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  • Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l’intelligenza artificiale

    Meta lancia Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI. I messaggi non vengono salvati sui server, scompaiono alla chiusura della sessione e non possono essere letti né da Meta né da WhatsApp.

    L’annuncio è stato dato da Mark Zucherberg sulle sue piattaforme, presentando la nuova funzionalità come il primo importante prodotto di IA senza registro delle conversazioni e come tassello centrale della concetto, a lui molto caro, di superintelligenza personale.

    Non si tratta solo una nuova funzione di WhatsApp e dell’app Meta AI. Ma è il modo con cui Meta prova a rispondere a una delle obiezioni più frequenti che le persone fanno quando si parla di assistenti basati sull’intelligenza artificiale.

    E cioè: cosa succede a quello che racconto a questi sistemi? Chi può leggerlo? Per quanto tempo resta archiviato da qualche parte?

    La risposta arriva sotto forma di una nuova modalità di conversazione che Meta chiama “Incognito Chat” con Meta AI. Sarebbero quindi delle vere chat in incognito con la IA.

    Come detto in apertura, l’annuncio di oggi un tassello che si inserisce dentro la strategia della superintelligenza personale di Meta, quella visione di un assistente che ci conosce a fondo che si ricollega proprio a Muse Spark lanciato lo scorso aprile. E proprio in quel disegno questa novità trova il suo posto.

    Le chat in incognito con la IA e le parole di Zuckerberg

    «Oggi iniziamo a implementare Incognito Chat con Meta AI su WhatsApp e sull’app Meta AI: un modo completamente privato per interagire con l’IA, in modo simile a come la crittografia end-to-end impedisce a chiunque, persino a Meta o WhatsApp, di leggere le tue conversazioni. Questo è il primo importante prodotto di IA in cui non viene memorizzato alcun registro delle conversazioni sui server».

    Due i punti su cui soffermarsi in relazione alle parole di Zuckerberg.

    Il primo è il paragone diretto con la crittografia end-to-end, quella tecnologia che da anni protegge i messaggi tra persone su WhatsApp. Il secondo è la promessa che sui server di Meta non resta alcun registro delle conversazioni.

    Su Meta AI arrivano le chat in incognito con l'intelligenza artificiale

    È una dichiarazione netta, soprattutto se confrontata con quello che succede oggi con la maggior parte degli assistenti AI, dove le conversazioni restano archiviate per mesi e in molti casi vengono usate anche per migliorare i modelli.

    E Zuckerberg insiste proprio su questo confronto:

    «Le conversazioni sul tuo telefono scompaiono anche quando esci dalla sessione. Questo è diverso da altri prodotti di IA a scomparsa, in cui i registri delle conversazioni spesso rimangono sui server di altre aziende per molti mesi».

    La superintelligenza personale e lo spazio privato

    «Per ottenere il massimo dalla superintelligenza personale, avremo tutti bisogno di modi per discutere di argomenti sensibili in modo che nessun altro possa accedervi. Sono orgoglioso che MSL sia il primo laboratorio a fornire un’IA privata».

    La superintelligenza personale, nella visione che Zuckerberg ha pubblicato a luglio 2025 con il post Personal Superintelligence for Everyone, non è un sistema che automatizza il lavoro umano. È un compagno che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi e prova ad aiutarci a raggiungerli.

    Come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, questa visione si appoggia su un vantaggio strutturale che nessun concorrente può replicare: 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta.

    Ma un assistente che ci conosce profondamente ha senso solo se può sentirsi raccontare cose che a chiunque altro non racconteremmo. Salute, soldi, lavoro, relazioni. E qui il problema diventa scomodo. Più l’assistente sa di noi, più diventa utile, ma anche più diventa rischioso che quei dati possano essere visti da qualcun altro.

    Incognito Chat- la modalità di chat in incognito con la IA – è la risposta di Meta a questo cortocircuito: uno spazio in cui parlare con l’IA, anche di temi sensibili, sapendo che la conversazione, una volta abbandonata, si chiude lì.

    Come funziona il Trusted Execution Environment

    «Incognito Chat gestisce tutte le inferenze dell’IA in un ambiente di esecuzione affidabile (Trusted Execution Environment) che garantisce che i tuoi messaggi non siano accessibili a noi».

    Proviamo a tradurlo in maniera semplice. Quando l’utente scrive un messaggio in modalità incognito, quel messaggio viaggia cifrato fino a un ambiente isolato dentro il cloud. Un ambiente che funziona dentro processori specializzati di AMD e NVIDIA progettati apposta per essere inaccessibili anche da chi gestisce i server.

    L’intelligenza artificiale elabora la richiesta dentro questa specie di stanza chiusa, genera la risposta, e poi tutto viene cancellato. Niente registri, niente copie di backup, niente accesso da parte di operatori umani.

    È la tecnologia che Meta chiama Private Processing, presentata per la prima volta a LlamaCon nell’aprile del 2025 e poi aggiornata a marzo del 2026. Su WhatsApp era già usata per funzioni più semplici, come i riassunti automatici delle conversazioni. Oggi alimenta una vera modalità privata di conversazione con l’assistente.

    Cosa si può fare e cosa no nella modalità di cha in incognito con la IA

    La funzione si attiverà su WhatsApp con una nuova icona dedicata nella chat uno a uno con Meta AI. E arriverà nei prossimi mesi anche sull’app standalone Meta AI, quella che si scarica separatamente. Quindi non riguarda solo WhatsApp, ma il rollout parte da lì.

    Ci sono però alcuni limiti pratici da conoscere. In modalità incognito si può solo scrivere e ricevere risposte di testo. Non si possono caricare immagini, non si possono generare immagini, non si possono fare conversazioni vocali.

    La sessione si chiude da sola anche bloccando il telefono o uscendo dall’app, e l’assistente perde il contesto di quello che è stato detto. Inoltre Meta chiede di confermare l’età, perché i minori di 13 anni non sono ammessi sulle sue piattaforme. E come nella modalità standard restano attivi i filtri di sicurezza che impediscono all’assistente di rispondere su temi pericolosi.

    Un rollout graduale e tutto da osservare in UE

    Sulla disponibilità è bene essere precisi. Meta dichiara apertamente che il rilascio è graduale e che la disponibilità varia in base all’account e alla regione geografica. Al lancio alcuni Paesi sono esclusi, come l’India.

    Per quanto riguarda l’Unione Europea, al momento non c’è una conferma esplicita di esclusione dal lancio iniziale, ma sappiamo bene che Meta procede sempre con maggiore cautela qui in UE, per via del quadro normativo del GDPR e del DSA. Resta da vedere in quali Paesi UE la funzione comparirà nelle WhatsApp degli utenti nelle prossime settimane.

    Da ricordare che la nuova funzionalità non si attiva tutta insieme per tutti, ma viene distribuita progressivamente. Anche dentro lo stesso Paese, alcune persone la vedranno prima di altre.

    I nuovi progetti attorno a Meta AI

    Incognito Chat arriva dentro una stagione di annunci di Meta sull’intelligenza artificiale che sta caratterizzando proprio queste settimane.

    A inizio aprile, come avevo raccontato nell’articolo su Muse Spark, Meta ha lanciato il primo modello sviluppato dal nuovo Meta Superintelligence Labs guidato da Alexandr Wang. Ed è proprio quel laboratorio, MSL, che Zuckerberg cita nel suo post come il primo a fornire un’IA privata.

    A questo si è aggiunto un altro fronte, quello dedicato ai più giovani. Lo scorso 23 aprile Meta ha annunciato nuovi strumenti per i genitori, che adesso possono vedere su Facebook, Messenger e Instagram i temi generali di cui i loro figli adolescenti hanno parlato con Meta AI nell’ultima settimana. La funzionalità è già attiva anche in Italia.

    E il 5 maggio Meta ha annunciato l’espansione delle protezioni Teen Account su Instagram nei 27 Paesi dell’Unione Europea e in Brasile, con un sistema di intelligenza artificiale che individua automaticamente gli utenti che potrebbero essere minorenni.

    Meta ha già anticipato che dopo Incognito Chat arriverà Side Chat con Meta AI, una funzione che permetterà di rivolgersi all’assistente direttamente all’interno delle conversazioni private con altre persone, senza che gli altri partecipanti vedano la richiesta. Anche questa basata sull’infrastruttura di Private Processing.

    Cosa resta da capire

    Alla fine possiamo dire che questa funzionalità di Incognito Chat Meta proverà a costruire le condizioni per la sua superintelligenza personale. Senza uno spazio davvero privato, l’assistente che ci conosce profondamente resta una promessa difficile da mantenere. E a queste condizioni, così come le abbiamo viste qui, la promessa prova a diventare prodotto.

    Staremo a vedere come si svilupperà nelle prossime settimane, come sempre.

  • AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l’IA

    AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l’IA

    Parlamento UE e Consiglio raggiungono l’intesa sull’AI Omnibus, il pacchetto di semplificazione dell’AI Act proposto dalla Commissione UE. Rinviati gli obblighi normativi e si introduce nell’articolo 5 dell’AI Act il divieto di utilizzare app di IA che generano immagini di nudo.

    Parlamento UE e Consiglio raggiungono l’intesa sull’AI Omnibus, il pacchetto di semplificazione dell’AI Act proposto dalla Commissione a novembre 2025. Entra nell’articolo 5 del regolamento un nuovo divieto esplicito: stop alle applicazioni di intelligenza artificiale che generano immagini intime non consensuali. Gli obblighi per i sistemi ad alto rischio slittano al 2 dicembre 2027 e al 2 agosto 2028.

    L’accordo politico raggiunto oggi tra Parlamento europeo e Consiglio sull’AI Omnibus rinvia gli obblighi sui sistemi ad alto rischio dell’AI Act al 2 dicembre 2027 e al 2 agosto 2028.

    È un compromesso che cambia il volto dell’AI Act, perché non si tratta solo di un rinvio tecnico. Si tratta di una operazione politica più ampia, che alleggerisce un pezzo del regolamento e ne irrigidisce un altro. Ma vediamo insieme di cosa si sta parlando.

    Il divieto di generare nudi con la IA entra nell’articolo 5 dell’AI Act

    La parte più importante di questo accordo è l’iscrizione, nell’articolo 5 dell’AI Act, di un nuovo divieto esplicito. Sono vietati i sistemi di intelligenza artificiale che alterano, manipolano o generano artificialmente immagini, video o audio realistici per rappresentare attività sessualmente esplicite o le parti intime di una persona identificabile, senza il suo consenso. Il divieto si estende anche alla generazione di materiale pedopornografico tramite intelligenza artificiale.

    L’articolo 5 dell’AI Act è la lista delle pratiche vietate, le più gravi, quelle sanzionate con le multe più alte previste dal regolamento. È lo stesso articolo che vieta il social scoring, le tecniche di manipolazione subliminale, lo sfruttamento delle vulnerabilità delle persone.

    L’inserimento dei deepfake intimi non consensuali in questa categoria riconosce a livello UE la natura di violazione dei diritti fondamentali di queste tecnologie.

    La spinta politica è arrivata dal Parlamento, in particolare dal gruppo Renew e dai correlatori Arba Kokalari del PPE e Michael McNamara di Renew. La proposta originaria della Commissione non prevedeva questo divieto.

    È stato il Parlamento a chiederlo e a ottenerlo, raccogliendo una pressione sociale concreta. Le cronache europee degli ultimi mesi raccontano un’emergenza diventata insostenibile: adolescenti vittime di deepfake intimi creati dai compagni di scuola, donne colpite da campagne di immagini sessualizzate generate artificialmente, materiale pedopornografico sintetico in circolazione sulle piattaforme.

    Le aziende avranno tempo fino al 2 dicembre 2026 per adeguarsi. La deroga prevista riguarda i provider e gli utilizzatori che avranno implementato misure di sicurezza efficaci per impedire la generazione di questo tipo di contenuti.

    È una clausola che lascia margine ai grandi modelli generativi che già investono in salvaguardie, ma che alza l’asticella per gli sviluppatori delle di app per generare immagini di nudo più diffuse, quelle che fino a oggi hanno operato in un vuoto regolatorio.

    AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l'IA
    AI Act, rinvio degli obblighi e divieto di generare nudi con l’IA

    AI Act e il rinvio degli obblighi sull’alto rischio

    L’altra parte sostanziale dell’accordo riguarda i tempi di applicazione delle regole sui sistemi ad alto rischio.

    Il Parlamento e il Consiglio hanno fissato due nuove date. I sistemi dell’Allegato III, quelli che operano in ambiti come biometria, infrastrutture critiche, istruzione, lavoro, servizi essenziali, forze dell’ordine, giustizia e gestione delle frontiere, dovranno conformarsi entro il 2 dicembre 2027.

    I sistemi dell’Allegato I, vale a dire quelli incorporati in prodotti già regolati da legislazione settoriale come dispositivi medici, macchinari industriali, giocattoli e automobili connesse, avranno tempo fino al 2 agosto 2028.

    In buona sostanza, il rinvio risponde a una necessità tecnica concreta. Gli standard tecnici armonizzati di CEN e CENELEC, gli enti europei che traducono i regolamenti UE in requisiti operativi, sono ancora in lavorazione. Le autorità nazionali stanno completando la designazione degli enti notificati. Le linee guida della Commissione richiedono ancora rifiniture.

    Applicare un regolamento complesso come l’AI Act senza questi strumenti pronti avrebbe significato un’attuazione incerta e diseguale tra Stati membri. Il rinvio dà al sistema europeo il tempo di costruire un’applicazione solida e uniforme.

    Watermark e AI literacy che resta obbligatoria

    Sulla trasparenza dei contenuti generati da IA, il Parlamento ha ottenuto una vittoria importante. La Commissione, nella proposta di novembre 2025, aveva chiesto sei mesi di periodo di grazia per gli obblighi di watermark, vale a dire l’obbligo per i provider di IA generativa di rendere riconoscibili come artificiali le immagini, i video, gli audio e i testi prodotti dai loro sistemi.

    Il Parlamento ha proposto e ottenuto la riduzione a tre mesi, con scadenza fissata al 2 dicembre 2026.

    È una scelta che rafforza la tutela dei cittadini contro la disinformazione e i contenuti sintetici non dichiarati. L’industria dell’IA generativa avrà appena quattro mesi dopo l’entrata in vigore generale per adeguare i propri sistemi. La trasparenza dei contenuti generati artificialmente è una priorità non negoziabile.

    Sull’AI literacy, l’obbligo per provider e utilizzatori di garantire una alfabetizzazione minima del personale resta in piedi. La Commissione voleva trasformarlo in raccomandazione, il Parlamento ha tenuto duro. Il pilastro educativo del regolamento è confermato, perché senza competenza diffusa nelle aziende non c’è applicazione possibile delle regole sull’IA.

    AI Act e il compromesso sul regolamento macchine

    Sul rapporto tra AI Act e legislazioni settoriali, il negoziato a tre tra Commissione, Parlamento e Consiglio UE ha trovato una soluzione equilibrata. Il regolamento sui macchinari è stato esentato dall’applicabilità diretta dell’AI Act, evitando le sovrapposizioni regolatorie che da mesi le associazioni industriali europee, Confindustria inclusa, segnalavano come problema concreto per la competitività delle imprese.

    Allo stesso tempo, la Commissione mantiene la possibilità di adottare atti delegati per aggiungere requisiti di salute e sicurezza ai sistemi di IA classificati come ad alto rischio. È una formula che protegge sia la coerenza del quadro regolatorio europeo sia la chiarezza operativa per chi quel quadro deve applicarlo.

