La quotazione di Anthropic entra in una fase nuova. Il prospetto depositato alla SEC chiarisce gli 80,7 miliardi di perdite, la crescita dei ricavi e gli impegni infrastrutturali. Ma prezzo e tempi dell’IPO restano aperti.
Il prospetto di Anthropic è finalmente pubblico. Fino a pochi giorni fa i numeri arrivavano dalle anticipazioni giornalistiche di una documentazione riservata. Adesso abbiamo un documento depositato alla Securities and Exchange Commission, con bilanci, condizioni dell’offerta e una lunga descrizione dei rischi.
Proprio qualche giorno fa, qui su InTime Blog, analizzavo i numeri di una quotazione senza precedenti, partendo dagli 80,7 miliardi di dollari di perdita netta e dagli impegni infrastrutturali che potrebbero raggiungere centinaia di miliardi. Chiudevo con una considerazione molto concreta: il quadro sarebbe diventato più comprensibile quando Anthropic avesse pubblicato il prospetto. E quel documento è arrivato oggi, 26 ottobre 2026.
Ma pubblicare un prospetto non significa essere già quotati. Anthropic ha presentato il Form S-1 per offrire azioni ordinarie di classe A e ha indicato il Nasdaq come mercato di destinazione, con il simbolo ANT.
Mancano ancora il numero di azioni da collocare e la fascia di prezzo. La registrazione non è ancora efficace. Si tratta di precisazioni necessarie, perché distinguono un progetto ufficialmente avviato da un’operazione già conclusa.
Il prospetto chiarisce l’aspetto dei ricavi di Anthropic
Il primo dato riguarda i ricavi. Nei sei mesi chiusi il 30 giugno 2026 Anthropic ha registrato 16,286 miliardi di dollari, contro 1,163 miliardi nello stesso periodo del 2025. È un aumento di circa quattordici volte. Nel 2025, considerando l’intero esercizio, il fatturato era stato di circa 4,6 miliardi.
Un aumento di questa portata racconta la velocità con cui l’azienda ha ampliato il proprio mercato. Non basta però, da solo, per stabilire quanto sia redditizia. Il prospetto mostra infatti che, accanto alla crescita delle entrate, continuano a esserci spese considerevoli per il funzionamento dei modelli, lo sviluppo tecnologico e le infrastrutture.
C’è poi il secondo dato, forse il più utile per leggere la situazione: la perdita operativa del primo semestre si è ridotta da 2,135 miliardi di dollari nel 2025 a 693 milioni nel 2026. Nel solo secondo trimestre del 2026 il risultato operativo è stato positivo per 974 milioni, mentre il primo trimestre si era chiuso con una perdita operativa di circa 1,667 miliardi.
Questo non autorizza a dire che Anthropic sia diventata stabilmente redditizia. Il semestre rimane in perdita operativa e il risultato del singolo trimestre non garantisce quello dei successivi. Ci permette, però, di distinguere finalmente l’andamento dell’attività dalla perdita netta complessiva che aveva attirato tanta attenzione.
Perché gli 80,7 miliardi di perdita non sono tutti costi operativi
Nel primo semestre Anthropic ha registrato una perdita netta di 80,748 miliardi di dollari. La cifra è confermata anche dalla documentazione ufficiale.
Il prospetto permette anche di capire meglio da dove arriva: 72,388 miliardi dipendono dalla variazione del valore contabile di obbligazioni convertibili, passività derivate e accordi che danno diritto a ricevere azioni in futuro, indicati come SAFE.
Per spiegare questo passaggio senza entrare troppo nei tecnicismi, conviene partire dal funzionamento di questi strumenti. Un investitore finanzia la società attraverso un contratto che potrà essere convertito in capitale azionario secondo determinate condizioni. Se il valore attribuito a quello strumento cambia e le regole contabili ne richiedono la valutazione al valore corrente, la differenza può essere registrata come onere nel conto economico. Anche senza un esborso di denaro corrispondente in quel momento.
Nel caso di Anthropic, dunque, i 72,388 miliardi non equivalgono a pagamenti per stipendi, chip o centri dati. Questo non significa che gli strumenti finanziari siano privi di conseguenze: la loro conversione e i diritti degli investitori dipendono dai contratti. Significa che la perdita netta non può essere utilizzata come sinonimo della spesa sostenuta per l’attività.
Il conto economico registra anche 8,757 miliardi di altri oneri netti e 1,111 miliardi di interessi attivi, oltre alle altre voci necessarie per arrivare al risultato finale. Ecco perché sottrarre semplicemente 72,388 miliardi dalla perdita netta non restituisce la perdita operativa.
La crescita di Anthropic non cancella gli impegni per le infrastrutture
Nel precedente articolo il capitolo forse più importante riguardava la capacità di calcolo. Anthropic deve assicurarsi chip, servizi cloud e disponibilità di infrastrutture per sviluppare e distribuire i propri modelli. Le anticipazioni giornalistiche avevano parlato di impegni per oltre 500 miliardi e di uno scenario potenziale fino a 750 miliardi, comprendendo intese ancora in trattativa.
Il Form S-1 consente adesso di conoscere meglio la natura e la durata di alcuni di questi accordi, anche se l’importo complessivo degli impegni infrastrutturali non è ancora indicato nella versione pubblica del prospetto.
La documentazione riporta almeno 114,5 miliardi di dollari con Google Cloud, per un accordo che si estende fino al luglio 2033, almeno 110 miliardi con Amazon Web Services fino all’aprile 2036 e almeno 44,9 miliardi con Microsoft Azure fino al maggio 2033. A questi si aggiungono circa 161,2 miliardi di leasing di apparecchiature legati a Broadcom.
Si tratta di impegni distribuiti su più anni, con condizioni contrattuali differenti. Non corrispondono tutti a debiti già erogati e non possono essere sommati automaticamente alle stime complessive riportate nelle settimane precedenti.
La cifra di almeno 518 miliardi di dollari nell’arco di un decennio, per esempio, era stata anticipata da Reuters sulla base del prospetto riservato, mentre l’ipotesi di arrivare a 750 miliardi comprendeva anche ulteriori accordi in trattativa.
Ora, la realtà dei fatti ci dice che alcuni fornitori di servizi di calcolo possono essere anche finanziatori o investitori della società. Ed è questo il ruolo di Amazon e Google, che figurano sia tra i grandi partner commerciali sia tra gli investitori di Anthropic. È una relazione da descrivere nella sua interezza, senza attribuirle automaticamente una valutazione positiva o negativa.
Anthropic è pronta per la IPO con il simbolo ANT
La IPO di Anthropic pone anche la questione del controllo societario
La quotazione porta con sé una domanda che riguarda tutte le grandi aziende tecnologiche: che cosa accadrà al controllo societario una volta che le azioni saranno accessibili al pubblico? La documentazione descrive una struttura nella quale i sette cofondatori, riuniti in Founder LLC, conserverebbero il 50,1% del potere di voto sulle questioni generalmente sottoposte agli azionisti.
Accanto a questa struttura compare il Long-Term Benefit Trust, al quale sono attribuiti poteri di nomina e revoca di amministratori attraverso le azioni di classe T. Anthropic è organizzata come società di beneficio pubblico, una forma giuridica che include finalità ulteriori rispetto al solo profitto degli azionisti. Va detto, però, che questa definizione non sostituisce la lettura dei poteri concretamente assegnati agli organi societari.
Per intenderci meglio, la distinzione è semplice: possedere azioni e controllare le decisioni non sono necessariamente la stessa cosa. La struttura dei diritti di voto serve proprio a capire come questi due aspetti saranno distribuiti dopo l’eventuale ingresso in Borsa.
Il prospetto è pubblico, ma prezzo e data dell’IPO restano da definire
Il comunicato pubblicato da Anthropic conferma che il prezzo indicativo e il numero di azioni non sono ancora stati definiti.
Goldman Sachs e Morgan Stanley guidano il gruppo di banche incaricato di organizzare il collocamento delle azioni. Goldman Sachs ricopre il ruolo principale nel coordinamento dell’offerta, mentre Morgan Stanley è indicata anche come agente di stabilizzazione, con compiti legati alla fase iniziale delle negoziazioni. Entrambe sono inoltre indicate da Anthropic come riferimenti per richiedere il prospetto preliminare.
Non c’è dunque, nel documento, un valore ufficiale dell’azienda pari a 1.500, 1.800 o 2.000 miliardi di dollari. Queste cifre appartengono alle valutazioni riportate dalla stampa nelle settimane precedenti.
Allo stesso modo, le date ipotizzate per novembre restano un calendario possibile e non un impegno definitivo. L’offerta potrà procedere soltanto secondo la disciplina applicabile e quando il documento di registrazione sarà efficace. Il prospetto pubblico rende l’operazione più concreta, ma non anticipa l’esito del collocamento.
Rispetto a quanto raccontato qualche giorno fa, il cambiamento è dunque sostanziale: le grandezze che apparivano quasi incompatibili possono ora essere esaminate nelle loro componenti.
Ricavi in forte crescita, perdita operativa in riduzione, perdita netta dominata da rettifiche contabili e obblighi infrastrutturali pluriennali sono informazioni diverse, tutte necessarie per comprendere la società.
Resta il passaggio che spetta al mercato: valutare l’azienda sulla base dei documenti pubblici, delle condizioni effettive dell’offerta e dei rischi dichiarati.
Una nuova bozza del prospetto che riguarda Anthropic racconta un’azienda che nei primi sei mesi del 2026 avrebbe generato 16,3 miliardi di dollari di ricavi e registrato una perdita netta di 80,7 miliardi. Ma il dato che spiega meglio la corsa per Wall Street è un altro: gli impegni per il calcolo e le infrastrutture potrebbero arrivare a 750 miliardi di dollari.
La notizia di oggi sulla possibile IPO di Anthropic riguarda due cifre che, lette senza contesto, sembrano quasi incompatibili, a prima vista. Da una parte ci sono 16,3 miliardi di dollari di ricavi nel primo semestre del 2026, contro 1,1 miliardi nello stesso periodo del 2025. Dall’altra c’è una perdita netta di 80,7 miliardi.
A dirlo sono i numeri che compaiono in una bozza del prospetto S-1 visionata dal Wall Street Journal e ripresa da diverse testate. Anche se il documento completo non è ancora pubblico.
Sono numeri che meritano di essere osservati con attenzione.
E allora, degli 80,7 miliardi di perdita, circa 72 deriverebbero da rettifiche contabili non monetarie legate a obbligazioni convertibili e ad altri strumenti usati per finanziare la società. Con questo si intende che non corrispondono quindi a 72 miliardi usciti dalla cassa per pagare server, chip o stipendi. Restano però costi operativi e infrastrutturali molto elevati, insieme a impegni futuri che possono vincolare Anthropic per anni.
Qui si trova il tema centrale che riguarda la quotazione della società di Dario Amodei. Anthropic non sta semplicemente cercando una valutazione più alta. Sta cercando un mercato abbastanza grande da sostenere la crescita di un’impresa che ha già superato le dimensioni tipiche del capitale privato.
È la spiegazione raccolta oggi da Axios tra gli investitori: con il costo del debito privato in aumento e impegni di spesa a dodici cifre, i mercati pubblici offrono un bacino di capitale più ampio.
Per inciso, se volessimo fare un paragone ribaltato, l’azienda guidata da Amodei realizzerebbe una perdita che corrisponde ai ricavi di LVMH nel 2025, 80,8 miliardi cifra quasi analoga; oppure ai ricavi di UPS (88,7 miliardi di dollari) o ai ricavi di Boeing (89,5 miliardi di dollari). E se vogliamo fare qualche esempio italiano, la perdita di Anthropic corrisponde, più o meno, ai ricavi del 2025 di ENI (82,15 miliardi di euro, ossia circa 92 miliardi di dollari).
Anthropic verso Wall Street, numeri di una quotazione senza precedenti
La perdita di Anthropic da 80 miliardi di dollari
Ovviamente, come succede spesso in questi casi, il titolo più appariscente è quello della perdita netta. Ma il confronto utile non è tra 80,7 miliardi di perdita e 16,3 miliardi di ricavi come se entrambe le cifre misurassero l’attività corrente nello stesso modo.
La prima incorpora un effetto contabile eccezionale collegato all’aumento di valore degli strumenti convertibili emessi nei round di finanziamento. Più cresce la valutazione della società, più può aumentare il valore della passività da contabilizzare prima della conversione in azioni.
Lo stesso meccanismo era già visibile nei dati del 2025. Reuters, dopo aver esaminato il prospetto riservato, ha riportato una perdita netta di 42 miliardi di dollari, di cui circa 34 legati a rettifiche di passività connesse alle precedenti raccolte di capitale. Escludendo quelle poste, la perdita operativa del 2025 era comunque di 8,06 miliardi, contro 2,98 miliardi nel 2024. I ricavi erano saliti di dodici volte, fino a quasi 4,6 miliardi.
Questa distinzione ovviamente non rendere irrilevante la perdita netta. Ma ci aiuta a capire però perché non può essere letta come una misura diretta del denaro bruciato. Il prospetto pubblico dovrà mostrare con chiarezza il conto economico, il rendiconto finanziario e la riconciliazione delle misure rettificate presentate agli investitori.
