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  • Musk, Anthropic e la generosità nell’era della IA

    Musk, Anthropic e la generosità nell’era della IA

    Anthropic annuncia un fondo per il bene pubblico con il 5% delle sue azioni; Elon Musk promette un’azione SpaceX a ogni bambino americano. Due annunci a meno di ventiquattro ore di distanza, arrivati alla vigilia di una delle IPO più grandi della storia e delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Ma quanto c’è di concreto in questi annunci?

    Anthropic, l’azienda che sviluppa Claude, ha annunciato che destinerà il 5% delle proprie azioni a un nuovo fondo per il bene pubblico. Meno di ventiquattro ore dopo, Elon Musk ha scritto su X che l’anno prossimo regalerà una delle sue azioni SpaceX a ogni bambino d’America, aggiungendo che sarà solo la prima di molte.

    Due annunci che arrivano mentre Anthropic si avvicina alla quotazione in Borsa e mentre Musk è il principale finanziatore noto dei repubblicani alle elezioni di metà mandato.

    Due annunci diversi e due modelli contrapposti di filantropia nell’era della IA. Ma prima ancora di chiederci quale dei due modelli sia migliore, vale la pena porsi un’altra domanda: ma perché proprio adesso?

    Anthropic e la donazione al Public Benefit Fund

    Partiamo da Anthropic. Il fondo, chiamato Public Benefit Fund, sarà una società a responsabilità limitata interamente controllata dall’azienda. Riceverà il 5% delle azioni e potrà riceverne un ulteriore 2%, a discrezione del consiglio di amministrazione, ogni volta che il valore di Anthropic crescerà del 50% oltre una soglia che non è ancora stata resa nota. Potrà sostenere distribuzioni dirette a specifiche fasce di popolazione e iniziative per affrontare l’impatto della IA sul mercato del lavoro, che si aggiungono ai 200 milioni di dollari già promessi per studiare il fenomeno. E non sarà usato, assicura l’azienda, per attività di lobbying o finanziamenti politici, né negli Stati Uniti né all’estero.

    Sulla carta, le cifre sono imponenti. Anthropic si prepara a una quotazione attesa, secondo le indiscrezioni, poco dopo il voto di medio termine di novembre negli Usa, che potrebbe valutarla circa 2.000 miliardi di dollari, anche se alcuni investitori ragionano su una cifra più bassa, intorno ai 1.500 miliardi.

    In quella forbice di valore, il 5% varrebbe tra 75 e 100 miliardi di dollari. Sommando l’impegno dei cofondatori a donare l’80% delle proprie quote e il programma che affianca le donazioni dei dipendenti, circa il 20% delle azioni sarebbe destinato a scopi pubblici.

    Ma c’è un elemento da non sottovalutare. Ed è questo: quel valore oggi non esiste. Esisterà solo quando, e se, la quotazione andrà come previsto. La governance del fondo, la sua struttura e le soglie di valutazione arriveranno presto, sostiene l’azienda.

    In buona sostanza, sappiamo quanto potrebbe valere il fondo, ma non sappiamo ancora chi deciderà come spenderlo, quando e per chi.

    Musk, Anthropic e la generosità nell’era della IA
    Musk, Anthropic e la generosità nell’era della IA

    Le ultime settimane di Anthropic segnate da polemiche

    Per capire il tempismo, bisogna tornare indietro di qualche settimana. A giugno Anthropic aveva pubblicato un’analisi in cui proponeva un meccanismo coordinato tra laboratori e governi per rallentare, o persino mettere in pausa, lo sviluppo della IA più avanzata, avvertendo che la tecnologia si sta avvicinando alla capacità di costruire da sola i propri successori. Il dato più ripreso era che oltre l’80% del codice dell’azienda è ormai scritto da Claude. Nello stesso periodo, secondo Bloomberg, Anthropic aveva fatto marcia indietro su un precedente impegno interno a fermare lo sviluppo in caso di condizioni pericolose.

    Poi è arrivato settembre. Il 9, Jacob Coxon, ricercatore che aveva lavorato sia in OpenAI sia in Anthropic, ha annunciato le proprie dimissioni con un post diventato virale, sostenendo che l’azienda non stava facendo abbastanza per garantire che la IA si comporti secondo le intenzioni di chi la progetta. Evan Hubinger, che in Anthropic lavora proprio sull’allineamento, ha confermato quelle preoccupazioni, arrivando a stimare oltre il 10% di probabilità che la IA porti alla fine del mondo entro un decennio.

