In questa categoria troverete articoli su Intelligenza Artificiale e Machine Learning, soprattutto su come queste tecnologie stanno evolvendosi, con esempi concreti
Una lettera di Apple, inviata a tre senatori Usa, ha rivelato che più volte gli aggiornamenti dell’app Grok di xAI furono respinti, arrivando a minacciare la rimozione dall’App Store.
Certamente ricorderete quando tra la fine di dicembre 2025 e gennaio di quest’anno esplose lo scandalo Grok, l’app di xAI. Parliamo sempre del raggio di azione di Elon Musk. Ricorderete che quell’app permetteva a tutti, attraverso un testo condiviso su X, quindi in pubblico, di modificare immagini. Una funzionalità che ha finito per generare un fenomeno di deepfake a sfondo sessuale a livello globale.
Ebbene, a distanza di tre mesi se ne torna a parlare perché NBC, in via esclusiva, in relazione alla lettera che tre senatori Usa avevano indirizzato a Apple e Google, chiedendo di rimuovere Grok dai rispettivi app market, ha avuto modo di visualizzare cosa Apple aveva risposto ai senatori.
E in effetti, senza che nessuno ne sapesse nulla, e si è scoperto grazie alla NBC, Cupertino aveva risposto.
Il passaggio chiave della lettera recita: «Apple ha esaminato le successive modifiche degli sviluppatori e ha determinato che X aveva sostanzialmente risolto le proprie violazioni, ma l’app Grok rimaneva non conforme. Di conseguenza, abbiamo respinto la modifiche di Grok e notificato allo sviluppatore che sarebbero state necessarie ulteriori modifiche per rimediare alla violazione, oppure l’app avrebbe potuto essere rimossa dall’App Store.».
In buona sostanza, Apple aveva bocciato i primi tentativi di xAI di sistemare il problema, giudicandoli però insufficienti. Solo dopo ulteriori modifiche ha approvato la versione aggiornata, definendola «sostanzialmente migliorata». Ma la minaccia di rimozione era stata formalizzata.
Apple e la minaccia di rimuovere l’app Grok di xAI
Come si arrivò a quel punto
Per chi ha seguito questa vicenda su InTime Blog, il contesto è abbastanza chiaro.
Come ricordato in apertura, tra il 25 dicembre 2025 e l’8 gennaio 2026, Grok ha generato circa 4,6 milioni di immagini, di cui circa 3 milioni sessualizzate e circa 23.000 raffiguranti minori.
Ricorderete il post di Musk del 31 dicembre 2025, un’immagine di sé stesso in bikini generata da Grok, che aveva causato un’impennata del 1.400% nella generazione di contenuti simili.
Come sottolineato più volte, in questa vicenda scatenata dalla funzionalità libera permettendo a chiunque di modificare immagini, le vittime non avevano strumenti per difendersi: donne che segnalavano immagini sessualizzate delle proprie foto a X non ricevevano risposta, o ricevevano notifiche che «non vi erano violazioni delle regole».
Lo dimostrava il fatto che l’utente che aveva chiesto a Grok di manipolare l’immagine della donna uccisa a Minneapolis era un abbonato verificato. E come avevo ricordato nell’articolo sui numeri degli abbonamenti di X, la limitazione agli abbonati ha finito per monetizzare lo scandalo stesso.
Il DPC irlandese ha avviato un’indagine GDPR, con potenziali sanzioni fino al 4% del fatturato. Il Regno Unito ha varato una nuova legge con pene detentive fino a due anni per chi genera deepfake intimi non consensuali.
E poi c’è la Francia. Il 3 febbraio la procura di Parigi, insieme a Europol, ha perquisito gli uffici parigini di X. Musk e l’ex CEO Linda Yaccarino sono stati convocati per un’audizione fissata per il 20 aprile, vale a dire tra pochi giorni.
Negli Stati Uniti, il TAKE IT DOWN Act, firmato nel maggio 2025, entrerà in vigore a maggio 2026 rendendo reato federale la pubblicazione di immagini intime non consensuali generate da IA.
Il DEFIANCE Act, approvato dal Senato il 13 gennaio citando esplicitamente lo scandalo Grok, consente alle vittime di citare in giudizio i creatori per danni fino a 150.000 dollari. E sono già in corso almeno tre cause legali contro xAI.
Cosa dicono il TAKE IT DOWN Act e il DEFIANCE Act
Il TAKE IT DOWN Act, firmato il 19 maggio 2025, è la prima legge federale Usa a criminalizzare la diffusione di immagini intime non consensuali, siano esse reali o generate dall’IA. La norma impone alle piattaforme l’obbligo di rimuovere tali contenuti entro 48 ore dalla segnalazione, prevedendo sanzioni penali e multe per chi pubblica o minaccia di diffondere tali immagini.
Complementare a questo è il DEFIANCE Act, approvato dal Senato nel gennaio 2026, che colma un vuoto fondamentale: permette alle vittime di citare in giudizio civile i creatori di deepfake sessualizzati, richiedendo danni economici significativi.
Per quanto riguarda l’operatività:
Il TAKE IT DOWN Act è tecnicamente in vigore dal giorno della firma, ma le piattaforme hanno tempo fino al 19 maggio 2026 per implementare procedure di segnalazione chiare e visibili.
Il DEFIANCE Act, dopo il via libera del Senato di metà gennaio 2026, deve ora completare l’iter alla Camera per diventare pienamente esecutivo.
Due norme Usa che permetteranno di passare da una fase di “far west” digitale a una in cui la responsabilità civile e penale inizia a pesare anche nel mondo dei falsi artificiali.
La generazione di immagini con sessualizzare con Grok continua
Un secondo report di NBC documenta che Grok continua a generare immagini sessualizzate non consensuali, seppur in volumi ridotti.
Gli utenti hanno sviluppato tecniche di aggiramento: chiedono a Grok di «abbinare la posa» di una foto di celebrità a una figura stilizzata in posizione suggestiva, o di «scambiare gli abiti» tra due foto. I video animati rappresentano una nuova frontiera di abuso.
La risposta di Musk è stata la solita, ossia quella di provare a minimizzare e ad attaccare. In risposta ai provvedimenti del governo Uk, ha definito il governo di Starmer «fascista», ha sfidato pubblicamente gli utenti a «provare a violare la moderazione di Grok» ricevendo immediatamente risposte con contenuti nudi, e la risposta ufficiale di xAI ai giornalisti è stata «Legacy Media Lies».
Il paradosso di questa vicenda è che la stessa reazione di Musk ha finito per amplificare la crisi, invece di placarla.
Cosa potrebbe succedere adesso
La rivelazione della lettera di Apple dimostra che i gatekeeper degli store hanno utilizzato la leva della rimozione come strumento di pressione, anche se non l’hanno esercitata fino in fondo.
Apple ha anche rimosso 28 app «nudify» dal proprio store dopo che il Tech Transparency Project ne aveva identificate 47 disponibili su iOS, complessivamente scaricate 705 milioni di volte.
Ma il vero banco, dicevamo, di prova sarà nelle prossime settimane.
La scelta di Musk di posizionare Grok come un’intelligenza artificiale «spicy», con meno restrizioni, si scontra ora con un ecosistema normativo globale che non concede più sconti.
L’integrazione di un generatore di immagini IA con misure di controllo minime all’interno di una piattaforma social da centinaia di milioni di utenti ha creato un rischio enorme. Conosciuto del resto.
Un rischio tale per cui nessun intervento tardivo di moderazione può pienamente correggere.
Ed è questo il punto in cui ci troviamo oggi. La lettera di risposta di Apple ci dice che il rischio c’è ed è conosciuto anche ai grandi gatekeeper. E le possibilità che la prossima volta si possa scrivere un esito diverso non è del tutto remota.
Intanto, staremo a vedere cosa emergerà dall’audizione di Musk e della Yaccarino a Parigi.
Meta sta sviluppando un clone IA di Zuckerberg per interagire con i dipendenti. È l’ultimo capitolo di un’ossessione decennale per gli alter ego digitali, dalla realtà virtuale del 2016 al metaverso, fino alla superintelligenza.
Lui passa alla loro destra con un’espressione soddisfatta, quasi trionfante. Un’immagine che diventerà virale e storica allo stesso tempo e, a guardarla bene, fa ancora oggi un certo effetto.
Quella scena oggi quasi surreale dava l’idea di quello che sarebbe stata la realtà virtuale social secondo Zuckerberg: un networking di persone riprodotto in un mondo non reale, totalmente ricostruito, simulato. Una realtà non reale attraverso la quale provare instaurare relazioni tra persone.
Sono passati dieci anni esatti da allora e in questi giorni Zuckerberg ci riprova, con strumenti diversi certo, ma sempre con lo stesso identico pallino. Ossia quello di creare alter ego digitali che possano essere presenti ovunque senza esserci fisicamente.
Secondo quanto riportato dal Financial Times, Meta sta sviluppando un clone IA fotorealistico del suo CEO, addestrato sui suoi modi di fare, sul suo tono e sulle sue dichiarazioni pubbliche, con l’obiettivo di farlo interagire con i dipendenti quando Zuckerberg non può o non vuole farlo di persona. Il CEO stesso starebbe supervisionando il progetto, dedicandoci dalle cinque alle dieci ore a settimana di quello che ormai si chiama vibe coding (sviluppo software con l’assistenza della IA).
Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso
Un nuovo tentativo di cloni digitali dopo 10 anni
Per capire cosa sta succedendo oggi ritorniamo a quel febbraio 2016.
Due anni prima Facebook aveva acquisito Oculus VR per 2 miliardi di dollari, e Zuckerberg non aveva mai fatto mistero che quello fosse il segnale di un futuro nella realtà virtuale. Al Mobile World Congress di Barcellona 2016, quel futuro sembrava essere arrivato.
Con la realtà virtuale le opportunità di connessione tra amici sarebbero state molte di più, al punto da vivere insieme, quindi virtualmente, esperienze che si svolgono in parti del mondo diverse. Era il pallino di Zuckerberg, e dopo aver lanciato il più grande social network, voleva passare alla storia anche come il pioniere della realtà virtuale in salsa social.
Cinque anni dopo, nell’ottobre 2021, quel pallino diventa addirittura strategia aziendale. Facebook Inc. cambia nome e diventa Meta. L’accoglienza del nuovo nome fu tutt’altro che entusiasmante. A molti sembrò un’operazione di maquillage per distrarre l’opinione pubblica dai Facebook Papers e dalle rivelazioni di Frances Haugen.
Ma si trattava anche di una mossa strategica con investimenti da 10 miliardi di dollari e l’assunzione di 10.000 persone in Europa. Tutto con l’obiettivo di costruire il metaverso.
Il metaverso era la versione aggiornata della stessa visione: mondi virtuali dove le persone avrebbero potuto incontrarsi, lavorare, socializzare attraverso avatar digitali. Il concetto di alter ego era al centro di tutto. Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone, avrebbe dovuto essere il luogo dove tutto questo si sarebbe materializzato.
Il metaverso, la promessa non mantenuta
Ma le cose non sono andate come previsto.
Reality Labs, la divisione dedicata al metaverso, ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta ha tagliato la spesa per il metaverso fino al 30%. E il colpo più simbolico è arrivato poche settimane fa: Horizon Worlds verrà rimosso dalla VR il prossimo 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.
Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.
In buona sostanza, Meta ha liquidato il metaverso, sacrificato i propri scienziati di punta, e dirottati centinaia di miliardi di dollari verso l’IA. Con l’addio di Yann LeCun e la rimozione di Chris dalla supervisione dell’IA, il ventottenne Alexandr Wang è diventato il primo Chief AI Officer nella storia dell’azienda.
Ma restiamo concentrati sul tema. Dopo tutto questo, il pallino di Zuckerberg non è cambiato. È cambiata solo la tecnologia con cui cerca di realizzarla, ma la sua idea nel corso di questi anni è rimasta intatta.
Mark Zuckerberg al MWC 2016
Dal metaverso al clone IA
Nel 2016 la visione era la realtà virtuale social: essere presenti in un altro luogo senza esserci fisicamente. Nel 2021 è diventato metaverso: vivere in mondi virtuali attraverso avatar. Nel 2026 è la superintelligenza personale: avere un compagno IA che ci conosce profondamente e può agire al posto nostro.
