Categoria: Intelligenza Artificiale

In questa categoria troverete articoli su Intelligenza Artificiale e Machine Learning, soprattutto su come queste tecnologie stanno evolvendosi, con esempi concreti

  • I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni

    I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni

    Dopo oltre tre anni, il documento S-1 di SpaceX restituisce i numeri ufficiali di X. La pubblicità è a 1,8 miliardi nel 2025, contro i 4,51 di Twitter nel 2021. Gli utenti complessivi sono 550 milioni ma solo 4,4 milioni sono quelli abbonati.

    Da quando Elon Musk ha acquisito Twitter, poi trasformata in X, nell’ottobre del 2022 non si è più saputo nulla dei numeri ufficiali della piattaforma. Questo perché il proprietario di SpaceX, la società che presto sarà quotata in borsa e che ingloba tutte le realtà di Musk,la prima cosa che fece fu il delisting del titolo Twitter da Wall Street. Un’azione che determinò lo status dell’azienda a privata, rendendo difficile, se non impossibile, la diffusione di numeri ufficiali.

    Ma ora, strano davvero a dirsi, come anticipato prima, SpaceX sta per preparare la sua IPO sulla base di una realtà aziendale da 1,25 trilioni di dollari e fervono i preparativi, così come serve predisporre la documentazione sullo stato dell’arte di SpaceX.

    E uno dei documenti è il famoso S-1, il documento di registrazione fondamentale che le società devono depositare presso la SEC (Securities and Exchange Commission) prima di quotarsi su una borsa di Wall Street (come NYSE o NASDAQ), ci offre la possibilità, dopo oltre 3 anni, di accedere a dei dati ufficiali, finalmente.

    Diciamolo subito, i numeri che emergono raccontano una storia molto diversa da quella che il proprietario di X ha lasciato circolare in questi anni.

    Perché sono i razzi di SpaceX a svelare i conti di X

    Per capire come ci siamo arrivati, conviene seguire un percorso societario che ha dell’incredibile. In realtà l’ho accennato in apertura, ma vale pur sempre la pena ritornarci in maniera più chiara.

    Twitter diventa X dopo l’acquisizione di Musk e a marzo del 2025 viene assorbita dentro xAI, la società di intelligenza artificiale che sviluppa Grok. A febbraio del 2026 la stessa xAI viene acquisita da SpaceX, l’azienda dei razzi e dei satelliti Starlink.

    La piattaforma social che conoscevamo è così diventata la controllata di una controllata, inserita dentro un gruppo costruito attorno a missioni spaziali e modelli linguistici.

    Il paradosso è proprio questo, perché è grazie alla decisione di SpaceX di quotarsi in Borsa che i conti di X tornano alla luce.

    Il documento S-1 contiene tutto quello che X aveva smesso di dire dal 2022, dai ricavi alle perdite, dagli utenti ai rischi. La trasparenza, diciamolo chiaramente, non nasce da una scelta di apertura, ma arriva come effetto collaterale dell’ambizione di Musk di portare SpaceX davanti agli investitori.

    I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni
    I numeri che ci restituiscono la realtà di X, dopo tre anni

    La pubblicità di X vale meno della metà di quando era Twitter

    Il dato che più interessa è anche quello che racconta meglio cosa è successo nel corso di questi anni.

    Nel 2021, ultimo anno pieno da società quotata, Twitter incassava 4,51 miliardi di dollari di pubblicità, secondo il modulo 10-K depositato all’epoca. Era il cuore del suo modello di business, la voce che teneva in piedi l’intera azienda.

    Poi è arrivato il boicottaggio degli inserzionisti, perché le scelte di Musk sulla moderazione dei contenuti, il ritorno di profili prima banditi e il declassamento del sistema delle spunte blu hanno spinto molti marchi a sospendere gli investimenti. La traiettoria, da lì, è stata una lunga discesa.

    Secondo i numeri diffusi, la pubblicità di X si è attestata a 1,8 miliardi di dollari nel 2025, in calo di circa 100 milioni rispetto all’anno precedente. Vale a dire appena il 39,9% di quello che valeva la pubblicità di Twitter prima dell’arrivo di Musk.

    Più della metà del fatturato pubblicitario si è dunque volatilizzata, e per capirlo basta un confronto semplice.

    Su ogni dieci euro che gli inserzionisti spendevano su Twitter nel 2021, oggi a X ne restano meno di quattro. Musk insiste, ed è giusto ricordarlo, sul fatto che nel 2025 quel dato è tornato a salire per la prima volta dall’acquisizione. Resta però una risalita minima, che lascia la piattaforma a meno della metà del punto di partenza.

    Il numero esatto, in realtà, non esiste

    Quel valore di 1,8 miliardi, per quanto possa sembrare solido, non compare nel documento S-1 come una riga di bilancio chiara e isolata. È una cifra che gli analisti hanno dovuto ricostruire, come ha mostrato l’analisi dettagliata di Digital Applied, leggendo le variazioni anno su anno e interpretando il modo in cui SpaceX ha scelto di raggruppare i propri ricavi.

    Il modulo depositato, infatti, non tratta più la pubblicità di X come una voce autonoma. Ma la annega dentro quello che chiama “segmento AI”, vale a dire un unico contenitore in cui finiscono insieme le entrate pubblicitarie della piattaforma, gli abbonamenti, i ricavi di Grok, la concessione in licenza dei dati e la vendita di capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale. Tutto insieme.

    Il risultato è che lo stesso numero, per lo stesso anno, viene riportato da fonti diverse con valori che spesso si discostano. Ma il valore su cui converge la maggior parte delle letture è 1,8 miliardi di dollari.

    In teoria, un documento depositato presso l’autorità di vigilanza sui mercati dovrebbe mettere fine alle stime. In pratica, a documento depositato, circolano ancora tre cifre diverse per la stessa voce. E servono gli analisti a stabilire quale significhi cosa.

    Quando l’opacità è la scelta di chi possiede la piattaforma

    La vicenda si lega così a una dinamica che da tempo seguo su questo blog, quella che chiamo l’algoritmo del proprietario. È la pratica per cui le scelte di una piattaforma servono in primo luogo gli interessi di chi la possiede, e solo in secondo luogo quelli di chi la usa o la osserva da fuori.

    Di solito la applico al funzionamento degli algoritmi di raccomandazione, ma la stessa logica vale, identica, anche per i numeri.

    Togliere Twitter dalla Borsa, nel 2022, è stata la prima mossa di questa logica applicata alla trasparenza. Sottrarre i conti alla osservazione e all’analisi pubblica significa decidere da soli cosa il mondo può sapere di una piattaforma usata ogni giorno da centinaia di milioni di persone.

    E oggi, anche con un documento ufficiale sul tavolo, la pubblicità di X resta annegata in un segmento che mescola tutto. Così il dato più scomodo, quello sulla parte pubblicitaria pura, non è mai leggibile in maniera chiara.

    Gli abbonamenti che dovevano salvare tutto

    Quando comprò Twitter, una parte importante del piano di Musk consisteva nel ridurre il peso della pubblicità a favore degli abbonamenti. L’idea era trasformare gli utenti in clienti paganti, attraverso X Premium e i suoi vari livelli. I numeri del documento permettono finalmente di capire come è andata.

    X e Grok contano insieme circa 6,3 milioni di abbonati paganti. Di questi, all’incirca 4,4 milioni sono iscritti a X Premium e Premium+, mentre i restanti 1,9 milioni circa pagano per i vari livelli di SuperGrok.

    Sono i 4,4 milioni di abbonati a X, rapportati ai 550 milioni di utenti attivi della piattaforma, a raccontare quanto pesi oggi questo modello, perché restano sotto l’1% del totale.

    Significa che su cento persone che usano X meno di una paga per farlo. I ricavi da abbonamenti crescono, di 365 milioni di dollari nel 2025 secondo il documento, ma partono da una base ancora troppo piccola per colmare la voragine lasciata dalla pubblicità.

    Quanti sono davvero gli utenti di X

    Un altro dato merita attenzione, perché per anni è stato terreno di stime gonfiate. Il documento dichiara 550 milioni di utenti attivi mensili a marzo del 2026, una cifra più bassa di diverse stime circolate negli anni, comprese alcune dichiarazioni dello stesso Musk. Ancora più significativo è però il dato sui contenuti, perché gli utenti producono oggi circa 350 milioni di post al giorno, in calo rispetto ai 500 milioni che venivano dichiarati nel 2023.

    Meno utenti del previsto, meno contenuti prodotti e una pubblicità a meno della metà del suo valore storico. Eppure il documento racconta anche la parte in cui Musk continua a guardare avanti.

    SpaceX scrive di voler far crescere i ricavi di X aumentando il coinvolgimento degli utenti, spingendo la conversione verso gli abbonamenti a pagamento e allargando la base degli inserzionisti.

    La macchina di Grok che produce immagini a ritmo industriale

    C’è poi Grok, il modello di intelligenza artificiale che è ormai il vero motore di questa galassia societaria.

    Il documento rivela un dato che dà la misura di cosa significhi gestire un sistema del genere. Il generatore di immagini e video chiamato Imagine ha prodotto, nel primo trimestre del 2026, circa 10 miliardi di immagini e oltre 2 miliardi di video al mese.

    Sono volumi difficili persino da immaginare.

    Il documento stesso, nella sezione dedicata ai rischi, ammette che alcune modalità di Grok possono produrre contenuti più espliciti, deepfake non consensuali e materiale capace di esporre la società a contenziosi e all’attenzione delle autorità. Così la stessa macchina che dovrebbe sostenere il futuro economico di X è anche la fonte dei suoi rischi più seri.

    La pubblicità langue, gli abbonamenti crescono lentamente e il motore su cui si punta per il rilancio è proprio quello che genera le problematiche più gravi.

    Cosa ci dicono questi dati

    Quello che il documento S-1 ci consegna non è soltanto una fotografia dei conti di X dopo tre anni di buio. È la conferma di una cosa che possiamo finalmente dire con i numeri in mano.

    Rendere privata una piattaforma usata ogni giorno da centinaia di milioni di persone non obbliga a tenerne i conti al buio. Una società che esce dalla Borsa non ha più il dovere di pubblicare i propri dati, ma resta libera di farlo, e molte scelgono comunque la trasparenza.

    Musk ha scelto il contrario e per tre anni di X abbiamo saputo soltanto quello che il suo proprietario decideva di raccontare.

    E adesso che una finestra si apre, scopriamo che questa apertura è solo in parte.

    I conti di X tornano visibili per vendere SpaceX agli investitori, non perché qualcuno abbia deciso che il pubblico ha diritto di vederli.

    La pubblicità resta nascosta dentro un segmento che mette insieme tutto, gli utenti sono meno di quanto si diceva e il numero che più conta nessuno lo trova scritto nero su bianco.

    La vera domanda, semmai, riguarda il momento in cui SpaceX sarà quotata e X tornerà a far parte di una società pubblica. È lì che si capirà se quei conti diventeranno finalmente leggibili come dovrebbero, oppure se l’opacità avrà trovato il modo di sopravvivere anche dentro le regole della Borsa.

  • Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    Il processo Musk-Altman si è chiuso per prescrizione. La giuria non è entrata nel merito e OpenAI vince in aula. Ma a perdere davvero è l’intelligenza artificiale, che esce dal processo con la sua innocenza ormai compromessa.

    Il caso Musk contro Sam Altman, e quindi contro OpenAI, segna un passaggio storico nell’era della Intelligenza Artificiale Generativa. Senza voler apparire esagerati, la portata del processo che si è concluso il 18 maggio scorso e che ha decretato la sconfitta di Musk, seppur formale per aver presentato le sue accuse fuori tempo massimo, è a tutti gli effetti storica.

    Come già sottolineato, questo processo nei fatti non definisce la sconfitta di Musk nel merito delle accuse, che pure la giudice Gonzalez Rogers aveva inizialmente accolto. Il pronunciamento della giuria, con valore consultivo e poi approvato pienamente dalla giudice, non tocca la vera questione su chi vince e su chi perde davvero.

    Il pronunciamento finale non dice chiaramente che Musk ha perso perché aveva torto, non dice che il modello OpenAI sia il migliore e non dice nemmeno che Sam Altman si sia dimostrato adeguato alla guida di OpenAI. E non dice nemmeno che è consentito ad un’associazione nata senza scopo di lucro diventare e trasformarsi col tempo in un’azienda con scopo di lucro del valore, ad oggi, di 850 miliardi di dollari con una IPO imminente.

    Su tutte queste grandi questioni non c’è un pronunciamento netto. Ragion per cui è lecito pensare che non tutti hanno perso per davvero e che non tutti hanno vinto per davvero.

    Sappiamo però che c’è chi ha perso qualcosa, qualcosa di davvero importante. Ed è proprio l’Intelligenza Artificiale che, a conti fatti in maniera parziale, ha perso un po’ la sua innocenza.

    Come già raccontato, si discuteva del modello societario su cui oggi si reggono i grandi laboratori di intelligenza artificiale, della possibilità che una organizzazione fondata come non profit possa convertirsi in qualcosa di molto diverso senza pagarne le conseguenze, e di quanta libertà avessero davvero i procuratori statali nel benedire una operazione di questa portata. Quella domanda è rimasta sospesa, e il modo in cui è rimasta sospesa è, in effetti, una parte importante del problema.

    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza
    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    La prescrizione chiude il caso, ma il problema resta

    Il punto decisivo del verdetto è proprio questo. La giuria di Oakland non è entrata nel merito delle accuse mosse da Musk. Non ha stabilito se Altman e Brockman abbiano violato un vincolo fondativo. Non ha stabilito se OpenAI abbia smarrito la sua missione. Non ha stabilito se Microsoft abbia avuto un ruolo improprio nella trasformazione della società. Ma ha solo stabilito che Musk avrebbe dovuto agire prima.

    Secondo la ricostruzione emersa nel processo, Musk era già a conoscenza dei fatti contestati a partire dal 2021, ma ha presentato la causa solo nel 2024. Per questo motivo, le accuse legate alla violazione del vincolo non profit e all’arricchimento ingiustificato sono state considerate fuori tempo massimo.

    OpenAI ha vinto, ma ha vinto su un terreno procedurale. Una situazione che permette di separare due livelli che spesso vengono confusi: il livello della sentenza e il livello della questione industriale. Sul primo, Musk esce sconfitto senza appello; sul secondo, la discussione resta completamente aperta.

    OpenAI vince ma soltanto in aula

    La vittoria giudiziaria di OpenAI è stata netta. Nove giurati all’unanimità, meno di novanta minuti di deliberazione, la giudice Gonzalez Rogers che accetta il verdetto consultivo come proprio e archivia il caso. Una rapidità che, da sola, fa capire quanto solida fosse la linea difensiva sui termini della prescrizione.

    Sul piano finanziario gli effetti per OpenAI saranno evidenti. La quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026, con una valutazione obiettivo intorno al trilione di dollari, ha guadagnato ulteriore terreno.

    Si potrebbe dire che questa sentenza rassicura gli investitori e l’intero settore dell’IA, perché evita un esito potenzialmente caotico che avrebbe potuto mettere in discussione la struttura commerciale di OpenAI, la partnership con Microsoft e i futuri piani di raccolta capitali.

    Vince, dunque, l’idea che l’intelligenza artificiale generativa, per crescere nella forma in cui oggi la conosciamo, non possa più vivere dentro la cornice simbolica della piccola organizzazione votata al bene comune. Ma che ad un certo punto del suo sviluppo ha bisogno di una struttura molto più vicina a quella delle grandi aziende tecnologiche globali.

    Ma, una cosa è la vittoria in aula, un’altra è la vittoria fuori dall’aula ed è qui che le cose potrebbero prendere una piega diversa.

