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  • Come cambia l’ottimizzazione SEO per AI e cosa resta del fattore umano

    Come cambia l’ottimizzazione SEO per AI e cosa resta del fattore umano

    L’ottimizzazione SEO per AI non è la fine della scrittura, ma una nuova consapevolezza. Tra AI Mode, AI Overview e GEO vince chi intercetta l’intenzione delle persone e porta esperienza e voce umana dentro i contenuti, là dove la macchina non arriva.

    Oggi parlare di ottimizzazione SEO per AI significa innanzitutto comprendere che non stiamo assistendo alla fine della scrittura, ma alla nascita di una nuova consapevolezza.

    L’intelligenza artificiale ha invaso i flussi di lavoro e la creazione di contenuti, ma questo non deve spaventare chi mette al centro la qualità.

    La sfida non è combattere la tecnologia, ma capire come evolve il comportamento delle persone che la utilizzano.

    Oltre le parole chiave: la SEO per AI Mode

    Il primo grande cambiamento riguarda il modo in cui gli utenti interagiscono con la rete.

    Siamo entrati nell’era (e sapevamo sarebbe arrivato il momento!) della “SEO per AI Mode, una modalità di ricerca in cui le persone non si limitano più a digitare due o tre parole isolate, ma dialogano, fanno domande complesse e cercano risposte articolate.

    Questo significa che la vecchia abitudine di scrivere testi inserendo meccanicamente una lista di parole chiave per far felice un algoritmo è definitivamente tramontata (per la gioia o il dolore di alcuni): oggi vince chi sa intercettare l’intenzione profonda che si nasconde dietro ogni singola domanda.

    Per capire quanto questa rivoluzione sia profonda, provo a fare un piccolo salto indietro nel tempo.

    Ricordo ancora quando, anni fa, fare una ricerca su Google sembrava quasi un esercizio di traduzione “uomo-macchina”.

    Se cercavamo un ristorante per una cena tra amici, digitavamo cose telegrafiche come “ristorante pesce Milano centro”.

    Eravamo noi a doverci adattare al linguaggio rigido del motore di ricerca, sperando che sputasse fuori la pagina giusta.

    Oggi, se osservo come le persone usano lo smartphone (e confesso, lo faccio spesso anche io quando cerco l’ispirazione per i miei progetti) lo scenario è completamente stravolto.

    Non scriviamo più per formule.

    Apriamo la chat di un’AI o usiamo la ricerca vocale mentre magari stiamo cucinando o camminando per strada, ed esordiamo con:

    “Senti, stasera ho a cena un amico che è intollerante al glutine ma ama i piatti della tradizione. Mi trovi un posto tranquillo a Milano dove si possa parlare senza urlare e che abbia una buona carta dei vini?”

    Questa non è più una stringa di parole chiave. È una conversazione. È la descrizione dettagliata di un bisogno, di uno stato d’animo, di un contesto.

    Ed è proprio qui che si attiva la SEO per AI Mode: i nuovi sistemi non scompongono più questa frase in singoli pezzi per fare il match con un testo che contiene esattamente quelle parole.

    Al contrario, cercano di comprendere il perché di quella richiesta.

    Capiscono che “amico” e “poter parlare” significano che l’utente ha bisogno di un’atmosfera informale e silenziosa, non di una pizzeria caotica, anche se magari quella pizzeria fa un’ottima cucina senza glutine.

    Scrivere contenuti oggi, quindi, non significa più riempire una pagina di termini tecnici ripetuti fino alla nausea per scalare una classifica. Significa fare un lavoro di vera e propria empatia digitale.

    Significa anticipare quelle sfumature, rispondere ai dubbi che il lettore non ha ancora formulato chiaramente nella sua testa, e farlo con una naturalezza tale che sia le persone, sia l’intelligenza artificiale che analizza il testo per dare una risposta, possano dire: “Sì, è esattamente questo quello che stavo cercando”.

    Come cambia ottimizzazione SEO AI cosa resta del fattore umano
    Come cambia l’ottimizzazione SEO per AI e cosa resta del fattore umano

    Le risposte dirette e la SEO per AI Overview

    Un esempio chiarissimo di questa trasformazione è visibile nei motori di ricerca, dove lo spazio per i tradizionali link blu si sta riducendo a favore di sintesi generate direttamente dagli algoritmi.

    Fare i conti con la SEO per AI Overview non significa arrendersi del tutto alla perdita di clic, ma capire come diventare la fonte autorevole a cui l’intelligenza artificiale attinge per formulare quelle stesse risposte.

    Per farlo, non servono trucchi tecnici, ma la capacità di strutturare i contenuti in modo chiaro, rispondendo in modo diretto e trasparente ai bisogni reali del pubblico.

    Diciamoci la verità: la prima volta che ho visto una di queste grandi scatole colorate in cima alla pagina di ricerca, con il testo già pronto e i nostri amati link racchiusi in piccoli quadratini sullo sfondo, ho provato una stretta allo stomaco.

    Per chi vive di contenuti, quella schermata ha l’effetto di un piccolo terremoto.

    La reazione d’istinto di molti colleghi è stata il panico: “Ecco, se l’utente trova già la risposta pronta, non cliccherà mai più sul mio sito. Il traffico crollerà. È la fine”.

    Ma poi ho fatto un respiro profondo e ho iniziato a osservare la cosa da un’altra prospettiva.

    Se l’AI Overview riassume i dati per l’utente, da dove prende quelle informazioni? Non le inventa dal nulla. Le attinge da chi quelle cose le ha scritte prima, meglio e con più autorevolezza di altri.

    Però, dobbiamo cambiare il modo in cui impaginiamo e pensiamo i nostri articoli. Non possiamo più permetterci di essere “fumosi” o di allungare il brodo solo per fare minutaggio sulla pagina.

    L’intelligenza artificiale ha fretta e cerca la sostanza. Se un utente cerca come risolvere un problema specifico, non dobbiamo costringerlo a leggere tre paragrafi di introduzione storica prima di arrivare al punto.

    Dobbiamo essere diretti: dare la risposta subito, in modo limpido, e poi approfondire il come e il perché.

    Una nuova figura professionale: la consulenza SEO per AI

    In questo scenario così fluido, anche il ruolo dei professionisti della comunicazione sta cambiando radicalmente.

    Chi si occupa di strategia non può più limitarsi a consegnare report di parole chiave, ma deve offrire una vera e propria consulenza SEO per AI.

    Questo significa guidare le aziende a comprendere che l’AI è un amplificatore: se inserisci nel sistema un’idea banale, otterrai un testo banale in pochi secondi; se invece porti valore, esperienza vissuta e un punto di vista unico, l’intelligenza artificiale diventa un alleato prezioso per ottimizzare i tempi e scalare la qualità.

    A me capita sempre più spesso durante i primi incontri con i clienti: arrivano con gli occhi affamati di fronte alla prospettiva di poter produrre centinaia di articoli con un clic, convinti che la SEO si sia trasformata in un gioco di pura velocità.

    Il mio compito, oggi, inizia quasi sempre smontando questa illusione. Ricordo un piccolo imprenditore che, con orgoglio, mi mostrò un intero piano editoriale generato in una mattina con un software di intelligenza artificiale.

    I testi erano grammaticalmente perfetti, ma leggendoli sembrava di scorrere un’enciclopedia degli anni ’90: freddi, impersonali, piatti. Non c’era traccia della sua passione, dei problemi reali dei suoi clienti, delle soluzioni uniche che la sua azienda offriva ogni giorno.

    Gli dissi una cosa che oggi è diventata il mio mantra come Seo Copywriter Freelance:

    ottimizzazione seo per AI

    “L’intelligenza artificiale è un amplificatore eccezionale, ma amplifica solo quello che decidi di metterci dentro. Se gli dai in pasto la banalità, produrrà spazzatura digitale alla velocità della luce. Se invece le offri la tua esperienza vissuta, il tuo punto di vista e la tua unicità, si trasformerà nella tua più grande alleata”.

    La guida pratica: come fare SEO per AI

    Ma all’atto pratico, come fare SEO per AI senza perdere l’anima e l’identità della propria scrittura? La risposta sta nella semplicità delle linee guida Google che egli stesso suggeriscono: focalizzarsi sull’esperienza e sull’autorevolezza.

    Per spiegarlo, mi piace usare una metafora culinaria che uso spesso anche quando mi trovo a pianificare i contenuti con i miei clienti.

    Pensiamo all’AI come a un robot da cucina di ultima generazione: può tagliare, impastare e cuocere alla perfezione, ma se gli ingredienti che ci mettiamo dentro non hanno sapore, il piatto finale sarà insipido.

    La ricetta per farsi amare dagli algoritmi oggi si basa su tre ingredienti segreti che nessuna macchina possiede di serie:

    • L’ascolto attivo (la materia prima): non partiamo dai dati dei software, ma dalle persone e questa è una cosa alla quale tengo sempre tanto. Quali sono i dubbi reali che un cliente ti fa al telefono? Quali paure lo bloccano prima di acquistare? Rispondere a queste domande significa creare contenuti che le persone cercano disperatamente e che l’AI raccoglierà come oro colato.
    • L’esperienza diretta (il sapore): racconta come hai risolto quel problema specifico. Inserisci i tuoi fallimenti, i tuoi successi, i dati reali del tuo lavoro. Quando scrivi “ho testato questa strategia per tre mesi e questo è quello che è successo”, stai dando a Google e all’utente qualcosa di unico, che nessun modello linguistico può generare dal nulla perché non ha mai vissuto un giorno nel mondo reale.
    • La chiarezza espositiva (la presentazione): l’intelligenza artificiale ha bisogno di ordine per capire. Usare titoli chiari, elenchi puntati e frasi brevi non serve solo a rendere il testo leggibile per un utente distratto sullo smartphone, ma aiuta l’algoritmo a mappare i concetti in un millisecondo, eleggendoti a fonte affidabile.

    Il futuro della scrittura: l’ottimizzazione SEO per AI

    Guardando al domani, l’ottimizzazione SEO per AI non sarà un insieme di regole matematiche, ma la capacità di mantenere un equilibrio perfetto tra l’efficienza tecnologica e l’empatia umana.

    In un web potenzialmente sommerso da contenuti impeccabili ma tutti uguali, l’autenticità, la firma e la personalità del brand diventeranno il vero lusso e il principale fattore di posizionamento.

    Se devo fare una previsione per il prossimo futuro, vedo una netta divisione nel mercato.

    Da un lato ci sarà un rumore di fondo assordante: milioni di siti web che pubblicano testi fotocopia, scritti da macchine per altre macchine, in una rincorsa al clic che non genera alcun valore reale.

    Dall’altro lato, ci saranno le oasi felici: professionisti e brand che useranno l’ottimizzazione non per nascondersi dietro un algoritmo, ma per far emergere la propria voce.

    Il futuro della SEO appartiene a chi accetta la sfida tecnologica senza smarrire la propria umanità.

    Ottimizzare per l’AI non significa iniziare a scrivere come un robot, ma fare l’esatto contrario: scrivere in modo talmente umano, profondo e saggio da costringere persino la macchina più intelligente a fermarsi, ascoltare e dire: “Sì, questa è la risposta migliore”.


    Alcuni elementi da considerare

    Che cos’è l’ottimizzazione SEO per AI?
    È il lavoro di scrivere contenuti pensati non solo per il posizionamento classico, ma per essere compresi e citati dai sistemi di ricerca generativi. Non si parte più dalle parole chiave, ma dall’intenzione che si nasconde dietro la domanda dell’utente.

    Cosa cambiano AI Mode e AI Overview nella ricerca?
    Spostano la ricerca dalle stringhe di parole alle conversazioni complete. Le persone fanno domande articolate e ricevono risposte sintetizzate dall’AI, mentre lo spazio dei link blu tradizionali si riduce.

    La SEO è morta con l’intelligenza artificiale?
    No, cambia natura. Smette di essere una rincorsa tecnica alle classifiche e diventa la capacità di rispondere in modo chiaro, diretto e autorevole ai bisogni reali del pubblico.

    Come si scrive un contenuto che l’AI cita come fonte?
    Servono esperienza diretta, punto di vista originale e struttura ordinata. L’AI attinge da chi ha scritto prima, meglio e con più autorevolezza, e premia ciò che una macchina non può inventare dal nulla.

    Che differenza c’è tra SEO e GEO?
    La SEO punta a far comparire una pagina tra i risultati, la GEO punta a far comparire il contenuto dentro la risposta generata dall’AI. Sono complementari, non alternative.

  • Fable 5, ecco cosa cambia davvero rispetto a Opus 4.8

    Fable 5, ecco cosa cambia davvero rispetto a Opus 4.8

    Claude Fable 5 si presenta come il modello pubblico più capace di Anthropic, una classe sopra Opus 4.8 sui compiti più lunghi. È incluso fino al 22 giugno, poi sarà a pagamento. Vediamo come si differisce da Opus.

    Anthropic ha presentato Claude Fable 5, il primo modello pubblico della sua nuova famiglia Claude 5, di classe Mythos. È il più capace che l’azienda abbia mai reso disponibile a tutti, allo stato dell’arte su quasi tutti i benchmark, con prestazioni di rilievo nello sviluppo La notizia di cui si parla molto riguarda sempre Anthropic che ha presentato Claude Fable 5. Si tratta del primo modello pubblico di intelligenza artificiale della sua nuova famiglia Claude 5, classe Mythos.

    Ad oggi è il modello AI più capace che l’azienda abbia mai reso disponibile per tutti. Allo stato dell’arte su quasi tutti i benchmark, Fable 5 si presenta con prestazioni di rilievo nello sviluppo software, nel lavoro di conoscenza, nella visione e nella ricerca scientifica.