    Tre giorni dopo, il 12 settembre, Dario Amodei ha pubblicato un lungo saggio intitolato «Dobbiamo regolare il passo della frontiera» (in originale «We Must Pace the Frontier»), in cui chiedeva all’intero settore di rallentare il ritmo con cui migliorano le capacità dei modelli, precisando che rallentare non significa fermarsi. Sam Altman si è detto d’accordo nel giro di poche ore, Musk ha scritto che Dario aveva ragione. Ma non tutti hanno letto quella proposta come un gesto disinteressato.

    L’economista Tyler Cowen, che pure siede nel comitato consultivo economico di Anthropic, ha sostenuto che non si tratta di un vero rallentamento, ma di una pausa apparente destinata a essere seguita da un’accelerazione.

    Va detto, Anthropic ha costruito la propria identità sulla sicurezza, e quegli allarmi sono coerenti con ciò che ha sempre sostenuto. Ma un’azienda che nel giro di poche settimane racconta al mondo che il suo prodotto potrebbe sfuggire al controllo umano, e che nel frattempo si prepara a quotarsi in Borsa, si trova a gestire un clima tutt’altro che favorevole. Ed è in questo clima, poco più di un mese dopo il saggio di Amodei e a ridosso della quotazione, che Anthropic annuncia il suo fondo per il bene pubblico.

    Elon Musk e la generosità dell’uomo più ricco del mondo

    Il caso di Musk è ancora più lineare, almeno nella sequenza dei fatti. Il 12 ottobre è emerso che l’uomo più ricco del mondo ha speso finora circa 366 milioni di dollari per sostenere i repubblicani alle elezioni di metà mandato, 276 milioni dei quali solo da luglio, diventando il principale donatore noto di questa tornata. In passato aveva detto di aver già fatto abbastanza in politica e di non avere in programma grandi spese. Una settimana dopo quella notizia, ecco la promessa delle azioni ai bambini.

    Ma Musk non è il primo a farlo. A luglio, appena partiti i Trump Accounts, piani di accumulo di risparmi per i minori voluti dall’amministrazione Trump, era stata Gwynne Shotwell, presidente di SpaceX, a promettere insieme al marito un’azione SpaceX a più di due milioni di bambini, per un valore di oltre 320 milioni di dollari al prezzo di allora.

    In quegli stessi giorni Trump aveva detto pubblicamente di aspettarsi che anche Musk facesse lo stesso. Musk, allora, aveva preferito non rispondere. Lo ha fatto tre mesi dopo, a ridosso del voto, e il presidente lo ha subito ringraziato su Truth Social per aver regalato azioni SpaceX a milioni di bambini attraverso i Trump Accounts, anche se SpaceX non ha ancora chiarito se le azioni passeranno davvero da quel canale.

    Le promesse di Musk e quelle rimaste sulla carta

    Ma quanto vale davvero il gesto? Con circa 72 milioni di minorenni negli Stati Uniti e un’azione SpaceX intorno ai 146 dollari, il regalo varrebbe circa 10,5 miliardi di dollari. Una cifra enorme in assoluto, ma piccola se rapportata a un patrimonio stimato in 909 miliardi: poco più dell’1%. E sarebbe, di gran lunga, la sua donazione più grande di sempre.

    Infatti, secondo le stime di Forbes, dal 2002 a oggi Musk avrebbe fatto arrivare ai beneficiari finali circa 500 milioni di dollari, lo 0,05% del suo patrimonio, nonostante nel 2012 abbia firmato il Giving Pledge, l’impegno a donare almeno metà della propria ricchezza. Negli ultimi due cicli elettorali ha speso più in politica che in beneficenza. E la sua storia è piena di annunci rimasti a metà.

    Nel 2021 aveva promesso 6 miliardi al Programma alimentare mondiale dell’ONU se gli avessero presentato un piano: il piano è arrivato, ma i soldi no. Nel 2018 aveva promesso di riparare gli impianti idrici delle case contaminate di Flint, in Michigan, e alla fine ha donato 500.000 dollari per i filtri nelle scuole.

    Non è nemmeno la prima volta che Musk promette denaro agli americani a ridosso di un voto. Nel 2024, nelle settimane prima del voto, offriva un milione di dollari al giorno agli elettori degli Stati in bilico che firmavano la petizione della sua America PAC, presentandolo come un’estrazione. Ma in tribunale i suoi avvocati ammisero che i vincitori non venivano scelti a caso, e alcuni elettori si sentirono ingannati al punto da fare causa.