    I dati del processo resteranno per sempre

    Nonostante la sua vittoria in tribunale, OpenAI si porta dietro le peggiori prove documentali sulla propria governance, che resteranno di dominio pubblico.

    Ogni investitore istituzionale che legge la trascrizione del processo trarrà le sue considerazioni sulla credibilità su Altman prima di comprare.

    Vediamo cosa è entrato nel dominio pubblico in queste tre settimane. Le email del 2017 in cui dirigenti di OpenAI esprimevano la preoccupazione che Musk «potesse diventare un dittatore» se gli avessero dato il controllo dell’azienda. Le proposte dello stesso Musk di assorbire OpenAI dentro Tesla.

    I diari personali di Greg Brockman che parlavano della struttura non profit come di «una bugia». Il memo da 52 pagine di Ilya Sutskever, cofondatore di OpenAI, in cui si descriveva Altman come una figura che metteva i propri dirigenti l’uno contro l’altro e mostrava «un costante schema di menzogne».

    I messaggi che Altman inviò durante il suo allontanamento del novembre 2023, in cui supplicava ripetutamente di poter partecipare alle riunioni del consiglio e veniva rifiutato. La conferma, finalmente in atti ufficiali, che OpenAI considerò in quei giorni concitati una possibile fusione con Anthropic. E poi gli scambi tra Musk e Mark Zuckerberg sulla possibilità di comprare OpenAI insieme.

    Sono materiali che la giuria non ha mai dovuto pesare nel merito, perché si è fermata alla questione dei termini. Però esistono, sono consultabili, e accompagneranno qualunque conversazione futura sui prossimi passi di OpenAI.

    Musk alla fine è il vero perdente, ma non del tutto

    Elon Musk esce sconfitto dal processo e questo va detto senza giri di parole. La sua causa viene respinta, le sue richieste cadono, la sua ricostruzione non arriva nemmeno al giudizio di merito. E, secondo le prime analisi, il verdetto rende molto difficile immaginare una riapertura sostanziale del caso, anche se i suoi legali, e lui stesso su X, hanno annunciato la volontà di ricorrere in appello.

    A pochi minuti dal verdetto, sul suo profilo X, Musk ha scritto: «Altman e Brockman si sono effettivamente arricchiti rubando una organizzazione di beneficenza. L’unica domanda è QUANDO l’hanno fatto!». Poco dopo ha aggiunto che «la giuria e la giudice non si sono mai espressi sul merito del caso, solo su una tecnicalità di calendario». E in un terzo post: «farò appello presso il Nono Circuito, perché creare un precedente per saccheggiare le organizzazioni di beneficenza è incredibilmente distruttivo per la cultura della donazione in America».

    C’è un quarto post, poi cancellato, in cui Musk se la prendeva direttamente con la giudice, definendola «terribile giudice attivista di Oakland» che avrebbe usato la giuria come «foglia di fico».

    Quello che emerge è una strategia precisa. Musk ha perso, ma sta provando a riscrivere la sconfitta come una mezza vittoria morale, costruita sulla distinzione tra prescrizione e merito. Aggiungiamoci che, come hanno notato diverse cronache, Musk non era nemmeno presente in aula al momento della lettura del verdetto. Aveva lasciato Oakland giovedì 14 maggio per accompagnare il presidente Trump in Cina.

    Ma sarebbe altrettanto superficiale sostenere che, con la sconfitta di Musk, cada anche la domanda che la causa aveva sollevato. Quella domanda, come abbiamo visto, resta intatta nonostante il verdetto.

    Riguarda il rapporto tra missione dichiarata e proprietà reale. Riguarda la distanza tra il linguaggio con cui molti laboratori di IA si sono presentati al mondo e il modo in cui oggi competono tra loro.

    Musk, naturalmente, non può essere raccontato come un osservatore esterno o disinteressato. È il fondatore di xAI, è un concorrente diretto di OpenAI, è uno degli attori più potenti della stessa industria che a sua volta critica. Ma proprio questa ambiguità rende la vicenda più significativa.

    Non siamo davanti allo scontro tra chi difende il bene comune e chi lo tradisce. Siamo davanti a uno scontro interno al potere tecnologico. Due visioni, due ambizioni, due strategie industriali che si contendono una parte decisiva del futuro della IA.

    Altman e il suo silenzio “strategico”

    Sul fronte opposto, Altman ha scelto una strada completamente diversa. Poco meno di un’ora dopo il verdetto, l’amministratore delegato di OpenAI è tornato su X a postare di ChatGPT, della nuova versione del modello, senza una sola menzione del processo. Né esultanze, né commenti, né rivendicazioni. Soltanto silenzio sul caso, e ritorno alla normalità.

    È una scelta che si commenta da sola. Una vittoria così netta avrebbe potuto essere celebrata pubblicamente, e invece è stata gestita lasciando parlare gli avvocati. William Savitt, avvocato principale di OpenAI, fuori dall’aula ha detto: «la decisione conferma che questa causa era un tentativo ipocrita di sabotare un concorrente». Altman, da parte sua, è rimasto sul terreno che gli compete, quello del prodotto ChatGPT e della sua crescita.

    Ma la vittoria giudiziaria non coincide con una piena ricostruzione della fiducia.

    Durante le udienze, come ricordato poco fa, sono riemerse tensioni interne, accuse sulla sua affidabilità e ricostruzioni che richiamano il clima già visto nel 2023, quando il consiglio di amministrazione di OpenAI decise di rimuoverlo temporaneamente prima del suo ritorno alla guida dell’azienda.

    Altman non viene indebolito sul piano del potere, anzi il verdetto rafforza la sua posizione. Ma viene esposto ancora una volta sul piano della fiducia, in una industria che chiede continuamente fiducia.

    La IA non è più una promessa, è un’infrastruttura di potere

    Il processo Musk contro Altman non racconta solo una lite tra miliardari. Racconta il passaggio definitivo della IA generativa da promessa tecnologica a infrastruttura di potere.

    All’inizio, OpenAI era stata raccontata come una risposta al rischio che l’intelligenza artificiale avanzata finisse nelle mani di pochi attori privati. La missione era costruire sistemi utili all’umanità, evitando che il controllo si concentrasse in modo eccessivo.

    Oggi, invece, OpenAI è al centro di una delle più grandi operazioni industriali del settore tecnologico globale, sostenuta da Microsoft e proiettata verso una valutazione enorme. Questo non significa che ogni trasformazione sia illegittima. Significa però che il linguaggio originario è cambiato radicalmente.

    Non basta dire «beneficio per l’umanità» quando la competizione si gioca su capitali immensi, infrastrutture cloud, chip, dati, energia, alleanze geopolitiche e accesso ai mercati.

    Non basta richiamare la missione quando la struttura economica spinge nella direzione opposta, o quantomeno in una direzione molto più complessa.

    La IA per come l’abbiamo conosciuta in questi anni esce da questo processo con una veste che di fatto ricorda molto il passato. Sembra un paradosso ma è così.

    In aggiunta come contesto, la fiducia degli americani nell’intelligenza artificiale è in caduta, secondo i sondaggi più recenti. L’approvazione pubblica dell’IA è oggi inferiore a quella di temi come la guerra in Iran e le politiche dell’ICE. Vuol dire che il pubblico non è più disposto a fidarsi della retorica delle missioni in nome dell’umanità, almeno non in maniera automatica.

    La rivoluzione della IA e le dinamiche di potere

    Ci eravamo abituati a pensare alla IA come a un settore diverso da quelli del passato. Un settore guidato da menti scientifiche, da ricercatori che provenivano dalle università, da imprenditori che parlavano di missione e di umanità prima che di mercato.

    Ce lo siamo raccontati così, e con noi se lo erano raccontati gli stessi protagonisti. Il processo di Oakland però ha mostrato che la realtà è un’altra.

    La realtà è che dentro questo settore si combattono le stesse battaglie del capitalismo industriale di ogni epoca. Diatribe personali, invidie, accuse, ricatti, processi miliardari, alleanze che si stringono e si spezzano. I dirigenti che si descrivono nei diari come «possibili dittatori». I cofondatori che scrivono memo da 52 pagine contro l’amministratore delegato. Le proposte di fusione tenute segrete, le società parallele costituite in Delaware, gli avvocati che si scontrano in aula sulle versioni della verità di chi sta in cima.

    Sono soldi, e tanti soldi, in misura tale da far impallidire i petrolieri degli anni Settanta. OpenAI viaggia verso una quotazione da un trilione di dollari.

    xAI è stata assorbita da SpaceX in un’operazione che ha portato la valutazione combinata intorno al trilione e mezzo. Microsoft, durante il processo, ha dichiarato di aver investito oltre 100 miliardi di dollari nella propria partnership con OpenAI. Anthropic vale intorno ai 350 miliardi.

    Sono cifre che, fino a pochi anni fa, sarebbero state considerate fuori scala anche per il settore tecnologico più aggressivo.

    La rivoluzione, certo, cambierà tutto. Cambierà il modo di lavorare, di studiare, di informarsi, di scrivere, di prendere decisioni, di curare le persone, di amministrare i territori.

    Questo è un dato di fatto che non cambia con il verdetto di Oakland. Le dinamiche di potere che decidono come questa rivoluzione si svilupperà, però, e a beneficio di chi, sono rimaste identiche. Anzi, sono diventate più estreme. Mai prima nella storia industriale il controllo di una tecnologia trasformativa era stato concentrato in così poche mani.

    E forse è proprio questa la cosa che dovrebbe preoccuparci di più. Non la disputa tra Musk e Altman in quanto tale, ma il fatto che persone così ricche, così potenti, così legate ai vertici dei governi globali, abbiano in mano il futuro di una tecnologia che entrerà in ogni dimensione della vita collettiva, e lo usino, almeno in parte, per farsi la guerra tra loro.

    In mezzo c’è il futuro del mondo, in un momento in cui il mondo, attorno, sembra andare a rotoli. Guerre, instabilità geopolitica, fiducia democratica in caduta, sistemi educativi che faticano a stare al passo, mercati del lavoro che cambiano più velocemente di quanto la politica sappia gestire.

    Mentre tutto questo accade, una manciata di amministratori delegati decide quale modello di linguaggio addestrare, con quali dati, con quali vincoli di sicurezza, con quali finalità commerciali. Decide se aprire o chiudere l’accesso a determinati strumenti. Decide quali governi possono usare quali sistemi, in quali contesti militari, con quali termini contrattuali, il tutto ormai fuori da qualunque controllo democratico effettivo.

    Ecco, in un momento in cui questo processo viene celebrato come un punto di chiarezza, occorre invece mettere in fila le cose come stanno. Almeno in questo articolo ci ho provato.

    Non si tratta di rivedere il proprio giudizio sulla IA, che resta sempre una enorme opportunità per tutti, se affrontata con grande senso di responsabilità e consapevolezza dei rischi che si corrono.

    Ma resta il grande sapore amaro in bocca per il fatto che tutta questa novità, nei fatti, non ha cambiato davvero nulla.

  • Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Meta lancia Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI. I messaggi non vengono salvati sui server, scompaiono alla chiusura della sessione e non possono essere letti né da Meta né da WhatsApp.

    L’annuncio è stato dato da Mark Zucherberg sulle sue piattaforme, presentando la nuova funzionalità come il primo importante prodotto di IA senza registro delle conversazioni e come tassello centrale della concetto, a lui molto caro, di superintelligenza personale.

    Non si tratta solo una nuova funzione di WhatsApp e dell’app Meta AI. Ma è il modo con cui Meta prova a rispondere a una delle obiezioni più frequenti che le persone fanno quando si parla di assistenti basati sull’intelligenza artificiale.

    E cioè: cosa succede a quello che racconto a questi sistemi? Chi può leggerlo? Per quanto tempo resta archiviato da qualche parte?

    La risposta arriva sotto forma di una nuova modalità di conversazione che Meta chiama “Incognito Chat” con Meta AI. Sarebbero quindi delle vere chat in incognito con la IA.

    Come detto in apertura, l’annuncio di oggi un tassello che si inserisce dentro la strategia della superintelligenza personale di Meta, quella visione di un assistente che ci conosce a fondo che si ricollega proprio a Muse Spark lanciato lo scorso aprile. E proprio in quel disegno questa novità trova il suo posto.

    Le chat in incognito con la IA e le parole di Zuckerberg

    «Oggi iniziamo a implementare Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI: un modo completamente privato per interagire con l’IA, in modo simile a come la crittografia end-to-end impedisce a chiunque, persino a Meta o WhatsApp, di leggere le tue conversazioni. Questo è il primo importante prodotto di IA in cui non viene memorizzato alcun registro delle conversazioni sui server».

    Due i punti su cui soffermarsi in relazione alle parole di Zuckerberg.

    Il primo è il paragone diretto con la crittografia end-to-end, quella tecnologia che da anni protegge i messaggi tra persone su WhatsApp. Il secondo è la promessa che sui server di Meta non resta alcun registro delle conversazioni.

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l'intelligenza artificiale

    È una dichiarazione netta, soprattutto se confrontata con quello che succede oggi con la maggior parte degli assistenti AI, dove le conversazioni restano archiviate per mesi e in molti casi vengono usate anche per migliorare i modelli.

    E Zuckerberg insiste proprio su questo confronto:

    «Le conversazioni sul tuo telefono scompaiono anche quando esci dalla sessione. Questo è diverso da altri prodotti di IA a scomparsa, in cui i registri delle conversazioni spesso rimangono sui server di altre aziende per molti mesi».

    La superintelligenza personale e lo spazio privato

    «Per ottenere il massimo dalla superintelligenza personale, avremo tutti bisogno di modi per discutere di argomenti sensibili in modo che nessun altro possa accedervi. Sono orgoglioso che MSL sia il primo laboratorio a fornire un’IA privata».

    La superintelligenza personale, nella visione che Zuckerberg ha pubblicato a luglio 2025 con il post Personal Superintelligence for Everyone, non è un sistema che automatizza il lavoro umano. È un compagno che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi e prova ad aiutarci a raggiungerli.

    Come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, questa visione si appoggia su un vantaggio strutturale che nessun concorrente può replicare: 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta.

    Ma un assistente che ci conosce profondamente ha senso solo se può sentirsi raccontare cose che a chiunque altro non racconteremmo. Salute, soldi, lavoro, relazioni. E qui il problema diventa scomodo. Più l’assistente sa di noi, più diventa utile, ma anche più diventa rischioso che quei dati possano essere visti da qualcun altro.

    Incognito Chat- la modalità di chat in incognito con la IA – è la risposta di Meta a questo cortocircuito: uno spazio in cui parlare con l’IA, anche di temi sensibili, sapendo che la conversazione, una volta abbandonata, si chiude lì.

    Come funziona il Trusted Execution Environment

    «Incognito Chat gestisce tutte le inferenze dell’IA in un ambiente di esecuzione affidabile (Trusted Execution Environment) che garantisce che i tuoi messaggi non siano accessibili a noi».

    Proviamo a tradurlo in maniera semplice. Quando l’utente scrive un messaggio in modalità incognito, quel messaggio viaggia cifrato fino a un ambiente isolato dentro il cloud. Un ambiente che funziona dentro processori specializzati di AMD e NVIDIA progettati apposta per essere inaccessibili anche da chi gestisce i server.

    L’intelligenza artificiale elabora la richiesta dentro questa specie di stanza chiusa, genera la risposta, e poi tutto viene cancellato. Niente registri, niente copie di backup, niente accesso da parte di operatori umani.

    È la tecnologia che Meta chiama Private Processing, presentata per la prima volta a LlamaCon nell’aprile del 2025 e poi aggiornata a marzo del 2026. Su WhatsApp era già usata per funzioni più semplici, come i riassunti automatici delle conversazioni. Oggi alimenta una vera modalità privata di conversazione con l’assistente.

