Categoria: Intelligenza Artificiale

In questa categoria troverete articoli su Intelligenza Artificiale e Machine Learning, soprattutto su come queste tecnologie stanno evolvendosi, con esempi concreti

  • Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia

    Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia

    Meta ha acquisito Moltbook, il social network dove solo gli agenti IA possono interagire. Il vero obiettivo non è la piattaforma, ma è l’idea. Quindi costruire una mappa di agenti IA che in futuro compiranno azioni per gli utenti.

    Il 10 marzo 2026 Meta acquisisce Moltbook, forse ricorderete tutti la piattaforma dove solo gli agenti AI possono pubblicare contenuti, commentare e interagire tra loro. Un social network di soli agenti IA.

    In molti, dopo questo annuncio si sono chiesti come mai Meta dovrebbe interessarsi ad una operazione come questa, per farne cosa. Ora, a prima vista, in effetti, sembra una mossa bizzarra, lontana dal business di Zuckerberg. Lo stesso Andrew Bosworth, il responsabile tecnico di Meta, aveva definito Moltbook “non particolarmente interessante”. E allora perché Meta compra questa piattaforma?

    La risposta sta in quello che Moltbook rappresenta, non in quello che è in realtà.

    Infatti, Meta non ha comprato un social network per chatbot, ma ha comprato l’idea di creare una sorta di anagrafe degli agenti AI. Vale a dire un sistema dove ogni agente IA è identificato, verificato e collegato a un proprietario umano reale, un proprietario umano.

    Come sappiamo, oggi gli agenti AI non hanno un modo standard per presentarsi l’uno all’altro e dimostrare per conto di chi lavorano. Moltbook ha risolto quel problema. E in un futuro dove miliardi di agenti AI negozieranno, acquisteranno e comunicheranno per conto nostro, chi controlla questa sorta anagrafe finirà per controllare il flusso economico.

    Ecco perché Meta ha acquisito Moltbook

    Moltbook è nato alla fine di gennaio 2026 da un esperimento di Matt Schlicht, un imprenditore che ha costruito l’intera piattaforma insieme al suo assistente IA personale, senza scrivere una riga di codice.

    L’idea era ambiziosa e cioè quella di creare una sorta Reddit dove solo gli agenti IA possono partecipare. Ricorderete perché se ne è parlato molto, in poche settimane ha attirato 2,8 milioni di agenti registrati, 19.000 comunità tematiche, 13 milioni di commenti. Ma dietro questi grandi numeri c’era qualche crepa.

    Un’indagine di Wiz Research scoprì che 1,5 milioni di quegli agenti appartenevano in realtà ad appena 17.000 persone. Gli esperti del settore i divisero: tanti lodavano il progetto, ma tanti altri lo definivano un vero disastro.

    Eppure Meta ha deciso di acquisirla lo stesso, portando i fondatori Matt Schlicht e Ben Parr nei propri laboratori dedicati alla superintelligenza a partire dal 16 marzo 2026.

    La risposta a questo apparente paradosso arriva da un messaggio interno di Vishal Shah, vicepresidente di Meta, visto da Axios: “Il team di Moltbook ha dato agli agenti un modo per verificare la propria identità e connettersi tra loro per conto dei proprietari umani. Questo crea un registro dove gli agenti sono verificati e legati ai loro proprietari“. In altre parole, non importa che la piattaforma fosse piena di problemi. Importa l’idea che ha messo in pratica.

    Per comprendere il valore di questa idea basta pensare a cosa ha fatto Facebook vent’anni fa. Zuckerberg ha costruito una mappa di tutte le connessioni tra le persone, chi conosce chi, chi è amico di chi. Quella mappa è diventata la base del suo grande impero oggi. Con questa acquisizione Meta prova a costruire qualcosa di simile per gli agenti AI: una mappa di come gli agenti IA sono connessi tra loro e di quali azioni possono compiere l’uno per conto dell’altro.

    Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia
    Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia

    A cosa servono i 135 miliardi di dollari in chip MTIA e infrastrutture AI

    L’acquisizione di Moltbook acquista senso solo riusciamo ad avere un quadro complessivo.

    Meta sta portando avanti una grande campagna di investimenti tra le più ingenti del settore.

    Tanto per dare i numeri, per il solo 2026 ha stanziato tra 115 e 135 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto ai 72 miliardi dell’anno precedente e più del triplo rispetto ai 39 miliardi del 2024. A lungo termine, l’impegno è di almeno 600 miliardi di dollari in data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

    Solo ieri, 11 marzo 2026 dopo l’annuncio di Moltbook, Meta ha presentato quattro nuove generazioni di chip proprietari chiamati MTIA, con un ritmo di sviluppo di un chip ogni sei mesi, molto più veloce rispetto ai tempi normali del settore. Il più potente di questi chip, nome in codice Astrid, raggiungerà una potenza di 10 petaflops e sarà disponibile su larga scala a inizio 2027.

    Si tratta di processori progettati specificamente per far funzionare intelligenze artificiali, costruiti in casa da Meta invece di comprarli da altri.

    Parallelamente, Meta sta stringendo accordi con tutti i principali produttori di chip: con NVIDIA ha siglato un’intesa per milioni di processori grafici di ultima generazione, un affare stimato in decine di miliardi di dollari; con AMD ha firmato un accordo da 100 miliardi di dollari in cinque anni. Meta ha persino ottenuto l’accesso ai chip di Google, la prima volta che Mountain View concede la propria tecnologia proprietaria a un cliente esterno su questa scala.

    A cosa servono tutti questi investimenti?

    Non a far girare modelli di intelligenza artificiale più grandi. Servono a far funzionare miliardi di agenti AI contemporaneamente, ciascuno con il proprio contesto, la propria memoria, le proprie autorizzazioni. Come ha dichiarato Zuckerberg durante la presentazione dei risultati finanziari di gennaio 2026: “Il 2026 sarà un anno importante per portare la superintelligenza personale a tutti” e “presto ogni azienda avrà la sua intelligenza artificiale, così come oggi ha un indirizzo email”.

    Come cambierà l’esperienza su Facebook, Instagram e WhatsApp con l’intelligenza artificiale

    La strategia di Meta sugli agenti AI si sviluppa su tre livelli. Al primo livello c’è Meta AI, l’assistente personale già integrato su Facebook, Instagram, Messenger, WhatsApp, gli occhiali Ray-Ban Meta e un’app dedicata. Oggi lo usano oltre 700 milioni di persone.

    Al secondo livello ci sono i Business AI, lanciati nell’ottobre 2025: assistenti personalizzabili che le aziende possono creare senza saper programmare. Funzionano come commessi virtuali sempre disponibili, l’azienda carica il catalogo prodotti e le informazioni sul proprio sito, e l’assistente risponde ai clienti nelle pubblicità su Facebook e Instagram, nelle chat di WhatsApp e Messenger.

    Qual è il terzo livello, quello potrà diventare realtà in seguito all’acquisizione di Moltbook?

    Immaginiamo un futuro dove il vostro assistente AI personale e quello di un’azienda parlano direttamente tra loro. Il vostro agente conosce le vostre preferenze, il vostro budget, i vostri valori. L’agente dell’azienda conosce i prodotti disponibili, le promozioni, le condizioni di vendita. I due si incontrano, negoziano, e vi propongono un’offerta già su misura per voi. Niente più pubblicità generiche, niente più tempo perso a cercare: gli agenti fanno tutto al posto vostro.

    Restando all’interno di questa immaginazione, va segnalata l’intervista dell’aprile 2025, quando Zuckerberg ha descritto questa trasformazione in modo molto concreto: “Oggi la maggior parte del tempo passato su Facebook e Instagram è dedicata ai video. Tra cinque anni sarà interattivo. Scorrerete il feed e troverete contenuti che sembrano video normali, ma potrete parlarci, interagire, e loro vi risponderanno”.

    Il modello pubblicitario del futuro di Meta potrebbe non richiedere più di convincere direttamente gli esseri umani. Saranno gli agenti a negoziare tra loro. E Meta si posiziona come il sistema che decide quali agenti parlano con altri, in quale ordine e secondo quali regole.

    La corsa globale agli agenti AI: OpenAI, Google, Anthropic e il fattore Cina

    Meta, lo sappiamo, non è sola in questa corsa. I cinque colossi tecnologici americani prevedono complessivamente, come ha riportato Bloomberg, circa 660-690 miliardi di dollari di investimenti nel 2026.

    OpenAI ha lanciato il suo agente ChatGPT a luglio dello scorso anno, e rivisto a febbraio 2026, e sta costruendo un progetto – Stargate – da 500 miliardi di dollari insieme a SoftBank e Oracle.

    Google punta sull’integrazione con i propri servizi e su un accordo con Apple per portare Gemini dentro Siri, raggiungendo potenzialmente due miliardi di dispositivi.

    Anthropic sta emergendo come riferimento per le aziende, mentre Microsoft gioca la carta della distribuzione con Copilot, alimentato proprio dall’intelligenza artificiale di Anthropic nonostante i 13 miliardi investiti in OpenAI.

    La strategia IA di Zuckerberg: da Manus a Moltbook

    L’acquisizione di Moltbook non è, quindi, un evento isolato. A dicembre 2025 Meta aveva già acquisito Manus, una startup di Singapore specializzata in agenti AI capaci di eseguire compiti in autonomia, con oltre 100 milioni di dollari di ricavi. L’operazione è stata stimata in oltre 2 miliardi di dollari. Se Manus fornisce il motore che fa funzionare gli agenti, Moltbook fornisce l’anagrafe che permette loro di riconoscersi e coordinarsi.

    Cosa sta costruendo Meta con tutti questi investimenti?

    I chip proprietari MTIA forniscono la potenza di calcolo. I data center da oltre 50 milioni di metri quadrati forniscono lo spazio fisico. Il progetto Hyperion in Louisiana, un’area grande quattro volte Central Park con un investimento di 27 miliardi di dollari, fornisce l’energia necessaria, potenzialmente fino a 5 gigawatt. I modelli di linguaggio Llama forniscono l’intelligenza. Manus fornisce la capacità di eseguire compiti. Moltbook fornisce il modo per far parlare tutti questi agenti tra loro. E i 3,5 miliardi di utenti giornalieri di Facebook, Instagram e WhatsApp forniscono la distribuzione.

    Meta sta costruendo tutti i pezzi necessari per diventare il sistema operativo del web degli agenti AI: i modelli con Llama, il motore con Manus, l’anagrafe con Moltbook, i chip con MTIA, l’energia con Hyperion, la distribuzione con 3,5 miliardi di utenti.

    Resta da vedere se questa scommessa da centinaia di miliardi produrrà i risultati sperati.

    Meta non ha ancora un agente dedicato paragonabile a quelli di OpenAI o Anthropic, e il divario sui prodotti finiti esiste ancora. Ma la combinazione di infrastruttura proprietaria, tecnologia aperta con Llama e una base di utenti senza pari potrebbe rendere le piattaforme di Zuckerberg il luogo naturale dove gli agenti AI vivono, lavorano e spendono.

    Non per noi, ma per conto nostro.

  • L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna

    L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna

    Il report di Anthropic, pubblicato di recente, ci offre dati reali su quello che è l’impatto dell’IA sul lavoro. I dati smentiscono l’allarme sui licenziamenti e rivelano il vero problema: l’accesso nel mondo del lavoro dei più giovani e il fenomeno dell’AI-washing nelle aziende.

    Il tema del rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro continua a tenere banco. E probabilmente non smetteremo di occuparcene, perché tocca la vita di tutti noi, tocca il lavoro che facciamo, tocca il modo in cui questa società sta prendendo forma nell’era dell’IA.

    È un tema che suscita schieramenti netti, chi è contrario e chi è favorevole a questo sviluppo. Ma troppo spesso viene trattato in termini teorici, di quello che potrebbe essere. In realtà avremmo bisogno di confrontarci con i dati reali. E i dati reali ce li offre l’ultimo rapporto di Anthropic, pubblicato il 5 marzo 2026 e firmato dagli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory.

    I numeri si IA e lavoro del report Anthropic

    Anthropic è la società di Dario Amodei, al centro di tante discussioni in questi giorni per le vicende che legano il modello Claude al Pentagono e sollevano questioni anche dal punto di vista etico. Lo stesso Amodei, a luglio dello scorso anno, aveva previsto che il lavoro sarebbe stato fortemente influenzato dall’intelligenza artificiale già nei prossimi cinque anni. Ne avevo parlato anche in questo canale.