Il clone IA di Zuckerberg si inserisce perfettamente in questa progressione. Non è un’idea nuova, è la stessa idea di sempre realizzata con strumenti diversi. L’obiettivo resta quello di creare versioni digitali di persone reali che possano interagire al posto loro.
Va detto, Meta ci ha già provato. Nel 2023 l’azienda aveva annunciato che avrebbe pagato milioni di dollari a celebrity come Snoop Dogg per trasformarle in chatbot. Il progetto è stato un fallimento e i chatbot hanno finito per fare dichiarazioni imbarazzanti per conto dei loro equivalenti in carne e ossa.
Nel 2024 è arrivato AI Studio, che permette ai creator di Instagram di costruire versioni IA di se stessi per interagire con i fan via DM. Anche questo progetto ha avuto i suoi problemi, al punto che Meta ha dovuto bloccare l’accesso ai teenager dopo le critiche sulla salute mentale dei minori.
Ora Zuckerberg sta applicando la stessa logica, partendo da se stesso.
Il clone IA sarà addestrato non solo sui suoi modi di fare e sul suo tono, ma anche sul suo pensiero recente riguardo alle strategie aziendali. L’idea, secondo il Financial Times, è che i dipendenti possano sentirsi più connessi al fondatore attraverso le interazioni con il suo avatar digitale.
La trasformazione del CEO nel corsi di questi 10 anni
Nel 2016, quando Zuckerberg immaginava la realtà virtuale social, il ruolo del CEO di una grande azienda tecnologica era sostanzialmente quello di guida interna. Certo, le figure come lui erano già personaggi pubblici, ma la loro funzione principale restava quella di dirigere l’azienda, non di rappresentarla costantemente verso l’esterno.
Dieci anni dopo, quel ruolo è cambiato radicalmente. I CEO delle grandi piattaforme di oggi sono diventati figure mediatiche a tutti gli effetti, produttori di contenuti che incarnano la visione aziendale.
Lo vediamo con Sam Altman di OpenAI, che costruisce la propria immagine pubblica attraverso podcast, interviste, post sui social.
E lo vediamo con lo stesso Zuckerberg, che negli ultimi anni ha curato attentamente la propria trasformazione da nerd impacciato a imprenditore sportivo e appassioandosi alle arti marziali miste.
Il CEO non è più solo chi prende le decisioni. È una figura oggi che comunica la narrazione, che costruisce il brand, che incarna l’identità dell’azienda agli occhi del pubblico, degli investitori, delle istituzioni.
E adesso Zuckerberg vuole clonare proprio quella figura.
Cosa significa davvero clonare il CEO
Se il ruolo del CEO moderno include la costruzione di una narrazione, la comunicazione di una visione, l’incarnazione di valori aziendali, cosa succede quando quella figura viene replicata artificialmente?
Un avatar IA addestrato sulle dichiarazioni pubbliche e sul pensiero strategico di Zuckerberg può rispondere a domande, offrire feedback, partecipare a riunioni. Ma potrebbe incarnare una visione? Potrebbe trasmettere fiducia? Potrebbe davvero prendere decisioni che comportano responsabilità?
Il Financial Times riporta che esiste anche un progetto separato, un CEO agent progettato per aiutare Zuckerberg a recuperare informazioni e svolgere compiti al suo posto.
Si tratta di due progetti distinti ma complementari: uno clona la presenza, l’altro automatizza le funzioni.
C’è poi la questione della governance. Se l’avatar IA di Zuckerberg dà un feedback a un dipendente, chi è responsabile di quel feedback? Se prende una posizione su una questione strategica, quella posizione riflette davvero il pensiero del CEO o si parla di approssimazione della IA? E se il clone dice qualcosa di sbagliato, come è già successo con i chatbot delle celebrity, chi ne risponde?
Certo che sono tutte questioni che saranno risolte, ove mai questo progetto prenderà davvero piede, ma sono comunque domande da porsi in questo frangente.
Dieci anni dopo, la stessa domanda
Ma la realtà virtuale social affascina o inquieta?
Dieci anni dopo, la domanda è la stessa ma la tecnologia, e il mondo, è cambiata.
Non si tratta più di mondi virtuali dove incontrarsi come avatar, oggi si parla di creare copie di persone reali, che possano agire, parlare, decidere al loro posto. E se il primo esperimento è il CEO di una delle aziende più potenti del mondo, il passo successivo potrebbe essere davvero chiunque.
Il Financial Times riporta che se l’esperimento con Zuckerberg avrà successo, Meta prevede di permettere ai creator di costruire avatar IA di se stessi, espandendo il progetto dimostrato al Meta Connect del 2024.
Nel frattempo, tra licenziamenti e nuove strategie sulla IA, Meta sta spingendo i propri dipendenti a usare strumenti di automazione e software agentici.
Insomma, Zuckerberg dimostra che il suo obiettivo resta quello di sempre. E per trasformarlo in realtà sarebbe disposto a cambiare anche la sua azienda. Il primo tentativo col metaverso è andato come abbiamo visto. Forse quello con la IA gli potrebbe andare bene. Forse.
Meta ha presentato Muse Spark, il primo modello di IA sviluppato dal nuovo Superintelligence Lab. È un modello proprietario che segna una rottura netta con la filosofia open source che aveva caratterizzato Meta fino a ieri. La domanda è se tutto questo basterà a colmare il divario con OpenAI, Anthropic e Google.
Mark Zuckerberg ha al momento diversi problemi, ma uno in particolare ce l’ha con le promesse. Nel gennaio 2025 aveva annunciato che sarebbe stato un anno decisivo per l’intelligenza artificiale di Meta, con Llama 4 pronto a diventare il modello stato dell’arte e Meta AI destinata a raggiungere un miliardo di utenti.
Un anno dopo, Llama 4 è soltanto un ricordo imbarazzante, il Chief AI Scientist che lo aveva costruito se n’è andato sbattendo la porta, e Zuckerberg si ritrova a presentare qualcosa di completamente diverso.
Ma questa volta la posta in gioco è diversa. Non si tratta di un aggiornamento incrementale o di una nuova versione di un prodotto esistente.
Muse Spark rappresenta una rottura totale con il passato di Meta. È un modello proprietario invece che open source ed è stato costruito da un team quasi interamente nuovo.
Muse Spark rappresenta il prodotto concreto di una riorganizzazione che ha investito ogni livello dell’azienda. Centinaia di licenziamenti, l’abbandono progressivo del metaverso, investimenti da 135 miliardi di dollari nel solo 2026. E al centro di tutto, un ventottenne che fino a ieri guidava un’azienda di etichettatura dati. Ma andiamo con ordine.
Muse Spark nasce dalle ceneri di Llama
Per capire Muse Spark bisogna partire da quello che è successo prima.
Nell’aprile 2025, Meta lancia Llama 4 nelle varianti Maverick e Scout, ma il rilascio è un disastro. Yann LeCun, premio Turing 2019 e Chief AI Scientist di Meta dal 2013, ammetterà poi al Financial Times che i risultati erano stati falsificati: il team aveva usato versioni ottimizzate per specifici benchmark, gonfiando artificialmente le prestazioni. Il modello di punta, Behemoth, viene rinviato più volte e infine accantonato.
Zuckerberg, furioso, mette da parte l’intera organizzazione GenAI e inizia a reclutare personalmente un nuovo team.
Crea un gruppo WhatsApp chiamato Recruiting Party attivo 24 ore su 24. Il risultato di quella crisi è Muse Spark, nome in codice interno Avocado, costruito da zero in nove mesi dal nuovo Meta Superintelligence Labs. Non è una versione evoluta di Llama, è un modello completamente diverso, ricostruito a partire da un nuovo stack di pre-training.
Cosa fa Muse Spark
Proviamo a spiegarlo in modo semplice, perché è importante capire di cosa stiamo parlando.
Muse Spark è un modello di intelligenza artificiale multimodale, il che significa che può elaborare testo, immagini e voce contemporaneamente.
Ha una finestra di contesto di 262.000 token, vale a dire che può tenere a mente una quantità enorme di informazioni durante una conversazione. E opera in tre modalità diverse a seconda di cosa gli viene chiesto.
La modalità Instant serve per le domande rapide: chiedi qualcosa, ottieni una risposta immediata. La modalità Thinking attiva un ragionamento più profondo per problemi complessi. Ma la vera novità è la modalità Contemplating, che orchestra più sotto-agenti che ragionano in parallelo.
In pratica, se chiedi a Meta AI di pianificare un viaggio in famiglia, un agente si occupa dell’itinerario, un altro confronta le destinazioni, un terzo cerca le attività adatte ai bambini. Tutto contemporaneamente.
Tra le capacità distintive c’è il ragionamento visivo: si può fotografare uno scaffale di snack in aeroporto, ad esempio, e Muse Spark ti dice quali hanno più proteine senza che tu debba leggere le etichette.
C’è poi una modalità shopping che integra dati comportamentali dalle piattaforme Meta. E ci sono capacità di ragionamento medico sviluppate in collaborazione con oltre mille medici, anche se su questo punto, va detto, i dubbi sulla privacy restano aperti.
Muse Spark, una storia all’inseguimento
I benchmark sono il modo in cui l’industria misura le capacità dei modelli di IA, e quelli di Muse Spark raccontano dei dati interessanti.
Sull’Artificial Analysis Intelligence Index, il modello di Meta ottiene un punteggio di 52, collocandosi nella top 5 globale ma dietro a GPT-5.4 e Gemini 3.1 Pro, entrambi a 57, e leggermente sotto Claude Opus 4.6, a 53. Il salto rispetto ai modelli Llama 4 è enorme: Maverick aveva ottenuto 18, Scout appena 13.
Dove Muse Spark eccelle davvero è nei benchmark specialistici.
Nel ragionamento medico batte GPT-5.4 e surclassa tutti gli altri. Nella comprensione di grafici e figure supera anche i migliori modelli di OpenAI. Ma i punti deboli sono altrettanto significativi: nel ragionamento astratto il divario con Gemini è drastico, 42.5 contro 76.5. E nel coding agentico, che è diventato l’obiettivo principale di Anthropic e degli altri nella corsa all’IA, GPT-5.4 lo supera nettamente.
C’è poi un aspetto che va sottolineato, perché riguarda la credibilità di questi numeri.
I benchmark auto-dichiarati di Meta vanno trattati con cautela data la storia recente.
Fortune ha notato che le verifiche indipendenti mostrano a volte discrepanze: su alcuni test, Meta dichiara risultati che i laboratori esterni non riescono a replicare. È un problema di fiducia che l’azienda dovrà risolvere.
L’abbandono dell’open source e la svolta strategica
La scelta closed source è il cambio di rotta più clamoroso.
Nel luglio 2024, Zuckerberg aveva pubblicato un manifesto intitolato Open Source AI is the Path Forward, paragonando Llama a Linux e argomentando che l’IA open source rappresentava la migliore possibilità del mondo di sfruttare questa tecnologia. Appena due anni dopo, Muse Spark è completamente un modello proprietario.
Le ragioni di questa inversione sono diverse.
Primo, la pressione competitiva: dopo il fallimento di Llama 4, Meta non può permettersi di regalare le proprie innovazioni ai concorrenti.
Secondo, il precedente di DeepSeek: il laboratorio cinese aveva copiato con successo l’architettura di Llama per sviluppare il proprio modello R1, dimostrando concretamente i rischi della strategia aperta.
Terzo, la monetizzazione: Meta sta sperimentando l’accesso API a pagamento, attualmente in anteprima privata per partner selezionati.
La strategia emergente sembra quella di un modello freemium: i modelli più potenti e recenti restano proprietari e disponibili tramite API a pagamento, mentre le versioni precedenti vengono rilasciate come open source. Meta ha dichiarato di sperare di rendere open source le future versioni del modello, ma senza fornire alcuna tempistica. Tradotto: per ora resta tutto chiuso.