    Cosa si può fare e cosa no nella modalità di cha in incognito con la IA

    La funzione si attiverà su WhatsApp con una nuova icona dedicata nella chat uno a uno con Meta AI. E arriverà nei prossimi mesi anche sull’app standalone Meta AI, quella che si scarica separatamente. Quindi non riguarda solo WhatsApp, ma il rollout parte da lì.

    Ci sono però alcuni limiti pratici da conoscere. In modalità incognito si può solo scrivere e ricevere risposte di testo. Non si possono caricare immagini, non si possono generare immagini, non si possono fare conversazioni vocali.

    La sessione si chiude da sola anche bloccando il telefono o uscendo dall’app, e l’assistente perde il contesto di quello che è stato detto. Inoltre Meta chiede di confermare l’età, perché i minori di 13 anni non sono ammessi sulle sue piattaforme. E come nella modalità standard restano attivi i filtri di sicurezza che impediscono all’assistente di rispondere su temi pericolosi.

    Un rollout graduale e tutto da osservare in UE

    Sulla disponibilità è bene essere precisi. Meta dichiara apertamente che il rilascio è graduale e che la disponibilità varia in base all’account e alla regione geografica. Al lancio alcuni Paesi sono esclusi, come l’India.

    Per quanto riguarda l’Unione Europea, al momento non c’è una conferma esplicita di esclusione dal lancio iniziale, ma sappiamo bene che Meta procede sempre con maggiore cautela qui in UE, per via del quadro normativo del GDPR e del DSA. Resta da vedere in quali Paesi UE la funzione comparirà nelle WhatsApp degli utenti nelle prossime settimane.

    Da ricordare che la nuova funzionalità non si attiva tutta insieme per tutti, ma viene distribuita progressivamente. Anche dentro lo stesso Paese, alcune persone la vedranno prima di altre.

    I nuovi progetti attorno a Meta AI

    Incognito Chat arriva dentro una stagione di annunci di Meta sull’intelligenza artificiale che sta caratterizzando proprio queste settimane.

    A inizio aprile, come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, Meta ha lanciato il primo modello sviluppato dal nuovo Meta Superintelligence Labs guidato da Alexandr Wang. Ed è proprio quel laboratorio, MSL, che Zuckerberg cita nel suo post come il primo a fornire un’IA privata.

    A questo si è aggiunto un altro fronte, quello dedicato ai più giovani. Lo scorso 23 aprile Meta ha annunciato nuovi strumenti per i genitori, che adesso possono vedere su Facebook, Messenger e Instagram i temi generali di cui i loro figli adolescenti hanno parlato con Meta AI nell’ultima settimana. La funzionalità è già attiva anche in Italia.

    E il 5 maggio Meta ha annunciato l’espansione delle protezioni Teen Account su Instagram nei 27 Paesi dell’Unione Europea e in Brasile, con un sistema di intelligenza artificiale che individua automaticamente gli utenti che potrebbero essere minorenni.

    Meta ha già anticipato che dopo Incognito Chat arriverà Side Chat con Meta AI, una funzione che permetterà di rivolgersi all’assistente direttamente all’interno delle conversazioni private con altre persone, senza che gli altri partecipanti vedano la richiesta. Anche questa basata sull’infrastruttura di Private Processing.

    Cosa resta da capire

    Alla fine possiamo dire che questa funzionalità di Incognito Chat Meta proverà a costruire le condizioni per la sua superintelligenza personale. Senza uno spazio davvero privato, l’assistente che ci conosce profondamente resta una promessa difficile da mantenere. E a queste condizioni, così come le abbiamo viste qui, la promessa prova a diventare prodotto.

    Staremo a vedere come si svilupperà nelle prossime settimane, come sempre.

  • AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l’IA

    AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l’IA

    Parlamento UE e Consiglio raggiungono l’intesa sull’AI Omnibus, il pacchetto di semplificazione dell’AI Act proposto dalla Commissione UE. Rinviati gli obblighi normativi e si introduce nell’articolo 5 dell’AI Act il divieto di utilizzare app di IA che generano immagini di nudo.

    Parlamento UE e Consiglio raggiungono l’intesa sull’AI Omnibus, il pacchetto di semplificazione dell’AI Act proposto dalla Commissione a novembre 2025. Entra nell’articolo 5 del regolamento un nuovo divieto esplicito: stop alle applicazioni di intelligenza artificiale che generano immagini intime non consensuali. Gli obblighi per i sistemi ad alto rischio slittano al 2 dicembre 2027 e al 2 agosto 2028.

    L’accordo politico raggiunto oggi tra Parlamento europeo e Consiglio sull’AI Omnibus rinvia gli obblighi sui sistemi ad alto rischio dell’AI Act al 2 dicembre 2027 e al 2 agosto 2028.

    È un compromesso che cambia il volto dell’AI Act, perché non si tratta solo di un rinvio tecnico. Si tratta di una operazione politica più ampia, che alleggerisce un pezzo del regolamento e ne irrigidisce un altro. Ma vediamo insieme di cosa si sta parlando.

    Il divieto di generare nudi con la IA entra nell’articolo 5 dell’AI Act

    La parte più importante di questo accordo è l’iscrizione, nell’articolo 5 dell’AI Act, di un nuovo divieto esplicito. Sono vietati i sistemi di intelligenza artificiale che alterano, manipolano o generano artificialmente immagini, video o audio realistici per rappresentare attività sessualmente esplicite o le parti intime di una persona identificabile, senza il suo consenso. Il divieto si estende anche alla generazione di materiale pedopornografico tramite intelligenza artificiale.

    L’articolo 5 dell’AI Act è la lista delle pratiche vietate, le più gravi, quelle sanzionate con le multe più alte previste dal regolamento. È lo stesso articolo che vieta il social scoring, le tecniche di manipolazione subliminale, lo sfruttamento delle vulnerabilità delle persone.

    L’inserimento dei deepfake intimi non consensuali in questa categoria riconosce a livello UE la natura di violazione dei diritti fondamentali di queste tecnologie.

    La spinta politica è arrivata dal Parlamento, in particolare dal gruppo Renew e dai correlatori Arba Kokalari del PPE e Michael McNamara di Renew. La proposta originaria della Commissione non prevedeva questo divieto.

    È stato il Parlamento a chiederlo e a ottenerlo, raccogliendo una pressione sociale concreta. Le cronache europee degli ultimi mesi raccontano un’emergenza diventata insostenibile: adolescenti vittime di deepfake intimi creati dai compagni di scuola, donne colpite da campagne di immagini sessualizzate generate artificialmente, materiale pedopornografico sintetico in circolazione sulle piattaforme.

    Le aziende avranno tempo fino al 2 dicembre 2026 per adeguarsi. La deroga prevista riguarda i provider e gli utilizzatori che avranno implementato misure di sicurezza efficaci per impedire la generazione di questo tipo di contenuti.

    È una clausola che lascia margine ai grandi modelli generativi che già investono in salvaguardie, ma che alza l’asticella per gli sviluppatori delle di app per generare immagini di nudo più diffuse, quelle che fino a oggi hanno operato in un vuoto regolatorio.

    AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l'IA
    AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l’IA

    AI Act e il rinvio degli obblighi sull’alto rischio

    L’altra parte sostanziale dell’accordo riguarda i tempi di applicazione delle regole sui sistemi ad alto rischio.

    Il Parlamento e il Consiglio hanno fissato due nuove date. I sistemi dell’Allegato III, quelli che operano in ambiti come biometria, infrastrutture critiche, istruzione, lavoro, servizi essenziali, forze dell’ordine, giustizia e gestione delle frontiere, dovranno conformarsi entro il 2 dicembre 2027.

    I sistemi dell’Allegato I, vale a dire quelli incorporati in prodotti già regolati da legislazione settoriale come dispositivi medici, macchinari industriali, giocattoli e automobili connesse, avranno tempo fino al 2 agosto 2028.

    In buona sostanza, il rinvio risponde a una necessità tecnica concreta. Gli standard tecnici armonizzati di CEN e CENELEC, gli enti europei che traducono i regolamenti UE in requisiti operativi, sono ancora in lavorazione. Le autorità nazionali stanno completando la designazione degli enti notificati. Le linee guida della Commissione richiedono ancora rifiniture.

    Applicare un regolamento complesso come l’AI Act senza questi strumenti pronti avrebbe significato un’attuazione incerta e diseguale tra Stati membri. Il rinvio dà al sistema europeo il tempo di costruire un’applicazione solida e uniforme.

    Watermark e AI literacy che resta obbligatoria

    Sulla trasparenza dei contenuti generati da IA, il Parlamento ha ottenuto una vittoria importante. La Commissione, nella proposta di novembre 2025, aveva chiesto sei mesi di periodo di grazia per gli obblighi di watermark, vale a dire l’obbligo per i provider di IA generativa di rendere riconoscibili come artificiali le immagini, i video, gli audio e i testi prodotti dai loro sistemi.

    Il Parlamento ha proposto e ottenuto la riduzione a tre mesi, con scadenza fissata al 2 dicembre 2026.

    È una scelta che rafforza la tutela dei cittadini contro la disinformazione e i contenuti sintetici non dichiarati. L’industria dell’IA generativa avrà appena quattro mesi dopo l’entrata in vigore generale per adeguare i propri sistemi. La trasparenza dei contenuti generati artificialmente è una priorità non negoziabile.

    Sull’AI literacy, l’obbligo per provider e utilizzatori di garantire una alfabetizzazione minima del personale resta in piedi. La Commissione voleva trasformarlo in raccomandazione, il Parlamento ha tenuto duro. Il pilastro educativo del regolamento è confermato, perché senza competenza diffusa nelle aziende non c’è applicazione possibile delle regole sull’IA.

    AI Act e il compromesso sul regolamento macchine

    Sul rapporto tra AI Act e legislazioni settoriali, il negoziato a tre tra Commissione, Parlamento e Consiglio UE ha trovato una soluzione equilibrata. Il regolamento sui macchinari è stato esentato dall’applicabilità diretta dell’AI Act, evitando le sovrapposizioni regolatorie che da mesi le associazioni industriali europee, Confindustria inclusa, segnalavano come problema concreto per la competitività delle imprese.

    Allo stesso tempo, la Commissione mantiene la possibilità di adottare atti delegati per aggiungere requisiti di salute e sicurezza ai sistemi di IA classificati come ad alto rischio. È una formula che protegge sia la coerenza del quadro regolatorio europeo sia la chiarezza operativa per chi quel quadro deve applicarlo.

    L’accordo introduce inoltre un nuovo obbligo per la Commissione: fornire orientamenti operativi per assistere gli operatori economici dei sistemi di IA ad alto rischio soggetti alla legislazione di armonizzazione settoriale. È una risposta diretta alla richiesta di chiarezza interpretativa che le imprese europee chiedono da tempo.

    I commenti da Bruxelles

    La macchina comunicativa europea si è messa in moto poche ore dopo l’intesa. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha affidato a un post su X la prima dichiarazione ufficiale, ringraziando le presidenti delle commissioni IMCO e LIBE, Anna Cavazzini e Javier Zarzalejos, e i correlatori Kokalari e McNamara. Il messaggio di Metsola è chiaro: «Semplificare e razionalizzare le leggi digitali facilita l’innovazione per le imprese riducendo la burocrazia superflua. È esattamente ciò che il pacchetto di semplificazione per l’Intelligenza Artificiale concordato nelle prime ore di questa mattina offre. Si tratta di un altro importante passo per rafforzare la competitività europea».

    La commissaria europea per la sovranità tecnologica, sicurezza e democrazia, Henna Virkkunen, ha rilanciato la stessa narrativa con un’angolazione diversa. Su X ha scritto: «Le nostre imprese e i nostri cittadini vogliono due cose dalle regole sull’IA. Vogliono essere in grado di innovare e sentirsi al sicuro. L’accordo di oggi sull’omnibus sull’IA fa entrambe le cose». La formula delle «due cose» racconta esattamente la natura dell’intesa: protezione dei cittadini, in particolare delle vittime dei deepfake, e tempo adeguato alle imprese per costruire una compliance solida.

    Come si è arrivati qui: la lunga marcia dell’AI Omnibus

    Il punto di partenza è il 19 novembre 2025, quando la Commissione presenta il Digital Omnibus, il pacchetto di semplificazione dei regolamenti digitali. La parte sull’AI viene scorporata e accelerata, perché incombe la scadenza del 2 agosto 2026, data in cui sarebbero entrati in vigore gli obblighi più pesanti dell’AI Act. La logica della Commissione è quella di adeguare le regole prima che diventino applicabili, per garantire un’applicazione efficace e ordinata.

    Il Consiglio adotta la sua posizione il 13 marzo 2026, allineandosi sostanzialmente alla Commissione. Il Parlamento arriva una settimana dopo, con un voto in commissione il 18 marzo e l’adozione in plenaria il 26 marzo. È in questa fase che il Parlamento aggiunge il divieto di usare la IA per generare nudi, raccogliendo la pressione sociale e politica sul tema dei deepfake non consensuali. L’aula approva la posizione con 569 voti favorevoli, 45 contrari e 23 astensioni, una maggioranza ampia che attraversa gli schieramenti.

    Il 28 aprile si arriva al primo confronto decisivo tra Commissione, Parlamento e Consiglio UE. Il negoziato si chiude senza accordo dopo dodici ore.

    Il punto critico era il perimetro dell’Allegato I e il rapporto con le legislazioni settoriali. Bruxelles convoca un altro negoziato a tre il 13 maggio, e in quella sede ricuce il compromesso con la formula degli atti delegati sul regolamento macchine.

    In questa occasione, il Parlamento ottiene il divieto sulle nudification app, le date fisse di applicazione e l’esenzione del regolamento macchine. La Commissione e il Consiglio preservano l’architettura orizzontale del regolamento e la possibilità di intervenire con atti delegati.

    AI Act e cosa cambia per aziende e i cittadini

    Per le aziende europee, questo accordo significa avere il tempo per prepararsi alla compliance, in particolare per chi opera con sistemi ad alto rischio in settori già regolati. Le scadenze del 2 dicembre 2027 e del 2 agosto 2028 sono date fisse, prevedibili, su cui pianificare investimenti e adeguamenti.

    Per i cittadini, e in particolare per le vittime dei deepfake non consensuali, questo è un passaggio importante.

    Il divieto di usare la IA per generare immagini di nudo entra nell’articolo 5 dell’AI Act ed è applicabile dal 2 dicembre 2026. È un riconoscimento europeo che la generazione non consensuale di immagini intime è una violazione dei diritti fondamentali, e che lo Stato e l’Unione hanno il dovere di intervenire.

    L’accordo politico ora deve diventare legge.

    A questo punto sono necessari il voto formale del Parlamento e l’adozione formale del Consiglio, che dovrebbero arrivare prima del 2 agosto 2026. Dal 30 giugno la presidenza del Consiglio passerà dall’attuale presidenza cipriota a quella irlandese.

    La partita europea sull’IA continua.

    Il Digital Networks Act è in arrivo, le revisioni del Data Act sono in corso, il dibattito sull’AI Office come supervisore unico per i grandi modelli generativi sta entrando nel vivo. Bruxelles sta costruendo un’architettura digitale che tiene insieme regole, mercato e diritti.

    In questo contesto, l’AI Omnibus è un pezzo importante di quella architettura.

  • Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Il primo trimestre 2026 per Meta si chiude con ricavi a 56,31 miliardi di dollari, ma per la prima volta gli utenti giornalieri delle sue app calano. E intanto gli investimenti sull’IA salgono a 145 miliardi e si profila il rischio delle cause sui minori.

