La vicenda di X e dell’UE è molto più di una disputa legale. È un capitolo di una storia più grande, quella di un mondo ormai diviso tra visioni opposte.
Da un lato, l’Europa che cerca di imporre regole per proteggere i cittadini e la democrazia; dall’altro, un’America che vede nel controllo digitale una minaccia alla sua egemonia.
Le sanzioni, se dovessero arrivare, non sarebbero solo un conto da pagare per Musk. Sarebbero un test per capire fino a che punto le tensioni transatlantiche possono spingersi prima di spezzare qualcosa di irreparabile.
E noi, come sempre, staremo qui ad osservare ed interpretare gli eventi, cercando di decifrare un futuro che oggi si scrive anche a colpi di post.
I social media hanno superato la TV come mezzo principale per informarsi, ma la fiducia verso queste piattaforme è molto bassa. Il rapporto AGCOM ci restituisce la fotografia di una informazione debole e la conferma dell’algoritmo del proprietario.
Si tratta di un sorpasso che possiamo definire storico. E che segna una svolta nel modo in cui le persone si informano quotidianamente.
Va detto che questo primato non si accompagna a un incremento della fiducia da parte degli utenti. Al contrario, i social si confermano tra le fonti ritenute meno affidabili.
E qui siamo nella dimensione del paradosso, o quasi.
Come si informano gli italiani: il ruolo crescente dei social media
Nel dettaglio, il rapporto evidenzia che:
il 19,8% degli italiani utilizza i social media come primo strumento per accedere all’informazione online;
seguiti da motori di ricerca (17,9%) e siti di quotidiani/periodici (11,8%);
il 50,5% degli utenti iscritti a social media dichiara di venire a conoscenza delle notizie sui social prima che da qualsiasi altro mezzo.
Con questi numeri, i social media superano la televisione, che si attesta al 46,5% come uso informativo nel giorno medio, in calo costante rispetto al 67,4% del 2019.
Interazioni superficiali e partecipazione limitata
Il rapporto AGCOM evidenzia anche come gli utenti tendono ad avere un comportamento prevalentemente passivo rispetto all’informazione ricevuta sui social media:
il 43,4% si limita a cliccare sui link;
il 40,7% mette un like;
solo il 16,9%commenta, il 12,6%condivide e appena il 6,1%avvia una discussione;
il 25,1%non compie alcuna azione rispetto alle notizie visualizzate.
Curiosamente, gli utenti over 65 si dimostrano spesso più attivi dei giovani nei commenti e nelle interazioni, a smentire il luogo comune di una fruizione più passiva da parte delle generazioni meno digitalizzate.
Fiducia ai minimi storici per i social media
Nonostante la centralità sempre maggiore nel consumo informativo, la fiducia nei social media resta bassa:
solo il 15,7% degli italiani esprime alta fiducia nei social come fonte d’informazione;
il 30,2% manifesta bassa fiducia;
i social si posizionano penultimi nella classifica delle fonti più affidabili, seguiti solo dalle piattaforme video;
anche tra i giovani (14-24 anni), che usano i social in modo intensivo, cresce il numero di chi non nutre fiducia in alcuna fonte informativa.
La relazione tra uso e fiducia non è lineare: chi usa intensamente un mezzo tende ad averne più fiducia, ma nel caso dei social media questa correlazione è debole. Il dato appare ancora più significativo se confrontato con la fiducia nella televisione, che rimane alta soprattutto tra gli over 65 (44,5%).
Un ecosistema informativo fragile e sbilanciato
L’analisi di AGCOM conferma che l’informazione è sempre più mediata da piattaforme digitali. E che questo passaggio ha generato una informazione sempre più debole. Sempre più esposta a manipolazioni e a deformazioni.
La prevalenza dei social nel ruolo di gatekeeper dell’informazione non garantisce qualità, affidabilità o trasparenza.
Questa tendenza si inserisce perfettamente nelle riflessioni che sto affrontando negli ultimi mesi. Dall’erosione della fiducia digitale all’algoritmo del proprietario, fino alla crescente polarizzazione dell’informazione.
Guarda il video:
I social media diventano lo spazio principale dove l’informazione viene vista, ma non dove si costruisce fiducia.
Il contenuto viene costruito solo per essere visto e non, banalmente, per informare e per generare opinioni e conversazioni.
Un divario che continuerà ad allargarsi finché non verrà affrontato con responsabilità, tanto da parte delle piattaforme quanto da chi crea contenuti.
Il quadro che emerge è chiaro. I social media sono oggi la porta d’accesso privilegiata all’informazione per milioni di italiani. Ma a questa centralità non corrisponde un riconoscimento in termini di autorevolezza.
É necessario concentrarsi sulla costruzione di contenuti che siano effettivamente informativi e che puntino alla qualità. Resto sempre convinto, infatti, che il contenuto equivalga ancora alla Relazione. Ma serve recuperare qualità e abbandonare il concetto di quantità che tanto piace all’algoritmo del proprietario.
[Immagine ci copertina realizzata da Franz Russo attraverso il modello di intelligenza artificiale generativa ChatGPT-4o]
Il Consumer Digital Trust Index 2025 di Thales mostra un calo nella fiducia digitale: se le banche sono al 44%, i social sono solo al 4%. L’82% abbandona i brand per i dati a rischio. Passkey e biometria possono invertire la rotta?
Ma voi vi fidate dei servizi digitali che usate? Dei siti web, delle app? E di come sono gestiti i vostri dati personali?
Cominciamo col dire che la fiducia degli utenti nei servizi digitali sta calando. E questo non è un buon segnale.
E ce lo conferma il Thales Consumer Digital Trust Index 2025, che fotografa un quadro preoccupante. I consumatori sono sempre più scettici nei confronti delle aziende e dei servizi digitali; mentre le imprese non riescono a colmare il divario di fiducia.
Ma vediamo i dati più rilevanti del report e un breve focus sull’Italia.
La fiducia digitale in declino a livello globale
Secondo il report, la fiducia nei servizi digitali è in declino o rimane stagnante in tutti i settori. Anche quelli più regolamentati.
Il dato più critico? L’82% dei consumatori ha abbandonato almeno un brand negli ultimi 12 mesi. Principalmente a causa di richieste eccessive di dati personali; processi di autenticazione non all’altezza; e scarsa trasparenza.
Il calo della fiducia è legato anche al fatto che quasi uno su cinque (il 19%) è stato informato che i propri dati personali sono stati compromessi nell’ultimo anno. Si tratta di un campanello d’allarme per le aziende, che dovrebbero adottare misure più efficaci per garantire la sicurezza e la privacy degli utenti.
Fiducia digitale degli utenti in calo, fanno peggio i social media – foto: Greta Hoffman su pexels.com
Fiducia digitale, i dati più rilevati del 2025
Password e autenticazione sotto accusa
Il 75% dei consumatori vorrebbe eliminare le password in favore di metodi più sicuri come dati biometrici o PIN.
L’onere della sicurezza è tutto sui consumatori
Il 63% degli utenti ritiene che le aziende stiano delegando a loro la protezione dei dati. Invece di adottare misure più efficaci.
I bot malevoli compromettono l’esperienza utente
Il 33% degli utenti ha avuto problemi con acquisti digitali a causa di bot che alterano il processo d’acquisto, causando frustrazione e insoddisfazione.
I media e social media sono i meno affidabili
Solo il 3% dei consumatori si fida delle testate giornalistiche per la gestione dei propri dati.
Solo il 4% si fida dei social media, un dato che riflette una crisi di fiducia strutturale verso le piattaforme social, sempre più percepite come poco trasparenti.
La fiducia nei social media è al minimo storico
Uno degli aspetti più significativi del Consumer Digital Trust Index 2025 è proprio la sfiducia diffusa nei confronti dei social media.
Con solo il 4% dei consumatori che li considera affidabili nella gestione dei propri dati, il dato si allinea perfettamente a quanto già osservato e rilevato in precedenti articoli e video.
I social media hanno smesso di essere semplici spazi di connessione, luoghi dove ci si ritrovava condividendo interessi. Oggi il controllo sui contenuti è determinato dalle logiche e dagli interessi di chi possiede la piattaforma.
E quando la percezione è che l’utente abbia perso il controllo su cosa vede e su come vengono trattati i suoi dati, la fiducia mano a mano si sgretola.
Thales Consumer Digital Trust Index 2025
Fiducia digitale, gli utenti si fidano di banche e pubblica amministrazione
Nonostante il quadro complessivo negativo, il report di Thales evidenzia anche i settori che riescono ancora a mantenere la fiducia degli utenti, pur senza superare mai la soglia del 50%.