    Non una funzione in più, ma una classe superiore

    Ma il punto a favore di Fable 5 non è la potenza in sé, il punto vero è cosa lo differenzia rispetto a Claude Opus 4.8, che fino a poche settimane fa era il modello di punta.

    Fable 5 in realtà non aggiunge una funzione che Opus non aveva, stiamo parlando proprio di una classe superiore. E il suo vantaggio cresce quanto più il compito è lungo e complesso. Regge la concentrazione su milioni di token, lavora in autonomia più a lungo di qualsiasi Claude precedente, migliora i propri risultati prendendo appunti per sé.

    In un test su un videogioco la memoria persistente ha triplicato le sue prestazioni rispetto a Opus 4.8, e in un altro ha ricostruito il codice di una web app guardando soltanto gli screenshot.

    Fable 5, ecco cosa cambia davvero rispetto a Opus 4.8
    Fable 5, ecco cosa cambia davvero rispetto a Opus 4.8

    Se i freni raccontano quanto è capace

    In tutto questo, c’è un accorgimento che chiarisce meglio la presentazione di Fable 5 di oggi.

    E cioè che un modello così capace porta con sé dei rischi, e Anthropic lo ha lanciato dotato di freni. In sostanza, quando il modello rileva una richiesta su cybersecurity, biologia, chimica o distillazione del modello, la risposta non la fornisce più Fable 5, ma viene dirottata su Opus 4.8. L’utente viene quindi avvisato e la sua richiesta viene gestita dal modello precedente, per una questione di sicurezza. Una rete di sicurezza infatti che, secondo l’azienda, scatta in meno del cinque percento delle sessioni.

    La versione senza quei freni del modello esiste e si chiama Mythos 5. Stesso modello alla base, ma disponibile solo a un gruppo ristretto di organizzazioni attraverso Project Glasswing.

    A cosa serve Fable 5 e dove è meglio Opus

    Cosa significa, allora, averlo davvero tra le mani e usarlo.

    Fable 5 serve per il lavoro lungo e articolato, il refactoring di intere basi di codice, i flussi agentici di ore di operazioni, le analisi che si costruiscono passo dopo passo. Non conviene, invece, per i compiti rapidi e ben definiti, dove Opus 4.8 o Sonnet 4.6 restano ancora molto più sensati. E sui temi sensibili, semplicemente, come abbiamo visto, non interviene direttamente lui.

    Lo spartiacque è il 23 giugno

    Resta un aspetto, quello economico, che riguarda tutti noi utenti.

    Fino al 22 giugno Fable 5 è incluso senza costi aggiuntivi nei piani Pro, Max, Team ed Enterprise. Dal 23 giugno sarà rimosso da quei piani, e per continuare a usarlo serviranno nuovi crediti, prepagati e fatturati alle tariffe API, 10 dollari per milione di token in ingresso e 50 dollari in uscita, il doppio di Opus 4.8.

    Anthropic però dice che vuole reinserirlo come parte standard degli abbonamenti appena la capacità lo consentirà.

    Restano quindi due settimane per provarlo prima che la prova diventi a pagamento.


    Alcuni punti chiave

    • Che cos’è Claude Fable 5? Il primo modello pubblico della famiglia Claude 5 di Anthropic, di classe Mythos, il più capace mai reso disponibile a tutti.
    • In cosa è diverso da Claude Opus 4.8? Non aggiunge una funzione, è di una classe superiore, e il vantaggio cresce sui compiti lunghi e complessi.
    • Cosa succede sui temi sensibili? Sulle richieste di cybersecurity, biologia, chimica o distillazione la risposta viene dirottata su Opus 4.8, con avviso all’utente. Scatta in meno del cinque percento delle sessioni.
    • Che cos’è Claude Mythos 5? La versione senza freni, stesso modello alla base, ma disponibile solo a un gruppo ristretto di organizzazioni tramite Project Glasswing.
    • Fino a quando è incluso e quanto costa dopo? Incluso nei piani Pro, Max, Team ed Enterprise fino al 22 giugno. Dal 23 servono crediti prepagati alle tariffe API, 10 dollari per milione di token in ingresso e 50 in uscita.

  • Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    Il processo Musk-Altman si è chiuso per prescrizione. La giuria non è entrata nel merito e OpenAI vince in aula. Ma a perdere davvero è l’intelligenza artificiale, che esce dal processo con la sua innocenza ormai compromessa.

    Il caso Musk contro Sam Altman, e quindi contro OpenAI, segna un passaggio storico nell’era della Intelligenza Artificiale Generativa. Senza voler apparire esagerati, la portata del processo che si è concluso il 18 maggio scorso e che ha decretato la sconfitta di Musk, seppur formale per aver presentato le sue accuse fuori tempo massimo, è a tutti gli effetti storica.

    Come già sottolineato, questo processo nei fatti non definisce la sconfitta di Musk nel merito delle accuse, che pure la giudice Gonzalez Rogers aveva inizialmente accolto. Il pronunciamento della giuria, con valore consultivo e poi approvato pienamente dalla giudice, non tocca la vera questione su chi vince e su chi perde davvero.

    Il pronunciamento finale non dice chiaramente che Musk ha perso perché aveva torto, non dice che il modello OpenAI sia il migliore e non dice nemmeno che Sam Altman si sia dimostrato adeguato alla guida di OpenAI. E non dice nemmeno che è consentito ad un’associazione nata senza scopo di lucro diventare e trasformarsi col tempo in un’azienda con scopo di lucro del valore, ad oggi, di 850 miliardi di dollari con una IPO imminente.

    Su tutte queste grandi questioni non c’è un pronunciamento netto. Ragion per cui è lecito pensare che non tutti hanno perso per davvero e che non tutti hanno vinto per davvero.

    Sappiamo però che c’è chi ha perso qualcosa, qualcosa di davvero importante. Ed è proprio l’Intelligenza Artificiale che, a conti fatti in maniera parziale, ha perso un po’ la sua innocenza.

    Come già raccontato, si discuteva del modello societario su cui oggi si reggono i grandi laboratori di intelligenza artificiale, della possibilità che una organizzazione fondata come non profit possa convertirsi in qualcosa di molto diverso senza pagarne le conseguenze, e di quanta libertà avessero davvero i procuratori statali nel benedire una operazione di questa portata. Quella domanda è rimasta sospesa, e il modo in cui è rimasta sospesa è, in effetti, una parte importante del problema.

    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza
    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    La prescrizione chiude il caso, ma il problema resta

    Il punto decisivo del verdetto è proprio questo. La giuria di Oakland non è entrata nel merito delle accuse mosse da Musk. Non ha stabilito se Altman e Brockman abbiano violato un vincolo fondativo. Non ha stabilito se OpenAI abbia smarrito la sua missione. Non ha stabilito se Microsoft abbia avuto un ruolo improprio nella trasformazione della società. Ma ha solo stabilito che Musk avrebbe dovuto agire prima.

    Secondo la ricostruzione emersa nel processo, Musk era già a conoscenza dei fatti contestati a partire dal 2021, ma ha presentato la causa solo nel 2024. Per questo motivo, le accuse legate alla violazione del vincolo non profit e all’arricchimento ingiustificato sono state considerate fuori tempo massimo.

    OpenAI ha vinto, ma ha vinto su un terreno procedurale. Una situazione che permette di separare due livelli che spesso vengono confusi: il livello della sentenza e il livello della questione industriale. Sul primo, Musk esce sconfitto senza appello; sul secondo, la discussione resta completamente aperta.

    OpenAI vince ma soltanto in aula

    La vittoria giudiziaria di OpenAI è stata netta. Nove giurati all’unanimità, meno di novanta minuti di deliberazione, la giudice Gonzalez Rogers che accetta il verdetto consultivo come proprio e archivia il caso. Una rapidità che, da sola, fa capire quanto solida fosse la linea difensiva sui termini della prescrizione.

    Sul piano finanziario gli effetti per OpenAI saranno evidenti. La quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026, con una valutazione obiettivo intorno al trilione di dollari, ha guadagnato ulteriore terreno.

    Si potrebbe dire che questa sentenza rassicura gli investitori e l’intero settore dell’IA, perché evita un esito potenzialmente caotico che avrebbe potuto mettere in discussione la struttura commerciale di OpenAI, la partnership con Microsoft e i futuri piani di raccolta capitali.

    Vince, dunque, l’idea che l’intelligenza artificiale generativa, per crescere nella forma in cui oggi la conosciamo, non possa più vivere dentro la cornice simbolica della piccola organizzazione votata al bene comune. Ma che ad un certo punto del suo sviluppo ha bisogno di una struttura molto più vicina a quella delle grandi aziende tecnologiche globali.

    Ma, una cosa è la vittoria in aula, un’altra è la vittoria fuori dall’aula ed è qui che le cose potrebbero prendere una piega diversa.

    I dati del processo resteranno per sempre

    Nonostante la sua vittoria in tribunale, OpenAI si porta dietro le peggiori prove documentali sulla propria governance, che resteranno di dominio pubblico.

    Ogni investitore istituzionale che legge la trascrizione del processo trarrà le sue considerazioni sulla credibilità su Altman prima di comprare.

    Vediamo cosa è entrato nel dominio pubblico in queste tre settimane. Le email del 2017 in cui dirigenti di OpenAI esprimevano la preoccupazione che Musk «potesse diventare un dittatore» se gli avessero dato il controllo dell’azienda. Le proposte dello stesso Musk di assorbire OpenAI dentro Tesla.

    I diari personali di Greg Brockman che parlavano della struttura non profit come di «una bugia». Il memo da 52 pagine di Ilya Sutskever, cofondatore di OpenAI, in cui si descriveva Altman come una figura che metteva i propri dirigenti l’uno contro l’altro e mostrava «un costante schema di menzogne».

    I messaggi che Altman inviò durante il suo allontanamento del novembre 2023, in cui supplicava ripetutamente di poter partecipare alle riunioni del consiglio e veniva rifiutato. La conferma, finalmente in atti ufficiali, che OpenAI considerò in quei giorni concitati una possibile fusione con Anthropic. E poi gli scambi tra Musk e Mark Zuckerberg sulla possibilità di comprare OpenAI insieme.

    Sono materiali che la giuria non ha mai dovuto pesare nel merito, perché si è fermata alla questione dei termini. Però esistono, sono consultabili, e accompagneranno qualunque conversazione futura sui prossimi passi di OpenAI.

    Musk alla fine è il vero perdente, ma non del tutto

    Elon Musk esce sconfitto dal processo e questo va detto senza giri di parole. La sua causa viene respinta, le sue richieste cadono, la sua ricostruzione non arriva nemmeno al giudizio di merito. E, secondo le prime analisi, il verdetto rende molto difficile immaginare una riapertura sostanziale del caso, anche se i suoi legali, e lui stesso su X, hanno annunciato la volontà di ricorrere in appello.

    A pochi minuti dal verdetto, sul suo profilo X, Musk ha scritto: «Altman e Brockman si sono effettivamente arricchiti rubando una organizzazione di beneficenza. L’unica domanda è QUANDO l’hanno fatto!». Poco dopo ha aggiunto che «la giuria e la giudice non si sono mai espressi sul merito del caso, solo su una tecnicalità di calendario». E in un terzo post: «farò appello presso il Nono Circuito, perché creare un precedente per saccheggiare le organizzazioni di beneficenza è incredibilmente distruttivo per la cultura della donazione in America».

    C’è un quarto post, poi cancellato, in cui Musk se la prendeva direttamente con la giudice, definendola «terribile giudice attivista di Oakland» che avrebbe usato la giuria come «foglia di fico».

    Quello che emerge è una strategia precisa. Musk ha perso, ma sta provando a riscrivere la sconfitta come una mezza vittoria morale, costruita sulla distinzione tra prescrizione e merito. Aggiungiamoci che, come hanno notato diverse cronache, Musk non era nemmeno presente in aula al momento della lettura del verdetto. Aveva lasciato Oakland giovedì 14 maggio per accompagnare il presidente Trump in Cina.

    Ma sarebbe altrettanto superficiale sostenere che, con la sconfitta di Musk, cada anche la domanda che la causa aveva sollevato. Quella domanda, come abbiamo visto, resta intatta nonostante il verdetto.

    Riguarda il rapporto tra missione dichiarata e proprietà reale. Riguarda la distanza tra il linguaggio con cui molti laboratori di IA si sono presentati al mondo e il modo in cui oggi competono tra loro.

    Musk, naturalmente, non può essere raccontato come un osservatore esterno o disinteressato. È il fondatore di xAI, è un concorrente diretto di OpenAI, è uno degli attori più potenti della stessa industria che a sua volta critica. Ma proprio questa ambiguità rende la vicenda più significativa.

    Non siamo davanti allo scontro tra chi difende il bene comune e chi lo tradisce. Siamo davanti a uno scontro interno al potere tecnologico. Due visioni, due ambizioni, due strategie industriali che si contendono una parte decisiva del futuro della IA.

    Altman e il suo silenzio “strategico”

    Sul fronte opposto, Altman ha scelto una strada completamente diversa. Poco meno di un’ora dopo il verdetto, l’amministratore delegato di OpenAI è tornato su X a postare di ChatGPT, della nuova versione del modello, senza una sola menzione del processo. Né esultanze, né commenti, né rivendicazioni. Soltanto silenzio sul caso, e ritorno alla normalità.

    È una scelta che si commenta da sola. Una vittoria così netta avrebbe potuto essere celebrata pubblicamente, e invece è stata gestita lasciando parlare gli avvocati. William Savitt, avvocato principale di OpenAI, fuori dall’aula ha detto: «la decisione conferma che questa causa era un tentativo ipocrita di sabotare un concorrente». Altman, da parte sua, è rimasto sul terreno che gli compete, quello del prodotto ChatGPT e della sua crescita.

    Ma la vittoria giudiziaria non coincide con una piena ricostruzione della fiducia.