    L’accordo introduce inoltre un nuovo obbligo per la Commissione: fornire orientamenti operativi per assistere gli operatori economici dei sistemi di IA ad alto rischio soggetti alla legislazione di armonizzazione settoriale. È una risposta diretta alla richiesta di chiarezza interpretativa che le imprese europee chiedono da tempo.

    I commenti da Bruxelles

    La macchina comunicativa europea si è messa in moto poche ore dopo l’intesa. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha affidato a un post su X la prima dichiarazione ufficiale, ringraziando le presidenti delle commissioni IMCO e LIBE, Anna Cavazzini e Javier Zarzalejos, e i correlatori Kokalari e McNamara. Il messaggio di Metsola è chiaro: «Semplificare e razionalizzare le leggi digitali facilita l’innovazione per le imprese riducendo la burocrazia superflua. È esattamente ciò che il pacchetto di semplificazione per l’Intelligenza Artificiale concordato nelle prime ore di questa mattina offre. Si tratta di un altro importante passo per rafforzare la competitività europea».

    La commissaria europea per la sovranità tecnologica, sicurezza e democrazia, Henna Virkkunen, ha rilanciato la stessa narrativa con un’angolazione diversa. Su X ha scritto: «Le nostre imprese e i nostri cittadini vogliono due cose dalle regole sull’IA. Vogliono essere in grado di innovare e sentirsi al sicuro. L’accordo di oggi sull’omnibus sull’IA fa entrambe le cose». La formula delle «due cose» racconta esattamente la natura dell’intesa: protezione dei cittadini, in particolare delle vittime dei deepfake, e tempo adeguato alle imprese per costruire una compliance solida.

    Come si è arrivati qui: la lunga marcia dell’AI Omnibus

    Il punto di partenza è il 19 novembre 2025, quando la Commissione presenta il Digital Omnibus, il pacchetto di semplificazione dei regolamenti digitali. La parte sull’AI viene scorporata e accelerata, perché incombe la scadenza del 2 agosto 2026, data in cui sarebbero entrati in vigore gli obblighi più pesanti dell’AI Act. La logica della Commissione è quella di adeguare le regole prima che diventino applicabili, per garantire un’applicazione efficace e ordinata.

    Il Consiglio adotta la sua posizione il 13 marzo 2026, allineandosi sostanzialmente alla Commissione. Il Parlamento arriva una settimana dopo, con un voto in commissione il 18 marzo e l’adozione in plenaria il 26 marzo. È in questa fase che il Parlamento aggiunge il divieto di usare la IA per generare nudi, raccogliendo la pressione sociale e politica sul tema dei deepfake non consensuali. L’aula approva la posizione con 569 voti favorevoli, 45 contrari e 23 astensioni, una maggioranza ampia che attraversa gli schieramenti.

    Il 28 aprile si arriva al primo confronto decisivo tra Commissione, Parlamento e Consiglio UE. Il negoziato si chiude senza accordo dopo dodici ore.

    Il punto critico era il perimetro dell’Allegato I e il rapporto con le legislazioni settoriali. Bruxelles convoca un altro negoziato a tre il 13 maggio, e in quella sede ricuce il compromesso con la formula degli atti delegati sul regolamento macchine.

    In questa occasione, il Parlamento ottiene il divieto sulle nudification app, le date fisse di applicazione e l’esenzione del regolamento macchine. La Commissione e il Consiglio preservano l’architettura orizzontale del regolamento e la possibilità di intervenire con atti delegati.

    AI Act e cosa cambia per aziende e i cittadini

    Per le aziende europee, questo accordo significa avere il tempo per prepararsi alla compliance, in particolare per chi opera con sistemi ad alto rischio in settori già regolati. Le scadenze del 2 dicembre 2027 e del 2 agosto 2028 sono date fisse, prevedibili, su cui pianificare investimenti e adeguamenti.

    Per i cittadini, e in particolare per le vittime dei deepfake non consensuali, questo è un passaggio importante.

    Il divieto di usare la IA per generare immagini di nudo entra nell’articolo 5 dell’AI Act ed è applicabile dal 2 dicembre 2026. È un riconoscimento europeo che la generazione non consensuale di immagini intime è una violazione dei diritti fondamentali, e che lo Stato e l’Unione hanno il dovere di intervenire.

    L’accordo politico ora deve diventare legge.

    A questo punto sono necessari il voto formale del Parlamento e l’adozione formale del Consiglio, che dovrebbero arrivare prima del 2 agosto 2026. Dal 30 giugno la presidenza del Consiglio passerà dall’attuale presidenza cipriota a quella irlandese.

    La partita europea sull’IA continua.

    Il Digital Networks Act è in arrivo, le revisioni del Data Act sono in corso, il dibattito sull’AI Office come supervisore unico per i grandi modelli generativi sta entrando nel vivo. Bruxelles sta costruendo un’architettura digitale che tiene insieme regole, mercato e diritti.

    In questo contesto, l’AI Omnibus è un pezzo importante di quella architettura.

  • Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Il primo trimestre 2026 per Meta si chiude con ricavi a 56,31 miliardi di dollari, ma per la prima volta gli utenti giornalieri delle sue app calano. E intanto gli investimenti sull’IA salgono a 145 miliardi e si profila il rischio delle cause sui minori.

    Per la prima volta da quando Meta misura i suoi utenti con la metrica dei Daily Active People, il numero delle persone che usano ogni giorno almeno una delle sue app è sceso. Non è un crollo, diciamolo subito, però è un dato che va registrato.

    Si tratta di un passaggio da 3,58 miliardi di utenti giornalieri nel quarto trimestre 2025 a 3,56 miliardi nel primo trimestre 2026. È una soglia simbolica e cade nel momento in cui Mark Zuckerberg sta chiedendo agli azionisti di sottoscrivere il più grande investimento infrastrutturale nella storia dell’azienda.

    La trimestrale del primo trimestre 2026 è costruita interamente intorno a una promessa. E questa promessa si chiama superintelligenza personale, e dovrebbe raggiungere, parole testuali di Zuckerberg, “miliardi di persone”.

    Attorno a questa promessa, però, si muovono numeri che raccontano una storia più articolata: ricavi in fortissima crescita, un piano di investimenti che sale ancora una volta, una divisione hardware che continua a perdere miliardi, una flessione storica nella base utenti, e l’ammissione esplicita che i processi sui minori negli Stati Uniti potrebbero costare cari.

    I numeri che si vedono, intanto, raccontano di un’azienda in piena salute.

    Meta, nel primo trimestre 2026 i ricavi continuano a salire

    I ricavi sono saliti a 56,31 miliardi di dollari, con una crescita del 33% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. L’utile netto ha toccato i 26,77 miliardi, l’EPS diluito è arrivato a 10,44 dollari. Le impressioni pubblicitarie sono cresciute del 19%, il prezzo medio per inserzione del 12%.

    La macchina della pubblicità, in buona sostanza, non solo funziona ma accelera. Solo che il titolo, nelle contrattazioni successive alla chiusura del mercato, ha perso oltre il 6%. E qui sta il punto interessante della trimestrale, quello che cerchiamo di osservare qui insieme.

    Meta, crescono gli investimenti su IA e calano gli utenti sulle app

    Meta e la prima frenata degli utenti

    Nel primo trimestre 2026, la media giornaliera degli utenti attivi sulla famiglia di app di Meta è scesa di circa venti milioni rispetto al trimestre precedente, attestandosi a 3,56 miliardi. Su base annua il dato è ancora positivo, con una crescita del 4%. Ma il confronto trimestre su trimestre è negativo, e Meta stessa, nel comunicato ufficiale, ha riconosciuto la flessione.

    La spiegazione fornita dall’azienda riconduce il calo a due fattori specifici, entrambi di natura geopolitica.

    Il primo sono le interruzioni di internet in Iran, dove il conflitto in corso ha pesato sulla connettività. Il secondo è la decisione della Russia di limitare l’accesso a WhatsApp, nel quadro della spinta del Cremlino a obbligare i propri cittadini a usare un servizio di messaggistica statale.

    Le piattaforme social statunitensi, in questa fase, sono diventate ostaggio delle decisioni dei governi. Quando un Paese decide di interrompere internet o di bloccare un’app, milioni di utenti escono dai conti trimestrali di Meta nel giro di poche settimane. È un’esposizione strutturale che, fino a pochi anni fa, non aveva un peso così visibile sui dati finanziari, ma oggi questi contano eccome. E di questo ne abbiamo parlato a lungo qui su InTime Blog.

    Va aggiunto un terzo elemento, che la spiegazione ufficiale di Meta non considera ma che invece va rilevato. L’Australia, dal dicembre 2024, ha approvato il divieto di accesso ai social per gli under 16, una misura che da inizio 2026 sta entrando pienamente in vigore. Questo, sommato alle restrizioni greche per gli under 15 e ai dibattiti analoghi in corso in Spagna e in altri Paesi UE, sta sottraendo a Meta una fascia di utenti giovani che fino a ieri era data per acquisita.

    Meta e gli investimenti per il 2026

    Meta ha rivisto al rialzo le stime degli investimenti per il 2026, inserendoli in una forchetta tra 125 e 145 miliardi di dollari, dai precedenti 115-135 miliardi.

    La motivazione ufficiale, riportata nel comunicato firmato dalla CFO Susan Li, parla di un rialzo dei prezzi delle componenti, in particolare la memoria, e in misura minore di costi aggiuntivi per i data center necessari a sostenere la capacità di calcolo degli anni futuri.

    Per dare la dimensione di quanto stia accadendo, basta un semplice confronto. Nel 2025 il conto investimenti di Meta era stato di 72,2 miliardi di dollari. In due anni, in sostanza, l’azienda sta quasi raddoppiando l’investimento infrastrutturale. È una traiettoria che non riguarda solo Meta, ma tutte le Big Tech impegnate in una corsa parallela a costruire data center, ad accumulare GPU, a stipulare contratti pluriennali per l’energia.

    Resta il fatto che, in valori assoluti, Meta si conferma uno degli attori più aggressivi di questa fase.

    Nel primo trimestre, le spese in conto capitale sono già state pari a 19,84 miliardi di dollari. È una cifra che, proiettata sull’intero anno, dà la misura concreta della pressione finanziaria che la corsa all’IA sta esercitando sui bilanci.

    Il messaggio implicito ai mercati è che questa traiettoria di spesa non sia transitoria, ma strutturale. E la reazione degli investitori, con il titolo in calo nell’after-hours, lascia intendere che la pazienza, anche per un’azienda che cresce a doppia cifra, non è infinita.

    La narrazione della superintelligenza personale

    L’apertura del comunicato di Zuckerberg è stata costruita per fissare un concetto e cioè: “Abbiamo avuto un trimestre di svolta, con un forte slancio nelle nostre app e il rilascio del primo modello da Meta Superintelligence Labs”, ha dichiarato. E ancora: “Siamo sulla strada per portare la superintelligenza personale a miliardi di persone”. È la tesi che dovrebbe giustificare, agli occhi degli azionisti, il livello di investimento fin qui descritto.

    Il primo modello di cui Zuckerberg parla è Muse Spark, presentato all’inizio di aprile. Muse Spark rappresenta il tentativo di Meta di rientrare in una corsa che, almeno sul piano dei modelli di frontiera, vede oggi in vantaggio OpenAI, Anthropic e Google.

    Va detto che le valutazioni esterne sul modello sono state contrastanti, e che la stessa Meta, attraverso un suo dirigente intervistato da Bloomberg, ha ammesso che Muse Spark non è in grado di competere con i modelli di punta dei concorrenti.

    Eppure, la narrazione della superintelligenza è ormai diventata l’asse portante della comunicazione finanziaria di Meta. È un cambio di scenario rispetto al biennio 2022-2024, quando l’asse era il metaverso. Allora si parlava di mondi virtuali, oggi si parla di assistenti personali alimentati da modelli di IA.

    Reality Labs, l’archiviazione di un sogno

    Mentre la superintelligenza prende il centro della scena, la divisione che doveva costruire il metaverso continua a perdere miliardi.

    Nel primo trimestre 2026, Reality Labs ha registrato ricavi per 402 milioni di dollari e una perdita operativa di 4,03 miliardi. Sono numeri che, se proposti per qualunque altra divisione di qualunque altra azienda, farebbero scattare l’allarme rosso. Per Meta, ormai, sono diventati, quasi, ordinaria amministrazione.

    La somma dei conti è impressionante. Da quando, alla fine del 2020, Meta ha iniziato a separare in bilancio i conti di Reality Labs, le perdite cumulate hanno superato gli 83 miliardi di dollari. La media trimestrale, nel periodo, è di circa quattro miliardi. In altre parole, la divisione che doveva incarnare la visione del futuro di Zuckerberg ha bruciato in poco più di cinque anni una cifra equivalente al PIL annuale di un piccolo Paese europeo.

    Il metaverso, come progetto strategico, è stato di fatto già archiviato. A gennaio 2026 Meta ha tagliato circa mille posti di lavoro proprio in Reality Labs, riallocando le risorse verso i dispositivi indossabili alimentati dall’intelligenza artificiale, in particolare i Ray-Ban Meta.

    La forza pubblicitaria di Meta e la sua dipendenza dall’IA

    Sul fronte delle piattaforme social media, i numeri della trimestrale sono robusti, e questo nonostante la flessione degli utenti di cui abbiamo parlato all’inizio di questo articolo.

    La crescita delle impressions del 19% e del prezzo per inserzione del 12% indica che i sistemi di raccomandazione e di targeting pubblicitario, alimentati sempre di più da modelli di intelligenza artificiale, stanno continuando a migliorare la monetizzazione.

    In altre parole, anche con qualche utente in meno, Meta riesce a estrarre più valore da ciascuno di loro.

    È un meccanismo che ci mostra bene la fase attuale del capitalismo delle piattaforme. La crescita non passa più tanto dall’acquisizione di nuovi utenti, quanto dalla capacità di intensificare la monetizzazione di quelli esistenti.

    Più tempo speso sulle app, più annunci visualizzati, prezzi più alti per ciascun annuncio. Tutto questo è reso possibile dall’evoluzione degli algoritmi di raccomandazione, che diventano sempre più precisi nell’incrociare i dati comportamentali degli utenti con gli interessi degli inserzionisti.

    Il punto, però, è un altro. La forza pubblicitaria di Meta dipende ormai in modo strutturale dai modelli di IA che governano le raccomandazioni e l’asta degli annunci. In buona sostanza, una parte dei 125-145 miliardi di investimenti annunciati per il 2026 serve a sostenere proprio questa dipendenza.

    È una circolarità che si spiega così: l’IA costa moltissimo, ma è anche la leva che giustifica il prezzo per inserzione in crescita e l’efficacia del targeting. Da una parte la spesa, dall’altra il ritorno. Il rischio, per Meta, è che il rapporto tra le due grandezze si deteriori prima che la promessa della superintelligenza si traduca in nuovi flussi di ricavo.

    Meta ammette il rischio dei processi sui minori

    La trascrivo in italiano: “continuiamo a vedere una situazione particolare sulle questioni legate ai minori e abbiamo ulteriori processi previsti quest’anno negli Stati Uniti, che potrebbero in ultima istanza tradursi in una perdita rilevante”. È un’ammissione che, inserita in un comunicato finanziario, vale come un campanello di allarme.

    A marzo 2026 Meta ha perso due cause, entrambe relative ad accuse di aver ingannato i consumatori sui rischi dei propri prodotti. Proprio qui su InTime Blog ho raccontato la sentenza nel caso KGM, che è stata la prima decisione a riconoscere la responsabilità di una piattaforma per il design del prodotto in relazione ai danni subiti da un utente minorenne.