In cima al Digital Trust Index 2025 troviamo, per il secondo anno consecutivo, il settore bancario, che ottiene un livello di fiducia globale del 44%.
Questo dato nasconde forti differenze generazionali: il 51% degli over 55 si fida dei servizi bancari, ma solo il 32% dei Gen Z esprime lo stesso livello di fiducia.
Le organizzazioni governative si posizionano al secondo posto con il 41%, registrando anche l’unico incremento rispetto all’anno precedente (dal 37%).
Al terzo posto troviamo il settore sanitario (40%), seguito da assicurazioni (24%) ed istruzione (17%).
Tutti gli altri settori si fermano sotto il 10%. Questi numeri indicano che una quota significativa di fiducia resiste, ma è concentrata in pochi ambiti percepiti come più regolamentati o sensibili.
Italia e la fiducia nei servizi digitali
Il report non presenta dati specifici sull’Italia, ma i trend europei evidenziano alcune dinamiche significative anche per il nostro Paese.
GDPR e nuove regolamentazioni
Il GDPR resta il pilastro normativo della protezione dati in Europa. Per i servizi finanziari digitali, dal gennaio 2025 (periodo vincolante), è affiancato dal Digital Operational Resilience Act (DORA), che punta a rafforzare la sicurezza informatica del settore finanziario.
Trasparenza richiesta dagli utenti
I consumatori italiani, come quelli degli altri Paesi europei, chiedono con forza maggiore chiarezza sull’utilizzo dei dati personali.
Crescita dell’autenticazione biometrica
Anche in Italia si registra un crescente interesse verso soluzioni di autenticazione più sicure e meno dipendenti dalle password.
Guarda qui il video sul Consumer Digital Trust Index 2025 di Thales
Cosa devono fare le aziende per recuperare fiducia
Per riconquistare la fiducia dei consumatori, le imprese devono agire con urgenza e visione. Ecco alcune direzioni possibili:
Adottare sistemi di autenticazione avanzati: meno password, più biometria e autenticazione a più fattori.
Ridurre la raccolta di dati superflui: chiedere solo ciò che è strettamente necessario e spiegare chiaramente l’uso che verrà fatto dei dati.
Comunicare la sicurezza: raccontare in modo semplice e trasparente le misure di protezione adottate.
Contrastare i bot malevoli: investire in tecnologie che migliorano l’esperienza online e proteggono gli utenti.
Implementare tecnologie affidabili: secondo il report, il 64% degli utenti si fiderebbe di più di un brand che adotta tecnologie come passkeys, biometria e intelligenza artificiale responsabile.
Come afferma anche John Tolbert, Director of Cybersecurity Research di KuppingerCole Analysts, il calo della fiducia è un fenomeno prevedibile, ma non inevitabile: con le giuste tecnologie e un’attenzione reale all’esperienza utente, è possibile invertire la rotta.
In conclusione, il Thales Consumer Digital Trust Index 2025 conferma in modo netto che il divario in termini di fiducia tra consumatori e servizi digitali si sta ampliando.
In un contesto in cui la fiducia diventa sempre più fragile, le aziende devono dimostrare di meritarla.
Perché la fiducia, così come la reputazione e altri valori fondamentali, una volta persa, non si recupera facilmente.
Meta AI debutta in Europa e Italia, precisamente in 41 paesi. Integra le piattaforme Meta senza usare dati utenti, rispettando GDPR. Segna l’evoluzione dei social media verso ecosistemi più intelligenti. Le piattaforme digitali si evolvono.
Al momento, sarà attivo in 41 paesi, risponderà in italiano e si integrerà nelle piattaforme di Meta: Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger.
Un lancio atteso, ma non privo di limitazioni, che riflette il rispetto delle norme europee sulla privacy e offre uno spunto per riflettere sulla trasformazione dei social media.
Il modello di Meta AI distribuito in Europa non utilizza i dati degli utenti di Facebook e Instagram, una scelta obbligata per conformarsi al GDPR e all’AI Act, entrato di recente in vigore. Non permetterà la generazione di immagini né sfrutterà le conversazioni degli utenti per generare contenuti in risposta alle loro richieste.
Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media
Si tratta di restrizioni che spiegano il ritardo nell’espansione europea. A giugno 2024, Meta aveva già pianificato il debutto di Meta AI in Unione Europea, ma le istituzioni, in particolare l’Autorità irlandese per la protezione dei dati, avevano imposto un fermo, richiedendo il rispetto di una serie di regole. Ora, dopo mesi di adeguamenti, l’assistente è pronto a operare.
Come si usa Meta AI?
Meta AI sarà accessibile in diversi modi all’interno delle piattaforme Meta:
Su Instagram e Messenger, l’AI potrà essere attivata nei messaggi diretti.
Nei gruppi WhatsApp, gli utenti potranno menzionare @MetaAI per porre domande e ricevere risposte contestualizzate.
Nei commenti su Facebook, Meta AI potrà essere interpellata per fornire approfondimenti.
Sul sito meta.ai, l’assistente sarà disponibile come chatbot.
L’icona blu di Meta AI segnalerà chiaramente la sua presenza, e per attivarlo basterà digitare @MetaAI seguito da una richiesta.
Gli esempi di utilizzo più comuni? Si potrà chiedere all’AI di fornire informazioni in tempo reale all’interno di conversazioni su WhatsApp o di intervenire in discussioni su Instagram e Facebook.
Per attivarlo, comparirà un’icona blu nei messaggi di Instagram e nei gruppi WhatsApp, oppure basterà scrivere “@MetaAI” seguito da un prompt, una richiesta esplicita. L’intelligenza artificiale risponderà a domande o interverrà nelle conversazioni, come chiedere suggerimenti in un gruppo WhatsApp o fornire informazioni rapide su Instagram. Ogni contenuto generato da Meta AI sarà chiaramente identificato, in linea con le disposizioni dell’AI Act.
Le piattaforme digitali cambiano con la IA
Questa novità non è solo un aggiornamento tecnologico, ma la dimostrazione di un cambiamento profondo nelle piattaforme digitali. L’intelligenza artificiale non è più confinata a un algoritmo che decide cosa mostrare, il cosiddetto “algoritmo del proprietario”, che sempre più spesso privilegia i contenuti graditi alla piattaforma stessa, trascurando gli interessi reali degli utenti.
Ora, l’AI diventa un elemento attivo nella generazione di contenuti all’interno delle conversazioni tra utenti. Meta AI alimenterà un’ulteriore chiusura degli spazi digitali, trattenendo gli utenti all’interno delle piattaforme con risposte immediate e personalizzate, rafforzando il fenomeno delle bolle informative.
MetaAI e l’addio al fact-checking
Il lancio di Meta AI coincide con un altro sviluppo significativo: Meta ha abbandonato il fact-checking tradizionale e sta testando, negli Stati Uniti, le Community Notes, un sistema che affida agli utenti la validazione delle informazioni nei post. Questo approccio arriverà anche in Italia e vedrà probabilmente un ruolo per l’intelligenza artificiale.
In Europa, va precisato, le regole sulla privacy limiteranno l’impatto di queste innovazioni, mantenendo un equilibrio tra tecnologia e protezione dei dati.
Le piattaforme digitali, con Meta AI, si trasformano in assistenti in tempo reale e motori di ricerca integrati. Gli utenti potranno interrogare l’AI senza uscire dalle app, un modello che espanderà il loro ruolo oltre la semplice comunicazione.
Guarda il video
In futuro, Meta AI potrebbe generare contenuti automatici, incluse immagini, come già accade fuori dall’Unione Europea.
L’esempio di Grok su X
Un esempio parallelo è X, dove Grok, l’AI di Elon Musk, interviene direttamente nelle conversazioni quando richiamato con “@Grok”, rispondendo su argomenti specifici. A differenza di Grok, che opera come un bot con una sezione dedicata e un’app stand-alone negli Stati Uniti, Meta AI si integra nativamente nelle conversazioni, un aspetto che sottolinea la direzione verso una presenza sempre più pervasiva dell’AI.
Le piattaforme social media, con la IA da strumenti ad assistenti
Questo cambiamento ridefinisce le piattaforme digitali, nate come strumenti per connettere gli utenti, ma ora sempre più orientate a diventare ecosistemi autonomi.
Lo sviluppo di Meta AI in Italia dipenderà da come gli utenti lo accoglieranno: sarà un intervento minimo, senza impatto sulle conversazioni, o un elemento centrale nella loro evoluzione?
Nei prossimi mesi, osserveremo come tutto questo si inserirà nel nostro contesto e quale percorso prenderà.