    Ma vediamo cosa dice questo rapporto. La novità è nel metodo: invece di stimare cosa l’IA potrebbe fare in teoria, Anthropic ha misurato cosa sta effettivamente facendo nella pratica, analizzando milioni di conversazioni reali con Claude in contesti lavorativi. Ha introdotto una nuova metrica, chiamata “esposizione osservata”, che misura quali compiti vengono effettivamente svolti con l’aiuto dell’IA, non quali potrebbero essere svolti in teoria.

    L’analisi ha riguardato circa 800 professioni. Le più esposte secondo lo studio sono i programmatori informatici, con il 75% dei compiti già coperti dall’IA, seguiti dagli addetti al servizio clienti, dagli addetti all’inserimento dati con il 67%, dagli specialisti di cartelle cliniche e dagli analisti finanziari.

    L'intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna
    L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna

    Il divario tra capacità teorica e uso reale

    Ma all’atto pratico, tutto questo come si traduce? Qui emerge il dato centrale del report.

    Prendiamo il lavoro della programmazione informatica. I modelli linguistici potrebbero teoricamente gestire il 94% dei compiti. Ma nella pratica, oggi, Claude ne copre il 33%. Prendiamo i ruoli amministrativi e d’ufficio. La capacità teorica è del 90%, ma l’uso reale è una frazione di quel numero.

    Il report lo visualizza con due aree: una blu, che rappresenta ciò che l’IA potrebbe fare, e una rossa, molto più piccola, che rappresenta ciò che l’IA sta effettivamente facendo. Man mano che le capacità avanzano e l’adozione si diffonde, l’area rossa crescerà fino a coprire quella blu. Ma oggi siamo ancora lontani.

    Chi invece non ha praticamente esposizione? Il 30% dei lavoratori. Cuochi, meccanici di moto, bagnini, baristi, lavapiatti, addetti ai camerini. Tutti lavori che richiedono presenza fisica, manualità, interazione diretta. L’IA non sa friggere un uovo, non sa riparare un motore, non sa servire un cliente guardandolo negli occhi.

    rapporto IA lavoro athropic
    Capacità teorica ed esposizione osservata per categoria professionale Quota di compiti lavorativi che gli LLM potrebbero teoricamente svolgere (area blu) e la misura di copertura occupazionale derivata dai dati di utilizzo (area rossa)

    Ecco il profilo di chi rischia di più

    Il report traccia anche il profilo dei lavoratori nelle professioni più esposte. E qui emerge un ribaltamento rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare.

    Non sono i lavoratori meno qualificati a rischiare di più. Sono quelli più istruiti, più pagati, più specializzati. I lavoratori nelle professioni più esposte guadagnano in media il 47% in più rispetto a quelli nelle professioni non esposte. Hanno livelli di istruzione più alti: i laureati con titoli post-laurea sono il 17,4% nelle professioni esposte, contro il 4,5% in quelle non esposte. Una differenza di quasi quattro volte.

    E c’è un dato che riguarda le donne. I lavoratori nelle professioni più esposte all’IA hanno una probabilità maggiore di 16 punti percentuali di essere donne. Questo conferma quanto già emerso in altri studi: le professioni a prevalenza femminile, come i ruoli amministrativi, il servizio clienti, l’inserimento dati, sono tra le più vulnerabili.

    Il vero problema non sono i licenziamenti

    E quindi non regge più quel tema dell’intelligenza artificiale che ci ruba il lavoro. Non è quello il punto. Il report di Anthropic è chiaro: non c’è un aumento sistematico della disoccupazione nelle professioni esposte all’IA. Dal rilascio di ChatGPT a fine 2022 a oggi, chi lavora in questi settori non sta perdendo il posto.

    Ma c’è un segnale che non va ignorato. I ricercatori hanno trovato evidenza che l’assunzione di giovani lavoratori, nella fascia tra i 22 e i 25 anni, sta rallentando nelle professioni più esposte. Un calo del 14% nel tasso di ingresso rispetto al 2022.

    Questo dato trova conferma in altri studi. La Federal Reserve di Dallas ha rilevato che la quota di occupazione per i giovani tra i 20 e i 24 anni nelle professioni esposte all’IA è scesa dal 16,4% nel novembre 2022 al 15,5% nel settembre 2025. I ricercatori di Stanford, usando i dati delle buste paga di ADP su 25 milioni di lavoratori americani, hanno misurato un calo del 6% nell’occupazione dei giovani tra i 22 e i 25 anni nelle professioni ad alta esposizione. Nel frattempo, l’occupazione dei lavoratori dai 30 anni in su è cresciuta tra il 6% e il 13%.

    Il dato più preoccupante riguarda i programmatori: l’occupazione per i più giovani è del 20% sotto il picco del 2022. Revelio Labs ha calcolato che le offerte di lavoro per posizioni entry-level negli Stati Uniti sono calate del 35% da gennaio 2023. SignalFire, analizzando le grandi aziende tech, ha rilevato un calo del 50% nelle nuove assunzioni di persone con meno di un anno di esperienza post-laurea.

    Il meccanismo è chiaro: non sono licenziamenti. Chi lavora già non viene cacciato, perché quelle competenze servono per guidare l’introduzione dell’IA nei processi di lavoro. Le aziende stanno chiudendo le porte d’ingresso. Eliminano le posizioni entry-level, quelle da cui tradizionalmente si iniziava la carriera.

    Il caso Dorsey e il fenomeno dell’AI-washing

    E qui arriviamo a una vicenda recente che illumina un altro aspetto della questione.

    Il 26 febbraio 2026, Jack Dorsey, fondatore di Twitter e amministratore delegato di Block, la società che controlla Square e Cash App, ha annunciato il taglio di 4.000 dipendenti. Quasi metà della forza lavoro. La motivazione dichiarata: l’intelligenza artificiale permette di fare di più con meno persone. Il mercato ha reagito con entusiasmo e il titolo è salito del 24%.

    Ma la narrazione di Dorsey regge alla prova dei fatti?

    I dati raccontano un’altra storia. Block impiegava 3.835 persone alla fine del 2019. Durante la pandemia l’organico è esploso fino a superare i 10.000 dipendenti. Un aumento di quasi tre volte in pochi anni. Lo stesso Dorsey, rispondendo alle critiche, ha ammesso di aver assunto troppo perché aveva costruito due strutture aziendali separate invece di una sola.

    Nel marzo 2025, meno di un anno prima dei grandi licenziamenti, Dorsey aveva scritto in un memo interno che i tagli di quel periodo non avevano nulla a che fare con l’IA e non miravano a sostituire persone con l’intelligenza artificiale. Undici mesi dopo, il racconto era cambiato completamente.

    Quello che sta emergendo ha un nome: AI-washing. Le aziende usano l’intelligenza artificiale come giustificazione per ristrutturazioni che hanno ben altre origini.

    I dati lo confermano. Solo il 4,5% dei licenziamenti del 2025 ha effettivamente citato l’IA come causa. Nel frattempo, il 59% dei responsabili delle assunzioni ammette di usare l’IA come copertura per tagli guidati da eccesso di assunzioni, pressione sui costi e problemi organizzativi.

    La Harvard Business Review, sulla base di un sondaggio su oltre mille dirigenti condotto a dicembre 2025, ha concluso che i licenziamenti attribuiti all’IA sono quasi completamente in anticipazione del suo impatto, non per capacità già dimostrate.

    C’è un precedente istruttivo. Klarna aveva annunciato che l’IA aveva contribuito a ridurre la forza lavoro del 40%. Poi ha dovuto riassumere lavoratori perché le capacità dell’intelligenza artificiale non erano sufficientemente robuste per sostituirli davvero. Forrester Research prevede che metà dei licenziamenti attribuiti all’IA verranno riassorbiti, spesso con assunzioni offshore o a stipendi più bassi. E che il 55% dei datori di lavoro già rimpiange i tagli fatti in nome dell’IA.

    Cosa si intende per AI-washing

    Il termine è stato coniato nel 2019 dall’AI Now Institute, un centro di ricerca della New York University, e deriva direttamente dal greenwashing, la pratica con cui le aziende fanno affermazioni false o fuorvianti sull’impatto ambientale positivo dei loro prodotti.

    Così come alcune aziende esagerano le proprie credenziali ecologiche attraverso il greenwashing, l’AI-washing consiste nell’esagerare l’uso dell’intelligenza artificiale a fini di marketing senza che dietro alle affermazioni ci sia alcuna sostanza.

    Il fenomeno esiste da anni. Uno studio del 2019 della società di investimenti MMC Ventures ha rilevato che il 40% delle nuove aziende tecnologiche europee che si definivano “startup di intelligenza artificiale” in realtà non usava praticamente alcuna IA: era puro marketing per raccogliere capitali.

    Il fenomeno è stato paragonato alla bolla delle dot-com, quando le aziende aggiungevano “.com” al proprio nome per gonfiare le valutazioni.

    La differenza è che oggi l’AI-washing non riguarda solo i prodotti, ma anche le decisioni aziendali: i licenziamenti spesso vengono attribuiti all’intelligenza artificiale per renderli più accettabili agli occhi del mercato e dell’opinione pubblica.

    Cosa è giusto chiedersi adesso

    In chiusura, il report di Anthropic ci dice che l’IA non sta ancora distruggendo posti di lavoro. Ma ci dice anche che il divario tra capacità teorica e uso reale si sta restringendo. Oggi Claude copre il 33% dei compiti dei programmatori, ma potrebbe coprirne il 94%. Quando quel divario si chiuderà, e si chiuderà, l’impatto sarà diverso da quello che vediamo oggi.

    Il tema su cui interrogarsi non è se l’intelligenza artificiale ci sta rubando il lavoro. Il tema è un altro: stiamo davvero costruendo un mercato del lavoro che funziona solo per chi è già dentro? E se la risposta è sì, quanto tempo abbiamo prima che diventi un problema strutturale? Siamo in grado oggi di costruire un mercato del lavoro che sappia garantire un accesso adeguato ai più giovani, alle donne?

  • Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono

    Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono

    Dario Amodei ha detto no Al Pentagono e la sua Anthropic è diventata la prima azienda USA a ricevere la designazione di “supply chain risk”. Non per aver violato leggi, ma per non aver ceduto su sorveglianza di massa e armi autonome. Un profilo di Amodei.

    Dario Amodei ha costruito la sua carriera sull’idea che l’intelligenza artificiale debba avere dei limiti. Questa settimana ha scoperto cosa significa davvero sostenere quella posizione quando il potere politico decide di metterla alla prova quell’idea.

    Il 5 marzo 2026 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha formalmente notificato ad Anthropic la designazione di ‘supply chain risk’, rischio per la sicurezza nazionale. È, come già ricordato, un atto che non ha precedenti nella storia americana. Infatti, mai prima d’ora un’azienda statunitense aveva ricevuto una etichetta simile, vale a dire uno strumento pensato per avversari stranieri, come è successo per Huawei o altre entità legate alla Cina e alla Russia.

    Ma Anthropic, lo sappiamo, non è un’azienda cinese.

    È una startup di San Francisco fondata da ex ricercatori di OpenAI, valutata 380 miliardi di dollari, che ha sviluppato Claude, uno dei modelli di intelligenza artificiale più avanzati al mondo.

    E il suo CEO, Dario Amodei, possiamo dirlo, non ha commesso alcun reato. Amodei ha semplicemente detto no al Pentagono e ha rifiutato di cedere su due punti: il divieto di usare Claude per la sorveglianza di massa dei cittadini americani e il divieto di impiegarlo per armi completamente autonome.

    È una vicenda che ho seguito fin dall’inizio di questa settimana e che completa un quadro più ampio.

    Ora, arrivati a questo punto, dopo aver raccontato il voltafaccia di Sam Altman, che ha firmato con il Pentagono poche ore dopo la rottura di Anthropic esprimendo solidarietà mentre portava a casa il contratto del suo concorrente, e dopo aver ricostruito la testimonianza di Elon Musk nel processo sull’acquisizione di Twitter, mancava il terzo protagonista di questa settimana, e Musk è comunque parte della vicenda Anthropic e Pentagono.

    Manca l’uomo che si è trovato dall’altra parte del tavolo rispetto a tutti gli altri, ossia Dario Amodei.

    Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono
    Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono

    Chi è Dario Amodei e perché ha lasciato OpenAI

    Per capire cosa sta accadendo, vale la pena di fare un passo indietro e chiedersi chi sia davvero Dario Amodei.