    Per la prima volta da quando Meta misura i suoi utenti con la metrica dei Daily Active People, il numero delle persone che usano ogni giorno almeno una delle sue app è sceso. Non è un crollo, diciamolo subito, però è un dato che va registrato.

    Si tratta di un passaggio da 3,58 miliardi di utenti giornalieri nel quarto trimestre 2025 a 3,56 miliardi nel primo trimestre 2026. È una soglia simbolica e cade nel momento in cui Mark Zuckerberg sta chiedendo agli azionisti di sottoscrivere il più grande investimento infrastrutturale nella storia dell’azienda.

    La trimestrale del primo trimestre 2026 è costruita interamente intorno a una promessa. E questa promessa si chiama superintelligenza personale, e dovrebbe raggiungere, parole testuali di Zuckerberg, “miliardi di persone”.

    Attorno a questa promessa, però, si muovono numeri che raccontano una storia più articolata: ricavi in fortissima crescita, un piano di investimenti che sale ancora una volta, una divisione hardware che continua a perdere miliardi, una flessione storica nella base utenti, e l’ammissione esplicita che i processi sui minori negli Stati Uniti potrebbero costare cari.

    I numeri che si vedono, intanto, raccontano di un’azienda in piena salute.

    Meta, nel primo trimestre 2026 i ricavi continuano a salire

    I ricavi sono saliti a 56,31 miliardi di dollari, con una crescita del 33% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. L’utile netto ha toccato i 26,77 miliardi, l’EPS diluito è arrivato a 10,44 dollari. Le impressioni pubblicitarie sono cresciute del 19%, il prezzo medio per inserzione del 12%.

    La macchina della pubblicità, in buona sostanza, non solo funziona ma accelera. Solo che il titolo, nelle contrattazioni successive alla chiusura del mercato, ha perso oltre il 6%. E qui sta il punto interessante della trimestrale, quello che cerchiamo di osservare qui insieme.

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta e la prima frenata degli utenti

    Nel primo trimestre 2026, la media giornaliera degli utenti attivi sulla famiglia di app di Meta è scesa di circa venti milioni rispetto al trimestre precedente, attestandosi a 3,56 miliardi. Su base annua il dato è ancora positivo, con una crescita del 4%. Ma il confronto trimestre su trimestre è negativo, e Meta stessa, nel comunicato ufficiale, ha riconosciuto la flessione.

    La spiegazione fornita dall’azienda riconduce il calo a due fattori specifici, entrambi di natura geopolitica.

    Il primo sono le interruzioni di internet in Iran, dove il conflitto in corso ha pesato sulla connettività. Il secondo è la decisione della Russia di limitare l’accesso a WhatsApp, nel quadro della spinta del Cremlino a obbligare i propri cittadini a usare un servizio di messaggistica statale.

    Le piattaforme social statunitensi, in questa fase, sono diventate ostaggio delle decisioni dei governi. Quando un Paese decide di interrompere internet o di bloccare un’app, milioni di utenti escono dai conti trimestrali di Meta nel giro di poche settimane. È un’esposizione strutturale che, fino a pochi anni fa, non aveva un peso così visibile sui dati finanziari, ma oggi questi contano eccome. E di questo ne abbiamo parlato a lungo qui su InTime Blog.

    Va aggiunto un terzo elemento, che la spiegazione ufficiale di Meta non considera ma che invece va rilevato. L’Australia, dal dicembre 2024, ha approvato il divieto di accesso ai social per gli under 16, una misura che da inizio 2026 sta entrando pienamente in vigore. Questo, sommato alle restrizioni greche per gli under 15 e ai dibattiti analoghi in corso in Spagna e in altri Paesi UE, sta sottraendo a Meta una fascia di utenti giovani che fino a ieri era data per acquisita.

    Meta e gli investimenti per il 2026

    Meta ha rivisto al rialzo le stime degli investimenti per il 2026, inserendoli in una forchetta tra 125 e 145 miliardi di dollari, dai precedenti 115-135 miliardi.

    La motivazione ufficiale, riportata nel comunicato firmato dalla CFO Susan Li, parla di un rialzo dei prezzi delle componenti, in particolare la memoria, e in misura minore di costi aggiuntivi per i data center necessari a sostenere la capacità di calcolo degli anni futuri.

    Per dare la dimensione di quanto stia accadendo, basta un semplice confronto. Nel 2025 il conto investimenti di Meta era stato di 72,2 miliardi di dollari. In due anni, in sostanza, l’azienda sta quasi raddoppiando l’investimento infrastrutturale. È una traiettoria che non riguarda solo Meta, ma tutte le Big Tech impegnate in una corsa parallela a costruire data center, ad accumulare GPU, a stipulare contratti pluriennali per l’energia.

    Resta il fatto che, in valori assoluti, Meta si conferma uno degli attori più aggressivi di questa fase.

    Nel primo trimestre, le spese in conto capitale sono già state pari a 19,84 miliardi di dollari. È una cifra che, proiettata sull’intero anno, dà la misura concreta della pressione finanziaria che la corsa all’IA sta esercitando sui bilanci.

    Il messaggio implicito ai mercati è che questa traiettoria di spesa non sia transitoria, ma strutturale. E la reazione degli investitori, con il titolo in calo nell’after-hours, lascia intendere che la pazienza, anche per un’azienda che cresce a doppia cifra, non è infinita.

    La narrazione della superintelligenza personale

    L’apertura del comunicato di Zuckerberg è stata costruita per fissare un concetto e cioè: “Abbiamo avuto un trimestre di svolta, con un forte slancio nelle nostre app e il rilascio del primo modello da Meta Superintelligence Labs”, ha dichiarato. E ancora: “Siamo sulla strada per portare la superintelligenza personale a miliardi di persone”. È la tesi che dovrebbe giustificare, agli occhi degli azionisti, il livello di investimento fin qui descritto.

    Il primo modello di cui Zuckerberg parla è Muse Spark, presentato all’inizio di aprile. Muse Spark rappresenta il tentativo di Meta di rientrare in una corsa che, almeno sul piano dei modelli di frontiera, vede oggi in vantaggio OpenAI, Anthropic e Google.

    Va detto che le valutazioni esterne sul modello sono state contrastanti, e che la stessa Meta, attraverso un suo dirigente intervistato da Bloomberg, ha ammesso che Muse Spark non è in grado di competere con i modelli di punta dei concorrenti.

    Eppure, la narrazione della superintelligenza è ormai diventata l’asse portante della comunicazione finanziaria di Meta. È un cambio di scenario rispetto al biennio 2022-2024, quando l’asse era il metaverso. Allora si parlava di mondi virtuali, oggi si parla di assistenti personali alimentati da modelli di IA.

    Reality Labs, l’archiviazione di un sogno

    Mentre la superintelligenza prende il centro della scena, la divisione che doveva costruire il metaverso continua a perdere miliardi.

    Nel primo trimestre 2026, Reality Labs ha registrato ricavi per 402 milioni di dollari e una perdita operativa di 4,03 miliardi. Sono numeri che, se proposti per qualunque altra divisione di qualunque altra azienda, farebbero scattare l’allarme rosso. Per Meta, ormai, sono diventati, quasi, ordinaria amministrazione.

    La somma dei conti è impressionante. Da quando, alla fine del 2020, Meta ha iniziato a separare in bilancio i conti di Reality Labs, le perdite cumulate hanno superato gli 83 miliardi di dollari. La media trimestrale, nel periodo, è di circa quattro miliardi. In altre parole, la divisione che doveva incarnare la visione del futuro di Zuckerberg ha bruciato in poco più di cinque anni una cifra equivalente al PIL annuale di un piccolo Paese europeo.

    Il metaverso, come progetto strategico, è stato di fatto già archiviato. A gennaio 2026 Meta ha tagliato circa mille posti di lavoro proprio in Reality Labs, riallocando le risorse verso i dispositivi indossabili alimentati dall’intelligenza artificiale, in particolare i Ray-Ban Meta.

    La forza pubblicitaria di Meta e la sua dipendenza dall’IA

    Sul fronte delle piattaforme social media, i numeri della trimestrale sono robusti, e questo nonostante la flessione degli utenti di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo.

    La crescita delle impressions del 19% e del prezzo per inserzione del 12% indica che i sistemi di raccomandazione e di targeting pubblicitario, alimentati sempre di più da modelli di intelligenza artificiale, stanno continuando a migliorare la monetizzazione.

    In altre parole, anche con qualche utente in meno, Meta riesce a estrarre più valore da ciascuno di loro.

    È un meccanismo che ci mostra bene la fase attuale del capitalismo delle piattaforme. La crescita non passa più tanto dall’acquisizione di nuovi utenti, quanto dalla capacità di intensificare la monetizzazione di quelli esistenti.

    Più tempo speso sulle app, più annunci visualizzati, prezzi più alti per ciascun annuncio. Tutto questo è reso possibile dall’evoluzione degli algoritmi di raccomandazione, che diventano sempre più precisi nell’incrociare i dati comportamentali degli utenti con gli interessi degli inserzionisti.

    Il punto, però, è un altro. La forza pubblicitaria di Meta dipende ormai in modo strutturale dai modelli di IA che governano le raccomandazioni e l’asta degli annunci. In buona sostanza, una parte dei 125-145 miliardi di investimenti annunciati per il 2026 serve a sostenere proprio questa dipendenza.

    È una circolarità che si spiega così: l’IA costa moltissimo, ma è anche la leva che giustifica il prezzo per inserzione in crescita e l’efficacia del targeting. Da una parte la spesa, dall’altra il ritorno. Il rischio, per Meta, è che il rapporto tra le due grandezze si deteriori prima che la promessa della superintelligenza si traduca in nuovi flussi di ricavo.

    Meta ammette il rischio dei processi sui minori

    La trascrivo in italiano: “continuiamo a vedere una situazione particolare sulle questioni legate ai minori e abbiamo ulteriori processi previsti quest’anno negli Stati Uniti, che potrebbero in ultima istanza tradursi in una perdita rilevante”. È un’ammissione che, inserita in un comunicato finanziario, vale come un campanello di allarme.

    A marzo 2026 Meta ha perso due cause, entrambe relative ad accuse di aver ingannato i consumatori sui rischi dei propri prodotti. Proprio qui su InTime Blog ho raccontato la sentenza nel caso KGM, che è stata la prima decisione a riconoscere la responsabilità di una piattaforma per il design del prodotto in relazione ai danni subiti da un utente minorenne.

    Meta è costretta oggi a riconoscere un rischio finanziario concreto.

    Nelle trimestrali precedenti, Meta aveva accennato in modo generico ai rischi legali e regolatori. Ma questa volta la formulazione è più diretta, e parla esplicitamente di “perdita rilevante”.

    Nel linguaggio dei comunicati finanziari, una formula del genere serve a tutelare l’azienda dal rischio di accuse di omessa informazione agli azionisti. E segnala che i legali interni considerano l’esito dei processi sufficientemente incerto da giustificare una preventiva messa in guardia.

    In altre parole, l’azienda sta dicendo ai mercati che i contenziosi sui minori non sono più una preoccupazione remota, ma un fattore che potrebbe incidere sui conti in modo rilevante.

    Il beneficio fiscale che gonfia l’utile

    Un ultimo elemento da considerare su questa prima trimestrale 2026 di Meta.

    L’utile netto del primo trimestre, pari a 26,77 miliardi di dollari, incorpora un beneficio fiscale una tantum di 8,03 miliardi, legato all’applicazione del cosiddetto “One Big Beautiful Bill Act” e al Treasury Notice 2026-7. La stessa Meta, nel comunicato, ha precisato che senza questo beneficio l’EPS diluito sarebbe stato inferiore di 3,13 dollari.

    In buona sostanza, una porzione significativa della forza dei conti deriva da una variazione fiscale, non dalla performance operativa. È un dato tecnico, ma è anche un dato che gli analisti hanno immediatamente sottratto dal calcolo degli utili ricorrenti. Nelle prossime trimestrali, senza un effetto analogo, l’asticella sarà più alta. E il margine di errore, per un’azienda che continua ad accelerare sulla spesa, si restringe.

    Cosa osservare nei prossimi trimestri

    La trimestrale Q1 2026 di Meta racconta un’azienda che si trova esattamente nel punto in cui due forze opposte si incontrano. Da una parte, la macchina pubblicitaria dei social, che cresce, monetizza meglio, e produce la cassa necessaria a finanziare tutto il resto.

    Dall’altra, una scommessa industriale sull’intelligenza artificiale che richiede un livello di investimento senza precedenti, una divisione hardware che continua a perdere miliardi a ritmo costante, una base utenti che per la prima volta segna una flessione, e un perimetro di rischi legali che l’azienda stessa, nel proprio materiale ufficiale, non nasconde più.

    Per il secondo trimestre 2026 le previsioni indicano ricavi tra 58 e 61 miliardi di dollari. Le spese complessive per l’intero 2026 restano confermate nella forchetta tra 162 e 169 miliardi.

    Sono numeri che, presi insieme, descrivono un’azienda che continuerà a crescere, ma che lo farà comprimendo i margini per finanziare la propria trasformazione.

    Bisognerà attendere i prossimi due o tre trimestri per capire se la flessione degli utenti rientrerà, se la promessa della superintelligenza personale comincerà a tradursi in nuovi flussi di ricavo, e se i processi sui minori produrranno l’impatto economico che Meta stessa, ormai, mette in conto.

  • Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Si è aperto a Oakland il processo Musk-Altman. Restano in piedi solo due accuse: violazione del vincolo non profit e arricchimento ingiustificato. In gioco c’è la rimozione di Altman, l’annullamento della conversione di OpenAI in società a scopo di lucro e una restituzione fino a 134 miliardi. Il verdetto atteso a metà maggio.

    Solo fino a qualche anno fa, nessuno avrebbe mai creduto che Elon Musk avrebbe finito per portare in tribunale Sam Altman per annullare la leadership di OpenAI e per ricondurre la stessa azienda al suo obiettivo originale, ossia quella di società senza scopo di lucro. Oltre alla restituzione di diverse decine di miliardi di dollari.

    Nessuno ci avrebbe creduto, ma da oggi è davvero così. La sintesi non regge in realtà perché il caso arrivato presso l’aula del tribunale federale di Oakland si è trasformato nel corso di questi mesi e resta comunque complesso.

    Cerchiamo di capire perché si è arrivati a questo punto e qual è la posta in gioco. L’esito di questo processo non è scritto da nessuna parte, perché si tratta di una questione che riguarda direttamente Elon Musk e Sam Altman. Ma visto il ruolo che oggi giocano questi miliardari, è lecito sostenere che l’esito di questo processo avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale.

    La storia inizia oltre 10 anni fa, quando una promessa arriva poi a valere svariati miliardi di dollari e riguarda da vicino il futuro dell’IA. Elon Musk e Sam Altman dieci anni fa avevano firmato la stessa dichiarazione di intenti, e oggi si trovano in tribunale per stabilire chi di loro due l’ha, infine, tradita. Musk sostiene senza mezzi termini che a tradire è stato Altman.

    La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha avviato la selezione e l’insediamento dei nove giurati (così come prevede l’ordinamento americano) che ascolteranno le prove nelle prossime tre settimane.

    Le arringhe d’apertura sono fissate per oggi, 28 aprile. Da quel momento, e fino a metà maggio, OpenAI dovrà difendere la propria esistenza. E a fare da sfondo, va detto, c’è la quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026, valutata diversi trilioni di dollari.

    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell'intelligenza artificiale
    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Il caso Musk-Altman, le accuse dimezzate

    Quello che arriva in aula non è la causa che Musk aveva depositato nel 2024, adesso è decisamente più ridotta.