Community Notes fa il suo debutto sulle piattaforme Meta, per ora solo in fase di test negli Usa. Il modello è analogo a quello adottato sulla piattaforma X. Esempio di partecipazione collettiva che potrebbe comportare molti rischi.
Community Notes ha fatto il suo debutto negli Usa proprio ieri, 18 marzo 2025.
Ora ci siamo. La fase di test è iniziata, per ora solo negli Stati Uniti. Segna un cambio di rotta nella gestione dei contenuti sulle piattaforme di Mark Zuckerberg. Ispirandosi esplicitamente a quanto già vediamo su X.
Meta lo ha comunicato in modo chiaro: da ieri, un gruppo selezionato di utenti americani può usare le Community Notes su Facebook, Instagram e Threads.
L’idea alla base delle Community Notes
L’idea è semplice: consentire agli utenti di aggiungere note a post con informazioni fuorvianti o incomplete, sul modello di X. Queste note diventano visibili a tutti solo se ricevono abbastanza valutazioni positive dalla comunità.
Si tratta, insomma, di una sorta di sistema di crowdsourcing che prende il posto del fact-checking di terze parti. Un passaggio che Zuckerberg aveva anticipato all’inizio dell’anno.
Le Community Notes di Meta, come quelle di X, sono uno strumento collaborativo. Gli utenti possono segnalare un post e aggiungere una nota con correzioni o informazioni aggiuntive, supportate da fonti verificabili.
Community Notes di Meta, al via il test negli Usa
La fase di test per ora negli Usa
Durante la fase di test, Meta monitorerà la creazione e la valutazione di queste note per capire se riescono a contrastare la disinformazione. Il sistema parte in modo graduale ma coinvolge tutte e tre le piattaforme principali: Facebook, Instagram e Threads.
Negli Usa, il programma di fact-checking tradizionale sarà abbandonato del tutto, una scelta non priva di rischi.
Community Notes di Meta, non ancora in Italia
Per ora, in Italia, le Community Notes non arriveranno. L’avvio dei test negli Usa lascia pensare che i tempi per un’estensione in Europa potrebbero non essere troppo lontani.
Questo approccio ha un lato positivo che mira ad affidare il controllo agli utenti, rendendo le piattaforme più aperta e partecipativa. Ma c’è un rovescio della medaglia, legato alle competenze e alla preparazione di chi valuta.
Non serve una conoscenza specifica per intervenire; basta partecipare a un sistema di valutazione collettiva per verificare i contenuti segnalati. E qui si apre un tema cruciale.
Il confronto con Community Notes di X
Rispetto a X, che conta circa 580 milioni di utenti registrati su un’unica piattaforma, Meta gestisce tre realtà ben più grandi: Facebook con oltre 3 miliardi di utenti e Instagram con oltre 2 miliardi, per non parlare di Threads.
Piattaforme di questa scala, se controllate dagli utenti, rischiano di ritrovarsi con valutazioni imprecise sui contenuti. E le conseguenze sono evidenti a tutti.
Su X, le Community Notes in alcuni casi riescono a trovare un punto di equilibrio – persino Elon Musk ha dovuto cancellare contenuti oggettivamente falsi dopo le segnalazioni. Ma molti sono i casi di valutazioni molto discutibili.
Rischio di diffondere informazioni poco affidabili
In molti casi, dimostrato da alcune ricerche recenti, le Community Notes su X hanno avuto un approccio limitato verso la disinformazione, concentrandosi solo sulla falsità oggettiva e trascurando il contesto storico, sociale, culturale, economico e politico che spesso accompagna le narrazioni malevoli.
Su Meta, con numeri così alti, questo fenomeno potrebbe amplificarsi. Il rischio è che informazioni vere vengano messe in discussione da gruppi di utenti con opinioni diverse o che si affidino a fonti errate, deviando il giudizio finale su un contenuto.
Uno degli aspetti critici, che vengono mossi anche nei confronti delle Community Notes di X, è che spesso queste valutazioni arrivano quando già il post ha raggiunto l’apice della sua visibilità. Di conseguenza, le valutazioni degli utenti potrebbero risultare davvero poco efficaci.
Per tutto questo che abbiamo visto finora, il sistema va monitorato con attenzione.
Non sappiamo ancora quanto durerà il test negli Usa né quando arriverà in Europa o in altri paesi. Quel che è certo è che si tratta di un momento importante, soprattutto nel contesto attuale.
Serve osservare come evolverà, perché se da un lato punta a ridurre la disinformazione, dall’altro potrebbe generare nuove sfide.
Qui in basso trovate il mio video podcast – lo trovate su YouTube – dove approfondisco questi aspetti.
Al SXSW 2025 Jay Graber, CEO di Bluesky, si è presentata con una maglietta “Mundus sine caesaribus”. Chiaro riferimento a Zuckerberg e alle sue magliette “Aut Zuck aut nihil”. Il fatto è che Zuckerberg e Musk si rifanno al mito dell’Antica Roma e si immaginano nuovi Cesari.
Una risposta diretta a Mark Zuckerberg, che è solito mostrare la sua t-shirt con la frase “Aut Zuck aut nihil”, ovvero “O Zuck o niente”.
Questo botta-e-risposta in latino rivela qualcosa di più, in realtà. E cioè, l’interesse di Zuckerberg (e non solo lui) per l’antica Roma, come modello per il mondo digitale.
Zuckerberg e la passione per Roma
Mark Zuckerberg non hai fatto mistero della sua passione per l’antica Roma.
Come forse molti di voi già sapranno, ha studiato latino al liceo; ha scelto Roma per la sua luna di miele e ha dato alle sue figlie nomi come Maxima, August e Aurelia, ispirati chiaramente alla tradizione di Roma.
Attraverso Meta, che comprende piattaforme come Facebook, Instagram e WhatsApp, gestisce un ecosistema digitale che raggiunge miliardi di utenti. La frase “Aut Zuck aut nihil” non è solo un dettaglio. Riflette il suo desiderio di lasciare un segno duraturo, simile a quello degli imperatori romani.
Jay Graber, CEO Bluesky
E soprattutto di immaginarsi moderno Cesare alla guida di un impero digitale.
Da questo punto di vista, si può spiegare il perché di tante sue azioni che sono in netto contrasto con il Zuckerberg che tutti hanno imparato a conoscere.
Mark Zuckerberg, “Aut Zuck, aut nihil”
Di recente ha abbracciato le politiche di Trump; ha deciso di abbandonare il fact-checking su Facebook e Instagram introducendo le Community Notes; la sua visione è sempre più simile ad un altro personaggio che agisce come moderno Cesare.
Mark Zuckerberg, Cesare – creata con Grok 3
Elon Musk e la visione di un nuovo impero
E il riferimento è proprio a lui: a Elon Musk.
Anche Musk guarda a Roma come fonte di ispirazione e come modello per gestire il suo impero.
Nel 2023, lo ricorderete certamente, aveva proposto a Zuckerberg un duello al Colosseo, un’idea che richiama l’immaginario romano. E si era andati vicinissimi a questa follia.
Elon Musk, condottiero romano – creata con Grok 3
Musk vede nei suoi progetti – come la colonizzazione di Marte o la stessa gestione di X – un’espansione simile a quella di un impero.
X, in particolare, è diventato uno spazio in cui influenza il discorso pubblico globale, un ruolo che richiama il controllo esercitato dagli imperatori sulle piazze romane.
Musk si immagina come un Cesare da cui dipende la stessa libertà di parola, il free speech, che non deve mai contraddirlo.
Guarda il video
Meta e X come strumenti di influenza
Meta e X non sono più semplici piattaforme social. Sono infrastrutture fondamentali per il flusso di informazioni. Lo vediamo tutti i giorni.
Attraverso le loro piattaforme, Zuckerberg e Musk esercitano un’influenza evidente su notizie, opinioni e dinamiche culturali.
Negli ultimi anni, entrambi hanno assunto posizioni più nette: Musk ha orientato X verso un approccio che amplifica certe narrazioni, esempio di algoritmo del proprietario; mentre Zuckerberg è passato da una apparente neutralità ad una figura sempre più schierata, mantenendo il controllo sugli algoritmi.
Questo potere, se ci pensiamo, richiama il modo in cui gli imperatori romani governavano le loro province.
zuckerberg musk cesari del digitale – creata con Grok 3
Il mondo digitale come un nuovo impero
L’interesse per Roma non è casuale.
Zuckerberg e Musk sembrano voler modellare il mondo digitale seguendo un’idea di ordine e dominio. Musk utilizza X per orientare il dibattito pubblico, mentre Zuckerberg, attraverso Meta, influenza ciò che miliardi di utenti vedono ogni giorno.