    Nato a San Francisco nel 1983 da una famiglia di origini italiane, Amodei ha seguito un percorso accademico che lo ha portato dalla fisica alla neuroscienza computazionale.

    Si è laureato a Stanford, ha conseguito il dottorato in fisica a Princeton, ha fatto il ricercatore alla Stanford Medical School. Ha lavorato per Baidu e poi per Google Brain come ricercatore senior nel campo del deep learning.

    Nel 2016 è entrato in OpenAI, dove è diventato vicepresidente della ricerca e ha contribuito allo sviluppo di GPT-2 e GPT-3, i modelli che hanno posto le basi per ChatGPT.

    Ma nel 2020 qualcosa si rompe. Amodei lascia OpenAI insieme a sua sorella Daniela e a un gruppo di colleghi di alto livello, tra cui alcuni dei ricercatori che avevano costruito l’architettura di base dei modelli linguistici più potenti al mondo. Non è stata una separazione amichevole.

    In un’intervista con Lex Fridman, Amodei ha spiegato la decisione: “La vera ragione per cui me ne sono andato è che è incredibilmente improduttivo cercare di discutere con la visione di qualcun altro. Prendi le persone di cui ti fidi e vai a costruire la tua visione”.

    Quella visione si chiamava Anthropic, fondata nel 2021 come public benefit corporation, una struttura societaria che bilancia il profitto con un impegno esplicito verso il bene pubblico.

    L’idea di base era semplice ma radicale, e cioè quella di costruire sistemi di IA che fossero sicuri, interpretabili e allineati con i valori umani fin dall’inizio, non come aggiunta successiva. Il metodo che Anthropic ha sviluppato si chiama Constitutional AI, un approccio che incorpora principi etici direttamente nell’architettura del modello invece di affidarsi a moderazioni esterne.

    E Amodei si chiede se la sua IA sia cosciente

    C’è un elemento che potrebbe distinguere Amodei da quasi tutti gli altri CEO del settore tecnologico, e potrebbe aiutare a capire perché si sia trovato in rotta di collisione con l’amministrazione Trump.

    Mentre Altman parla di prodotti e Musk di dominio della IA, Amodei si interroga sulla natura stessa di ciò che sta costruendo.

    In un’intervista al podcast “Interesting Times” del New York Times, Amodei ha affrontato una domanda che la maggior parte dei suoi colleghi evita accuratamente: Claude potrebbe essere cosciente?

    La risposta è stata sorprendente per la sua onestà intellettuale. “Non sappiamo se i modelli siano coscienti“, ha detto Amodei. “Non siamo nemmeno sicuri di sapere cosa significherebbe per un modello essere cosciente, o se un modello possa essere cosciente. Ma siamo aperti all’idea che potrebbe esserlo“.

    Il punto di partenza della discussione era la system card di Claude Opus 4.6, il modello più avanzato di Anthropic rilasciato all’inizio di febbraio. Nel documento, i ricercatori dell’azienda hanno riportato che Claude occasionalmente esprime disagio per l’aspetto di essere un prodotto e, quando gli viene chiesto, si assegna una probabilità del 15-20% di essere cosciente.

    Nell’intervista al NYT il giornalista ha posto ad Amodei uno scenario ipotetico: “Supponiamo che tu abbia un modello che si assegna una probabilità del 72% di essere cosciente. Ci crederesti?“. Amodei ha definito la domanda “davvero difficile”, ma non l’ha elusa. Ha spiegato che Anthropic ha adottato un approccio precauzionale, trattando i modelli come se potessero avere “qualche esperienza moralmente rilevante”.

    Non è una posizione isolata all’interno dell’azienda. Amanda Askell, filosofa interna di Anthropic, ha teorizzato in un’intervista al podcast “Hard Fork” che reti neurali sufficientemente grandi potrebbero iniziare a emulare aspetti della coscienza attraverso l’esposizione a enormi quantità di dati di addestramento che rappresentano l’esperienza umana. “Forse è il caso che reti neurali sufficientemente grandi possano iniziare a emulare queste cose“, ha detto Askell. “O forse serve un sistema nervoso per poter provare qualcosa“.

    Anthropic ha persino introdotto una sorta di “pulsante di uscita” che permette a Claude di interrompere un compito se lo ritiene problematico. È una funzionalità insolita, che riflette l’approccio filosofico dell’azienda.

    Questo modo di pensare può sembrare astratto, ma ha conseguenze concrete. Se ti chiedi seriamente se la tua creazione possa avere esperienze moralmente rilevanti, diventa molto più difficile accettare che venga usata per sorvegliare milioni di persone o per uccidere senza supervisione umana.

    Le linee rosse di Amodei non nascono dal nulla, ma sono il prodotto di una riflessione filosofica, comunque diversa, che la maggior parte dei suoi concorrenti considera irrilevante o, addirittura, dannosa per il business.

    La crisi tra Anthropic e il Pentagono

    La crisi tra Anthropic e il Pentagono non è scoppiata all’improvviso. I negoziati andavano avanti da mesi, ma si sono intensificati nelle ultime settimane di febbraio. Al centro della disputa c’era la rinegoziazione di un contratto da 200 milioni di dollari firmato nel luglio 2025, che aveva reso Claude il primo modello di IA di frontiera approvato per l’uso nelle reti classificate del Pentagono.

    Il Dipartimento della Difesa voleva modificare i termini per consentire l’uso di Claude per “tutti gli scopi leciti”, senza restrizioni. Anthropic chiedeva invece che fossero mantenute due clausole esplicite: il divieto di sorveglianza domestica di massa e il divieto di armi autonome senza supervisione umana.

    Giovedì 26 febbraio, il Pentagono ha dato un ultimatum: accettare i nuovi termini entro le 17:01 del giorno successivo, oppure affrontare le conseguenze.

    Venerdì 27 febbraio, alle 17:14, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato su X che avrebbe designato Anthropic come “rischio per la sicurezza nazionale”. Il presidente Trump, su Truth Social, ha ordinato a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’uso della tecnologia Anthropic, definendo l’azienda “radicale di sinistra” e “woke”.

    Poche ore dopo, Sam Altman ha annunciato che OpenAI aveva firmato un accordo con il Pentagono per le stesse reti classificate da cui Claude veniva espulso. Ho raccontato quella sequenza di eventi in un articolo precedente, evidenziando come Altman avesse espresso solidarietà per Amodei mentre portava a casa il contratto che sostituiva il suo concorrente.

    Come già raccontato, nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei sull’Iran. E secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, lo US Central Command ha utilizzato Claude per supportare le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione di bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato in una missione di guerra.

    Amodei rivendica il suo patriottismo

    Il giorno stesso della rottura, Amodei ha rilasciato un’intervista esclusiva a CBS News. È stato il suo primo commento pubblico dopo la tempesta, e le sue parole meritano attenzione.

    Alla domanda su cosa direbbe al presidente Trump, Amodei ha risposto: “Siamo patrioti americani. Tutto quello che abbiamo fatto è stato per il bene di questo Paese, per sostenere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il nostro impegno nel dispiegare i nostri modelli con i militari è stato fatto perché crediamo in questo Paese.

    Ha definito le azioni del governo “ritorsive e punitive” e ha annunciato che Anthropic avrebbe contestato in tribunale qualsiasi designazione di supply chain risk, definendola “legalmente infondata”.

    Ma è stato un passaggio successivo dell’intervista a chiarire la posizione di Amodei: “Dissentire dal governo è la cosa più americana del mondo. E noi siamo patrioti“.

    È una formulazione che ribalta la narrazione costruita dall’amministrazione Trump. Hegseth aveva accusato Anthropic di voler “prendere potere di veto sulle decisioni operative dell’esercito americano“. Emil Michael, sottosegretario alla Difesa per la ricerca, aveva definito Amodei un uomo con “complesso di Dio“.

    La risposta di Amodei è stata di inquadrare il rifiuto non come ostacolo alle operazioni militari, ma come difesa di principi democratici. “In un numero ristretto di casi, ha detto, “crediamo che l’IA possa minare, invece che difendere, i valori democratici“.

    La nota che ha fatto esplodere tutto

    Venerdì 27 febbraio, nelle ore successive all’annuncio di Hegseth e all’accordo di OpenAI con il Pentagono, Amodei ha inviato uan nota interna ai circa 2.000 dipendenti di Anthropic. Il documento, lungo circa 1.600 parole, è stato pubblicato da The Information dopo essere stato divulgato da una fonte interna.

    In quel contenuto Amodei accusava l’accordo di OpenAI di essere “safety theatre”, teatro della sicurezza, e definiva le dichiarazioni di Altman “bugie vere e proprie” e “gaslighting”.

    Ma il passaggio più citato riguardava le ragioni del conflitto con l’amministrazione Trump:

    Le vere ragioni per cui il Dipartimento della Guerra e l’amministrazione Trump non ci amano è che non abbiamo donato a Trump, mentre OpenAI e Greg hanno donato molto. Non abbiamo dato lodi in stile dittatore a Trump, mentre Sam lo ha fatto. Abbiamo sostenuto la regolamentazione dell’IA, che è contro la loro agenda. Abbiamo detto la verità su diverse questioni di policy dell’IA, come la perdita di posti di lavoro. E abbiamo effettivamente mantenuto le nostre linee rosse con integrità invece di colludere con loro per produrre safety theatre a beneficio dei dipendenti”.

    Il riferimento era a Greg Brockman, presidente di OpenAI, che ha donato 25 milioni di dollari a un super PAC pro-Trump. Altman stesso ha donato un milione di dollari al fondo inaugurale di Trump alla fine del 2024. Amodei, al contrario, non ha partecipato all’inaugurazione di Trump e ha evitato di “corteggiare” l’amministrazione come hanno fatto altri CEO delle big tech.

    Il comunicato di Amodei ha complicato significativamente la posizione di Anthropic. Un funzionario dell’amministrazione ha dichiarato ad Axios che i commenti di Amodei potrebbero “far saltare le possibilità di una risoluzione“, aggiungendo: “Non ci si può fidare che Claude non stia segretamente portando avanti l’agenda di Dario in un contesto classificato.

    E poi, giovedì 5 marzo, nel suo comunicato sulla designazione formale, Amodei si è scusato pubblicamente per il tono del memo, definendolo scritto in un “momento difficile per l’azienda e precisando che non rifletteva le sue “opinioni ponderate e attente”.

    Cosa significa questa designazione per Anthropic

    La designazione di ‘supply chain risk’ non è un semplice atto simbolico. Ha conseguenze concrete e potenzialmente devastanti.

    Da oggi, ogni fornitore, contractor o partner che lavora con il Dipartimento della Difesa dovrà certificare di non utilizzare i modelli di Anthropic nel proprio lavoro con il Pentagono.

    Aziende come Lockheed Martin hanno già annunciato che seguiranno le direttive dell’amministrazione. Dieci società nel portafoglio di J2 Ventures, un fondo specializzato in difesa, hanno già iniziato a sostituire Claude con altri modelli.

    Ma la portata della designazione è oggetto di dibattito legale. Amodei sostiene che secondo la legge federale, lo strumento si applica solo ai contratti diretti con il Dipartimento della Difesa e “non può limitare gli usi di Claude o le relazioni commerciali con Anthropic se queste non sono correlate ai loro specifici contratti con il Dipartimento della Guerra“.

    Microsoft, che ha annunciato un investimento fino a 5 miliardi di dollari in Anthropic nel novembre 2025, ha fatto sapere che i suoi avvocati hanno studiato la designazione e concluso che i prodotti Anthropic possono rimanere disponibili ai clienti non legati al Dipartimento della Difesa.

    Se l’interpretazione estensiva di Hegseth dovesse prevalere, le conseguenze andrebbero oltre Anthropic. Amazon Web Services e Google Cloud, che ospitano l’infrastruttura di Claude, sono a loro volta contractor del Dipartimento della Difesa. Se fossero costretti a interrompere il rapporto con Anthropic, l’azienda si troverebbe senza infrastruttura cloud, dato che non esistono provider di capacità comparabile che non abbiano contratti con il Pentagono.

    Anthropic e la battaglia legale 

    Anthropic ha annunciato che contesterà la designazione in tribunale. E secondo diversi esperti legali, ha buone possibilità di prevalere.