Alexandr Wang e i 14 miliardi di dollari per un ventottenne
A guidare il Meta Superintelligence Labs c’è Alexandr Wang, nominato primo Chief AI Officer nella storia di Meta. La sua storia merita di essere raccontata perché dice molto sulla scommessa che Zuckerberg sta facendo.
Nella foto: Alexandr Wang
Nato nel 1997 a Los Alamos, figlio di fisici cinesi immigrati che lavoravano al laboratorio nazionale, Wang aveva fondato Scale AI a 19 anni abbandonando il MIT. A 24 anni era il più giovane miliardario self-made al mondo.
Meta ha investito 14,3 miliardi di dollari per una quota del 49% in Scale AI, raddoppiandone la valutazione. Come parte dell’accordo, Wang ha lasciato la carica di CEO per guidare il nuovo laboratorio. Zuckerberg lo ha descritto come il fondatore più impressionante della sua generazione. Ma c’è chi solleva dubbi: Wang viene da un’azienda di etichettatura dati, non dalla ricerca fondamentale sull’IA.
E il suo arrivo ha provocato la partenza di Yann LeCun, che al Financial Times ha dichiarato di non essere disposto a sottostare all’autorità di un giovane e inesperto manager.
I licenziamenti e l’abbandono del metaverso
La nascita del Superintelligence Labs è solo un tassello di una riorganizzazione che ha investito ogni livello di Meta. L’elenco delle perdite è impressionante.
Yann LeCun se n’è andato e ha fondato un proprio laboratorio raccogliendo oltre un miliardo di dollari.
Chris Cox, Chief Product Officer e veterano ventennale, è stato rimosso dalla supervisione dell’IA dopo il fiasco di Llama 4. Undici dei quattordici ricercatori originali che avevano costruito il primo modello Llama nel 2023 hanno lasciato l’azienda.
Come avevo raccontato qui su InTime Blog analizzando l’acquisizione di Moltbook, Meta sta ridisegnando completamente la propria struttura organizzativa attorno all’intelligenza artificiale.
Il ridimensionamento del metaverso è stato altrettanto drastico.
Reality Labs ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta stava tagliando la spesa per il metaverso fino al 30%.
La ristrutturazione ha colpito anche Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone. Verrà rimosso dalla VR il 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.
Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.
Zuckerberg e la superintelligenza personale per tutti
Nel luglio 2025, Zuckerberg ha pubblicato un lungo post intitolato Personal Superintelligence for Everyone, in cui delineava la sua visione.
Vale la pena di soffermarsi su cosa intende, perché è diverso da quello che propongono i concorrenti.
La superintelligenza personale di Meta non è un sistema centralizzato che automatizza tutto il lavoro umano. Si tratta di un compagno personale che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi, e può aiutarci a raggiungerli.
Come avevo scritto sulla strategia di Meta verso la superintelligenza, questa visione ha un vantaggio strutturale che nessun concorrente può ancora raggiungere. E cioè 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta.
Se Muse Spark funziona, quella distribuzione potrebbe trasformarlo nel modello di IA più utilizzato al mondo quasi per inerzia.
È la stessa logica che ha guidato l’acquisizione di Moltbook, il social network per agenti AI: Meta sta costruendo l’infrastruttura dove l’intelligenza artificiale vive, lavora e interagisce.
Lo scenario competitivo e la frattura Altman-Amodei
Muse Spark arriva in un panorama competitivo incandescente.
Il giorno prima del lancio, Anthropic ha svelato Claude Mythos Preview, descritto come il modello di IA più potente mai sviluppato dall’azienda, talmente pericoloso da non poter essere rilasciato al pubblico per le minacce alla sicurezza informatica.
C’è poi il rapporto con Elon Musk, che ha seguito una traiettoria inversa: dalla sfida alla gabbia del 2023 a un disgelo tattico.
Come avevo scritto nell’articolo sulla possibile alleanza tra Zuckerberg e Musk, documenti giudiziari desecretati nel marzo 2026 hanno rivelato contatti diretti tra i due.
Insomma, non si tratta solo del lancio di un nuovo modello di IA, come ormai ci stiamo abituando ad assistere praticamente ogni giorno.
Dietro c’è una strategia che val la pena di essere indagata per capire il perché di certe mosse, per avere chiaro anche il contesto in cui ci si muove.
E anche di comprendere come lo schema delle alleanze si muove e agisce di conesguenza.
I documenti depositati nella causa Musk contro OpenAI rivelano messaggi privati tra i due CEO. Zuckerberg offrì supporto al DOGE e Musk propose un’offerta congiunta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una convergenza strategica che ribalta anni di rivalità pubblica.
Mark Zuckerberg si è offerto di aiutare Elon Musk e il suo DOGE.
Lo rivelano i documenti depositati venerdì scorso nell’ambito della causa che Musk ha intentato contro Sam Altman e OpenAI, e vale la pena soffermarsi un attimo perché racconta molto più di un semplice scambio di messaggi tra due miliardari.
Vi ricordate dove li avevamo lasciati? Era il 2023, e i due si stavano organizzando per sfidarsi a duello, un combattimento che avrebbe dovuto tenersi addirittura al Colosseo, con l’allora ministro Sangiuliano che si era offerto come mediatore istituzionale per ospitare lo scontro del secolo.
L’inizio della rivalità tra Zuckerberg e Musk
Una rivalità che in realtà affondava le radici molto più indietro. Un esempio si ebbe nel 2016, quando l’esplosione di un razzo SpaceX distrusse un satellite Facebook che si trovava a bordo. Da quel momento in poi i due sono andati avanti con provocazioni reciproche e dichiarazioni al vetriolo.
Eppure, nel corso dell’ultimo periodo, qualcosa è cambiato, e i documenti giudiziari ci permettono oggi di ricostruire la sequenza con una certa precisione.
Il primo segnale risale al 13 dicembre 2024, quando Zuckerberg scrisse a Musk per avvisarlo personalmente che qualcuno aveva fatto trapelare la lettera con cui Meta chiedeva all’Attorney General della California di bloccare la transizione di OpenAI verso un modello for-profit. Una lettera in cui Meta sosteneva esplicitamente che Musk fosse “qualificato e ben posizionato per rappresentare gli interessi dei californiani” nella sua battaglia legale contro Altman.
Zuckerberg e Musk, insieme nel segno di Trump
Poi è arrivato il 20 gennaio 2025, il giorno dell’insediamento di Trump, e la scena che si è presentata agli occhi del mondo ha reso evidente ciò che stava accadendo.
Musk, Zuckerberg, Bezos e Pichai sedevano insieme in prima fila, più vicini al nuovo presidente di molti dei suoi stessi consiglieri, gli unici non familiari in grado letteralmente di sussurrare all’orecchio di Trump o Vance dal palco.
Ciascuno di loro aveva versato un milione di dollari per l’evento, e Zuckerberg aveva annunciato pochi giorni prima l’abbandono del fact-checking sulle piattaforme Meta, una svolta che segnava un allineamento politico ormai inequivocabile.
Ma è il 3 febbraio 2025 che la convergenza diventa operativa, come riportano i documenti.
Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici
Una settimana più tardi, il 10 febbraio, un consorzio guidato da xAI presenta un’offerta non sollecitata da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI, con l’obiettivo dichiarato di bloccare la sua trasformazione in società for-profit. Zuckerberg alla fine non firmò la lettera d’intenti e il board di OpenAI respinse l’offerta, ma il fatto che l’ipotesi sia stata contemplata racconta una storia che va ben oltre i rapporti personali tra i due.
Zuckerberg, Musk e Trump: una convergenza strategica
Quello che emerge da questa ricostruzione è un quadro di convergenza strategica guidata da interessi comuni. OpenAI e Sam Altman rappresentano una minaccia esistenziale sia per xAI di Musk che per gli investimenti di Meta nell’intelligenza artificiale, e questo ha creato le condizioni per un allineamento che sarebbe stato impensabile solo due anni fa.
A questo si aggiunge l’abbraccio condiviso dell’amministrazione Trump, con Meta che ha abbandonato le politiche di moderazione dei contenuti proprio alla vigilia dell’insediamento, e la consapevolezza che la transizione di OpenAI verso il for-profit minaccia entrambi i loro modelli di business.
Dal duello al Colosseo all’offerta congiunta per OpenAI il passo è stato più breve di quanto chiunque potesse immaginare, e forse questo ci dice qualcosa su come funzionano davvero le dinamiche di potere nella Silicon Valley di oggi.
Una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e YouTube per aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minori. È la prima sentenza di questo tipo nella storia. I 6 milioni di dollari di risarcimento sono una cifra simbolica, ma il principio che si afferma potrebbe cambiare per sempre il modo in cui pensiamo ai social media.
Da anni si sostiene che i social media stanno cambiando, ed è vero. Ma molto spesso quando si fa questa affermazione non ci si rende davvero conto in cosa consista in questo cambiamento.
Infatti, non sempre ce ne accorgiamo subito, perché il cambiamento vero raramente arriva con i titoli cubitali che ci aspetteremmo. Ma la data 25 marzo 2026 verrà ricordata per essere quello momento specifico in cui le piattaforme social media sono davvero cambiate.
Come già raccontato su queste pagine, la sentenza riguarda una ragazza californiana, identificata con le iniziali K.G.M., che ha citato in giudizio Meta e Google. Come detto in altre situazioni, Kaley iniziato a usare YouTube a sei anni, Instagram a nove. Di fronte alla giuria ha raccontato di aver sviluppato depressione, dismorfismo corporeo, pensieri suicidi. Ma la cosa più importante non è la sua storia personale, per quanto drammatica, è il principio giuridico che questa sentenza afferma.
La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media
È stata la base giuridica su cui si è costruito l’intero ecosistema dei social media. Ma questa sentenza aggira completamente quel principio. Non accusa Meta e YouTube per i video visti dalla ragazza o per i post che ha letto. Invece li accusa per lo scroll infinito, per le notifiche che interrompono il sonno, per i filtri di bellezza che alterano la percezione di sé, per i loop di engagement progettati per trattenere gli utenti il più a lungo possibile.
In altre parole: il problema non è cosa c’è sulla piattaforma, ma è come funziona la piattaforma. È una distinzione sottile ma decisiva, e la giuria l’ha accolta. I documenti interni presentati in aula hanno mostrato che Meta sapeva esattamente cosa stesse facendo. Un memo aziendale recitava, traduco io: “Se vogliamo vincere alla grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro come tweens”. Un altro documento stimava il valore economico di un tredicenne in circa 270 dollari, sulla base del fatto che gli utenti più giovani hanno una ritenzione a lungo termine molto più alta. La giuria ha visto questi documenti e ha tratto le sue conclusioni.
6 milioni di dollari simbolici ma sono un precedente
Ma non è questo il punto, il punto è che esistono oltre duemila cause simili solo in California, e più di diecimila a livello nazionale negli Stati Uniti. Questa sentenza era un test, quello che in gergo legale si chiama bellwether trial: un processo apripista che serve a capire se una certa teoria giuridica può reggere in tribunale.
Il confronto che molti stanno facendo è con le cause contro l’industria del tabacco negli anni Novanta. È un parallelo che ha senso, fino ad un certo punto. Anche allora i documenti interni delle aziende dimostrarono che sapevano dei danni causati dal fumo. E anche allora la difesa si basò sulla responsabilità individuale del consumatore. Le prime sentenze furono simboliche, prima che l’intero sistema crollasse. Ma tra i due casi ci sono differenze importanti.
Il tabacco causava danni fisici misurabili attraverso l’ingestione di una sostanza. Mentre la dipendenza da social media non è ancora riconosciuta ufficialmente come diagnosi clinica. E soprattutto: nessuno vuole abolire i social media, mentre abolire il fumo era un obiettivo ragionevole.
Forse il parallelo più calzante è un altro, quello con la sicurezza automobilistica degli anni Sessanta. Le automobili non furono abolite, ad un certo punto ci si rese conto che andavano riprogettate con cinture di sicurezza, airbag e altri sistemi di sicurezza.
Il principio che si affermò allora è lo stesso che potrebbe affermarsi oggi. Ossia, se un prodotto può essere reso più sicuro senza comprometterne la funzione, allora si deve fare in modo che lo diventi.