    Meta è costretta oggi a riconoscere un rischio finanziario concreto.

    Nelle trimestrali precedenti, Meta aveva accennato in modo generico ai rischi legali e regolatori. Ma questa volta la formulazione è più diretta, e parla esplicitamente di “perdita rilevante”.

    Nel linguaggio dei comunicati finanziari, una formula del genere serve a tutelare l’azienda dal rischio di accuse di omessa informazione agli azionisti. E segnala che i legali interni considerano l’esito dei processi sufficientemente incerto da giustificare una preventiva messa in guardia.

    In altre parole, l’azienda sta dicendo ai mercati che i contenziosi sui minori non sono più una preoccupazione remota, ma un fattore che potrebbe incidere sui conti in modo rilevante.

    Il beneficio fiscale che gonfia l’utile

    Un ultimo elemento da considerare su questa prima trimestrale 2026 di Meta.

    L’utile netto del primo trimestre, pari a 26,77 miliardi di dollari, incorpora un beneficio fiscale una tantum di 8,03 miliardi, legato all’applicazione del cosiddetto “One Big Beautiful Bill Act” e al Treasury Notice 2026-7. La stessa Meta, nel comunicato, ha precisato che senza questo beneficio l’EPS diluito sarebbe stato inferiore di 3,13 dollari.

    In buona sostanza, una porzione significativa della forza dei conti deriva da una variazione fiscale, non dalla performance operativa. È un dato tecnico, ma è anche un dato che gli analisti hanno immediatamente sottratto dal calcolo degli utili ricorrenti. Nelle prossime trimestrali, senza un effetto analogo, l’asticella sarà più alta. E il margine di errore, per un’azienda che continua ad accelerare sulla spesa, si restringe.

    Cosa osservare nei prossimi trimestri

    La trimestrale Q1 2026 di Meta racconta un’azienda che si trova esattamente nel punto in cui due forze opposte si incontrano. Da una parte, la macchina pubblicitaria dei social, che cresce, monetizza meglio, e produce la cassa necessaria a finanziare tutto il resto.

    Dall’altra, una scommessa industriale sull’intelligenza artificiale che richiede un livello di investimento senza precedenti, una divisione hardware che continua a perdere miliardi a ritmo costante, una base utenti che per la prima volta segna una flessione, e un perimetro di rischi legali che l’azienda stessa, nel proprio materiale ufficiale, non nasconde più.

    Per il secondo trimestre 2026 le previsioni indicano ricavi tra 58 e 61 miliardi di dollari. Le spese complessive per l’intero 2026 restano confermate nella forchetta tra 162 e 169 miliardi.

    Sono numeri che, presi insieme, descrivono un’azienda che continuerà a crescere, ma che lo farà comprimendo i margini per finanziare la propria trasformazione.

    Bisognerà attendere i prossimi due o tre trimestri per capire se la flessione degli utenti rientrerà, se la promessa della superintelligenza personale comincerà a tradursi in nuovi flussi di ricavo, e se i processi sui minori produrranno l’impatto economico che Meta stessa, ormai, mette in conto.

  • X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    X lancia le Timeline Personalizzate, una nuova scheda della Home che si aggiunge a “Seguiti” e “Per Te”. La funzione è disponibile in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS ed è alimentata da Grok. E arriva la chiusura, dal 6 maggio, di X Communities.

    X ha annunciato alcune novità e lo fa presentandole come se fossero conquiste dell’utente, come restituzione di maggiore controllo e come un atto di personalizzazione finalmente possibile.

    Gli annunci sono arrivati direttamente da Nikita Bier, responsabile di prodotto della piattaforma, con un tono entusiasta. Ma ciò che cambia, nel concreto, è qualcosa di più sottile di quanto possa apparire.

    Partiamo con la prima e importante novità. Le Timeline Personalizzate sono una nuova scheda che si aggiungerà a “Seguiti” e “Per Te” nella Home di X. L’utente potrà fissare un argomento specifico, scegliendolo tra oltre 75 categorie disponibili, e ottenere un feed dedicato a quel tema.

    Arte, finanza, sport, tecnologia, criptovalute, una volta scelto, la piattaforma genera un flusso di contenuti attorno a un singolo soggetto, calibrato sulle abitudini di interazione di ciascun utente.

    Funziona meglio, spiega Bier, su argomenti con cui l’utente è già solito interagire. Il limite tecnico è fissato a dieci argomenti selezionabili contemporaneamente sulla scheda Home, tra topic e liste.

    E qui arriviamo al punto interessante, perché quello che X sta costruendo non è semplicemente un filtro tematico, ma qualcosa di più.

    X tra le nuove Timeline Personalizzate e la chiusura delle Communities

    Grok al centro di tutto, ancora una volta

    Come già raccontato, analizzando come cambia l’algoritmo di X con Grok nel 2026, a gennaio di quest’anno la piattaforma aveva reso pubblico su GitHub il codice sorgente del nuovo algoritmo, scritto in Rust e Python, con Grok come cuore pulsante di tutto il sistema di raccomandazione.

    Quello era già un cambiamento radicale rispetto all’architettura precedente: non più regole manuali fisse, ma un modello di deep learning che analizza oltre 100 milioni di contenuti al giorno e li abbina agli interessi degli utenti in tempo reale.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, si inseriscono nella stessa logica, ma aggiungono un elemento nuovo. E cioè la dichiarazione esplicita dell’utente.

    Quindi, non è più solo Grok a dedurre cosa ti interessa dal tuo comportamento passato, ora è l’utente a dire a Grok cosa vuole vedere nella propria timeline. Grok legge ogni post pubblicato sulla piattaforma, lo classifica per argomento e costruisce il feed in base a quella selezione, combinandola con i segnali di personalizzazione già in uso.

    Un portavoce di X ha precisato che il sistema non si basa su parole chiave o hashtag, ma sulla comprensione semantica del contenuto da parte del modello.

    In teoria, è un passo verso la trasparenza e il controllo, nella pratica, rimane un sistema in cui l’intelligenza artificiale decide cosa effettivamente rientra in quell’argomento, come lo interpreta, quanto peso dare ai contenuti di utenti che non segui rispetto a quelli che segui. La lista dei 75 argomenti è fissa e l’utente sceglie dentro un catalogo predefinito.

    Va detto che anche sul fronte della novità in sé, il concetto non è del tutto inedito.

    Già nel 2019 Twitter aveva sperimentato timeline tematiche scorrevoli affiancate al feed principale. Ma Bier, ignorando volutamente il passato, presenta le Timeline Personalizzate come se fossero “uno dei cambiamenti più grandi” nella storia recente della piattaforma. Ma l’idea di feed paralleli governati per argomento è qualcosa su cui Twitter aveva già ragionato anni fa, senza allora affidarsi a un’intelligenza artificiale proprietaria per la selezione.

    Bier e il compito di riportare gli utenti a fidarsi di X

    Forse non tutti sanno che Nikita Bier è stato il fondatore di Gas e TBH, due app social costruite attorno a meccanismi di positività e connessione tra adolescenti, entrambe diventate virali in breve tempo. Gas, in particolare, aveva raggiunto il primo posto negli store americani prima di essere acquisita da Discord. Il suo approccio al prodotto è sempre stato centrato sul coinvolgimento emotivo, sulla rilevanza immediata, sulla capacità di dare all’utente la sensazione di contare.

    Poi, Bier è entrato in X a fine giugno 2025, dopo anni in cui aveva chiesto pubblicamente a Musk di assumerlo. Il suo primo aggiornamento pubblico, ad agosto 2025, parlava di download raddoppiati da quando aveva preso la guida del prodotto e di una timeline “sul punto di fare un salto di qualità”. Quello che stiamo vedendo oggi, con le Timeline Personalizzate, è probabilmente il risultato più visibile di quell’impegno.

    Ma Bier non è arrivato a X in un momento qualsiasi. È arrivato nel mezzo di una trasformazione profonda della piattaforma: l’algoritmo affidato interamente a Grok, la fusione con xAI, la moltiplicazione dei casi di deepfake sessualizzati generati proprio da Grok, le indagini europee, la multa da 120 milioni di euro per violazioni del DSA. In questo contesto, il suo compito non è solo migliorare il prodotto, è anche far tornare gli utenti a fidarsi della piattaforma. Impresa davvero molto complicata.

    Da “Per Te” alle Timeline Personalizzate

    Per capire dove siamo arrivati, vale la pena ripercorrere brevemente la sequenza.

    A ottobre 2025 Musk aveva annunciato che entro fine novembre tutte le euristiche manuali sarebbero state eliminate, lasciando Grok come unico responsabile delle raccomandazioni.

    A gennaio 2026, il codice era pubblico su GitHub e l’algoritmo era già completamente AI-driven.

    A febbraio 2026, X aveva introdotto i Filtri per Argomento per il feed “Per Te”: una prima versione, più semplice, che permetteva agli utenti iOS negli Stati Uniti e in Canada di selezionare macrocategorie come Politica, Sport, Crypto, AI, per filtrare temporaneamente il feed. Un meccanismo che si azzerava dopo 20 minuti.

    Oggi le Timeline Personalizzate sono qualcosa di diverso e di più strutturato. Non filtrano il feed esistente, ma creano una scheda dedicata, permanente, che affianca le due già presenti. L’utente la troverà lì, ogni volta che apre l’app. E la logica che la governa non è un semplice tag tematico, ma la comprensione del contenuto da parte di Grok, incrociata con lo storico delle interazioni dell’utente.

    Non siamo più di fronte a un filtro temporaneo, ma a una architettura del feed che si diversifica in modo permanente. Ognuno, in teoria, con la propria X.

    X Communities chiude il 6 maggio

    Di fianco all’annuncio del lancio delle Timeline Personalizzate, c’è anche quello che annuncia la chiusura definitiva di X Communities, fissata per il 6 maggio prossimo, motivandola con un “uso in calo”.

    Appena due anni fa, nel marzo 2024, X stessa riportava che il tempo speso nelle Communities era cresciuto del 600% su base annua, con 650.000 post pubblicati ogni giorno al loro interno. L’allora CEO Linda Yaccarino aveva fatto di Communities una delle leve centrali della strategia di engagement della piattaforma.

    Oggi, con Yaccarino fuori dai giochi ormai da tempo e con Bier a guidare il prodotto, quella stessa funzione viene dismessa come se fosse una cosa da eliminare, infatti.

    Le Communities erano uno spazio orizzontale, in cui i contenuti erano in mano agli utenti. Erano gli stessi utenti a creare gruppi tematici, a moderarli, a decidere chi poteva partecipare e cosa si poteva condividere.

    Le Timeline Personalizzate prendono lo stesso bisogno, quello di organizzare le conversazioni per argomento, e lo ribaltano completamente: l’utente sceglie il tema, ma la cura del contenuto la fa Grok. Adesso è l’intelligenza artificiale proprietaria che legge, classifica e seleziona.

    È anche questa una manifestazione concreta di quello che intendo quando parlo di algoritmo del proprietario. Il potere di decidere quali contenuti rientrano in un argomento, quali vengono amplificati e quali restano marginali, si sposta dagli utenti al proprietario della piattaforma, attraverso la sua IA.

    La personalizzazione del contenuto come strategia

    Con il termine “algoritmo del proprietario” le piattaforme social non costruiscono i loro sistemi di raccomandazione per seguire gli interessi degli utenti, ma per servire gli interessi strategici del proprietario della piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario decide chi viene amplificato, quali contenuti sono più rafforzati, quali argomenti dominano la conversazione.

    Le Timeline Personalizzate non cambiano questa logica di fondo, ma la rendono più sofisticata.

    Da una parte, offrono all’utente qualcosa di reale, vale a dire la possibilità di costruire un feed tematico senza dover curarsi di seguire account specifici.

    Dall’altra, concentrano ulteriormente il potere di classificazione del contenuto nelle mani di Grok, che è un modello sviluppato da xAI, la società di Musk, che gestisce l’algoritmo dell’intera piattaforma.

    È quindi lecito chiedersi, funzionerà davvero? E chi decide cosa rientra nell’argomento che hai scelto?

    Va poi considerato che in ogni Timeline Personalizzata, la seconda posizione del feed è riservata a un annuncio pubblicitario. Non ad un post organico, non un contenuto selezionato da Grok sulla base del topic, ma un contenuto promosso da un inserzionista.

    Le Timeline Personalizzate, detto senza giri di parole, non sono solo una funzione di personalizzazione, sono anche un nuovo spazio pubblicitario. E arrivano in una fase in cui il business pubblicitario di X, secondo diverse stime, continua a faticare rispetto al periodo pre-acquisizione.

    Immagine che mostra come si presentano le Timeline Personalizzate

    La personalizzazione come argomento di vendita

    Al momento del lancio, le Timeline Personalizzate sono disponibili in accesso anticipato per gli abbonati Premium su iOS. Vi hanno accesso tutti i livelli di abbonamento Premium. Android arriverà presto, ha detto Bier nel suo annuncio, senza indicare una data.

    Non è stato precisato quando la funzione sarà disponibile per gli utenti non abbonati, e non è detto che lo diventi, almeno non con le stesse caratteristiche. Il modello di X, ormai consolidato, è quello di usare le funzionalità avanzate come leva di conversione verso gli abbonamenti.

    Va detto che il lancio si inserisce in una fase in cui X sta cercando di tornare attrattiva per gli inserzionisti e di aumentare il tempo di permanenza degli utenti. Bier ha parlato di mesi di lavoro su questa funzione. I download della piattaforma sono, secondo le sue stesse parole, raddoppiati da quando ha preso la guida del prodotto.

    Le Timeline Personalizzate, in questo contesto, rappresentano un argomento di vendita, non uno strumento pensato prima di tutto per l’esperienza dell’utente. E il fatto che la seconda posizione di ogni feed sia occupata da una pubblicità rende questa lettura difficile da ignorare.

    Parallelamente, ricordiamo che nelle ultime settimane X ha rilasciato anche un aggiornamento di Grok come editor fotografico, con strumenti di sfocatura dei volti e modifiche tramite comandi testuali, pensato anche per rispondere alle critiche sui deepfake sessualizzati che avevano travolto la piattaforma a inizio 2026.

    E a gennaio erano arrivati gli Smart Cashtags, che integrano dati in tempo reale su azioni e criptovalute direttamente nei post. Il quadro che emerge è quello di una piattaforma che sta costruendo, funzione dopo funzione, un ecosistema sempre più chiuso e autosufficiente, dove tutto passa per Grok.

    Ecco, questo era una considerazione che andava fatta alla luce di queste novità che disegnano sempre più un maniera chiara quale sia il volto vero di X. Vale a dire un allontanamento sempre più marcato di ciò che rappresentava Twitter e un avvicinamento sempre più evidente di cosa Musk intendeva realizzare quando parlava di “everything app”.

    E quindi X che diventa una app dove gli utenti possano fare davvero la qualsiasi cosa, e presto anche acquisti e transazioni finanziarie. Ma sempre tutto nelle mani di Grok, l’IA di casa xAI che assume sempre più un ruolo di primo piano all’interno di questa mega app.

    Gli utenti quindi avranno sempre più la consapevolezza di entrare in un contesto sempre più chiuso, sempre più autosufficiente. Un luogo dove sarà sempre più complicato smontare le idee del proprietario della piattaforma.

  • L’Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026

    L’Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026

    Il tema IA e Lavoro è sempre al centro dell’attenzione. I dati del rapporto realizzato da AnitecAssinform ci aiutano a capire come il lavoro si sta trasformando in Italia nell’era della IA.