Entrambi aspirano a creare un sistema in cui le loro piattaforme dettano regole e priorità, un’eco moderna della Pax Romana, l’ordine imposto dall’Impero.
Un fenomeno comune nelle Big Tech
Questo legame con Roma non è esclusivo di Zuckerberg e Musk.
Jeff Bezos, con Amazon, ha costruito un sistema logistico che richiama l’efficienza delle infrastrutture romane.
Peter Thiel, fondatore di Palantir, paragona spesso il declino dell’Occidente a quello dell’Impero Romano, proponendo soluzioni tecnologiche per ristabilire l’ordine.
È del tutto evidente che le Big Tech guardano a Roma come a un modello di potere e innovazione.
Una situazione che è un monito per il futuro
Per concludere, la maglietta di Jay Graber al SXSW 2025 porta con sé una riflessione: un mondo con troppi Cesari rischia di diventare insostenibile.
Zuckerberg e Musk, con le loro piattaforme, non vogliono solo influenzare il presente, ma puntano a ridisegnare il futuro.
Ma chi ne paga il prezzo? La risposta sarebbe “quasi sempre noi”.
Ieri, 10 marzo 2025, X ha subito tre down. Elon Musk ha accusato un attacco DDoS dall’Ucraina, ma mancano prove. Ecco cosa è successo in una giornata difficile per la piattaforma.
Ieri, 10 marzo 2025, la piattaforma X ha subito tre interruzioni di servizio nell’arco di poche ore, un evento che ha comportato non pochi disagi per centinaia di migliaia di utenti in tutto il mondo.
Le tre interruzioni, durate complessivamente oltre sei ore, rappresentano uno dei disservizi più gravi che si sono registrati nella storia recente della piattaforma.
X non ha rilasciato comunicati tecnici dettagliati, lasciando spazio alle dichiarazioni di Musk come unica fonte ufficiale.
X e il blackout, tra speculazioni e assenza di informazioni
L’ipotesi di Musk: un attacco DDoS dall’Ucraina
Durante l’intervista a Fox News, trasmessa quando in Italia era tarda serata, Musk ha descritto l’incidente come un “massiccio attacco cyber” orchestrato da un gruppo o uno Stato, sottolineando che gli indirizzi IP coinvolti proverrebbero dall’area ucraina.
L’ipotesi tecnica più accreditata, supportata anche da esperti del settore, è quella di un attacco Distributed Denial of Service (DDoS), una strategia che mira a sovraccaricare i server con un volume di traffico insostenibile, rendendo il servizio inaccessibile.
Jake Moore, Global Security Advisor di ESET, ha offerto un’analisi approfondita:
“Gli attacchi DDoS sono un metodo efficace per colpire un’azienda senza dover compromettere direttamente i suoi sistemi principali, permettendo agli autori di restare in gran parte anonimi. Questo rende la protezione ancora più complessa, soprattutto quando il contesto dell’attacco è sconosciuto e ci si può affidare solo a misure generiche di mitigazione.”
Moore ha aggiunto che gli hacker sfruttano sempre più dispositivi IoT per amplificare questi assalti, una tendenza in crescita che complica ulteriormente le difese.
Cosa sono gli attacchi DDoS
Un attacco Distributed Denial of Service (DDoS) è una tecnica usata dai cybercriminali per mettere fuori uso un servizio online, come un sito o una piattaforma, sommergendolo di richieste.
Immaginiamo un negozio preso d’assalto da migliaia di clienti fittizi che bloccano l’ingresso: i server, incapaci di gestire un traffico così intenso e artificiale, si bloccano, rendendo il servizio inaccessibile agli utenti reali.
Questi attacchi spesso sfruttano reti di dispositivi compromessi – dai computer ai dispositivi IoT come telecamere o router – coordinati per colpire il bersaglio contemporaneamente, rendendo difficile individuarne l’origine.
X e il down: al momento nessuna prova concreta, solo speculazioni
Nonostante le affermazioni di Musk, al momento non sono state pubblicate evidenze tecniche che confermino l’origine ucraina dell’attacco.
X non ha fornito log o dati sugli IP coinvolti, e la dichiarazione del suo proprietario resta al momento priva di riscontri ufficiali.
La situazione dunque lascia aperte diverse interpretazioni. Potrebbe trattarsi di una deduzione basata su analisi interne non ancora condivise; oppure di un’accusa deliberata, dettata da dinamiche geopolitiche.
Musk, noto per le sue posizioni controverse, ha avuto negli ultimi giorni attriti non di poco conto con l’Ucraina, soprattutto legati all’uso di Starlink nel conflitto con la Russia.
In ogni caso, senza un report dettagliato, la tesi dell’attacco da una zona ucraina resta semplice speculazione.
X e i precedenti casi di down
Non è la prima volta che X si trova ad affrontare blackout di tale portata.
In passato, la piattaforma è stata già bersaglio di attacchi DDoS e disservizi strutturali che, in alcuni casi, sono stati erroneamente interpretati come cyberattacchi mirati.
Sempre secondo Moore, “X è una delle piattaforme più discusse al mondo, il che la rende un bersaglio ideale per hacker che vogliono lasciare il segno. L’unica strategia efficace per contrastare questi attacchi è continuare ad anticipare l’imprevedibile e rafforzare costantemente le difese.”
La vulnerabilità di X potrebbe essere accentuata anche dalla sua crescente centralità nel dibattito pubblico.
La situazione attuale e maggiore sicurezza
Il down di X pone comunque diversi interrogativi.
È stato davvero un attacco coordinato dall’Ucraina, come sostiene Musk, o un problema tecnico amplificato dalla narrazione del suo proprietario? E se si trattasse di un DDoS, chi ne è responsabile?
La mancanza di trasparenza da parte di X alimenta il dibattito, mentre la piattaforma torna operativa senza chiarire davvero cosa sia accaduto.
Quel che è certo è che la sicurezza informatica resta una sfida cruciale e centrale per le grandi piattaforme digitali. Soprattutto, nel caso di X, quando queste diventano luoghi di scontro anche su temi delicati di strettissima attualità.
[L’immagine di copertina è stata realizzata da Franz Russo utilizzando un modello di intelligenza artificiale generativa]
Instagram continua a potenziare i Reel, ma la visibilità resta legata a regole che cambiano di continuo. Creator e brand devono inseguire l’algoritmo del proprietario per restare rilevanti.
In attesa di capire quale sarà il futuro di TikTok negli Usa, i diretti competitor non stanno certo a guardare, anzi. Mentre si attende un segnale dall’amministrazione Trump, e mentre proseguono le trattative con diversi compratori che si sono fatti avanti, Instagram potenzia la sua strategia sui reel.
Infatti, Instagram sta cambiando continuamente il modo in cui rende visibili i reel, cercando di riuscire a realizzare le condizioni ideali qualora gli utenti di TikTok si trovassero sprovvisti della loro app preferita.
Una scelta che, se da un lato conferma l’importanza crescente dei contenuti video brevi sulla piattaforma, dall’altro pone nuove sfide per creator e brand che vogliono raggiungere un pubblico sempre più ampio e profilato.
Già un anno fa, Instagram ha iniziato a fornire indicazioni precise sul funzionamento del proprio algoritmo. L’obiettivo dichiarato è permettere ai creator di comprendere meglio cosa favorisce (o penalizza) la visibilità dei loro contenuti. E, soprattutto, come migliorare la performance dei reel, il formato oggi più utilizzato e in costante crescita.
Instagram, i reel e la visibilità: come cambia l’algoritmo
Come funziona l’algoritmo dei reel su Instagram
Innanzitutto, Instagram chiarisce che la visibilità dei reel è determinata principalmente dall’engagement. Quindi, quanto più un contenuto genera interazioni (visualizzazioni complete, like, commenti, condivisioni e salvataggi), tanto più l’algoritmo ne aumenterà la diffusione.
Ma non solo. La piattaforma valuta anche altri fattori come l’originalità del contenuto, la coerenza tematica, e la qualità complessiva del video (risoluzione, audio, editing).
Inoltre, recentemente è stato confermato che Instagram analizza con particolare attenzione la capacità di un reel di trattenere l’utente per tutta la durata del video. Quindi, i contenuti che riescono a catturare immediatamente l’attenzione e mantenerla alta dall’inizio alla fine sono premiati con una distribuzione maggiore.
Se ricordate, l’anno scorso Instagram continuava a ripetere che i video dovessero mantenersi tra i 30 e i 90 secondi come lunghezza massima. Questo per essere più performanti.
E infatti, creator e brand si sono adeguati a questo standard, impostando tutte le loro strategie di contenuti video su questa lunghezza.