    Venerdì 24 aprile Musk ha ritirato di sua iniziativa le accuse di frode e “frode costruttiva” contro Altman. Ufficialmente per “snellire” il dibattimento, ma il risultato concreto è che davanti alla giuria restano solo due capi d’accusa di natura equitativa: violazione del vincolo di destinazione non profit e arricchimento ingiustificato.

    La giuria in questa occasione ha potere solo consultivo. Infatti, sarà la giudice Gonzalez Rogers a emettere la decisione vincolante, in una seconda fase del processo che inizierà il 18 maggio davanti, appunto, alla sola giudice. Questo significa che i titoli che leggeremo nei prossimi giorni, “Musk vince” o “Altman vince”, andranno presi con estrema cautela. La partita vera si gioca dopo, lontano dai giurati.

    Il percorso di pulizia dei capi d’accusa è cominciato da tempo. La causa originaria, depositata presso la corte federale ad agosto 2024, conteneva ben 26 capi d’accusa. Tra questi c’erano l’associazione a delinquere ai sensi del RICO, le violazioni delle norme antitrust dello Sherman Act, la pubblicità ingannevole. Tutte decadute.

    RICO sta per Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, una legge federale americana del 1970. Nata per colpire la mafia italoamericana, quando i procuratori non riuscivano a incastrare i boss perché i singoli reati venivano commessi dai sottoposti.

    In questo contesto, Musk sosteneva che OpenAI, Altman, Microsoft e altri avessero costruito uno schema fraudolento sistematico per appropriarsi degli asset della nonprofit, e che quindi rientrassero nella definizione di organizzazione corrotta secondo il RICO.

    Nel corso dei mesi dalla deposizione, la giudice Gonzalez Rogers ha provveduto ad attivare un esame attento dei capi d’accusa. Il processo che verrà celebrato è un guscio di quello che Musk aveva immaginato. Resta però la richiesta più ambiziosa, quella sui risarcimenti miliardari e qui le cifre sono esorbitanti.

    Le richieste di Elon Musk

    Il 7 aprile scorso Musk ha depositato la sua richiesta formale di risarcimenti per la seconda fase. Vuole la rimozione di Altman da amministratore delegato e da direttore della Foundation. Chiede la rimozione di Greg Brockman da presidente della società di pubblico beneficio. E vuole l’annullamento della conversione del 28 ottobre 2025 che ha trasformato OpenAI in società a scopo di lucro.

    Inoltre, vuole una restituzione che potrebbe arrivare a circa 134 miliardi di dollari.

    Va specificato che questa somma non finirebbe nelle tasche di Musk. Andrebbe alla OpenAI Foundation, l’ente di beneficenza che oggi controlla il 26% della società. Musk, in altre parole, ha strutturato la sua causa in modo da non incassare nulla personalmente. Il suo guadagno finanziario di fronte ad una eventuale una vittoria sarebbe zero.

    È un punto che al momento sta sfuggendo ai più, ma che vale la pena evidenziare. Quello che in sostanza chiede Musk è la rimozione di Sam Altman e di Greg Brockman dai loro incarichi.

    La difesa di OpenAI e la benedizione dei due procuratori

    Nonostante la causa, il 28 ottobre 2025 OpenAI ha completato la sua ristrutturazione societaria. OpenAI, Inc. è diventata la OpenAI Foundation, un ente nonprofit. Il braccio operativo è diventato OpenAI Group PBC, una società di pubblico beneficio del Delaware. La fondazione detiene il 26% della nuova entità, circa 130 miliardi di dollari di valore. Microsoft detiene il 27%, circa 135 miliardi.

    Ora, sia il procuratore generale californiano Bonta sia quello del Delaware Jennings hanno emesso dichiarazioni di non obiezione sulla ristrutturazione, dopo aver ottenuto da OpenAI concessioni che assicurano che gli asset rimangano “irrevocabilmente dedicati a scopi di beneficenza”. E qui si entra nel cuore della questione giuridica.

    Negli Stati Uniti, i procuratori generali statali sono i custodi pubblici degli enti di beneficenza. Sono loro, in via primaria, a dover vigilare che un ente fondato per scopi benefici rispetti le sue promesse. Se i due procuratori generali competenti hanno esaminato le carte e non hanno sollevato obiezioni, la pretesa di Musk secondo cui OpenAI avrebbe violato proprio quel vincolo di destinazione benefica entra in tribunale già molto azzoppata. Ma su questo si vedrà a fine processo.

    Da una parte, Musk e il suo team punteranno tutto sulle prove documentali interne. Dall’altra, OpenAI risponderà agitando la firma dei due procuratori generali e l’approvazione formale dello Stato della California. La giuria dovrà decidere a quale autorità prestare fede. E la giudice ha già definito “un testa o croce” il merito della questione, quando a marzo 2025 ha respinto l’ingiunzione preliminare richiesta da Musk. Si tratta di un pronunciamento che non sbilancia la giudice verso nessuna delle parti in causa.

    Un passo indietro al 2015, quando nacque OpenAI

    OpenAI nasce l’11 dicembre 2015 come ente nonprofit del Delaware. La missione dichiarata è ambiziosa, persino ingenua per i tempi che sarebbero venuti dopo: avanzare l’intelligenza digitale “nel modo più probabile per beneficiare l’umanità”, senza il vincolo del profitto.

    I co-presidenti sono Sam Altman, allora a capo di Y Combinator, ed Elon Musk. Il direttore tecnico è Greg Brockman, il direttore scientifico Ilya Sutskever.

    L’annuncio si regge su una promessa di finanziamento da un miliardo di dollari, sottoscritta da Musk, Altman, Brockman, Reid Hoffman, Peter Thiel, Jessica Livingston, AWS, Infosys e YC Research. Solo che, come emergerà anni dopo, di quel miliardo entro il 2021 era stato effettivamente versato qualcosa come 133 milioni.

    E la quota di Musk, oggetto di contestazione che attraversa tutto il processo, è inferiore a 45 milioni di dollari secondo la contabilità di OpenAI. Una ricostruzione di Semafor del marzo 2023 parlava di 100 milioni da fonti anonime, ma i documenti evidenziano la cifra più bassa.

    Lo scarto tra impegni annunciati e denaro effettivamente messo a disposizione non è un dettaglio. È parte di come Musk costruisce oggi la sua tesi del “patto fondativo”.

    La rottura del 2018 e la versione di Musk

    Musk lascia il consiglio di OpenAI il 20 febbraio 2018. La versione che fornisce allora ai dipendenti è quella del conflitto di interessi: Tesla sta correndo verso l’intelligenza artificiale per la guida autonoma, e quindi non si può più stare in due posti contemporaneamente.

    È una versione plausibile, accettabile, ben struttturata. Solo che, come ha rivelato per primo Semafor cinque anni dopo e come hanno poi confermato le email pubblicate da OpenAI nel marzo 2024, non risulta essere la versione completa.

    A fine 2017, Musk aveva detto ad Altman che OpenAI era “rimasta fatalmente indietro rispetto a Google”. E aveva proposto di prenderne la guida lui stesso, come amministratore delegato, con la maggioranza delle quote e il pieno controllo del consiglio. In alternativa, di fondere OpenAI dentro Tesla. Brockman, Sutskever e Altman rifiutarono questa proposto. E Mus di conseguenza se ne andò.

    Il 15 settembre 2017, prima ancora di rompere con Altman, Musk aveva fatto incorporare in silenzio una società del Delaware chiamata Open Artificial Intelligence Technologies, Inc., attraverso il suo fiduciario personale Jared Birchall.

    Una società già strutturata come società di pubblico beneficio, esattamente la stessa forma giuridica che Musk oggi accusa OpenAI di aver scelto per tradire la missione. La trovata la racconta OpenAI nel suo blog ufficiale, e i giudici l’hanno ammessa come prova al processo.

    In una mail del 1° febbraio 2018, Musk inoltrò una proposta secondo cui OpenAI avrebbe dovuto “agganciarsi a Tesla come sua mucca da mungere”, scrivendo che era “esattamente giusto”. Quando lasciò, disse allo staff che la “probabilità di successo” di OpenAI era zero, e ritirò la quota residua del suo impegno. Il discorso sul conflitto Tesla, secondo Semafor, “non fu accolto bene. La maggior parte non si bevve completamente la storia”.

    Una cosa è raccontare di essersene andati per principio. Un’altra è essersene andati dopo aver provato a prendersi tutto. Il processo che si è aperto ieri cercherà di stabilire quale delle due versioni risulterà essere quella vera.

    L’accelerazione di OpenAI e il ruolo di Microsoft

    Il 30 novembre 2022, OpenAI lancia ChatGPT. Nel giro di cinque giorni il chatbot raggiunge un milione di utenti e a gennaio 2023 sono già 100 milioni gli utenti attivi mensili, l’adozione consumer più veloce della storia. La valutazione di OpenAI esplode. Da circa 14 miliardi di dollari nel 2021 si passa a 29 miliardi a gennaio 2023, a 86 miliardi a fine dello stesso anno, fino agli oltre 850 miliardi di oggi.

    In quel passaggio, Microsoft consolida la sua presenza con un investimento da circa 10 miliardi di dollari, che porta il totale dei suoi versamenti vicino ai 13 miliardi. Una struttura societaria complessa le riconosce il 75% dei profitti fino al recupero del capitale, poi il 49% fino a un tetto di circa 92 miliardi.

    Una struttura che, secondo Musk, consolida quello che lui stesso definisce un cartello tra OpenAI, Microsoft e l’industria del cloud. Il giudice però ha respinto in via definitiva questa tesi: l’accusa antitrust è caduta, e i due dirigenti che la rendevano possibile, Reid Hoffman e Deannah Templeton, si sono dimessi prima che la causa arrivasse in aula.

    Resta in piedi solo un capo di accusa contro Microsoft, ossia quello di concorso nella violazione del vincolo di destinazione non profit. Per questo Microsoft ha solo cinque ore di tempo davanti alla giuria, contro le venti riservate a Musk e a OpenAI.

    Per contrastare OpenAI, Musk fonda xAI

    Il 9 marzo 2023, mentre ChatGPT porta nel mondo la sua IA generativa, Musk fonda silenziosamente X.AI Corp. in Nevada. La presenta pubblicamente il 12 luglio 2023 dagli studi di Tucker Carlson, descrivendola come “TruthGPT”, un’alternativa a ChatGPT che secondo lui sarebbe “addestrato a essere politicamente corretto”. Il chatbot, ribattezzato Grok, viene lanciato su X il 4 novembre 2023.

    A marzo 2025, la fusione tra xAI e X porta il valore complessivo del veicolo intorno ai 113 miliardi. A febbraio 2026, SpaceX assorbe xAI in un’operazione tutta in azioni a una valutazione combinata di circa 1,25 trilioni di dollari.

    Tutto questo costruisce un contesto che offre ad OpenAI un argomento forte da portare in questo processo: Musk non sta combattendo solo per dei principi, sta combattendo anche per un’azienda concorrente che brucia un miliardo di dollari al mese e che ha bisogno di bloccare proprio OpenAI per poter crescere.

    Le risposte giudiziarie di OpenAI, depositate il 9 aprile 2025, inquadrano esplicitamente la causa di Musk come una campagna integrata di molestie a beneficio di xAI: la campagna social “Scam Altman”, l’offerta-fantoccio da 97,4 miliardi del febbraio 2025, l’uso strumentale del contenzioso. Tutto, secondo OpenAI, andrebbe letto come uno strumento di competizione.

    Cosa rischia davvero ciascuno dei protagonisti

    Arrivati a questo punto, dopo aver cercato – si spera bene – di ricostruire il percorso che ha portato fino a oggi, possiamo provare a capire cosa concretamente è in gioco per ciascuno dei protagonisti.

    Per Sam Altman, il rischio è il ruolo di CEO di OpenAI

    Per Altman, il rischio diretto passa dalla richiesta di Musk di rimuoverlo da amministratore delegato di OpenAI e da direttore della Foundation, oltre alla restituzione delle sue quote.

    Se la giudice Gonzalez Rogers decidesse di prendere o meno in considerazione questa strada è una questione tutta da vedere, perché OpenAI sostiene che non è al momento una procedura prevedibile. Va specificato, peraltro, che nessun rinvio penale è stato pubblicamente riportato contro Altman. I capi di accusa di frode sono stati ritirati dallo stesso Musk venerdì scorso.

    Il rischio reputazionale, però, è molto più evidente. In fase di processo emergerà sicuramente un messaggio del 2017 in cui Altman scriveva a Musk “resto entusiasta della struttura nonprofit!”, in un momento in cui le discussioni interne avevano già imboccato la strada del for profit.

    E farà emergere il diario personale di Brockman del 2017, in cui il direttore tecnico ammetteva che “sarebbe sbagliato rubare la non-profit” a Musk. Il consiglio di OpenAI, presieduto da Bret Taylor, appare per ora solido, ma le testimonianze potrebbero giocare un certo peso all’interno del CdA.

    Per Elon Musk, il rischio è la sua credibilità

    Il rischio finanziario diretto di Musk, come abbiamo già visto, è teoricamente pari a zero, perché qualunque tipo di risarcimento finirebbe alla Foundation e non a lui.

    Ma i contro-ricorsi di OpenAI per la seconda fase chiedono danni compensativi non quantificati e un’ingiunzione che impedisca ulteriori interferenze. E c’è un punto, soprattutto, su cui OpenAI ha intenzione di insistere. Ed è quello delle email del 2017 e del 2018 in cui Musk contemplava una fusione con Tesla, e l’incorporazione segreta della società del Delaware del settembre 2017. Si tratta, secondo OpenAI, di email che contraddicono direttamente la narrazione che lui stesso porta in tribunale. La sua credibilità è quindi davvero a rischio.

    Va aggiunto che Musk ha altri fronti aperti contemporaneamente. La causa SEC sulla mancata comunicazione delle quote in Twitter è in attesa di processo dopo il rigetto della richiesta di archiviazione del 3 febbraio scorso.

    E nel caso Pampena, una giuria ha già stabilito il 20 marzo 2026 che Musk fece dichiarazioni false agli azionisti di Twitter, con danni potenzialmente fino a 2,6 miliardi di dollari ancora pendenti. Una sconfitta in tribunale a Oakland, anche solo davanti ad una giuria consultiva, andrebbe a sommarsi a un quadro già complicato.

    Per OpenAI, il rischio è strutturale e tocca la quotazione in borsa

    La minaccia più grande per OpenAI come organizzazione è la richiesta di annullare la conversione del 28 ottobre 2025. Significherebbe smontare l’intera architettura societaria che oggi vale più di 850 miliardi di dollari.

    La salita, lo abbiamo detto, è ripida per via della benedizione dei due procuratori generali, ma non è impossibile. E in mezzo c’è un altro elemento concreto, di cui si parla poco: OpenAI ha esplicitamente segnalato la causa Musk come fattore di rischio nella documentazione distribuita agli investitori in vista della quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026.

    Sull’altro versante, OpenAI sta effettivamente guadagnando terreno anche nel governo federale. Il contratto del Pentagono da 200 milioni di dollari, assegnato a giugno 2025, vale fino a luglio 2026. E il 27 febbraio scorso, l’amministrazione Trump ha messo al bando Anthropic a livello federale, dopo che la rivale aveva rifiutato casi d’uso legati ad armi autonome e sorveglianza di massa, e ha annunciato un nuovo accordo con OpenAI. Un quadro che, sul piano commerciale, va in direzione opposta a quella che Musk vorrebbe.

    In gioco è anche il futuro della IA

    La sentenza che il giudice Gonzalez Rogers emetterà verso la metà maggio non risolverà solo il duello tra Musk e Altman. Ma stabilirà un precedente sul fatto che entità fondate come non-profit possano poi convertirsi in società di lucro onorando, almeno formalmente, l’originario vincolo benefico.