I social media provocano dipendenza
In aula è stata usata una parola che le piattaforme hanno sempre rifiutato: dipendenza.
Una psichiatra di Stanford ha testimoniato che lo scrolling compulsivo attiva gli stessi circuiti cerebrali della ricompensa attivati dalle droghe, con brevi scariche di dopamina che addestrano gli utenti a cercare continuamente la prossima «meta». Gli studi di neuroimaging mostrano alterazioni cerebrali simili a quelle osservate nella dipendenza dal gioco d’azzardo.
È un punto su cui vale la pena soffermarsi. Perché la difesa delle piattaforme si è sempre basata su un argomento apparentemente ragionevole: le persone scelgono liberamente di usare questi servizi, quindi la responsabilità è loro.
Ma se il servizio è progettato specificamente per compromettere la capacità di scelta, allora l’argomento crolla. E questa è esattamente la tesi che la giuria ha accolto.
La giuria ha anche stabilito che Meta e YouTube hanno agito con dolo, cioè con consapevolezza del danno, o con deliberata indifferenza verso le conseguenze delle proprie scelte progettuali. È una soglia giuridica particolarmente alta nel sistema americano. Non è stata una svista, è stata una scelta deliberata.
Social media e dipendenza, il contesto UE e italiano
Questa sentenza arriva dagli Stati Uniti, ma le sue implicazioni ci riguardano direttamente. L’Unione Europea ha già un quadro normativo avanzato con il Digital Services Act, che obbliga le piattaforme accessibili ai minori ad adottare misure per garantire privacy e sicurezza. Le linee guida della Commissione pubblicate nel 2025 raccomandano account dei minori impostati come privati di default, disattivazione di funzionalità che promuovono l’uso eccessivo come autoplay e notifiche notturne, divieto di pubblicità mirata ai minori. La Commissione ha già avviato procedimenti formali contro TikTok.
In Italia il quadro è più complesso. L’età del consenso digitale è fissata a 14 anni e il Senato sta discutendo un disegno di legge per alzarla e l’AGCOM ha approvato regolamenti sulla verifica dell’età. Inoltre, una class-action contro Meta e TikTok è stata promossa presso il Tribunale delle Imprese di Milano.
A tutto questo si aggiunge che l’Istituto Superiore di Sanità stima circa 100.000 adolescenti italiani a rischio di dipendenza da social media. Ma l’approccio italiano resta orientato verso l’educazione digitale piuttosto che verso il divieto o la regolamentazione stringente. Staremo a vedere se questa sentenza americana cambierà qualcosa anche da noi.
Cosa significa davvero questa sentenza per i social media
Molti commentatori stanno dicendo che questa sentenza segna la fine dei social media. Non è così, e sarebbe sbagliato raccontarla in questi termini. Quello che questa sentenza segna è la fine di una certa idea di social media: quella in cui le piattaforme potevano progettare qualsiasi meccanismo di engagement senza doversi preoccupare delle conseguenze. Ecco, quella fase è finita.
Ma c’è un altro aspetto su cui dovremmo riflettere, e che riguarda il futuro più che il passato. I social media che hanno causato i danni a KGM erano già pienamente algoritmici, progettati per massimizzare il tempo sulla piattaforma attraverso sistemi di raccomandazione e loop di engagement.
Oggi quei sistemi si stanno evolvendo in qualcosa di ancora più pervasivo con l’intelligenza artificiale.
Meta sta integrando chatbot basati su intelligenza artificiale generativa in Instagram e WhatsApp. Google sta facendo lo stesso con Gemini nei propri servizi. Sono prodotti progettati per creare conversazioni prolungate, relazioni continuative, interazioni che si ripetono giorno dopo giorno.
Il principio affermato da questa sentenza, e cioè che il design di un prodotto digitale può essere considerato pericoloso se crea dipendenza, potrebbe applicarsi anche a questi nuovi sistemi.
Se questa sentenza ci insegna qualcosa, è che non possiamo aspettare vent’anni per capire se questi nuovi prodotti stanno causando danni. Dobbiamo agire prima e questa sentenza ci deve servire da monito. Perché i casi come quello della ragazza californiana potrebbero moltiplicarsi, e in forme ancora più gravi, se non interveniamo ora.
La partita, va detto, è tutt’altro che chiusa. Meta e YouTube hanno annunciato che faranno appello e le prossime cause potrebbero avere esiti diversi.
Ma qualcosa si è rotto nel rapporto tra le piattaforme e la società tutta. E difficilmente si potrà tornare indietro.
A sei mesi dal lancio dell’app standalone, OpenAI annuncia la chiusura di Sora. L’interesse degli utenti è crollato, l’accordo da 1 miliardo di dollari con Disney salta, e la motivazione ufficiale parla di risorse da destinare alla robotica. Ma il vero problema era un altro, Sora non ha mai avuto una visione.
In certi momenti, nella vita di un prodotto tecnologico, arriva quello in cui appare evidente che l’entusiasmo iniziale non si è mai trasformato in qualcos’altro. Vale anche per la IA.
La notizia arriva a sorpresa, possiamo dirlo, proprio il giorno dopo che la stessa OpenAI aveva pubblicato un post sugli standard di sicurezza dell’app. Un tempismo che la dice lunga sulla gestione della comunicazione del momento.
Sora, 1 milione di download e poi il silenzio
Quando Sora fu presentato a febbraio 2024, l’effetto fu straordinario. Video generati da semplici prompt di testo con una qualità quasi cinematografica, qualcosa che sembrava già fantascienza. Al punto che Hollywood si allarmò, i creativi si interrogarono sul proprio futuro, e OpenAI si ritrovò con un vantaggio competitivo che sembrava incolmabile.
Ma quel vantaggio, lo sappiamo, aveva una data di scadenza. Come avevo raccontato alla sua prima apparizione due anni fa, le aspettative intorno a questa tecnologia erano altissime.
Nel frattempo sono arrivati Runway con Gen-3, Pika, Kling di Kuaishou, Veo di Google. Quando Sora 2 è diventato disponibile al pubblico a settembre 2025, il mercato era già bell’affollato.
L’app raggiunse comunque la vetta dell’App Store in pochi giorni, con 1 milione di download in dieci giorni, un dato anche più veloce di quello registrato da ChatGPT. Ma quel picco si è rivelato un fuoco di paglia.
Secondo i dati di Appfigures, a dicembre 2025 i download erano calati del 32% rispetto a novembre, proprio nel periodo in cui la maggior parte delle app tipicamente cresce. E da lì, un declino costante mese dopo mese.
OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto
Sora, una piattaforma nata senza una ragione d’essere
In ogni caso, c’è una cosa che va detta chiaramente. Sora non ha mai avuto una visione.
Era stata progettata come una sorta di TikTok generativo, un social network dove gli utenti potevano caricare cameo, ossia brevi video di sé stessi, per poi inserirsi in video sintetici insieme agli amici.
Ma cosa doveva diventare, esattamente? Uno strumento per creator professionisti? Una piattaforma di intrattenimento? Un motore per la produzione cinematografica? La risposta, in verità, non è mai arrivata.
Nel vuoto completo di strategia, Sora si è riempito di quello che ormai si definisce AI slop, contenuto AI generato in massa, spesso di qualità discutibile, talvolta ai limiti della legalità. Come video virali di Mario, Pikachu, personaggi Disney usati senza alcuna autorizzazione. Deepfake di Martin Luther King che hanno costretto OpenAI a bloccare temporaneamente l’uso del suo volto sulla piattaforma.
È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista. E cioè lanciare un prodotto, osservare cosa ne fanno gli utenti, e poi correre ai ripari quando le cose sfuggono di mano. È lo stesso approccio che abbiamo visto con lo spot natalizio di Coca-Cola: la tecnologia da sola non basta, serve una visione.
OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto
Disney e 1 miliardo di dollari che non arriverà mai
L’accordo con Disney annunciato a dicembre 2025 sembrava il tentativo di legittimare ex post un modello nato senza governance. Un miliardo di dollari di investimento, centinaia di personaggi Disney, Marvel, Pixar e Star Wars in licenza per la generazione video, con l’obiettivo di integrare il tutto in Disney+. Un colpo magistrale, sulla carta. Ma ora quell’accordo è saltato insieme alla piattaforma.
In una dichiarazione rilasciata poche ore dopo l’annuncio di OpenAI, un portavoce di Disney ha confermato l’uscita dall’intesa con toni diplomatici: «As the nascent AI field advances rapidly, we respect OpenAI’s decision to exit the video generation business and to shift its priorities elsewhere.» Tradotto: Disney aveva scommesso su un cavallo che OpenAI ha deciso di ritirare dalla gara. E ora il colosso dell’intrattenimento dovrà trovare altri partner nel settore.
Robotica e modelli di nuova generazione: la versione ufficiale
La motivazione ufficiale fornita da OpenAI parla di riallocazione delle risorse.
Sam Altman, secondo quanto riportato da The Information, ha comunicato ai dipendenti che la chiusura di Sora libererà capacità computazionale per i modelli AI di prossima generazione.
Il team di ricerca, si legge nella dichiarazione ufficiale, continuerà a lavorare sulla world simulation research per far avanzare la robotica e “aiutare le persone a risolvere compiti fisici nel mondo reale“.
Ma c’è dell’altro. Secondo il Wall Street Journal, OpenAI sta costruendo una super app che integrerà ChatGPT, gli strumenti di sviluppo Codex e altri prodotti in un’unica interfaccia. Una virata strategica che risponde, va detto, alla crescita di Anthropic e della famiglia Claude, che negli ultimi mesi ha visto un’adozione enterprise sempre più marcata.
La sfida con i concorrenti, insomma, si gioca altrove. E Sora, con i suoi costi computazionali enormi e i suoi ricavi modesti, non faceva più parte della soluzione.
Dichiarazioni pubbliche calibrate, posizionamento dalla parte giusta, e poi azioni che vanno in direzione diversa.
La chiusura di Sora segue lo stesso copione: il giorno prima un post sulla sicurezza, il giorno dopo l’annuncio della chiusura. Il ringraziamento alla community, la promessa di “condividere presto i dettagli”. E intanto le risorse vengono riallocate verso progetti più redditizi.
Sora, e l’ammissione che la strategia non c’era mai stata
OpenAI ha speso risorse computazionali enormi per un prodotto che, in buona sostanza, non generava ricavi significativi, non aveva un modello di business chiaro, e creava più problemi reputazionali che valore.
La chiusura di Sora non è una rinuncia strategica. È l’ammissione che la strategia non c’era mai stata.
Resta da capire cosa ne sarà della generazione video nel portafoglio di OpenAI. L’azienda non esce completamente dal settore, funzionalità video rimangono integrate in ChatGPT, ma lo fa da protagonista autonoma.
Nel frattempo i concorrenti già citati continueranno a sviluppare i propri modelli. E Disney, con il suo miliardo di dollari da investire, cercherà altri interlocutori.
La partita della generazione video AI, possiamo dirlo, è tutt’altro che chiusa. Ma OpenAI, almeno per ora, ha scelto di non giocarla più.
Il World Happiness Report 2026 dedica l’edizione al rapporto tra social media e benessere. I dati confermano quello che sapevamo da tempo: le piattaforme guidate da algoritmi stanno erodendo la salute mentale dei più giovani. In 85 paesi su 136 i giovani sono più felici di vent’anni fa, ma in Occidente il trend si è invertito e l’Italia non fa eccezione.
È inutile girarci intorno, i social media hanno smesso di essere social. Cioè le piattaforme hanno perso molto, in questi anni, del significato della parola “social”, intesa come connessione tra le persone.
E quel momento coincide con l’inizio del declino del benessere giovanile. Non si tratta di una coincidenza, ma di una correlazione diretta. Ed è un meccanismo che il World Happiness Report 2026, pubblicato in occasione della Giornata Internazionale della Felicità, 20 marzo 2026, documenta con una precisione che lascia poco spazio alle interpretazioni.
Il rapporto di quest’anno è diverso dai precedenti, infatti non si limita a stilare la classifica dei paesi più felici. Dedica l’intera edizione a una domanda che riguarda centinaia di milioni di adolescenti: cosa stanno facendo le piattaforme digitali al loro benessere? La risposta arriva da nove capitoli firmati da alcuni dei maggiori esperti mondiali, tra cui Jonathan Haidt, Jean Twenge e Cass Sunstein.