Ma adesso tutto cambia. Infatti se l’algoritmo oggi considera una durata più lunga significa rivedere tutta la strategia per poter essere considerati dall’algoritmo. Una modifica che in realtà non risponde ad una diretta esigenza di creator o brand. No, risponde solo ad una diretta strategia commerciale di Meta che con Instagram vuole competere con TikTok.
Cosa cambia nel dettaglio e cosa considera l’algoritmo:
Durata massima: i Reel adesso possono arrivare fino a 3 minuti, non c’è una indicazione precisa su una durata ideale.
Originalità: Instagram penalizza i Reel che mostrano chiaramente loghi o watermark provenienti da altre piattaforme, come TikTok.
Autenticità: sono penalizzati i Reel non realizzati direttamente da chi li condivide. Instagram favorisce contenuti creati in prima persona dall’autore.
Qualità video: è fondamentale pubblicare video con risoluzione alta per ottenere la massima visibilità; contenuti di bassa qualità visiva vengono penalizzati.
Instagram e la logica dell’algoritmo del proprietario
Questi continui cambiamenti introdotti da Instagram sono una chiara espressione di ciò che ormai definisco da un po’ di tempo come algoritmo del proprietario.
Intendo dire, un algoritmo che riflette direttamente le decisioni strategiche e commerciali della piattaforma. Come è appunto questo caso.
Creator e brand si trovano così costretti ad adattarsi continuamente a regole mutevoli, che spesso non rispecchiano necessariamente gli interessi degli utenti, ma piuttosto quelli della piattaforma stessa.
Un esempio pratico riguarda la durata ideale dei reel, che è stata modificata più volte nel corso dell’ultimo anno, costringendo gli utenti a ripensare continuamente le proprie strategie di contenuto.
Questo sistema crea una dipendenza quasi assoluta dalla piattaforma, rendendo sempre più difficile costruire strategie di lungo periodo e ottenere una visibilità stabile e duratura.
Oltre che contribuire ad abbassare la qualità dei contenuti.
La durata dei reel, dai 15 secondi ai 3 minuti
I Reels sono stati lanciati nel 2020 come risposta alla popolarità di TikTok, inizialmente con una durata massima di 15 secondi.
Modifica che coincide con la competizione con TikTok, che già permetteva video di 3 minuti dal 2021.
200 miliardi di reel visualizzati ogni giorno
Nonostante il 70% dei contenuti su Instagram sia costituito da foto e immagini, il formato reel è comunque in grande crescita.
Sono più di 200 miliardi i reel che vengono visualizzati ogni giorno su Instagram e Facebook.
Si calcola che, in media, gli account Instagram con più di 50.000 follower caricano un reel ogni due giorni. E si prevede che i reel su Instagram saranno 1 miliardo entro il 2025.
L’India è il mercato più grande per i reel di Instagram, complice anche il divieto di TikTok. In Europa l’Italia è il terzo paese, dopo Germania e Uk.
Meglio puntare sulla qualità dei contenuti
Dopo questi numeri, è necessario concentrarsi su che tipo di messaggio e di contenuti video vogliamo condividere. Questo per evitare di restare troppo legati ai capricci degli algoritmi e finire per abbassare la qualità dei contenuti stessi.
È sempre utile ricordare che la finalità principale delle condivisione di contenuti è quella di instaurare Relazioni. E questo vale ancora di più quando si parla dell’algoritmo del proprietario.
Facciamo sempre in modo che a guidarci sia la qualità del contenuto e la qualità di ciò che davvero vogliamo comunicare.
X potrebbe tornare a valere 44 miliardi di dollari. La situazione della piattaforma di Elon Musk potrebbe evolvere, in virtù del contesto che è cambiato dall’elezione di Trump. Ecco un approfondimento sulla piattaforma che fotografa in modo dettagliato il momento attuale.
È innegabile, la piattaforma X di Elon Musk è sicuramente con il vento in poppa, come si dice, dall’insediamento di Trump. Un dato che corrisponde all’inizio del mandato di Musk da ministro dell’Efficienza Governativa dell’amministrazione Trump.
La piattaforma sta vivendo un momento apparentemente positivo. E forse non sorprende più di tanto. Infatti, tutto questo è un effetto di tante azioni che Musk ha messo in campo nei mesi scorsi.
X potrebbe essere sul punto di mettersi alle spalle alcune difficoltà economiche grazie a nuove manovre finanziarie, e spinge sempre più sull’integrazione dell’intelligenza artificiale e sulla monetizzazione dei contenuti.
In ogni caso, in questo contesto che volge al positivo, le preoccupazioni sull’imparzialità della piattaforma e sulla sua influenza politica restano più evidenti che mai.
Quello che segue è un dettagliato resoconto della situazione di X in questa fase. Un momento fare il punto sulla piattaforma, sulla strategia di Musk e sulla integrazione sempre più stretta con la IA.
Strategia che al momento sta portando le aziende a investire con nuove inserzioni.
In tutto questo, è di assoluta rilevanza il fatto che oggi Musk non è solo il proprietario della piattaforma, ma è anche a capo del Dipartimento dell’Efficienza Governativa dell’amministrazione Usa e uno degli uomini più vicini proprio al presidente Donald Trump.
Un ruolo questo che non può non generare delle conseguenze.
X, la sua evoluzione attuale e tutto ciò che c’è da sapere
Utenti e abbonamenti
X mantiene una base utenti ampia ma la quota di abbonati paganti è molto limitata. La piattaforma conta oltre 580 milioni di utenti attivi mensili nel mondo.
In ogni caso, gli utenti abbonati ai servizi Premium (inclusi i livelli Premium e Premium+) rappresentano solo una piccolissima frazione. Si stima che gli abbonati a pagamento siano nell’ordine delle centinaia di migliaia – ad esempio circa 650.000 utenti a inizio 2025 – ossia meno dello 0,2% degli utilizzatori totali. Persino analisi più ottimistiche (TechCrunch/AppFigures, fine 2023) indicavano circa 1,3 milioni di abbonati, pari allo 0,3% degli utenti, confermando in ogni caso che meno di 1 utente su 100 paga per i servizi premium. Di conseguenza, oltre il 99% degli utenti di X utilizza solo la versione gratuita.
Nel tentativo di aumentare gli abbonamenti, X ha introdotto da fine 2023 tre livelli di abbonamento (Basic, Premium e Premium+) con prezzi crescenti (rispettivamente $3, $8 e $16 mensili all’esordio).
Solo gli ultimi due livelli includono la spunta blu di verifica e funzionalità avanzate. A dicembre 2024 X ha annunciato un forte rincaro dei prezzi del piano Premium+ (fino a +37% in alcune aree): ad esempio negli USA il costo è passato da $16 a $22 al mese, nell’UE da 16€ a 21€.
In Italia, dopo gli adeguamenti e le commissioni dei negozi mobile, Premium+ costa circa 46,36 € al mese via web e 58 € via mobile (abbonamenti tramite app hanno un sovrapprezzo). Il piano Premium base da $8 (9,76€ da web e 11€ da mobile) è rimasto invece invariato.
La maggior parte degli abbonati resta sul livello Premium standard, mentre solo una minoranza opta per il più costoso Premium+ (che offre zero pubblicità e funzioni extra). In sintesi, gli utenti paganti sono pochissimi rispetto al totale, anche se X sta cercando di aumentarne il numero offrendo più servizi esclusivi (e alzando i prezzi dei tier più alti).
X, la situazione economica
Dal punto di vista finanziario, X vive una fase delicata. Dopo l’acquisizione di Musk, il fatturato pubblicitario è crollato: a metà 2023 Musk ha rivelato un calo di quasi 50% dei ricavi pubblicitari rispetto al periodo pre-acquisizione. Questo, unito agli ingenti debiti contratti per l’acquisto, ha mantenuto il flusso di cassa negativo nel 2023.
Twitter/X ha accumulato circa 13 miliardi di dollari di debito dall’operazione di leveraged buyout, con interessi annui stimati in 1,5 miliardi che rappresenta un peso notevole sui conti.)
Come noto, Musk ha tagliato drasticamente i costi (personale ridotto da ~7.500 a ~1.000 dipendenti, spese operative annuali tagliate da $4,5 mld a $1,5 mld) ma non è bastato, ancora, a riportare subito l’azienda in utile.
Nel 2024 la nuova CEO Linda Yaccarino ha lavorato per riconquistare inserzionisti e stabilizzare i ricavi, con qualche segnale positivo ma risultati ancora inferiori al passato.