    Quello stesso modello regge oggi anche Anthropic, che è nata fin dall’origine come società a scopo di lucro ed è oggi valutata intorno ai 350 miliardi di dollari. E sarebbe il modello a cui si guarderanno tutti i laboratori di intelligenza artificiale che dovessero seguire la stessa strada. Una vittoria di Musk congelerebbe l’architettura; una sconfitta, al contrario, validerebbe il modello e libererebbe la strada per la quotazione in borsa di OpenAI e per ristrutturazioni simili in tutta la Silicon Valley.

    E sullo sfondo c’è Stargate, il progetto infrastrutturale da 500 miliardi di dollari su quattro anni, annunciato il 21 gennaio 2025 con Trump, Altman, Larry Ellison e Masayoshi Son. Al momento in forte ritardo, ma resta la cornice politica di un progetto che dovrebbe ridisegnare l’infrastruttura americana dell’intelligenza artificiale. Un verdetto contro OpenAI complicherebbe anche questo disegno.

    Cosa osservare nelle prossime tre settimane

    La prima fase del processo, quella davanti alla giuria consultiva, dovrebbe concludersi entro metà maggio. Le venti ore a disposizione di ciascuna parte voleranno via e poi ci sono i testimoni. Musk, Altman, Brockman; e poi Satya Nadella, l’amministratore delegato di Microsoft, che testimonierà per la difesa; Ilya Sutskever, il co-fondatore che ha votato per rimuovere Altman nel 2023; Mira Murati, l’ex direttrice tecnica di OpenAI che oggi guida Thinking Machines; Helen Toner, l’altra ex consigliera che a novembre 2023 fece parte del consiglio che destituì Altman per cinque giorni; Shivon Zilis, madre di quattro dei figli di Musk.

    Tre cose, in particolare, vale la pena guardare. La prima è come Brockman gestirà al controesame il proprio diario del 2017. Quel diario, che parla della struttura nonprofit come di “una bugia”, è la prova più pesante che Musk porta in aula.

    La seconda è come verrà letto il messaggio “sei il mio eroe” che Altman mandò a Musk nel febbraio 2023, ammesso come prova ma soggetto a interpretazioni opposte.

    La terza, e forse la più importante, è se la testimonianza di Nadella confermerà o no l’allineamento tra Microsoft e OpenAI. Perché il giorno dopo il verdetto della giuria, sia esso favorevole o meno a Musk, è da quell’allineamento che dipende il futuro di OpenAI.

    Il 18 maggio, finita la prima fase, la giudice Gonzalez Rogers aprirà la seconda, ossia quella senza giuria e che sarà quella vincolante. Sarà in quel momento, e non davanti ai nove giurati, che si deciderà se OpenAI uscirà da questo processo intatta, ridimensionata o smembrata.

    Per concludere questo percorso di ricostruzione di questa vicenda del caso Musk contro Altman, sperando di essere riuscito nell’intento di rendere tutto più chiaro, non resta che seguire le varie fasi per osservare se ci saranno colpi di scena.

    Il verdetto della prima fase, come già ricordato, è atteso a metà maggio, mentre quello vincolante, qualche settimana dopo. Vedremo davvero cosa succederà.

  • X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X lancia le Timeline Personalizzate, una nuova scheda della Home che si aggiunge a “Seguiti” e “Per Te”. La funzione è disponibile in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS ed è alimentata da Grok. E arriva la chiusura, dal 6 maggio, di X Communities.

    X ha annunciato alcune novità e lo fa presentandole come se fossero conquiste dell’utente, come restituzione di maggiore controllo e come un atto di personalizzazione finalmente possibile.

    Gli annunci sono arrivati direttamente da Nikita Bier, responsabile di prodotto della piattaforma, con un tono entusiasta. Ma ciò che cambia, nel concreto, è qualcosa di più sottile di quanto possa apparire.

    Partiamo con la prima e importante novità. Le Timeline Personalizzate sono una nuova scheda che si aggiungerà a “Seguiti” e “Per Te” nella Home di X. L’utente potrà fissare un argomento specifico, scegliendolo tra oltre 75 categorie disponibili, e ottenere un feed dedicato a quel tema.

    Arte, finanza, sport, tecnologia, criptovalute, una volta scelto, la piattaforma genera un flusso di contenuti attorno a un singolo soggetto, calibrato sulle abitudini di interazione di ciascun utente.

    Funziona meglio, spiega Bier, su argomenti con cui l’utente è già solito interagire. Il limite tecnico è fissato a dieci argomenti selezionabili contemporaneamente sulla scheda Home, tra topic e liste.

    E qui arriviamo al punto interessante, perché quello che X sta costruendo non è semplicemente un filtro tematico, ma qualcosa di più.

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    Grok al centro di tutto, ancora una volta

    Come già raccontato, analizzando come cambia l’algoritmo di X con Grok nel 2026, a gennaio di quest’anno la piattaforma aveva reso pubblico su GitHub il codice sorgente del nuovo algoritmo, scritto in Rust e Python, con Grok come cuore pulsante di tutto il sistema di raccomandazione.

    Quello era già un cambiamento radicale rispetto all’architettura precedente: non più regole manuali fisse, ma un modello di deep learning che analizza oltre 100 milioni di contenuti al giorno e li abbina agli interessi degli utenti in tempo reale.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, si inseriscono nella stessa logica, ma aggiungono un elemento nuovo. E cioè la dichiarazione esplicita dell’utente.

    Quindi, non è più solo Grok a dedurre cosa ti interessa dal tuo comportamento passato, ora è l’utente a dire a Grok cosa vuole vedere nella propria timeline. Grok legge ogni post pubblicato sulla piattaforma, lo classifica per argomento e costruisce il feed in base a quella selezione, combinandola con i segnali di personalizzazione già in uso.

    Un portavoce di X ha precisato che il sistema non si basa su parole chiave o hashtag, ma sulla comprensione semantica del contenuto da parte del modello.

    In teoria, è un passo verso la trasparenza e il controllo, nella pratica, rimane un sistema in cui l’intelligenza artificiale decide cosa effettivamente rientra in quell’argomento, come lo interpreta, quanto peso dare ai contenuti di utenti che non segui rispetto a quelli che segui. La lista dei 75 argomenti è fissa e l’utente sceglie dentro un catalogo predefinito.

    Va detto che anche sul fronte della novità in sé, il concetto non è del tutto inedito.

    Già nel 2019 Twitter aveva sperimentato timeline tematiche scorrevoli affiancate al feed principale. Ma Bier, ignorando volutamente il passato, presenta le Timeline Personalizzate come se fossero “uno dei cambiamenti più grandi” nella storia recente della piattaforma. Ma l’idea di feed paralleli governati per argomento è qualcosa su cui Twitter aveva già ragionato anni fa, senza allora affidarsi a un’intelligenza artificiale proprietaria per la selezione.

    Bier e il compito di riportare gli utenti a fidarsi di X

    Forse non tutti sanno che Nikita Bier è stato il fondatore di Gas e TBH, due app social costruite attorno a meccanismi di positività e connessione tra adolescenti, entrambe diventate virali in breve tempo. Gas, in particolare, aveva raggiunto il primo posto negli store americani prima di essere acquisita da Discord. Il suo approccio al prodotto è sempre stato centrato sul coinvolgimento emotivo, sulla rilevanza immediata, sulla capacità di dare all’utente la sensazione di contare.

    Poi, Bier è entrato in X a fine giugno 2025, dopo anni in cui aveva chiesto pubblicamente a Musk di assumerlo. Il suo primo aggiornamento pubblico, ad agosto 2025, parlava di download raddoppiati da quando aveva preso la guida del prodotto e di una timeline “sul punto di fare un salto di qualità”. Quello che stiamo vedendo oggi, con le Timeline Personalizzate, è probabilmente il risultato più visibile di quell’impegno.

    Ma Bier non è arrivato a X in un momento qualsiasi. È arrivato nel mezzo di una trasformazione profonda della piattaforma: l’algoritmo affidato interamente a Grok, la fusione con xAI, la moltiplicazione dei casi di deepfake sessualizzati generati proprio da Grok, le indagini europee, la multa da 120 milioni di euro per violazioni del DSA. In questo contesto, il suo compito non è solo migliorare il prodotto, è anche far tornare gli utenti a fidarsi della piattaforma. Impresa davvero molto complicata.

    Da “Per Te” alle Timeline Personalizzate

    Per capire dove siamo arrivati, vale la pena ripercorrere brevemente la sequenza.

    A ottobre 2025 Musk aveva annunciato che entro fine novembre tutte le euristiche manuali sarebbero state eliminate, lasciando Grok come unico responsabile delle raccomandazioni.

    A gennaio 2026, il codice era pubblico su GitHub e l’algoritmo era già completamente AI-driven.

    A febbraio 2026, X aveva introdotto i Filtri per Argomento per il feed “Per Te”: una prima versione, più semplice, che permetteva agli utenti iOS negli Stati Uniti e in Canada di selezionare macrocategorie come Politica, Sport, Crypto, AI, per filtrare temporaneamente il feed. Un meccanismo che si azzerava dopo 20 minuti.

    Oggi le Timeline Personalizzate sono qualcosa di diverso e di più strutturato. Non filtrano il feed esistente, ma creano una scheda dedicata, permanente, che affianca le due già presenti. L’utente la troverà lì, ogni volta che apre l’app. E la logica che la governa non è un semplice tag tematico, ma la comprensione del contenuto da parte di Grok, incrociata con lo storico delle interazioni dell’utente.

    Non siamo più di fronte a un filtro temporaneo, ma a una architettura del feed che si diversifica in modo permanente. Ognuno, in teoria, con la propria X.

    X Communities chiude il 6 maggio

    Di fianco all’annuncio del lancio delle Timeline Personalizzate, c’è anche quello che annuncia la chiusura definitiva di X Communities, fissata per il 6 maggio prossimo, motivandola con un “uso in calo”.

    Appena due anni fa, nel marzo 2024, X stessa riportava che il tempo speso nelle Communities era cresciuto del 600% su base annua, con 650.000 post pubblicati ogni giorno al loro interno. L’allora CEO Linda Yaccarino aveva fatto di Communities una delle leve centrali della strategia di engagement della piattaforma.

    Oggi, con Yaccarino fuori dai giochi ormai da tempo e con Bier a guidare il prodotto, quella stessa funzione viene dismessa come se fosse una cosa da eliminare, infatti.

    Le Communities erano uno spazio orizzontale, in cui i contenuti erano in mano agli utenti. Erano gli stessi utenti a creare gruppi tematici, a moderarli, a decidere chi poteva partecipare e cosa si poteva condividere.

    Le Timeline Personalizzate prendono lo stesso bisogno, quello di organizzare le conversazioni per argomento, e lo ribaltano completamente: l’utente sceglie il tema, ma la cura del contenuto la fa Grok. Adesso è l’intelligenza artificiale proprietaria che legge, classifica e seleziona.

    È anche questa una manifestazione concreta di quello che intendo quando parlo di algoritmo del proprietario. Il potere di decidere quali contenuti rientrano in un argomento, quali vengono amplificati e quali restano marginali, si sposta dagli utenti al proprietario della piattaforma, attraverso la sua IA.

    La personalizzazione del contenuto come strategia

    Con il termine “algoritmo del proprietario” le piattaforme social non costruiscono i loro sistemi di raccomandazione per seguire gli interessi degli utenti, ma per servire gli interessi strategici del proprietario della piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario decide chi viene amplificato, quali contenuti sono più rafforzati, quali argomenti dominano la conversazione.

    Le Timeline Personalizzate non cambiano questa logica di fondo, ma la rendono più sofisticata.

    Da una parte, offrono all’utente qualcosa di reale, vale a dire la possibilità di costruire un feed tematico senza dover curarsi di seguire account specifici.

    Dall’altra, concentrano ulteriormente il potere di classificazione del contenuto nelle mani di Grok, che è un modello sviluppato da xAI, la società di Musk, che gestisce l’algoritmo dell’intera piattaforma.

    È quindi lecito chiedersi, funzionerà davvero? E chi decide cosa rientra nell’argomento che hai scelto?

    Va poi considerato che in ogni Timeline Personalizzata, la seconda posizione del feed è riservata a un annuncio pubblicitario. Non ad un post organico, non un contenuto selezionato da Grok sulla base del topic, ma un contenuto promosso da un inserzionista.

    Le Timeline Personalizzate, detto senza giri di parole, non sono solo una funzione di personalizzazione, sono anche un nuovo spazio pubblicitario. E arrivano in una fase in cui il business pubblicitario di X, secondo diverse stime, continua a faticare rispetto al periodo pre-acquisizione.

    Immagine che mostra come si presentano le Timeline Personalizzate

    La personalizzazione come argomento di vendita

    Al momento del lancio, le Timeline Personalizzate sono disponibili in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS. Vi hanno accesso tutti i livelli di abbonamento Premium. Android arriverà presto, ha detto Bier nel suo annuncio, senza indicare una data.

    Non è stato precisato quando la funzione sarà disponibile per gli utenti non abbonati, e non è detto che lo diventi, almeno non con le stesse caratteristiche. Il modello di X, ormai consolidato, è quello di usare le funzionalità avanzate come leva di conversione verso gli abbonamenti.

    Va detto che il lancio si inserisce in una fase in cui X sta cercando di tornare attrattiva per gli inserzionisti e di aumentare il tempo di permanenza degli utenti. Bier ha parlato di mesi di lavoro su questa funzione. I download della piattaforma sono, secondo le sue stesse parole, raddoppiati da quando ha preso la guida del prodotto.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, rappresentano un argomento di vendita, non uno strumento pensato prima di tutto per l’esperienza dell’utente. E il fatto che la seconda posizione di ogni feed sia occupata da una pubblicità rende questa lettura difficile da ignorare.

    Parallelamente, ricordiamo che nelle ultime settimane X ha rilasciato anche un aggiornamento di Grok come editor fotografico, con strumenti di sfocatura dei volti e modifiche tramite comandi testuali, pensato anche per rispondere alle critiche sui deepfake sessualizzati che avevano travolto la piattaforma a inizio 2026.

    E a gennaio erano arrivati gli Smart Cashtags, che integrano dati in tempo reale su azioni e criptovalute direttamente nei post. Il quadro che emerge è quello di una piattaforma che sta costruendo, funzione dopo funzione, un ecosistema sempre più chiuso e autosufficiente, dove tutto passa per Grok.

    Ecco, questo era una considerazione che andava fatta alla luce di queste novità che disegnano sempre più un maniera chiara quale sia il volto vero di X. Vale a dire un allontanamento sempre più marcato di ciò che rappresentava Twitter e un avvicinamento sempre più evidente di cosa Musk intendeva realizzare quando parlava di “everything app”.

    E quindi X che diventa una app dove gli utenti possano fare davvero la qualsiasi cosa, e presto anche acquisti e transazioni finanziarie. Ma sempre tutto nelle mani di Grok, l’IA di casa xAI che assume sempre più un ruolo di primo piano all’interno di questa mega app.

    Gli utenti quindi avranno sempre più la consapevolezza di entrare in un contesto sempre più chiuso, sempre più autosufficiente. Un luogo dove sarà sempre più complicato smontare le idee del proprietario della piattaforma.

  • L’Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026

    L’Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026

    Il tema IA e Lavoro è sempre al centro dell’attenzione. I dati del rapporto realizzato da AnitecAssinform ci aiutano a capire come il lavoro si sta trasformando in Italia nell’era della IA.

    L’intelligenza artificiale è ormai a tutti gli effetti il motore che sta ridisegnando, con una velocità impressionante, il perimetro del mercato del lavoro, anche quello italiano.