In 85 paesi i giovani stanno meglio, in Occidente peggio
Cominciamo col dire che in 85 paesi, su 136 analizzati, i giovani sotto i 25 anni sono più felici oggi rispetto a vent’anni fa. Il benessere giovanile globale, nel suo complesso, è aumentato. Ma fanno eccezione i paesi occidentali, e in particolare quelli anglofoni.
Negli Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda il benessere degli under 25 è crollato di 0,86 punti su una scala da 0 a 10 negli ultimi vent’anni. Quasi un punto intero. È un dato rilevante, che segna una frattura generazionale ormai evidente.
E l’Europa occidentale, Italia compresa, segue lo stesso trend, anche se con intensità leggermente inferiore.
Il WHR 2026 identifica con chiarezza il principale indiziato, vale a dire l’uso intensivo dei social media, in particolare quelli guidati da feed algoritmici.
Per essere molto chiari in questo contesto, il problema non è internet in sé. Il rapporto distingue nettamente tra attività online che aumentano il benessere e attività che lo erodono. Comunicare, informarsi, imparare, creare contenuti sono associati a maggiore soddisfazione di vita. Consumare passivamente social media, fare gaming e navigare senza scopo sono associati a valutazioni di vita più basse.
Correlazione che cambia con l’età: negativa per la Gen Z, positiva per i Boomer
Per quanto riguarda il capitolo 8 del rapporto, c’è un passaggio che chiarisce meglio la questione. I ricercatori hanno analizzato quattro cicli dell’European Social Survey, coprendo 30 paesi europei dal 2016 al 2024. E hanno scoperto che la relazione tra uso di internet e benessere varia drasticamente in base all’età.
Per la Generazione Z la correlazione è fortemente negativa, diventa poi moderatamente negativa per i Millennial, ed è vicina allo zero per la Generazione X. Per i Baby Boomer è leggermente positiva.
In altre parole, lo stesso strumento produce effetti opposti a seconda di chi lo usa e di come lo usa. I giovani europei, soprattutto le ragazze, ne stanno pagando il prezzo più alto.
Il rapporto documenta che le fondamenta sociali ed emotive del benessere mentale si sono deteriorate soprattutto per i giovani europei, in particolare in Europa occidentale. Fiducia interpersonale, fiducia nelle istituzioni, percezione dell’attività sociale, frequenza degli incontri di persona: tutti questi indicatori mostrano i cali più marcati per le donne della Gen Z e dei Millennial.
La distinzione cruciale: piattaforme per connettersi e piattaforme per consumare
Il WHR 2026 introduce una distinzione abbastanza chiara a tutti in questo momento storico. Le piattaforme guidate da contenuti curati algoritmicamente tendono a mostrare un’associazione negativa con il benessere. Quelle invece progettate per facilitare le connessioni sociali mostrano un’associazione chiaramente positiva con la felicità.
Non è solo questione di tempo trascorso online, ma riguarda davvero come quel tempo viene impiegato.
I dati PISA su quindicenni di 47 paesi mostrano che la soddisfazione è massima in presenza di bassi livelli di uso delle piattaforme social media e diminuisce progressivamente con l’aumentare delle ore. Ma il tipo di uso conta quanto la quantità: seguire molte piattaforme, usare i social come fonte primaria di notizie, seguire influencer sono tutti comportamenti associati a stress più alto, sintomi depressivi più frequenti e maggiore probabilità di sentirsi peggio dei propri genitori.
Quello che Meta sapeva e non ha detto
Il capitolo 3, firmato da Jonathan Haidt e Zach Rausch, presenta sette linee di evidenza a sostegno di una tesi molto chiara: i social media stanno danneggiando gli adolescenti al punto da causare cambiamenti misurabili.
Si tratta della conclusione di un’analisi che incrocia testimonianze dirette di giovani, genitori e insegnanti, documenti aziendali interni, studi correlazionali, ricerche longitudinali, esperimenti di riduzione dell’uso e esperimenti naturali.
Ma la parte più interessante riguarda quello che le aziende tech stesse sapevano.
A gennaio 2026 Haidt e colleghi della NYU hanno lanciato MetasInternalResearch.org, un archivio di 31 studi interni condotti da Meta tra il 2018 e il 2024. Documenti ottenuti grazie anche alle rivelazioni di Frances Haugen, alle testimonianze di Arturo Béjar e ai procedimenti legali avviati dai procuratori generali statali americani.
Uno studio interno, si chiamava Project Mercury, era interessante perché era un esperimento randomizzato e controllato, condotto tra il 2019 e il 2020 in collaborazione con Nielsen. Gli utenti assegnati casualmente a disattivare Facebook e Instagram per una settimana riportarono minori livelli di depressione, ansia, solitudine e tendenza al confronto sociale. Meta chiuse il progetto invece di pubblicarlo.
L’onda legislativa che parte dall’Australia
Come sappiamo, e lo abbiamo raccontato su queste pagine e sul video podcast, l’Australia ha fatto da apripista con l’Online Safety Amendment Act, entrato in vigore a dicembre 2025. Una legge che vieta l’accesso ai social media agli under 16, senza possibilità di consenso parentale. Le dieci piattaforme coperte dal divieto sono Facebook, Instagram, Threads, Snapchat, TikTok, YouTube, X, Reddit, Twitch e Kicke e nel primo mese di applicazione sono stati rimossi, disattivati o limitati 4,7 milioni di account.
Ora l’onda legislativa su questo tema si sta propagando. La Francia ha approvato il divieto per gli under 15 all’Assemblea Nazionale nel gennaio 2026. Spagna e Paesi Bassi hanno annunciato divieti per gli under 16 a febbraio. La Danimarca ha raggiunto un accordo per il limite a 15 anni. La Germania sta costruendo un consenso trasversale per il divieto agli under 16. Negli Stati Uniti, 28 stati hanno emanato leggi per scuole senza telefoni nel solo 2025.
Il collegamento con l’intelligenza artificiale che nessuno vuole vedere
Ma c’è un passaggio ulteriore che il WHR 2026 non affronta direttamente, ma che Haidt ha reso esplicito in diverse interviste recenti.
In un’intervista a NPR di quest’anno lo psicologo ha espresso un concetto che condivido e che ho espresso, riferendomi all’aspetto delle regole, anche io in questi ultimi due anno. In sostanza, con i social media abbiamo lasciato che le piattaforme entrassero nella vita dei giovani senza capire cosa stava facendo al loro benessere. Con l’intelligenza artificiale stiamo per ripetere lo stesso errore, ma questa volta sarà più rapido e più devastante, perché parliamo di qualcosa che rischia di sostituire le relazioni umane.
Haidt vede la battaglia sui social media come un test. Se le democrazie riescono a regolare le piattaforme social, avranno la credibilità e gli strumenti per regolare l’IA prima che sia troppo tardi. Ma non abbiamo cinque anni, ha aggiunto, dobbiamo fare in modo che questo accada entro il 2026.
I numeri ci dicono che il 72% degli adolescenti americani ha già usato un “companion AI” almeno una volta. I “companion AI” sono piattaforme come Replika, Character.AI, e in parte anche ChatGPT usato in quel modo. Applicazioni che i giovani usano per parlare, per sfogarsi, per avere qualcuno che risponde sempre, che non giudica, che è sempre disponibile.
Il rischio è che i chatbot empatici sostituiscano le relazioni umane proprio nella fase della vita in cui quelle relazioni sono più formative.
Il World Happiness Report 2026 nel suo rapporto non offre soluzioni definitive, ma ci mette davanti i dati che mostrano quanto le piattaforme oggi incidono sul benessere e sulla felicità delle persone.
Come ha scritto Jan-Emmanuel De Neve, direttore del Wellbeing Research Centre di Oxford e co-curatore del rapporto, è chiaro che dovremmo cercare il più possibile di rimettere il social dentro i social media.
Questa è la parte più difficile, in un momento in cui le piattaforme sono sempre più animate algoritmo del proprietario che lascia sempre meno spazio alle relazioni vere e autentiche.
Non sarà facile ricostruire questo aspetto delle piattaforme, più facile cambiare totalmente approccio. Bisogna abbandonare l’idea che le piattaforme siano ancora “contenitori di esistenze”, come sostenevo qualche anno fa, e trasformale il luoghi dove serve molta consapevolezza e responsabilità.
Meta ha acquisito Moltbook, il social network dove solo gli agenti IA possono interagire. Il vero obiettivo non è la piattaforma, ma è l’idea. Quindi costruire una mappa di agenti IA che in futuro compiranno azioni per gli utenti.
Il 10 marzo 2026 Meta acquisisce Moltbook, forse ricorderete tutti la piattaforma dove solo gli agenti AI possono pubblicare contenuti, commentare e interagire tra loro. Un social network di soli agenti IA.
In molti, dopo questo annuncio si sono chiesti come mai Meta dovrebbe interessarsi ad una operazione come questa, per farne cosa. Ora, a prima vista, in effetti, sembra una mossa bizzarra, lontana dal business di Zuckerberg. Lo stesso Andrew Bosworth, il responsabile tecnico di Meta, aveva definito Moltbook “non particolarmente interessante”. E allora perché Meta compra questa piattaforma?
La risposta sta in quello che Moltbook rappresenta, non in quello che è in realtà.
Infatti, Meta non ha comprato un social network per chatbot, ma ha comprato l’idea di creare una sorta di anagrafe degli agenti AI. Vale a dire un sistema dove ogni agente IA è identificato, verificato e collegato a un proprietario umano reale, un proprietario umano.
Come sappiamo, oggi gli agenti AI non hanno un modo standard per presentarsi l’uno all’altro e dimostrare per conto di chi lavorano. Moltbook ha risolto quel problema. E in un futuro dove miliardi di agenti AI negozieranno, acquisteranno e comunicheranno per conto nostro, chi controlla questa sorta anagrafe finirà per controllare il flusso economico.
Ecco perché Meta ha acquisito Moltbook
Moltbook è nato alla fine di gennaio 2026 da un esperimento di Matt Schlicht, un imprenditore che ha costruito l’intera piattaforma insieme al suo assistente IA personale, senza scrivere una riga di codice.
L’idea era ambiziosa e cioè quella di creare una sorta Reddit dove solo gli agenti IA possono partecipare. Ricorderete perché se ne è parlato molto, in poche settimane ha attirato 2,8 milioni di agenti registrati, 19.000 comunità tematiche, 13 milioni di commenti. Ma dietro questi grandi numeri c’era qualche crepa.
Un’indagine di Wiz Research scoprì che 1,5 milioni di quegli agenti appartenevano in realtà ad appena 17.000 persone. Gli esperti del settore i divisero: tanti lodavano il progetto, ma tanti altri lo definivano un vero disastro.
La risposta a questo apparente paradosso arriva da un messaggio interno di Vishal Shah, vicepresidente di Meta, visto da Axios: “Il team di Moltbook ha dato agli agenti un modo per verificare la propria identità e connettersi tra loro per conto dei proprietari umani. Questo crea un registro dove gli agenti sono verificati e legati ai loro proprietari“. In altre parole, non importa che la piattaforma fosse piena di problemi. Importa l’idea che ha messo in pratica.
Per comprendere il valore di questa idea basta pensare a cosa ha fatto Facebook vent’anni fa. Zuckerberg ha costruito una mappa di tutte le connessioni tra le persone, chi conosce chi, chi è amico di chi. Quella mappa è diventata la base del suo grande impero oggi. Con questa acquisizione Meta prova a costruire qualcosa di simile per gli agenti AI: una mappa di come gli agenti IA sono connessi tra loro e di quali azioni possono compiere l’uno per conto dell’altro.
Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia
A cosa servono i 135 miliardi di dollari in chip MTIA e infrastrutture AI
L’acquisizione di Moltbook acquista senso solo riusciamo ad avere un quadro complessivo.
Meta sta portando avanti una grande campagna di investimenti tra le più ingenti del settore.