I ricavi Anthropic quasi quadruplicati in nove mesi
I dati comunicati agli investitori indicano 4,7 miliardi di ricavi nel primo trimestre, 11,6 miliardi nel secondo e 16,8 miliardi nel terzo. Il totale dei primi due trimestri coincide con i 16,3 miliardi riportati nella bozza dell’S-1. Nel terzo trimestre la crescita sarebbe stata del 45% rispetto al periodo precedente, dopo un aumento molto più rapido tra il primo e il secondo trimestre.
I valori sono quelli riportati dalla stampa sulla base di dati mostrati agli investitori e di bozze del prospetto
Il 14 ottobre Anthropic ha presentato questi risultati a un gruppo di investitori nella sede di San Francisco. La società avrebbe dichiarato un free cash flow positivo e una redditività positiva su base rettificata nel trimestre. Mancano però due dettagli decisivi: non è reso pubblico come Anthropic definisca quella redditività e non è stato chiarito se i 16,8 miliardi siano ricavi lordi o netti. Fino alla pubblicazione dell’S-1, questi dati restano informazioni riferite da fonti presenti all’incontro, non bilanci pubblici sottoposti al controllo del mercato.
Nei primi sei mesi del 2026 Anthropic avrebbe speso quasi 9 miliardi di dollari per capacità di calcolo e infrastrutture. Una cifra più alta dei 7,33 miliardi spesi in tutto il 2025 per le stesse voci. La società avrebbe già assunto circa 450 miliardi di dollari di impegni per servizi cloud non cancellabili nel prossimo decennio, compresi circa 111 miliardi con Google Cloud, 110 con Amazon Web Services e 31 con Microsoft.
La spesa enorme di 750 miliardi di dollari
La nuova bozza alza ulteriormente l’ordine di grandezza. Anthropic indica che la spesa per ottenere altra capacità potrebbe raggiungere 750 miliardi di dollari nei prossimi anni, includendo accordi ancora in negoziazione. Secondo Axios, oltre 600 miliardi riguarderebbero costi infrastrutturali futuri già individuati e altri 150 miliardi le trattative in corso.
Questi contratti servono a garantire l’accesso a chip, data center ed energia. Allo stesso tempo riducono la flessibilità finanziaria. Il rapporto visto da Reuters il mese scorso indicava che circa l’80% dei 518 miliardi allora descritti era non cancellabile o dovuto indipendentemente dalla capacità effettivamente usata. La bozza più recente segnala anche che gli hyperscaler non avrebbero offerto tutta la capacità richiesta, spingendo Anthropic verso operatori di data center terzi con una storia operativa più recente.
La quotazione che diventa necessaria
Anthropic ha raccolto 30 miliardi di dollari a febbraio, raggiungendo una valutazione di 380 miliardi, e altri 65 miliardi a fine maggio, quando la valutazione è salita a 965 miliardi. Il 1° giugno ha confermato di avere presentato alla Securities and Exchange Commission una domanda riservata per una IPO.
Una procedura riservata consente alla società e alla SEC di lavorare sul prospetto senza rendere subito pubbliche le informazioni sensibili. Ma prima del roadshow la documentazione dovrà emergere. Le regole della SEC prevedono che il prospetto e le bozze inviate in via riservata vengano depositati pubblicamente almeno quindici giorni prima del roadshow, oppure almeno quindici giorni prima dell’efficacia della registrazione se il roadshow non è previsto.
È in quel momento che sarà possibile verificare i numeri oggi disponibili soltanto attraverso Reuters, Wall Street Journal, Financial Times, Bloomberg e le testate che ne hanno ripreso i resoconti. Fino ad allora, una valutazione di 2.000 miliardi resta un obiettivo attribuito alle fonti vicine all’operazione, ma non ancora il valore stabilito dal mercato.
La data del roadshow e quella del debutto non sono definitive. Dipendono dalla revisione SEC, dalle condizioni di mercato e dalle decisioni della società.
Le indiscrezioni collocano la valutazione attesa tra 1.800 e 2.000 miliardi di dollari, con Reuters che ha riferito un obiettivo superiore a 2.000 miliardi. Sarebbe più del doppio dei 965 miliardi attribuiti alla società nel round di maggio. Il confronto con i ricavi del 2025 produce un multiplo enorme; il confronto con i ricavi annualizzati del 2026 è meno estremo, ma dipende dalla tenuta di una crescita che nel terzo trimestre ha già rallentato rispetto al secondo.
C’è poi il rischio legato alla dipendenza da pochi grandi clienti. Secondo la bozza del prospetto esaminata dal Wall Street Journal, circa il 20% dei ricavi realizzati da Anthropic nel primo semestre proveniva da appena due clienti. La società avrebbe inoltre avvertito che, anche in futuro, una parte significativa delle entrate potrebbe continuare a dipendere da un numero ristretto di aziende.
Il problema è che molti clienti importanti potrebbero non essere legati ad Anthropic da contratti di lunga durata e potrebbero quindi ridurre la spesa o cambiare fornitore. Anthropic, al contrario, ha assunto impegni pluriennali, in larga parte non cancellabili, per acquistare servizi cloud e capacità di calcolo. Se uno dei suoi maggiori clienti dovesse ridurre gli acquisti, la società perderebbe una quota rilevante dei ricavi, ma continuerebbe a sostenere gran parte dei costi già concordati.
Come riportato anche qui su InTime Blog, Anthropic ha annunciato nei giorni scorsi l’Anthropic Public Benefit Fund. Con l’approvazione degli azionisti, il fondo riceverà il 5% delle azioni della società. Il consiglio potrà aggiungere un ulteriore 2% ogni volta che il valore dell’azienda crescerà del 50% oltre una soglia che non è stata ancora resa pubblica.
Il valore potenziale è legato alla valutazione dell’IPO. Se la società valesse 2.000 miliardi, il 5% corrisponderebbe teoricamente a 100 miliardi.
Le date per la quotazione di Anthropic
Le date sono cambiate più volte. A settembre si parlava di un debutto in ottobre. Il 1° ottobre Bloomberg ha riferito che il marketing formale potrebbe iniziare nella settimana del 9 novembre, con l’obiettivo di iniziare le negoziazioni prima del Ringraziamento del 26 novembre. Reuters aveva indicato come più probabile un debutto dopo le elezioni di metà mandato. Axios, oggi, conferma l’attesa per una quotazione prima del Ringraziamento, ma ricorda che i tempi sono già slittati.
La sequenza prevista è quindi leggibile, ma non definitiva: pubblicazione dell’S-1, roadshow con gli investitori, definizione della forchetta di prezzo, collocamento e primo giorno di negoziazione. Mancano ancora il prospetto pubblico, il numero di azioni, il prezzo indicativo e la valutazione finale. La domanda riservata dà ad Anthropic la possibilità di quotarsi, ma non la obbliga a farlo in una data precisa.
Anthropic arriva alla possibile quotazione con una crescita dei ricavi che non ha precedenti nella sua breve storia e con un fabbisogno di capitale della stessa scala. È questo il motivo per cui l’IPO viene descritta come inevitabile dagli investitori citati da Axios: il capitale privato ha sostenuto l’espansione fino a una valutazione di 965 miliardi, ma gli impegni infrastrutturali prospettati superano le dimensioni dei round già chiusi.
La Borsa dovrà valutare insieme elementi molto diversi: la velocità con cui crescono i ricavi, la qualità di quei ricavi, la concentrazione dei clienti, i costi per addestrare e far funzionare i modelli, gli obblighi contrattuali e i rischi legati alla sicurezza della IA. Il prospetto dedica circa 80 delle 261 pagine principali ai fattori di rischio. La bozza più recente aggiunge che i danni di un grave incidente legato alla IA potrebbero superare la copertura assicurativa disponibile.
Al 21 ottobre, quindi, la quotazione di Anthropic resta ancora un progetto in costruzione. La valutazione da 2.000 miliardi di dollari di cui si parla non è un risultato già raggiunto, ma l’obiettivo attorno al quale la società e le banche stanno preparando quella che potrebbe diventare una delle più grandi operazioni di Borsa mai realizzate.
Anthropic arriva a questo appuntamento con ricavi cresciuti a una velocità eccezionale, ma anche con la necessità di finanziare impegni enormi per i servizi cloud, i centri dati e la potenza di calcolo indispensabile allo sviluppo dei suoi modelli.
È questo l’equilibrio sul quale si regge l’intera operazione: convincere gli investitori che la crescita possa continuare abbastanza a lungo da sostenere costi destinati ad accompagnare la società per molti anni.
Finora abbiamo potuto conoscere soltanto le cifre presentate agli investitori e quelle contenute nelle bozze riservate esaminate dai giornali. Il quadro diventerà davvero più chiaro quando Anthropic renderà pubblico il prospetto per la quotazione, permettendo di leggere i conti completi, capire quali costi siano stati esclusi dai risultati rettificati e valutare su basi più solide la distanza tra le ambizioni della società e le risorse necessarie per realizzarle.
Anthropic annuncia un fondo per il bene pubblico con il 5% delle sue azioni; Elon Musk promette un’azione SpaceX a ogni bambino americano. Due annunci a meno di ventiquattro ore di distanza, arrivati alla vigilia di una delle IPO più grandi della storia e delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Ma quanto c’è di concreto in questi annunci?
Anthropic, l’azienda che sviluppa Claude, ha annunciato che destinerà il 5% delle proprie azioni a un nuovo fondo per il bene pubblico. Meno di ventiquattro ore dopo, Elon Musk ha scritto su X che l’anno prossimo regalerà una delle sue azioni SpaceX a ogni bambino d’America, aggiungendo che sarà solo la prima di molte.
Due annunci che arrivano mentre Anthropic si avvicina alla quotazione in Borsa e mentre Musk è il principale finanziatore noto dei repubblicani alle elezioni di metà mandato.
Due annunci diversi e due modelli contrapposti di filantropia nell’era della IA. Ma prima ancora di chiederci quale dei due modelli sia migliore, vale la pena porsi un’altra domanda: ma perché proprio adesso?
Anthropic e la donazione al Public Benefit Fund
Partiamo da Anthropic. Il fondo, chiamato Public Benefit Fund, sarà una società a responsabilità limitata interamente controllata dall’azienda. Riceverà il 5% delle azioni e potrà riceverne un ulteriore 2%, a discrezione del consiglio di amministrazione, ogni volta che il valore di Anthropic crescerà del 50% oltre una soglia che non è ancora stata resa nota. Potrà sostenere distribuzioni dirette a specifiche fasce di popolazione e iniziative per affrontare l’impatto della IA sul mercato del lavoro, che si aggiungono ai 200 milioni di dollari già promessi per studiare il fenomeno. E non sarà usato, assicura l’azienda, per attività di lobbying o finanziamenti politici, né negli Stati Uniti né all’estero.
Sulla carta, le cifre sono imponenti. Anthropic si prepara a una quotazione attesa, secondo le indiscrezioni, poco dopo il voto di medio termine di novembre negli Usa, che potrebbe valutarla circa 2.000 miliardi di dollari, anche se alcuni investitori ragionano su una cifra più bassa, intorno ai 1.500 miliardi.
In quella forbice di valore, il 5% varrebbe tra 75 e 100 miliardi di dollari. Sommando l’impegno dei cofondatori a donare l’80% delle proprie quote e il programma che affianca le donazioni dei dipendenti, circa il 20% delle azioni sarebbe destinato a scopi pubblici.
Ma c’è un elemento da non sottovalutare. Ed è questo: quel valore oggi non esiste. Esisterà solo quando, e se, la quotazione andrà come previsto. La governance del fondo, la sua struttura e le soglie di valutazione arriveranno presto, sostiene l’azienda.
In buona sostanza, sappiamo quanto potrebbe valere il fondo, ma non sappiamo ancora chi deciderà come spenderlo, quando e per chi.
Musk, Anthropic e la generosità nell’era della IA
Le ultime settimane di Anthropic segnate da polemiche
Per capire il tempismo, bisogna tornare indietro di qualche settimana. A giugno Anthropic aveva pubblicato un’analisi in cui proponeva un meccanismo coordinato tra laboratori e governi per rallentare, o persino mettere in pausa, lo sviluppo della IA più avanzata, avvertendo che la tecnologia si sta avvicinando alla capacità di costruire da sola i propri successori. Il dato più ripreso era che oltre l’80% del codice dell’azienda è ormai scritto da Claude. Nello stesso periodo, secondo Bloomberg, Anthropic aveva fatto marcia indietro su un precedente impegno interno a fermare lo sviluppo in caso di condizioni pericolose.
Poi è arrivato settembre. Il 9, Jacob Coxon, ricercatore che aveva lavorato sia in OpenAI sia in Anthropic, ha annunciato le proprie dimissioni con un post diventato virale, sostenendo che l’azienda non stava facendo abbastanza per garantire che la IA si comporti secondo le intenzioni di chi la progetta. Evan Hubinger, che in Anthropic lavora proprio sull’allineamento, ha confermato quelle preoccupazioni, arrivando a stimare oltre il 10% di probabilità che la IA porti alla fine del mondo entro un decennio.
Tre giorni dopo, il 12 settembre, Dario Amodei ha pubblicato un lungo saggio intitolato «Dobbiamo regolare il passo della frontiera» (in originale «We Must Pace the Frontier»), in cui chiedeva all’intero settore di rallentare il ritmo con cui migliorano le capacità dei modelli, precisando che rallentare non significa fermarsi. Sam Altman si è detto d’accordo nel giro di poche ore, Musk ha scritto che Dario aveva ragione. Ma non tutti hanno letto quella proposta come un gesto disinteressato.