    Come avevo raccontato analizzando la velocità con cui l’IA generativa ha conquistato il mondo in tre anni, molto più in fretta di Internet, ci troviamo davanti a una tecnologia che non aspetta i tempi della burocrazia o dell’adeguamento culturale.

    I dati presentati ieri, 21 aprile 2026, a Roma, durante il lancio del rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano” confermano che siamo in una fase di accelerazione senza precedenti. Lo studio, realizzato da Anitec-Assinform (l’Associazione di Confindustria che raggruppa le imprese ICT) in collaborazione con il Politecnico di Torino, ci offre la fotografia più aggiornata di un Paese che sta cercando di gestire e governare una transizione che possiamo definire epocale.

    Il mercato dell’IA in Italia vale 1,24 miliardi di euro

    Il mercato italiano dell’IA vale già 1,24 miliardi di euro, con una crescita del 33% in un solo anno. Ma il dato che fa riflettere non è tanto il valore economico, quanto la pervasività della stessa IA. La ricerca mette in evidenza che la quota di imprese che utilizzano almeno una soluzione di IA è passata dall’8% al 16,4% in soli dodici mesi.

    L’adozione è quindi raddoppiata mentre noi stavamo ancora discutendo se l’IA fosse una minaccia o un’opportunità.

    Se l’adozione raggiungesse il 78%, l’incremento di produttività genererebbe 312 miliardi di euro di valore aggiunto, circa il 18,2% del PIL italiano.

    Eppure, c’è un elemento che caratterizza questa trasformazione ed è il divario che esiste tra le aziende sulla base delle loro dimensioni.

    Se le grandi imprese guidano la carica con tassi di adozione che sfiorano il 50%, le PMI, cuore pulsante dell’economia italiana, restano ancora ai margini. Non si tratta solo di budget da allocare alla IA, è un problema di visione.

    Infatti, solo il 36,7% delle piccole e medie imprese indica la mancanza di competenze interne come il vero ostacolo. In sostanza, è come dire che queste aziende hanno le chiavi di una macchina potentissima ma non sanno “ancora” come guidarla.

    L'Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026
    L’Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026

    Il mito della sostituzione: il tempo “liberato” e il rischio junior

    Spesso si cede alla narrazione sensazionalistica dell’IA che “ruba” il lavoro. Ma come avevo scritto spiegando che l’intelligenza artificiale non ruba il lavoro ma lo ridisegna, il vero impatto è molto più sottile e riguarda la struttura stessa delle professioni.

    Il rapporto evidenzia che, a pieno regime, l’IA potrebbe liberare in Italia ben 5,7 miliardi di ore lavorative all’anno. Non è tempo tolto alle persone, è tempo che l’algoritmo “restituisce” per attività a maggior valore aggiunto.

    Tuttavia, c’è un segnale che non possiamo ignorare e che lo studio definisce con chiarezza ed è l’impatto sui giovani. Nelle professioni più esposte all’IA, l’assunzione di profili entry-level sta rallentando sensibilmente.

    Le aziende non licenziano chi è già dentro, perché l’esperienza senior serve a governare l’algoritmo, ma chiudono le porte d’ingresso. È un rischio strutturale che rischia di spezzare la catena della trasmissione del sapere aziendale.

    In Italia, questo rischio riguarda potenzialmente 4,75 milioni di lavoratori, circa un terzo di quelli esposti, concentrati soprattutto in ruoli routinari nei settori bancario, amministrativo e dei trasporti. È qui che l’esposizione si trasforma in vulnerabilità se non interviene una strategia di reskilling immediata.

    La geografia di una trasformazione cognitiva

    Un altro aspetto fondamentale che emerge dalla ricerca è la natura dell’IA italiana. Non parliamo di robotica fisica – che interessa solo il 6% delle imprese – ma di un’IA “cognitiva” e linguistica. Il 70% delle aziende la utilizza per il text mining e l’analisi dei dati.

    Questa evoluzione sta disegnando una nuova mappa del Paese:

    • Il Nord-ovest traina l’adozione con punte del 19%, ma il Mezzogiorno riserva una sorpresa: qui si concentra la maggior quota di lavoratori con competenze “complementari”, figure che l’IA non sostituisce ma potenzia.
    • Milano e Roma sono diventate le calamite del settore, con annunci di lavoro legati all’IA cresciuti del 246%, creando una pressione senza precedenti sul mercato del recruitment dove il 60% delle imprese dichiara di non riuscire a trovare gli specialisti necessari.

    Tra i settori, l’ICT guida la classifica (oltre 50%), seguito da spettacolo, editoria e telecomunicazioni (35-40%)

    L’IA e la sfida della formazione

    C’è un elemento che però rischia di far fallire l’intera transizione ed è il paradosso della consapevolezza.

    Oltre il 50% degli italiani esprime preoccupazione per l’IA, eppure circa il 60% ammette di non avere competenze digitali adeguate. Siamo spaventati da ciò che non conosciamo e che non sappiamo usare.

    Lo studio propone un’agenda di 23 raccomandazioni, tra cui la sperimentazione di un “conto personale di formazione per l’IA”. L’idea è quella di rendere la formazione un diritto alla portata di tutti, uno “zaino” che segua il lavoratore lungo tutta la carriera.

    Perché il punto non è più chiederci se l’IA cambierà il nostro modo di lavorare – i dati dicono che lo ha già fatto – ma quanto saremo capaci di cambiare noi per restare al passo.

    In questa corsa verso un mercato che supererà i 2,5 miliardi entro il 2028, la vera domanda che dobbiamo porci è un’altra: siamo pronti a trasformare la nostra atavica resistenza al cambiamento in un vantaggio competitivo, investendo sulle persone prima ancora che sugli algoritmi?

    Staremo a vedere se questa volta la formazione diventerà davvero l’infrastruttura strategica del Paese o se resterà l’ennesima occasione sprecata per governare l’IA.

  • Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

    Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

    Tim Cook lascia la guida di Apple dopo quindici anni. Dal 1° settembre 2026 il nuovo CEO sarà John Ternus, responsabile dell’ingegneria hardware e da venticinque anni in azienda. Un passaggio di consegne che segna la fine di un’era e apre una nuova stagione per il colosso di Cupertino.

    La notizia è che Tim Cook lascia la carica di CEO il 1° settembre 2026, dopo quindici anni alla guida del colosso di Cupertino. Al suo posto arriva John Ternus, attuale senior vice president of Hardware Engineering, che diventerà l’ottavo CEO nella storia di Apple. Cook assumerà il ruolo di executive chairman.

    Tim Cook assume la carica di CEO di Apple dopo le dimissioni di Steve Jobs del 24 agosto 2011, poco meno di due mesi prima della sua scomparsa avvenuta il 5 ottobre del 2011.

    Sin da subito era chiaro in quel momento che non sarebbe stato facile per nessuno assumere la guida di un’azienda che era assolutamente in simbiosi con il suo condottiero. Un’impresa ardua che Cook decide si assumere, con coraggio.

    È entrato nella cattedrale del design tecnologico, celebrata in tutto il mondo, in punta di piedi, sempre con grande rispetto e ha cercato di portare il suo stile, quasi all’opposto del suo ingombrante predecessore.

    Nel corso dei 15 anni alla guida del colosso di Cupertino, Tim Cook ha trasformato questo approccio in un sistema, portando l’azienda da una capitalizzazione di circa 350 miliardi di dollari a oltre 4.000 miliardi, diventando uno dei CEO più longevi e di maggior successo nella storia della tecnologia.

    Dal 1° settembre 2026, dunque, Tim Cook diventerà executive chairman del consiglio di amministrazione di Apple.

    Non si tratta di una semplice rotazione manageriale, ma segna la fine di un’era e, insieme, dell’apertura di un’altra. Per capire cosa cambia, bisogna capire chi è stato Cook e chi è Ternus.

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    Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

    Tim Cook e la sua rivoluzione silenziosa

    Cook nasce il 1° novembre 1960 a Mobile, in Alabama, e cresce a Robertsdale, una cittadina del Sud degli Stati Uniti in cui non ci sono colossi tecnologici né modelli da seguire.

    Si laurea in ingegneria industriale all’Università di Auburn nel 1982 e poi aggiunge un MBA alla Duke University nel 1988. Lavora dodici anni in IBM, arrivando a dirigere l’area distribuzione per il Nord America. Poi Intelligent Electronics, poi Compaq.

    Quando nel 1998 Steve Jobs lo chiama ad Apple, Cook ha già costruito una reputazione solida come curatore di catene di approvvigionamento. Non è un visionario nel senso che l’industria tecnologica associa a quel termine. È qualcosa di diverso: un grande manager che sa far funzionare le cose, da dietro le quinte però.

    Per Cook, tenere merce ferma in magazzino era uno spreco. Lo disse esplicitamente, con quella capacità pragmatica tipica dei grandi manager che curano i cicli produttivi.

    Portò il ciclo di rotazione delle scorte da mesi a giorni. Una rivoluzione silenziosa, lontana dai riflettori, che non genera titoli ma genera profitti. E in quegli anni, Jobs capisce che Cook è la persona che può far funzionare la macchina, mentre lui pensa ai prodotti.

    Quando Jobs muore, sei settimane esatte dopo aver ceduto formalmente la carica di CEO a Cook, molti si chiedono se Apple sopravviverà senza il suo fondatore. La risposta è scritta nei quindici anni successivi, sotto forma di numeri difficili che oggi sono difficili da contestare.

    Tim Cook e John Ternus
    Tim Cook e John Ternus

    Tim Cook e i numeri che nessuno si aspettava

    I dati del periodo Cook raccontano una storia che, ripetuta, rischia di sembrare banale per la sua grandiosità, ma che in realtà non ha precedenti nella storia del colosso di Cupertino.

    Il fatturato di Apple è passato da 110 miliardi di dollari nel 2011 a 416 miliardi nel 2025, un incremento di quasi quattro volte.

    I profitti sono quadruplicati, da 25 miliardi a 112 miliardi. La capitalizzazione di mercato è cresciuta di oltre dieci volte, da 350 miliardi a oltre 4.000 miliardi, rendendo Apple la terza azienda più grande al mondo per valore di borsa.

    Ma la vera eredità di Cook è un sistema. Due scommesse strategiche che, nell’era dei dell’intelligenza artificiale, appaiono più azzeccate di quanto sembrassero al momento.

    La prima è il silicio proprietario. Nel 2020, Apple ha annunciato l’abbandono dei chip Intel in favore dei propri chip della serie M, sviluppati internamente. Una mossa controcorrente che ha dato ad Apple un vantaggio tecnico enorme in termini di prestazioni e consumi energetici, e che si è rivelata quasi perfetta per l’era dell’intelligenza artificiale: i chip M sono ideali per l’elaborazione locale dei modelli AI, il cosiddetto “edge computing”, che Apple ha ribattezzato Apple Intelligence.

    La seconda è i Servizi. Cook ha trasformato l’App Store, iCloud, Apple Music, Apple TV+, Apple Pay e Apple Arcade in un ecosistema che nel 2025 ha generato 106 miliardi di dollari di ricavi, con un margine lordo di circa il 75%, più del doppio rispetto ai margini dell’hardware.

    In buona sostanza, ha costruito una macchina da soldi che gira indipendentemente dall’uscita del prossimo iPhone.

    Tim Cook e i valori come strategia

    C’è poi un aspetto del profilo di Cook che viene spesso trattato come secondario, ma che invece è risultato centrale. Ed è il suo modo di affrontare le grandi questioni sociali e politiche.

    Cook è stato il primo e unico CEO di una società Fortune 500 a dichiarare pubblicamente la sua omosessualità, nel 2014. Ha fatto della privacy degli utenti un pilastro della strategia Apple, in un’epoca in cui i rivali come Google e Meta costruivano i propri modelli di business sulla raccolta dei dati personali.

    Successivamente, ha assunto Lisa Jackson, ex direttrice dell’EPA, l’agenzia americana per la protezione ambientale, per guidare gli impegni di Apple sul clima. Non si è disdegnato di posizione sui diritti civili, sull’immigrazione, sull’uguaglianza.

    Questo però non ha impedito a Cook di navigare acque politicamente difficili con una certa disinvoltura diplomatica. E qui arriviamo al capitolo più controverso dei suoi ultimi anni.

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    Tim Cook all’inaugurazione del secondo mandato di Trump

    Tim Cook, Trump e il prezzo della sopravvivenza

    La relazione tra Cook e Donald Trump è uno di quei casi in cui la realpolitik e l’immagine pubblica di un CEO importante entrano in collisione in maniera evidenza.

    Durante il primo mandato di Trump, tra il 2017 e il 2021, Cook aveva sviluppato una strategia precisa per gestire il presidente. Niente lobbisti, niente intermediari, niente comunicati ufficiali, ma telefonate dirette, cene riservate, affrontando un argomento per volta.

    Nel 2018, quando Trump introdusse i primi dazi pesanti sulle importazioni dalla Cina, Cook si sedette al tavolo ne momento giusto e ottenne quello che cercava. Ossia esenzioni mirate su iPhone, Apple Watch e componenti Mac. In cambio, promise investimenti e stabilimenti negli Stati Uniti. Gli stabilimenti, va detto, rimasero in gran parte sulla carta mentre le esenzioni furono effettive.

    Con il secondo mandato, però, il copione si è fatto più complicato. Cook ha partecipato alla cerimonia di insediamento di Trump nel gennaio 2025, effettuando la donazione personale di un milione di dollari al fondo per l’inaugurazione presidenziale.

    È la Casa Bianca nell’agosto 2025 portando in dono una teca di vetro su base d’oro a 24 carati costruita con materiali americani, annunciando al contempo nuovi investimenti da 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti, per un impegno totale di 600 miliardi. Ha presenziato a una proiezione privata di un documentario su Melania Trump.

    Il tutto mentre i dazi stavano comunque costando ad Apple cifre enormi: solo nell’ultimo trimestre del 2025, Apple ha dichiarato costi aggiuntivi per 1,1 miliardi di dollari legati alle tariffe commerciali. E mentre Trump, in un viaggio a Riyadh, si lamentava pubblicamente dicendo di “avere un piccolo problema con Tim Cook”, in particolare per i piani di Apple di spostare parte della produzione dall’India anziché negli Stati Uniti.

    Cook, di fronte alle critiche, ha adottato una linea difensiva quanto mai calibrata: “Quello che faccio è rapportarmi sulle normative, non sulla politica”. Una distinzione sottile che si è dimostrata difficile da sostenere alla luce dei comportamenti concreti.

    Il giudizio complessivo su questa fase di Cook, possiamo dirlo, è emerso molto diviso.

    In questa ultima fase Cook non ha fatto altro che seguire le politiche di Trump, mettendo da parte la sua visione che era stata chiara nel primo mandato del presidente Usa. Un cambio di passo che ha finito per gettare ben più di qualche ombra sulla sua storia.

    John Ternus, l’uomo dei prodotti

    Ora arriviamo al protagonista del futuro.

    John Ternus, CEO di Apple
    John Ternus, CEO di Apple

    John Ternus nasce in California attorno al 1975, cresce con la passione per il nuoto e per l’ingegneria, e studia ingegneria meccanica all’Università della Pennsylvania, dove gareggia nella squadra universitaria di nuoto. La sua tesi di laurea è già rivelatrice del suo carattere. Infatti, progetta un braccio robotico per l’alimentazione controllabile da persone con tetraplegia attraverso movimenti della testa. È un ingegnere che pensa ai problemi reali delle persone. Arriverà a laurearsi nel 1997.

    Dopo quattro anni a Virtual Research Systems, dove progetta visori per la realtà virtuale, entra in Apple nel 2001, giusto nel momento in cui Steve Jobs sta ricostruendo l’azienda dopo quasi un decennio di declino.