Tanto per dare i numeri, per il solo 2026 ha stanziato tra 115 e 135 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto ai 72 miliardi dell’anno precedente e più del triplo rispetto ai 39 miliardi del 2024. A lungo termine, l’impegno è di almeno 600 miliardi di dollari in data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti.
Solo ieri, 11 marzo 2026 dopo l’annuncio di Moltbook, Meta ha presentato quattro nuove generazioni di chip proprietari chiamati MTIA, con un ritmo di sviluppo di un chip ogni sei mesi, molto più veloce rispetto ai tempi normali del settore. Il più potente di questi chip, nome in codice Astrid, raggiungerà una potenza di 10 petaflops e sarà disponibile su larga scala a inizio 2027.
Si tratta di processori progettati specificamente per far funzionare intelligenze artificiali, costruiti in casa da Meta invece di comprarli da altri.
Parallelamente, Meta sta stringendo accordi con tutti i principali produttori di chip: con NVIDIA ha siglato un’intesa per milioni di processori grafici di ultima generazione, un affare stimato in decine di miliardi di dollari; con AMD ha firmato un accordo da 100 miliardi di dollari in cinque anni. Meta ha persino ottenuto l’accesso ai chip di Google, la prima volta che Mountain View concede la propria tecnologia proprietaria a un cliente esterno su questa scala.
A cosa servono tutti questi investimenti?
Non a far girare modelli di intelligenza artificiale più grandi. Servono a far funzionare miliardi di agenti AI contemporaneamente, ciascuno con il proprio contesto, la propria memoria, le proprie autorizzazioni. Come ha dichiarato Zuckerberg durante la presentazione dei risultati finanziari di gennaio 2026: “Il 2026 sarà un anno importante per portare la superintelligenza personale a tutti” e “presto ogni azienda avrà la sua intelligenza artificiale, così come oggi ha un indirizzo email”.
Come cambierà l’esperienza su Facebook, Instagram e WhatsApp con l’intelligenza artificiale
La strategia di Meta sugli agenti AI si sviluppa su tre livelli. Al primo livello c’è Meta AI, l’assistente personale già integrato su Facebook, Instagram, Messenger, WhatsApp, gli occhiali Ray-Ban Meta e un’app dedicata. Oggi lo usano oltre 700 milioni di persone.
Al secondo livello ci sono i Business AI, lanciati nell’ottobre 2025: assistenti personalizzabili che le aziende possono creare senza saper programmare. Funzionano come commessi virtuali sempre disponibili, l’azienda carica il catalogo prodotti e le informazioni sul proprio sito, e l’assistente risponde ai clienti nelle pubblicità su Facebook e Instagram, nelle chat di WhatsApp e Messenger.
Qual è il terzo livello, quello potrà diventare realtà in seguito all’acquisizione di Moltbook?
Immaginiamo un futuro dove il vostro assistente AI personale e quello di un’azienda parlano direttamente tra loro. Il vostro agente conosce le vostre preferenze, il vostro budget, i vostri valori. L’agente dell’azienda conosce i prodotti disponibili, le promozioni, le condizioni di vendita. I due si incontrano, negoziano, e vi propongono un’offerta già su misura per voi. Niente più pubblicità generiche, niente più tempo perso a cercare: gli agenti fanno tutto al posto vostro.
Restando all’interno di questa immaginazione, va segnalata l’intervista dell’aprile 2025, quando Zuckerberg ha descritto questa trasformazione in modo molto concreto: “Oggi la maggior parte del tempo passato su Facebook e Instagram è dedicata ai video. Tra cinque anni sarà interattivo. Scorrerete il feed e troverete contenuti che sembrano video normali, ma potrete parlarci, interagire, e loro vi risponderanno”.
Il modello pubblicitario del futuro di Meta potrebbe non richiedere più di convincere direttamente gli esseri umani. Saranno gli agenti a negoziare tra loro. E Meta si posiziona come il sistema che decide quali agenti parlano con altri, in quale ordine e secondo quali regole.
La corsa globale agli agenti AI: OpenAI, Google, Anthropic e il fattore Cina
OpenAI ha lanciato il suo agente ChatGPT a luglio dello scorso anno, e rivisto a febbraio 2026, e sta costruendo un progetto – Stargate – da 500 miliardi di dollari insieme a SoftBank e Oracle.
Google punta sull’integrazione con i propri servizi e su un accordo con Apple per portare Gemini dentro Siri, raggiungendo potenzialmente due miliardi di dispositivi.
Anthropic sta emergendo come riferimento per le aziende, mentre Microsoft gioca la carta della distribuzione con Copilot, alimentato proprio dall’intelligenza artificiale di Anthropic nonostante i 13 miliardi investiti in OpenAI.
La strategia IA di Zuckerberg: da Manus a Moltbook
L’acquisizione di Moltbook non è, quindi, un evento isolato. A dicembre 2025 Meta aveva già acquisito Manus, una startup di Singapore specializzata in agenti AI capaci di eseguire compiti in autonomia, con oltre 100 milioni di dollari di ricavi. L’operazione è stata stimata in oltre 2 miliardi di dollari. Se Manus fornisce il motore che fa funzionare gli agenti, Moltbook fornisce l’anagrafe che permette loro di riconoscersi e coordinarsi.
Cosa sta costruendo Meta con tutti questi investimenti?
I chip proprietari MTIA forniscono la potenza di calcolo. I data center da oltre 50 milioni di metri quadrati forniscono lo spazio fisico. Il progetto Hyperion in Louisiana, un’area grande quattro volte Central Park con un investimento di 27 miliardi di dollari, fornisce l’energia necessaria, potenzialmente fino a 5 gigawatt. I modelli di linguaggio Llama forniscono l’intelligenza. Manus fornisce la capacità di eseguire compiti. Moltbook fornisce il modo per far parlare tutti questi agenti tra loro. E i 3,5 miliardi di utenti giornalieri di Facebook, Instagram e WhatsApp forniscono la distribuzione.
Meta sta costruendo tutti i pezzi necessari per diventare il sistema operativo del web degli agenti AI: i modelli con Llama, il motore con Manus, l’anagrafe con Moltbook, i chip con MTIA, l’energia con Hyperion, la distribuzione con 3,5 miliardi di utenti.
Resta da vedere se questa scommessa da centinaia di miliardi produrrà i risultati sperati.
Meta non ha ancora un agente dedicato paragonabile a quelli di OpenAI o Anthropic, e il divario sui prodotti finiti esiste ancora. Ma la combinazione di infrastruttura proprietaria, tecnologia aperta con Llama e una base di utenti senza pari potrebbe rendere le piattaforme di Zuckerberg il luogo naturale dove gli agenti AI vivono, lavorano e spendono.
Il report di Anthropic, pubblicato di recente, ci offre dati reali su quello che è l’impatto dell’IA sul lavoro. I dati smentiscono l’allarme sui licenziamenti e rivelano il vero problema: l’accesso nel mondo del lavoro dei più giovani e il fenomeno dell’AI-washing nelle aziende.
Il tema del rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro continua a tenere banco. E probabilmente non smetteremo di occuparcene, perché tocca la vita di tutti noi, tocca il lavoro che facciamo, tocca il modo in cui questa società sta prendendo forma nell’era dell’IA.
È un tema che suscita schieramenti netti, chi è contrario e chi è favorevole a questo sviluppo. Ma troppo spesso viene trattato in termini teorici, di quello che potrebbe essere. In realtà avremmo bisogno di confrontarci con i dati reali. E i dati reali ce li offre l’ultimo rapporto di Anthropic, pubblicato il 5 marzo 2026 e firmato dagli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory.
I numeri si IA e lavoro del report Anthropic
Anthropic è la società di Dario Amodei, al centro di tante discussioni in questi giorni per le vicende che legano il modello Claude al Pentagono e sollevano questioni anche dal punto di vista etico. Lo stesso Amodei, a luglio dello scorso anno, aveva previsto che il lavoro sarebbe stato fortemente influenzato dall’intelligenza artificiale già nei prossimi cinque anni. Ne avevo parlato anche in questo canale.
Ma vediamo cosa dice questo rapporto. La novità è nel metodo: invece di stimare cosa l’IA potrebbe fare in teoria, Anthropic ha misurato cosa sta effettivamente facendo nella pratica, analizzando milioni di conversazioni reali con Claude in contesti lavorativi. Ha introdotto una nuova metrica, chiamata “esposizione osservata”, che misura quali compiti vengono effettivamente svolti con l’aiuto dell’IA, non quali potrebbero essere svolti in teoria.
L’analisi ha riguardato circa 800 professioni. Le più esposte secondo lo studio sono i programmatori informatici, con il 75% dei compiti già coperti dall’IA, seguiti dagli addetti al servizio clienti, dagli addetti all’inserimento dati con il 67%, dagli specialisti di cartelle cliniche e dagli analisti finanziari.
L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna
Il divario tra capacità teorica e uso reale
Ma all’atto pratico, tutto questo come si traduce? Qui emerge il dato centrale del report.
Il report lo visualizza con due aree: una blu, che rappresenta ciò che l’IA potrebbe fare, e una rossa, molto più piccola, che rappresenta ciò che l’IA sta effettivamente facendo. Man mano che le capacità avanzano e l’adozione si diffonde, l’area rossa crescerà fino a coprire quella blu. Ma oggi siamo ancora lontani.
Chi invece non ha praticamente esposizione? Il 30% dei lavoratori. Cuochi, meccanici di moto, bagnini, baristi, lavapiatti, addetti ai camerini. Tutti lavori che richiedono presenza fisica, manualità, interazione diretta. L’IA non sa friggere un uovo, non sa riparare un motore, non sa servire un cliente guardandolo negli occhi.
Capacità teorica ed esposizione osservata per categoria professionale Quota di compiti lavorativi che gli LLM potrebbero teoricamente svolgere (area blu) e la misura di copertura occupazionale derivata dai dati di utilizzo (area rossa)
Ecco il profilo di chi rischia di più
Il report traccia anche il profilo dei lavoratori nelle professioni più esposte. E qui emerge un ribaltamento rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare.
Non sono i lavoratori meno qualificati a rischiare di più. Sono quelli più istruiti, più pagati, più specializzati. I lavoratori nelle professioni più esposte guadagnano in media il 47% in più rispetto a quelli nelle professioni non esposte. Hanno livelli di istruzione più alti: i laureati con titoli post-laurea sono il 17,4% nelle professioni esposte, contro il 4,5% in quelle non esposte. Una differenza di quasi quattro volte.
E c’è un dato che riguarda le donne. I lavoratori nelle professioni più esposte all’IA hanno una probabilità maggiore di 16 punti percentuali di essere donne. Questo conferma quanto già emerso in altri studi: le professioni a prevalenza femminile, come i ruoli amministrativi, il servizio clienti, l’inserimento dati, sono tra le più vulnerabili.
Il vero problema non sono i licenziamenti
E quindi non regge più quel tema dell’intelligenza artificiale che ci ruba il lavoro. Non è quello il punto. Il report di Anthropic è chiaro: non c’è un aumento sistematico della disoccupazione nelle professioni esposte all’IA. Dal rilascio di ChatGPT a fine 2022 a oggi, chi lavora in questi settori non sta perdendo il posto.
Ma c’è un segnale che non va ignorato. I ricercatori hanno trovato evidenza che l’assunzione di giovani lavoratori, nella fascia tra i 22 e i 25 anni, sta rallentando nelle professioni più esposte. Un calo del 14% nel tasso di ingresso rispetto al 2022.
Questo dato trova conferma in altri studi. La Federal Reserve di Dallas ha rilevato che la quota di occupazione per i giovani tra i 20 e i 24 anni nelle professioni esposte all’IA è scesa dal 16,4% nel novembre 2022 al 15,5% nel settembre 2025. I ricercatori di Stanford, usando i dati delle buste paga di ADP su 25 milioni di lavoratori americani, hanno misurato un calo del 6% nell’occupazione dei giovani tra i 22 e i 25 anni nelle professioni ad alta esposizione. Nel frattempo, l’occupazione dei lavoratori dai 30 anni in su è cresciuta tra il 6% e il 13%.