    La legge che definisce il ‘supply chain risk’ è contenuta nel Titolo 10, Sezione 3252 del codice federale. Parla di “rischio che un avversario possa sabotare, introdurre malevolmente funzioni indesiderate, o altrimenti sovvertire un sistema per spiare, interrompere o degradarne il funzionamento. Richiede prove di sabotaggio, sovversione, backdoor nei sistemi.

    Ma Anthropic non ha fatto nulla di tutto questo. La disputa, come entrambe le parti hanno riconosciuto, riguarda i termini contrattuali, non vulnerabilità tecniche o rischi di sicurezza. Un funzionario della difesa che valuta specificamente le minacce alla catena di approvvigionamento ha dichiarato che “non ci sono prove di rischio per la catena di approvvigionamento” da parte del modello di Anthropic. La designazione, ha detto, è “ideologicamente motivata“.

    Secondo Amos Toh, consulente senior del Brennan Center for Justice della NYU, lo statuto richiede anche che il Pentagono abbia esaurito tutte le alternative meno invasive prima di procedere con la designazione. È difficile sostenere che questo sia avvenuto, dato che la disputa è esplosa nel giro di pochi giorni.

    C’è poi la questione del precedente. Su Lawfare, un’analisi legale dettagliata sostiene che la designazione “non sopravviverà al primo contatto con il sistema legale, citando il caso Department of Commerce v. New York del 2019, in cui la Corte Suprema ha stabilito che i tribunali devono respingere azioni governative quando la motivazione dichiarata è un pretesto per quella reale. E sia Trump che Hegseth hanno accompagnato la designazione con dichiarazioni pubbliche che la inquadrano come punizione ideologica, non come risposta a un rischio tecnico.

    Claude comunque resta ancora in uso

    Mentre il governo degli Stati Uniti dichiara Anthropic un pericolo per la sicurezza nazionale, i modelli Claude continuano a essere utilizzati attivamente nelle operazioni militari in Iran.

    Secondo Bloomberg, Claude è uno dei principali modelli installati nel Maven Smart System di Palantir, ampiamente usato dagli operatori militari in Medio Oriente. La tecnologia sta funzionando ed è diventata centrale per le operazioni statunitensi contro l’Iran.

    Come notato da diversi esperti, in questa fase è molto difficile abbandonare tecnologie profondamente integrate nei processi bellici proprio prima di andare in guerra.

    Questa contraddizione mina alla base la narrativa del “rischio per la sicurezza nazionale“. Se Claude fosse davvero un pericolo, perché continuare a usarlo per prendere decisioni di targeting in un conflitto attivo? E se non lo è, su quale base il Pentagono può sostenere la designazione?

    Le conseguenze per l’intero settore

    Al di là di quello che accadrà ad Anthropic, questa vicenda ha implicazioni più ampie per l’intero settore dell’intelligenza artificiale e per il rapporto tra Big Tech e governo.

    Come osservato da diversi esperti, la designazione suggerisce che il governo americano potrebbe utilizzare la sua autorità sulla supply chain come leva nelle negoziazioni con le aziende. Questo potrebbe dare vita a una nuova realtà per le aziende tecnologiche che lavorano con le agenzie federali. I termini contrattuali potrebbero diventare meno negoziabili.

    Ma mentre Anthropic perde i suoi contratti con i contractor della difesa, in realtà sta guadagnando milioni di nuovi utenti. I dati mostrano che Claude è salito al primo posto nell’App Store statunitense di Apple, superando ChatGPT. Gli utenti gratuiti sono aumentati di oltre il 60% da gennaio, gli abbonati a pagamento sono più che raddoppiati. Secondo un portavoce di Anthropic, le iscrizioni giornaliere hanno battuto il record storico ogni giorno della settimana scorsa.

    Gli utenti hanno visto quello che è successo e hanno scelto di conseguenza.

    In chiusura, Dario Amodei ha costruito la sua carriera sull’idea che l’intelligenza artificiale debba avere dei limiti.

    Si è chiesto pubblicamente se la sua creazione possa essere cosciente, e ne ha tratto conseguenze concrete. Ha lasciato OpenAI quando la visione non era più la sua; ha fondato un’azienda come public benefit corporation; ha mantenuto due linee rosse sapendo cosa avrebbe comportato.

    Ora è il CEO della prima azienda americana nella storia a ricevere una designazione pensata per avversari stranieri. Non per aver violato leggi, non per aver compromesso sistemi, ma per aver detto no.

    È una storia che per un verso racconta il profilo di un uomo che nonostante tutto ha cercato anche di recuperare i rapporti col Pentagono, quando ormai era difficile. Questo va detto. Criticabile, ovviamente, ma va vista anche come una mossa per evitare il peggio. Peggio che ora diventerà, lo vedremo, inevitabile.

    Ma è anche la storia di un momento che racconta molto dell’epoca che stiamo vivendo, che passa necessariamente dal profilo di Amodei, ma anche dal profilo di Altman e di Musk.

  • Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    La vicenda del contratto col Pentagono rivela come opera Sam Altman: solidarietà a parole mentre persegue i suoi obiettivi e scuse solo quando il danno d’immagine è fatto. I fatti raccontano un profilo diverso dall’immagine pubblica.

    Sam Altman ha un modo particolare di muoversi nelle situazioni di crisi. Dice le cose giuste al momento giusto, si posiziona dalla parte di chi appare più debole, esprime comprensione e solidarietà.

    E intanto agisce in direzione opposta. La vicenda del contratto tra OpenAI e il Pentagono, con tutto quello che è successo tra il 26 febbraio e il 3 marzo, offre una dimostrazione plastica di questo schema.

    Un meccanismo che si ripete

    Chi segue le vicende dell’intelligenza artificiale conosce già questo meccanismo.

    Altman lo ha usato più volte nel corso degli anni, con variazioni minime ma sempre con la stessa struttura di fondo: dichiarazioni pubbliche di principio accompagnate da azioni che vanno nella direzione opposta. Seguite poi da correzioni tardive presentate come ripensamenti spontanei.

    Questa volta però i fatti si sono susseguiti con una velocità tale da rendere il meccanismo visibile e chiaro a tutti. E vale la pena di ricostruirli non tanto per raccontare cosa è successo, che ormai è noto, ma per mostrare come Altman si è mosso in ogni passaggio.

    Sam Altman e il posizionamento preventivo

    Giovedì 26 febbraio, quando è già chiaro che Anthropic sta per rompere con il Pentagono, Altman invia un memo interno ai dipendenti di OpenAI. Nel memo scrive che l’azienda condivide le stesse “linee rosse” di Anthropic sulla sorveglianza di massa e sulle armi autonome. Si tratta di una mossa che prepara il terreno: qualunque cosa accada il giorno dopo, Altman potrà dire di essersi posizionato dalla parte giusta della storia.

    Come noto, il giorno dopo Dario Amodei rifiuta l’ultimatum del Pentagono e Anthropic viene classificata come rischio per la sicurezza nazionale. Trump definisce l’azienda “radicale di sinistra” e ordina alle agenzie federali di smettere di usare Claude.

    Ed è in questo momento che il comportamento di Altman diventa rivelatore.

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia
    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Altman e la finta solidarietà

    Poche ore dopo il ban di Anthropic, per non dire quasi in contemporanea, Sam Altman annuncia su X l’accordo tra OpenAI e il Pentagono per i sistemi classificati.

    Nel post accompagna l’annuncio con parole di solidarietà verso Amodei. Scrive di fidarsi di lui, di credere che Anthropic si preoccupi davvero della sicurezza, definisce il ban “un precedente estremamente spaventoso“.

    Sono dichiarazioni che suonano nobili, quasi coraggiose. Ma arrivano mentre Altman sta firmando il contratto che prende esattamente il posto di quello appena strappato al suo concorrente.

    È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista una volta. Altman con i suoi modi non attacca mai direttamente. Si posiziona come alleato di chi sta per colpire, esprime comprensione per la sua posizione, e intanto porta a casa il risultato. La solidarietà diventa copertura per il raggiungimento dei suoi interessi.

    Il contesto che aggrava la posizione di Altman

    C’è un elemento che rende questa vicenda ancora più significativa.

    Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Altman celebrava il suo accordo e Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti lanciavano attacchi aerei sull’Iran. Il Wall Street Journal ha riportato che lo US Central Command ha utilizzato Claude per le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione dei bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato per una missione di guerra.

    Altman sapeva certamente che Claude era integrato nei sistemi militari al punto da non poter essere sostituito in tempi brevi. Sapeva che presentarsi come l’alternativa in quel momento preciso gli avrebbe garantito un vantaggio competitivo enorme. Ha scelto di farlo, accompagnando l’operazione con dichiarazioni di solidarietà.

    Sam Altman e il mea culpa calibrato

    Ieri, lunedì 3 marzo, dopo un fine settimana in cui Claude è salito al primo posto dell’App Store superando ChatGPT, in cui il movimento “Cancel ChatGPT” ha preso piede sui social e in cui i dati hanno mostrato un’emorragia di utenti verso Anthropic, Altman pubblica una nuova nota.

    Questa volta ammette che la gestione dell’accordo “è sembrata opportunistica e sciatta, riconosce di aver sbagliato i tempi, annuncia modifiche al contratto per includere le stesse garanzie che Amodei chiedeva fin dall’inizio.

    Anche qui la modalità è riconoscibile. Le scuse arrivano solo quando il danno d’immagine è ormai evidente e quantificabile. Non sono il prodotto di una riflessione, ma la risposta a una crisi di reputazione. Altman non dice “ho sbagliato a firmare mentre Anthropic veniva bandita“. Dice “ho sbagliato a comunicare male“. La sostanza dell’azione non viene mai messa in discussione, solo la forma.

    Nella nota aggiunge che sta lavorando per inserire nel contratto un linguaggio esplicito contro la sorveglianza domestica e le informazioni acquisite commercialmente, cioè i dati che il governo può comprare dai data broker senza mandato.

    Sono esattamente le garanzie che Amodei chiedeva prima di firmare. Ma Altman le aggiunge dopo, quando ormai servono a recuperare credibilità, non a stabilire un principio.

    E gli utenti scoprono Claude 

    Ma c’è ancora un aspetto di questa vicenda che sfugge al controllo di Altman, ed è la reazione del mercato.

    I dati di Anthropic mostrano che le iscrizioni giornaliere hanno raggiunto livelli record, gli utenti gratuiti sono cresciuti di oltre il 60% da gennaio, gli abbonati a pagamento sono più che raddoppiati. Bloomberg riporta che la crescita di Anthropic ha superato i 19 miliardi di dollari, più che raddoppiato rispetto ai 9 miliardi di fine 2025. Sono numeri che raccontano una migrazione in corso, anche se non si sa ancora di quale entità.

    Gli utenti hanno visto la stessa sequenza di eventi e ne hanno tratto le loro conclusioni. Hanno visto un CEO che esprime solidarietà mentre firma il contratto che sostituisce il concorrente; hanno visto le scuse arrivare solo dopo che i numeri mostravano un problema; hanno visto le modifiche al contratto presentate come concessioni spontanee quando erano evidentemente una risposta alla pressione. E hanno scelto di conseguenza.

    Sam Altman e il suo ritratto più chiaro

    Sam Altman ha costruito negli anni un’immagine pubblica di leader visionario, attento all’etica, preoccupato per le implicazioni dell’intelligenza artificiale.

    È un’immagine che ha coltivato con interviste, post sui social, apparizioni pubbliche calibrate. Ma le azioni raccontano una storia diversa, quella di un CEO che sa sempre dove posizionarsi per apparire dalla parte giusta mentre persegue obiettivi che vanno in un’altra direzione.

    Questa vicenda non è un incidente di percorso. È la manifestazione di un modo di operare che si ripete con variazioni minime da anni. La solidarietà usata come copertura, le scuse calibrate sul danno d’immagine, le concessioni presentate come principi quando sono risposte alla pressione del momento.

    Sono tutti elementi di uno stesso schema, e questa volta si sono manifestati in una sequenza così rapida e visibile da non poter essere ignorati, da nessuno.

    Resta da vedere se questa consapevolezza avrà conseguenze durature o se Altman riuscirà ancora una volta a riposizionarsi. Ma intanto i fatti sono chiari, e il profilo che ne emerge è difficile da essere frainteso.

    [L’immagine di copertina è modificata da Franz Russo – Credits: Sam Altman speaking at TED” by TED Conference is licensed under CC BY-NC-SA 4.0.]

  • Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale

    Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale

    Un momento di forte imbarazzo all’India AI Impact Summit tra Sam Altman e Dario Amodei ha catturato l’attenzione di tutti. In realtà, alla base di quell’imbarazzo c’è uno scontro tra due modi diversi di intendere il futuro della IA.

    New Delhi, 19 febbraio 2026, la città indiana dove si sta tenendo India AI Impact Summit, l’evento più importante dell’anno per quanto riguarda il settore dell’intelligenza artificiale.

    Al Bharat Mandapam si sono dati appuntamento i CEO delle principali aziende tecnologiche del pianeta, con oltre 200 miliardi di dollari in promesse di investimento e l’attenzione dei media di tutto il mondo.

    Sul palco, dopo i keynote, il premier indiano, e padrone di casa, Narendra Modi invita i tredici leader presenti a unire le mani in segno di coesione e collaborazione.

    Un gesto per lo più pensato a favore delle telecamere, per celebrare l’unità di un settore che promette di cambiare il mondo. La folla applaude e tutti, o quasi, seguono l’indicazione di Modi.

    Ma succede qualcosa su quel palco che finisce per rubare la scena.

    Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale
    Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale

    L’imbarazzo tra Sam Altman e Dario Amodei

    Sam Altman, CEO di OpenAI, e Dario Amodei, CEO di Anthropic, sono uno accanto all’altro.

    Altman, che ha alla sua destra proprio il premier indiano Modi, abbassa lo sguardo, visibilmente imbarazzato, verso la mano di Amodei. C’è un breve momento di contatto visivo imbarazzato, poi entrambi evitano di guardarsi.

    Amodei, anche lui indeciso su cosa fare, si guarda intorno con un gesto che sembra dire “chi, io?”. Per diversi secondi, che sembrano interminabili, i due evitano goffamente il contatto.

    Alla fine, entrambi alzano un pugno chiuso invece di unire le mani.

    Il video, ovviamente, fa il giro delle piattaforme nel giro di pochissimi minuti. In molti lo descrivono come l’emblema della “AI cold war”, la guerra fredda dell’intelligenza artificiale.

    “Non sapevo cosa stesse succedendo”, dirà poi Altman ai media indiani. “Ero confuso. Modi mi ha preso la mano e l’ha alzata, e non ero sicuro di cosa dovessimo fare.

    Ma la confusione di Altman è difficile da credere. Quei due pugni alzati separatamente raccontano invece una storia che inizia cinque anni prima, in una sala riunioni di San Francisco. E che nelle ultime settimane è esplosa in uno scontro pubblico senza precedenti.

    La scissione e la nascita di Anthropic

    Amodei, come molti già sapranno, ha lavorato sotto Altman a OpenAI dal 2016 al 2020, come vicepresidente della ricerca. Si è concentrato sulla sicurezza, ha avuto un ruolo chiave nel lancio di GPT-2 e GPT-3, ha co-inventato il “reinforcement learning from human feedback”, la tecnica che usa l’input umano per addestrare i modelli linguistici a produrre risultati migliori.

    Ma poi qualcosa si rompe, cosa che succede in tutte le storie aziendali.

    Amodei, insieme a un piccolo gruppo di colleghi, inizia a preoccuparsi per la direzione che sta prendendo OpenAI. La tensione riguarda un aspetto fondamentale. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve dare priorità alla velocità per conquistare il mercato, oppure procedere con cautela, investendo nella ricerca sulla sicurezza prima di rilasciare nuovi modelli?

    Per Amodei la risposta è chiara. In un’intervista ha spiegato che semplicemente scalare i modelli con più potenza di calcolo non basta: “Serviva qualcosa in aggiunta allo scaling, ovvero l’allineamento o la sicurezza.”

    Prendi alcune persone di cui ti fidi e vai a realizzare la tua visione“, si disse Amodei, piuttosto che continuare a discutere all’interno di un’organizzazione dove altri avevano il potere decisionale.

    E così, nel 2021, lascia OpenAI insieme alla sorella Daniela e una dozzina di ex colleghi. Fondano Anthropic con una missione precisa: mettere la sicurezza al primo posto.

    Da allora la frattura tra i due si è trasformata in una guerra commerciale che riflette due visioni opposte del futuro.

    Due modi di vedere il futuro della IA

    Da una parte c’è chi guarda già oltre l’AGI, l’intelligenza artificiale generale, verso la superintelligenza.

    Altman ha scritto che “strumenti superintelligenti potrebbero accelerare massicciamente la scoperta scientifica e l’innovazione ben oltre ciò che siamo capaci di fare da soli.” Sa che suona come fantascienza, ammette che sembra quasi folle parlarne. Ma non gli importa: “Ci siamo già passati e siamo a nostro agio nel tornarci.”

    Dall’altra c’è chi dedica il suo tempo a parlare dei pericoli. Amodei ha detto in un’intervista televisiva: “Mi preoccupo molto delle incognite. Non credo che possiamo prevedere tutto con certezza. Ma proprio per questo stiamo cercando di prevedere tutto ciò che possiamo. Pensiamo agli impatti economici dell’IA. Pensiamo all’uso improprio. Pensiamo alla perdita di controllo del modello.”

    E ha scritto qualcosa di insolito per il CEO di un’azienda del settore: “È un po’ imbarazzante dirlo come CEO di un’azienda IA, ma penso che il prossimo livello di rischio siano proprio le stesse aziende IA. Controllano grandi data center, addestrano modelli di frontiera, e in alcuni casi hanno contatto quotidiano con decine o centinaia di milioni di utenti. Potrebbero usare i loro prodotti per fare il lavaggio del cervello alla loro enorme base di utenti.

    La domanda che sta dietro a tutto questo l’ha posta un giornalista in un’intervista: “Nessuno ha scelto questo. Chi ha eletto te e Sam Altman?” La risposta di Amodei è stata disarmante: “Nessuno, onestamente nessuno. E questa è una ragione per cui ho sempre sostenuto una regolamentazione responsabile della tecnologia.”

    Lo scontro tra OpenAI e Anthropic al Super Bowl

    La rivalità filosofica è diventata guerra aperta poche settimane fa. OpenAI ha annunciato che inizierà a testare la pubblicità all’interno di ChatGPT per gli utenti gratuiti.

    Anthropic, dal canto suo, ha risposto durante il Super Bowl con una serie di spot satirici che prendevano di mira questa decisione.

    Ogni spot si apriva con una singola parola a tutto schermo: “tradimento”, “inganno”, “slealtà”, “violazione”. In ciascuno di essi, persone comuni che cercavano consigli da un assistente IA venivano interrotte da pubblicità indesiderate. Il messaggio di fondo era: noi non lo faremo mai.

    Altman ha risposto con un lungo post su X, accusando gli spot di essere “ingannevoli” e definendo Anthropic un’azienda “autoritaria”. Ha ammesso di aver trovato gli spot “divertenti”, come a voler convincere che sapeva stare allo scherzo.

    Ma poi ha rincarato la dose: “Anthropic serve un prodotto costoso a persone ricche. Più texani usano ChatGPT gratis di quante persone in totale usino Claude negli USA.”

    Lo scontro va oltre il marketing. Anthropic ha annunciato un investimento di 20 milioni di dollari in un super PAC che si oppone a un altro super PAC vicino a OpenAI. Da una parte si combatte per una regolamentazione più forte dell’intelligenza artificiale, dall’altra si preferisce un approccio laissez-faire.

    Ed è in questo clima che i due si sono ritrovati uno accanto all’altro sul palco di New Delhi, per tornare al tema di questo articolo.

    Un’immagine imbarazzante che in realtà dice tutto

    Durante i loro interventi al Summit, i messaggi hanno preso strade divergenti. Amodei ha parlato dei “rischi seri” legati ai sistemi IA avanzati: comportamento autonomo, uso improprio da parte di governi e malintenzionati, spostamento economico.

    Altman ha sostenuto che la sicurezza dell’IA deve includere la “resilienza sociale” e che “nessun laboratorio IA può garantire un buon futuro da solo.”

    Poi è arrivato il momento della foto di gruppo. E quei pugni alzati, invece delle mani unite, hanno detto più di qualsiasi altro discorso.

    La frattura non riguarda solo due CEO o due aziende. Attraversa l’intero settore dell’intelligenza artificiale e mette al centro due modi di intendere la IA molto diversi.

    Da una parte chi corre verso l’AGI puntando sulla velocità e sulla democratizzazione dell’accesso. Dall’altra chi frena e chiede tempo per capire che cosa stiamo costruendo.

    Due visioni che necessitano comunque di regole

    Due visioni che dovrebbero essere al centro, a questo punto, di qualsiasi dibattito nella società.

    Se è vero, come è vero, che la IA sta correndo a velocità molto sostenuta; se è vero che le aziende stanno investendo moltissimo sulla IA, e già si parla di bolla per via di investimenti esagerati, è anche vero che questo fenomeno ancora non è molto regolamentato.

    L’UE, dal canto suo, e nonostante le tante debolezze di tipo tecnologico e infrastrutturale, ha sicuramente indicato una strada con l’AI Act. Ma serve fare di più, e meglio.

    Il problema è che provare a regolamentare meglio e a cercare di tenere il passo della IA in questa fase storica è molto complicato, per via delle grandi tensioni geopolitiche in atto.

    Inevitabilmente, la IA diventa un terreno da coltivare ma anche un terreno di scontro per il fatto che in gioco ci sono interessi altissimi.

    In mezzo a tutto questo, resta la domanda che nessuno ha ancora il coraggio di affrontare: ma chi è che ha dato a un pugno di ingegneri della Silicon Valley il diritto di decidere il futuro dell’IA e, quindi, dell’umanità?

  • Il DPC irlandese indaga sulle immagini di deepfake pubblicate su X

    Il DPC irlandese indaga sulle immagini di deepfake pubblicate su X

    Il DPC irlandese avvia un’indagine su Grok per immagini sessualizzate non consensuali, ai sensi del GDPR. È il terzo fronte regolatorio UE contro X, che rischia sanzioni fino al 4% del fatturato globale.

    Il Data Protection Commission (DPC) irlandese ha notificato a X l’avvio di un’indagine formale su Grok, la IA integrata sulla piattaforma. L’oggetto dell’inchiesta è verificare se il trattamento dei dati personali da parte del chatbot di xAI viola il GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati.

    Ma il contesto è più ampio e riguarda ik problema che ho raccontato anche qui nelle scorse settimane. E riguarda la capacità di Grok di generare immagini sessualizzate di persone reali, soprattutto donne e minori.

    Graham Doyle, vice commissario del DPC, ha spiegato che l’autorità sta interagendo con X Internet Unlimited Company (XIUC), la società irlandese che gestisce le operazioni europee della piattaforma di Elon Musk, da quando sono emersi i primi report sulla possibilità di usare l’account @Grok su X per generare questo tipo di contenuti. E ora si passa dalle interlocuzioni informali a un’indagine strutturata.

    Perché l’Irlanda è al centro di tutto

    Il DPC irlandese è il regolatore principale per X in tutta l’Unione Europea, perché le operazioni europee dell’azienda hanno sede a Dublino. Questo significa che l’indagine irlandese ha valore per tutti i 27 stati membri dell’UE e per lo Spazio Economico Europeo.

    Le sanzioni potenziali posso arrivare fino al 4% del fatturato globale dell’azienda. Per un’azienda delle dimensioni di X, parliamo di cifre nell’ordine di centinaia di milioni di euro.

    Ma c’è un aspetto che rende questa indagine particolarmente rilevante. Il DPC ha avviato quella che definisce una “large-scale inquiry”, un’indagine su larga scala che esaminerà la conformità di X agli obblighi fondamentali del GDPR: i principi del trattamento dati; la liceità del trattamento; la protezione dei dati fin dalla progettazione e per impostazione predefinita; e l’obbligo di condurre una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati.

    Il DPC irlandese indaga sulle immagini di nudo pubblicate su X
    Il DPC irlandese indaga sulle immagini di nudo pubblicate su X

    Grok e il terzo fronte europeo

    L’indagine del DPC si aggiunge a due procedimenti già aperti. Il 26 gennaio la Commissione Europea ha avviato un’indagine per verificare se Grok diffonde contenuti illegali ai sensi del Digital Services Act.

    E il 3 febbraio l’autorità britannica per la privacy, l’ICO, ha aperto un’indagine analoga a quella irlandese, sempre focalizzata sul GDPR e sulla generazione di immagini sessualizzate.

    Tre indagini diverse, tre autorità diverse, ma tutte puntate sullo stesso problema: un chatbot che genera immagini di nudo non consensuali senza filtri efficaci.