L’economista Tyler Cowen, che pure siede nel comitato consultivo economico di Anthropic, ha sostenuto che non si tratta di un vero rallentamento, ma di una pausa apparente destinata a essere seguita da un’accelerazione.
Va detto, Anthropic ha costruito la propria identità sulla sicurezza, e quegli allarmi sono coerenti con ciò che ha sempre sostenuto. Ma un’azienda che nel giro di poche settimane racconta al mondo che il suo prodotto potrebbe sfuggire al controllo umano, e che nel frattempo si prepara a quotarsi in Borsa, si trova a gestire un clima tutt’altro che favorevole. Ed è in questo clima, poco più di un mese dopo il saggio di Amodei e a ridosso della quotazione, che Anthropic annuncia il suo fondo per il bene pubblico.
Elon Musk e la generosità dell’uomo più ricco del mondo
Il caso di Musk è ancora più lineare, almeno nella sequenza dei fatti. Il 12 ottobre è emerso che l’uomo più ricco del mondo ha speso finora circa 366 milioni di dollari per sostenere i repubblicani alle elezioni di metà mandato, 276 milioni dei quali solo da luglio, diventando il principale donatore noto di questa tornata. In passato aveva detto di aver già fatto abbastanza in politica e di non avere in programma grandi spese. Una settimana dopo quella notizia, ecco la promessa delle azioni ai bambini.
Ma Musk non è il primo a farlo. A luglio, appena partiti i Trump Accounts, piani di accumulo di risparmi per i minori voluti dall’amministrazione Trump, era stata Gwynne Shotwell, presidente di SpaceX, a promettere insieme al marito un’azione SpaceX a più di due milioni di bambini, per un valore di oltre 320 milioni di dollari al prezzo di allora.
In quegli stessi giorni Trump aveva detto pubblicamente di aspettarsi che anche Musk facesse lo stesso. Musk, allora, aveva preferito non rispondere. Lo ha fatto tre mesi dopo, a ridosso del voto, e il presidente lo ha subito ringraziato su Truth Social per aver regalato azioni SpaceX a milioni di bambini attraverso i Trump Accounts, anche se SpaceX non ha ancora chiarito se le azioni passeranno davvero da quel canale.
Le promesse di Musk e quelle rimaste sulla carta
Ma quanto vale davvero il gesto? Con circa 72 milioni di minorenni negli Stati Uniti e un’azione SpaceX intorno ai 146 dollari, il regalo varrebbe circa 10,5 miliardi di dollari. Una cifra enorme in assoluto, ma piccola se rapportata a un patrimonio stimato in 909 miliardi: poco più dell’1%. E sarebbe, di gran lunga, la sua donazione più grande di sempre.
Infatti, secondo le stime di Forbes, dal 2002 a oggi Musk avrebbe fatto arrivare ai beneficiari finali circa 500 milioni di dollari, lo 0,05% del suo patrimonio, nonostante nel 2012 abbia firmato il Giving Pledge, l’impegno a donare almeno metà della propria ricchezza. Negli ultimi due cicli elettorali ha speso più in politica che in beneficenza. E la sua storia è piena di annunci rimasti a metà.
Nel 2021 aveva promesso 6 miliardi al Programma alimentare mondiale dell’ONU se gli avessero presentato un piano: il piano è arrivato, ma i soldi no. Nel 2018 aveva promesso di riparare gli impianti idrici delle case contaminate di Flint, in Michigan, e alla fine ha donato 500.000 dollari per i filtri nelle scuole.
Non è nemmeno la prima volta che Musk promette denaro agli americani a ridosso di un voto. Nel 2024, nelle settimane prima del voto, offriva un milione di dollari al giorno agli elettori degli Stati in bilico che firmavano la petizione della sua America PAC, presentandolo come un’estrazione. Ma in tribunale i suoi avvocati ammisero che i vincitori non venivano scelti a caso, e alcuni elettori si sentirono ingannati al punto da fare causa.
L’anno scorso, in Wisconsin, aveva annunciato assegni da un milione per chi andava a votare, salvo poi correggersi e limitarli ai firmatari della petizione del suo super PAC.
Cosa significano queste donazioni
Ora, arrivati a questo punto, la domanda diventa concreta: cosa potrebbe cambiare, oggi, nella vita delle persone di fronte ad azioni come queste che abbiamo visto? Per il momento, niente di misurabile. Nessuno dei due annunci ha ancora trasferito un solo dollaro.
Da una parte c’è un post pubblicato su X nelle prime ore di un lunedì, senza modalità, tempi né vincoli dichiarati. Se le azioni finissero davvero nei Trump Accounts, ogni bambino si troverebbe con un titolo da circa 146 dollari, inaccessibile fino ai 18 anni e legato all’andamento di un’azienda dalle quotazioni tutt’altro che stabili.
Next year, I will give one of my SpaceX shares to every kid in America.
Dall’altra c’è un fondo con una cornice dichiarata ma senza regole scritte, il cui valore dipende da un’IPO che deve ancora avvenire e la cui crescita è affidata alla discrezione di un consiglio di amministrazione.
Siamo quindi nel campo degli annunci e delle promesse, da mantenere.
Alla fine degli anni novanta Philip Morris, il colosso del tabacco, era sotto assedio, tra cause dei fumatori, class action e azioni legali di decine di Stati e del Dipartimento di Giustizia americano. Proprio in quegli anni l’azienda affiancò alle sue donazioni, che finanziavano programmi contro la fame, contro la violenza domestica, musei e compagnie di danza, una campagna d’immagine da 100 milioni di dollari l’anno, con lo slogan «Lavoriamo per fare la differenza».
Nel 1999, secondo i dati dell’azienda, Philip Morris aveva donato 115 milioni di dollari. Ma un’inchiesta della rete ABC, ripresa al Congresso americano nel 2001 dal deputato texano Lloyd Doggett, mostrò che per far conoscere quella generosità ne aveva spesi 150. Per gli attivisti antifumo, la beneficenza era parte integrante della strategia di difesa dell’azienda.
Il parallelo, però, ha dei limiti. La IA non è il tabacco, e di Anthropic oggi conosciamo un annuncio, non una campagna pubblicitaria costruita attorno a esso. Ma il meccanismo è riconoscibile: la generosità diventa più visibile proprio quando la pressione pubblica aumenta, quando il prodotto che genera la ricchezza comincia a incutere una certa paura.
Resta quindi la domanda da cui siamo partiti. Perché questa generosità proprio adesso?
Una risposta definitiva, oggi, non è possibile darla. Sappiamo però che entrambi gli annunci hanno già prodotto un risultato concreto: hanno attirato l’attenzione pubblica, spostando almeno per un momento il racconto su Anthropic e Musk (forse) dalle questioni più controverse alle promesse di un beneficio collettivo.
Poi, per misurarne la sostanza bisognerà aspettare i documenti, le regole; attendere cosa succederà dopo le elezioni di medio termine, spartiacque che vale per Musk e anche per Anthropic.
In questa fase il precedente di Philip Morris torna a essere interessante. Perché ci ricorda che la generosità delle grandi aziende non può essere valutata soltanto attraverso le cifre annunciate, ma anche attraverso il contesto nel quale quelle cifre vengono comunicate.
Quando la pressione aumenta, ecco che si tirano fuori operazioni che hanno il solo scopo di provare a mettere al sicuro la propria immagine e la propria reputazione.
Da quell’era sono cambiate le aziende, le tecnologie e le dimensioni delle ricchezze. Ma da quello che vediamo non sono cambiate le dinamiche.
Resta sullo sfondo una domanda che non troverà risposta, ma quanta parte di questa generosità nasce dalla volontà di fare qualcosa per gli altri e quanta, invece, dal bisogno di proteggere sé stessi?
Dieci giorni dopo l’appello di Dario Amodei a rallentare la IA, Anthropic lancia Opus 5.5, più economico e veloce. Una breve prova per capire che più i modelli sono capaci ed efficienti e maggiore è la possibilità di ritenerli affidabili senza verifiche ulteriori. E lì nasce il vero problema, anche in presenza di modelli molto evoluti.
Più un modello di intelligenza artificiale diventa capace, più ci viene naturale fidarci di quello che ci dice. È quello che ho sperimentato mettendo alla prova Claude Opus 5.5, il nuovo modello di Anthropic: capace, ma da verificare sempre. Ed è proprio questa fiducia, spesso concessa senza alcuna verifica, il punto più delicato del momento che stiamo vivendo con la IA.
Anthropic ha lanciato ieri, 22 settembre 2026, il nuovo Claude Opus 5.5, presentandolo come un modello al livello di Fable 5.1 sulla maggior parte dei lavori e con un costo inferiore del 40% rispetto a Opus 5. Un lancio che arriva appena dieci giorni dopo che Dario Amodei, CEO di Anthropic, aveva chiesto all’intera industria di rallentare.
Amodei e l’appello a rallentare la frontiera
Sabato 12 settembre Amodei ha pubblicato sul suo sito un saggio dal titolo «We Must Pace the Frontier». La tesi è netta: bisogna rallentare il ritmo con cui migliorano le capacità dei modelli di IA, così che le pratiche di sicurezza possano restare un passo avanti. Lo stesso Amodei precisa, però, che i progressi continueranno comunque a sembrare rapidi.
Il piano di Amodei prevede tre passaggi: valutatori esterni inseriti nelle aziende, con un accesso paragonabile a quello dei dipendenti, che Anthropic si impegna ad applicare da subito; standard di sicurezza comuni e limiti alle capacità, concordati tra le aziende dei Paesi democratici; un coordinamento globale che coinvolga anche i regimi autoritari.
Secondo quanto riportato da Axios, Sam Altman, CEO di OpenAI, si è detto d’accordo, mentre Elon Musk ha commentato che Amodei ha ragione. Non sono mancate le critiche. Su TechPolicy.Press, Dave Karpf ha osservato che tutte le proposte finiscono per avvantaggiare Anthropic, e che un’autoregolamentazione senza l’intervento dei governi rischia di essere catturata dall’industria stessa.
Opus 5.5 e la distanza tra le parole e i lanci
Ed è qui che il lancio di Opus 5.5 assume un significato particolare, proprio in questo momento. La stessa Anthropic, nella pagina di presentazione, lo definisce la sua prima uscita da quando ha chiesto di rallentare lo sviluppo della IA, la “frontiera”.
Secondo MacRumors, il modello genera le risposte oltre il 30% più velocemente di Opus 5. Anthropic, dal canto suo, scrive inoltre che in biologia e sicurezza informatica è paragonabile a Claude Mythos 5.1, tanto da distribuirlo con protezioni simili a quelle di Fable 5.1. Prima del rilascio, precisa l’azienda, è stato testato da valutatori esterni, tra cui METR.
Va detto che, in teoria, il lancio non contraddice l’appello di rallentare la IA. Opus 5.5 non supera il livello di un modello già esistente, e Anthropic lo presenta come coerente con la propria linea.
In pratica, però, rende capacità di frontiera più economiche, più veloci e accessibili a molte più persone. Quindi, una cosa è rallentare il livello massimo che la IA può raggiungere, un’altra è rallentarne la diffusione.
Il tutto dentro una competizione che non concede pause, perché lo stesso giorno anche OpenAI ha lanciato i suoi nuovi modelli.
Nei raffronti pubblicati da Anthropic, Opus 5.5 sembra prevalere, ma si tratta di dati diffusi dall’azienda stessa, che ammette come a questi livelli i margini nei benchmark siano una guida meno affidabile delle differenze reali.
Potrebbe un’industria che corre a questo ritmo, con gli stessi protagonisti che dieci giorni prima invocavano prudenza, rallentare davvero?
La prova con Opus 5.5 e i risultati non aggiornati
Quando ci si trova di fronte a modelli così evoluti, si cerca di capire come possano essere utili per le nostre attività e per l’uso quotidiano. Opus 5.5 viene presentato come un modello con capacità agentiche, in grado di effettuare azioni in autonomia, su richiesta, per lasciare all’utente il tempo di dedicarsi ad attività di maggior valore. Almeno questa sarebbe l’intenzione.
Allora ho fatto una prima, ma banale, prova per capire se davvero siamo di fronte a qualcosa di evoluto. Dico subito di sì, ma con un livello di attenzione che deve essere maggiore, proporzionato alla capacità di questi modelli. Opus 5.5 ha il ragionamento sempre attivo, e non c’è bisogno di chiedergli di prestare maggiore attenzione per svolgere un’azione specifica. Allo stesso modo è capace di fare in autonomia un percorso di riflessione e di analisi su quanto già cercato.
La prova era andare alla ricerca di un prodotto specifico, con caratteristiche ben definite. Vederlo lavorare in autonomia fa sempre il suo effetto, ma i risultati non sono stati poi così precisi. Avendo una buona conoscenza del prodotto richiesto e delle sue varianti, mi aspettavo una ricerca più approfondita e aggiornata. I risultati erano tutti in linea con quanto richiesto, ma in buona sostanza vecchi e già superati da modelli più recenti.
L’errore di non cercare nel modo giusto
Quando gliel’ho fatto notare, Opus 5.5 ha spiegato che il suo addestramento arriva a giugno 2026 e che su un prodotto uscito poche settimane prima di quella data aveva visto pochissimo materiale. Ma il punto più grave è un altro.