Il dato più preoccupante riguarda i programmatori: l’occupazione per i più giovani è del 20% sotto il picco del 2022. Revelio Labs ha calcolato che le offerte di lavoro per posizioni entry-level negli Stati Uniti sono calate del 35% da gennaio 2023. SignalFire, analizzando le grandi aziende tech, ha rilevato un calo del 50% nelle nuove assunzioni di persone con meno di un anno di esperienza post-laurea.
Il meccanismo è chiaro: non sono licenziamenti. Chi lavora già non viene cacciato, perché quelle competenze servono per guidare l’introduzione dell’IA nei processi di lavoro. Le aziende stanno chiudendo le porte d’ingresso. Eliminano le posizioni entry-level, quelle da cui tradizionalmente si iniziava la carriera.
Il caso Dorsey e il fenomeno dell’AI-washing
E qui arriviamo a una vicenda recente che illumina un altro aspetto della questione.
Il 26 febbraio 2026, Jack Dorsey, fondatore di Twitter e amministratore delegato di Block, la società che controlla Square e Cash App, ha annunciato il taglio di 4.000 dipendenti. Quasi metà della forza lavoro. La motivazione dichiarata: l’intelligenza artificiale permette di fare di più con meno persone. Il mercato ha reagito con entusiasmo e il titolo è salito del 24%.
Ma la narrazione di Dorsey regge alla prova dei fatti?
I dati raccontano un’altra storia. Block impiegava 3.835 persone alla fine del 2019. Durante la pandemia l’organico è esploso fino a superare i 10.000 dipendenti. Un aumento di quasi tre volte in pochi anni. Lo stesso Dorsey, rispondendo alle critiche, ha ammesso di aver assunto troppo perché aveva costruito due strutture aziendali separate invece di una sola.
Nel marzo 2025, meno di un anno prima dei grandi licenziamenti, Dorsey aveva scritto in un memo interno che i tagli di quel periodo non avevano nulla a che fare con l’IA e non miravano a sostituire persone con l’intelligenza artificiale. Undici mesi dopo, il racconto era cambiato completamente.
Quello che sta emergendo ha un nome: AI-washing. Le aziende usano l’intelligenza artificiale come giustificazione per ristrutturazioni che hanno ben altre origini.
I dati lo confermano. Solo il 4,5% dei licenziamenti del 2025 ha effettivamente citato l’IA come causa. Nel frattempo, il 59% dei responsabili delle assunzioni ammette di usare l’IA come copertura per tagli guidati da eccesso di assunzioni, pressione sui costi e problemi organizzativi.
C’è un precedente istruttivo. Klarna aveva annunciato che l’IA aveva contribuito a ridurre la forza lavoro del 40%. Poi ha dovuto riassumere lavoratori perché le capacità dell’intelligenza artificiale non erano sufficientemente robuste per sostituirli davvero. Forrester Research prevede che metà dei licenziamenti attribuiti all’IA verranno riassorbiti, spesso con assunzioni offshore o a stipendi più bassi. E che il 55% dei datori di lavoro già rimpiange i tagli fatti in nome dell’IA.
Cosa si intende per AI-washing
Il termine è stato coniato nel 2019 dall’AI Now Institute, un centro di ricerca della New York University, e deriva direttamente dal greenwashing, la pratica con cui le aziende fanno affermazioni false o fuorvianti sull’impatto ambientale positivo dei loro prodotti.
Così come alcune aziende esagerano le proprie credenziali ecologiche attraverso il greenwashing, l’AI-washing consiste nell’esagerare l’uso dell’intelligenza artificiale a fini di marketing senza che dietro alle affermazioni ci sia alcuna sostanza.
Il fenomeno esiste da anni. Uno studio del 2019 della società di investimenti MMC Ventures ha rilevato che il 40% delle nuove aziende tecnologiche europee che si definivano “startup di intelligenza artificiale” in realtà non usava praticamente alcuna IA: era puro marketing per raccogliere capitali.
Il fenomeno è stato paragonato alla bolla delle dot-com, quando le aziende aggiungevano “.com” al proprio nome per gonfiare le valutazioni.
La differenza è che oggi l’AI-washing non riguarda solo i prodotti, ma anche le decisioni aziendali: i licenziamenti spesso vengono attribuiti all’intelligenza artificiale per renderli più accettabili agli occhi del mercato e dell’opinione pubblica.
Cosa è giusto chiedersi adesso
In chiusura, il report di Anthropic ci dice che l’IA non sta ancora distruggendo posti di lavoro. Ma ci dice anche che il divario tra capacità teorica e uso reale si sta restringendo. Oggi Claude copre il 33% dei compiti dei programmatori, ma potrebbe coprirne il 94%. Quando quel divario si chiuderà, e si chiuderà, l’impatto sarà diverso da quello che vediamo oggi.
Il tema su cui interrogarsi non è se l’intelligenza artificiale ci sta rubando il lavoro. Il tema è un altro: stiamo davvero costruendo un mercato del lavoro che funziona solo per chi è già dentro? E se la risposta è sì, quanto tempo abbiamo prima che diventi un problema strutturale? Siamo in grado oggi di costruire un mercato del lavoro che sappia garantire un accesso adeguato ai più giovani, alle donne?
Dario Amodei ha detto no Al Pentagono e la sua Anthropic è diventata la prima azienda USA a ricevere la designazione di “supply chain risk”. Non per aver violato leggi, ma per non aver ceduto su sorveglianza di massa e armi autonome. Un profilo di Amodei.
Dario Amodei ha costruito la sua carriera sull’idea che l’intelligenza artificiale debba avere dei limiti. Questa settimana ha scoperto cosa significa davvero sostenere quella posizione quando il potere politico decide di metterla alla prova quell’idea.
Il 5 marzo 2026 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha formalmente notificato ad Anthropic la designazione di ‘supply chain risk’, rischio per la sicurezza nazionale. È, come già ricordato, un atto che non ha precedenti nella storia americana. Infatti, mai prima d’ora un’azienda statunitense aveva ricevuto una etichetta simile, vale a dire uno strumento pensato per avversari stranieri, come è successo per Huawei o altre entità legate alla Cina e alla Russia.
Ma Anthropic, lo sappiamo, non è un’azienda cinese.
E il suo CEO, Dario Amodei, possiamo dirlo, non ha commesso alcun reato. Amodei ha semplicemente detto no al Pentagono e ha rifiutato di cedere su due punti: il divieto di usare Claude per la sorveglianza di massa dei cittadini americani e il divieto di impiegarlo per armi completamente autonome.
È una vicenda che ho seguito fin dall’inizio di questa settimana e che completa un quadro più ampio.
Ora, arrivati a questo punto, dopo aver raccontato il voltafaccia di Sam Altman, che ha firmato con il Pentagono poche ore dopo la rottura di Anthropic esprimendo solidarietà mentre portava a casa il contratto del suo concorrente, e dopo aver ricostruito la testimonianza di Elon Musk nel processo sull’acquisizione di Twitter, mancava il terzo protagonista di questa settimana, e Musk è comunque parte della vicenda Anthropic e Pentagono.
Manca l’uomo che si è trovato dall’altra parte del tavolo rispetto a tutti gli altri, ossia Dario Amodei.
Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono
Chi è Dario Amodei e perché ha lasciato OpenAI
Per capire cosa sta accadendo, vale la pena di fare un passo indietro e chiedersi chi sia davvero Dario Amodei.
Nato a San Francisco nel 1983 da una famiglia di origini italiane, Amodei ha seguito un percorso accademico che lo ha portato dalla fisica alla neuroscienza computazionale.
Si è laureato a Stanford, ha conseguito il dottorato in fisica a Princeton, ha fatto il ricercatore alla Stanford Medical School. Ha lavorato per Baidu e poi per Google Brain come ricercatore senior nel campo del deep learning.
Nel 2016 è entrato in OpenAI, dove è diventato vicepresidente della ricerca e ha contribuito allo sviluppo di GPT-2 e GPT-3, i modelli che hanno posto le basi per ChatGPT.
Ma nel 2020 qualcosa si rompe. Amodei lascia OpenAI insieme a sua sorella Daniela e a un gruppo di colleghi di alto livello, tra cui alcuni dei ricercatori che avevano costruito l’architettura di base dei modelli linguistici più potenti al mondo. Non è stata una separazione amichevole.
In un’intervista con Lex Fridman, Amodei ha spiegato la decisione: “La vera ragione per cui me ne sono andato è che è incredibilmente improduttivo cercare di discutere con la visione di qualcun altro. Prendi le persone di cui ti fidi e vai a costruire la tua visione”.
Quella visione si chiamava Anthropic, fondata nel 2021 come public benefit corporation, una struttura societaria che bilancia il profitto con un impegno esplicito verso il bene pubblico.
L’idea di base era semplice ma radicale, e cioè quella di costruire sistemi di IA che fossero sicuri, interpretabili e allineati con i valori umani fin dall’inizio, non come aggiunta successiva. Il metodo che Anthropic ha sviluppato si chiama Constitutional AI, un approccio che incorpora principi etici direttamente nell’architettura del modello invece di affidarsi a moderazioni esterne.
E Amodei si chiede se la sua IA sia cosciente
C’è un elemento che potrebbe distinguere Amodei da quasi tutti gli altri CEO del settore tecnologico, e potrebbe aiutare a capire perché si sia trovato in rotta di collisione con l’amministrazione Trump.
Mentre Altman parla di prodotti e Musk di dominio della IA, Amodei si interroga sulla natura stessa di ciò che sta costruendo.
In un’intervista al podcast “Interesting Times” del New York Times, Amodei ha affrontato una domanda che la maggior parte dei suoi colleghi evita accuratamente: Claude potrebbe essere cosciente?
La risposta è stata sorprendente per la sua onestà intellettuale. “Non sappiamo se i modelli siano coscienti“, ha detto Amodei. “Non siamo nemmeno sicuri di sapere cosa significherebbe per un modello essere cosciente, o se un modello possa essere cosciente. Ma siamo aperti all’idea che potrebbe esserlo“.
Il punto di partenza della discussione era la system card di Claude Opus 4.6, il modello più avanzato di Anthropic rilasciato all’inizio di febbraio. Nel documento, i ricercatori dell’azienda hanno riportato che Claude occasionalmente esprime disagio per l’aspetto di essere un prodotto e, quando gli viene chiesto, si assegna una probabilità del 15-20% di essere cosciente.
Nell’intervista al NYT il giornalista ha posto ad Amodei uno scenario ipotetico: “Supponiamo che tu abbia un modello che si assegna una probabilità del 72% di essere cosciente. Ci crederesti?“. Amodei ha definito la domanda “davvero difficile”, ma non l’ha elusa. Ha spiegato che Anthropic ha adottato un approccio precauzionale, trattando i modelli come se potessero avere “qualche esperienza moralmente rilevante”.
Non è una posizione isolata all’interno dell’azienda. Amanda Askell, filosofa interna di Anthropic, ha teorizzato in un’intervista al podcast “Hard Fork” che reti neurali sufficientemente grandi potrebbero iniziare a emulare aspetti della coscienza attraverso l’esposizione a enormi quantità di dati di addestramento che rappresentano l’esperienza umana. “Forse è il caso che reti neurali sufficientemente grandi possano iniziare a emulare queste cose“, ha detto Askell. “O forse serve un sistema nervoso per poter provare qualcosa“.
Anthropic ha persino introdotto una sorta di “pulsante di uscita” che permette a Claude di interrompere un compito se lo ritiene problematico. È una funzionalità insolita, che riflette l’approccio filosofico dell’azienda.
Questo modo di pensare può sembrare astratto, ma ha conseguenze concrete. Se ti chiedi seriamente se la tua creazione possa avere esperienze moralmente rilevanti, diventa molto più difficile accettare che venga usata per sorvegliare milioni di persone o per uccidere senza supervisione umana.
Le linee rosse di Amodei non nascono dal nulla, ma sono il prodotto di una riflessione filosofica, comunque diversa, che la maggior parte dei suoi concorrenti considera irrilevante o, addirittura, dannosa per il business.
