Il tema IA e Lavoro è sempre al centro dell’attenzione. I dati del rapporto realizzato da Anitec–Assinform ci aiutano a capire come il lavoro si sta trasformando in Italia nell’era della IA.
L’intelligenza artificiale è ormai a tutti gli effetti il motore che sta ridisegnando, con una velocità impressionante, il perimetro del mercato del lavoro, anche quello italiano.
Come avevo raccontato analizzando la velocità con cui l’IA generativa ha conquistato il mondo in tre anni, molto più in fretta di Internet, ci troviamo davanti a una tecnologia che non aspetta i tempi della burocrazia o dell’adeguamento culturale.
I dati presentati ieri, 21 aprile 2026, a Roma, durante il lancio del rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano” confermano che siamo in una fase di accelerazione senza precedenti. Lo studio, realizzato da Anitec-Assinform (l’Associazione di Confindustria che raggruppa le imprese ICT) in collaborazione con il Politecnico di Torino, ci offre la fotografia più aggiornata di un Paese che sta cercando di gestire e governare una transizione che possiamo definire epocale.
Il mercato dell’IA in Italia vale 1,24 miliardi di euro
Il mercato italiano dell’IA vale già 1,24 miliardi di euro, con una crescita del 33% in un solo anno. Ma il dato che fa riflettere non è tanto il valore economico, quanto la pervasività della stessa IA. La ricerca mette in evidenza che la quota di imprese che utilizzano almeno una soluzione di IA è passata dall’8% al 16,4% in soli dodici mesi.
L’adozione è quindi raddoppiata mentre noi stavamo ancora discutendo se l’IA fosse una minaccia o un’opportunità.
Se l’adozione raggiungesse il 78%, l’incremento di produttività genererebbe 312 miliardi di euro di valore aggiunto, circa il 18,2% del PIL italiano.
Eppure, c’è un elemento che caratterizza questa trasformazione ed è il divario che esiste tra le aziende sulla base delle loro dimensioni.
Se le grandi imprese guidano la carica con tassi di adozione che sfiorano il 50%, le PMI, cuore pulsante dell’economia italiana, restano ancora ai margini. Non si tratta solo di budget da allocare alla IA, è un problema di visione.
Infatti, solo il 36,7% delle piccole e medie imprese indica la mancanza di competenze interne come il vero ostacolo. In sostanza, è come dire che queste aziende hanno le chiavi di una macchina potentissima ma non sanno “ancora” come guidarla.

Il mito della sostituzione: il tempo “liberato” e il rischio junior
Spesso si cede alla narrazione sensazionalistica dell’IA che “ruba” il lavoro. Ma come avevo scritto spiegando che l’intelligenza artificiale non ruba il lavoro ma lo ridisegna, il vero impatto è molto più sottile e riguarda la struttura stessa delle professioni.
Il rapporto evidenzia che, a pieno regime, l’IA potrebbe liberare in Italia ben 5,7 miliardi di ore lavorative all’anno. Non è tempo tolto alle persone, è tempo che l’algoritmo “restituisce” per attività a maggior valore aggiunto.
Tuttavia, c’è un segnale che non possiamo ignorare e che lo studio definisce con chiarezza ed è l’impatto sui giovani. Nelle professioni più esposte all’IA, l’assunzione di profili entry-level sta rallentando sensibilmente.
Le aziende non licenziano chi è già dentro, perché l’esperienza senior serve a governare l’algoritmo, ma chiudono le porte d’ingresso. È un rischio strutturale che rischia di spezzare la catena della trasmissione del sapere aziendale.
In Italia, questo rischio riguarda potenzialmente 4,75 milioni di lavoratori, circa un terzo di quelli esposti, concentrati soprattutto in ruoli routinari nei settori bancario, amministrativo e dei trasporti. È qui che l’esposizione si trasforma in vulnerabilità se non interviene una strategia di reskilling immediata.
La geografia di una trasformazione cognitiva
Un altro aspetto fondamentale che emerge dalla ricerca è la natura dell’IA italiana. Non parliamo di robotica fisica – che interessa solo il 6% delle imprese – ma di un’IA “cognitiva” e linguistica. Il 70% delle aziende la utilizza per il text mining e l’analisi dei dati.
Questa evoluzione sta disegnando una nuova mappa del Paese:
- Il Nord-ovest traina l’adozione con punte del 19%, ma il Mezzogiorno riserva una sorpresa: qui si concentra la maggior quota di lavoratori con competenze “complementari”, figure che l’IA non sostituisce ma potenzia.
- Milano e Roma sono diventate le calamite del settore, con annunci di lavoro legati all’IA cresciuti del 246%, creando una pressione senza precedenti sul mercato del recruitment dove il 60% delle imprese dichiara di non riuscire a trovare gli specialisti necessari.
Tra i settori, l’ICT guida la classifica (oltre 50%), seguito da spettacolo, editoria e telecomunicazioni (35-40%)
L’IA e la sfida della formazione
C’è un elemento che però rischia di far fallire l’intera transizione ed è il paradosso della consapevolezza.
Oltre il 50% degli italiani esprime preoccupazione per l’IA, eppure circa il 60% ammette di non avere competenze digitali adeguate. Siamo spaventati da ciò che non conosciamo e che non sappiamo usare.
Lo studio propone un’agenda di 23 raccomandazioni, tra cui la sperimentazione di un “conto personale di formazione per l’IA”. L’idea è quella di rendere la formazione un diritto alla portata di tutti, uno “zaino” che segua il lavoratore lungo tutta la carriera.
Perché il punto non è più chiederci se l’IA cambierà il nostro modo di lavorare – i dati dicono che lo ha già fatto – ma quanto saremo capaci di cambiare noi per restare al passo.
In questa corsa verso un mercato che supererà i 2,5 miliardi entro il 2028, la vera domanda che dobbiamo porci è un’altra: siamo pronti a trasformare la nostra atavica resistenza al cambiamento in un vantaggio competitivo, investendo sulle persone prima ancora che sugli algoritmi?
Staremo a vedere se questa volta la formazione diventerà davvero l’infrastruttura strategica del Paese o se resterà l’ennesima occasione sprecata per governare l’IA.



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