    L’intelligenza artificiale è ormai a tutti gli effetti il motore che sta ridisegnando, con una velocità impressionante, il perimetro del mercato del lavoro, anche quello italiano.

    Come avevo raccontato analizzando la velocità con cui l’IA generativa ha conquistato il mondo in tre anni, molto più in fretta di Internet, ci troviamo davanti a una tecnologia che non aspetta i tempi della burocrazia o dell’adeguamento culturale.

    I dati presentati ieri, 21 aprile 2026, a Roma, durante il lancio del rapporto “L’IA nel mercato del lavoro italiano” confermano che siamo in una fase di accelerazione senza precedenti. Lo studio, realizzato da Anitec-Assinform (l’Associazione di Confindustria che raggruppa le imprese ICT) in collaborazione con il Politecnico di Torino, ci offre la fotografia più aggiornata di un Paese che sta cercando di gestire e governare una transizione che possiamo definire epocale.

    Il mercato dell’IA in Italia vale 1,24 miliardi di euro

    Il mercato italiano dell’IA vale già 1,24 miliardi di euro, con una crescita del 33% in un solo anno. Ma il dato che fa riflettere non è tanto il valore economico, quanto la pervasività della stessa IA. La ricerca mette in evidenza che la quota di imprese che utilizzano almeno una soluzione di IA è passata dall’8% al 16,4% in soli dodici mesi.

    L’adozione è quindi raddoppiata mentre noi stavamo ancora discutendo se l’IA fosse una minaccia o un’opportunità.

    Se l’adozione raggiungesse il 78%, l’incremento di produttività genererebbe 312 miliardi di euro di valore aggiunto, circa il 18,2% del PIL italiano.

    Eppure, c’è un elemento che caratterizza questa trasformazione ed è il divario che esiste tra le aziende sulla base delle loro dimensioni.

    Se le grandi imprese guidano la carica con tassi di adozione che sfiorano il 50%, le PMI, cuore pulsante dell’economia italiana, restano ancora ai margini. Non si tratta solo di budget da allocare alla IA, è un problema di visione.

    Infatti, solo il 36,7% delle piccole e medie imprese indica la mancanza di competenze interne come il vero ostacolo. In sostanza, è come dire che queste aziende hanno le chiavi di una macchina potentissima ma non sanno “ancora” come guidarla.

    L'Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026
    L’Intelligenza Artificiale e il mercato del lavoro in Italia nel 2026

    Il mito della sostituzione: il tempo “liberato” e il rischio junior

    Spesso si cede alla narrazione sensazionalistica dell’IA che “ruba” il lavoro. Ma come avevo scritto spiegando che l’intelligenza artificiale non ruba il lavoro ma lo ridisegna, il vero impatto è molto più sottile e riguarda la struttura stessa delle professioni.

    Il rapporto evidenzia che, a pieno regime, l’IA potrebbe liberare in Italia ben 5,7 miliardi di ore lavorative all’anno. Non è tempo tolto alle persone, è tempo che l’algoritmo “restituisce” per attività a maggior valore aggiunto.

    Tuttavia, c’è un segnale che non possiamo ignorare e che lo studio definisce con chiarezza ed è l’impatto sui giovani. Nelle professioni più esposte all’IA, l’assunzione di profili entry-level sta rallentando sensibilmente.

    Le aziende non licenziano chi è già dentro, perché l’esperienza senior serve a governare l’algoritmo, ma chiudono le porte d’ingresso. È un rischio strutturale che rischia di spezzare la catena della trasmissione del sapere aziendale.

    In Italia, questo rischio riguarda potenzialmente 4,75 milioni di lavoratori, circa un terzo di quelli esposti, concentrati soprattutto in ruoli routinari nei settori bancario, amministrativo e dei trasporti. È qui che l’esposizione si trasforma in vulnerabilità se non interviene una strategia di reskilling immediata.

    La geografia di una trasformazione cognitiva

    Un altro aspetto fondamentale che emerge dalla ricerca è la natura dell’IA italiana. Non parliamo di robotica fisica – che interessa solo il 6% delle imprese – ma di un’IA “cognitiva” e linguistica. Il 70% delle aziende la utilizza per il text mining e l’analisi dei dati.

    Questa evoluzione sta disegnando una nuova mappa del Paese:

    • Il Nord-ovest traina l’adozione con punte del 19%, ma il Mezzogiorno riserva una sorpresa: qui si concentra la maggior quota di lavoratori con competenze “complementari”, figure che l’IA non sostituisce ma potenzia.
    • Milano e Roma sono diventate le calamite del settore, con annunci di lavoro legati all’IA cresciuti del 246%, creando una pressione senza precedenti sul mercato del recruitment dove il 60% delle imprese dichiara di non riuscire a trovare gli specialisti necessari.

    Tra i settori, l’ICT guida la classifica (oltre 50%), seguito da spettacolo, editoria e telecomunicazioni (35-40%)

    L’IA e la sfida della formazione

    C’è un elemento che però rischia di far fallire l’intera transizione ed è il paradosso della consapevolezza.

    Oltre il 50% degli italiani esprime preoccupazione per l’IA, eppure circa il 60% ammette di non avere competenze digitali adeguate. Siamo spaventati da ciò che non conosciamo e che non sappiamo usare.

    Lo studio propone un’agenda di 23 raccomandazioni, tra cui la sperimentazione di un “conto personale di formazione per l’IA”. L’idea è quella di rendere la formazione un diritto alla portata di tutti, uno “zaino” che segua il lavoratore lungo tutta la carriera.

    Perché il punto non è più chiederci se l’IA cambierà il nostro modo di lavorare – i dati dicono che lo ha già fatto – ma quanto saremo capaci di cambiare noi per restare al passo.

    In questa corsa verso un mercato che supererà i 2,5 miliardi entro il 2028, la vera domanda che dobbiamo porci è un’altra: siamo pronti a trasformare la nostra atavica resistenza al cambiamento in un vantaggio competitivo, investendo sulle persone prima ancora che sugli algoritmi?

    Staremo a vedere se questa volta la formazione diventerà davvero l’infrastruttura strategica del Paese o se resterà l’ennesima occasione sprecata per governare l’IA.

  • Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

    Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

    Tim Cook lascia la guida di Apple dopo quindici anni. Dal 1° settembre 2026 il nuovo CEO sarà John Ternus, responsabile dell’ingegneria hardware e da venticinque anni in azienda. Un passaggio di consegne che segna la fine di un’era e apre una nuova stagione per il colosso di Cupertino.

    La notizia è che Tim Cook lascia la carica di CEO il 1° settembre 2026, dopo quindici anni alla guida del colosso di Cupertino. Al suo posto arriva John Ternus, attuale senior vice president of Hardware Engineering, che diventerà l’ottavo CEO nella storia di Apple. Cook assumerà il ruolo di executive chairman.

    Tim Cook assume la carica di CEO di Apple dopo le dimissioni di Steve Jobs del 24 agosto 2011, poco meno di due mesi prima della sua scomparsa avvenuta il 5 ottobre del 2011.

    Sin da subito era chiaro in quel momento che non sarebbe stato facile per nessuno assumere la guida di un’azienda che era assolutamente in simbiosi con il suo condottiero. Un’impresa ardua che Cook decide si assumere, con coraggio.

    È entrato nella cattedrale del design tecnologico, celebrata in tutto il mondo, in punta di piedi, sempre con grande rispetto e ha cercato di portare il suo stile, quasi all’opposto del suo ingombrante predecessore.

    Nel corso dei 15 anni alla guida del colosso di Cupertino, Tim Cook ha trasformato questo approccio in un sistema, portando l’azienda da una capitalizzazione di circa 350 miliardi di dollari a oltre 4.000 miliardi, diventando uno dei CEO più longevi e di maggior successo nella storia della tecnologia.

    Dal 1° settembre 2026, dunque, Tim Cook diventerà executive chairman del consiglio di amministrazione di Apple.

    Non si tratta di una semplice rotazione manageriale, ma segna la fine di un’era e, insieme, dell’apertura di un’altra. Per capire cosa cambia, bisogna capire chi è stato Cook e chi è Ternus.

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    Da Tim Cook a John Ternus, Apple alla sfida della IA

    Tim Cook e la sua rivoluzione silenziosa

    Cook nasce il 1° novembre 1960 a Mobile, in Alabama, e cresce a Robertsdale, una cittadina del Sud degli Stati Uniti in cui non ci sono colossi tecnologici né modelli da seguire.

    Si laurea in ingegneria industriale all’Università di Auburn nel 1982 e poi aggiunge un MBA alla Duke University nel 1988. Lavora dodici anni in IBM, arrivando a dirigere l’area distribuzione per il Nord America. Poi Intelligent Electronics, poi Compaq.

    Quando nel 1998 Steve Jobs lo chiama ad Apple, Cook ha già costruito una reputazione solida come curatore di catene di approvvigionamento. Non è un visionario nel senso che l’industria tecnologica associa a quel termine. È qualcosa di diverso: un grande manager che sa far funzionare le cose, da dietro le quinte però.

    Per Cook, tenere merce ferma in magazzino era uno spreco. Lo disse esplicitamente, con quella capacità pragmatica tipica dei grandi manager che curano i cicli produttivi.

    Portò il ciclo di rotazione delle scorte da mesi a giorni. Una rivoluzione silenziosa, lontana dai riflettori, che non genera titoli ma genera profitti. E in quegli anni, Jobs capisce che Cook è la persona che può far funzionare la macchina, mentre lui pensa ai prodotti.

    Quando Jobs muore, sei settimane esatte dopo aver ceduto formalmente la carica di CEO a Cook, molti si chiedono se Apple sopravviverà senza il suo fondatore. La risposta è scritta nei quindici anni successivi, sotto forma di numeri difficili che oggi sono difficili da contestare.

    Tim Cook e John Ternus
    Tim Cook e John Ternus

    Tim Cook e i numeri che nessuno si aspettava

    I dati del periodo Cook raccontano una storia che, ripetuta, rischia di sembrare banale per la sua grandiosità, ma che in realtà non ha precedenti nella storia del colosso di Cupertino.

    Il fatturato di Apple è passato da 110 miliardi di dollari nel 2011 a 416 miliardi nel 2025, un incremento di quasi quattro volte.

    I profitti sono quadruplicati, da 25 miliardi a 112 miliardi. La capitalizzazione di mercato è cresciuta di oltre dieci volte, da 350 miliardi a oltre 4.000 miliardi, rendendo Apple la terza azienda più grande al mondo per valore di borsa.

    Ma la vera eredità di Cook è un sistema. Due scommesse strategiche che, nell’era dei dell’intelligenza artificiale, appaiono più azzeccate di quanto sembrassero al momento.

    La prima è il silicio proprietario. Nel 2020, Apple ha annunciato l’abbandono dei chip Intel in favore dei propri chip della serie M, sviluppati internamente. Una mossa controcorrente che ha dato ad Apple un vantaggio tecnico enorme in termini di prestazioni e consumi energetici, e che si è rivelata quasi perfetta per l’era dell’intelligenza artificiale: i chip M sono ideali per l’elaborazione locale dei modelli AI, il cosiddetto “edge computing”, che Apple ha ribattezzato Apple Intelligence.

    La seconda è i Servizi. Cook ha trasformato l’App Store, iCloud, Apple Music, Apple TV+, Apple Pay e Apple Arcade in un ecosistema che nel 2025 ha generato 106 miliardi di dollari di ricavi, con un margine lordo di circa il 75%, più del doppio rispetto ai margini dell’hardware.

    In buona sostanza, ha costruito una macchina da soldi che gira indipendentemente dall’uscita del prossimo iPhone.

    Tim Cook e i valori come strategia

    C’è poi un aspetto del profilo di Cook che viene spesso trattato come secondario, ma che invece è risultato centrale. Ed è il suo modo di affrontare le grandi questioni sociali e politiche.

    Cook è stato il primo e unico CEO di una società Fortune 500 a dichiarare pubblicamente la sua omosessualità, nel 2014. Ha fatto della privacy degli utenti un pilastro della strategia Apple, in un’epoca in cui i rivali come Google e Meta costruivano i propri modelli di business sulla raccolta dei dati personali.

    Successivamente, ha assunto Lisa Jackson, ex direttrice dell’EPA, l’agenzia americana per la protezione ambientale, per guidare gli impegni di Apple sul clima. Non si è disdegnato di posizione sui diritti civili, sull’immigrazione, sull’uguaglianza.

    Questo però non ha impedito a Cook di navigare acque politicamente difficili con una certa disinvoltura diplomatica. E qui arriviamo al capitolo più controverso dei suoi ultimi anni.

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    Tim Cook all’inaugurazione del secondo mandato di Trump

    Tim Cook, Trump e il prezzo della sopravvivenza

    La relazione tra Cook e Donald Trump è uno di quei casi in cui la realpolitik e l’immagine pubblica di un CEO importante entrano in collisione in maniera evidenza.

    Durante il primo mandato di Trump, tra il 2017 e il 2021, Cook aveva sviluppato una strategia precisa per gestire il presidente. Niente lobbisti, niente intermediari, niente comunicati ufficiali, ma telefonate dirette, cene riservate, affrontando un argomento per volta.

    Nel 2018, quando Trump introdusse i primi dazi pesanti sulle importazioni dalla Cina, Cook si sedette al tavolo ne momento giusto e ottenne quello che cercava. Ossia esenzioni mirate su iPhone, Apple Watch e componenti Mac. In cambio, promise investimenti e stabilimenti negli Stati Uniti. Gli stabilimenti, va detto, rimasero in gran parte sulla carta mentre le esenzioni furono effettive.

    Con il secondo mandato, però, il copione si è fatto più complicato. Cook ha partecipato alla cerimonia di insediamento di Trump nel gennaio 2025, effettuando la donazione personale di un milione di dollari al fondo per l’inaugurazione presidenziale.

    È la Casa Bianca nell’agosto 2025 portando in dono una teca di vetro su base d’oro a 24 carati costruita con materiali americani, annunciando al contempo nuovi investimenti da 100 miliardi di dollari negli Stati Uniti, per un impegno totale di 600 miliardi. Ha presenziato a una proiezione privata di un documentario su Melania Trump.

    Il tutto mentre i dazi stavano comunque costando ad Apple cifre enormi: solo nell’ultimo trimestre del 2025, Apple ha dichiarato costi aggiuntivi per 1,1 miliardi di dollari legati alle tariffe commerciali. E mentre Trump, in un viaggio a Riyadh, si lamentava pubblicamente dicendo di “avere un piccolo problema con Tim Cook”, in particolare per i piani di Apple di spostare parte della produzione dall’India anziché negli Stati Uniti.

    Cook, di fronte alle critiche, ha adottato una linea difensiva quanto mai calibrata: “Quello che faccio è rapportarmi sulle normative, non sulla politica”. Una distinzione sottile che si è dimostrata difficile da sostenere alla luce dei comportamenti concreti.

    Il giudizio complessivo su questa fase di Cook, possiamo dirlo, è emerso molto diviso.

    In questa ultima fase Cook non ha fatto altro che seguire le politiche di Trump, mettendo da parte la sua visione che era stata chiara nel primo mandato del presidente Usa. Un cambio di passo che ha finito per gettare ben più di qualche ombra sulla sua storia.

    John Ternus, l’uomo dei prodotti

    Ora arriviamo al protagonista del futuro.