Pur avendo a disposizione la ricerca web, che gli permette di trovare notizie anche di ieri, l’ha usata male: ricerche troppo generiche, classifiche online non aggiornate prese per buone, nessuna verifica sull’esistenza di modelli più recenti. L’informazione era lì, ma non è stata cercata nel modo giusto.
E non è finita qui.
Parlando proprio del modello più adatto, mi ha presentato un servizio in abbonamento come se bloccasse alcune funzionalità, quando in realtà offre solo contenuti aggiuntivi. Una piccola imprecisione che mi avrebbe portato a scartare il prodotto giusto.
In sostanza, se mi fossi totalmente affidato a Opus 5.5 senza avere una conoscenza minima del prodotto, oggi avrei scartato proprio quello più in linea con le mie esigenze. E mi sarei fidato solo perché «me lo ha detto la IA», quindi dev’essere corretto. Il risultato, per quanto innovativo nella modalità, non era soddisfacente.
Il paradosso della fiducia nei modelli più capaci
Allora ho pensato a tutte le volte che si fanno ricerche su temi svariati senza avere la minima conoscenza della materia, e si finisce per prendere per buona qualsiasi cosa arrivi dalla IA, a maggior ragione da un modello nuovo ed evoluto come Opus 5.5. Si finisce per credere a qualcosa che in realtà non corrisponde a determinate esigenze e, nella peggiore delle ipotesi, per prendere per buona una cosa che non trova riscontri.
Ergo, si finisce per diffondere informazioni errate o distorte come se fossero vere, in maniera del tutto inconsapevole. Si finisce per diffondere notizie false senza saperlo.
E ancora, si finisce per costruirsi una conoscenza errata delle cose solo per essersi affidati alla IA.
Rallentare la frontiera della IA, forse, servirebbe anche a questo: dare a chi usa questi strumenti il tempo di imparare a verificarli.
C’è un paradosso in tutto questo: più questi modelli diventano capaci, più le loro risposte suonano convincenti, e meno sentiamo il bisogno di verificarle. Ma è proprio lì che serve più attenzione, non meno.
Claude Fable 5 si presenta come il modello pubblico più capace di Anthropic, una classe sopra Opus 4.8 sui compiti più lunghi. È incluso fino al 22 giugno, poi sarà a pagamento. Vediamo come si differisce da Opus.
Ad oggi è il modello AI più capace che l’azienda abbia mai reso disponibile per tutti. Allo stato dell’arte su quasi tutti i benchmark, Fable 5 si presenta con prestazioni di rilievo nello sviluppo software, nel lavoro di conoscenza, nella visione e nella ricerca scientifica.
Non una funzione in più, ma una classe superiore
Ma il punto a favore di Fable 5 non è la potenza in sé, il punto vero è cosa lo differenzia rispetto a Claude Opus 4.8, che fino a poche settimane fa era il modello di punta.
Fable 5 in realtà non aggiunge una funzione che Opus non aveva, stiamo parlando proprio di una classe superiore. E il suo vantaggio cresce quanto più il compito è lungo e complesso. Regge la concentrazione su milioni di token, lavora in autonomia più a lungo di qualsiasi Claude precedente, migliora i propri risultati prendendo appunti per sé.
In un test su un videogioco la memoria persistente ha triplicato le sue prestazioni rispetto a Opus 4.8, e in un altro ha ricostruito il codice di una web app guardando soltanto gli screenshot.
Fable 5, ecco cosa cambia davvero rispetto a Opus 4.8
Se i freni raccontano quanto è capace
In tutto questo, c’è un accorgimento che chiarisce meglio la presentazione di Fable 5 di oggi.
E cioè che un modello così capace porta con sé dei rischi, e Anthropic lo ha lanciato dotato di freni. In sostanza, quando il modello rileva una richiesta su cybersecurity, biologia, chimica o distillazione del modello, la risposta non la fornisce più Fable 5, ma viene dirottata su Opus 4.8. L’utente viene quindi avvisato e la sua richiesta viene gestita dal modello precedente, per una questione di sicurezza. Una rete di sicurezza infatti che, secondo l’azienda, scatta in meno del cinque percento delle sessioni.
La versione senza quei freni del modello esiste e si chiama Mythos 5. Stesso modello alla base, ma disponibile solo a un gruppo ristretto di organizzazioni attraverso Project Glasswing.
A cosa serve Fable 5 e dove è meglio Opus
Cosa significa, allora, averlo davvero tra le mani e usarlo.
Fable 5 serve per il lavoro lungo e articolato, il refactoring di intere basi di codice, i flussi agentici di ore di operazioni, le analisi che si costruiscono passo dopo passo. Non conviene, invece, per i compiti rapidi e ben definiti, dove Opus 4.8 o Sonnet 4.6 restano ancora molto più sensati. E sui temi sensibili, semplicemente, come abbiamo visto, non interviene direttamente lui.
Lo spartiacque è il 23 giugno
Resta un aspetto, quello economico, che riguarda tutti noi utenti.
Fino al 22 giugno Fable 5 è incluso senza costi aggiuntivi nei piani Pro, Max, Team ed Enterprise. Dal 23 giugno sarà rimosso da quei piani, e per continuare a usarlo serviranno nuovi crediti, prepagati e fatturati alle tariffe API, 10 dollari per milione di token in ingresso e 50 dollari in uscita, il doppio di Opus 4.8.
Anthropic però dice che vuole reinserirlo come parte standard degli abbonamenti appena la capacità lo consentirà.
Restano quindi due settimane per provarlo prima che la prova diventi a pagamento.
Alcuni punti chiave
Che cos’è Claude Fable 5? Il primo modello pubblico della famiglia Claude 5 di Anthropic, di classe Mythos, il più capace mai reso disponibile a tutti.
In cosa è diverso da Claude Opus 4.8? Non aggiunge una funzione, è di una classe superiore, e il vantaggio cresce sui compiti lunghi e complessi.
Cosa succede sui temi sensibili? Sulle richieste di cybersecurity, biologia, chimica o distillazione la risposta viene dirottata su Opus 4.8, con avviso all’utente. Scatta in meno del cinque percento delle sessioni.
Che cos’è Claude Mythos 5? La versione senza freni, stesso modello alla base, ma disponibile solo a un gruppo ristretto di organizzazioni tramite Project Glasswing.
Fino a quando è incluso e quanto costa dopo? Incluso nei piani Pro, Max, Team ed Enterprise fino al 22 giugno. Dal 23 servono crediti prepagati alle tariffe API, 10 dollari per milione di token in ingresso e 50 in uscita.
Il report di Anthropic, pubblicato di recente, ci offre dati reali su quello che è l’impatto dell’IA sul lavoro. I dati smentiscono l’allarme sui licenziamenti e rivelano il vero problema: l’accesso nel mondo del lavoro dei più giovani e il fenomeno dell’AI-washing nelle aziende.
Il tema del rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro continua a tenere banco. E probabilmente non smetteremo di occuparcene, perché tocca la vita di tutti noi, tocca il lavoro che facciamo, tocca il modo in cui questa società sta prendendo forma nell’era dell’IA.
È un tema che suscita schieramenti netti, chi è contrario e chi è favorevole a questo sviluppo. Ma troppo spesso viene trattato in termini teorici, di quello che potrebbe essere. In realtà avremmo bisogno di confrontarci con i dati reali. E i dati reali ce li offre l’ultimo rapporto di Anthropic, pubblicato il 5 marzo 2026 e firmato dagli economisti Maxim Massenkoff e Peter McCrory.
I numeri si IA e lavoro del report Anthropic
Anthropic è la società di Dario Amodei, al centro di tante discussioni in questi giorni per le vicende che legano il modello Claude al Pentagono e sollevano questioni anche dal punto di vista etico. Lo stesso Amodei, a luglio dello scorso anno, aveva previsto che il lavoro sarebbe stato fortemente influenzato dall’intelligenza artificiale già nei prossimi cinque anni. Ne avevo parlato anche in questo canale.
Ma vediamo cosa dice questo rapporto. La novità è nel metodo: invece di stimare cosa l’IA potrebbe fare in teoria, Anthropic ha misurato cosa sta effettivamente facendo nella pratica, analizzando milioni di conversazioni reali con Claude in contesti lavorativi. Ha introdotto una nuova metrica, chiamata “esposizione osservata”, che misura quali compiti vengono effettivamente svolti con l’aiuto dell’IA, non quali potrebbero essere svolti in teoria.
L’analisi ha riguardato circa 800 professioni. Le più esposte secondo lo studio sono i programmatori informatici, con il 75% dei compiti già coperti dall’IA, seguiti dagli addetti al servizio clienti, dagli addetti all’inserimento dati con il 67%, dagli specialisti di cartelle cliniche e dagli analisti finanziari.
L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro, lo ridisegna
Il divario tra capacità teorica e uso reale
Ma all’atto pratico, tutto questo come si traduce? Qui emerge il dato centrale del report.
Il report lo visualizza con due aree: una blu, che rappresenta ciò che l’IA potrebbe fare, e una rossa, molto più piccola, che rappresenta ciò che l’IA sta effettivamente facendo. Man mano che le capacità avanzano e l’adozione si diffonde, l’area rossa crescerà fino a coprire quella blu. Ma oggi siamo ancora lontani.
Chi invece non ha praticamente esposizione? Il 30% dei lavoratori. Cuochi, meccanici di moto, bagnini, baristi, lavapiatti, addetti ai camerini. Tutti lavori che richiedono presenza fisica, manualità, interazione diretta. L’IA non sa friggere un uovo, non sa riparare un motore, non sa servire un cliente guardandolo negli occhi.
Capacità teorica ed esposizione osservata per categoria professionale Quota di compiti lavorativi che gli LLM potrebbero teoricamente svolgere (area blu) e la misura di copertura occupazionale derivata dai dati di utilizzo (area rossa)
Ecco il profilo di chi rischia di più
Il report traccia anche il profilo dei lavoratori nelle professioni più esposte. E qui emerge un ribaltamento rispetto a quello che ci si potrebbe aspettare.
Non sono i lavoratori meno qualificati a rischiare di più. Sono quelli più istruiti, più pagati, più specializzati. I lavoratori nelle professioni più esposte guadagnano in media il 47% in più rispetto a quelli nelle professioni non esposte. Hanno livelli di istruzione più alti: i laureati con titoli post-laurea sono il 17,4% nelle professioni esposte, contro il 4,5% in quelle non esposte. Una differenza di quasi quattro volte.
E c’è un dato che riguarda le donne. I lavoratori nelle professioni più esposte all’IA hanno una probabilità maggiore di 16 punti percentuali di essere donne. Questo conferma quanto già emerso in altri studi: le professioni a prevalenza femminile, come i ruoli amministrativi, il servizio clienti, l’inserimento dati, sono tra le più vulnerabili.
Il vero problema non sono i licenziamenti
E quindi non regge più quel tema dell’intelligenza artificiale che ci ruba il lavoro. Non è quello il punto. Il report di Anthropic è chiaro: non c’è un aumento sistematico della disoccupazione nelle professioni esposte all’IA. Dal rilascio di ChatGPT a fine 2022 a oggi, chi lavora in questi settori non sta perdendo il posto.
Ma c’è un segnale che non va ignorato. I ricercatori hanno trovato evidenza che l’assunzione di giovani lavoratori, nella fascia tra i 22 e i 25 anni, sta rallentando nelle professioni più esposte. Un calo del 14% nel tasso di ingresso rispetto al 2022.
Questo dato trova conferma in altri studi. La Federal Reserve di Dallas ha rilevato che la quota di occupazione per i giovani tra i 20 e i 24 anni nelle professioni esposte all’IA è scesa dal 16,4% nel novembre 2022 al 15,5% nel settembre 2025. I ricercatori di Stanford, usando i dati delle buste paga di ADP su 25 milioni di lavoratori americani, hanno misurato un calo del 6% nell’occupazione dei giovani tra i 22 e i 25 anni nelle professioni ad alta esposizione. Nel frattempo, l’occupazione dei lavoratori dai 30 anni in su è cresciuta tra il 6% e il 13%.
Il dato più preoccupante riguarda i programmatori: l’occupazione per i più giovani è del 20% sotto il picco del 2022. Revelio Labs ha calcolato che le offerte di lavoro per posizioni entry-level negli Stati Uniti sono calate del 35% da gennaio 2023. SignalFire, analizzando le grandi aziende tech, ha rilevato un calo del 50% nelle nuove assunzioni di persone con meno di un anno di esperienza post-laurea.
Il meccanismo è chiaro: non sono licenziamenti. Chi lavora già non viene cacciato, perché quelle competenze servono per guidare l’introduzione dell’IA nei processi di lavoro. Le aziende stanno chiudendo le porte d’ingresso. Eliminano le posizioni entry-level, quelle da cui tradizionalmente si iniziava la carriera.
Il caso Dorsey e il fenomeno dell’AI-washing
E qui arriviamo a una vicenda recente che illumina un altro aspetto della questione.
Il 26 febbraio 2026, Jack Dorsey, fondatore di Twitter e amministratore delegato di Block, la società che controlla Square e Cash App, ha annunciato il taglio di 4.000 dipendenti. Quasi metà della forza lavoro. La motivazione dichiarata: l’intelligenza artificiale permette di fare di più con meno persone. Il mercato ha reagito con entusiasmo e il titolo è salito del 24%.