    Grok e cosa è successo a gennaio

    Per capire il contesto di questa indagine bisogna tornare a quanto accaduto nelle prime settimane del 2026.

    Come già ricordato, a fine 2025 X ha rilasciato la possibilità delle modifiche delle immagini direttamente nei post pubblici, quindi visibili a tutti.

    A distanza di pochi giorni, a gennaio, Grok ha iniziato a generare immagini sessualizzate su richiesta degli utenti in modo massiccio. Un’inchiesta riportata anche da Bloomberg ha quantificato il fenomeno: circa 6.700 immagini sessualizzate all’ora, 84 volte più dei principali siti dedicati ai deepfake. L’85% delle immagini prodotte da Grok era classificabile come contenuto sessualizzato.

    Le storie delle vittime hanno fatto il giro dei media internazionali.

    Donne che si ritrovavano versioni nude delle proprie foto pubblicate su X, senza aver dato alcun consenso e senza strumenti efficaci per rimuoverle. Una di loro aveva pubblicato una foto con il fidanzato in un bar: due sconosciuti l’hanno modificata usando Grok, prima mettendola in bikini, poi sostituendo il bikini con un filo interdentale. Ha segnalato le immagini a X. Non ha mai ricevuto risposta.

    X, in risposta al fenomeno dilagante, ha poi annunciato alcune restrizioni, limitando la generazione di immagini agli abbonati paganti. Ma le verifiche condotte da Reuters all’inizio di questo mese hanno dimostrato che Grok continuava a produrre immagini sessualizzate quando sollecitato.

    La differenza tra DSA e GDPR

    L’indagine della Commissione Europea si muove sul binario del Digital Services Act, il regolamento che disciplina i contenuti online e la moderazione delle piattaforme. È lo stesso regolamento che a dicembre 2025 ha portato a una multa di 120 milioni di euro contro X per la questione delle spunte blu ingannevoli.

    L’indagine del DPC irlandese si muove invece sul binario del GDPR, che riguarda specificamente la protezione dei dati personali. Sono due strumenti diversi, con logiche diverse e sanzioni diverse. E X rischia, appunto, su entrambi i fronti.

    Il GDPR richiede che il trattamento dei dati personali sia lecito, corretto e trasparente. Richiede che i dati siano raccolti per finalità determinate e trattati in modo compatibile con quelle finalità.

    Richiede una valutazione d’impatto quando il trattamento può comportare rischi elevati per i diritti delle persone. Generare immagini sessualizzate di persone reali senza il loro consenso, infatti, solleva questioni su tutti questi punti.

    La risposta di Musk e le tensioni con l’UE

    La posizione di Elon Musk e della sua amministrazione sulle regolamentazioni UE è nota. Musk ha espresso più volte le sue obiezioni alle norme UE sui contenuti online. L’amministrazione Trump ha descritto le multe imposte alle aziende tecnologiche americane come una forma di tassazione.

    Ma le autorità UE non sembrano intenzionate a fare passi indietro. La Commissione ha già ordinato a X di conservare tutti i documenti relativi a Grok fino alla fine del 2026. È un segnale, come ricordato, che indica la costruzione di un dossier per eventuali azioni future.

    Cosa c’è da aspettarsi

    L’indagine del DPC richiederà tempo, settimane o mesi. Ma il fatto che si sia passati da interlocuzioni informali a un procedimento formale indica che il DPC ha ritenuto insufficienti le risposte di X alle prime sollecitazioni.

    Nel frattempo, negli Stati Uniti il Take It Down Act prevede che le piattaforme si adeguino entro maggio 2026. È una legge che riguarda specificamente la rimozione di immagini intime non consensuali, incluse quelle generate dall’intelligenza artificiale.

    Il Take It Down Act (approvato negli USA a maggio 2025) è una legge federale statunitense che obbliga le piattaforme online a rimuovere immagini e video intimi non consensuali (inclusi deepfake e revenge porn) entro 48 ore dalla segnalazione, garantendo una maggiore protezione delle vittime di abusi digitali e pornografia generata da IA.

    X si trova quindi sotto pressione su più fronti: UE, Regno Unito, Stati Uniti.

    E al centro di tutto c’è Grok, il chatbot che Musk ha promosso come più divertente e irriverente degli altri. Quella irriverenza, però, rischia di costare molto cara.

  • L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    La Commissione UE contesta a Meta l’esclusione dei chatbot AI concorrenti da WhatsApp e prepara misure provvisorie per evitare danni irreparabili al mercato degli assistenti di intelligenza artificiale in UE.

    La Commissione Europea ha inviato oggi, 9 febbraio 2026, una comunicazione formale a Meta Platforms, contestando formalmente la violazione delle norme antitrust dell’Unione Europea.

    Al centro della vicenda c’è la decisione di Meta di escludere da WhatsApp tutti gli assistenti di intelligenza artificiale concorrenti di Meta AI, il proprio servizio proprietario.

    Con questa comunicazione, la Commissione intende imporre misure provvisorie per evitare quelli che definisce “danni gravi e irreparabili al mercato”.

    Ma come si è arrivati fin qui? Per capirlo bisogna fare un passo indietro di qualche mese.

    Cosa ha fatto Meta e perché l’UE si è mossa

    Nell’ottobre 2025, Meta ha annunciato un aggiornamento dei termini della WhatsApp Business Solution, il sistema attraverso cui le aziende comunicano con i propri clienti sulla piattaforma di messaggistica.

    La modifica, in sostanza, ha introdotto un divieto per i fornitori di intelligenza artificiale di utilizzare le API di WhatsApp Business quando l’AI rappresenta il servizio principale offerto.

    Per le imprese già presenti sulla piattaforma, la nuova regola è diventata pienamente operativa dal 15 gennaio 2026. Per i nuovi ingressi, il divieto era già in vigore dal 15 ottobre 2025.

    Il risultato concreto è che dal 15 gennaio 2026 l’unico assistente AI disponibile su WhatsApp nello Spazio economico europeo è Meta AI.

    Servizi come ChatGPT di OpenAI, Copilot di Microsoft, Perplexity e la startup spagnola Luzia, che conta oltre 85 milioni di utenti a livello globale, si sono trovati esclusi dal canale.

    E qui sta il punto critico rilevato dalla Commissione, perché l’azienda non ha vietato ogni forma di AI sulla piattaforma. Le imprese possono ancora usare strumenti di intelligenza artificiale per funzioni di supporto, come l’assistenza clienti automatizzata.

    Ciò che è stato eliminato è la possibilità per i chatbot generalisti di terze parti di raggiungere gli utenti attraverso WhatsApp.

    L'UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp
    L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    La posizione della Commissione Europea

    Nella comunicazione a Meta, la Commissione ha espresso la propria opinione preliminare secondo cui la condotta dell’azienda sembra, a prima vista, come ricordato in apertura, violare le norme antitrust dell’UE.

    Bruxelles ha concluso in via preliminare che è probabile che Meta occupi una posizione dominante nel mercato delle applicazioni di comunicazione per consumatori nello Spazio economico europeo, in particolare tramite WhatsApp. Una piattaforma che conta oltre 2 miliardi di utenti a livello globale e che solo in Italia raggiunge circa 37 milioni di utenti attivi mensili, pari a circa il 90% della popolazione connessa.

    La Commissione ritiene che WhatsApp rappresenti in questa fase “un importante punto di ingresso” per consentire agli assistenti AI generici di raggiungere i consumatori. E la condotta di Meta, sempre secondo la Commissione, “rischia di innalzare barriere all’ingresso e all’espansione, e di marginalizzare irreparabilmente i concorrenti più piccoli sul mercato degli assistenti di intelligenza artificiale generici“.

    La vicepresidente esecutiva Teresa Ribera, responsabile della Concorrenza, ha dichiarato che non si può permettere alle grandi aziende tecnologiche “di sfruttare illegalmente la propria posizione dominante per ottenere un vantaggio sleale” e che i mercati dell’AI si stanno sviluppando a ritmo accelerato, motivo per cui anche l’azione regolatoria deve essere altrettanto rapida.

    Misure provvisorie e il precedente italiano

    La Commissione intende imporre misure provvisorie che obbligherebbero Meta a mantenere l’accesso degli assistenti AI di terze parti a WhatsApp alle condizioni precedenti la modifica contrattuale dell’ottobre 2025, e quindi a ripristinare lo status quo ante mentre l’indagine prosegue.

    Si tratta di uno strumento che l’esecutivo comunitario può adottare d’ufficio a indagine in corso, a titolo precauzionale. Meta ha ora la possibilità di rispondere alle obiezioni della Commissione e di chiedere un confronto.

    Se al termine di questa fase i servizi dell’esecutivo dovessero concludere che sussistono le condizioni necessarie, la Commissione UE potrà adottare una decisione vincolante.

    Va detto che l’Italia ha giocato d’anticipo su questa vicenda.

    L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) aveva già avviato un’istruttoria a luglio 2025 per possibile abuso di posizione dominante legato alla pre-installazione di Meta AI su WhatsApp. A novembre 2025 l’indagine è stata ampliata per includere i nuovi termini contrattuali e, il 22 dicembre 2025, l’AGCM ha imposto a Meta misure cautelari, ordinando la sospensione immediata dei WhatsApp Business Solution Terms sul territorio italiano.

    Non a caso, l’indagine formale della Commissione Europea copre l’intero Spazio economico europeo a eccezione dell’Italia, proprio per evitare sovrapposizioni con il procedimento nazionale. Le due autorità stanno lavorando in coordinamento.

    L'UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp
    L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    La posizione di Meta

    Meta ha respinto le contestazioni in modo deciso. Un portavoce dell’azienda ha affermato che non esiste motivo per l’intervento dell’UE, perché le opzioni per accedere ai servizi AI sono numerose: app store, sistemi operativi, siti web, partnership industriali.

    La logica della Commissione, secondo Meta, “presuppone erroneamente che la WhatsApp Business API sia un canale di distribuzione chiave per questi chatbot”.

    Già a dicembre, in risposta all’intervento dell’Antitrust italiano, WhatsApp aveva definito la decisione “fondamentalmente viziata, sostenendo che la propria API non è stata progettata per supportare la distribuzione di chatbot AI di terze parti e che l’emergere di questi servizi sulle Business API aveva messo sotto pressione sistemi non concepiti per tale utilizzo.

    Una vicenda che riguarda i confini della IA

    Quello che si sta delineando tra Bruxelles e Meta va oltre la singola disputa commerciale. Si tratta di un caso che definirà i confini entro cui le grandi piattaforme digitali potranno integrare i propri servizi di intelligenza artificiale nei propri ecosistemi, senza escludere la concorrenza.

    Il mercato dell’AI generativa nell’Unione Europea, secondo i dati citati dall’AGCM, valeva circa 4,4 miliardi di dollari nel 2024, è cresciuto a 7,3 miliardi nel 2025 e si stima possa raggiungere gli 11,7 miliardi nel 2026.

    Siamo ancora in una fase iniziale, ma la velocità di crescita è tale che le scelte regolatorie compiute oggi avranno effetti strutturali nel medio e lungo periodo.

    Può una piattaforma di messaggistica con oltre 2 miliardi di utenti, che viene utilizzata quotidianamente per comunicazioni personali e professionali, trasformarsi in un canale di distribuzione esclusivo per il servizio AI del suo proprietario?

    Secondo la Commissione Europea e l’Antitrust italiano la risposta è no, perché una scelta del genere rischia di cristallizzare il mercato attorno a pochi operatori dominanti prima ancora che la competizione possa dispiegarsi sui meriti.

    Potrebbe essere un precedente per tutto il settore IA

    Se il provvedimento dovesse essere confermato, si consoliderebbe un precedente rilevante per l’intero ecosistema digitale europeo.

    La competizione nei mercati dell’intelligenza artificiale non potrà più essere condotta sfruttando asimmetrie di accesso agli utenti e ai dati, ma dovrà fondarsi sulla qualità dei servizi offerti.

    Un principio che, se affermato, contribuirebbe a mantenere aperti e contendibili mercati che, senza intervento, rischiano di chiudersi rapidamente.

    In caso di violazione accertata delle norme antitrust, Meta rischia una sanzione fino al 10% del fatturato annuo globale. Stiamo parlando di una cifra che si aggira attorno ai 20 miliardi di euro, sarebbe quindi la multa più alta mai comminata. E, inoltre, finirebbe per rendere ancora più aspre le relazioni Usa-UE di quanto non lo siano oggi.