    Entra nel team di product design e da lì non se ne andrà più. Nel 2013 diventa responsabile dell’ingegneria hardware, nel 2020 assume la responsabilità anche dell’iPhone, e nel 2021 viene promosso a senior vice president, il grado più alto del management operativo, diventando il membro più giovane del team esecutivo di Apple. Bloomberg lo descrive come “carismatico e molto apprezzato” internamente.

    Nel corso di quasi venticinque anni in Apple, Ternus ha avuto le mani su praticamente tutto ciò che l’azienda ha prodotto: iPad, AirPods, Apple Watch, Mac, iPhone. È lui a guidare la transizione al silicio proprietario con i chip M ed è sempre lui a seguire lo sviluppo dell’Apple Vision Pro, il visore per la realtà mista che, diciamolo, ha faticato a trovare un mercato dopo il lancio del 2024.

    Ternus ha poi spinto Apple verso materiali più sostenibili e verso prodotti più riparabili, una battaglia culturale non banale dentro un’azienda storicamente orientata a prodotti sigillati e non modificabili.

    John Ternus e le sfide che lo aspettano

    Ternus, 51 anni, arriva alla guida di Apple quasi alla stessa età in cui Cook aveva rilevato il ruolo da Jobs. È una coincidenza notata da molti, ma le condizioni sono diverse, e le sfide anche.

    La sfida più grande che lo attende è ovviamente l’intelligenza artificiale.

    Apple è, stranamente, in ritardo rispetto ai concorrenti su questo fronte. Siri è rimasta indietro mentre ChatGPT e Gemini di Google ridefinivano le aspettative degli utenti. A dicembre 2025, Apple ha cambiato la leadership del suo team AI, sostituendo il precedente responsabile con un veterano di Google.

    L’azienda ha annunciato che lancerà una versione aggiornata di Siri basata sul modello Gemini di Google.

    Il fatto che il nuovo CEO venga dall’ingegneria hardware, e non dai servizi o dall’AI, è un segnale che in molti leggono come la scelta di puntare sull’integrazione tra hardware e intelligenza artificiale, l’”edge AI”, come tratto distintivo rispetto ai concorrenti.

    C’è poi la questione dei dazi e della catena di approvvigionamento. La produzione Apple è ancora concentrata per oltre il 90% in Asia, principalmente in Cina attraverso Foxconn. Spostare quella produzione negli Stati Uniti, come Trump continua a chiedere, sarebbe economicamente devastante per il colosso di Cupertino.

    Secondo le stime di Bank of America, produrre un iPhone in America costerebbe così tanto da far superare al prezzo base i 2.000 dollari. Ternus si troverà quindi a gestire questa tensione strutturale, probabilmente con Cook a fare da scudo diplomatico nel ruolo di executive chairman.

    E poi c’è il dossier Jony Ive. Il leggendario designer che ha dato all’iPhone la sua identità estetica ha lasciato Apple nel 2019, ed è poi passato a OpenAI. Da allora, l’azienda ha continuato a lanciare prodotti eccellenti dal punto di vista ingegneristico, ma la visione estetica radicale che aveva caratterizzato l’era Jobs-Ive si è fatta meno definita. Ternus è un ingegnere, non un designer, sarà interessante osservare se saprà costruire attorno a sé il team creativo che serve proprio in questa fase.

    L’eredità Apple che passa di mano

    La transizione che Apple ha annunciato il 20 aprile 2026 rappresenta un passaggio tra due filosofie incarnate da due persone diverse.

    Cook ha guidato Apple con la logica del sistema, curando la catena di approvvigionamento, margini, ecosistema, diplomazia. È riuscito a costruire la macchina più profittevole della storia industriale moderna.

    Ternus arriva con la logica del prodotto, e quindi hardware, materiali, ingegneria, integrazione. È una scelta precisa nel segno di Apple ripartendo dai prodotti ridisegnandoli nell’era della IA.

    Cook come executive chairman gestirà i rapporti con i governi e le istituzioni, il che in questo momento storico significa, soprattutto, gestire il rapporto con l’amministrazione Trump e i suoi dazi.

    È un compito che libera Ternus dalle pressioni più politiche e gli permette, almeno in teoria, di concentrarsi sui prodotti.

    Resta da vedere se questa divisione dei ruoli funzionerà nella pratica, e se Ternus riuscirà a fare ciò che Cook ha fatto. E cioè ereditare un’azienda costruita attorno alla personalità di un fondatore leggendario e trasformarla in qualcosa di ancora più grande. Cook ci è riuscito, in parte.

    Adesso tutti attendono Ternus per vedere cosa sarà in gradi di fare.

  • L’IA generativa ha conquistato il mondo in tre anni, più in fretta di Internet

    L’IA generativa ha conquistato il mondo in tre anni, più in fretta di Internet

    L’intelligenza artificiale sta cambiando il mondo più in fretta di qualsiasi tecnologia prima. Il rapporto annuale dell’AI Index 2026 di Stanford HAI fotografa lo stato di adozione, investimenti, capacità dei modelli, impatto sul lavoro e costo ambientale. Ne emerge una situazione complesso.

    C’è una frase con cui Stanford HAI ha aperto la comunicazione del suo rapporto 2026 che vale la pena riportare, perché contiene già la chiave di lettura di tutto il resto: “Se state seguendo le notizie sull’IA, probabilmente avete il capogiro. L’IA è una corsa all’oro. L’IA è una bolla. L’IA vi sta rubando il lavoro. L’IA non sa ancora leggere un orologio analogico.”

    E il rapporto, nelle sue 400 pagine, prova a rispondere a tutte queste domande insieme, con dati verificati.

    È il nono anno consecutivo che lo Stanford HAI, istituto di ricerca sull’intelligenza artificiale fondato all’interno dell’università californiana, pubblica questo documento. Ed è probabilmente, al momento, la fonte più autorevole e indipendente che esista su questo tema, perché non è prodotta da un laboratorio con un interesse diretto nei risultati. Per questo assume una notevole importanza.

    L'IA generativa ha conquistato il mondo in tre anni, più in fretta di Internet
    L’IA generativa ha conquistato il mondo in tre anni, più in fretta di Internet

    IA, una velocità di adozione mai vista prima

    Partiamo dal dato più impressionante, quello che ci permette di mettere in prospettiva tutto il resto del rapporto

    Secondo l’AI Index 2026, l’IA generativa ha raggiunto il 53% di adozione globale in soli tre anni dal suo lancio di massa. Per capire cosa significa, basta un confronto: il personal computer ha impiegato molto più tempo per raggiungere una penetrazione analoga nella popolazione mondiale. Internet anche. Gli smartphone, che pure avevano trasformato la vita quotidiana di miliardi di persone, ci hanno messo circa un decennio.

    Il personal computer ha impiegato circa 16 anni per raggiungere il 50% di adozione nei paesi industrializzati, internet circa 7 anni.

    L’IA generativa ci è arrivata in tre anni, e lo ha fatto quasi gratis. La maggior parte degli strumenti che la gente usa ogni giorno, va detto, è accessibile in forma gratuita o quasi gratuita.

    Ma, va detto, l’adozione non è uniforme e non segue le logiche che ci si potrebbe aspettare.

    Singapore guida la classifica con il 61%, gli Emirati Arabi si collocano secondi al 54%. Gli Stati Uniti, con tutti i loro investimenti e con tutti i modelli che producono, si trovano “solo” al 24° posto con il 28,3%.

    Questo ci suggeriscie che non è detto che chi costruisce la tecnologia sia chi la adotta più in fretta. Spesso chi parte con meno vincoli strutturali si muove con più agilità.

    Velocità adozione Intelligenza Artificiale Generativa - The 2026 AI Report | Stanford HAI

    IA e la crescita degli investimenti, l’assenza dell’UE

    Gli investimenti globali in intelligenza artificiale nel 2025 hanno raggiunto i 581,7 miliardi di dollari, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Gli investimenti privati sono cresciuti del 127,5%, arrivando a 344,7 miliardi, e le sole aziende di IA generativa hanno assorbito quasi la metà di quel totale.

    Ma quello che è più interessante è la distribuzione geografica di questi investimenti.

    Gli Stati Uniti guidano con 285,9 miliardi di dollari di investimenti privati, una cifra 23 volte superiore a quella della Cina, che si ferma a 12,4 miliardi. Anche qui, però, il rapporto invita alla cautela: i fondi governativi cinesi, che non compaiono nelle statistiche degli investimenti privati, avrebbero immesso nell’IA circa 184 miliardi di dollari solo tra il 2000 e il 2023. Il confronto diretto, quindi, rischia di essere fuorviante.

    E l’Europa? Qui i numeri sono sensibilmente inferiori.

    Tra il 2013 e il 2024, il capitolo dedicato alla governance e alle politiche pubbliche cita gli investimenti statali in IA dei principali paesi: il Regno Unito con 1,6 miliardi di dollari, la Germania con 505 milioni, la Francia con 320 milioni. L’Italia non compare.

    Quello che colpisce non è solo la modestia delle cifre europee rispetto agli Stati Uniti, ma è la frammentazione con cui ci si muove su questo terreno. Ogni paese va per conto suo, con strategie nazionali che si sovrappongono, senza coordinarsi in modo efficace.

    L’UE ha una voce autorevole sulla regolamentazione, ha prodotto l’AI Act, gode di un livello di fiducia più elevato rispetto agli USA e alla Cina nella capacità di governare il fenomeno. Ma sul fronte degli investimenti e della produzione di modelli, l’Europa rimane largamente assente.

    IA e i modelli europei che non ci sono

    Ed è qui che arriviamo al punto più dolente per chi guarda il fenomeno dall’Europa.

    Tra i modelli più rilevanti del 2025, quelli che il rapporto identifica come “rilevanti”notable” per le loro capacità, gli Stati Uniti ne hanno rilasciati 50, la Cina 30. L’Europa non compare.

    Si tratta di modelli di frontiera, quelli che spostano le capacità verso l’alto e che definiscono lo stato dell’arte. E in quella classifica, il continente europeo semplicemente non esiste come attore.

    Più del 90% di tutti i modelli rilevanti è prodotto da aziende private, e tra quelle aziende non ce n’è nessuna con sede in Europa che riesca a competere con OpenAI, Anthropic, Google, xAI o DeepSeek.

    Mistral, l’unica azienda europea che produce modelli di frontiera, non compare nella lista dei modelli più significativi dell’anno secondo la classificazione Epoch AI utilizzata dal rapporto Stanford.

    Modelli di IA generativa rilevanti - Yhe 2026 AI Report | Stanford HAI

    Cosa sa fare l’IA, e cosa non sa ancora fare

    Il rapporto offre su questo punto una lettura molto più sfumata di quanto i comunicati stampa dei vari laboratori lascino intendere.

    Stanford definisce la situazione attuale con una formula: “jagged frontier”, frontiera frastagliata.

    I modelli di punta battono i professionisti umani su domande di scienze a livello di dottorato, vincono medaglie d’oro alle olimpiadi internazionali di matematica, risolvono problemi di coding su SWE-bench con prestazioni che in un solo anno sono passate dal 60% a quasi il 100% del livello umano.

    Ma, nonostante tutto, lo stesso modello che vince quella medaglia d’oro riesce a leggere correttamente un orologio analogico solo il 50,1% delle volte.

    Una contraddizione che in realtà ci dice molto sula natura stessa di questi sistemi. E quindi eccellono in domini ben definiti, su compiti che assomigliano a quelli su cui sono stati addestrati, e faticano su altri che sembrano banali per un bambino di dieci anni.

    Questo non significa che siano inutili, anzi. Significa che chi li usa deve sapere dove funzionano meglio e dove no. E significa che i benchmark di marketing, quelli che le aziende usano per annunciare prestazioni record, spesso misurano cose molto lontane da ciò che conta davvero nel lavoro e nella vita reale.

    C’è un altro elemento che il rapporto segnala. Secondo il Foundation Model Transparency Index, l’indice che misura il grado di apertura dei laboratori sui propri sistemi, il punteggio medio è sceso da 58 a 40 nell’arco di un anno.

    Google, Anthropic e OpenAI hanno smesso di comunicare le dimensioni dei dataset e la durata degli addestramenti per i loro ultimi modelli. In buona sostanza: i modelli più capaci sono anche quelli che rivelano di meno su come funzionano.

    IA e il lavoro, chi perde e chi guadagna

    Il rapporto dedica ampio spazio all’impatto dell’IA sul lavoro, e anche qui la lettura è meno lineare di quanto la narrazione diffusa suggerisca.

    Da una parte, i guadagni in termini di produttività documentati sono reali: 14-15% nell’assistenza clienti, 26% nello sviluppo software, fino al 73% nei team di marketing.

    Dall’altra, quei guadagni non sono distribuiti in modo uniforme. Gli sviluppatori statunitensi tra i 22 e i 25 anni hanno visto la propria occupazione calare di quasi il 20% in un anno, mentre i colleghi più senior ha fatto registrare il dato opposto. Il discorso è sempre lo stesso: l’IA sostituisce l’ingresso, non l’esperienza di lavoro. E un terzo delle organizzazioni intervistate dichiara di aspettarsi riduzioni del personale nei prossimi dodici mesi.

    In aggiunta a questo, il 73% degli esperti di IA è ottimista sull’impatto della tecnologia sul lavoro. Ma solo il 23% delle persone in generale condivide questa visione.

    Questa frattura tra chi costruisce il futuro e chi ne subisce in qualche modo le conseguenze non è un problema di comunicazione, è solo un problema di fiducia.

    IA e lavoro - The 2026 AI Report | Stanford HAI

    IA e il costo che nessuno vuole calcolare

    C’è infine un capitolo del rapporto su cui mi soffermo, perché è quello che rischia di passare in secondo piano rispetto alle notizie sulle prestazioni e sugli investimenti. A dire il vero, è uno dei temi più trascurati in questa fase, anche se è quello forse più importanti. Perché riguarda davvero tutti.

    L’impronta ambientale di questa evoluzione tecnologica trainata dalla IA non è più un incidente di percorso, ma una costante strutturale.

    Addestrare Grok 4, il modello di xAI, ha generato un’emissione stimata di 72.816 tonnellate di CO2 equivalente, pari alle emissioni di 17.000 automobili che circolano per un intero anno.

    L’addestramento di GPT-4 è stimato a 5.184 tonnellate di CO2 equivalente, quello di Llama 3.1 405B di Meta a 8.930 tonnellate.

    IA e costo ambientale - The 2026 AI Report | Stanfor HAI

    La capacità installata dei data center dedicati all’IA ha raggiunto i 29,6 gigawatt, all’incirca la stessa quantità di energia necessaria per alimentare l’intero stato di New York al picco della domanda.

    E il solo consumo d’acqua per il raffreddamento dei server legato all’inferenza di GPT-4o potrebbe superare il fabbisogno idrico annuo di 12 milioni di persone.

    Per dare un riferimento ancora più concreto e diretto: la domanda energetica cumulativa di tutti i sistemi di IA nel mondo è oggi paragonabile al consumo elettrico nazionale di Svizzera o Austria.

    Questi numeri crescono insieme ai modelli. E il rapporto di Stanford osserva che i miglioramenti nell’efficienza hardware non hanno tenuto il passo con la scala delle nuove distribuzioni.

    In buona sostanza: stiamo diventando più bravi a costruire modelli più potenti molto più in fretta di quanto stiamo diventando bravi a farlo in modo sostenibile.

    Resta da vedere come il dibattito pubblico e politico saprà reggere il confronto con questa velocità.

    Per adesso, il rapporto di Stanford ci dice che la tecnologia sta correndo mentre le istituzioni camminano. E il divario tra le due andature è, in questo momento, il problema più grande di tutti da affrontare.