    Durante le udienze, come ricordato poco fa, sono riemerse tensioni interne, accuse sulla sua affidabilità e ricostruzioni che richiamano il clima già visto nel 2023, quando il consiglio di amministrazione di OpenAI decise di rimuoverlo temporaneamente prima del suo ritorno alla guida dell’azienda.

    Altman non viene indebolito sul piano del potere, anzi il verdetto rafforza la sua posizione. Ma viene esposto ancora una volta sul piano della fiducia, in una industria che chiede continuamente fiducia.

    La IA non è più una promessa, è un’infrastruttura di potere

    Il processo Musk contro Altman non racconta solo una lite tra miliardari. Racconta il passaggio definitivo della IA generativa da promessa tecnologica a infrastruttura di potere.

    All’inizio, OpenAI era stata raccontata come una risposta al rischio che l’intelligenza artificiale avanzata finisse nelle mani di pochi attori privati. La missione era costruire sistemi utili all’umanità, evitando che il controllo si concentrasse in modo eccessivo.

    Oggi, invece, OpenAI è al centro di una delle più grandi operazioni industriali del settore tecnologico globale, sostenuta da Microsoft e proiettata verso una valutazione enorme. Questo non significa che ogni trasformazione sia illegittima. Significa però che il linguaggio originario è cambiato radicalmente.

    Non basta dire «beneficio per l’umanità» quando la competizione si gioca su capitali immensi, infrastrutture cloud, chip, dati, energia, alleanze geopolitiche e accesso ai mercati.

    Non basta richiamare la missione quando la struttura economica spinge nella direzione opposta, o quantomeno in una direzione molto più complessa.

    La IA per come l’abbiamo conosciuta in questi anni esce da questo processo con una veste che di fatto ricorda molto il passato. Sembra un paradosso ma è così.

    In aggiunta come contesto, la fiducia degli americani nell’intelligenza artificiale è in caduta, secondo i sondaggi più recenti. L’approvazione pubblica dell’IA è oggi inferiore a quella di temi come la guerra in Iran e le politiche dell’ICE. Vuol dire che il pubblico non è più disposto a fidarsi della retorica delle missioni in nome dell’umanità, almeno non in maniera automatica.

    La rivoluzione della IA e le dinamiche di potere

    Ci eravamo abituati a pensare alla IA come a un settore diverso da quelli del passato. Un settore guidato da menti scientifiche, da ricercatori che provenivano dalle università, da imprenditori che parlavano di missione e di umanità prima che di mercato.

    Ce lo siamo raccontati così, e con noi se lo erano raccontati gli stessi protagonisti. Il processo di Oakland però ha mostrato che la realtà è un’altra.

    La realtà è che dentro questo settore si combattono le stesse battaglie del capitalismo industriale di ogni epoca. Diatribe personali, invidie, accuse, ricatti, processi miliardari, alleanze che si stringono e si spezzano. I dirigenti che si descrivono nei diari come «possibili dittatori». I cofondatori che scrivono memo da 52 pagine contro l’amministratore delegato. Le proposte di fusione tenute segrete, le società parallele costituite in Delaware, gli avvocati che si scontrano in aula sulle versioni della verità di chi sta in cima.

    Sono soldi, e tanti soldi, in misura tale da far impallidire i petrolieri degli anni Settanta. OpenAI viaggia verso una quotazione da un trilione di dollari.

    xAI è stata assorbita da SpaceX in un’operazione che ha portato la valutazione combinata intorno al trilione e mezzo. Microsoft, durante il processo, ha dichiarato di aver investito oltre 100 miliardi di dollari nella propria partnership con OpenAI. Anthropic vale intorno ai 350 miliardi.

    Sono cifre che, fino a pochi anni fa, sarebbero state considerate fuori scala anche per il settore tecnologico più aggressivo.

    La rivoluzione, certo, cambierà tutto. Cambierà il modo di lavorare, di studiare, di informarsi, di scrivere, di prendere decisioni, di curare le persone, di amministrare i territori.

    Questo è un dato di fatto che non cambia con il verdetto di Oakland. Le dinamiche di potere che decidono come questa rivoluzione si svilupperà, però, e a beneficio di chi, sono rimaste identiche. Anzi, sono diventate più estreme. Mai prima nella storia industriale il controllo di una tecnologia trasformativa era stato concentrato in così poche mani.

    E forse è proprio questa la cosa che dovrebbe preoccuparci di più. Non la disputa tra Musk e Altman in quanto tale, ma il fatto che persone così ricche, così potenti, così legate ai vertici dei governi globali, abbiano in mano il futuro di una tecnologia che entrerà in ogni dimensione della vita collettiva, e lo usino, almeno in parte, per farsi la guerra tra loro.

    In mezzo c’è il futuro del mondo, in un momento in cui il mondo, attorno, sembra andare a rotoli. Guerre, instabilità geopolitica, fiducia democratica in caduta, sistemi educativi che faticano a stare al passo, mercati del lavoro che cambiano più velocemente di quanto la politica sappia gestire.

    Mentre tutto questo accade, una manciata di amministratori delegati decide quale modello di linguaggio addestrare, con quali dati, con quali vincoli di sicurezza, con quali finalità commerciali. Decide se aprire o chiudere l’accesso a determinati strumenti. Decide quali governi possono usare quali sistemi, in quali contesti militari, con quali termini contrattuali, il tutto ormai fuori da qualunque controllo democratico effettivo.

    Ecco, in un momento in cui questo processo viene celebrato come un punto di chiarezza, occorre invece mettere in fila le cose come stanno. Almeno in questo articolo ci ho provato.

    Non si tratta di rivedere il proprio giudizio sulla IA, che resta sempre una enorme opportunità per tutti, se affrontata con grande senso di responsabilità e consapevolezza dei rischi che si corrono.

    Ma resta il grande sapore amaro in bocca per il fatto che tutta questa novità, nei fatti, non ha cambiato davvero nulla.

  • Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Meta lancia Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI. I messaggi non vengono salvati sui server, scompaiono alla chiusura della sessione e non possono essere letti né da Meta né da WhatsApp.

    L’annuncio è stato dato da Mark Zucherberg sulle sue piattaforme, presentando la nuova funzionalità come il primo importante prodotto di IA senza registro delle conversazioni e come tassello centrale della concetto, a lui molto caro, di superintelligenza personale.

    Non si tratta solo una nuova funzione di WhatsApp e dell’app Meta AI. Ma è il modo con cui Meta prova a rispondere a una delle obiezioni più frequenti che le persone fanno quando si parla di assistenti basati sull’intelligenza artificiale.

    E cioè: cosa succede a quello che racconto a questi sistemi? Chi può leggerlo? Per quanto tempo resta archiviato da qualche parte?

    La risposta arriva sotto forma di una nuova modalità di conversazione che Meta chiama “Incognito Chat” con Meta AI. Sarebbero quindi delle vere chat in incognito con la IA.

    Come detto in apertura, l’annuncio di oggi un tassello che si inserisce dentro la strategia della superintelligenza personale di Meta, quella visione di un assistente che ci conosce a fondo che si ricollega proprio a Muse Spark lanciato lo scorso aprile. E proprio in quel disegno questa novità trova il suo posto.

    Le chat in incognito con la IA e le parole di Zuckerberg

    «Oggi iniziamo a implementare Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI: un modo completamente privato per interagire con l’IA, in modo simile a come la crittografia end-to-end impedisce a chiunque, persino a Meta o WhatsApp, di leggere le tue conversazioni. Questo è il primo importante prodotto di IA in cui non viene memorizzato alcun registro delle conversazioni sui server».

    Due i punti su cui soffermarsi in relazione alle parole di Zuckerberg.

    Il primo è il paragone diretto con la crittografia end-to-end, quella tecnologia che da anni protegge i messaggi tra persone su WhatsApp. Il secondo è la promessa che sui server di Meta non resta alcun registro delle conversazioni.

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l'intelligenza artificiale

    È una dichiarazione netta, soprattutto se confrontata con quello che succede oggi con la maggior parte degli assistenti AI, dove le conversazioni restano archiviate per mesi e in molti casi vengono usate anche per migliorare i modelli.

    E Zuckerberg insiste proprio su questo confronto:

    «Le conversazioni sul tuo telefono scompaiono anche quando esci dalla sessione. Questo è diverso da altri prodotti di IA a scomparsa, in cui i registri delle conversazioni spesso rimangono sui server di altre aziende per molti mesi».

    La superintelligenza personale e lo spazio privato

    «Per ottenere il massimo dalla superintelligenza personale, avremo tutti bisogno di modi per discutere di argomenti sensibili in modo che nessun altro possa accedervi. Sono orgoglioso che MSL sia il primo laboratorio a fornire un’IA privata».

    La superintelligenza personale, nella visione che Zuckerberg ha pubblicato a luglio 2025 con il post Personal Superintelligence for Everyone, non è un sistema che automatizza il lavoro umano. È un compagno che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi e prova ad aiutarci a raggiungerli.

    Come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, questa visione si appoggia su un vantaggio strutturale che nessun concorrente può replicare: 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta.

    Ma un assistente che ci conosce profondamente ha senso solo se può sentirsi raccontare cose che a chiunque altro non racconteremmo. Salute, soldi, lavoro, relazioni. E qui il problema diventa scomodo. Più l’assistente sa di noi, più diventa utile, ma anche più diventa rischioso che quei dati possano essere visti da qualcun altro.

    Incognito Chat- la modalità di chat in incognito con la IA – è la risposta di Meta a questo cortocircuito: uno spazio in cui parlare con l’IA, anche di temi sensibili, sapendo che la conversazione, una volta abbandonata, si chiude lì.

    Come funziona il Trusted Execution Environment

    «Incognito Chat gestisce tutte le inferenze dell’IA in un ambiente di esecuzione affidabile (Trusted Execution Environment) che garantisce che i tuoi messaggi non siano accessibili a noi».

    Proviamo a tradurlo in maniera semplice. Quando l’utente scrive un messaggio in modalità incognito, quel messaggio viaggia cifrato fino a un ambiente isolato dentro il cloud. Un ambiente che funziona dentro processori specializzati di AMD e NVIDIA progettati apposta per essere inaccessibili anche da chi gestisce i server.

    L’intelligenza artificiale elabora la richiesta dentro questa specie di stanza chiusa, genera la risposta, e poi tutto viene cancellato. Niente registri, niente copie di backup, niente accesso da parte di operatori umani.

    È la tecnologia che Meta chiama Private Processing, presentata per la prima volta a LlamaCon nell’aprile del 2025 e poi aggiornata a marzo del 2026. Su WhatsApp era già usata per funzioni più semplici, come i riassunti automatici delle conversazioni. Oggi alimenta una vera modalità privata di conversazione con l’assistente.

    Cosa si può fare e cosa no nella modalità di cha in incognito con la IA

    La funzione si attiverà su WhatsApp con una nuova icona dedicata nella chat uno a uno con Meta AI. E arriverà nei prossimi mesi anche sull’app standalone Meta AI, quella che si scarica separatamente. Quindi non riguarda solo WhatsApp, ma il rollout parte da lì.

    Ci sono però alcuni limiti pratici da conoscere. In modalità incognito si può solo scrivere e ricevere risposte di testo. Non si possono caricare immagini, non si possono generare immagini, non si possono fare conversazioni vocali.

    La sessione si chiude da sola anche bloccando il telefono o uscendo dall’app, e l’assistente perde il contesto di quello che è stato detto. Inoltre Meta chiede di confermare l’età, perché i minori di 13 anni non sono ammessi sulle sue piattaforme. E come nella modalità standard restano attivi i filtri di sicurezza che impediscono all’assistente di rispondere su temi pericolosi.

    Un rollout graduale e tutto da osservare in UE

    Sulla disponibilità è bene essere precisi. Meta dichiara apertamente che il rilascio è graduale e che la disponibilità varia in base all’account e alla regione geografica. Al lancio alcuni Paesi sono esclusi, come l’India.

    Per quanto riguarda l’Unione Europea, al momento non c’è una conferma esplicita di esclusione dal lancio iniziale, ma sappiamo bene che Meta procede sempre con maggiore cautela qui in UE, per via del quadro normativo del GDPR e del DSA. Resta da vedere in quali Paesi UE la funzione comparirà nelle WhatsApp degli utenti nelle prossime settimane.

    Da ricordare che la nuova funzionalità non si attiva tutta insieme per tutti, ma viene distribuita progressivamente. Anche dentro lo stesso Paese, alcune persone la vedranno prima di altre.

    I nuovi progetti attorno a Meta AI

    Incognito Chat arriva dentro una stagione di annunci di Meta sull’intelligenza artificiale che sta caratterizzando proprio queste settimane.

    A inizio aprile, come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, Meta ha lanciato il primo modello sviluppato dal nuovo Meta Superintelligence Labs guidato da Alexandr Wang. Ed è proprio quel laboratorio, MSL, che Zuckerberg cita nel suo post come il primo a fornire un’IA privata.

    A questo si è aggiunto un altro fronte, quello dedicato ai più giovani. Lo scorso 23 aprile Meta ha annunciato nuovi strumenti per i genitori, che adesso possono vedere su Facebook, Messenger e Instagram i temi generali di cui i loro figli adolescenti hanno parlato con Meta AI nell’ultima settimana. La funzionalità è già attiva anche in Italia.

    E il 5 maggio Meta ha annunciato l’espansione delle protezioni Teen Account su Instagram nei 27 Paesi dell’Unione Europea e in Brasile, con un sistema di intelligenza artificiale che individua automaticamente gli utenti che potrebbero essere minorenni.

    Meta ha già anticipato che dopo Incognito Chat arriverà Side Chat con Meta AI, una funzione che permetterà di rivolgersi all’assistente direttamente all’interno delle conversazioni private con altre persone, senza che gli altri partecipanti vedano la richiesta. Anche questa basata sull’infrastruttura di Private Processing.