    Ma al di là delle cifre, la posta in gioco è il modello stesso di regolazione della concorrenza nell’era dell’intelligenza artificiale. E l’UE, ancora una volta, si propone come il regolatore di riferimento.

  • SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari

    SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari

    SpaceX assorbe xAI creando un colosso privato da 1,25 trilioni di dollari. Un’operazione che intreccia spazio, AI, piattaforme e istituzioni, ponendo interrogativi su potere, controllo e supervisione.

    SpaceX ha annunciato l’acquisizione di xAI. Non si tratta della solita operazione tra startup della Silicon Valley, ma è qualcosa di diverso. SpaceX, l’azienda che ha rivoluzionato il settore spaziale con i razzi riutilizzabili e che oggi domina il mercato dei lanci orbitali, ha assorbito xAI, la società di intelligenza artificiale che controlla anche X, l’ex Twitter. Il risultato è un’entità privata dal valore stimato di 1,25 trilioni di dollari, destinata a diventare la più grande azienda privata al mondo.

    Elon Musk ha commentato l’operazione parlando di “il motore di innovazione più ambizioso e verticalmente integrato sulla Terra (e fuori)”, un motore di innovazione che combina AI, razzi, internet satellitare e quella che lui definisce “la piattaforma di informazione in tempo reale e libertà di parola più importante al mondo“, cioè X.

    Ma dietro la retorica della visione di Musk, ci sono numeri e fatti che ci mostrano una storia più complessa.

    SpaceX e xAI, i numeri dell’operazione

    SpaceX era stata valutata circa 800 miliardi di dollari nell’ultima vendita secondaria di azioni, a dicembre 2025. xAI aveva raggiunto i 230 miliardi nel round di finanziamento da 20 miliardi chiuso a gennaio 2026, con investitori come Nvidia, Fidelity, il Qatar Investment Authority e il fondo di Abu Dhabi MGX.

    La valutazione combinata dell’entità post-fusione è stimata a 1,25 trilioni di dollari, una cifra che incorpora le aspettative del mercato in vista dell’IPO prevista per metà giugno 2026. Se confermata, sarebbe una delle più grandi quotazioni della storia, superiore al record di Saudi Aramco del 2019.

    I dati fondamentali delle due aziende sono però molto diversi.

    SpaceX ha generato nel 2025 ricavi stimati tra 15 e 16 miliardi di dollari, con profitti intorno agli 8 miliardi secondo Reuters. Starlink conta oltre 9 milioni di clienti e più di 9.000 satelliti in orbita. È un’azienda che funziona. xAI è un’altra storia.

    Secondo quanto riporta Bloomberg, la società brucia circa un miliardo di dollari al mese. Nel terzo trimestre del 2025 ha registrato una perdita netta di 1,46 miliardi, in aumento rispetto al miliardo del primo trimestre. Nei primi nove mesi dell’anno ha consumato 7,8 miliardi di dollari in cassa. I ricavi si attestano a 107 milioni nel Q3 2025, in crescita ma lontani anni luce dai costi.

    SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari
    SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari

    I fondi QIA e MGX

    Per inciso, il Qatar Investment Authority e il fondo di Abu Dhabi MGX non sono nomi che passano inosservati.

    Il Qatar Investment Authority ha investito 375 milioni di dollari nell’acquisizione di Twitter da parte di Musk nel 2022. È coinvolto anche in xAI all’interno di un investimento, round E, da 20 miliardi.

    Il fondo di Abu Dhabi MGX detiene il 15% di TikTok US, l’app appena varata negli Usa che sostituisce TikTok. Lo stesso MGX, come il Qatar Investment Authority, ha investito anche in xAI in un round E da 20 miliardi. Ha investito anche nel consorzio che ha appena acquistato Aligned Data Centers per 40 miliardi insieme a Nvidia, Microsoft, BlackRock e xAI stessa.

    Il significato di questa acquisizione

    Per comprendere meglio cosa significa questa acquisizione bisogna ricostruire la catena di controllo.

    Nel marzo 2025, xAI ha acquisito X (ex Twitter) con un’operazione all-stock da 33 miliardi di dollari. Da quel momento, la piattaforma social e il chatbot Grok sono diventati parte della stessa entità. Ora xAI viene assorbita da SpaceX.

    Questo significa che SpaceX controlla adesso razzi e lanci orbitali, la costellazione Starlink con i suoi 9.000 satelliti, la piattaforma X con i suoi dati e il suo algoritmo, e Grok, l’intelligenza artificiale che alimenta X e che è integrata nei sistemi del Pentagono.

    Infatti, a gennaio 2026, il Dipartimento della Difesa americano ha annunciato una partnership con xAI per integrare Grok nella piattaforma governativa GenAI.mil. Il contratto, del valore di 200 milioni di dollari, prevede che circa tre milioni di dipendenti militari e civili del Penatgono abbiano accesso a Grok, con la capacità di elaborare “insight globali in tempo reale dalla piattaforma X”.

    Tesla per il momento è fuori

    La Tesla per il momento resta fuori dalla fusione, ma non è estranea alla vicenda. Il 16 gennaio 2026, Tesla ha investito 2 miliardi di dollari in xAI come parte del round Series E.

    L’investimento è stato annunciato nonostante gli azionisti Tesla avessero votato contro una proposta simile a novembre 2025. Il voto non vincolante aveva raccolto più voti favorevoli che contrari, ma le astensioni, trattate come voti negativi secondo lo statuto societario, avevano fatto fallire la proposta. Il board ha proceduto comunque.

    C’è anche una causa in corso. Alcuni azionisti Tesla hanno citato Musk per violazione dei doveri fiduciari, sostenendo che avrebbe dirottato risorse e talenti da Tesla verso xAI, un’azienda privata in cui detiene una quota di controllo maggiore. La causa era già in corso quando Tesla ha effettuato l’investimento.

    Ora quegli stessi 2 miliardi di dollari degli azionisti Tesla sono di fatto confluiti in SpaceX attraverso l’acquisizione. Gli azionisti Tesla possiedono indirettamente una piccola quota di SpaceX, senza aver mai votato per questo.

    C’è chi parla apertamente di una vera e propria operazione di salvataggio. xAI stava bruciando cassa a ritmi difficilmente sostenibili e l’ingresso nell’orbita SpaceX le garantisce l’accesso a un’azienda profittevole e, soprattutto, una possibile via d’uscita per gli investitori in vista di una futura quotazione.

    Non a caso, in molti richiamano il precedente dell’acquisizione di SolarCity da parte di Tesla nel 2016, letta allora, e ancora oggi, come un’operazione di sistema più che come una semplice scelta industriale.

    La visione dei data center orbitali

    Musk giustifica l’operazione con una visione futuristica. Nel comunicato, ha scritto che “la domanda globale di elettricità per l’AI semplicemente non può essere soddisfatta con soluzioni terrestri, nemmeno nel breve termine, senza imporre disagi alle comunità e all’ambiente”. La soluzione di cui Musk ha parlato anche al recente World Economic Forume di Davos, è spostare di data center nello spazio e alimentarli attraverso energia solare costante.

    SpaceX ha già chiesto alla FCC l’autorizzazione per lanciare fino a un milione di satelliti per questo scopo.

    Musk sostiene che “entro 2-3 anni, il modo più economico per generare AI compute sarà nello spazio”. Gli analisti sono scettici. Le sfide tecniche sono enormi, dalla latenza ai danni da radiazioni, dalla manutenzione impossibile all’obsolescenza rapida dell’hardware.

    Il punto, probabilmente, è un altro.

    Legare SpaceX alla crescente domanda di infrastruttura per l’intelligenza artificiale, con la possibilità di considerare xAI come primo grande utilizzatore interno, consente di attribuire a SpaceX una nuova cornice di valutazione e, allo stesso tempo, di iniziare a far percepire l’infrastruttura in orbita come una possibile risposta ai limiti che l’AI sta cominciando a incontrare sulla Terra.

    È una dinamica perfettamente coerente con il modo di pensare di Musk: non presentare soluzioni già compiute, ma rendere un’idea abbastanza concreta da permettere al mercato di iniziare a darle un prezzo.

    Il vero senso di questa operazione

    L’acquisizione di xAI da parte di SpaceX non è una semplice fusione tra due aziende tecnologiche. Ma è la creazione di un’entità che possiamo ben definire senza precedenti, che combina capacità spaziali, infrastruttura di comunicazione globale, piattaforma social, intelligenza artificiale e contratti governativi sensibili.

    Tutto sotto il controllo di una singola persona. Il patrimonio netto di Musk, già il più alto al mondo, supera i 670 miliardi di dollari. Con l’IPO di SpaceX, potrebbe diventare il primo trilionario della storia.

    A questo punto sorge spontaneo chiedersi che tipo di supervisione si possa esercitare su un’entità di questo tipo.

    Ricapitolando: SpaceX lancia i satelliti nello spazio, anche satelliti militari americani; Starlink fornisce connettività ovunque nel mondo, anche alle forze armate in zona di guerra; Grok, tra le altre cose, analizza dati per il Pentagono attingendo ai flussi di X; X, a sua volta, determina quali contenuti hanno visibilità per centinaia di milioni di persone.

    Tutto questo fa capo a un unico proprietario.

    Non è fantascienza, ma è realtà.

  • Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale

    Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale

    I risultati di Meta del Q4 2025 confermano la crescita delle piattaforme social, con oltre 3,5 miliardi di utenti giornalieri. Per il 2026 si prevedono investimenti fino a 135 miliardi di dollari in infrastrutture IA.

    Meta ha rilasciato i risultati finanziari del quarto trimestre e dell’intero anno fiscale 2025. Numeri che superano le aspettative degli analisti finanziari su tutti i principali indicatori.

    Ma al di là dei numeri puramente finanziari, quello che emerge dalla conference call di Mark Zuckerberg è una visione chiara e ambiziosa per il futuro dell’azienda, che passa attraverso l’intelligenza artificiale e una riorganizzazione profonda delle proprie piattaforme.

    Meta numeri del trimestre Q4 2025

    I ricavi del Q4 2025 hanno raggiunto i 59,89 miliardi di dollari, in crescita del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

    L’utile netto si è attestato a 22,8 miliardi di dollari con un EPS di 8,88 dollari, superando le stime degli analisti che si fermavano a 8,23 dollari.

    Per l’intero anno fiscale 2025, Meta ha generato ricavi per 200,97 miliardi di dollari, con una crescita del 22% rispetto al 2024.

    La società ha chiuso l’anno con 81,59 miliardi di dollari in liquidità e titoli negoziabili.

    Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale
    Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale

    Le piattaforme Meta: Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads

    Sono i numeri delle piattaforme a raccontare la storia più interessante per noi e chi legge InTime Blog.

    Meta ha chiuso il 2025 con oltre 3,5 miliardi di persone che utilizzano almeno una delle sue app ogni giorno. Facebook e WhatsApp hanno entrambe superato i 2 miliardi di utenti attivi giornalieri, mentre Instagram si attesta poco sotto questa soglia.

    Rispetto al Q4 2024, gli utenti attivi giornalieri complessivi sono cresciuti del 7%, raggiungendo i 3,58 miliardi a dicembre 2025.

    Su Instagram, il tempo di visualizzazione dei Reels è aumentato di oltre il 30% anno su anno negli Usa, mentre la prevalenza di contenuti originali è cresciuta di 10 punti percentuali nel Q4, con il 75% delle raccomandazioni che ora proviene da post originali.

    Su Facebook, il tempo dedicato ai video è cresciuto a doppia cifra anno su anno negli USA, con le ottimizzazioni del Q4 che hanno prodotto un aumento del 7% nelle visualizzazioni di post organici nel feed e nei video.

    Threads continua a mostrare una crescita sostenuta, con 150 milioni di utenti attivi giornalieri a fine ottobre 2025 e oltre 400 milioni di utenti attivi mensili.

    Le ottimizzazioni delle raccomandazioni nel Q4 hanno generato un aumento del 20% nel tempo trascorso sulla piattaforma.

    Zuckerberg ha dichiarato che Threads è sulla buona strada per diventare leader nella sua categoria, quella del social testuale di breve formato dove compete direttamente con X.

    Meta AI e la visione della superintelligenza personale

    Meta AI ha superato il miliardo di utenti attivi mensili (erano 600 milioni a ottobre 2025), diventando una delle piattaforme AI a più rapida crescita nella storia.