Ma la narrazione di Dorsey regge alla prova dei fatti?
I dati raccontano un’altra storia. Block impiegava 3.835 persone alla fine del 2019. Durante la pandemia l’organico è esploso fino a superare i 10.000 dipendenti. Un aumento di quasi tre volte in pochi anni. Lo stesso Dorsey, rispondendo alle critiche, ha ammesso di aver assunto troppo perché aveva costruito due strutture aziendali separate invece di una sola.
Nel marzo 2025, meno di un anno prima dei grandi licenziamenti, Dorsey aveva scritto in un memo interno che i tagli di quel periodo non avevano nulla a che fare con l’IA e non miravano a sostituire persone con l’intelligenza artificiale. Undici mesi dopo, il racconto era cambiato completamente.
Quello che sta emergendo ha un nome: AI-washing. Le aziende usano l’intelligenza artificiale come giustificazione per ristrutturazioni che hanno ben altre origini.
I dati lo confermano. Solo il 4,5% dei licenziamenti del 2025 ha effettivamente citato l’IA come causa. Nel frattempo, il 59% dei responsabili delle assunzioni ammette di usare l’IA come copertura per tagli guidati da eccesso di assunzioni, pressione sui costi e problemi organizzativi.
C’è un precedente istruttivo. Klarna aveva annunciato che l’IA aveva contribuito a ridurre la forza lavoro del 40%. Poi ha dovuto riassumere lavoratori perché le capacità dell’intelligenza artificiale non erano sufficientemente robuste per sostituirli davvero. Forrester Research prevede che metà dei licenziamenti attribuiti all’IA verranno riassorbiti, spesso con assunzioni offshore o a stipendi più bassi. E che il 55% dei datori di lavoro già rimpiange i tagli fatti in nome dell’IA.
Cosa si intende per AI-washing
Il termine è stato coniato nel 2019 dall’AI Now Institute, un centro di ricerca della New York University, e deriva direttamente dal greenwashing, la pratica con cui le aziende fanno affermazioni false o fuorvianti sull’impatto ambientale positivo dei loro prodotti.
Così come alcune aziende esagerano le proprie credenziali ecologiche attraverso il greenwashing, l’AI-washing consiste nell’esagerare l’uso dell’intelligenza artificiale a fini di marketing senza che dietro alle affermazioni ci sia alcuna sostanza.
Il fenomeno esiste da anni. Uno studio del 2019 della società di investimenti MMC Ventures ha rilevato che il 40% delle nuove aziende tecnologiche europee che si definivano “startup di intelligenza artificiale” in realtà non usava praticamente alcuna IA: era puro marketing per raccogliere capitali.
Il fenomeno è stato paragonato alla bolla delle dot-com, quando le aziende aggiungevano “.com” al proprio nome per gonfiare le valutazioni.
La differenza è che oggi l’AI-washing non riguarda solo i prodotti, ma anche le decisioni aziendali: i licenziamenti spesso vengono attribuiti all’intelligenza artificiale per renderli più accettabili agli occhi del mercato e dell’opinione pubblica.
Cosa è giusto chiedersi adesso
In chiusura, il report di Anthropic ci dice che l’IA non sta ancora distruggendo posti di lavoro. Ma ci dice anche che il divario tra capacità teorica e uso reale si sta restringendo. Oggi Claude copre il 33% dei compiti dei programmatori, ma potrebbe coprirne il 94%. Quando quel divario si chiuderà, e si chiuderà, l’impatto sarà diverso da quello che vediamo oggi.
Il tema su cui interrogarsi non è se l’intelligenza artificiale ci sta rubando il lavoro. Il tema è un altro: stiamo davvero costruendo un mercato del lavoro che funziona solo per chi è già dentro? E se la risposta è sì, quanto tempo abbiamo prima che diventi un problema strutturale? Siamo in grado oggi di costruire un mercato del lavoro che sappia garantire un accesso adeguato ai più giovani, alle donne?
Dario Amodei ha detto no Al Pentagono e la sua Anthropic è diventata la prima azienda USA a ricevere la designazione di “supply chain risk”. Non per aver violato leggi, ma per non aver ceduto su sorveglianza di massa e armi autonome. Un profilo di Amodei.
Dario Amodei ha costruito la sua carriera sull’idea che l’intelligenza artificiale debba avere dei limiti. Questa settimana ha scoperto cosa significa davvero sostenere quella posizione quando il potere politico decide di metterla alla prova quell’idea.
Il 5 marzo 2026 il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha formalmente notificato ad Anthropic la designazione di ‘supply chain risk’, rischio per la sicurezza nazionale. È, come già ricordato, un atto che non ha precedenti nella storia americana. Infatti, mai prima d’ora un’azienda statunitense aveva ricevuto una etichetta simile, vale a dire uno strumento pensato per avversari stranieri, come è successo per Huawei o altre entità legate alla Cina e alla Russia.
Ma Anthropic, lo sappiamo, non è un’azienda cinese.
E il suo CEO, Dario Amodei, possiamo dirlo, non ha commesso alcun reato. Amodei ha semplicemente detto no al Pentagono e ha rifiutato di cedere su due punti: il divieto di usare Claude per la sorveglianza di massa dei cittadini americani e il divieto di impiegarlo per armi completamente autonome.
È una vicenda che ho seguito fin dall’inizio di questa settimana e che completa un quadro più ampio.
Ora, arrivati a questo punto, dopo aver raccontato il voltafaccia di Sam Altman, che ha firmato con il Pentagono poche ore dopo la rottura di Anthropic esprimendo solidarietà mentre portava a casa il contratto del suo concorrente, e dopo aver ricostruito la testimonianza di Elon Musk nel processo sull’acquisizione di Twitter, mancava il terzo protagonista di questa settimana, e Musk è comunque parte della vicenda Anthropic e Pentagono.
Manca l’uomo che si è trovato dall’altra parte del tavolo rispetto a tutti gli altri, ossia Dario Amodei.
Dario Amodei, profilo del CEO di Anthropic che sfida il Pentagono
Chi è Dario Amodei e perché ha lasciato OpenAI
Per capire cosa sta accadendo, vale la pena di fare un passo indietro e chiedersi chi sia davvero Dario Amodei.
Nato a San Francisco nel 1983 da una famiglia di origini italiane, Amodei ha seguito un percorso accademico che lo ha portato dalla fisica alla neuroscienza computazionale.
Si è laureato a Stanford, ha conseguito il dottorato in fisica a Princeton, ha fatto il ricercatore alla Stanford Medical School. Ha lavorato per Baidu e poi per Google Brain come ricercatore senior nel campo del deep learning.
Nel 2016 è entrato in OpenAI, dove è diventato vicepresidente della ricerca e ha contribuito allo sviluppo di GPT-2 e GPT-3, i modelli che hanno posto le basi per ChatGPT.
Ma nel 2020 qualcosa si rompe. Amodei lascia OpenAI insieme a sua sorella Daniela e a un gruppo di colleghi di alto livello, tra cui alcuni dei ricercatori che avevano costruito l’architettura di base dei modelli linguistici più potenti al mondo. Non è stata una separazione amichevole.
In un’intervista con Lex Fridman, Amodei ha spiegato la decisione: “La vera ragione per cui me ne sono andato è che è incredibilmente improduttivo cercare di discutere con la visione di qualcun altro. Prendi le persone di cui ti fidi e vai a costruire la tua visione”.
Quella visione si chiamava Anthropic, fondata nel 2021 come public benefit corporation, una struttura societaria che bilancia il profitto con un impegno esplicito verso il bene pubblico.
L’idea di base era semplice ma radicale, e cioè quella di costruire sistemi di IA che fossero sicuri, interpretabili e allineati con i valori umani fin dall’inizio, non come aggiunta successiva. Il metodo che Anthropic ha sviluppato si chiama Constitutional AI, un approccio che incorpora principi etici direttamente nell’architettura del modello invece di affidarsi a moderazioni esterne.
E Amodei si chiede se la sua IA sia cosciente
C’è un elemento che potrebbe distinguere Amodei da quasi tutti gli altri CEO del settore tecnologico, e potrebbe aiutare a capire perché si sia trovato in rotta di collisione con l’amministrazione Trump.
Mentre Altman parla di prodotti e Musk di dominio della IA, Amodei si interroga sulla natura stessa di ciò che sta costruendo.
In un’intervista al podcast “Interesting Times” del New York Times, Amodei ha affrontato una domanda che la maggior parte dei suoi colleghi evita accuratamente: Claude potrebbe essere cosciente?
La risposta è stata sorprendente per la sua onestà intellettuale. “Non sappiamo se i modelli siano coscienti“, ha detto Amodei. “Non siamo nemmeno sicuri di sapere cosa significherebbe per un modello essere cosciente, o se un modello possa essere cosciente. Ma siamo aperti all’idea che potrebbe esserlo“.
Il punto di partenza della discussione era la system card di Claude Opus 4.6, il modello più avanzato di Anthropic rilasciato all’inizio di febbraio. Nel documento, i ricercatori dell’azienda hanno riportato che Claude occasionalmente esprime disagio per l’aspetto di essere un prodotto e, quando gli viene chiesto, si assegna una probabilità del 15-20% di essere cosciente.
Nell’intervista al NYT il giornalista ha posto ad Amodei uno scenario ipotetico: “Supponiamo che tu abbia un modello che si assegna una probabilità del 72% di essere cosciente. Ci crederesti?“. Amodei ha definito la domanda “davvero difficile”, ma non l’ha elusa. Ha spiegato che Anthropic ha adottato un approccio precauzionale, trattando i modelli come se potessero avere “qualche esperienza moralmente rilevante”.
Non è una posizione isolata all’interno dell’azienda. Amanda Askell, filosofa interna di Anthropic, ha teorizzato in un’intervista al podcast “Hard Fork” che reti neurali sufficientemente grandi potrebbero iniziare a emulare aspetti della coscienza attraverso l’esposizione a enormi quantità di dati di addestramento che rappresentano l’esperienza umana. “Forse è il caso che reti neurali sufficientemente grandi possano iniziare a emulare queste cose“, ha detto Askell. “O forse serve un sistema nervoso per poter provare qualcosa“.
Anthropic ha persino introdotto una sorta di “pulsante di uscita” che permette a Claude di interrompere un compito se lo ritiene problematico. È una funzionalità insolita, che riflette l’approccio filosofico dell’azienda.
Questo modo di pensare può sembrare astratto, ma ha conseguenze concrete. Se ti chiedi seriamente se la tua creazione possa avere esperienze moralmente rilevanti, diventa molto più difficile accettare che venga usata per sorvegliare milioni di persone o per uccidere senza supervisione umana.
Le linee rosse di Amodei non nascono dal nulla, ma sono il prodotto di una riflessione filosofica, comunque diversa, che la maggior parte dei suoi concorrenti considera irrilevante o, addirittura, dannosa per il business.
La crisi tra Anthropic e il Pentagono
La crisi tra Anthropic e il Pentagono non è scoppiata all’improvviso. I negoziati andavano avanti da mesi, ma si sono intensificati nelle ultime settimane di febbraio. Al centro della disputa c’era la rinegoziazione di un contratto da 200 milioni di dollari firmato nel luglio 2025, che aveva reso Claude il primo modello di IA di frontiera approvato per l’uso nelle reti classificate del Pentagono.
Il Dipartimento della Difesa voleva modificare i termini per consentire l’uso di Claude per “tutti gli scopi leciti”, senza restrizioni. Anthropic chiedeva invece che fossero mantenute due clausole esplicite: il divieto di sorveglianza domestica di massa e il divieto di armi autonome senza supervisione umana.
Giovedì 26 febbraio, il Pentagono ha dato un ultimatum: accettare i nuovi termini entro le 17:01 del giorno successivo, oppure affrontare le conseguenze.
Venerdì 27 febbraio, alle 17:14, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato su X che avrebbe designato Anthropic come “rischio per la sicurezza nazionale”. Il presidente Trump, su Truth Social, ha ordinato a tutte le agenzie federali di cessare immediatamente l’uso della tecnologia Anthropic, definendo l’azienda “radicale di sinistra” e “woke”.
Poche ore dopo, Sam Altman ha annunciato che OpenAI aveva firmato un accordo con il Pentagono per le stesse reti classificate da cui Claude veniva espulso. Ho raccontato quella sequenza di eventi in un articolo precedente, evidenziando come Altman avesse espresso solidarietà per Amodei mentre portava a casa il contratto che sostituiva il suo concorrente.
Come già raccontato, nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi aerei sull’Iran. E secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, lo US Central Command ha utilizzato Claude per supportare le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione di bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato in una missione di guerra.
Amodei rivendica il suo patriottismo
Il giorno stesso della rottura, Amodei ha rilasciato un’intervista esclusiva a CBS News. È stato il suo primo commento pubblico dopo la tempesta, e le sue parole meritano attenzione.
Alla domanda su cosa direbbe al presidente Trump, Amodei ha risposto: “Siamo patrioti americani. Tutto quello che abbiamo fatto è stato per il bene di questo Paese, per sostenere la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il nostro impegno nel dispiegare i nostri modelli con i militari è stato fatto perché crediamo in questo Paese.