Ricavi e inserzionisti: secondo analisi di terze parti, nel 2024 X ha generato circa $1,4 miliardi di ricavi pubblicitari negli Stati Uniti, in calo del 28% rispetto ai quasi $2 miliardi del 2023. A livello globale, si stima che il fatturato 2024 di X sia ben al di sotto dei circa $5 miliardi annui che Twitter realizzava prima di essere acquisito.
Nonostante il calo dei ricavi, il numero di inserzionisti attivi sulla piattaforma è addirittura aumentato: nel 2024 c’è stato un +15% di aziende che hanno investito in pubblicità su X rispetto all’anno precedente. Questo dato suggerisce che, dopo l’esodo iniziale di molti grandi sponsor nel 2022, X ha attirato nuovi inserzionisti (spesso medio-piccoli) per rimpiazzarli. Ad esempio, a fine 2024 ben 46 dei 100 top spender su X USA erano nuovi clienti che non investivano nel 2022.
In ogni caso, questi nuovi inserzionisti spendono mediamente meno dei grandi brand che hanno abbandonato: la spesa media per inserzionista è scesa, frammentando di più gli introiti. Il principale inserzionista su X nel 2024 (il colosso e-commerce cinese Temu) ha rappresentato solo il 3% della spesa pubblicitaria totale USA, mentre in passato singoli grandi clienti (es. automobili, tech) coprivano quote maggiori.
Elon Musk Donald Trump Casa Bianca 2025
In sintesi, X sta recuperando inserzionisti in numero, ma con budget medi più bassi, il che mantiene i ricavi pubblicitari sotto i livelli pre-Musk. Le aziende tradizionali restano caute: secondo stime Kantar, nel 2024 solo il 12% dei responsabili marketing globali si fidava delle ads su X, complice il timore per controversie e moderazione più blanda, e molte hanno ridotto la spesa.
A fronte di tutto questo, per compensare la debolezza dell’advertising, X sta puntando su nuove fonti di ricavo – abbonamenti (X Premium), dati e servizi finanziari – ma al momento la pubblicità rappresenta ancora circa 75% dei ricavi di X.
Gli abbonamenti Premium hanno contribuito per decine di milioni di dollari nel 2023, una cifra piccola rispetto alle perdite di introiti pubblicitari. Nel complesso, gli osservatori stimano che X abbia chiuso il 2023 in forte perdita operativa.
Verso fine 2024, Musk ha sostenuto (citando dati interni) che la società stava migliorando la redditività (EBITDA adjusted) rispetto al periodo precedente, grazie ai tagli di costi e alle nuove iniziative, ma senza fornire numeri precisi.
Va ricordato che X essendo una società privata non pubblica più bilanci ufficiali; le informazioni finanziarie trapelano solo tramite fonti secondarie o dichiarazioni dei vertici. Un indicatore del valore attuale percepito è dato da Fidelity (fondo investitore in X), che a dicembre 2023 ha svalutato la sua partecipazione in X di oltre il 60-70% rispetto al 2022, segnalando aspettative di valore molto ridotte.
Ma non è tutto qui, perché la situazione di X cambia radicalmente a cavallo tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025. Poche settimane in cui si rende più chiara la nuova amministrazione Usa, in cui Musk gioca, e giocherà, un ruolo di primissimo livello.
X e le trattative per nuovi finanziamenti
Elon Musk è attualmente impegnato nel tentativo di rafforzare la posizione finanziaria di X cercando nuovi investitori. Secondo Bloomberg, nel febbraio 2025 X è in trattative per raccogliere capitali freschi proponendo una valutazione di circa 44 miliardi di dollari, cioè la stessa cifra pagata da Musk per acquisire Twitter nell’ottobre 2022.
In pratica Musk punta a convincere nuovi partner a investire nella società senza sconti rispetto al prezzo originale di due anni fa. Si tratterebbe del primo round di finanziamento esterno da quando Musk ha preso il controllo di Twitter e l’ha portata fuori dalla Borsa.
Le trattative però non sono scontate. Da un lato, alcuni investitori vedono del potenziale non sfruttato in X: la recente vicinanza di Musk alla politica statunitense (ad esempio il suo allineamento con il candidato repubblicano Elon Musk, e il ruolo di X come piattaforma favorevole a posizioni conservatrici) avrebbe migliorato la percezione di X presso certi finanziatori, che sperano Musk possa spingere gli interessi delle sue aziende con l’aiuto del nuovo clima politico.
Questo “fattore Trump” ha generato un rinnovato ottimismo sulle prospettive di X, inducendo Musk a tentare la raccolta fondi proprio ora.
Collocazione del debito di X
Di recente, le banche finanziatrici dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk hanno venduto oltre 5,5 miliardi di dollari del debito legato a quell’operazione, liberandosi così di gran parte dell’esposizione.
In particolare, agli inizi di febbraio 2025 un consorzio guidato da Morgan Stanley ha collocato 5,5 miliardi di dollari in prestiti (parte dei 13 miliardi originari) presso investitori.
Questa tranche di debito (un prestito a termine garantito) è stata venduta al 97% del valore nominale, offrendo agli acquirenti un rendimento iniziale intorno all’11%.
Il fatto che sia stato piazzato appena sotto la pari (90-95 centesimi attesi, ma chiuso a 97) indica che le banche sono riuscite a limitare le perdite e, anzi, “probabilmente a vendere in profitto” rispetto al valore di carico. Tra gli acquirenti di questo debito figurano grandi investitori istituzionali come Pimco e Citadel, segno di un rinnovato interesse del mercato creditizio verso X.
Elon Musk Donald Trump
A questi 5,5 miliardi si è aggiunta pochi giorni dopo la vendita di un’ulteriore tranche da 4,74 miliardi di prestiti garantiti con scadenza 2029, collocati al 100% del nominale e a tasso fisso (~9,5% di interesse). Dopo queste operazioni, alle banche rimane in bilancio solo una porzione residua di circa 1,3 miliardi in prestiti non garantiti, la cui futura collocazione è ancora incerta.
Effetti sulla stabilità finanziaria di X
La riuscita collocazione del debito di X segnala un miglioramento della fiducia degli investitori nella solidità e nelle prospettive finanziarie dell’azienda. Inizialmente, le banche erano rimaste “incagliate” con quei prestiti per quasi due anni, poiché le drastiche scelte di Musk (licenziamenti massicci e un approccio permissivo alla moderazione dei contenuti) avevano spaventato gli inserzionisti e fatto calare i ricavi, aumentando il rischio di default e deprimendo il valore di mercato del debito (si parlava di offerte intorno al 60% del nominale a fine 2022).
La situazione è cambiata a fine 2024: l’elezione di Donald Trump e il nuovo ruolo di Musk nell’amministrazione hanno alimentato ottimismo sugli affari di X, tanto che i finanziatori si sono detti più fiduciosi di trovare compratori per il debito.
Come abbiamo visto in precedenza, il collocamento quasi integrale dei 13 miliardi di dollari (a prezzi vicini alla pari) riflette dunque una maggiore stabilità finanziaria percepita: X oggi viene considerata meno a rischio di insolvenza, grazie alle prospettive di ricavi in miglioramento e alla presenza di investitori disposti a scommettere sul suo rilancio.
Va notato, nonostante tutto, che il costo del debito per X rimane molto elevato (si parla di cedole intorno al 9-11%), il che pesa sui conti aziendali.
In sintesi, la vendita del debito ha alleggerito le banche da un fardello rischioso e rappresenta un voto di fiducia del mercato verso X, pur lasciando l’azienda con oneri finanziari significativi.
X e l’impatto di Grok 3 sulla piattaforma
Una delle mosse strategiche di Musk per rilanciare X è l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno della piattaforma, tramite il chatbot Grok sviluppato dalla sua startup xAI.
Grok 3 è l’ultima versione di questo modello di AI generativa (LLM) e rappresenta il tentativo di Musk di competere direttamente con chatbot come ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e Gemini di Google.
Durante la presentazione di qualche giorno fa, Musk ha definito Grok-3 “l’AI più intelligente della Terra”, sostenendo che supera i modelli rivali (GPT-4, Google Gemini, DeepSeek V3, ecc.) in vari benchmark matematici, scientifici e di codifica.
Il modello Grok 3 vanta una capacità computazionale oltre 10 volte superiore al suo predecessore e introduce nuove funzionalità di “ragionamento” avanzato.
Ad esempio, è stato presentato un motore di ricerca interno chiamato DeepSearch, che consente al bot di analizzare in profondità le domande e cercare informazioni mirate prima di fornire la risposta.
L’obiettivo di Musk è posizionare Grok come un’alternativa potente e “estremamente veritiera, utile e curiosa” (queste le parole chiave di xAI) ai chatbot esistenti, integrandolo nell’ecosistema X per differenziarlo dagli altri social network.