    John Ternus, CEO di Apple
    John Ternus, CEO di Apple

    John Ternus nasce in California attorno al 1975, cresce con la passione per il nuoto e per l’ingegneria, e studia ingegneria meccanica all’Università della Pennsylvania, dove gareggia nella squadra universitaria di nuoto. La sua tesi di laurea è già rivelatrice del suo carattere. Infatti, progetta un braccio robotico per l’alimentazione controllabile da persone con tetraplegia attraverso movimenti della testa. È un ingegnere che pensa ai problemi reali delle persone. Arriverà a laurearsi nel 1997.

    Dopo quattro anni a Virtual Research Systems, dove progetta visori per la realtà virtuale, entra in Apple nel 2001, giusto nel momento in cui Steve Jobs sta ricostruendo l’azienda dopo quasi un decennio di declino.

    Entra nel team di product design e da lì non se ne andrà più. Nel 2013 diventa responsabile dell’ingegneria hardware, nel 2020 assume la responsabilità anche dell’iPhone, e nel 2021 viene promosso a senior vice president, il grado più alto del management operativo, diventando il membro più giovane del team esecutivo di Apple. Bloomberg lo descrive come “carismatico e molto apprezzato” internamente.

    Nel corso di quasi venticinque anni in Apple, Ternus ha avuto le mani su praticamente tutto ciò che l’azienda ha prodotto: iPad, AirPods, Apple Watch, Mac, iPhone. È lui a guidare la transizione al silicio proprietario con i chip M ed è sempre lui a seguire lo sviluppo dell’Apple Vision Pro, il visore per la realtà mista che, diciamolo, ha faticato a trovare un mercato dopo il lancio del 2024.

    Ternus ha poi spinto Apple verso materiali più sostenibili e verso prodotti più riparabili, una battaglia culturale non banale dentro un’azienda storicamente orientata a prodotti sigillati e non modificabili.

    John Ternus e le sfide che lo aspettano

    Ternus, 51 anni, arriva alla guida di Apple quasi alla stessa età in cui Cook aveva rilevato il ruolo da Jobs. È una coincidenza notata da molti, ma le condizioni sono diverse, e le sfide anche.

    La sfida più grande che lo attende è ovviamente l’intelligenza artificiale.

    Apple è, stranamente, in ritardo rispetto ai concorrenti su questo fronte. Siri è rimasta indietro mentre ChatGPT e Gemini di Google ridefinivano le aspettative degli utenti. A dicembre 2025, Apple ha cambiato la leadership del suo team AI, sostituendo il precedente responsabile con un veterano di Google.

    L’azienda ha annunciato che lancerà una versione aggiornata di Siri basata sul modello Gemini di Google.

    Il fatto che il nuovo CEO venga dall’ingegneria hardware, e non dai servizi o dall’AI, è un segnale che in molti leggono come la scelta di puntare sull’integrazione tra hardware e intelligenza artificiale, l’”edge AI”, come tratto distintivo rispetto ai concorrenti.

    C’è poi la questione dei dazi e della catena di approvvigionamento. La produzione Apple è ancora concentrata per oltre il 90% in Asia, principalmente in Cina attraverso Foxconn. Spostare quella produzione negli Stati Uniti, come Trump continua a chiedere, sarebbe economicamente devastante per il colosso di Cupertino.

    Secondo le stime di Bank of America, produrre un iPhone in America costerebbe così tanto da far superare al prezzo base i 2.000 dollari. Ternus si troverà quindi a gestire questa tensione strutturale, probabilmente con Cook a fare da scudo diplomatico nel ruolo di executive chairman.

    E poi c’è il dossier Jony Ive. Il leggendario designer che ha dato all’iPhone la sua identità estetica ha lasciato Apple nel 2019, ed è poi passato a OpenAI. Da allora, l’azienda ha continuato a lanciare prodotti eccellenti dal punto di vista ingegneristico, ma la visione estetica radicale che aveva caratterizzato l’era Jobs-Ive si è fatta meno definita. Ternus è un ingegnere, non un designer, sarà interessante osservare se saprà costruire attorno a sé il team creativo che serve proprio in questa fase.

    L’eredità Apple che passa di mano

    La transizione che Apple ha annunciato il 20 aprile 2026 rappresenta un passaggio tra due filosofie incarnate da due persone diverse.

    Cook ha guidato Apple con la logica del sistema, curando la catena di approvvigionamento, margini, ecosistema, diplomazia. È riuscito a costruire la macchina più profittevole della storia industriale moderna.

    Ternus arriva con la logica del prodotto, e quindi hardware, materiali, ingegneria, integrazione. È una scelta precisa nel segno di Apple ripartendo dai prodotti ridisegnandoli nell’era della IA.

    Cook come executive chairman gestirà i rapporti con i governi e le istituzioni, il che in questo momento storico significa, soprattutto, gestire il rapporto con l’amministrazione Trump e i suoi dazi.

    È un compito che libera Ternus dalle pressioni più politiche e gli permette, almeno in teoria, di concentrarsi sui prodotti.

    Resta da vedere se questa divisione dei ruoli funzionerà nella pratica, e se Ternus riuscirà a fare ciò che Cook ha fatto. E cioè ereditare un’azienda costruita attorno alla personalità di un fondatore leggendario e trasformarla in qualcosa di ancora più grande. Cook ci è riuscito, in parte.

    Adesso tutti attendono Ternus per vedere cosa sarà in gradi di fare.

  • Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Meta sta sviluppando un clone IA di Zuckerberg per interagire con i dipendenti. È l’ultimo capitolo di un’ossessione decennale per gli alter ego digitali, dalla realtà virtuale del 2016 al metaverso, fino alla superintelligenza.

    Partiamo da questa scena. Barcellona, febbraio 2016, quindi 10 anni fa al Mobile World Congress. Mark Zuckerberg fa il suo ingresso spettacolare in una sala gremita di giornalisti, mentre nessuno di loro lo nota. Sono tutti girati dalla parte opposta, immersi in visori per la realtà virtuale, intenti a osservare una scena che si svolge altrove, in un mondo simulato.

    Lui passa alla loro destra con un’espressione soddisfatta, quasi trionfante. Un’immagine che diventerà virale e storica allo stesso tempo e, a guardarla bene, fa ancora oggi un certo effetto.

    Quella scena oggi quasi surreale dava l’idea di quello che sarebbe stata la realtà virtuale social secondo Zuckerberg: un networking di persone riprodotto in un mondo non reale, totalmente ricostruito, simulato. Una realtà non reale attraverso la quale provare instaurare relazioni tra persone.

    Sono passati dieci anni esatti da allora e in questi giorni Zuckerberg ci riprova, con strumenti diversi certo, ma sempre con lo stesso identico pallino. Ossia quello di creare alter ego digitali che possano essere presenti ovunque senza esserci fisicamente.

    Secondo quanto riportato dal Financial Times, Meta sta sviluppando un clone IA fotorealistico del suo CEO, addestrato sui suoi modi di fare, sul suo tono e sulle sue dichiarazioni pubbliche, con l’obiettivo di farlo interagire con i dipendenti quando Zuckerberg non può o non vuole farlo di persona. Il CEO stesso starebbe supervisionando il progetto, dedicandoci dalle cinque alle dieci ore a settimana di quello che ormai si chiama vibe coding (sviluppo software con l’assistenza della IA).

    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso
    Dopo 10 anni, Zuckerberg insiste a clonare se stesso

    Un nuovo tentativo di cloni digitali dopo 10 anni

    Per capire cosa sta succedendo oggi ritorniamo a quel febbraio 2016.

    Due anni prima Facebook aveva acquisito Oculus VR per 2 miliardi di dollari, e Zuckerberg non aveva mai fatto mistero che quello fosse il segnale di un futuro nella realtà virtuale. Al Mobile World Congress di Barcellona 2016, quel futuro sembrava essere arrivato.

    Con la realtà virtuale le opportunità di connessione tra amici sarebbero state molte di più, al punto da vivere insieme, quindi virtualmente, esperienze che si svolgono in parti del mondo diverse. Era il pallino di Zuckerberg, e dopo aver lanciato il più grande social network, voleva passare alla storia anche come il pioniere della realtà virtuale in salsa social.

    Cinque anni dopo, nell’ottobre 2021, quel pallino diventa addirittura strategia aziendale. Facebook Inc. cambia nome e diventa Meta. L’accoglienza del nuovo nome fu tutt’altro che entusiasmante. A molti sembrò un’operazione di maquillage per distrarre l’opinione pubblica dai Facebook Papers e dalle rivelazioni di Frances Haugen.

    Ma si trattava anche di una mossa strategica con investimenti da 10 miliardi di dollari e l’assunzione di 10.000 persone in Europa. Tutto con l’obiettivo di costruire il metaverso.

    Il metaverso era la versione aggiornata della stessa visione: mondi virtuali dove le persone avrebbero potuto incontrarsi, lavorare, socializzare attraverso avatar digitali. Il concetto di alter ego era al centro di tutto. Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone, avrebbe dovuto essere il luogo dove tutto questo si sarebbe materializzato.

    Il metaverso, la promessa non mantenuta

    Ma le cose non sono andate come previsto.

    Reality Labs, la divisione dedicata al metaverso, ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta ha tagliato la spesa per il metaverso fino al 30%. E il colpo più simbolico è arrivato poche settimane fa: Horizon Worlds verrà rimosso dalla VR il prossimo 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.

    Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.

    L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato tutto. Adesso si parla di Muse Spark e i Superintelligence Labs,

    In buona sostanza, Meta ha liquidato il metaverso, sacrificato i propri scienziati di punta, e dirottati centinaia di miliardi di dollari verso l’IA. Con l’addio di Yann LeCun e la rimozione di Chris dalla supervisione dell’IA, il ventottenne Alexandr Wang è diventato il primo Chief AI Officer nella storia dell’azienda.

    Ma restiamo concentrati sul tema. Dopo tutto questo, il pallino di Zuckerberg non è cambiato. È cambiata solo la tecnologia con cui cerca di realizzarla, ma la sua idea nel corso di questi anni è rimasta intatta.

    Mark Zuckerberg al MWC 2016
    Mark Zuckerberg al MWC 2016

    Dal metaverso al clone IA

    Nel 2016 la visione era la realtà virtuale social: essere presenti in un altro luogo senza esserci fisicamente. Nel 2021 è diventato metaverso: vivere in mondi virtuali attraverso avatar. Nel 2026 è la superintelligenza personale: avere un compagno IA che ci conosce profondamente e può agire al posto nostro.

    Il clone IA di Zuckerberg si inserisce perfettamente in questa progressione. Non è un’idea nuova, è la stessa idea di sempre realizzata con strumenti diversi. L’obiettivo resta quello di creare versioni digitali di persone reali che possano interagire al posto loro.

    Va detto, Meta ci ha già provato. Nel 2023 l’azienda aveva annunciato che avrebbe pagato milioni di dollari a celebrity come Snoop Dogg per trasformarle in chatbot. Il progetto è stato un fallimento e i chatbot hanno finito per fare dichiarazioni imbarazzanti per conto dei loro equivalenti in carne e ossa.

    Nel 2024 è arrivato AI Studio, che permette ai creator di Instagram di costruire versioni IA di se stessi per interagire con i fan via DM. Anche questo progetto ha avuto i suoi problemi, al punto che Meta ha dovuto bloccare l’accesso ai teenager dopo le critiche sulla salute mentale dei minori.

    Ora Zuckerberg sta applicando la stessa logica, partendo da se stesso.

    Il clone IA sarà addestrato non solo sui suoi modi di fare e sul suo tono, ma anche sul suo pensiero recente riguardo alle strategie aziendali. L’idea, secondo il Financial Times, è che i dipendenti possano sentirsi più connessi al fondatore attraverso le interazioni con il suo avatar digitale.

    La trasformazione del CEO nel corsi di questi 10 anni

    Nel 2016, quando Zuckerberg immaginava la realtà virtuale social, il ruolo del CEO di una grande azienda tecnologica era sostanzialmente quello di guida interna. Certo, le figure come lui erano già personaggi pubblici, ma la loro funzione principale restava quella di dirigere l’azienda, non di rappresentarla costantemente verso l’esterno.

    Dieci anni dopo, quel ruolo è cambiato radicalmente. I CEO delle grandi piattaforme di oggi sono diventati figure mediatiche a tutti gli effetti, produttori di contenuti che incarnano la visione aziendale.

    Lo vediamo con Sam Altman di OpenAI, che costruisce la propria immagine pubblica attraverso podcast, interviste, post sui social.

    E lo vediamo con lo stesso Zuckerberg, che negli ultimi anni ha curato attentamente la propria trasformazione da nerd impacciato a imprenditore sportivo e appassioandosi alle arti marziali miste.

    Il CEO non è più solo chi prende le decisioni. È una figura oggi che comunica la narrazione, che costruisce il brand, che incarna l’identità dell’azienda agli occhi del pubblico, degli investitori, delle istituzioni.

    E adesso Zuckerberg vuole clonare proprio quella figura.

    Cosa significa davvero clonare il CEO

    Se il ruolo del CEO moderno include la costruzione di una narrazione, la comunicazione di una visione, l’incarnazione di valori aziendali, cosa succede quando quella figura viene replicata artificialmente?

    Un avatar IA addestrato sulle dichiarazioni pubbliche e sul pensiero strategico di Zuckerberg può rispondere a domande, offrire feedback, partecipare a riunioni. Ma potrebbe incarnare una visione? Potrebbe trasmettere fiducia? Potrebbe davvero prendere decisioni che comportano responsabilità?

    Il Financial Times riporta che esiste anche un progetto separato, un CEO agent progettato per aiutare Zuckerberg a recuperare informazioni e svolgere compiti al suo posto.

    Si tratta di due progetti distinti ma complementari: uno clona la presenza, l’altro automatizza le funzioni.

    C’è poi la questione della governance. Se l’avatar IA di Zuckerberg dà un feedback a un dipendente, chi è responsabile di quel feedback? Se prende una posizione su una questione strategica, quella posizione riflette davvero il pensiero del CEO o si parla di approssimazione della IA? E se il clone dice qualcosa di sbagliato, come è già successo con i chatbot delle celebrity, chi ne risponde?

    Certo che sono tutte questioni che saranno risolte, ove mai questo progetto prenderà davvero piede, ma sono comunque domande da porsi in questo frangente.

    Dieci anni dopo, la stessa domanda

    Ma la realtà virtuale social affascina o inquieta?

    Dieci anni dopo, la domanda è la stessa ma la tecnologia, e il mondo, è cambiata.

    Non si tratta più di mondi virtuali dove incontrarsi come avatar, oggi si parla di creare copie di persone reali, che possano agire, parlare, decidere al loro posto. E se il primo esperimento è il CEO di una delle aziende più potenti del mondo, il passo successivo potrebbe essere davvero chiunque.

    Il Financial Times riporta che se l’esperimento con Zuckerberg avrà successo, Meta prevede di permettere ai creator di costruire avatar IA di se stessi, espandendo il progetto dimostrato al Meta Connect del 2024.

    Nel frattempo, tra licenziamenti e nuove strategie sulla IA, Meta sta spingendo i propri dipendenti a usare strumenti di automazione e software agentici.

    Insomma, Zuckerberg dimostra che il suo obiettivo resta quello di sempre. E per trasformarlo in realtà sarebbe disposto a cambiare anche la sua azienda. Il primo tentativo col metaverso è andato come abbiamo visto. Forse quello con la IA gli potrebbe andare bene. Forse.

  • Ecco Muse Spark, la superintelligenza di Meta

    Ecco Muse Spark, la superintelligenza di Meta

    Meta ha presentato Muse Spark, il primo modello di IA sviluppato dal nuovo Superintelligence Lab. È un modello proprietario che segna una rottura netta con la filosofia open source che aveva caratterizzato Meta fino a ieri. La domanda è se tutto questo basterà a colmare il divario con OpenAI, Anthropic e Google.