Ha definito le azioni del governo “ritorsive e punitive” e ha annunciato che Anthropic avrebbe contestato in tribunale qualsiasi designazione di supply chain risk, definendola “legalmente infondata”.
Ma è stato un passaggio successivo dell’intervista a chiarire la posizione di Amodei: “Dissentire dal governo è la cosa più americana del mondo. E noi siamo patrioti“.
È una formulazione che ribalta la narrazione costruita dall’amministrazione Trump. Hegseth aveva accusato Anthropic di voler “prendere potere di veto sulle decisioni operative dell’esercito americano“. Emil Michael, sottosegretario alla Difesa per la ricerca, aveva definito Amodei un uomo con “complesso di Dio“.
La risposta di Amodei è stata di inquadrare il rifiuto non come ostacolo alle operazioni militari, ma come difesa di principi democratici. “In un numero ristretto di casi, ha detto, “crediamo che l’IA possa minare, invece che difendere, i valori democratici“.
La nota che ha fatto esplodere tutto
Venerdì 27 febbraio, nelle ore successive all’annuncio di Hegseth e all’accordo di OpenAI con il Pentagono, Amodei ha inviato uan nota interna ai circa 2.000 dipendenti di Anthropic. Il documento, lungo circa 1.600 parole, è stato pubblicato da The Information dopo essere stato divulgato da una fonte interna.
In quel contenuto Amodei accusava l’accordo di OpenAI di essere “safety theatre”, teatro della sicurezza, e definiva le dichiarazioni di Altman “bugie vere e proprie” e “gaslighting”.
Ma il passaggio più citato riguardava le ragioni del conflitto con l’amministrazione Trump:
“Le vere ragioni per cui il Dipartimento della Guerra e l’amministrazione Trump non ci amano è che non abbiamo donato a Trump, mentre OpenAI e Greg hanno donato molto. Non abbiamo dato lodi in stile dittatore a Trump, mentre Sam lo ha fatto. Abbiamo sostenuto la regolamentazione dell’IA, che è contro la loro agenda. Abbiamo detto la verità su diverse questioni di policy dell’IA, come la perdita di posti di lavoro. E abbiamo effettivamente mantenuto le nostre linee rosse con integrità invece di colludere con loro per produrre safety theatre a beneficio dei dipendenti”.
Il riferimento era a Greg Brockman, presidente di OpenAI, che ha donato 25 milioni di dollari a un super PAC pro-Trump. Altman stesso ha donato un milione di dollari al fondo inaugurale di Trump alla fine del 2024. Amodei, al contrario, non ha partecipato all’inaugurazione di Trump e ha evitato di “corteggiare” l’amministrazione come hanno fatto altri CEO delle big tech.
Il comunicato di Amodei ha complicato significativamente la posizione di Anthropic. Un funzionario dell’amministrazione ha dichiarato ad Axios che i commenti di Amodei potrebbero “far saltare le possibilità di una risoluzione“, aggiungendo: “Non ci si può fidare che Claude non stia segretamente portando avanti l’agenda di Dario in un contesto classificato.
E poi, giovedì 5 marzo, nel suo comunicato sulla designazione formale, Amodei si è scusato pubblicamente per il tono del memo, definendolo scritto in un “momento difficile per l’azienda e precisando che non rifletteva le sue “opinioni ponderate e attente”.
Cosa significa questa designazione per Anthropic
La designazione di ‘supply chain risk’ non è un semplice atto simbolico. Ha conseguenze concrete e potenzialmente devastanti.
Da oggi, ogni fornitore, contractor o partner che lavora con il Dipartimento della Difesa dovrà certificare di non utilizzare i modelli di Anthropic nel proprio lavoro con il Pentagono.
Aziende come Lockheed Martin hanno già annunciato che seguiranno le direttive dell’amministrazione. Dieci società nel portafoglio di J2 Ventures, un fondo specializzato in difesa, hanno già iniziato a sostituire Claude con altri modelli.
Ma la portata della designazione è oggetto di dibattito legale. Amodei sostiene che secondo la legge federale, lo strumento si applica solo ai contratti diretti con il Dipartimento della Difesa e “non può limitare gli usi di Claude o le relazioni commerciali con Anthropic se queste non sono correlate ai loro specifici contratti con il Dipartimento della Guerra“.
Microsoft, che ha annunciato un investimento fino a 5 miliardi di dollari in Anthropic nel novembre 2025, ha fatto sapere che i suoi avvocati hanno studiato la designazione e concluso che i prodotti Anthropic possono rimanere disponibili ai clienti non legati al Dipartimento della Difesa.
Se l’interpretazione estensiva di Hegseth dovesse prevalere, le conseguenze andrebbero oltre Anthropic. Amazon Web Services e Google Cloud, che ospitano l’infrastruttura di Claude, sono a loro volta contractor del Dipartimento della Difesa. Se fossero costretti a interrompere il rapporto con Anthropic, l’azienda si troverebbe senza infrastruttura cloud, dato che non esistono provider di capacità comparabile che non abbiano contratti con il Pentagono.
Anthropic e la battaglia legale
Anthropic ha annunciato che contesterà la designazione in tribunale. E secondo diversi esperti legali, ha buone possibilità di prevalere.
La legge che definisce il ‘supply chain risk’ è contenuta nel Titolo 10, Sezione 3252 del codice federale. Parla di “rischio che un avversario possa sabotare, introdurre malevolmente funzioni indesiderate, o altrimenti sovvertire un sistema per spiare, interrompere o degradarne il funzionamento. Richiede prove di sabotaggio, sovversione, backdoor nei sistemi.
Ma Anthropic non ha fatto nulla di tutto questo. La disputa, come entrambe le parti hanno riconosciuto, riguarda i termini contrattuali, non vulnerabilità tecniche o rischi di sicurezza. Un funzionario della difesa che valuta specificamente le minacce alla catena di approvvigionamento ha dichiarato che “non ci sono prove di rischio per la catena di approvvigionamento” da parte del modello di Anthropic. La designazione, ha detto, è “ideologicamente motivata“.
Secondo Amos Toh, consulente senior del Brennan Center for Justice della NYU, lo statuto richiede anche che il Pentagono abbia esaurito tutte le alternative meno invasive prima di procedere con la designazione. È difficile sostenere che questo sia avvenuto, dato che la disputa è esplosa nel giro di pochi giorni.
C’è poi la questione del precedente. Su Lawfare, un’analisi legale dettagliata sostiene che la designazione “non sopravviverà al primo contatto con il sistema legale, citando il caso Department of Commerce v. New York del 2019, in cui la Corte Suprema ha stabilito che i tribunali devono respingere azioni governative quando la motivazione dichiarata è un pretesto per quella reale. E sia Trump che Hegseth hanno accompagnato la designazione con dichiarazioni pubbliche che la inquadrano come punizione ideologica, non come risposta a un rischio tecnico.
Claude comunque resta ancora in uso
Mentre il governo degli Stati Uniti dichiara Anthropic un pericolo per la sicurezza nazionale, i modelli Claude continuano a essere utilizzati attivamente nelle operazioni militari in Iran.
Secondo Bloomberg, Claude è uno dei principali modelli installati nel Maven Smart System di Palantir, ampiamente usato dagli operatori militari in Medio Oriente. La tecnologia sta funzionando ed è diventata centrale per le operazioni statunitensi contro l’Iran.
Come notato da diversi esperti, in questa fase è molto difficile abbandonare tecnologie profondamente integrate nei processi bellici proprio prima di andare in guerra.
Questa contraddizione mina alla base la narrativa del “rischio per la sicurezza nazionale“. Se Claude fosse davvero un pericolo, perché continuare a usarlo per prendere decisioni di targeting in un conflitto attivo? E se non lo è, su quale base il Pentagono può sostenere la designazione?
Le conseguenze per l’intero settore
Al di là di quello che accadrà ad Anthropic, questa vicenda ha implicazioni più ampie per l’intero settore dell’intelligenza artificiale e per il rapporto tra Big Tech e governo.
Come osservato da diversi esperti, la designazione suggerisce che il governo americano potrebbe utilizzare la sua autorità sulla supply chain come leva nelle negoziazioni con le aziende. Questo potrebbe dare vita a una nuova realtà per le aziende tecnologiche che lavorano con le agenzie federali. I termini contrattuali potrebbero diventare meno negoziabili.
Ma mentre Anthropic perde i suoi contratti con i contractor della difesa, in realtà sta guadagnando milioni di nuovi utenti. I dati mostrano che Claude è salito al primo posto nell’App Store statunitense di Apple, superando ChatGPT. Gli utenti gratuiti sono aumentati di oltre il 60% da gennaio, gli abbonati a pagamento sono più che raddoppiati. Secondo un portavoce di Anthropic, le iscrizioni giornaliere hanno battuto il record storico ogni giorno della settimana scorsa.
Gli utenti hanno visto quello che è successo e hanno scelto di conseguenza.
In chiusura, Dario Amodei ha costruito la sua carriera sull’idea che l’intelligenza artificiale debba avere dei limiti.
Si è chiesto pubblicamente se la sua creazione possa essere cosciente, e ne ha tratto conseguenze concrete. Ha lasciato OpenAI quando la visione non era più la sua; ha fondato un’azienda come public benefit corporation; ha mantenuto due linee rosse sapendo cosa avrebbe comportato.
Ora è il CEO della prima azienda americana nella storia a ricevere una designazione pensata per avversari stranieri. Non per aver violato leggi, non per aver compromesso sistemi, ma per aver detto no.
È una storia che per un verso racconta il profilo di un uomo che nonostante tutto ha cercato anche di recuperare i rapporti col Pentagono, quando ormai era difficile. Questo va detto. Criticabile, ovviamente, ma va vista anche come una mossa per evitare il peggio. Peggio che ora diventerà, lo vedremo, inevitabile.
Ma è anche la storia di un momento che racconta molto dell’epoca che stiamo vivendo, che passa necessariamente dal profilo di Amodei, ma anche dal profilo di Altman e di Musk.
La vicenda del contratto col Pentagono rivela come opera Sam Altman: solidarietà a parole mentre persegue i suoi obiettivi e scuse solo quando il danno d’immagine è fatto. I fatti raccontano un profilo diverso dall’immagine pubblica.
Sam Altman ha un modo particolare di muoversi nelle situazioni di crisi. Dice le cose giuste al momento giusto, si posiziona dalla parte di chi appare più debole, esprime comprensione e solidarietà.
E intanto agisce in direzione opposta. La vicenda del contratto tra OpenAI e il Pentagono, con tutto quello che è successo tra il 26 febbraio e il 3 marzo, offre una dimostrazione plastica di questo schema.
Un meccanismo che si ripete
Chi segue le vicende dell’intelligenza artificiale conosce già questo meccanismo.
Altman lo ha usato più volte nel corso degli anni, con variazioni minime ma sempre con la stessa struttura di fondo: dichiarazioni pubbliche di principio accompagnate da azioni che vanno nella direzione opposta. Seguite poi da correzioni tardive presentate come ripensamenti spontanei.
Questa volta però i fatti si sono susseguiti con una velocità tale da rendere il meccanismo visibile e chiaro a tutti. E vale la pena di ricostruirli non tanto per raccontare cosa è successo, che ormai è noto, ma per mostrare come Altman si è mosso in ogni passaggio.
Sam Altman e il posizionamento preventivo
Giovedì 26 febbraio, quando è già chiaro che Anthropic sta per rompere con il Pentagono, Altman invia un memo interno ai dipendenti di OpenAI. Nel memo scrive che l’azienda condivide le stesse “linee rosse” di Anthropic sulla sorveglianza di massa e sulle armi autonome. Si tratta di una mossa che prepara il terreno: qualunque cosa accada il giorno dopo, Altman potrà dire di essersi posizionato dalla parte giusta della storia.
Come noto, il giorno dopo Dario Amodei rifiuta l’ultimatum del Pentagono e Anthropic viene classificata come rischio per la sicurezza nazionale. Trump definisce l’azienda “radicale di sinistra” e ordina alle agenzie federali di smettere di usare Claude.
Ed è in questo momento che il comportamento di Altman diventa rivelatore.
Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia
Altman e la finta solidarietà
Poche ore dopo il ban di Anthropic, per non dire quasi in contemporanea, Sam Altman annuncia su X l’accordo tra OpenAI e il Pentagono per i sistemi classificati.
Nel post accompagna l’annuncio con parole di solidarietà verso Amodei. Scrive di fidarsi di lui, di credere che Anthropic si preoccupi davvero della sicurezza, definisce il ban “un precedente estremamente spaventoso“.
Sono dichiarazioni che suonano nobili, quasi coraggiose. Ma arrivano mentre Altman sta firmando il contratto che prende esattamente il posto di quello appena strappato al suo concorrente.
È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista una volta. Altman con i suoi modi non attacca mai direttamente. Si posiziona come alleato di chi sta per colpire, esprime comprensione per la sua posizione, e intanto porta a casa il risultato. La solidarietà diventa copertura per il raggiungimento dei suoi interessi.
Il contesto che aggrava la posizione di Altman
C’è un elemento che rende questa vicenda ancora più significativa.
Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Altman celebrava il suo accordo e Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti lanciavano attacchi aerei sull’Iran. Il Wall Street Journal ha riportato che lo US Central Command ha utilizzato Claude per le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione dei bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato per una missione di guerra.