In pratica, X sta diventando anche una piattaforma di AI conversazionale, sfruttando Grok come valore aggiunto esclusivo per i suoi utenti paganti.
Integrazione su X e lancio app stand-alone
Grok 3 è stato inizialmente reso disponibile all’interno di X per gli utenti Premium+. A partire da novembre 2023 (con Grok 1 e 2 in beta) fino a febbraio 2025 (Grok 3), gli abbonati Premium+ su X hanno accesso anticipato al chatbot avanzato direttamente dall’app X. Va detto che una versione beta è disponibile anche per gli utenti non abbonati.
Contestualmente, xAI ha deciso di espandere la portata di Grok lanciandolo anche come applicazione stand-alone separata da X. Da qualche giorno è stata rilasciata la app mobile di Grok per iPhone (iOS) su App Store, inizialmente in beta chiusa e poi aperta al pubblico.
L’app consente di utilizzare Grok anche a chi non è su X, tramite un abbonamento dedicato chiamato SuperGrok. Elon Musk ha annunciato che Grok sarà presto disponibile anche come app autonoma per macOS e Windows (per desktop).
Al momento, la versione Android dell’app è in pre-registrazione (con coming soon sul Play Store). Va notato che, per questioni normative (GDPR), l’app di Grok non è ancora utilizzabile in Europa.
xAI sta adeguando le policy privacy prima di lanciarla nell’UE. In Italia, ad esempio, l’app di Grok 3 non è disponibile, sebbene sia possibile pre-registrarsi sugli store per essere avvisati quando sarà accessibile.
Questa strategia multi-piattaforma (integrazione su X + app dedicate) indica la volontà di Musk di fare di Grok un prodotto a sé stante oltre che un servizio per arricchire X.
Elon Musk presentazione Grok 3
Impatto economico e modello di business
L’introduzione di Grok 3 su X potrebbe avere implicazioni economiche di rilievo. Innanzitutto, Grok funge da leva per aumentare il valore degli abbonamenti Premium+. L’accesso completo alle funzionalità avanzate di Grok 3 (risposte più approfondite, modalità “Think” e “DeepSearch”, utilizzo illimitato, modalità voce in arrivo, ecc.) è riservato agli utenti Premium+ (il livello più alto di X).
Questo significa che per sfruttare appieno l’AI di Musk all’interno di X, un utente deve sottoscrivere l’abbonamento più costoso.
Non a caso, l’aumento di prezzo di Premium+ è stato giustificato da X proprio con “la necessità di finanziare nuovi servizi per gli abbonati Premium+ e rendere il tier completamente senza pubblicità” – e tra questi nuovi servizi rientra evidentemente Grok.
Attualmente, un abbonamento Premium+ dà diritto all’uso illimitato di Grok su X senza costi aggiuntivi, mentre gli utenti gratuiti di X hanno accesso solo a Grok 2 (versione precedente) o a funzionalità limitate.
In parallelo, xAI ha lanciato il piano SuperGrok (separato da X) al costo di circa $30 al mese per chi desidera utilizzare Grok 3 tramite l’app stand-alone senza passare da X.
Dunque, Grok apre una nuova linea di ricavi per l’ecosistema di Musk: sia direttamente (abbonamenti all’app Grok per non-utenti X), sia indirettamente (maggiore attrattiva del piano Premium+ di X).
Nel breve termine, Musk sta promuovendo aggressivamente Grok 3 per stimolare l’adozione. Sempre qualche giorno fa, xAI ha annunciato che Grok 3 è disponibile gratuitamente per tutti, “per un breve periodo”.
Ciò significa che, per qualche settimana, anche gli utenti non abbonati possono provare la versione più avanzata dell’AI sia su X (selezionandola nel menu del chatbot) sia scaricando l’app dedicata, senza pagare.
Si tratta evidentemente di una mossa promozionale temporanea per far conoscere le capacità del chatbot e invogliare poi gli utenti a pagare per continuare ad usarlo. Terminata la promozione, solo i clienti paganti avranno pieno accesso: come ribadito da Musk, gli abbonati X Premium+ (46€ al mese da web e 58€ da mobile) o i sottoscrittori di SuperGrok (30$/mese) godranno di “accesso aumentato” a tutte le feature di Grok 3, comprese quelle future come la modalità voce.
Dunque l’impatto economico atteso dall’introduzione di Grok 3 è di rafforzare gli introiti ricorrenti di X: spingendo più utenti a fare l’upgrade a Premium+ nonostante il prezzo elevato (in virtù dell’AI esclusiva), e aprendo al contempo un flusso di entrate aggiuntivo tramite gli abbonamenti standalone all’AI per utenti esterni al social.
I primi effetti già si vedono: grazie anche a funzioni come Grok, le entrate da abbonamenti mobile di X nel 2024 sono più che raddoppiate (+128%) rispetto al 2023.
L’AI generativa è un tema caldo e molti utenti curiosi hanno pagato per provarla: l’offerta di nuovi tier (Basic/Premium+) e l’integrazione di Grok hanno reso l’abbonamento a X più attraente per chi cercava un’alternativa a ChatGPT, contribuendo a far salire i ricavi da utenti paganti.
In prospettiva, se Grok 3 dovesse affermarsi come tecnologia valida, X potrebbe ritagliarsi un posizionamento nel mercato: non più solo social network, ma piattaforma ibrida social+AI.
Ciò potrebbe attirare una nuova categoria di utenti e inserzionisti interessati all’intelligenza artificiale, oltre a giustificare prezzi premium per gli abbonati.
Ovviamente resta da vedere se la qualità di Grok sarà all’altezza dei concorrenti e se gli utenti saranno disposti a pagare cifre elevate (oltre 500€ l’anno) per queste funzionalità. Per ora, Musk sta investendo su Grok come asso nella manica per dare a X un vantaggio competitivo e una nuova fonte di reddito.
Se l’operazione dovesse avere successo, l’impatto economico potrebbe manifestarsi rilevante. Più abbonamenti Premium+ (quindi entrate stabili mensili maggiori) e una diversificazione del business di X oltre la sola pubblicità.
In caso contrario, rimarranno i costi di sviluppo dell’AI e il rischio che gli utenti continuino a preferire le alternative gratuite o più popolari (come ChatGPT). In sintesi, Grok 3 è sia un fattore di innovazione che una scommessa economica per X: nel breve termine sta aiutando a giustificare aumenti di prezzo e a spingere nuovi abbonamenti, mentre nel lungo termine punta a trasformare X in una piattaforma social/AI integrata, con benefici finanziari se il numero di utenti paganti dovesse crescere di conseguenza.
Elon Musk CPAC 2025
Ritorno degli inserzionisti su X
Gli inserzionisti stanno davvero ritornando su X?
Dopo l’ondata di abbandoni pubblicitari seguita all’acquisizione di Musk, si osservano segnali di ritorno dei grandi brand su X.
Ad esempio, Amazon ha ripreso a investire in pubblicità sulla piattaforma: a gennaio 2025 il colosso e-commerce ha notevolmente aumentato il budget pubblicitario su X, dopo averlo ridotto al minimo per oltre un anno a causa di timori legati ai discorsi d’odio.
Anche Apple, che nel 2023 aveva sospeso completamente le proprie campagne su Twitter/X, sta ora valutando un rientro: la società di Cupertino è in trattative per sperimentare nuovamente inserzioni sulla piattaforma.
In generale, diverse aziende tecnologiche, media e agenzie che avevano sospeso la pubblicità (in seguito a episodi controversi, come l’endorsement di Musk a un post antisemita nel 2023) stanno riavviando le campagne.
Tra i grandi marchi dell’intrattenimento, Disney – assieme ad altri come IBM, Comcast, Warner Bros. Discovery e Lionsgate – ha ripreso gli investimenti pubblicitari su X dopo circa un anno di boicottaggio.
Secondo diverse fonti, Disney e e le altre aziende hanno gradualmente riallocato budget su X verso la fine del 2024, in quello che viene visto come un “ritorno cauto” sulla piattaforma.
Lo stesso Elon Musk ha confermato e accolto con favore questo trend: a novembre 2024 ha dichiarato di “apprezzare enormemente” il ritorno dei grandi brand e ha ringraziato la CEO di X Linda Yaccarino e il suo team per aver ricostruito la fiducia e assicurato che la pubblicità venga mostrata in contesti sicuri per i marchi.