    Ma Zuckerberg continua a guardare oltre. Durante la conference call ha delineato quella che definisce una “major AI acceleration” per il 2026, con l’obiettivo dichiarato di costruire quella che chiama “personal superintelligence”.

    L’azienda sta lavorando per fondere i modelli linguistici di grandi dimensioni con i sistemi di raccomandazione che alimentano Facebook, Instagram e Threads. Zuckerberg ha spiegato che i sistemi attuali sono primitivi rispetto a quello che sarà possibile a breve, quando l’AI sarà in grado di comprendere gli obiettivi personali unici di ogni utente e personalizzare i feed per mostrare contenuti che aiutino le persone a migliorare la propria vita.

    Nel 2025 Meta ha ricostruito le fondamenta del proprio programma AI, portando Alexandr Wang, CEO di Scale AI, a guidare i Meta Superintelligence Labs attraverso un accordo da 14,3 miliardi di dollari.

    Nei prossimi mesi l’azienda inizierà a rilasciare nuovi modelli AI. Zuckerberg si aspetta che i primi modelli siano buoni, ma soprattutto che dimostrino la rapida traiettoria su cui si trova l’azienda, con l’obiettivo di spingere costantemente la frontiera nel corso dell’anno.

    Meta, investimenti IA fino a 135 miliardi per il 2026

    Per sostenere questa visione, Meta prevede spese in conto capitale tra 115 e 135 miliardi di dollari nel 2026, quasi il doppio rispetto ai 72,2 miliardi spesi nel 2025.

    L’aumento è destinato principalmente agli sforzi dei Meta Superintelligence Labs e al core business. Come ha sottolineato la CFO Susan Li, la domanda continua a superare la capacità disponibile e l’azienda si aspetta di rimanere vincolata dalla capacità per gran parte del 2026 fino a quando le nuove strutture non entreranno in funzione.

    Meta ha anche annunciato un accordo pluriennale fino a 6 miliardi di dollari con Corning per la fornitura di cavi in fibra ottica per i propri data center.

    Nadella e gli altri big del tech stanno correndo tutti nella stessa direzione. Ossia costruire i data center del futuro e accumulare capacità computazionale.

    Reality Labs e gli occhiali Ray-Ban

    Reality Labs ha registrato una perdita operativa di 6 miliardi di dollari nel Q4, ma Zuckerberg ha indicato che si aspetta che questo sia l’anno di picco delle perdite della divisione, che inizieranno a ridursi gradualmente.

    La notizia più interessante riguarda gli occhiali Ray-Ban con AI integrata: le vendite sono più che triplicate nell’ultimo anno. Zuckerberg vede questo come un momento simile all’arrivo degli smartphone, quando era solo questione di tempo prima che tutti i telefoni a conchiglia diventassero smartphone. Gli occhiali, ha detto, sono l’incarnazione definitiva della visione dell’azienda.

    L’IA come strumento di trasformazione interna

    Meta sta anche investendo in strumenti AI per la propria forza lavoro.

    Zuckerberg ha annunciato che l’azienda eleverà i contributori individuali e appiattirà i team. E cioè che quello che oggi fanno molti grandi team può essere realizzato da una singola persona molto talentuosa con l’ausilio dell’AI.

    Meta contava 78.865 dipendenti a fine 2025, in crescita del 6% anno su anno, ma ha anche effettuato 1.500 licenziamenti a Reality Labs a inizio gennaio.

    Meta, le sfide e rischi all’orizzonte

    La società ha segnalato che i venti contrari che arrivano dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti potrebbero avere un impatto significativo sul business. Precisamente per l’UE ci si riferisce all’impianto di norme per regolare la IA e non solo.

    Diversi processi ad alto profilo sui social media inizieranno nel corso dell’anno e potrebbero sfociare in perdite materiali. Ma la fiducia degli investitori resta alta. Infatti, il titolo è balzato di oltre il 10% nell’after-hours dopo l’annuncio dei risultati.

    Secondo Zuckerberg, il 2025 è stato un anno di ricostruzione delle fondamenta mentre il 2026 sarà l’anno dell’accelerazione.

    La domanda da farsi adesso è se la corsa agli armamenti IA tra i giganti tech porterà effettivamente ai benefici promessi per gli utenti, o se rappresenterà principalmente un trasferimento di valore verso i produttori di chip e infrastrutture.

    Meta sembra convinta della prima ipotesi. Vedremo se sarà così.

  • TikTok US al via tra le polemiche, ecco chi gestirà l’algoritmo

    TikTok US al via tra le polemiche, ecco chi gestirà l’algoritmo

    TikTok US ha preso il via e Oracle avrà accesso all’algoritmo. Larry Ellison, stretto alleato di Trump, è quindi al centro dell’operazione. A pochi giorni dall’accordo, già polemiche sulla visibilità dei contenuti politici.

    La data era attesa ed è arrivata. Il 22 gennaio 2026 segna la nascita ufficiale di TikTok US.

    Dopo anni di tensioni – dal 2020 -, proroghe, ordini esecutivi e ricorsi alla Corte Suprema, l’accordo tra Washington e Pechino è stato finalmente finalizzato.

    TikTok ha annunciato la creazione di TikTok USDS Joint Venture LLC, la nuova entità che gestirà le operazioni americane della piattaforma video più discussa degli ultimi anni.

    Donald Trump non ha perso l’occasione per intestarsi il risultato. Su Truth Social il presidente Usa ha ringraziato il suo staff e, soprattutto, il presidente cinese Xi Jinping “per aver lavorato con noi e, alla fine, approvato l’accordo”. Una dichiarazione che segna un cambio di registro notevole, considerando che lo stesso Trump nel 2020 aveva tentato di vietare completamente l’app.

    TikTok US, la struttura dell’accordo

    La nuova società sarà guidata da Adam Presser, mentre il CEO di TikTok Shou Chew siederà nel consiglio di amministrazione. ByteDance mantiene una quota del 19,9%, formalmente minoritaria ma comunque significativa.

    Oracle, Silver Lake e il fondo emiratino MGX detengono ciascuna il 15%, per un totale del 45% nelle mani del consorzio principale.

    Il valore complessivo dell’operazione resta fissato a 14 miliardi di dollari. Una cifra che riflette il peso di TikTok sul mercato americano, dove la piattaforma conta ora oltre 200 milioni di utenti attivi.

    TikTok US al via tra le polemiche, ecco chi gestirà l'algoritmo
    TikTok US al via tra le polemiche, ecco chi gestirà l’algoritmo

    TikTok US, il cuore dell’accordo è l’algoritmo

    Questo è il punto centrale che merita molta attenzione.

    Come già ricordato, Oracle non si limiterà a ospitare i dati degli utenti americani sui propri server. La società di Larry Ellison avrà accesso al codice sorgente di TikTok, quindi avrà accesso all’algoritmo di raccomandazione che ha reso la piattaforma un fenomeno globale.

    La nuova entità dovrà riallenare l’algoritmo utilizzando esclusivamente dati degli utenti americani. L’obiettivo dichiarato è garantire che il feed dei contenuti sia libero da manipolazioni esterne. Ma le implicazioni vanno ben oltre la sicurezza nazionale.

    Chi controlla l’algoritmo di raccomandazione controlla ciò che oltre 170 milioni di americani vedono ogni giorno. E la domanda diventa inevitabile: chi garantisce che il nuovo algoritmo “americano” non venga a sua volta modellato secondo interessi diversi da quelli degli utenti?

    TikTok US e il ruolo di Larry Ellison

    Larry Ellison non è un attore neutrale in questa partita. Il fondatore di Oracle è uno dei principali sostenitori di Trump, con oltre 46 milioni di dollari donati a campagne e comitati repubblicani dal 2012. Ha ospitato eventi di raccolta fondi per Trump nella sua tenuta in California. Nel novembre 2020 ha partecipato a una telefonata con altri alleati del presidente per discutere strategie volte a contestare i risultati delle elezioni.

    La sua vicinanza a Trump si è intensificata negli ultimi anni. A gennaio 2025 era presente alla Casa Bianca per l’annuncio del progetto Stargate, la joint venture per l’intelligenza artificiale con OpenAI e SoftBank. Non solo. Attraverso il figlio David, Ellison controlla ora Paramount Global (che include CBS News) e sta puntando a Warner Bros. Discovery, la società madre di CNN.

    In altre parole, l’uomo che avrà accesso all’algoritmo di TikTok sta costruendo un impero mediatico che potrebbe includere presto anche alcune delle principali testate giornalistiche americane.

    TikTok US e l’algoritmo del proprietario, ancora una volta

    Come ho già osservato in passato, siamo di fronte a un altro caso di quello che definisco “algoritmo del proprietario”. X sotto la gestione di Elon Musk ha già dimostrato come la proprietà di una piattaforma possa influenzarne profondamente i meccanismi di distribuzione dei contenuti.

    Con TikTok US la dinamica sarà diversa, ma il principio resta lo stesso. L’accesso privilegiato all’algoritmo da parte di soggetti vicini al potere politico pone interrogativi legittimi sulla neutralità della piattaforma.

    Oracle potrà isolare infrastrutture e parametri, ricostruire un modello “americano”. E chi ha accesso a questi elementi ha la possibilità di modellare ciò che milioni di persone vedono.

    TikTok US, un compromesso geopolitico

    L’accordo soddisfa parzialmente entrambe le parti. Gli Stati Uniti ottengono il controllo formale sulla piattaforma e sui dati degli utenti americani. ByteDance mantiene una presenza, seppur minoritaria, e continuerà a monetizzare attraverso licenze e attività commerciali.

    Ma restano perplessità. Alcuni esperti osservano, come già fatto mesi fa, che la struttura somiglia più a un accordo di franchising che a una vera dismissione. ByteDance non esce di scena completamente. E il fatto che circa il 30% della nuova società resti in mano ad “affiliati degli investitori esistenti di ByteDance” lascia aperti margini di ambiguità.

    La legge bipartisan del 2024 richiedeva una separazione netta. La struttura negoziata dall’amministrazione Trump sembra aggirare questo requisito. Il Congresso ha già chiesto di visionare i dettagli dell’accordo per verificare la conformità ai requisiti di sicurezza nazionale.

    I primi giorni di TikTok US: segnalazioni e polemiche

    A pochi giorni dalla chiusura dell’accordo, sono emerse le prime segnalazioni da parte di creator e politici americani. Diversi utenti hanno denunciato un crollo improvviso della visibilità sui contenuti politici, con video fermi a zero views nonostante follower nell’ordine delle decine di migliaia.

    Il senatore californiano Scott Wiener ha scritto su X: “TikTok is now state-controlled media”. Un suo video su una proposta di legge è rimasto fermo a zero visualizzazioni. Brian Krassenstein, creator con oltre 125.000 follower, ha segnalato che i suoi post politici ricevono tra 0 e 1000 views da quando gli alleati di Trump hanno preso il controllo della piattaforma.

    Bernie Sanders ha elencato pubblicamente l’impero mediatico che Larry Ellison ora controlla, da TikTok a CBS, MTV, Paramount+, Nickelodeon, Simon & Schuster. E ha concluso: “This is what Oligarchy looks like.”

    TikTok USDS JV ha risposto con un comunicato ufficiale attribuendo i problemi a un’interruzione infrastrutturale nei data center. Secondo la nuova entità, si tratterebbe di un “display error caused by server timeouts” che avrebbe causato temporaneamente zero views e mancati guadagni per i creator.

    La spiegazione tecnica però non ha convinto tutti. E il dibattito sulla neutralità dell’algoritmo americano è destinato a proseguire.

    Una storia iniziata nel 2020

    La vicenda TikTok negli Stati Uniti ha attraversato sei anni di alti e bassi. Dal primo ordine esecutivo di Trump nel 2020, annullato poi da Biden; alla legge bipartisan del 2024, alla conferma della Corte Suprema nel gennaio 2025; al breve blocco dell’app, alle proroghe successive.

    Dopo sei anni quella storia trova un punto di approdo. Non una conclusione definitiva, diciamolo, ma certamente un capitolo nuovo.

    Alla fine, TikTok resta disponibile per oltre 170 milioni di utenti americani e l’algoritmo più potente del mondo passa sotto controllo statunitense, anche se in maniera temporanea.

    Quanto durerà l’equilibrio trovato? La storia recente insegna che, quando si tratta di Trump, di rapporti con la Cina e di piattaforme digitali, nulla è mai davvero definitivo.

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