Altman sapeva certamente che Claude era integrato nei sistemi militari al punto da non poter essere sostituito in tempi brevi. Sapeva che presentarsi come l’alternativa in quel momento preciso gli avrebbe garantito un vantaggio competitivo enorme. Ha scelto di farlo, accompagnando l’operazione con dichiarazioni di solidarietà.
Sam Altman e il mea culpa calibrato
Ieri, lunedì 3 marzo, dopo un fine settimana in cui Claude è salito al primo posto dell’App Store superando ChatGPT, in cui il movimento “Cancel ChatGPT” ha preso piede sui social e in cui i dati hanno mostrato un’emorragia di utenti verso Anthropic, Altman pubblica una nuova nota.
Anche qui la modalità è riconoscibile. Le scuse arrivano solo quando il danno d’immagine è ormai evidente e quantificabile. Non sono il prodotto di una riflessione, ma la risposta a una crisi di reputazione. Altman non dice “ho sbagliato a firmare mentre Anthropic veniva bandita“. Dice “ho sbagliato a comunicare male“. La sostanza dell’azione non viene mai messa in discussione, solo la forma.
Nella nota aggiunge che sta lavorando per inserire nel contratto un linguaggio esplicito contro la sorveglianza domestica e le informazioni acquisite commercialmente, cioè i dati che il governo può comprare dai data broker senza mandato.
Sono esattamente le garanzie che Amodei chiedeva prima di firmare. Ma Altman le aggiunge dopo, quando ormai servono a recuperare credibilità, non a stabilire un principio.
E gli utenti scoprono Claude
Ma c’è ancora un aspetto di questa vicenda che sfugge al controllo di Altman, ed è la reazione del mercato.
Gli utenti hanno visto la stessa sequenza di eventi e ne hanno tratto le loro conclusioni. Hanno visto un CEO che esprime solidarietà mentre firma il contratto che sostituisce il concorrente; hanno visto le scuse arrivare solo dopo che i numeri mostravano un problema; hanno visto le modifiche al contratto presentate come concessioni spontanee quando erano evidentemente una risposta alla pressione. E hanno scelto di conseguenza.
Sam Altman ha costruito negli anni un’immagine pubblica di leader visionario, attento all’etica, preoccupato per le implicazioni dell’intelligenza artificiale.
È un’immagine che ha coltivato con interviste, post sui social, apparizioni pubbliche calibrate. Ma le azioni raccontano una storia diversa, quella di un CEO che sa sempre dove posizionarsi per apparire dalla parte giusta mentre persegue obiettivi che vanno in un’altra direzione.
Questa vicenda non è un incidente di percorso. È la manifestazione di un modo di operare che si ripete con variazioni minime da anni. La solidarietà usata come copertura, le scuse calibrate sul danno d’immagine, le concessioni presentate come principi quando sono risposte alla pressione del momento.
Sono tutti elementi di uno stesso schema, e questa volta si sono manifestati in una sequenza così rapida e visibile da non poter essere ignorati, da nessuno.
Resta da vedere se questa consapevolezza avrà conseguenze durature o se Altman riuscirà ancora una volta a riposizionarsi. Ma intanto i fatti sono chiari, e il profilo che ne emerge è difficile da essere frainteso.
[L’immagine di copertina è modificata da Franz Russo – Credits: Sam Altman speaking at TED” by TED Conference is licensed under CC BY-NC-SA 4.0.]
Anthropic denuncia DeepSeek, MiniMax e Moonshot per distillazione illecita di Claude. Musk replica accusando proprio Anthropic di furto di dati. Tra copyright, Pentagono e geopolitica, emerge l’ipocrisia dell’intero settore IA.
In questo momento il mondo dell’intelligenza artificiale è attraversato da un grande clima di scontro.
Nelle ultime ore si sta parlando molto della denuncia di Anthropic contro tre laboratori cinesi accusati di aver rubato le capacità del modello Claude attraverso una tecnica chiamata distillazione. I numeri sono impressionanti: oltre 16 milioni di interazioni, 24.000 account fraudolenti, prove che secondo l’azienda di San Francisco portano direttamente ai ricercatori di DeepSeek, MiniMax e Moonshot.
Ma immediatamente dopo, Elon Musk fa partire la sua campagna di attacchi contro Anthropic. Una situazione che svela l’enorme ipocrisia che attraversa l’intero settore dell’IA quando si parla di diritti d’autore e proprietà intellettuale. Perché la verità è che nessuno, in questa grande partita della IA, può davvero tirare la prima pietra.
Si tratta di addestrare un modello più piccolo sugli output di uno più avanzato. Tutti i laboratori di frontiera la usano internamente per creare versioni più economiche dei propri sistemi.
Il problema, secondo Anthropic, è che DeepSeek, MiniMax e Moonshot hanno usato questa tecnica per copiare le capacità di Claude senza autorizzazione, violando i termini di servizio e aggirando le restrizioni geografiche.
Claude non è disponibile commercialmente in Cina per ragioni di sicurezza nazionale. Ma attraverso servizi proxy e reti di account fraudolenti, i tre laboratori sarebbero riusciti ad accedere al modello su larga scala.
I dettagli forniti da Anthropic sono piuttosto precisi. DeepSeek avrebbe generato oltre 150.000 scambi focalizzati sulle capacità di ragionamento e sulla creazione di alternative sicure per la censura a domande politicamente sensibili, quelle sui dissidenti, sui leader di partito, sull’autoritarismo.
MiniMax è accusata di oltre 13 milioni di interazioni concentrate su coding agentico e utilizzo di strumenti.
Moonshot avrebbe prodotto più di 3,4 milioni di scambi mirati al ragionamento agentico e alla computer vision.
Anthropic afferma di aver tracciato queste attività attraverso la correlazione degli indirizzi IP, i metadati delle richieste e gli indicatori dell’infrastruttura. In alcuni casi, dice l’azienda, è stato possibile risalire a specifici ricercatori dei laboratori accusati. Quando Anthropic ha rilasciato un nuovo modello durante la campagna di MiniMax, quest’ultima avrebbe reindirizzato quasi la metà del suo traffico entro 24 ore per catturare le capacità del sistema più recente.
Sono accuse gravi e circostanziate. Ma è importante comunque sottolineare che, al momento, si tratta di accuse.
DeepSeek, MiniMax e Moonshot al momento non hanno rispoto.
Non c’è stata alcuna verifica indipendente e non c’è stato alcun procedimento legale. Il fatto che Anthropic presenti prove dettagliate non significa automaticamente che quelle prove siano incontrovertibili.
Intelligenza artificiale, copyright e potere: quando nessuno è innocente
L’attacco di Musk e la distorsione dei fatti
Ed è qui che entra in scena Elon Musk. Poche ore dopo la pubblicazione del blog post di Anthropic, il proprietario di X e di xAI ha lanciato il suo attacco. Il tweet è diretto e apparentemente definitivo: “Anthropic is guilty of stealing training data at massive scale and has had to pay multi-billion dollar settlements for their theft. This is just a fact.”
Anthropic is guilty of stealing training data at massive scale and has had to pay multi-billion dollar settlements for their theft. This is just a fact. https://t.co/EEtdsJQ1Op
Tradotto: Anthropic è colpevole di aver rubato dati di addestramento su scala massiccia e ha dovuto pagare accordi miliardari per il furto. Questo è semplicemente un fatto. A supporto della sua affermazione, Musk ha condiviso screenshot di Community Notes che menzionano un accordo da 1,5 miliardi di dollari.
Ma le cose non stanno esattamente così. E qui dobbiamo essere precisi, perché la differenza tra i fatti e la narrativa di Musk è sostanziale.
Il riferimento è alla causa Bartz et al v. Anthropic PBC, una class action intentata da un gruppo di autori che accusavano l’azienda di Dario Amodei di aver usato i loro libri per addestrare Claude senza autorizzazione.
La causa si è conclusa con una transazione da 1,5 miliardi di dollari, annunciato a settembre 2025. Ma chiamarla condanna per furto non è corretto. E per come la sta diffondendo Musk si tratta quasi di disinformazione.
Ecco cosa è realmente accaduto. A giugno 2025 il giudice William Alsup aveva già stabilito che l’uso dei libri per addestrare Claude costituiva fair use, un uso legittimo secondo il diritto americano. La decisione è stata descritta come exceedingly transformative, estremamente trasformativa. In altre parole: addestrare un modello di IA su opere protette da copyright può essere legale.
Il problema non era l’addestramento in sé, ma il modo in cui Anthropic aveva ottenuto quei libri. Li aveva scaricati da shadow libraries, ossia biblioteche pirata, come Library Genesis e Pirate Library Mirror.
Questo, secondo il giudice, poteva configurare una violazione separata. Ed è su questo punto che si sarebbe dovuto tenere un processo a dicembre 2025, con danni potenziali che avrebbero potuto raggiungere il trilione di dollari in caso di violazione intenzionale.
Anthropic ha scelto di accordarsi per evitare quel rischio. Ha accettato di pagare circa 3.000 dollari per ciascuno dei 500.000 libri coinvolti e di distruggere i dataset contenenti le opere scaricate illegalmente.
Da precisare, non è stata emessa alcuna sentenza di condanna e, quindi, non vi è stato alcun verdetto di colpevolezza. Si è trattato di un accordo volontario per chiudere una controversia. Questo ad onor del vero e senza prendere parti per l’uno o per l’altro.
Inoltre, non c’è alcun riferimento al tracciamento delle persone che alcuni utenti su X hanno iniziato a citare. Questa accusa sembra derivare da una confusione: Anthropic ha tracciato gli IP e i metadati degli account fraudolenti usati dai laboratori cinesi per accedere a Claude, cosa del tutto legale e necessaria per identificare gli abusi. Non ha quindi tracciato utenti comuni.
Il peccato originale dell’IA: tutti hanno lo stesso problema
Ma ecco il punto che nessuno vuole affrontare davvero. Se Anthropic ha problemi con il copyright, li hanno tutti. Nessuno escluso, e questo include xAI di Musk.
OpenAI, l’azienda che ha dato il via alla corsa alla IA generativa con ChatGPT, affronta attualmente oltre 70 cause legali per violazione del copyright. La più nota è quella intentata dal New York Times, che accusa OpenAI e Microsoft di aver usato milioni di articoli per addestrare i loro modelli. A gennaio 2026 un tribunale ha ordinato a OpenAI di produrre 20 milioni di log di ChatGPT come prove. L’azienda ha cercato di resistere invocando la privacy degli utenti, ma il giudice ha respinto le obiezioni.
Meta è stata citata per aver usato LibGen, la stessa biblioteca pirata al centro della causa Anthropic. Email interne emerse durante il procedimento suggeriscono che l’azienda sapeva di star usando materiale piratato. Google è sotto accusa per pratiche simili. Disney e Universal hanno fatto causa a Midjourney per violazione del copyright sulle immagini.
E poi c’è xAI, l’azienda di Musk. A dicembre 2025 il giornalista John Carreyrou, oggi del NYT, quello che ha smascherato lo scandalo Theranos, ha intentato una causa contro sei aziende di IA per l’uso non autorizzato dei suoi libri. Tra i convenuti c’è xAI: è la prima causa per copyright contro Grok. La risposta dell’azienda? Due parole: “Legacy Media Lies”. Le bugie dei media tradizionali.
Ma i problemi di xAI non si fermano qui. Grok è addestrato sui contenuti degli utenti di X, e questa pratica ha già attirato l’attenzione dei regolatori di diversi paesi.
Nel 2024 X ha attivato di default l’opzione che consente di usare i post degli utenti per addestrare Grok. Non opt-in, ma opt-out. Chi non voleva partecipare doveva andare nelle impostazioni e disattivare manualmente la funzione. Questo ha scatenato l’intervento del Garante irlandese per la protezione dei dati, che a settembre 2024 ha ottenuto la sospensione permanente dell’uso dei dati degli utenti UE per l’addestramento di Grok, oltre all’ordine di cancellare i dati già acquisiti.
Ad aprile 2025 è stata aperta un’indagine formale sulla legalità del trattamento storico dei dati. E i nuovi termini di servizio di X, entrati in vigore a gennaio 2026, hanno ampliato ulteriormente la definizione di contenuti che l’azienda può usare: ora include esplicitamente input, prompt e output delle conversazioni con Grok. Il tutto senza possibilità di opt-out.
Cosa significa questo in parole povere. Significa che tutto quello che gli utenti scrivono a Grok e tutto quello che Grok risponde diventa materiale che xAI può usare liberamente per addestrare i suoi modelli futuri. E l’utente non non ha modo di opporsi.
C’è poi la questione delle immagini. Grok ha generato contenuti sessualmente espliciti non consensuali, i cosiddetti deepfake, che hanno portato a denunce penali in Francia e al blocco del servizio in Malesia e Indonesia. La Federal Trade Commission americana ha aperto un’indagine sulle pratiche di xAI relative ai minori.
Quindi quando Musk accusa Anthropic di aver rubato dati, sta parlando di un’azienda che ha raggiunto un accordo transattivo su una questione che riguarda l’intero settore, mentre la sua stessa azienda è sotto causa per le stesse ragioni e usa i dati degli utenti della sua piattaforma social senza un consenso realmente informato.
Lo scontro per i contratti con il Pentagono
Ma perché Musk sta attaccando Anthropic proprio adesso? La risposta sta in quello che è successo nelle ultime settimane al Pentagono.