    Cosa resta da capire

    Alla fine possiamo dire che questa funzionalità di Incognito Chat Meta proverà a costruire le condizioni per la sua superintelligenza personale. Senza uno spazio davvero privato, l’assistente che ci conosce profondamente resta una promessa difficile da mantenere. E a queste condizioni, così come le abbiamo viste qui, la promessa prova a diventare prodotto.

    Staremo a vedere come si svilupperà nelle prossime settimane, come sempre.

  • AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l’IA

    AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l’IA

    Parlamento UE e Consiglio raggiungono l’intesa sull’AI Omnibus, il pacchetto di semplificazione dell’AI Act proposto dalla Commissione UE. Rinviati gli obblighi normativi e si introduce nell’articolo 5 dell’AI Act il divieto di utilizzare app di IA che generano immagini di nudo.

    Parlamento UE e Consiglio raggiungono l’intesa sull’AI Omnibus, il pacchetto di semplificazione dell’AI Act proposto dalla Commissione a novembre 2025. Entra nell’articolo 5 del regolamento un nuovo divieto esplicito: stop alle applicazioni di intelligenza artificiale che generano immagini intime non consensuali. Gli obblighi per i sistemi ad alto rischio slittano al 2 dicembre 2027 e al 2 agosto 2028.

    L’accordo politico raggiunto oggi tra Parlamento europeo e Consiglio sull’AI Omnibus rinvia gli obblighi sui sistemi ad alto rischio dell’AI Act al 2 dicembre 2027 e al 2 agosto 2028.

    È un compromesso che cambia il volto dell’AI Act, perché non si tratta solo di un rinvio tecnico. Si tratta di una operazione politica più ampia, che alleggerisce un pezzo del regolamento e ne irrigidisce un altro. Ma vediamo insieme di cosa si sta parlando.

    Il divieto di generare nudi con la IA entra nell’articolo 5 dell’AI Act

    La parte più importante di questo accordo è l’iscrizione, nell’articolo 5 dell’AI Act, di un nuovo divieto esplicito. Sono vietati i sistemi di intelligenza artificiale che alterano, manipolano o generano artificialmente immagini, video o audio realistici per rappresentare attività sessualmente esplicite o le parti intime di una persona identificabile, senza il suo consenso. Il divieto si estende anche alla generazione di materiale pedopornografico tramite intelligenza artificiale.

    L’articolo 5 dell’AI Act è la lista delle pratiche vietate, le più gravi, quelle sanzionate con le multe più alte previste dal regolamento. È lo stesso articolo che vieta il social scoring, le tecniche di manipolazione subliminale, lo sfruttamento delle vulnerabilità delle persone.

    L’inserimento dei deepfake intimi non consensuali in questa categoria riconosce a livello UE la natura di violazione dei diritti fondamentali di queste tecnologie.

    La spinta politica è arrivata dal Parlamento, in particolare dal gruppo Renew e dai correlatori Arba Kokalari del PPE e Michael McNamara di Renew. La proposta originaria della Commissione non prevedeva questo divieto.

    È stato il Parlamento a chiederlo e a ottenerlo, raccogliendo una pressione sociale concreta. Le cronache europee degli ultimi mesi raccontano un’emergenza diventata insostenibile: adolescenti vittime di deepfake intimi creati dai compagni di scuola, donne colpite da campagne di immagini sessualizzate generate artificialmente, materiale pedopornografico sintetico in circolazione sulle piattaforme.

    Le aziende avranno tempo fino al 2 dicembre 2026 per adeguarsi. La deroga prevista riguarda i provider e gli utilizzatori che avranno implementato misure di sicurezza efficaci per impedire la generazione di questo tipo di contenuti.

    È una clausola che lascia margine ai grandi modelli generativi che già investono in salvaguardie, ma che alza l’asticella per gli sviluppatori delle di app per generare immagini di nudo più diffuse, quelle che fino a oggi hanno operato in un vuoto regolatorio.

    AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l'IA
    AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l’IA

    AI Act e il rinvio degli obblighi sull’alto rischio

    L’altra parte sostanziale dell’accordo riguarda i tempi di applicazione delle regole sui sistemi ad alto rischio.

    Il Parlamento e il Consiglio hanno fissato due nuove date. I sistemi dell’Allegato III, quelli che operano in ambiti come biometria, infrastrutture critiche, istruzione, lavoro, servizi essenziali, forze dell’ordine, giustizia e gestione delle frontiere, dovranno conformarsi entro il 2 dicembre 2027.

    I sistemi dell’Allegato I, vale a dire quelli incorporati in prodotti già regolati da legislazione settoriale come dispositivi medici, macchinari industriali, giocattoli e automobili connesse, avranno tempo fino al 2 agosto 2028.

    In buona sostanza, il rinvio risponde a una necessità tecnica concreta. Gli standard tecnici armonizzati di CEN e CENELEC, gli enti europei che traducono i regolamenti UE in requisiti operativi, sono ancora in lavorazione. Le autorità nazionali stanno completando la designazione degli enti notificati. Le linee guida della Commissione richiedono ancora rifiniture.

    Applicare un regolamento complesso come l’AI Act senza questi strumenti pronti avrebbe significato un’attuazione incerta e diseguale tra Stati membri. Il rinvio dà al sistema europeo il tempo di costruire un’applicazione solida e uniforme.

    Watermark e AI literacy che resta obbligatoria

    Sulla trasparenza dei contenuti generati da IA, il Parlamento ha ottenuto una vittoria importante. La Commissione, nella proposta di novembre 2025, aveva chiesto sei mesi di periodo di grazia per gli obblighi di watermark, vale a dire l’obbligo per i provider di IA generativa di rendere riconoscibili come artificiali le immagini, i video, gli audio e i testi prodotti dai loro sistemi.

    Il Parlamento ha proposto e ottenuto la riduzione a tre mesi, con scadenza fissata al 2 dicembre 2026.

    È una scelta che rafforza la tutela dei cittadini contro la disinformazione e i contenuti sintetici non dichiarati. L’industria dell’IA generativa avrà appena quattro mesi dopo l’entrata in vigore generale per adeguare i propri sistemi. La trasparenza dei contenuti generati artificialmente è una priorità non negoziabile.

    Sull’AI literacy, l’obbligo per provider e utilizzatori di garantire una alfabetizzazione minima del personale resta in piedi. La Commissione voleva trasformarlo in raccomandazione, il Parlamento ha tenuto duro. Il pilastro educativo del regolamento è confermato, perché senza competenza diffusa nelle aziende non c’è applicazione possibile delle regole sull’IA.

    AI Act e il compromesso sul regolamento macchine

    Sul rapporto tra AI Act e legislazioni settoriali, il negoziato a tre tra Commissione, Parlamento e Consiglio UE ha trovato una soluzione equilibrata. Il regolamento sui macchinari è stato esentato dall’applicabilità diretta dell’AI Act, evitando le sovrapposizioni regolatorie che da mesi le associazioni industriali europee, Confindustria inclusa, segnalavano come problema concreto per la competitività delle imprese.

    Allo stesso tempo, la Commissione mantiene la possibilità di adottare atti delegati per aggiungere requisiti di salute e sicurezza ai sistemi di IA classificati come ad alto rischio. È una formula che protegge sia la coerenza del quadro regolatorio europeo sia la chiarezza operativa per chi quel quadro deve applicarlo.

    L’accordo introduce inoltre un nuovo obbligo per la Commissione: fornire orientamenti operativi per assistere gli operatori economici dei sistemi di IA ad alto rischio soggetti alla legislazione di armonizzazione settoriale. È una risposta diretta alla richiesta di chiarezza interpretativa che le imprese europee chiedono da tempo.

    I commenti da Bruxelles

    La macchina comunicativa europea si è messa in moto poche ore dopo l’intesa. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha affidato a un post su X la prima dichiarazione ufficiale, ringraziando le presidenti delle commissioni IMCO e LIBE, Anna Cavazzini e Javier Zarzalejos, e i correlatori Kokalari e McNamara. Il messaggio di Metsola è chiaro: «Semplificare e razionalizzare le leggi digitali facilita l’innovazione per le imprese riducendo la burocrazia superflua. È esattamente ciò che il pacchetto di semplificazione per l’Intelligenza Artificiale concordato nelle prime ore di questa mattina offre. Si tratta di un altro importante passo per rafforzare la competitività europea».

    La commissaria europea per la sovranità tecnologica, sicurezza e democrazia, Henna Virkkunen, ha rilanciato la stessa narrativa con un’angolazione diversa. Su X ha scritto: «Le nostre imprese e i nostri cittadini vogliono due cose dalle regole sull’IA. Vogliono essere in grado di innovare e sentirsi al sicuro. L’accordo di oggi sull’omnibus sull’IA fa entrambe le cose». La formula delle «due cose» racconta esattamente la natura dell’intesa: protezione dei cittadini, in particolare delle vittime dei deepfake, e tempo adeguato alle imprese per costruire una compliance solida.

    Come si è arrivati qui: la lunga marcia dell’AI Omnibus

    Il punto di partenza è il 19 novembre 2025, quando la Commissione presenta il Digital Omnibus, il pacchetto di semplificazione dei regolamenti digitali. La parte sull’AI viene scorporata e accelerata, perché incombe la scadenza del 2 agosto 2026, data in cui sarebbero entrati in vigore gli obblighi più pesanti dell’AI Act. La logica della Commissione è quella di adeguare le regole prima che diventino applicabili, per garantire un’applicazione efficace e ordinata.

    Il Consiglio adotta la sua posizione il 13 marzo 2026, allineandosi sostanzialmente alla Commissione. Il Parlamento arriva una settimana dopo, con un voto in commissione il 18 marzo e l’adozione in plenaria il 26 marzo. È in questa fase che il Parlamento aggiunge il divieto di usare la IA per generare nudi, raccogliendo la pressione sociale e politica sul tema dei deepfake non consensuali. L’aula approva la posizione con 569 voti favorevoli, 45 contrari e 23 astensioni, una maggioranza ampia che attraversa gli schieramenti.

    Il 28 aprile si arriva al primo confronto decisivo tra Commissione, Parlamento e Consiglio UE. Il negoziato si chiude senza accordo dopo dodici ore.

    Il punto critico era il perimetro dell’Allegato I e il rapporto con le legislazioni settoriali. Bruxelles convoca un altro negoziato a tre il 13 maggio, e in quella sede ricuce il compromesso con la formula degli atti delegati sul regolamento macchine.

    In questa occasione, il Parlamento ottiene il divieto sulle nudification app, le date fisse di applicazione e l’esenzione del regolamento macchine. La Commissione e il Consiglio preservano l’architettura orizzontale del regolamento e la possibilità di intervenire con atti delegati.

    AI Act e cosa cambia per aziende e i cittadini

    Per le aziende europee, questo accordo significa avere il tempo per prepararsi alla compliance, in particolare per chi opera con sistemi ad alto rischio in settori già regolati. Le scadenze del 2 dicembre 2027 e del 2 agosto 2028 sono date fisse, prevedibili, su cui pianificare investimenti e adeguamenti.

    Per i cittadini, e in particolare per le vittime dei deepfake non consensuali, questo è un passaggio importante.

    Il divieto di usare la IA per generare immagini di nudo entra nell’articolo 5 dell’AI Act ed è applicabile dal 2 dicembre 2026. È un riconoscimento europeo che la generazione non consensuale di immagini intime è una violazione dei diritti fondamentali, e che lo Stato e l’Unione hanno il dovere di intervenire.

    L’accordo politico ora deve diventare legge.

    A questo punto sono necessari il voto formale del Parlamento e l’adozione formale del Consiglio, che dovrebbero arrivare prima del 2 agosto 2026. Dal 30 giugno la presidenza del Consiglio passerà dall’attuale presidenza cipriota a quella irlandese.

    La partita europea sull’IA continua.

    Il Digital Networks Act è in arrivo, le revisioni del Data Act sono in corso, il dibattito sull’AI Office come supervisore unico per i grandi modelli generativi sta entrando nel vivo. Bruxelles sta costruendo un’architettura digitale che tiene insieme regole, mercato e diritti.

    In questo contesto, l’AI Omnibus è un pezzo importante di quella architettura.

  • Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Il primo trimestre 2026 per Meta si chiude con ricavi a 56,31 miliardi di dollari, ma per la prima volta gli utenti giornalieri delle sue app calano. E intanto gli investimenti sull’IA salgono a 145 miliardi e si profila il rischio delle cause sui minori.

    Per la prima volta da quando Meta misura i suoi utenti con la metrica dei Daily Active People, il numero delle persone che usano ogni giorno almeno una delle sue app è sceso. Non è un crollo, diciamolo subito, però è un dato che va registrato.

    Si tratta di un passaggio da 3,58 miliardi di utenti giornalieri nel quarto trimestre 2025 a 3,56 miliardi nel primo trimestre 2026. È una soglia simbolica e cade nel momento in cui Mark Zuckerberg sta chiedendo agli azionisti di sottoscrivere il più grande investimento infrastrutturale nella storia dell’azienda.

    La trimestrale del primo trimestre 2026 è costruita interamente intorno a una promessa. E questa promessa si chiama superintelligenza personale, e dovrebbe raggiungere, parole testuali di Zuckerberg, “miliardi di persone”.

    Attorno a questa promessa, però, si muovono numeri che raccontano una storia più articolata: ricavi in fortissima crescita, un piano di investimenti che sale ancora una volta, una divisione hardware che continua a perdere miliardi, una flessione storica nella base utenti, e l’ammissione esplicita che i processi sui minori negli Stati Uniti potrebbero costare cari.

    I numeri che si vedono, intanto, raccontano di un’azienda in piena salute.