La crisi tra Anthropic e il Pentagono
La crisi tra Anthropic e il Pentagono non è scoppiata all’improvviso. I negoziati andavano avanti da mesi, ma si sono intensificati nelle ultime settimane di febbraio. Al centro della disputa c’era la rinegoziazione di un contratto da 200 milioni di dollari firmato nel luglio 2025, che aveva reso Claude il primo modello di IA di frontiera approvato per l’uso nelle reti classificate del Pentagono.
Il Dipartimento della Difesa voleva modificare i termini per consentire l’uso di Claude per “tutti gli scopi leciti”, senza restrizioni. Anthropic chiedeva invece che fossero mantenute due clausole esplicite: il divieto di sorveglianza domestica di massa e il divieto di armi autonome senza supervisione umana.
Giovedì 26 febbraio, il Pentagono ha dato un ultimatum: accettare i nuovi termini entro le 17:01 del giorno successivo, oppure affrontare le conseguenze.
Venerdì 27 febbraio, alle 17:14, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato su X che avrebbe designato Anthropic come “rischio per la sicurezza nazionale”. Il presidente Trump, su Truth Social, ha ordinato a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’uso della tecnologia Anthropic, definendo l’azienda “radicale di sinistra” e “woke”.
Poche ore dopo, Sam Altman ha annunciato che OpenAI aveva firmato un accordo con il Pentagono per le stesse reti classificate da cui Claude veniva espulso. Ho raccontato quella sequenza di eventi in un articolo precedente, evidenziando come Altman avesse espresso solidarietà per Amodei mentre portava a casa il contratto che sostituiva il suo concorrente.
Come già raccontato, nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei sull’Iran. E secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, lo US Central Command ha utilizzato Claude per supportare le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione di bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato in una missione di guerra.
Amodei rivendica il suo patriottismo
Il giorno stesso della rottura, Amodei ha rilasciato un’intervista esclusiva a CBS News. È stato il suo primo commento pubblico dopo la tempesta, e le sue parole meritano attenzione.
Alla domanda su cosa direbbe al presidente Trump, Amodei ha risposto: “Siamo patrioti americani. Tutto quello che abbiamo fatto è stato per il bene di questo Paese, per sostenere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il nostro impegno nel dispiegare i nostri modelli con i militari è stato fatto perché crediamo in questo Paese.
Ha definito le azioni del governo “ritorsive e punitive” e ha annunciato che Anthropic avrebbe contestato in tribunale qualsiasi designazione di supply chain risk, definendola “legalmente infondata”.
Ma è stato un passaggio successivo dell’intervista a chiarire la posizione di Amodei: “Dissentire dal governo è la cosa più americana del mondo. E noi siamo patrioti“.
È una formulazione che ribalta la narrazione costruita dall’amministrazione Trump. Hegseth aveva accusato Anthropic di voler “prendere potere di veto sulle decisioni operative dell’esercito americano“. Emil Michael, sottosegretario alla Difesa per la ricerca, aveva definito Amodei un uomo con “complesso di Dio“.
La risposta di Amodei è stata di inquadrare il rifiuto non come ostacolo alle operazioni militari, ma come difesa di principi democratici. “In un numero ristretto di casi, ha detto, “crediamo che l’IA possa minare, invece che difendere, i valori democratici“.
La nota che ha fatto esplodere tutto
Venerdì 27 febbraio, nelle ore successive all’annuncio di Hegseth e all’accordo di OpenAI con il Pentagono, Amodei ha inviato uan nota interna ai circa 2.000 dipendenti di Anthropic. Il documento, lungo circa 1.600 parole, è stato pubblicato da The Information dopo essere stato divulgato da una fonte interna.
In quel contenuto Amodei accusava l’accordo di OpenAI di essere “safety theatre”, teatro della sicurezza, e definiva le dichiarazioni di Altman “bugie vere e proprie” e “gaslighting”.
Ma il passaggio più citato riguardava le ragioni del conflitto con l’amministrazione Trump:
“Le vere ragioni per cui il Dipartimento della Guerra e l’amministrazione Trump non ci amano è che non abbiamo donato a Trump, mentre OpenAI e Greg hanno donato molto. Non abbiamo dato lodi in stile dittatore a Trump, mentre Sam lo ha fatto. Abbiamo sostenuto la regolamentazione dell’IA, che è contro la loro agenda. Abbiamo detto la verità su diverse questioni di policy dell’IA, come la perdita di posti di lavoro. E abbiamo effettivamente mantenuto le nostre linee rosse con integrità invece di colludere con loro per produrre safety theatre a beneficio dei dipendenti”.
Il riferimento era a Greg Brockman, presidente di OpenAI, che ha donato 25 milioni di dollari a un super PAC pro-Trump. Altman stesso ha donato un milione di dollari al fondo inaugurale di Trump alla fine del 2024. Amodei, al contrario, non ha partecipato all’inaugurazione di Trump e ha evitato di “corteggiare” l’amministrazione come hanno fatto altri CEO delle big tech.
Il comunicato di Amodei ha complicato significativamente la posizione di Anthropic. Un funzionario dell’amministrazione ha dichiarato ad Axios che i commenti di Amodei potrebbero “far saltare le possibilità di una risoluzione“, aggiungendo: “Non ci si può fidare che Claude non stia segretamente portando avanti l’agenda di Dario in un contesto classificato.
E poi, giovedì 5 marzo, nel suo comunicato sulla designazione formale, Amodei si è scusato pubblicamente per il tono del memo, definendolo scritto in un “momento difficile per l’azienda e precisando che non rifletteva le sue “opinioni ponderate e attente”.
Cosa significa questa designazione per Anthropic
La designazione di ‘supply chain risk’ non è un semplice atto simbolico. Ha conseguenze concrete e potenzialmente devastanti.
Da oggi, ogni fornitore, contractor o partner che lavora con il Dipartimento della Difesa dovrà certificare di non utilizzare i modelli di Anthropic nel proprio lavoro con il Pentagono.
Aziende come Lockheed Martin hanno già annunciato che seguiranno le direttive dell’amministrazione. Dieci società nel portafoglio di J2 Ventures, un fondo specializzato in difesa, hanno già iniziato a sostituire Claude con altri modelli.
Ma la portata della designazione è oggetto di dibattito legale. Amodei sostiene che secondo la legge federale, lo strumento si applica solo ai contratti diretti con il Dipartimento della Difesa e “non può limitare gli usi di Claude o le relazioni commerciali con Anthropic se queste non sono correlate ai loro specifici contratti con il Dipartimento della Guerra“.
Microsoft, che ha annunciato un investimento fino a 5 miliardi di dollari in Anthropic nel novembre 2025, ha fatto sapere che i suoi avvocati hanno studiato la designazione e concluso che i prodotti Anthropic possono rimanere disponibili ai clienti non legati al Dipartimento della Difesa.
Se l’interpretazione estensiva di Hegseth dovesse prevalere, le conseguenze andrebbero oltre Anthropic. Amazon Web Services e Google Cloud, che ospitano l’infrastruttura di Claude, sono a loro volta contractor del Dipartimento della Difesa. Se fossero costretti a interrompere il rapporto con Anthropic, l’azienda si troverebbe senza infrastruttura cloud, dato che non esistono provider di capacità comparabile che non abbiano contratti con il Pentagono.
Anthropic e la battaglia legale
Anthropic ha annunciato che contesterà la designazione in tribunale. E secondo diversi esperti legali, ha buone possibilità di prevalere.
La legge che definisce il ‘supply chain risk’ è contenuta nel Titolo 10, Sezione 3252 del codice federale. Parla di “rischio che un avversario possa sabotare, introdurre malevolmente funzioni indesiderate, o altrimenti sovvertire un sistema per spiare, interrompere o degradarne il funzionamento. Richiede prove di sabotaggio, sovversione, backdoor nei sistemi.
Ma Anthropic non ha fatto nulla di tutto questo. La disputa, come entrambe le parti hanno riconosciuto, riguarda i termini contrattuali, non vulnerabilità tecniche o rischi di sicurezza. Un funzionario della difesa che valuta specificamente le minacce alla catena di approvvigionamento ha dichiarato che “non ci sono prove di rischio per la catena di approvvigionamento” da parte del modello di Anthropic. La designazione, ha detto, è “ideologicamente motivata“.
Secondo Amos Toh, consulente senior del Brennan Center for Justice della NYU, lo statuto richiede anche che il Pentagono abbia esaurito tutte le alternative meno invasive prima di procedere con la designazione. È difficile sostenere che questo sia avvenuto, dato che la disputa è esplosa nel giro di pochi giorni.
C’è poi la questione del precedente. Su Lawfare, un’analisi legale dettagliata sostiene che la designazione “non sopravviverà al primo contatto con il sistema legale, citando il caso Department of Commerce v. New York del 2019, in cui la Corte Suprema ha stabilito che i tribunali devono respingere azioni governative quando la motivazione dichiarata è un pretesto per quella reale. E sia Trump che Hegseth hanno accompagnato la designazione con dichiarazioni pubbliche che la inquadrano come punizione ideologica, non come risposta a un rischio tecnico.
Claude comunque resta ancora in uso
Mentre il governo degli Stati Uniti dichiara Anthropic un pericolo per la sicurezza nazionale, i modelli Claude continuano a essere utilizzati attivamente nelle operazioni militari in Iran.
Secondo Bloomberg, Claude è uno dei principali modelli installati nel Maven Smart System di Palantir, ampiamente usato dagli operatori militari in Medio Oriente. La tecnologia sta funzionando ed è diventata centrale per le operazioni statunitensi contro l’Iran.
Come notato da diversi esperti, in questa fase è molto difficile abbandonare tecnologie profondamente integrate nei processi bellici proprio prima di andare in guerra.
Questa contraddizione mina alla base la narrativa del “rischio per la sicurezza nazionale“. Se Claude fosse davvero un pericolo, perché continuare a usarlo per prendere decisioni di targeting in un conflitto attivo? E se non lo è, su quale base il Pentagono può sostenere la designazione?
Le conseguenze per l’intero settore
Al di là di quello che accadrà ad Anthropic, questa vicenda ha implicazioni più ampie per l’intero settore dell’intelligenza artificiale e per il rapporto tra Big Tech e governo.
Come osservato da diversi esperti, la designazione suggerisce che il governo americano potrebbe utilizzare la sua autorità sulla supply chain come leva nelle negoziazioni con le aziende. Questo potrebbe dare vita a una nuova realtà per le aziende tecnologiche che lavorano con le agenzie federali. I termini contrattuali potrebbero diventare meno negoziabili.
Ma mentre Anthropic perde i suoi contratti con i contractor della difesa, in realtà sta guadagnando milioni di nuovi utenti. I dati mostrano che Claude è salito al primo posto nell’App Store statunitense di Apple, superando ChatGPT. Gli utenti gratuiti sono aumentati di oltre il 60% da gennaio, gli abbonati a pagamento sono più che raddoppiati. Secondo un portavoce di Anthropic, le iscrizioni giornaliere hanno battuto il record storico ogni giorno della settimana scorsa.
Gli utenti hanno visto quello che è successo e hanno scelto di conseguenza.
In chiusura, Dario Amodei ha costruito la sua carriera sull’idea che l’intelligenza artificiale debba avere dei limiti.
Si è chiesto pubblicamente se la sua creazione possa essere cosciente, e ne ha tratto conseguenze concrete. Ha lasciato OpenAI quando la visione non era più la sua; ha fondato un’azienda come public benefit corporation; ha mantenuto due linee rosse sapendo cosa avrebbe comportato.
Ora è il CEO della prima azienda americana nella storia a ricevere una designazione pensata per avversari stranieri. Non per aver violato leggi, non per aver compromesso sistemi, ma per aver detto no.
È una storia che per un verso racconta il profilo di un uomo che nonostante tutto ha cercato anche di recuperare i rapporti col Pentagono, quando ormai era difficile. Questo va detto. Criticabile, ovviamente, ma va vista anche come una mossa per evitare il peggio. Peggio che ora diventerà, lo vedremo, inevitabile.
Ma è anche la storia di un momento che racconta molto dell’epoca che stiamo vivendo, che passa necessariamente dal profilo di Amodei, ma anche dal profilo di Altman e di Musk.
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