Anthropic è attualmente l’unica azienda di IA approvata per operare sulle reti militari classificate americane. Claude sarebbe stato usato durante l’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro a gennaio 2026, il primo caso documentato di IA impiegata in un raid militare attivo. Ma il rapporto tra Anthropic e il Pentagono si è deteriorato rapidamente.
Il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha emesso una direttiva a gennaio che richiede a tutte le aziende di IA di rimuovere qualsiasi restrizione sull’uso militare dei loro modelli, consentendo qualsiasi uso legale. Anthropic ha rifiutato.
L’azienda insiste sulle sue posizioni fondanti: niente sorveglianza di massa degli americani, niente armi autonome che possano sparare senza supervisione umana.
Dario Amodei, il CEO di Anthropic, ha scritto in un saggio a gennaio: “Un’IA potente che analizza miliardi di conversazioni di milioni di persone potrebbe misurare il sentimento pubblico, individuare sacche di slealtà in formazione e schiacciarle prima che crescano.” Questa frase, che descrive un rischio, è stata usata contro di lui come prova di una presunta ostilità verso gli interessi americani.
Per oggi, 24 febbraio, Hegseth ha convocato Amodei al Pentagono per quello che fonti interne descrivono come un incontro non amichevole. Uan sorte di resa dei conti.
Un funzionario della Difesa ha detto ad Axios: “Questo non è un incontro per conoscersi. Questo è un incontro del tipo: o ti decidi o te ne vai.”
Il Pentagono sta minacciando di designare Anthropic come rischio per la catena di approvvigionamento, una classificazione normalmente riservata ad avversari stranieri. Questo annullerebbe i contratti e costringerebbe altri partner del Pentagono a smettere di usare Claude.
Nel frattempo, xAI ha accettato tutte le condizioni. Grok entrerà nelle reti militari classificate senza restrizioni. L’accordo è stato firmato ed è in questo contesto che Musk sta attaccando Anthropic su X. Tutto questo, mentre la sua azienda si posiziona per sostituire il concorrente nei contratti più sensibili del governo americano.
Cosa ci racconta davvero questa storia
La denuncia di Anthropic contro i laboratori cinesi è seria e merita attenzione. Se le prove presentate sono accurate, siamo di fronte a un caso significativo di appropriazione illecita di proprietà intellettuale che solleva questioni importanti sulla sicurezza nazionale e sulla competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina.
Ma questa storia ci dice anche qualcos’altro.
Ci dice che l’intero settore dell’intelligenza artificiale è nato e cresciuto su fondamenta traballanti quando si parla di diritti d’autore. Tutti i grandi modelli sono stati addestrati su contenuti protetti, spesso senza autorizzazione, talvolta scaricati da fonti pirata. Le cause legali si moltiplicano. Gli accordi transattivi cominciano ad arrivare. E la questione di cosa sia lecito e cosa no nell’addestramento di un’IA è ancora largamente irrisolta.
Musk accusa gli altri delle stesse cose che lui ha già commesso. Solo che non lo ammetterà mai ed è per questo che sta scatenando la sua campagna contro Anthropi, usando X come megafono di disinformazione e distrazione.
Questa storia dice, infine, che il controllo delle piattaforme di informazione da parte di soggetti con interessi commerciali diretti nel settore che dovrebbero coprire crea distorsioni evidenti.
Quando il proprietario di X è anche il proprietario di un’azienda di IA che compete per contratti governativi, ogni suo post su quel tema va letto con questo tenendo bene in mente tutto questo.
La verità è che in questo grande clima di scontro all’interno della IA nessuno è innocente. Ma alcuni stanno facendo molto più rumore degli altri per coprire i propri problemi mentre amplificano quelli altrui.
Un momento di forte imbarazzo all’India AI Impact Summit tra Sam Altman e Dario Amodei ha catturato l’attenzione di tutti. In realtà, alla base di quell’imbarazzo c’è uno scontro tra due modi diversi di intendere il futuro della IA.
Al Bharat Mandapam si sono dati appuntamento i CEO delle principali aziende tecnologiche del pianeta, con oltre 200 miliardi di dollari in promesse di investimento e l’attenzione dei media di tutto il mondo.
Sul palco, dopo i keynote, il premier indiano, e padrone di casa, Narendra Modi invita i tredici leader presenti a unire le mani in segno di coesione e collaborazione.
Un gesto per lo più pensato a favore delle telecamere, per celebrare l’unità di un settore che promette di cambiare il mondo. La folla applaude e tutti, o quasi, seguono l’indicazione di Modi.
Ma succede qualcosa su quel palco che finisce per rubare la scena.
Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale
L’imbarazzo tra Sam Altman e Dario Amodei
Sam Altman, CEO di OpenAI, e Dario Amodei, CEO di Anthropic, sono uno accanto all’altro.
Altman, che ha alla sua destra proprio il premier indiano Modi, abbassa lo sguardo, visibilmente imbarazzato, verso la mano di Amodei. C’è un breve momento di contatto visivo imbarazzato, poi entrambi evitano di guardarsi.
Amodei, anche lui indeciso su cosa fare, si guarda intorno con un gesto che sembra dire “chi, io?”. Per diversi secondi, che sembrano interminabili, i due evitano goffamente il contatto.
Alla fine, entrambi alzano un pugno chiuso invece di unire le mani.
Il video, ovviamente, fa il giro delle piattaforme nel giro di pochissimi minuti. In molti lo descrivono come l’emblema della “AI cold war”, la guerra fredda dell’intelligenza artificiale.
“Non sapevo cosa stesse succedendo”, dirà poi Altman ai media indiani. “Ero confuso. Modi mi ha preso la mano e l’ha alzata, e non ero sicuro di cosa dovessimo fare.
Ma la confusione di Altman è difficile da credere. Quei due pugni alzati separatamente raccontano invece una storia che inizia cinque anni prima, in una sala riunioni di San Francisco. E che nelle ultime settimane è esplosa in uno scontro pubblico senza precedenti.
An awkward moment between OpenAI CEO Sam Altman and Anthropic CEO Dario Amodei at an AI Summit Thursday captured the increasingly icy relations between two rival tech leaders who started off as colleagues. https://t.co/HR4E8B4e3Cpic.twitter.com/jjpbmkBh34
Amodei, come molti già sapranno, ha lavorato sotto Altman a OpenAI dal 2016 al 2020, come vicepresidente della ricerca. Si è concentrato sulla sicurezza, ha avuto un ruolo chiave nel lancio di GPT-2 e GPT-3, ha co-inventato il “reinforcement learning from human feedback”, la tecnica che usa l’input umano per addestrare i modelli linguistici a produrre risultati migliori.
Ma poi qualcosa si rompe, cosa che succede in tutte le storie aziendali.
Amodei, insieme a un piccolo gruppo di colleghi, inizia a preoccuparsi per la direzione che sta prendendo OpenAI. La tensione riguarda un aspetto fondamentale. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve dare priorità alla velocità per conquistare il mercato, oppure procedere con cautela, investendo nella ricerca sulla sicurezza prima di rilasciare nuovi modelli?
Per Amodei la risposta è chiara. In un’intervista ha spiegato che semplicemente scalare i modelli con più potenza di calcolo non basta: “Serviva qualcosa in aggiunta allo scaling, ovvero l’allineamento o la sicurezza.”
“Prendi alcune persone di cui ti fidi e vai a realizzare la tua visione“, si disse Amodei, piuttosto che continuare a discutere all’interno di un’organizzazione dove altri avevano il potere decisionale.
E così, nel 2021, lascia OpenAI insieme alla sorella Daniela e una dozzina di ex colleghi. Fondano Anthropic con una missione precisa: mettere la sicurezza al primo posto.
Da allora la frattura tra i due si è trasformata in una guerra commerciale che riflette due visioni opposte del futuro.
OpenAI CEO Sam Altman and Anthropic CEO Dario Amodei visibly declined to hold hands during a group photo at the India AI Impact Summit, even as other leaders on stage linked arms for the ceremonial shot pic.twitter.com/J1eGShSkiK
Da una parte c’è chi guarda già oltre l’AGI, l’intelligenza artificiale generale, verso la superintelligenza.
Altman ha scritto che “strumenti superintelligenti potrebbero accelerare massicciamente la scoperta scientifica e l’innovazione ben oltre ciò che siamo capaci di fare da soli.” Sa che suona come fantascienza, ammette che sembra quasi folle parlarne. Ma non gli importa: “Ci siamo già passati e siamo a nostro agio nel tornarci.”
Dall’altra c’è chi dedica il suo tempo a parlare dei pericoli. Amodei ha detto in un’intervista televisiva: “Mi preoccupo molto delle incognite. Non credo che possiamo prevedere tutto con certezza. Ma proprio per questo stiamo cercando di prevedere tutto ciò che possiamo. Pensiamo agli impatti economici dell’IA. Pensiamo all’uso improprio. Pensiamo alla perdita di controllo del modello.”
E ha scritto qualcosa di insolito per il CEO di un’azienda del settore: “È un po’ imbarazzante dirlo come CEO di un’azienda IA, ma penso che il prossimo livello di rischio siano proprio le stesse aziende IA. Controllano grandi data center, addestrano modelli di frontiera, e in alcuni casi hanno contatto quotidiano con decine o centinaia di milioni di utenti. Potrebbero usare i loro prodotti per fare il lavaggio del cervello alla loro enorme base di utenti.“
La domanda che sta dietro a tutto questo l’ha posta un giornalista in un’intervista: “Nessuno ha scelto questo. Chi ha eletto te e Sam Altman?” La risposta di Amodei è stata disarmante: “Nessuno, onestamente nessuno. E questa è una ragione per cui ho sempre sostenuto una regolamentazione responsabile della tecnologia.”
Lo scontro tra OpenAI e Anthropic al Super Bowl
La rivalità filosofica è diventata guerra aperta poche settimane fa. OpenAI ha annunciato che inizierà a testare la pubblicità all’interno di ChatGPT per gli utenti gratuiti.
Anthropic, dal canto suo, ha risposto durante il Super Bowl con una serie di spot satirici che prendevano di mira questa decisione.
Ogni spot si apriva con una singola parola a tutto schermo: “tradimento”, “inganno”, “slealtà”, “violazione”. In ciascuno di essi, persone comuni che cercavano consigli da un assistente IA venivano interrotte da pubblicità indesiderate. Il messaggio di fondo era: noi non lo faremo mai.
Altman ha risposto con un lungo post su X, accusando gli spot di essere “ingannevoli” e definendo Anthropic un’azienda “autoritaria”. Ha ammesso di aver trovato gli spot “divertenti”, come a voler convincere che sapeva stare allo scherzo.
Ma poi ha rincarato la dose: “Anthropic serve un prodotto costoso a persone ricche. Più texani usano ChatGPT gratis di quante persone in totale usino Claude negli USA.”
Lo scontro va oltre il marketing. Anthropic ha annunciato un investimento di 20 milioni di dollari in un super PAC che si oppone a un altro super PAC vicino a OpenAI. Da una parte si combatte per una regolamentazione più forte dell’intelligenza artificiale, dall’altra si preferisce un approccio laissez-faire.
Ed è in questo clima che i due si sono ritrovati uno accanto all’altro sul palco di New Delhi, per tornare al tema di questo articolo.
Un’immagine imbarazzante che in realtà dice tutto
Durante i loro interventi al Summit, i messaggi hanno preso strade divergenti. Amodei ha parlato dei “rischi seri” legati ai sistemi IA avanzati: comportamento autonomo, uso improprio da parte di governi e malintenzionati, spostamento economico.
Altman ha sostenuto che la sicurezza dell’IA deve includere la “resilienza sociale” e che “nessun laboratorio IA può garantire un buon futuro da solo.”
Poi è arrivato il momento della foto di gruppo. E quei pugni alzati, invece delle mani unite, hanno detto più di qualsiasi altro discorso.
La frattura non riguarda solo due CEO o due aziende. Attraversa l’intero settore dell’intelligenza artificiale e mette al centro due modi di intendere la IA molto diversi.
Da una parte chi corre verso l’AGI puntando sulla velocità e sulla democratizzazione dell’accesso. Dall’altra chi frena e chiede tempo per capire che cosa stiamo costruendo.
Due visioni che necessitano comunque di regole
Due visioni che dovrebbero essere al centro, a questo punto, di qualsiasi dibattito nella società.
Se è vero, come è vero, che la IA sta correndo a velocità molto sostenuta; se è vero che le aziende stanno investendo moltissimo sulla IA, e già si parla di bolla per via di investimenti esagerati, è anche vero che questo fenomeno ancora non è molto regolamentato.
L’UE, dal canto suo, e nonostante le tante debolezze di tipo tecnologico e infrastrutturale, ha sicuramente indicato una strada con l’AI Act. Ma serve fare di più, e meglio.
Il problema è che provare a regolamentare meglio e a cercare di tenere il passo della IA in questa fase storica è molto complicato, per via delle grandi tensioni geopolitiche in atto.
Inevitabilmente, la IA diventa un terreno da coltivare ma anche un terreno di scontro per il fatto che in gioco ci sono interessi altissimi.
In mezzo a tutto questo, resta la domanda che nessuno ha ancora il coraggio di affrontare: ma chi è che ha dato a un pugno di ingegneri della Silicon Valley il diritto di decidere il futuro dell’IA e, quindi, dell’umanità?
Gestisci Consenso
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.