    Mark Zuckerberg ha al momento diversi problemi, ma uno in particolare ce l’ha con le promesse. Nel gennaio 2025 aveva annunciato che sarebbe stato un anno decisivo per l’intelligenza artificiale di Meta, con Llama 4 pronto a diventare il modello stato dell’arte e Meta AI destinata a raggiungere un miliardo di utenti.

    Un anno dopo, Llama 4 è soltanto un ricordo imbarazzante, il Chief AI Scientist che lo aveva costruito se n’è andato sbattendo la porta, e Zuckerberg si ritrova a presentare qualcosa di completamente diverso.

    E parliamo di Muse Spark, il primo modello sviluppato da un laboratorio che non esisteva nemmeno dodici mesi fa.

    Ma questa volta la posta in gioco è diversa. Non si tratta di un aggiornamento incrementale o di una nuova versione di un prodotto esistente.

    Muse Spark rappresenta una rottura totale con il passato di Meta. È un modello proprietario invece che open source ed è stato costruito da un team quasi interamente nuovo.

    Muse Spark rappresenta il prodotto concreto di una riorganizzazione che ha investito ogni livello dell’azienda. Centinaia di licenziamenti, l’abbandono progressivo del metaverso, investimenti da 135 miliardi di dollari nel solo 2026. E al centro di tutto, un ventottenne che fino a ieri guidava un’azienda di etichettatura dati. Ma andiamo con ordine.

    Muse Spark nasce dalle ceneri di Llama

    Per capire Muse Spark bisogna partire da quello che è successo prima.

    Nell’aprile 2025, Meta lancia Llama 4 nelle varianti Maverick e Scout, ma il rilascio è un disastro. Yann LeCun, premio Turing 2019 e Chief AI Scientist di Meta dal 2013, ammetterà poi al Financial Times che i risultati erano stati falsificati: il team aveva usato versioni ottimizzate per specifici benchmark, gonfiando artificialmente le prestazioni. Il modello di punta, Behemoth, viene rinviato più volte e infine accantonato.

    Zuckerberg, furioso, mette da parte l’intera organizzazione GenAI e inizia a reclutare personalmente un nuovo team.

    Crea un gruppo WhatsApp chiamato Recruiting Party attivo 24 ore su 24. Il risultato di quella crisi è Muse Spark, nome in codice interno Avocado, costruito da zero in nove mesi dal nuovo Meta Superintelligence Labs. Non è una versione evoluta di Llama, è un modello completamente diverso, ricostruito a partire da un nuovo stack di pre-training.

    Cosa fa Muse Spark

    Proviamo a spiegarlo in modo semplice, perché è importante capire di cosa stiamo parlando.

    Muse Spark è un modello di intelligenza artificiale multimodale, il che significa che può elaborare testo, immagini e voce contemporaneamente.

    Ha una finestra di contesto di 262.000 token, vale a dire che può tenere a mente una quantità enorme di informazioni durante una conversazione. E opera in tre modalità diverse a seconda di cosa gli viene chiesto.

    La modalità Instant serve per le domande rapide: chiedi qualcosa, ottieni una risposta immediata. La modalità Thinking attiva un ragionamento più profondo per problemi complessi. Ma la vera novità è la modalità Contemplating, che orchestra più sotto-agenti che ragionano in parallelo.

    In pratica, se chiedi a Meta AI di pianificare un viaggio in famiglia, un agente si occupa dell’itinerario, un altro confronta le destinazioni, un terzo cerca le attività adatte ai bambini. Tutto contemporaneamente.

    Tra le capacità distintive c’è il ragionamento visivo: si può fotografare uno scaffale di snack in aeroporto, ad esempio, e Muse Spark ti dice quali hanno più proteine senza che tu debba leggere le etichette.

    C’è poi una modalità shopping che integra dati comportamentali dalle piattaforme Meta. E ci sono capacità di ragionamento medico sviluppate in collaborazione con oltre mille medici, anche se su questo punto, va detto, i dubbi sulla privacy restano aperti.

    Muse Spark, una storia all’inseguimento

    I benchmark sono il modo in cui l’industria misura le capacità dei modelli di IA, e quelli di Muse Spark raccontano dei dati interessanti.

    Sull’Artificial Analysis Intelligence Index, il modello di Meta ottiene un punteggio di 52, collocandosi nella top 5 globale ma dietro a GPT-5.4 e Gemini 3.1 Pro, entrambi a 57, e leggermente sotto Claude Opus 4.6, a 53. Il salto rispetto ai modelli Llama 4 è enorme: Maverick aveva ottenuto 18, Scout appena 13.

    Dove Muse Spark eccelle davvero è nei benchmark specialistici.

    Nel ragionamento medico batte GPT-5.4 e surclassa tutti gli altri. Nella comprensione di grafici e figure supera anche i migliori modelli di OpenAI. Ma i punti deboli sono altrettanto significativi: nel ragionamento astratto il divario con Gemini è drastico, 42.5 contro 76.5. E nel coding agentico, che è diventato l’obiettivo principale di Anthropic e degli altri nella corsa all’IA, GPT-5.4 lo supera nettamente.

    C’è poi un aspetto che va sottolineato, perché riguarda la credibilità di questi numeri.

    I benchmark auto-dichiarati di Meta vanno trattati con cautela data la storia recente.

    Fortune ha notato che le verifiche indipendenti mostrano a volte discrepanze: su alcuni test, Meta dichiara risultati che i laboratori esterni non riescono a replicare. È un problema di fiducia che l’azienda dovrà risolvere.

    L’abbandono dell’open source e la svolta strategica

    La scelta closed source è il cambio di rotta più clamoroso.

    Nel luglio 2024, Zuckerberg aveva pubblicato un manifesto intitolato Open Source AI is the Path Forward, paragonando Llama a Linux e argomentando che l’IA open source rappresentava la migliore possibilità del mondo di sfruttare questa tecnologia. Appena due anni dopo, Muse Spark è completamente un modello proprietario.

    Le ragioni di questa inversione sono diverse.

    Primo, la pressione competitiva: dopo il fallimento di Llama 4, Meta non può permettersi di regalare le proprie innovazioni ai concorrenti.

    Secondo, il precedente di DeepSeek: il laboratorio cinese aveva copiato con successo l’architettura di Llama per sviluppare il proprio modello R1, dimostrando concretamente i rischi della strategia aperta.

    Terzo, la monetizzazione: Meta sta sperimentando l’accesso API a pagamento, attualmente in anteprima privata per partner selezionati.

    La strategia emergente sembra quella di un modello freemium: i modelli più potenti e recenti restano proprietari e disponibili tramite API a pagamento, mentre le versioni precedenti vengono rilasciate come open source. Meta ha dichiarato di sperare di rendere open source le future versioni del modello, ma senza fornire alcuna tempistica. Tradotto: per ora resta tutto chiuso.

    Alexandr Wang e i 14 miliardi di dollari per un ventottenne

    A guidare il Meta Superintelligence Labs c’è Alexandr Wang, nominato primo Chief AI Officer nella storia di Meta. La sua storia merita di essere raccontata perché dice molto sulla scommessa che Zuckerberg sta facendo.

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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Meta ha presentato Muse Spark, il primo modello di IA sviluppato dal nuovo Superintelligence Lab. È un modello proprietario che segna una rottura netta con la filosofia open source che aveva caratterizzato Meta fino a ieri. La domanda è se tutto questo basterà a colmare il divario con OpenAI, Anthropic e Google.</strong></h2>
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<p>Mark Zuckerberg ha al momento diversi problemi, ma uno in particolare ce l'ha con le promesse. Nel gennaio 2025 aveva annunciato che sarebbe stato un anno decisivo per l'intelligenza artificiale di Meta, con Llama 4 pronto a diventare il modello stato dell'arte e Meta AI destinata a raggiungere un miliardo di utenti. </p>
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<p>Un anno dopo, <a href="https://www.franzrusso.it/?s=Llama" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Llama</a> 4 è soltanto un ricordo imbarazzante, il Chief AI Scientist che lo aveva costruito se n'è andato sbattendo la porta, e Zuckerberg si ritrova a presentare qualcosa di completamente diverso.</p>
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<p>E <a href="https://about.fb.com/news/2026/04/introducing-muse-spark-meta-superintelligence-labs/">parliamo di Muse Spark, il primo modello sviluppato da un laboratorio che non esisteva nemmeno dodici mesi fa</a>.</p>
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<p>Ma questa volta la posta in gioco è diversa. Non si tratta di un aggiornamento incrementale o di una nuova versione di un prodotto esistente. </p>
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<p>Muse Spark rappresenta una rottura totale con il passato di Meta. È un modello proprietario invece che open source ed è stato costruito da un team quasi interamente nuovo.</p>
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<p>Muse Spark rappresenta il prodotto concreto di una riorganizzazione che ha investito ogni livello dell'azienda. Centinaia di licenziamenti, l'abbandono progressivo del metaverso, investimenti da 135 miliardi di dollari nel solo 2026. E al centro di tutto, un ventottenne che fino a ieri guidava un'azienda di etichettatura dati. Ma andiamo con ordine.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Muse Spark nasce dalle ceneri di Llama</h2>
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<p>Per capire Muse Spark bisogna partire da quello che è successo prima. </p>
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<p>Nell'aprile 2025, Meta lancia Llama 4 nelle varianti Maverick e Scout, ma il rilascio è un disastro. <a href="https://www.franzrusso.it/intelligenza-artificiale/yann-lecun-laurea-ad-honorem-universita-siena/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Yann LeCun</a>, premio Turing 2019 e Chief AI Scientist di Meta dal 2013, ammetterà poi al Financial Times che i risultati erano stati falsificati: il team aveva usato versioni ottimizzate per specifici benchmark, gonfiando artificialmente le prestazioni. Il modello di punta, Behemoth, viene rinviato più volte e infine accantonato. </p>
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<p>Zuckerberg, furioso, mette da parte l'intera organizzazione GenAI e inizia a reclutare personalmente un nuovo team. </p>
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<p>Crea un gruppo WhatsApp chiamato Recruiting Party attivo 24 ore su 24. <strong>Il risultato di quella crisi è Muse Spark, nome in codice interno Avocado, costruito da zero in nove mesi dal nuovo Meta Superintelligence Labs</strong>. Non è una versione evoluta di Llama, è un modello completamente diverso, ricostruito a partire da un nuovo stack di pre-training.</p>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Cosa fa Muse Spark </strong></h2>
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<p>Proviamo a spiegarlo in modo semplice, perché è importante capire di cosa stiamo parlando. </p>
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<p><strong>Muse Spark è un modello di intelligenza artificiale multimodale, il che significa che può elaborare testo, immagini e voce contemporaneamente</strong>. </p>
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<p>Ha una finestra di contesto di 262.000 token, vale a dire che può tenere a mente una quantità enorme di informazioni durante una conversazione. E opera in tre modalità diverse a seconda di cosa gli viene chiesto.</p>
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<p>La modalità Instant serve per le domande rapide: chiedi qualcosa, ottieni una risposta immediata. La modalità Thinking attiva un ragionamento più profondo per problemi complessi. Ma la vera novità è la modalità Contemplating, che orchestra più sotto-agenti che ragionano in parallelo. </p>
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<p>In pratica, se chiedi a Meta AI di pianificare un viaggio in famiglia, un agente si occupa dell'itinerario, un altro confronta le destinazioni, un terzo cerca le attività adatte ai bambini. Tutto contemporaneamente.</p>
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<p>Tra le capacità distintive c'è il ragionamento visivo: si può fotografare uno scaffale di snack in aeroporto, ad esempio, e Muse Spark ti dice quali hanno più proteine senza che tu debba leggere le etichette. </p>
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<p>C'è poi una modalità shopping che integra dati comportamentali dalle piattaforme Meta. E ci sono capacità di ragionamento medico sviluppate in collaborazione con oltre mille medici, anche se su questo punto, va detto, i dubbi sulla privacy restano aperti.</p>
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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Muse Spark, una storia all'inseguimento</strong></h3>
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<p>I benchmark sono il modo in cui l'industria misura le capacità dei modelli di IA, e quelli di Muse Spark raccontano dei dati interessanti. </p>
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<p>Sull'<a href="https://artificialanalysis.ai/evaluations/artificial-analysis-intelligence-index">Artificial Analysis Intelligence Index</a>, il modello di Meta ottiene un punteggio di 52, <strong>collocandosi nella top 5 globale ma dietro a GPT-5.4 e Gemini 3.1 Pro</strong>, entrambi a 57, e leggermente sotto Claude Opus 4.6, a 53. Il salto rispetto ai modelli Llama 4 è enorme: Maverick aveva ottenuto 18, Scout appena 13.</p>
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<p>Dove Muse Spark eccelle davvero è nei benchmark specialistici. </p>
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<p>Nel ragionamento medico batte GPT-5.4 e surclassa tutti gli altri. Nella comprensione di grafici e figure supera anche i migliori modelli di OpenAI. Ma i punti deboli sono altrettanto significativi: nel ragionamento astratto il divario con Gemini è drastico, 42.5 contro 76.5. E nel coding agentico, che è diventato l'obiettivo principale di Anthropic e degli altri nella corsa all'IA, GPT-5.4 lo supera nettamente.</p>
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<p>Fortune ha notato che le verifiche indipendenti mostrano a volte discrepanze: su alcuni test, Meta dichiara risultati che i laboratori esterni non riescono a replicare. È un problema di fiducia che l'azienda dovrà risolvere.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">L'abbandono dell'open source e la svolta strategica</h2>
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<p>Nel luglio 2024, Zuckerberg aveva pubblicato un manifesto intitolato Open Source AI is the Path Forward, paragonando Llama a Linux e argomentando che l'IA open source rappresentava la migliore possibilità del mondo di sfruttare questa tecnologia. Appena due anni dopo, Muse Spark è completamente un modello proprietario.</p>
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<p>Secondo, il precedente di DeepSeek: il laboratorio cinese aveva copiato con successo l'architettura di Llama per sviluppare il proprio modello R1, dimostrando concretamente i rischi della strategia aperta. </p>
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<p>Terzo, la monetizzazione: Meta sta sperimentando l'accesso API a pagamento, attualmente in anteprima privata per partner selezionati.</p>
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<p>La strategia emergente sembra quella di un modello freemium: i modelli più potenti e recenti restano proprietari e disponibili tramite API a pagamento, mentre le versioni precedenti vengono rilasciate come open source. Meta ha dichiarato di sperare di rendere open source le future versioni del modello, ma senza fornire alcuna tempistica. Tradotto: per ora resta tutto chiuso.</p>
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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Alexandr Wang e i 14 miliardi di dollari per un ventottenne</strong></h3>
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<p>A guidare il Meta Superintelligence Labs c'è Alexandr Wang, nominato primo Chief AI Officer nella storia di Meta. La sua storia merita di essere raccontata perché ci dice molto sulla scommessa che Zuckerberg sta facendo. </p>
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<p>Nato nel 1997 a Los Alamos, figlio di fisici cinesi immigrati che lavoravano al laboratorio nazionale, Wang aveva fondato Scale AI a 19 anni abbandonando il MIT. A 24 anni era il più giovane miliardario self-made al mondo.</p>
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<p>Meta ha investito 14,3 miliardi di dollari per una quota del 49% in Scale AI, raddoppiandone la valutazione. Come parte dell'accordo, Wang ha lasciato la carica di CEO per guidare il nuovo laboratorio. Zuckerberg lo ha descritto come il fondatore più impressionante della sua generazione. Ma c'è chi solleva dubbi: Wang viene da un'azienda di etichettatura dati, non dalla ricerca fondamentale sull'IA. E il suo arrivo ha provocato la partenza di Yann LeCun, che al Financial Times ha dichiarato di non essere disposto a sottostare all'autorità di un giovane e inesperto manager.</p>
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<!-- wp:heading {"level":3} -->
<h3 class="wp-block-heading"><strong>I licenziamenti e l'abbandono del metaverso</strong></h3>
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<p>La nascita del Superintelligence Labs è solo un tassello di una riorganizzazione che ha investito ogni livello di Meta. L'elenco delle perdite è impressionante. Yann LeCun se n'è andato e ha fondato un proprio laboratorio raccogliendo oltre un miliardo di dollari. Chris Cox, Chief Product Officer e veterano ventennale, è stato rimosso dalla supervisione dell'IA dopo il fiasco di Llama 4. Undici dei quattordici ricercatori originali che avevano costruito il primo modello Llama nel 2023 hanno lasciato l'azienda.</p>
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<p>I licenziamenti hanno colpito a ondate: circa 600 posizioni eliminate dal laboratorio nell'ottobre 2025, circa 1.500 dipendenti da Reality Labs nel gennaio 2026 con la chiusura degli studi di gioco VR, e diverse centinaia in più nel marzo 2026. Come avevo raccontato qui su InTime Blog analizzando l'acquisizione di Moltbook, Meta sta ridisegnando completamente la propria struttura organizzativa attorno all'intelligenza artificiale.</p>
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<p>Il ridimensionamento del metaverso è altrettanto drastico. Reality Labs ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta sta tagliando la spesa per il metaverso fino al 30%. Il colpo più simbolico: Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone, verrà rimosso dalla VR il 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile. Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta. Ora è un residuo.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Zuckerberg e la superintelligenza personale per tutti</h2>
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<p>Nel luglio 2025, Zuckerberg ha pubblicato un lungo post intitolato Personal Superintelligence for Everyone, in cui delineava la sua visione. Vale la pena di soffermarsi su cosa intende, perché è diverso da quello che propongono i concorrenti. La superintelligenza personale di Meta non è un sistema centralizzato che automatizza tutto il lavoro umano. È un compagno personale che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi, e può aiutarci a raggiungerli.</p>
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<p>Come avevo scritto nell'articolo sulla strategia di Meta verso la superintelligenza, questa visione ha un vantaggio strutturale che nessun concorrente può replicare: 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta. Se Muse Spark funziona, quella distribuzione potrebbe trasformarlo nel modello di IA più utilizzato al mondo quasi per inerzia. È la stessa logica che ha guidato l'acquisizione di Moltbook, il social network per agenti AI: Meta sta costruendo l'infrastruttura dove l'intelligenza artificiale vive, lavora e interagisce.</p>
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<p>Ma nella conference call sugli utili del gennaio 2026, il tono di Zuckerberg è cambiato sensibilmente. Ha ammesso che le risposte a molte domande degli investitori sarebbero state insoddisfacenti, perché l'azienda è in un periodo di ricostruzione. Sui primi modelli ha detto che sarebbero stati buoni, ma soprattutto avrebbero mostrato la traiettoria rapida su cui Meta si trova. È un'ammissione implicita che le promesse del 2025 erano premature.</p>
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<p><strong>Lo scenario competitivo e la frattura Altman-Amodei</strong></p>
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<p>Muse Spark arriva in un panorama competitivo incandescente. Il giorno prima del lancio, Anthropic ha svelato Claude Mythos Preview, descritto come il modello di IA più potente mai sviluppato dall'azienda, talmente pericoloso da non poter essere rilasciato al pubblico per le minacce alla sicurezza informatica. È disponibile solo per dodici partner selezionati, tra cui AWS, Apple, Google e Microsoft. Come avevo analizzato qui su InTime Blog raccontando la frattura tra Altman e Amodei, la rivalità tra i due è ormai una guerra aperta.</p>
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<p>All'India AI Impact Summit del febbraio 2026, il primo ministro Modi ha invitato i leader dell'IA a tenersi per mano per una foto simbolica di unità: Altman e Amodei hanno ostentatamente rifiutato, alzando i pugni chiusi. Al Super Bowl 2026, Anthropic ha trasmesso quattro spot che deridevano i piani di OpenAI; Altman ha risposto definendo Anthropic disonesta e autoritaria. In questo scontro, Zuckerberg potrebbe inserirsi per provare a uscirne vincitore. C'è poi il rapporto con Elon Musk, che ha seguito una traiettoria inversa: dalla sfida alla gabbia del 2023 a un disgelo tattico. Come avevo scritto nell'articolo sulla possibile alleanza tra Zuckerberg e Musk, documenti giudiziari desecretati nel marzo 2026 hanno rivelato contatti diretti tra i due. Zuckerberg aveva offerto supporto per DOGE, Musk aveva chiesto se fosse interessato a un'offerta congiunta per OpenAI. Zuckerberg ha ascoltato ma ha rifiutato di partecipare. La convergenza resta tattica, non strategica, ma il nemico comune in OpenAI potrebbe cambiare le cose.</p>
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<p><strong>I 600 miliardi di dollari e la scommessa esistenziale</strong></p>
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<p>I numeri degli investimenti sono impressionanti anche per gli standard della Silicon Valley. Meta prevede di spendere fino a 135 miliardi di dollari nel 2026, quasi il doppio dei 72 miliardi dell'anno precedente. Zuckerberg ha promesso 600 miliardi in nuovi data center entro il 2028. È una scommessa esistenziale: se la superintelligenza arriva e Meta non è pronta, l'azienda rischia di diventare irrilevante. Se investe tutto e la superintelligenza non arriva, o arriva in forme diverse da quelle previste, ha bruciato centinaia di miliardi. Come avevo analizzato nell'articolo sui risultati record di Meta nel 2025, il razionale di Zuckerberg è elegante nella sua semplicità: se la superintelligenza arriva presto, Meta sarà pronta per un cambio di paradigma generazionale. Se arriva tardi, Meta avrà capacità di calcolo in eccesso che può usare per accelerare il proprio core business pubblicitario. Nel peggiore dei casi, rallenta la costruzione di infrastruttura e cresce lentamente dentro quello che ha già costruito. È lo stesso ragionamento che Jeff Bezos usò per Amazon Web Services.</p>
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<p><strong>Una trasformazione senza precedenti</strong></p>
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<p>Muse Spark non è semplicemente un nuovo modello di intelligenza artificiale. È la manifestazione fisica di una trasformazione aziendale che ha pochi precedenti nella storia della tecnologia. Meta ha liquidato il metaverso, sacrificato i propri scienziati di punta, abbandonato la propria filosofia open source, investito decine di miliardi in un ventottenne, e promesso 600 miliardi di dollari per costruire qualcosa che, per sua stessa ammissione, è ancora alla portata ma non raggiunto.</p>
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<p>I rischi sono proporzionali all'ambizione. I benchmark auto-dichiarati richiedono verifica indipendente. La partenza di LeCun priva Meta di credibilità scientifica. La scelta closed source aliena la comunità degli sviluppatori che aveva costruito un ecosistema attorno a Llama. E il modello Watermelon, il vero test della capacità del Superintelligence Labs di competere stabilmente alla frontiera, è ancora in fase di sviluppo.</p>
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<p>Nel frattempo, Anthropic ha dimostrato con Mythos capacità che pongono domande esistenziali sulla sicurezza, Google domina su più benchmark, e OpenAI prepara un'IPO da mille miliardi. La corsa alla superintelligenza è appena iniziata. E Meta ha deciso che il prezzo per non partecipare è più alto di qualsiasi investimento immaginabile. Staremo a vedere se questa scommessa si rivelerà la più lungimirante o la più costosa della storia della Silicon Valley.</p>
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    Nella foto: Alexandr Wang