    Meta, nel primo trimestre 2026 i ricavi continuano a salire

    I ricavi sono saliti a 56,31 miliardi di dollari, con una crescita del 33% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. L’utile netto ha toccato i 26,77 miliardi, l’EPS diluito è arrivato a 10,44 dollari. Le impressioni pubblicitarie sono cresciute del 19%, il prezzo medio per inserzione del 12%.

    La macchina della pubblicità, in buona sostanza, non solo funziona ma accelera. Solo che il titolo, nelle contrattazioni successive alla chiusura del mercato, ha perso oltre il 6%. E qui sta il punto interessante della trimestrale, quello che cerchiamo di osservare qui insieme.

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta e la prima frenata degli utenti

    Nel primo trimestre 2026, la media giornaliera degli utenti attivi sulla famiglia di app di Meta è scesa di circa venti milioni rispetto al trimestre precedente, attestandosi a 3,56 miliardi. Su base annua il dato è ancora positivo, con una crescita del 4%. Ma il confronto trimestre su trimestre è negativo, e Meta stessa, nel comunicato ufficiale, ha riconosciuto la flessione.

    La spiegazione fornita dall’azienda riconduce il calo a due fattori specifici, entrambi di natura geopolitica.

    Il primo sono le interruzioni di internet in Iran, dove il conflitto in corso ha pesato sulla connettività. Il secondo è la decisione della Russia di limitare l’accesso a WhatsApp, nel quadro della spinta del Cremlino a obbligare i propri cittadini a usare un servizio di messaggistica statale.

    Le piattaforme social statunitensi, in questa fase, sono diventate ostaggio delle decisioni dei governi. Quando un Paese decide di interrompere internet o di bloccare un’app, milioni di utenti escono dai conti trimestrali di Meta nel giro di poche settimane. È un’esposizione strutturale che, fino a pochi anni fa, non aveva un peso così visibile sui dati finanziari, ma oggi questi contano eccome. E di questo ne abbiamo parlato a lungo qui su InTime Blog.

    Va aggiunto un terzo elemento, che la spiegazione ufficiale di Meta non considera ma che invece va rilevato. L’Australia, dal dicembre 2024, ha approvato il divieto di accesso ai social per gli under 16, una misura che da inizio 2026 sta entrando pienamente in vigore. Questo, sommato alle restrizioni greche per gli under 15 e ai dibattiti analoghi in corso in Spagna e in altri Paesi UE, sta sottraendo a Meta una fascia di utenti giovani che fino a ieri era data per acquisita.

    Meta e gli investimenti per il 2026

    Meta ha rivisto al rialzo le stime degli investimenti per il 2026, inserendoli in una forchetta tra 125 e 145 miliardi di dollari, dai precedenti 115-135 miliardi.

    La motivazione ufficiale, riportata nel comunicato firmato dalla CFO Susan Li, parla di un rialzo dei prezzi delle componenti, in particolare la memoria, e in misura minore di costi aggiuntivi per i data center necessari a sostenere la capacità di calcolo degli anni futuri.

    Per dare la dimensione di quanto stia accadendo, basta un semplice confronto. Nel 2025 il conto investimenti di Meta era stato di 72,2 miliardi di dollari. In due anni, in sostanza, l’azienda sta quasi raddoppiando l’investimento infrastrutturale. È una traiettoria che non riguarda solo Meta, ma tutte le Big Tech impegnate in una corsa parallela a costruire data center, ad accumulare GPU, a stipulare contratti pluriennali per l’energia.

    Resta il fatto che, in valori assoluti, Meta si conferma uno degli attori più aggressivi di questa fase.

    Nel primo trimestre, le spese in conto capitale sono già state pari a 19,84 miliardi di dollari. È una cifra che, proiettata sull’intero anno, dà la misura concreta della pressione finanziaria che la corsa all’IA sta esercitando sui bilanci.

    Il messaggio implicito ai mercati è che questa traiettoria di spesa non sia transitoria, ma strutturale. E la reazione degli investitori, con il titolo in calo nell’after-hours, lascia intendere che la pazienza, anche per un’azienda che cresce a doppia cifra, non è infinita.

    La narrazione della superintelligenza personale

    L’apertura del comunicato di Zuckerberg è stata costruita per fissare un concetto e cioè: “Abbiamo avuto un trimestre di svolta, con un forte slancio nelle nostre app e il rilascio del primo modello da Meta Superintelligence Labs”, ha dichiarato. E ancora: “Siamo sulla strada per portare la superintelligenza personale a miliardi di persone”. È la tesi che dovrebbe giustificare, agli occhi degli azionisti, il livello di investimento fin qui descritto.

    Il primo modello di cui Zuckerberg parla è Muse Spark, presentato all’inizio di aprile. Muse Spark rappresenta il tentativo di Meta di rientrare in una corsa che, almeno sul piano dei modelli di frontiera, vede oggi in vantaggio OpenAI, Anthropic e Google.

    Va detto che le valutazioni esterne sul modello sono state contrastanti, e che la stessa Meta, attraverso un suo dirigente intervistato da Bloomberg, ha ammesso che Muse Spark non è in grado di competere con i modelli di punta dei concorrenti.

    Eppure, la narrazione della superintelligenza è ormai diventata l’asse portante della comunicazione finanziaria di Meta. È un cambio di scenario rispetto al biennio 2022-2024, quando l’asse era il metaverso. Allora si parlava di mondi virtuali, oggi si parla di assistenti personali alimentati da modelli di IA.

    Reality Labs, l’archiviazione di un sogno

    Mentre la superintelligenza prende il centro della scena, la divisione che doveva costruire il metaverso continua a perdere miliardi.

    Nel primo trimestre 2026, Reality Labs ha registrato ricavi per 402 milioni di dollari e una perdita operativa di 4,03 miliardi. Sono numeri che, se proposti per qualunque altra divisione di qualunque altra azienda, farebbero scattare l’allarme rosso. Per Meta, ormai, sono diventati, quasi, ordinaria amministrazione.

    La somma dei conti è impressionante. Da quando, alla fine del 2020, Meta ha iniziato a separare in bilancio i conti di Reality Labs, le perdite cumulate hanno superato gli 83 miliardi di dollari. La media trimestrale, nel periodo, è di circa quattro miliardi. In altre parole, la divisione che doveva incarnare la visione del futuro di Zuckerberg ha bruciato in poco più di cinque anni una cifra equivalente al PIL annuale di un piccolo Paese europeo.

    Il metaverso, come progetto strategico, è stato di fatto già archiviato. A gennaio 2026 Meta ha tagliato circa mille posti di lavoro proprio in Reality Labs, riallocando le risorse verso i dispositivi indossabili alimentati dall’intelligenza artificiale, in particolare i Ray-Ban Meta.

    La forza pubblicitaria di Meta e la sua dipendenza dall’IA

    Sul fronte delle piattaforme social media, i numeri della trimestrale sono robusti, e questo nonostante la flessione degli utenti di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo.

    La crescita delle impressions del 19% e del prezzo per inserzione del 12% indica che i sistemi di raccomandazione e di targeting pubblicitario, alimentati sempre di più da modelli di intelligenza artificiale, stanno continuando a migliorare la monetizzazione.

    In altre parole, anche con qualche utente in meno, Meta riesce a estrarre più valore da ciascuno di loro.

    È un meccanismo che ci mostra bene la fase attuale del capitalismo delle piattaforme. La crescita non passa più tanto dall’acquisizione di nuovi utenti, quanto dalla capacità di intensificare la monetizzazione di quelli esistenti.

    Più tempo speso sulle app, più annunci visualizzati, prezzi più alti per ciascun annuncio. Tutto questo è reso possibile dall’evoluzione degli algoritmi di raccomandazione, che diventano sempre più precisi nell’incrociare i dati comportamentali degli utenti con gli interessi degli inserzionisti.

    Il punto, però, è un altro. La forza pubblicitaria di Meta dipende ormai in modo strutturale dai modelli di IA che governano le raccomandazioni e l’asta degli annunci. In buona sostanza, una parte dei 125-145 miliardi di investimenti annunciati per il 2026 serve a sostenere proprio questa dipendenza.

    È una circolarità che si spiega così: l’IA costa moltissimo, ma è anche la leva che giustifica il prezzo per inserzione in crescita e l’efficacia del targeting. Da una parte la spesa, dall’altra il ritorno. Il rischio, per Meta, è che il rapporto tra le due grandezze si deteriori prima che la promessa della superintelligenza si traduca in nuovi flussi di ricavo.

    Meta ammette il rischio dei processi sui minori

    La trascrivo in italiano: “continuiamo a vedere una situazione particolare sulle questioni legate ai minori e abbiamo ulteriori processi previsti quest’anno negli Stati Uniti, che potrebbero in ultima istanza tradursi in una perdita rilevante”. È un’ammissione che, inserita in un comunicato finanziario, vale come un campanello di allarme.

    A marzo 2026 Meta ha perso due cause, entrambe relative ad accuse di aver ingannato i consumatori sui rischi dei propri prodotti. Proprio qui su InTime Blog ho raccontato la sentenza nel caso KGM, che è stata la prima decisione a riconoscere la responsabilità di una piattaforma per il design del prodotto in relazione ai danni subiti da un utente minorenne.

    Meta è costretta oggi a riconoscere un rischio finanziario concreto.

    Nelle trimestrali precedenti, Meta aveva accennato in modo generico ai rischi legali e regolatori. Ma questa volta la formulazione è più diretta, e parla esplicitamente di “perdita rilevante”.

    Nel linguaggio dei comunicati finanziari, una formula del genere serve a tutelare l’azienda dal rischio di accuse di omessa informazione agli azionisti. E segnala che i legali interni considerano l’esito dei processi sufficientemente incerto da giustificare una preventiva messa in guardia.

    In altre parole, l’azienda sta dicendo ai mercati che i contenziosi sui minori non sono più una preoccupazione remota, ma un fattore che potrebbe incidere sui conti in modo rilevante.

    Il beneficio fiscale che gonfia l’utile

    Un ultimo elemento da considerare su questa prima trimestrale 2026 di Meta.

    L’utile netto del primo trimestre, pari a 26,77 miliardi di dollari, incorpora un beneficio fiscale una tantum di 8,03 miliardi, legato all’applicazione del cosiddetto “One Big Beautiful Bill Act” e al Treasury Notice 2026-7. La stessa Meta, nel comunicato, ha precisato che senza questo beneficio l’EPS diluito sarebbe stato inferiore di 3,13 dollari.

    In buona sostanza, una porzione significativa della forza dei conti deriva da una variazione fiscale, non dalla performance operativa. È un dato tecnico, ma è anche un dato che gli analisti hanno immediatamente sottratto dal calcolo degli utili ricorrenti. Nelle prossime trimestrali, senza un effetto analogo, l’asticella sarà più alta. E il margine di errore, per un’azienda che continua ad accelerare sulla spesa, si restringe.

    Cosa osservare nei prossimi trimestri

    La trimestrale Q1 2026 di Meta racconta un’azienda che si trova esattamente nel punto in cui due forze opposte si incontrano. Da una parte, la macchina pubblicitaria dei social, che cresce, monetizza meglio, e produce la cassa necessaria a finanziare tutto il resto.

    Dall’altra, una scommessa industriale sull’intelligenza artificiale che richiede un livello di investimento senza precedenti, una divisione hardware che continua a perdere miliardi a ritmo costante, una base utenti che per la prima volta segna una flessione, e un perimetro di rischi legali che l’azienda stessa, nel proprio materiale ufficiale, non nasconde più.

    Per il secondo trimestre 2026 le previsioni indicano ricavi tra 58 e 61 miliardi di dollari. Le spese complessive per l’intero 2026 restano confermate nella forchetta tra 162 e 169 miliardi.

    Sono numeri che, presi insieme, descrivono un’azienda che continuerà a crescere, ma che lo farà comprimendo i margini per finanziare la propria trasformazione.

    Bisognerà attendere i prossimi due o tre trimestri per capire se la flessione degli utenti rientrerà, se la promessa della superintelligenza personale comincerà a tradursi in nuovi flussi di ricavo, e se i processi sui minori produrranno l’impatto economico che Meta stessa, ormai, mette in conto.

  • X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X lancia le Timeline Personalizzate, una nuova scheda della Home che si aggiunge a “Seguiti” e “Per Te”. La funzione è disponibile in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS ed è alimentata da Grok. E arriva la chiusura, dal 6 maggio, di X Communities.

    X ha annunciato alcune novità e lo fa presentandole come se fossero conquiste dell’utente, come restituzione di maggiore controllo e come un atto di personalizzazione finalmente possibile.

    Gli annunci sono arrivati direttamente da Nikita Bier, responsabile di prodotto della piattaforma, con un tono entusiasta. Ma ciò che cambia, nel concreto, è qualcosa di più sottile di quanto possa apparire.

    Partiamo con la prima e importante novità. Le Timeline Personalizzate sono una nuova scheda che si aggiungerà a “Seguiti” e “Per Te” nella Home di X. L’utente potrà fissare un argomento specifico, scegliendolo tra oltre 75 categorie disponibili, e ottenere un feed dedicato a quel tema.

    Arte, finanza, sport, tecnologia, criptovalute, una volta scelto, la piattaforma genera un flusso di contenuti attorno a un singolo soggetto, calibrato sulle abitudini di interazione di ciascun utente.

    Funziona meglio, spiega Bier, su argomenti con cui l’utente è già solito interagire. Il limite tecnico è fissato a dieci argomenti selezionabili contemporaneamente sulla scheda Home, tra topic e liste.

    E qui arriviamo al punto interessante, perché quello che X sta costruendo non è semplicemente un filtro tematico, ma qualcosa di più.