Andamento degli investimenti pubblicitari
Nonostante alcuni segnali positivi, il quadro generale degli introiti pubblicitari di X rimane complesso e in evoluzione. La fuga iniziale degli inserzionisti dopo l’ottobre 2022 ha causato un crollo significativo delle entrate: ogni mese del 2023 la piattaforma ha registrato incassi pubblicitari in USA inferiori di oltre il 55% rispetto all’anno precedente. Musk stesso ha ammesso che un boicottaggio protratto degli advertiser avrebbe potuto portare X alla bancarotta, evidenziando quanto fosse critica la situazione.
Nel corso del 2024 la tendenza sembra essersi parzialmente invertita: nuove aziende hanno iniziato a comprare spazi su X e alcune grandi imprese sono tornate, contribuendo ad ampliare la base di inserzionisti.
Un’analisi di Sensor Tower rivela che nel gennaio 2025 ben 46 dei 100 maggiori spender pubblicitari su X negli Stati Uniti erano marchi che non investivano affatto nel 2022, segno che la piattaforma sta attirando nuovi clienti pubblicitari per rimpiazzare (in parte) quelli persi.
Molti di questi nuovi inserzionisti appartengono a settori come l’e-commerce (ad esempio la già citata cinese Temu, risultata il primo advertiser nel 2024 con il 3% della spesa totale USA) o i servizi finanziari e di intrattenimento digitale (es. Robinhood, DraftKings, NFL, ecc.). Amazon stessa è rientrata nella top 10 degli investitori pubblicitari su X a inizio 2025, evidenziando come alcuni grandi spender storici stiano riaprendo i rubinetti.
Va detto, dal punto di vista dei ricavi totali, la ripresa è ancora parziale: stime indipendenti indicano che X ha chiuso il 2024 con circa 1,4 miliardi di dollari di ricavi pubblicitari negli USA, in calo di circa 28% rispetto al 2023 (anno che a sua volta aveva già visto un forte declino rispetto all’era pre-Musk).
In breve, X è riuscita a diversificare gli inserzionisti (più account attivi, +15% nel 2024 rispetto all’anno precedente), ma gli importi medi per inserzionista sono più bassi – complici budget ridotti e prezzi scontati – e il volume d’affari complessivo rimane distante dai livelli pre-acquisizione.
Fiducia del mercato nei confronti di X
La percezione di brand safety e affidabilità della piattaforma da parte degli inserzionisti sta migliorando solo gradualmente ed esistono ancora timori evidenti.
Da un lato, il ritorno di aziende del calibro di Disney, Amazon, Apple e altri suggerisce una rinnovata fiducia di alcuni grandi adv spender, favorita anche dagli sforzi di X nel garantire maggiore controllo sui contenuti accanto ai quali compaiono gli annunci (come testimoniato dall’attenzione pubblicamente espressa da Musk per “assicurarsi che la pubblicità appaia solo dove i brand lo desiderano”).
Inoltre l’ascesa politica di Musk e la vittoria di Trump hanno creato un clima percepito come più favorevole da determinati inserzionisti: alcuni nuovi inserzionisti potrebbero essersi avvicinati alla piattaforma proprio in seguito a questi eventi.
Dall’altro lato, molti marketer restano cauti.
In sintesi, il mercato pubblicitario sta dando a X segnali da decifrare: da un lato riconosce i progressi (con un lento ritorno dei budget e nuovi attori interessati), dall’altro continua a monitorare con prudenza l’evoluzione delle politiche di contenuto e l’atmosfera sul social, prima di impegnare risorse paragonabili a quelle di un tempo.
Ruolo politico di Elon Musk e impatto su X
All’indomani delle elezioni USA del 2024 Elon Musk ha assunto un ruolo ufficiale nell’amministrazione Trump, venendo incaricato di guidare il nuovo Dipartimento dell’Efficienza Governativa (in inglese Department of Government Efficiency).
Questo organismo – creato dal Presidente Donald Trump nel quadro delle sue iniziative di governo – ha la missione dichiarata di eliminare gli sprechi e ottimizzare la spesa federale, con l’obiettivo ambizioso di tagliare 2 trilioni di dollari dal bilancio pubblico.
Musk, in qualità di capo di questo dipartimento (soprannominato con ironia “DOGE” dall’acronimo inglese), è diventato a tutti gli effetti un consigliere influente della Casa Bianca e uno degli uomini chiave del nuovo esecutivo Trump.
Si tratta di un fatto senza precedenti: un imprenditore tecnologico ai vertici di un’iniziativa governativa di questa portata. La nomina riflette la reciproca stima tra Trump e Musk – Trump beneficia dell’immagine di innovatore e “tagliatore di costi” di Musk, mentre Musk ottiene un ruolo istituzionale di alto profilo – e segnala una stretta vicinanza politica tra i due.
Secondo osservatori finanziari, l’”ascesa politica” di Musk a braccio destro del Presidente ha avuto ricadute positive sulle aspettative per X: molti investitori hanno interpretato questa alleanza come un segnale che X potrebbe trarre vantaggi (in termini di traffico utente e allentamento delle pressioni normative), contribuendo a migliorare i ricavi della piattaforma.
Musk, DOGE e il rapporto coi brand
La situazione attuale mostra che i brand potrebbero iniziare a percepire un ambiente più stabile o propizio – forse perché vedono Musk più responsabilizzato e impegnato ad evitare ulteriori controversie che potrebbero riflettersi negativamente sul suo ruolo pubblico.
Non a caso, Musk negli ultimi tempi è apparso più attento alle istanze degli inserzionisti: ad esempio ha lodato pubblicamente il lavoro di Linda Yaccarino nel ricostruire relazioni di fiducia e nel garantire maggior controllo sulla posizione degli annunci, ringraziando “il team per aver fatto in modo che i contenuti pubblicitari compaiano solo dove gli inserzionisti vogliono”.
Ma questa linea collaborativa indica che Musk – pur rimanendo un sostenitore della “libertà di parola” a suo modo – riconosce l’esigenza di compromessi operativi (come strumenti di brand safety e dialogo con gli advertiser) per mantenere vivi i ricavi pubblicitari.
In altre parole, il suo nuovo ruolo istituzionale dovrebbe averlo spinto a moderare certe posizioni e a sostenere politiche più vicine alle aspettative dei grandi sponsor, nell’interesse di salvaguardare la salute finanziaria di X.
Anche se, a ben veder alcune uscite recenti (specie quelle legate al sostegno di AfD in Germania e la continua denigrazione della stampa), tutto questo rischia di essere solo un miraggio.
Va considerato che l’associazione stretta tra X, Musk e l’amministrazione Trump potrebbe rappresentare un’arma a doppio taglio nelle relazioni con alcuni brand.
La piattaforma rischia di essere percepita come politicizzata o schierata, il che potrebbe alienare inserzionisti più attenti a mantenere neutralità (soprattutto quelli i cui valori o pubblico mal tollererebbero un legame con ambienti trumpiani).
Alcune aziende potrebbero temere che eventuali politiche o dichiarazioni controverse di Musk in ambito politico si riflettano negativamente sull’ecosistema di X, riaccendendo preoccupazioni di brand safety.
Un esempio pre-nomina fu l’episodio in cui Musk attaccò pubblicamente gli inserzionisti “in fuga”, dicendo loro di *“andare a farsi ***”, gesto che destò scalpore. ragionevole aspettarsi che, con le nuove responsabilità governative, Musk eviterà uscite simili che metterebbero in imbarazzo sia X che l’amministrazione.
Finora, l’effetto della nomina sembra positivo sulle relazioni aziendali: la leadership di Yaccarino e l’attenzione di Musk a non compromettere il rapporto con gli sponsor hanno portato a un cauto ritorno di investimenti pubblicitari su X. I grandi brand stanno osservando se questa nuova fase “istituzionale” di Musk si tradurrà in maggiore stabilità e sostenibilità nella gestione di X.
In definitiva, se Musk riuscirà a bilanciare il ruolo politico con quello imprenditoriale, mantenendo un clima più consono ai grandi investitori pubblicitari, X potrebbe continuare a riconquistare quote del mercato adv.
Diversamente, eventuali derive polemiche o politiche potrebbero di nuovo incrinare la fiducia – forse – recuperata.
La situazione attuale vede Musk utilizzare la sua influenza politica per rilanciare X (ad esempio riportando sulla piattaforma figure e pubblico vicini all’amministrazione Trump, con benefici in termini di traffico e coinvolgimento), e questo appare ormai evidente.
Le prossime mosse di Musk – sia sul palco politico che su quello dei social media – saranno determinanti per capire se i grandi brand continueranno a investire su X con convinzione o se rimarranno sulla soglia, pronti a correggere il tiro al primo segnale di incertezza.
[L’immagine di copertina è stata realizzata da Franz Russo usando il modello di IA generativa Grok 3]
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