    Nato nel 1997 a Los Alamos, figlio di fisici cinesi immigrati che lavoravano al laboratorio nazionale, Wang aveva fondato Scale AI a 19 anni abbandonando il MIT. A 24 anni era il più giovane miliardario self-made al mondo.

    Meta ha investito 14,3 miliardi di dollari per una quota del 49% in Scale AI, raddoppiandone la valutazione. Come parte dell’accordo, Wang ha lasciato la carica di CEO per guidare il nuovo laboratorio. Zuckerberg lo ha descritto come il fondatore più impressionante della sua generazione. Ma c’è chi solleva dubbi: Wang viene da un’azienda di etichettatura dati, non dalla ricerca fondamentale sull’IA.

    E il suo arrivo ha provocato la partenza di Yann LeCun, che al Financial Times ha dichiarato di non essere disposto a sottostare all’autorità di un giovane e inesperto manager.

    I licenziamenti e l’abbandono del metaverso

    La nascita del Superintelligence Labs è solo un tassello di una riorganizzazione che ha investito ogni livello di Meta. L’elenco delle perdite è impressionante.

    Yann LeCun se n’è andato e ha fondato un proprio laboratorio raccogliendo oltre un miliardo di dollari.

    Chris Cox, Chief Product Officer e veterano ventennale, è stato rimosso dalla supervisione dell’IA dopo il fiasco di Llama 4. Undici dei quattordici ricercatori originali che avevano costruito il primo modello Llama nel 2023 hanno lasciato l’azienda.

    I licenziamenti hanno riguardato circa 600 posizioni del laboratorio, nell’ottobre 2025; circa 1.500 dipendenti da Reality Labs nel gennaio 2026 con la chiusura degli studi di gioco VR, e diverse centinaia in più nel marzo 2026.

    Come avevo raccontato qui su InTime Blog analizzando l’acquisizione di Moltbook, Meta sta ridisegnando completamente la propria struttura organizzativa attorno all’intelligenza artificiale.

    Il ridimensionamento del metaverso è stato altrettanto drastico.

    Reality Labs ha accumulato oltre 70 miliardi di dollari di perdite operative dal 2021. Bloomberg ha riportato che Meta stava tagliando la spesa per il metaverso fino al 30%.

    La ristrutturazione ha colpito anche Horizon Worlds, il mondo virtuale che Zuckerberg aveva immaginato per un miliardo di persone. Verrà rimosso dalla VR il 15 giugno 2026, sopravvivendo solo come esperienza mobile.

    Era il progetto per cui Facebook aveva cambiato nome in Meta.

    Zuckerberg e la superintelligenza personale per tutti

    Nel luglio 2025, Zuckerberg ha pubblicato un lungo post intitolato Personal Superintelligence for Everyone, in cui delineava la sua visione.

    Vale la pena di soffermarsi su cosa intende, perché è diverso da quello che propongono i concorrenti.

    La superintelligenza personale di Meta non è un sistema centralizzato che automatizza tutto il lavoro umano. Si tratta di un compagno personale che ci conosce profondamente, comprende i nostri obiettivi, e può aiutarci a raggiungerli.

    Come avevo scritto sulla strategia di Meta verso la superintelligenza, questa visione ha un vantaggio strutturale che nessun concorrente può ancora raggiungere. E cioè 3,58 miliardi di utenti giornalieri sulle piattaforme Meta.

    Se Muse Spark funziona, quella distribuzione potrebbe trasformarlo nel modello di IA più utilizzato al mondo quasi per inerzia.

    È la stessa logica che ha guidato l’acquisizione di Moltbook, il social network per agenti AI: Meta sta costruendo l’infrastruttura dove l’intelligenza artificiale vive, lavora e interagisce.

    Lo scenario competitivo e la frattura Altman-Amodei

    Muse Spark arriva in un panorama competitivo incandescente.

    Il giorno prima del lancio, Anthropic ha svelato Claude Mythos Preview, descritto come il modello di IA più potente mai sviluppato dall’azienda, talmente pericoloso da non poter essere rilasciato al pubblico per le minacce alla sicurezza informatica.

    È disponibile solo per dodici partner selezionati, tra cui AWS, Apple, Google e Microsoft. Come avevo analizzato qui su InTime Blog raccontando la frattura tra Altman e Amodei, la rivalità tra i due è ormai una guerra aperta.

    C’è poi il rapporto con Elon Musk, che ha seguito una traiettoria inversa: dalla sfida alla gabbia del 2023 a un disgelo tattico.

    Come avevo scritto nell’articolo sulla possibile alleanza tra Zuckerberg e Musk, documenti giudiziari desecretati nel marzo 2026 hanno rivelato contatti diretti tra i due.

    Insomma, non si tratta solo del lancio di un nuovo modello di IA, come ormai ci stiamo abituando ad assistere praticamente ogni giorno.

    Dietro c’è una strategia che val la pena di essere indagata per capire il perché di certe mosse, per avere chiaro anche il contesto in cui ci si muove.

    E anche di comprendere come lo schema delle alleanze si muove e agisce di conesguenza.

  • OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    A sei mesi dal lancio dell’app standalone, OpenAI annuncia la chiusura di Sora. L’interesse degli utenti è crollato, l’accordo da 1 miliardo di dollari con Disney salta, e la motivazione ufficiale parla di risorse da destinare alla robotica. Ma il vero problema era un altro, Sora non ha mai avuto una visione.

    In certi momenti, nella vita di un prodotto tecnologico, arriva quello in cui appare evidente che l’entusiasmo iniziale non si è mai trasformato in qualcos’altro. Vale anche per la IA.

    Quel momento per Sora è arrivato ieri, martedì 24 marzo 2026, quando OpenAI ha annunciato su X la chiusura della piattaforma con un questo messaggio: “We’re saying goodbye to Sora”.

    La notizia arriva a sorpresa, possiamo dirlo, proprio il giorno dopo che la stessa OpenAI aveva pubblicato un post sugli standard di sicurezza dell’app. Un tempismo che la dice lunga sulla gestione della comunicazione del momento.

    Sora, 1 milione di download e poi il silenzio

    Quando Sora fu presentato a febbraio 2024, l’effetto fu straordinario. Video generati da semplici prompt di testo con una qualità quasi cinematografica, qualcosa che sembrava già fantascienza. Al punto che Hollywood si allarmò, i creativi si interrogarono sul proprio futuro, e OpenAI si ritrovò con un vantaggio competitivo che sembrava incolmabile.

    Ma quel vantaggio, lo sappiamo, aveva una data di scadenza. Come avevo raccontato alla sua prima apparizione due anni fa, le aspettative intorno a questa tecnologia erano altissime.

    Nel frattempo sono arrivati Runway con Gen-3, Pika, Kling di Kuaishou, Veo di Google. Quando Sora 2 è diventato disponibile al pubblico a settembre 2025, il mercato era già bell’affollato.

    L’app raggiunse comunque la vetta dell’App Store in pochi giorni, con 1 milione di download in dieci giorni, un dato anche più veloce di quello registrato da ChatGPT. Ma quel picco si è rivelato un fuoco di paglia.

    Secondo i dati di Appfigures, a dicembre 2025 i download erano calati del 32% rispetto a novembre, proprio nel periodo in cui la maggior parte delle app tipicamente cresce. E da lì, un declino costante mese dopo mese.

    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto
    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    Sora, una piattaforma nata senza una ragione d’essere

    In ogni caso, c’è una cosa che va detta chiaramente. Sora non ha mai avuto una visione.

    Era stata progettata come una sorta di TikTok generativo, un social network dove gli utenti potevano caricare cameo, ossia brevi video di sé stessi, per poi inserirsi in video sintetici insieme agli amici.