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    Grok al centro di tutto, ancora una volta

    Come già raccontato, analizzando come cambia l’algoritmo di X con Grok nel 2026, a gennaio di quest’anno la piattaforma aveva reso pubblico su GitHub il codice sorgente del nuovo algoritmo, scritto in Rust e Python, con Grok come cuore pulsante di tutto il sistema di raccomandazione.

    Quello era già un cambiamento radicale rispetto all’architettura precedente: non più regole manuali fisse, ma un modello di deep learning che analizza oltre 100 milioni di contenuti al giorno e li abbina agli interessi degli utenti in tempo reale.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, si inseriscono nella stessa logica, ma aggiungono un elemento nuovo. E cioè la dichiarazione esplicita dell’utente.

    Quindi, non è più solo Grok a dedurre cosa ti interessa dal tuo comportamento passato, ora è l’utente a dire a Grok cosa vuole vedere nella propria timeline. Grok legge ogni post pubblicato sulla piattaforma, lo classifica per argomento e costruisce il feed in base a quella selezione, combinandola con i segnali di personalizzazione già in uso.

    Un portavoce di X ha precisato che il sistema non si basa su parole chiave o hashtag, ma sulla comprensione semantica del contenuto da parte del modello.

    In teoria, è un passo verso la trasparenza e il controllo, nella pratica, rimane un sistema in cui l’intelligenza artificiale decide cosa effettivamente rientra in quell’argomento, come lo interpreta, quanto peso dare ai contenuti di utenti che non segui rispetto a quelli che segui. La lista dei 75 argomenti è fissa e l’utente sceglie dentro un catalogo predefinito.

    Va detto che anche sul fronte della novità in sé, il concetto non è del tutto inedito.

    Già nel 2019 Twitter aveva sperimentato timeline tematiche scorrevoli affiancate al feed principale. Ma Bier, ignorando volutamente il passato, presenta le Timeline Personalizzate come se fossero “uno dei cambiamenti più grandi” nella storia recente della piattaforma. Ma l’idea di feed paralleli governati per argomento è qualcosa su cui Twitter aveva già ragionato anni fa, senza allora affidarsi a un’intelligenza artificiale proprietaria per la selezione.

    Bier e il compito di riportare gli utenti a fidarsi di X

    Forse non tutti sanno che Nikita Bier è stato il fondatore di Gas e TBH, due app social costruite attorno a meccanismi di positività e connessione tra adolescenti, entrambe diventate virali in breve tempo. Gas, in particolare, aveva raggiunto il primo posto negli store americani prima di essere acquisita da Discord. Il suo approccio al prodotto è sempre stato centrato sul coinvolgimento emotivo, sulla rilevanza immediata, sulla capacità di dare all’utente la sensazione di contare.

    Poi, Bier è entrato in X a fine giugno 2025, dopo anni in cui aveva chiesto pubblicamente a Musk di assumerlo. Il suo primo aggiornamento pubblico, ad agosto 2025, parlava di download raddoppiati da quando aveva preso la guida del prodotto e di una timeline “sul punto di fare un salto di qualità”. Quello che stiamo vedendo oggi, con le Timeline Personalizzate, è probabilmente il risultato più visibile di quell’impegno.

    Ma Bier non è arrivato a X in un momento qualsiasi. È arrivato nel mezzo di una trasformazione profonda della piattaforma: l’algoritmo affidato interamente a Grok, la fusione con xAI, la moltiplicazione dei casi di deepfake sessualizzati generati proprio da Grok, le indagini europee, la multa da 120 milioni di euro per violazioni del DSA. In questo contesto, il suo compito non è solo migliorare il prodotto, è anche far tornare gli utenti a fidarsi della piattaforma. Impresa davvero molto complicata.

    Da “Per Te” alle Timeline Personalizzate

    Per capire dove siamo arrivati, vale la pena ripercorrere brevemente la sequenza.

    A ottobre 2025 Musk aveva annunciato che entro fine novembre tutte le euristiche manuali sarebbero state eliminate, lasciando Grok come unico responsabile delle raccomandazioni.

    A gennaio 2026, il codice era pubblico su GitHub e l’algoritmo era già completamente AI-driven.

    A febbraio 2026, X aveva introdotto i Filtri per Argomento per il feed “Per Te”: una prima versione, più semplice, che permetteva agli utenti iOS negli Stati Uniti e in Canada di selezionare macrocategorie come Politica, Sport, Crypto, AI, per filtrare temporaneamente il feed. Un meccanismo che si azzerava dopo 20 minuti.

    Oggi le Timeline Personalizzate sono qualcosa di diverso e di più strutturato. Non filtrano il feed esistente, ma creano una scheda dedicata, permanente, che affianca le due già presenti. L’utente la troverà lì, ogni volta che apre l’app. E la logica che la governa non è un semplice tag tematico, ma la comprensione del contenuto da parte di Grok, incrociata con lo storico delle interazioni dell’utente.

    Non siamo più di fronte a un filtro temporaneo, ma a una architettura del feed che si diversifica in modo permanente. Ognuno, in teoria, con la propria X.

    X Communities chiude il 6 maggio

    Di fianco all’annuncio del lancio delle Timeline Personalizzate, c’è anche quello che annuncia la chiusura definitiva di X Communities, fissata per il 6 maggio prossimo, motivandola con un “uso in calo”.

    Appena due anni fa, nel marzo 2024, X stessa riportava che il tempo speso nelle Communities era cresciuto del 600% su base annua, con 650.000 post pubblicati ogni giorno al loro interno. L’allora CEO Linda Yaccarino aveva fatto di Communities una delle leve centrali della strategia di engagement della piattaforma.

    Oggi, con Yaccarino fuori dai giochi ormai da tempo e con Bier a guidare il prodotto, quella stessa funzione viene dismessa come se fosse una cosa da eliminare, infatti.

    Le Communities erano uno spazio orizzontale, in cui i contenuti erano in mano agli utenti. Erano gli stessi utenti a creare gruppi tematici, a moderarli, a decidere chi poteva partecipare e cosa si poteva condividere.

    Le Timeline Personalizzate prendono lo stesso bisogno, quello di organizzare le conversazioni per argomento, e lo ribaltano completamente: l’utente sceglie il tema, ma la cura del contenuto la fa Grok. Adesso è l’intelligenza artificiale proprietaria che legge, classifica e seleziona.

    È anche questa una manifestazione concreta di quello che intendo quando parlo di algoritmo del proprietario. Il potere di decidere quali contenuti rientrano in un argomento, quali vengono amplificati e quali restano marginali, si sposta dagli utenti al proprietario della piattaforma, attraverso la sua IA.

    La personalizzazione del contenuto come strategia

    Con il termine “algoritmo del proprietario” le piattaforme social non costruiscono i loro sistemi di raccomandazione per seguire gli interessi degli utenti, ma per servire gli interessi strategici del proprietario della piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario decide chi viene amplificato, quali contenuti sono più rafforzati, quali argomenti dominano la conversazione.

    Le Timeline Personalizzate non cambiano questa logica di fondo, ma la rendono più sofisticata.

    Da una parte, offrono all’utente qualcosa di reale, vale a dire la possibilità di costruire un feed tematico senza dover curarsi di seguire account specifici.

    Dall’altra, concentrano ulteriormente il potere di classificazione del contenuto nelle mani di Grok, che è un modello sviluppato da xAI, la società di Musk, che gestisce l’algoritmo dell’intera piattaforma.

    È quindi lecito chiedersi, funzionerà davvero? E chi decide cosa rientra nell’argomento che hai scelto?

    Va poi considerato che in ogni Timeline Personalizzata, la seconda posizione del feed è riservata a un annuncio pubblicitario. Non ad un post organico, non un contenuto selezionato da Grok sulla base del topic, ma un contenuto promosso da un inserzionista.

    Le Timeline Personalizzate, detto senza giri di parole, non sono solo una funzione di personalizzazione, sono anche un nuovo spazio pubblicitario. E arrivano in una fase in cui il business pubblicitario di X, secondo diverse stime, continua a faticare rispetto al periodo pre-acquisizione.

    Immagine che mostra come si presentano le Timeline Personalizzate

    La personalizzazione come argomento di vendita

    Al momento del lancio, le Timeline Personalizzate sono disponibili in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS. Vi hanno accesso tutti i livelli di abbonamento Premium. Android arriverà presto, ha detto Bier nel suo annuncio, senza indicare una data.

    Non è stato precisato quando la funzione sarà disponibile per gli utenti non abbonati, e non è detto che lo diventi, almeno non con le stesse caratteristiche. Il modello di X, ormai consolidato, è quello di usare le funzionalità avanzate come leva di conversione verso gli abbonamenti.

    Va detto che il lancio si inserisce in una fase in cui X sta cercando di tornare attrattiva per gli inserzionisti e di aumentare il tempo di permanenza degli utenti. Bier ha parlato di mesi di lavoro su questa funzione. I download della piattaforma sono, secondo le sue stesse parole, raddoppiati da quando ha preso la guida del prodotto.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, rappresentano un argomento di vendita, non uno strumento pensato prima di tutto per l’esperienza dell’utente. E il fatto che la seconda posizione di ogni feed sia occupata da una pubblicità rende questa lettura difficile da ignorare.

    Parallelamente, ricordiamo che nelle ultime settimane X ha rilasciato anche un aggiornamento di Grok come editor fotografico, con strumenti di sfocatura dei volti e modifiche tramite comandi testuali, pensato anche per rispondere alle critiche sui deepfake sessualizzati che avevano travolto la piattaforma a inizio 2026.

    E a gennaio erano arrivati gli Smart Cashtags, che integrano dati in tempo reale su azioni e criptovalute direttamente nei post. Il quadro che emerge è quello di una piattaforma che sta costruendo, funzione dopo funzione, un ecosistema sempre più chiuso e autosufficiente, dove tutto passa per Grok.

    Ecco, questo era una considerazione che andava fatta alla luce di queste novità che disegnano sempre più un maniera chiara quale sia il volto vero di X. Vale a dire un allontanamento sempre più marcato di ciò che rappresentava Twitter e un avvicinamento sempre più evidente di cosa Musk intendeva realizzare quando parlava di “everything app”.

    E quindi X che diventa una app dove gli utenti possano fare davvero la qualsiasi cosa, e presto anche acquisti e transazioni finanziarie. Ma sempre tutto nelle mani di Grok, l’IA di casa xAI che assume sempre più un ruolo di primo piano all’interno di questa mega app.

    Gli utenti quindi avranno sempre più la consapevolezza di entrare in un contesto sempre più chiuso, sempre più autosufficiente. Un luogo dove sarà sempre più complicato smontare le idee del proprietario della piattaforma.

  • L’Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026

    L’Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026

    Il tema IA e Lavoro è sempre al centro dell’attenzione. I dati del rapporto realizzato da AnitecAssinform ci aiutano a capire come il lavoro si sta trasformando in Italia nell’era della IA.

    L’intelligenza artificiale è ormai a tutti gli effetti il motore che sta ridisegnando, con una velocità impressionante, il perimetro del mercato del lavoro, anche quello italiano.

    Come avevo raccontato analizzando la velocità con cui l’IA generativa ha conquistato il mondo in tre anni, molto più in fretta di Internet, ci troviamo davanti a una tecnologia che non aspetta i tempi della burocrazia o dell’adeguamento culturale.

    I dati presentati ieri, 21 aprile 2026, a Roma, durante il lancio del rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano” confermano che siamo in una fase di accelerazione senza precedenti. Lo studio, realizzato da Anitec-Assinform (l’Associazione di Confindustria che raggruppa le imprese ICT) in collaborazione con il Politecnico di Torino, ci offre la fotografia più aggiornata di un Paese che sta cercando di gestire e governare una transizione che possiamo definire epocale.

    Il mercato dell’IA in Italia vale 1,24 miliardi di euro

    Il mercato italiano dell’IA vale già 1,24 miliardi di euro, con una crescita del 33% in un solo anno. Ma il dato che fa riflettere non è tanto il valore economico, quanto la pervasività della stessa IA. La ricerca mette in evidenza che la quota di imprese che utilizzano almeno una soluzione di IA è passata dall’8% al 16,4% in soli dodici mesi.

    L’adozione è quindi raddoppiata mentre noi stavamo ancora discutendo se l’IA fosse una minaccia o un’opportunità.

    Se l’adozione raggiungesse il 78%, l’incremento di produttività genererebbe 312 miliardi di euro di valore aggiunto, circa il 18,2% del PIL italiano.

    Eppure, c’è un elemento che caratterizza questa trasformazione ed è il divario che esiste tra le aziende sulla base delle loro dimensioni.

    Se le grandi imprese guidano la carica con tassi di adozione che sfiorano il 50%, le PMI, cuore pulsante dell’economia italiana, restano ancora ai margini. Non si tratta solo di budget da allocare alla IA, è un problema di visione.

    Infatti, solo il 36,7% delle piccole e medie imprese indica la mancanza di competenze interne come il vero ostacolo. In sostanza, è come dire che queste aziende hanno le chiavi di una macchina potentissima ma non sanno “ancora” come guidarla.

    L'Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026
    L’Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026

    Il mito della sostituzione: il tempo “liberato” e il rischio junior

    Spesso si cede alla narrazione sensazionalistica dell’IA che “ruba” il lavoro. Ma come avevo scritto spiegando che l’intelligenza artificiale non ruba il lavoro ma lo ridisegna, il vero impatto è molto più sottile e riguarda la struttura stessa delle professioni.

    Il rapporto evidenzia che, a pieno regime, l’IA potrebbe liberare in Italia ben 5,7 miliardi di ore lavorative all’anno. Non è tempo tolto alle persone, è tempo che l’algoritmo “restituisce” per attività a maggior valore aggiunto.

    Tuttavia, c’è un segnale che non possiamo ignorare e che lo studio definisce con chiarezza ed è l’impatto sui giovani. Nelle professioni più esposte all’IA, l’assunzione di profili entry-level sta rallentando sensibilmente.