    Il 15 ottobre scorso Musk ha chiuso quella vicenda con un accordo dai termini riservati, senza ammettere alcun illecito ed evitando così di testimoniare, come un giudice federale gli aveva imposto a giugno. E quattro giorni dopo, è arrivata la promessa delle azioni ai bambini.

    L’anno scorso, in Wisconsin, aveva annunciato assegni da un milione per chi andava a votare, salvo poi correggersi e limitarli ai firmatari della petizione del suo super PAC.

    Cosa significano queste donazioni

    Ora, arrivati a questo punto, la domanda diventa concreta: cosa potrebbe cambiare, oggi, nella vita delle persone di fronte ad azioni come queste che abbiamo visto? Per il momento, niente di misurabile. Nessuno dei due annunci ha ancora trasferito un solo dollaro.

    Da una parte c’è un post pubblicato su X nelle prime ore di un lunedì, senza modalità, tempi né vincoli dichiarati. Se le azioni finissero davvero nei Trump Accounts, ogni bambino si troverebbe con un titolo da circa 146 dollari, inaccessibile fino ai 18 anni e legato all’andamento di un’azienda dalle quotazioni tutt’altro che stabili.

    Dall’altra c’è un fondo con una cornice dichiarata ma senza regole scritte, il cui valore dipende da un’IPO che deve ancora avvenire e la cui crescita è affidata alla discrezione di un consiglio di amministrazione.

    Siamo quindi nel campo degli annunci e delle promesse, da mantenere.

    La lezione dimenticata di Philip Morris

    Avevamo già fatto il parallelismo con le grandi aziende del tabacco degli anni ’90 e le grandi aziende tech di oggi. E questo è un caso che lo ripropone.

    Alla fine degli anni novanta Philip Morris, il colosso del tabacco, era sotto assedio, tra cause dei fumatori, class action e azioni legali di decine di Stati e del Dipartimento di Giustizia americano. Proprio in quegli anni l’azienda affiancò alle sue donazioni, che finanziavano programmi contro la fame, contro la violenza domestica, musei e compagnie di danza, una campagna d’immagine da 100 milioni di dollari l’anno, con lo slogan «Lavoriamo per fare la differenza».

    Nel 1999, secondo i dati dell’azienda, Philip Morris aveva donato 115 milioni di dollari. Ma un’inchiesta della rete ABC, ripresa al Congresso americano nel 2001 dal deputato texano Lloyd Doggett, mostrò che per far conoscere quella generosità ne aveva spesi 150. Per gli attivisti antifumo, la beneficenza era parte integrante della strategia di difesa dell’azienda.

    Il parallelo, però, ha dei limiti. La IA non è il tabacco, e di Anthropic oggi conosciamo un annuncio, non una campagna pubblicitaria costruita attorno a esso. Ma il meccanismo è riconoscibile: la generosità diventa più visibile proprio quando la pressione pubblica aumenta, quando il prodotto che genera la ricchezza comincia a incutere una certa paura.

    Resta quindi la domanda da cui siamo partiti. Perché questa generosità proprio adesso?

    Una risposta definitiva, oggi, non è possibile darla. Sappiamo però che entrambi gli annunci hanno già prodotto un risultato concreto: hanno attirato l’attenzione pubblica, spostando almeno per un momento il racconto su Anthropic e Musk (forse) dalle questioni più controverse alle promesse di un beneficio collettivo.

    Poi, per misurarne la sostanza bisognerà aspettare i documenti, le regole; attendere cosa succederà dopo le elezioni di medio termine, spartiacque che vale per Musk e anche per Anthropic.

    In questa fase il precedente di Philip Morris torna a essere interessante. Perché ci ricorda che la generosità delle grandi aziende non può essere valutata soltanto attraverso le cifre annunciate, ma anche attraverso il contesto nel quale quelle cifre vengono comunicate.

    Quando la pressione aumenta, ecco che si tirano fuori operazioni che hanno il solo scopo di provare a mettere al sicuro la propria immagine e la propria reputazione.

    Da quell’era sono cambiate le aziende, le tecnologie e le dimensioni delle ricchezze. Ma da quello che vediamo non sono cambiate le dinamiche.

    Resta sullo sfondo una domanda che non troverà risposta, ma quanta parte di questa generosità nasce dalla volontà di fare qualcosa per gli altri e quanta, invece, dal bisogno di proteggere sé stessi?

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