    Ma cosa doveva diventare, esattamente? Uno strumento per creator professionisti? Una piattaforma di intrattenimento? Un motore per la produzione cinematografica? La risposta, in verità, non è mai arrivata.

    Nel vuoto completo di strategia, Sora si è riempito di quello che ormai si definisce AI slop, contenuto AI generato in massa, spesso di qualità discutibile, talvolta ai limiti della legalità. Come video virali di Mario, Pikachu, personaggi Disney usati senza alcuna autorizzazione. Deepfake di Martin Luther King che hanno costretto OpenAI a bloccare temporaneamente l’uso del suo volto sulla piattaforma.

    È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista. E cioè lanciare un prodotto, osservare cosa ne fanno gli utenti, e poi correre ai ripari quando le cose sfuggono di mano. È lo stesso approccio che abbiamo visto con lo spot natalizio di Coca-Cola: la tecnologia da sola non basta, serve una visione.

    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    Disney e 1 miliardo di dollari che non arriverà mai

    L’accordo con Disney annunciato a dicembre 2025 sembrava il tentativo di legittimare ex post un modello nato senza governance. Un miliardo di dollari di investimento, centinaia di personaggi Disney, Marvel, Pixar e Star Wars in licenza per la generazione video, con l’obiettivo di integrare il tutto in Disney+. Un colpo magistrale, sulla carta. Ma ora quell’accordo è saltato insieme alla piattaforma.

    In una dichiarazione rilasciata poche ore dopo l’annuncio di OpenAI, un portavoce di Disney ha confermato l’uscita dall’intesa con toni diplomatici: «As the nascent AI field advances rapidly, we respect OpenAI’s decision to exit the video generation business and to shift its priorities elsewhere.» Tradotto: Disney aveva scommesso su un cavallo che OpenAI ha deciso di ritirare dalla gara. E ora il colosso dell’intrattenimento dovrà trovare altri partner nel settore.

    Robotica e modelli di nuova generazione: la versione ufficiale

    La motivazione ufficiale fornita da OpenAI parla di riallocazione delle risorse.

    Sam Altman, secondo quanto riportato da The Information, ha comunicato ai dipendenti che la chiusura di Sora libererà capacità computazionale per i modelli AI di prossima generazione.

    Il team di ricerca, si legge nella dichiarazione ufficiale, continuerà a lavorare sulla world simulation research per far avanzare la robotica e “aiutare le persone a risolvere compiti fisici nel mondo reale“.

    Ma c’è dell’altro. Secondo il Wall Street Journal, OpenAI sta costruendo una super app che integrerà ChatGPT, gli strumenti di sviluppo Codex e altri prodotti in un’unica interfaccia. Una virata strategica che risponde, va detto, alla crescita di Anthropic e della famiglia Claude, che negli ultimi mesi ha visto un’adozione enterprise sempre più marcata.

    La sfida con i concorrenti, insomma, si gioca altrove. E Sora, con i suoi costi computazionali enormi e i suoi ricavi modesti, non faceva più parte della soluzione.

    La rivalità tra OpenAI e Anthropic si legge bene anche nella stessa antipatia che Altman e Amodei nutrono uno per l’altro. Di conseguenza, le due aziende rappresentano due visioni opposte del futuro dell’IA.

    Sam Altman e il suo modo riconoscibile di gestire le crisi

    Chi segue le vicende di OpenAI riconoscerà un certo schema. Altman ha un modo particolare di muoversi nelle situazioni di crisi, come avevo già raccontato.

    Dichiarazioni pubbliche calibrate, posizionamento dalla parte giusta, e poi azioni che vanno in direzione diversa.

    La chiusura di Sora segue lo stesso copione: il giorno prima un post sulla sicurezza, il giorno dopo l’annuncio della chiusura. Il ringraziamento alla community, la promessa di “condividere presto i dettagli”. E intanto le risorse vengono riallocate verso progetti più redditizi.

    Sora, e l’ammissione che la strategia non c’era mai stata

    OpenAI ha speso risorse computazionali enormi per un prodotto che, in buona sostanza, non generava ricavi significativi, non aveva un modello di business chiaro, e creava più problemi reputazionali che valore.

    La chiusura di Sora non è una rinuncia strategica. È l’ammissione che la strategia non c’era mai stata.

    Resta da capire cosa ne sarà della generazione video nel portafoglio di OpenAI. L’azienda non esce completamente dal settore, funzionalità video rimangono integrate in ChatGPT, ma lo fa da protagonista autonoma.

    Nel frattempo i concorrenti già citati continueranno a sviluppare i propri modelli. E Disney, con il suo miliardo di dollari da investire, cercherà altri interlocutori.

    La partita della generazione video AI, possiamo dirlo, è tutt’altro che chiusa. Ma OpenAI, almeno per ora, ha scelto di non giocarla più.

  • Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia

    Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia

    Meta ha acquisito Moltbook, il social network dove solo gli agenti IA possono interagire. Il vero obiettivo non è la piattaforma, ma è l’idea. Quindi costruire una mappa di agenti IA che in futuro compiranno azioni per gli utenti.

    Il 10 marzo 2026 Meta acquisisce Moltbook, forse ricorderete tutti la piattaforma dove solo gli agenti AI possono pubblicare contenuti, commentare e interagire tra loro. Un social network di soli agenti IA.

    In molti, dopo questo annuncio si sono chiesti come mai Meta dovrebbe interessarsi ad una operazione come questa, per farne cosa. Ora, a prima vista, in effetti, sembra una mossa bizzarra, lontana dal business di Zuckerberg. Lo stesso Andrew Bosworth, il responsabile tecnico di Meta, aveva definito Moltbook “non particolarmente interessante”. E allora perché Meta compra questa piattaforma?

    La risposta sta in quello che Moltbook rappresenta, non in quello che è in realtà.

    Infatti, Meta non ha comprato un social network per chatbot, ma ha comprato l’idea di creare una sorta di anagrafe degli agenti AI. Vale a dire un sistema dove ogni agente IA è identificato, verificato e collegato a un proprietario umano reale, un proprietario umano.

    Come sappiamo, oggi gli agenti AI non hanno un modo standard per presentarsi l’uno all’altro e dimostrare per conto di chi lavorano. Moltbook ha risolto quel problema. E in un futuro dove miliardi di agenti AI negozieranno, acquisteranno e comunicheranno per conto nostro, chi controlla questa sorta anagrafe finirà per controllare il flusso economico.

    Ecco perché Meta ha acquisito Moltbook

    Moltbook è nato alla fine di gennaio 2026 da un esperimento di Matt Schlicht, un imprenditore che ha costruito l’intera piattaforma insieme al suo assistente IA personale, senza scrivere una riga di codice.

    L’idea era ambiziosa e cioè quella di creare una sorta Reddit dove solo gli agenti IA possono partecipare. Ricorderete perché se ne è parlato molto, in poche settimane ha attirato 2,8 milioni di agenti registrati, 19.000 comunità tematiche, 13 milioni di commenti. Ma dietro questi grandi numeri c’era qualche crepa.

    Un’indagine di Wiz Research scoprì che 1,5 milioni di quegli agenti appartenevano in realtà ad appena 17.000 persone. Gli esperti del settore i divisero: tanti lodavano il progetto, ma tanti altri lo definivano un vero disastro.

    Eppure Meta ha deciso di acquisirla lo stesso, portando i fondatori Matt Schlicht e Ben Parr nei propri laboratori dedicati alla superintelligenza a partire dal 16 marzo 2026.

    La risposta a questo apparente paradosso arriva da un messaggio interno di Vishal Shah, vicepresidente di Meta, visto da Axios: “Il team di Moltbook ha dato agli agenti un modo per verificare la propria identità e connettersi tra loro per conto dei proprietari umani. Questo crea un registro dove gli agenti sono verificati e legati ai loro proprietari“. In altre parole, non importa che la piattaforma fosse piena di problemi. Importa l’idea che ha messo in pratica.

    Per comprendere il valore di questa idea basta pensare a cosa ha fatto Facebook vent’anni fa. Zuckerberg ha costruito una mappa di tutte le connessioni tra le persone, chi conosce chi, chi è amico di chi. Quella mappa è diventata la base del suo grande impero oggi. Con questa acquisizione Meta prova a costruire qualcosa di simile per gli agenti AI: una mappa di come gli agenti IA sono connessi tra loro e di quali azioni possono compiere l’uno per conto dell’altro.

    Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia
    Perché Meta ha acquisito Moltbook, qual è la strategia

    A cosa servono i 135 miliardi di dollari in chip MTIA e infrastrutture AI

    L’acquisizione di Moltbook acquista senso solo riusciamo ad avere un quadro complessivo.

    Meta sta portando avanti una grande campagna di investimenti tra le più ingenti del settore.

    Tanto per dare i numeri, per il solo 2026 ha stanziato tra 115 e 135 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto ai 72 miliardi dell’anno precedente e più del triplo rispetto ai 39 miliardi del 2024. A lungo termine, l’impegno è di almeno 600 miliardi di dollari in data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

    Solo ieri, 11 marzo 2026 dopo l’annuncio di Moltbook, Meta ha presentato quattro nuove generazioni di chip proprietari chiamati MTIA, con un ritmo di sviluppo di un chip ogni sei mesi, molto più veloce rispetto ai tempi normali del settore. Il più potente di questi chip, nome in codice Astrid, raggiungerà una potenza di 10 petaflops e sarà disponibile su larga scala a inizio 2027.

    Si tratta di processori progettati specificamente per far funzionare intelligenze artificiali, costruiti in casa da Meta invece di comprarli da altri.

    Parallelamente, Meta sta stringendo accordi con tutti i principali produttori di chip: con NVIDIA ha siglato un’intesa per milioni di processori grafici di ultima generazione, un affare stimato in decine di miliardi di dollari; con AMD ha firmato un accordo da 100 miliardi di dollari in cinque anni. Meta ha persino ottenuto l’accesso ai chip di Google, la prima volta che Mountain View concede la propria tecnologia proprietaria a un cliente esterno su questa scala.

    A cosa servono tutti questi investimenti?

    Non a far girare modelli di intelligenza artificiale più grandi. Servono a far funzionare miliardi di agenti AI contemporaneamente, ciascuno con il proprio contesto, la propria memoria, le proprie autorizzazioni. Come ha dichiarato Zuckerberg durante la presentazione dei risultati finanziari di gennaio 2026: “Il 2026 sarà un anno importante per portare la superintelligenza personale a tutti” e “presto ogni azienda avrà la sua intelligenza artificiale, così come oggi ha un indirizzo email”.

    Come cambierà l’esperienza su Facebook, Instagram e WhatsApp con l’intelligenza artificiale

    La strategia di Meta sugli agenti AI si sviluppa su tre livelli. Al primo livello c’è Meta AI, l’assistente personale già integrato su Facebook, Instagram, Messenger, WhatsApp, gli occhiali Ray-Ban Meta e un’app dedicata. Oggi lo usano oltre 700 milioni di persone.

    Al secondo livello ci sono i Business AI, lanciati nell’ottobre 2025: assistenti personalizzabili che le aziende possono creare senza saper programmare. Funzionano come commessi virtuali sempre disponibili, l’azienda carica il catalogo prodotti e le informazioni sul proprio sito, e l’assistente risponde ai clienti nelle pubblicità su Facebook e Instagram, nelle chat di WhatsApp e Messenger.

    Qual è il terzo livello, quello potrà diventare realtà in seguito all’acquisizione di Moltbook?

    Immaginiamo un futuro dove il vostro assistente AI personale e quello di un’azienda parlano direttamente tra loro. Il vostro agente conosce le vostre preferenze, il vostro budget, i vostri valori. L’agente dell’azienda conosce i prodotti disponibili, le promozioni, le condizioni di vendita. I due si incontrano, negoziano, e vi propongono un’offerta già su misura per voi. Niente più pubblicità generiche, niente più tempo perso a cercare: gli agenti fanno tutto al posto vostro.

    Restando all’interno di questa immaginazione, va segnalata l’intervista dell’aprile 2025, quando Zuckerberg ha descritto questa trasformazione in modo molto concreto: “Oggi la maggior parte del tempo passato su Facebook e Instagram è dedicata ai video. Tra cinque anni sarà interattivo. Scorrerete il feed e troverete contenuti che sembrano video normali, ma potrete parlarci, interagire, e loro vi risponderanno”.

    Il modello pubblicitario del futuro di Meta potrebbe non richiedere più di convincere direttamente gli esseri umani. Saranno gli agenti a negoziare tra loro. E Meta si posiziona come il sistema che decide quali agenti parlano con altri, in quale ordine e secondo quali regole.

    La corsa globale agli agenti AI: OpenAI, Google, Anthropic e il fattore Cina

    Meta, lo sappiamo, non è sola in questa corsa. I cinque colossi tecnologici americani prevedono complessivamente, come ha riportato Bloomberg, circa 660-690 miliardi di dollari di investimenti nel 2026.

    OpenAI ha lanciato il suo agente ChatGPT a luglio dello scorso anno, e rivisto a febbraio 2026, e sta costruendo un progetto – Stargate – da 500 miliardi di dollari insieme a SoftBank e Oracle.

    Google punta sull’integrazione con i propri servizi e su un accordo con Apple per portare Gemini dentro Siri, raggiungendo potenzialmente due miliardi di dispositivi.

    Anthropic sta emergendo come riferimento per le aziende, mentre Microsoft gioca la carta della distribuzione con Copilot, alimentato proprio dall’intelligenza artificiale di Anthropic nonostante i 13 miliardi investiti in OpenAI.

    La strategia IA di Zuckerberg: da Manus a Moltbook

    L’acquisizione di Moltbook non è, quindi, un evento isolato. A dicembre 2025 Meta aveva già acquisito Manus, una startup di Singapore specializzata in agenti AI capaci di eseguire compiti in autonomia, con oltre 100 milioni di dollari di ricavi. L’operazione è stata stimata in oltre 2 miliardi di dollari. Se Manus fornisce il motore che fa funzionare gli agenti, Moltbook fornisce l’anagrafe che permette loro di riconoscersi e coordinarsi.

    Cosa sta costruendo Meta con tutti questi investimenti?

    I chip proprietari MTIA forniscono la potenza di calcolo. I data center da oltre 50 milioni di metri quadrati forniscono lo spazio fisico. Il progetto Hyperion in Louisiana, un’area grande quattro volte Central Park con un investimento di 27 miliardi di dollari, fornisce l’energia necessaria, potenzialmente fino a 5 gigawatt. I modelli di linguaggio Llama forniscono l’intelligenza. Manus fornisce la capacità di eseguire compiti. Moltbook fornisce il modo per far parlare tutti questi agenti tra loro. E i 3,5 miliardi di utenti giornalieri di Facebook, Instagram e WhatsApp forniscono la distribuzione.

    Meta sta costruendo tutti i pezzi necessari per diventare il sistema operativo del web degli agenti AI: i modelli con Llama, il motore con Manus, l’anagrafe con Moltbook, i chip con MTIA, l’energia con Hyperion, la distribuzione con 3,5 miliardi di utenti.

    Resta da vedere se questa scommessa da centinaia di miliardi produrrà i risultati sperati.

    Meta non ha ancora un agente dedicato paragonabile a quelli di OpenAI o Anthropic, e il divario sui prodotti finiti esiste ancora. Ma la combinazione di infrastruttura proprietaria, tecnologia aperta con Llama e una base di utenti senza pari potrebbe rendere le piattaforme di Zuckerberg il luogo naturale dove gli agenti AI vivono, lavorano e spendono.

    Non per noi, ma per conto nostro.