    Le aziende non licenziano chi è già dentro, perché l’esperienza senior serve a governare l’algoritmo, ma chiudono le porte d’ingresso. È un rischio strutturale che rischia di spezzare la catena della trasmissione del sapere aziendale.

    In Italia, questo rischio riguarda potenzialmente 4,75 milioni di lavoratori, circa un terzo di quelli esposti, concentrati soprattutto in ruoli routinari nei settori bancario, amministrativo e dei trasporti. È qui che l’esposizione si trasforma in vulnerabilità se non interviene una strategia di reskilling immediata.

    La geografia di una trasformazione cognitiva

    Un altro aspetto fondamentale che emerge dalla ricerca è la natura dell’IA italiana. Non parliamo di robotica fisica – che interessa solo il 6% delle imprese – ma di un’IA “cognitiva” e linguistica. Il 70% delle aziende la utilizza per il text mining e l’analisi dei dati.

    Questa evoluzione sta disegnando una nuova mappa del Paese:

    • Il Nord-ovest traina l’adozione con punte del 19%, ma il Mezzogiorno riserva una sorpresa: qui si concentra la maggior quota di lavoratori con competenze “complementari”, figure che l’IA non sostituisce ma potenzia.
    • Milano e Roma sono diventate le calamite del settore, con annunci di lavoro legati all’IA cresciuti del 246%, creando una pressione senza precedenti sul mercato del recruitment dove il 60% delle imprese dichiara di non riuscire a trovare gli specialisti necessari.

    Tra i settori, l’ICT guida la classifica (oltre 50%), seguito da spettacolo, editoria e telecomunicazioni (35-40%)

    L’IA e la sfida della formazione

    C’è un elemento che però rischia di far fallire l’intera transizione ed è il paradosso della consapevolezza.

    Oltre il 50% degli italiani esprime preoccupazione per l’IA, eppure circa il 60% ammette di non avere competenze digitali adeguate. Siamo spaventati da ciò che non conosciamo e che non sappiamo usare.

    Lo studio propone un’agenda di 23 raccomandazioni, tra cui la sperimentazione di un “conto personale di formazione per l’IA”. L’idea è quella di rendere la formazione un diritto alla portata di tutti, uno “zaino” che segua il lavoratore lungo tutta la carriera.

    Perché il punto non è più chiederci se l’IA cambierà il nostro modo di lavorare – i dati dicono che lo ha già fatto – ma quanto saremo capaci di cambiare noi per restare al passo.

    In questa corsa verso un mercato che supererà i 2,5 miliardi entro il 2028, la vera domanda che dobbiamo porci è un’altra: siamo pronti a trasformare la nostra atavica resistenza al cambiamento in un vantaggio competitivo, investendo sulle persone prima ancora che sugli algoritmi?

    Staremo a vedere se questa volta la formazione diventerà davvero l’infrastruttura strategica del Paese o se resterà l’ennesima occasione sprecata per governare l’IA.

  • Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

    Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

    Tim Cook lascia la guida di Apple dopo quindici anni. Dal 1° settembre 2026 il nuovo CEO sarà John Ternus, responsabile dell’ingegneria hardware e da venticinque anni in azienda. Un passaggio di consegne che segna la fine di un’era e apre una nuova stagione per il colosso di Cupertino.

    La notizia è che Tim Cook lascia la carica di CEO il 1° settembre 2026, dopo quindici anni alla guida del colosso di Cupertino. Al suo posto arriva John Ternus, attuale senior vice president of Hardware Engineering, che diventerà l’ottavo CEO nella storia di Apple. Cook assumerà il ruolo di executive chairman.

    Tim Cook assume la carica di CEO di Apple dopo le dimissioni di Steve Jobs del 24 agosto 2011, poco meno di due mesi prima della sua scomparsa avvenuta il 5 ottobre del 2011.

    Sin da subito era chiaro in quel momento che non sarebbe stato facile per nessuno assumere la guida di un’azienda che era assolutamente in simbiosi con il suo condottiero. Un’impresa ardua che Cook decide si assumere, con coraggio.

    È entrato nella cattedrale del design tecnologico, celebrata in tutto il mondo, in punta di piedi, sempre con grande rispetto e ha cercato di portare il suo stile, quasi all’opposto del suo ingombrante predecessore.

    Nel corso dei 15 anni alla guida del colosso di Cupertino, Tim Cook ha trasformato questo approccio in un sistema, portando l’azienda da una capitalizzazione di circa 350 miliardi di dollari a oltre 4.000 miliardi, diventando uno dei CEO più longevi e di maggior successo nella storia della tecnologia.

    Dal 1° settembre 2026, dunque, Tim Cook diventerà executive chairman del consiglio di amministrazione di Apple.

    Non si tratta di una semplice rotazione manageriale, ma segna la fine di un’era e, insieme, dell’apertura di un’altra. Per capire cosa cambia, bisogna capire chi è stato Cook e chi è Ternus.

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    Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

    Tim Cook e la sua rivoluzione silenziosa

    Cook nasce il 1° novembre 1960 a Mobile, in Alabama, e cresce a Robertsdale, una cittadina del Sud degli Stati Uniti in cui non ci sono colossi tecnologici né modelli da seguire.

    Si laurea in ingegneria industriale all’Università di Auburn nel 1982 e poi aggiunge un MBA alla Duke University nel 1988. Lavora dodici anni in IBM, arrivando a dirigere l’area distribuzione per il Nord America. Poi Intelligent Electronics, poi Compaq.

    Quando nel 1998 Steve Jobs lo chiama ad Apple, Cook ha già costruito una reputazione solida come curatore di catene di approvvigionamento. Non è un visionario nel senso che l’industria tecnologica associa a quel termine. È qualcosa di diverso: un grande manager che sa far funzionare le cose, da dietro le quinte però.

    Per Cook, tenere merce ferma in magazzino era uno spreco. Lo disse esplicitamente, con quella capacità pragmatica tipica dei grandi manager che curano i cicli produttivi.

    Portò il ciclo di rotazione delle scorte da mesi a giorni. Una rivoluzione silenziosa, lontana dai riflettori, che non genera titoli ma genera profitti. E in quegli anni, Jobs capisce che Cook è la persona che può far funzionare la macchina, mentre lui pensa ai prodotti.

    Quando Jobs muore, sei settimane esatte dopo aver ceduto formalmente la carica di CEO a Cook, molti si chiedono se Apple sopravviverà senza il suo fondatore. La risposta è scritta nei quindici anni successivi, sotto forma di numeri difficili che oggi sono difficili da contestare.

    Tim Cook e John Ternus
    Tim Cook e John Ternus

    Tim Cook e i numeri che nessuno si aspettava

    I dati del periodo Cook raccontano una storia che, ripetuta, rischia di sembrare banale per la sua grandiosità, ma che in realtà non ha precedenti nella storia del colosso di Cupertino.

    Il fatturato di Apple è passato da 110 miliardi di dollari nel 2011 a 416 miliardi nel 2025, un incremento di quasi quattro volte.

    I profitti sono quadruplicati, da 25 miliardi a 112 miliardi. La capitalizzazione di mercato è cresciuta di oltre dieci volte, da 350 miliardi a oltre 4.000 miliardi, rendendo Apple la terza azienda più grande al mondo per valore di borsa.

    Ma la vera eredità di Cook è un sistema. Due scommesse strategiche che, nell’era dei dell’intelligenza artificiale, appaiono più azzeccate di quanto sembrassero al momento.

    La prima è il silicio proprietario. Nel 2020, Apple ha annunciato l’abbandono dei chip Intel in favore dei propri chip della serie M, sviluppati internamente. Una mossa controcorrente che ha dato ad Apple un vantaggio tecnico enorme in termini di prestazioni e consumi energetici, e che si è rivelata quasi perfetta per l’era dell’intelligenza artificiale: i chip M sono ideali per l’elaborazione locale dei modelli AI, il cosiddetto “edge computing”, che Apple ha ribattezzato Apple Intelligence.

    La seconda è i Servizi. Cook ha trasformato l’App Store, iCloud, Apple Music, Apple TV+, Apple Pay e Apple Arcade in un ecosistema che nel 2025 ha generato 106 miliardi di dollari di ricavi, con un margine lordo di circa il 75%, più del doppio rispetto ai margini dell’hardware.

    In buona sostanza, ha costruito una macchina da soldi che gira indipendentemente dall’uscita del prossimo iPhone.

    Tim Cook e i valori come strategia

    C’è poi un aspetto del profilo di Cook che viene spesso trattato come secondario, ma che invece è risultato centrale. Ed è il suo modo di affrontare le grandi questioni sociali e politiche.

    Cook è stato il primo e unico CEO di una società Fortune 500 a dichiarare pubblicamente la sua omosessualità, nel 2014. Ha fatto della privacy degli utenti un pilastro della strategia Apple, in un’epoca in cui i rivali come Google e Meta costruivano i propri modelli di business sulla raccolta dei dati personali.

    Successivamente, ha assunto Lisa Jackson, ex direttrice dell’EPA, l’agenzia americana per la protezione ambientale, per guidare gli impegni di Apple sul clima. Non si è disdegnato di posizione sui diritti civili, sull’immigrazione, sull’uguaglianza.

    Questo però non ha impedito a Cook di navigare acque politicamente difficili con una certa disinvoltura diplomatica. E qui arriviamo al capitolo più controverso dei suoi ultimi anni.

    tim cook inaugurazione secondo mandato trump
    Tim Cook all’inaugurazione del secondo mandato di Trump

    Tim Cook, Trump e il prezzo della sopravvivenza

    La relazione tra Cook e Donald Trump è uno di quei casi in cui la realpolitik e l’immagine pubblica di un CEO importante entrano in collisione in maniera evidenza.

    Durante il primo mandato di Trump, tra il 2017 e il 2021, Cook aveva sviluppato una strategia precisa per gestire il presidente. Niente lobbisti, niente intermediari, niente comunicati ufficiali, ma telefonate dirette, cene riservate, affrontando un argomento per volta.

    Nel 2018, quando Trump introdusse i primi dazi pesanti sulle importazioni dalla Cina, Cook si sedette al tavolo ne momento giusto e ottenne quello che cercava. Ossia esenzioni mirate su iPhone, Apple Watch e componenti Mac. In cambio, promise investimenti e stabilimenti negli Stati Uniti. Gli stabilimenti, va detto, rimasero in gran parte sulla carta mentre le esenzioni furono effettive.

    Con il secondo mandato, però, il copione si è fatto più complicato. Cook ha partecipato alla cerimonia di insediamento di Trump nel gennaio 2025, effettuando la donazione personale di un milione di dollari al fondo per l’inaugurazione presidenziale.

    È la Casa Bianca nell’agosto 2025 portando in dono una teca di vetro su base d’oro a 24 carati costruita con materiali americani, annunciando al contempo nuovi investimenti da 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti, per un impegno totale di 600 miliardi. Ha presenziato a una proiezione privata di un documentario su Melania Trump.

    Il tutto mentre i dazi stavano comunque costando ad Apple cifre enormi: solo nell’ultimo trimestre del 2025, Apple ha dichiarato costi aggiuntivi per 1,1 miliardi di dollari legati alle tariffe commerciali. E mentre Trump, in un viaggio a Riyadh, si lamentava pubblicamente dicendo di “avere un piccolo problema con Tim Cook”, in particolare per i piani di Apple di spostare parte della produzione dall’India anziché negli Stati Uniti.

    Cook, di fronte alle critiche, ha adottato una linea difensiva quanto mai calibrata: “Quello che faccio è rapportarmi sulle normative, non sulla politica”. Una distinzione sottile che si è dimostrata difficile da sostenere alla luce dei comportamenti concreti.

    Il giudizio complessivo su questa fase di Cook, possiamo dirlo, è emerso molto diviso.

    In questa ultima fase Cook non ha fatto altro che seguire le politiche di Trump, mettendo da parte la sua visione che era stata chiara nel primo mandato del presidente Usa. Un cambio di passo che ha finito per gettare ben più di qualche ombra sulla sua storia.

    John Ternus, l’uomo dei prodotti

    Ora arriviamo al protagonista del futuro.

    John Ternus, CEO di Apple
    John Ternus, CEO di Apple

    John Ternus nasce in California attorno al 1975, cresce con la passione per il nuoto e per l’ingegneria, e studia ingegneria meccanica all’Università della Pennsylvania, dove gareggia nella squadra universitaria di nuoto. La sua tesi di laurea è già rivelatrice del suo carattere. Infatti, progetta un braccio robotico per l’alimentazione controllabile da persone con tetraplegia attraverso movimenti della testa. È un ingegnere che pensa ai problemi reali delle persone. Arriverà a laurearsi nel 1997.

    Dopo quattro anni a Virtual Research Systems, dove progetta visori per la realtà virtuale, entra in Apple nel 2001, giusto nel momento in cui Steve Jobs sta ricostruendo l’azienda dopo quasi un decennio di declino.

    Entra nel team di product design e da lì non se ne andrà più. Nel 2013 diventa responsabile dell’ingegneria hardware, nel 2020 assume la responsabilità anche dell’iPhone, e nel 2021 viene promosso a senior vice president, il grado più alto del management operativo, diventando il membro più giovane del team esecutivo di Apple. Bloomberg lo descrive come “carismatico e molto apprezzato” internamente.

    Nel corso di quasi venticinque anni in Apple, Ternus ha avuto le mani su praticamente tutto ciò che l’azienda ha prodotto: iPad, AirPods, Apple Watch, Mac, iPhone. È lui a guidare la transizione al silicio proprietario con i chip M ed è sempre lui a seguire lo sviluppo dell’Apple Vision Pro, il visore per la realtà mista che, diciamolo, ha faticato a trovare un mercato dopo il lancio del 2024.

    Ternus ha poi spinto Apple verso materiali più sostenibili e verso prodotti più riparabili, una battaglia culturale non banale dentro un’azienda storicamente orientata a prodotti sigillati e non modificabili.

    John Ternus e le sfide che lo aspettano

    Ternus, 51 anni, arriva alla guida di Apple quasi alla stessa età in cui Cook aveva rilevato il ruolo da Jobs. È una coincidenza notata da molti, ma le condizioni sono diverse, e le sfide anche.

    La sfida più grande che lo attende è ovviamente l’intelligenza artificiale.

    Apple è, stranamente, in ritardo rispetto ai concorrenti su questo fronte. Siri è rimasta indietro mentre ChatGPT e Gemini di Google ridefinivano le aspettative degli utenti. A dicembre 2025, Apple ha cambiato la leadership del suo team AI, sostituendo il precedente responsabile con un veterano di Google.

    L’azienda ha annunciato che lancerà una versione aggiornata di Siri basata sul modello Gemini di Google.

    Il fatto che il nuovo CEO venga dall’ingegneria hardware, e non dai servizi o dall’AI, è un segnale che in molti leggono come la scelta di puntare sull’integrazione tra hardware e intelligenza artificiale, l’”edge AI”, come tratto distintivo rispetto ai concorrenti.

    C’è poi la questione dei dazi e della catena di approvvigionamento. La produzione Apple è ancora concentrata per oltre il 90% in Asia, principalmente in Cina attraverso Foxconn. Spostare quella produzione negli Stati Uniti, come Trump continua a chiedere, sarebbe economicamente devastante per il colosso di Cupertino.

    Secondo le stime di Bank of America, produrre un iPhone in America costerebbe così tanto da far superare al prezzo base i 2.000 dollari. Ternus si troverà quindi a gestire questa tensione strutturale, probabilmente con Cook a fare da scudo diplomatico nel ruolo di executive chairman.

    E poi c’è il dossier Jony Ive. Il leggendario designer che ha dato all’iPhone la sua identità estetica ha lasciato Apple nel 2019, ed è poi passato a OpenAI. Da allora, l’azienda ha continuato a lanciare prodotti eccellenti dal punto di vista ingegneristico, ma la visione estetica radicale che aveva caratterizzato l’era Jobs-Ive si è fatta meno definita. Ternus è un ingegnere, non un designer, sarà interessante osservare se saprà costruire attorno a sé il team creativo che serve proprio in questa fase.

    L’eredità Apple che passa di mano

    La transizione che Apple ha annunciato il 20 aprile 2026 rappresenta un passaggio tra due filosofie incarnate da due persone diverse.

    Cook ha guidato Apple con la logica del sistema, curando la catena di approvvigionamento, margini, ecosistema, diplomazia. È riuscito a costruire la macchina più profittevole della storia industriale moderna.

    Ternus arriva con la logica del prodotto, e quindi hardware, materiali, ingegneria, integrazione. È una scelta precisa nel segno di Apple ripartendo dai prodotti ridisegnandoli nell’era della IA.

    Cook come executive chairman gestirà i rapporti con i governi e le istituzioni, il che in questo momento storico significa, soprattutto, gestire il rapporto con l’amministrazione Trump e i suoi dazi.

    È un compito che libera Ternus dalle pressioni più politiche e gli permette, almeno in teoria, di concentrarsi sui prodotti.

    Resta da vedere se questa divisione dei ruoli funzionerà nella pratica, e se Ternus riuscirà a fare ciò che Cook ha fatto. E cioè ereditare un’azienda costruita attorno alla personalità di un fondatore leggendario e trasformarla in qualcosa di ancora più grande. Cook ci è riuscito, in parte.

    Adesso tutti attendono Ternus per vedere cosa sarà in gradi di fare.

  • Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Meta sta sviluppando un clone IA di Zuckerberg per interagire con i dipendenti. È l’ultimo capitolo di un’ossessione decennale per gli alter ego digitali, dalla realtà virtuale del 2016 al metaverso, fino alla superintelligenza.

    Partiamo da questa scena. Barcellona, febbraio 2016, quindi 10 anni fa al Mobile World Congress. Mark Zuckerberg fa il suo ingresso spettacolare in una sala gremita di giornalisti, mentre nessuno di loro lo nota. Sono tutti girati dalla parte opposta, immersi in visori per la realtà virtuale, intenti a osservare una scena che si svolge altrove, in un mondo simulato.

    Lui passa alla loro destra con un’espressione soddisfatta, quasi trionfante. Un’immagine che diventerà virale e storica allo stesso tempo e, a guardarla bene, fa ancora oggi un certo effetto.

    Quella scena oggi quasi surreale dava l’idea di quello che sarebbe stata la realtà virtuale social secondo Zuckerberg: un networking di persone riprodotto in un mondo non reale, totalmente ricostruito, simulato. Una realtà non reale attraverso la quale provare instaurare relazioni tra persone.

    Sono passati dieci anni esatti da allora e in questi giorni Zuckerberg ci riprova, con strumenti diversi certo, ma sempre con lo stesso identico pallino. Ossia quello di creare alter ego digitali che possano essere presenti ovunque senza esserci fisicamente.

    Secondo quanto riportato dal Financial Times, Meta sta sviluppando un clone IA fotorealistico del suo CEO, addestrato sui suoi modi di fare, sul suo tono e sulle sue dichiarazioni pubbliche, con l’obiettivo di farlo interagire con i dipendenti quando Zuckerberg non può o non vuole farlo di persona. Il CEO stesso starebbe supervisionando il progetto, dedicandoci dalle cinque alle dieci ore a settimana di quello che ormai si chiama vibe coding (sviluppo software con l’assistenza della IA).

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso
    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Un nuovo tentativo di cloni digitali dopo 10 anni

    Per capire cosa sta succedendo oggi ritorniamo a quel febbraio 2016.

    Due anni prima Facebook aveva acquisito Oculus VR per 2 miliardi di dollari, e Zuckerberg non aveva mai fatto mistero che quello fosse il segnale di un futuro nella realtà virtuale. Al Mobile World Congress di Barcellona 2016, quel futuro sembrava essere arrivato.

    Con la realtà virtuale le opportunità di connessione tra amici sarebbero state molte di più, al punto da vivere insieme, quindi virtualmente, esperienze che si svolgono in parti del mondo diverse. Era il pallino di Zuckerberg, e dopo aver lanciato il più grande social network, voleva passare alla storia anche come il pioniere della realtà virtuale in salsa social.

    Cinque anni dopo, nell’ottobre 2021, quel pallino diventa addirittura strategia aziendale. Facebook Inc. cambia nome e diventa Meta. L’accoglienza del nuovo nome fu tutt’altro che entusiasmante. A molti sembrò un’operazione di maquillage per distrarre l’opinione pubblica dai Facebook Papers e dalle rivelazioni di Frances Haugen.

    Ma si trattava anche di una mossa strategica con investimenti da 10 miliardi di dollari e l’assunzione di 10.000 persone in Europa. Tutto con l’obiettivo di costruire il metaverso.

    Il metaverso era la versione aggiornata della stessa visione: mondi virtuali dove le persone avrebbero potuto incontrarsi, lavorare, socializzare attraverso avatar digitali. Il concetto di alter ego era al centro di tutto. Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone, avrebbe dovuto essere il luogo dove tutto questo si sarebbe materializzato.

    Il metaverso, la promessa non mantenuta

    Ma le cose non sono andate come previsto.

    Reality Labs, la divisione dedicata al metaverso, ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta ha tagliato la spesa per il metaverso fino al 30%. E il colpo più simbolico è arrivato poche settimane fa: Horizon Worlds verrà rimosso dalla VR il prossimo 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.

    Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.

    L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato tutto. Adesso si parla di Muse Spark e i Superintelligence Labs,

    In buona sostanza, Meta ha liquidato il metaverso, sacrificato i propri scienziati di punta, e dirottati centinaia di miliardi di dollari verso l’IA. Con l’addio di Yann LeCun e la rimozione di Chris dalla supervisione dell’IA, il ventottenne Alexandr Wang è diventato il primo Chief AI Officer nella storia dell’azienda.

    Ma restiamo concentrati sul tema. Dopo tutto questo, il pallino di Zuckerberg non è cambiato. È cambiata solo la tecnologia con cui cerca di realizzarla, ma la sua idea nel corso di questi anni è rimasta intatta.

    Mark Zuckerberg al MWC 2016
    Mark Zuckerberg al MWC 2016

    Dal metaverso al clone IA

    Nel 2016 la visione era la realtà virtuale social: essere presenti in un altro luogo senza esserci fisicamente. Nel 2021 è diventato metaverso: vivere in mondi virtuali attraverso avatar. Nel 2026 è la superintelligenza personale: avere un compagno IA che ci conosce profondamente e può agire al posto nostro.

    Il clone IA di Zuckerberg si inserisce perfettamente in questa progressione. Non è un’idea nuova, è la stessa idea di sempre realizzata con strumenti diversi. L’obiettivo resta quello di creare versioni digitali di persone reali che possano interagire al posto loro.

    Va detto, Meta ci ha già provato. Nel 2023 l’azienda aveva annunciato che avrebbe pagato milioni di dollari a celebrity come Snoop Dogg per trasformarle in chatbot. Il progetto è stato un fallimento e i chatbot hanno finito per fare dichiarazioni imbarazzanti per conto dei loro equivalenti in carne e ossa.

    Nel 2024 è arrivato AI Studio, che permette ai creator di Instagram di costruire versioni IA di se stessi per interagire con i fan via DM. Anche questo progetto ha avuto i suoi problemi, al punto che Meta ha dovuto bloccare l’accesso ai teenager dopo le critiche sulla salute mentale dei minori.

    Ora Zuckerberg sta applicando la stessa logica, partendo da se stesso.

    Il clone IA sarà addestrato non solo sui suoi modi di fare e sul suo tono, ma anche sul suo pensiero recente riguardo alle strategie aziendali. L’idea, secondo il Financial Times, è che i dipendenti possano sentirsi più connessi al fondatore attraverso le interazioni con il suo avatar digitale.

    La trasformazione del CEO nel corsi di questi 10 anni

    Nel 2016, quando Zuckerberg immaginava la realtà virtuale social, il ruolo del CEO di una grande azienda tecnologica era sostanzialmente quello di guida interna. Certo, le figure come lui erano già personaggi pubblici, ma la loro funzione principale restava quella di dirigere l’azienda, non di rappresentarla costantemente verso l’esterno.

    Dieci anni dopo, quel ruolo è cambiato radicalmente. I CEO delle grandi piattaforme di oggi sono diventati figure mediatiche a tutti gli effetti, produttori di contenuti che incarnano la visione aziendale.

    Lo vediamo con Sam Altman di OpenAI, che costruisce la propria immagine pubblica attraverso podcast, interviste, post sui social.

    E lo vediamo con lo stesso Zuckerberg, che negli ultimi anni ha curato attentamente la propria trasformazione da nerd impacciato a imprenditore sportivo e appassioandosi alle arti marziali miste.

    Il CEO non è più solo chi prende le decisioni. È una figura oggi che comunica la narrazione, che costruisce il brand, che incarna l’identità dell’azienda agli occhi del pubblico, degli investitori, delle istituzioni.

    E adesso Zuckerberg vuole clonare proprio quella figura.

    Cosa significa davvero clonare il CEO

    Se il ruolo del CEO moderno include la costruzione di una narrazione, la comunicazione di una visione, l’incarnazione di valori aziendali, cosa succede quando quella figura viene replicata artificialmente?

    Un avatar IA addestrato sulle dichiarazioni pubbliche e sul pensiero strategico di Zuckerberg può rispondere a domande, offrire feedback, partecipare a riunioni. Ma potrebbe incarnare una visione? Potrebbe trasmettere fiducia? Potrebbe davvero prendere decisioni che comportano responsabilità?

    Il Financial Times riporta che esiste anche un progetto separato, un CEO agent progettato per aiutare Zuckerberg a recuperare informazioni e svolgere compiti al suo posto.

    Si tratta di due progetti distinti ma complementari: uno clona la presenza, l’altro automatizza le funzioni.

    C’è poi la questione della governance. Se l’avatar IA di Zuckerberg dà un feedback a un dipendente, chi è responsabile di quel feedback? Se prende una posizione su una questione strategica, quella posizione riflette davvero il pensiero del CEO o si parla di approssimazione della IA? E se il clone dice qualcosa di sbagliato, come è già successo con i chatbot delle celebrity, chi ne risponde?

    Certo che sono tutte questioni che saranno risolte, ove mai questo progetto prenderà davvero piede, ma sono comunque domande da porsi in questo frangente.

    Dieci anni dopo, la stessa domanda

    Ma la realtà virtuale social affascina o inquieta?

    Dieci anni dopo, la domanda è la stessa ma la tecnologia, e il mondo, è cambiata.

    Non si tratta più di mondi virtuali dove incontrarsi come avatar, oggi si parla di creare copie di persone reali, che possano agire, parlare, decidere al loro posto. E se il primo esperimento è il CEO di una delle aziende più potenti del mondo, il passo successivo potrebbe essere davvero chiunque.

    Il Financial Times riporta che se l’esperimento con Zuckerberg avrà successo, Meta prevede di permettere ai creator di costruire avatar IA di se stessi, espandendo il progetto dimostrato al Meta Connect del 2024.

    Nel frattempo, tra licenziamenti e nuove strategie sulla IA, Meta sta spingendo i propri dipendenti a usare strumenti di automazione e software agentici.

    Insomma, Zuckerberg dimostra che il suo obiettivo resta quello di sempre. E per trasformarlo in realtà sarebbe disposto a cambiare anche la sua azienda. Il primo tentativo col metaverso è andato come abbiamo visto. Forse quello con la IA gli potrebbe andare bene. Forse.