Il processo Musk-Altman si è chiuso per prescrizione. La giuria non è entrata nel merito e OpenAI vince in aula. Ma a perdere davvero è l’intelligenza artificiale, che esce dal processo con la sua innocenza ormai compromessa.
Il caso Musk contro Sam Altman, e quindi contro OpenAI, segna un passaggio storico nell’era della Intelligenza Artificiale Generativa. Senza voler apparire esagerati, la portata del processo che si è concluso il 18 maggio scorso e che ha decretato la sconfitta di Musk, seppur formale per aver presentato le sue accuse fuori tempo massimo, è a tutti gli effetti storica.
Come già sottolineato, questo processo nei fatti non definisce la sconfitta di Musk nel merito delle accuse, che pure la giudice Gonzalez Rogers aveva inizialmente accolto. Il pronunciamento della giuria, con valore consultivo e poi approvato pienamente dalla giudice, non tocca la vera questione su chi vince e su chi perde davvero.
Il pronunciamento finale non dice chiaramente che Musk ha perso perché aveva torto, non dice che il modello OpenAI sia il migliore e non dice nemmeno che Sam Altman si sia dimostrato adeguato alla guida di OpenAI. E non dice nemmeno che è consentito ad un’associazione nata senza scopo di lucro diventare e trasformarsi col tempo in un’azienda con scopo di lucro del valore, ad oggi, di 850 miliardi di dollari con una IPO imminente.
Su tutte queste grandi questioni non c’è un pronunciamento netto. Ragion per cui è lecito pensare che non tutti hanno perso per davvero e che non tutti hanno vinto per davvero.
Sappiamo però che c’è chi ha perso qualcosa, qualcosa di davvero importante. Ed è proprio l’Intelligenza Artificiale che, a conti fatti in maniera parziale, ha perso un po’ la sua innocenza.
Come già raccontato, si discuteva del modello societario su cui oggi si reggono i grandi laboratori di intelligenza artificiale, della possibilità che una organizzazione fondata come non profit possa convertirsi in qualcosa di molto diverso senza pagarne le conseguenze, e di quanta libertà avessero davvero i procuratori statali nel benedire una operazione di questa portata. Quella domanda è rimasta sospesa, e il modo in cui è rimasta sospesa è, in effetti, una parte importante del problema.

La prescrizione chiude il caso, ma il problema resta
Il punto decisivo del verdetto è proprio questo. La giuria di Oakland non è entrata nel merito delle accuse mosse da Musk. Non ha stabilito se Altman e Brockman abbiano violato un vincolo fondativo. Non ha stabilito se OpenAI abbia smarrito la sua missione. Non ha stabilito se Microsoft abbia avuto un ruolo improprio nella trasformazione della società. Ma ha solo stabilito che Musk avrebbe dovuto agire prima.
Secondo la ricostruzione emersa nel processo, Musk era già a conoscenza dei fatti contestati a partire dal 2021, ma ha presentato la causa solo nel 2024. Per questo motivo, le accuse legate alla violazione del vincolo non profit e all’arricchimento ingiustificato sono state considerate fuori tempo massimo.
OpenAI ha vinto, ma ha vinto su un terreno procedurale. Una situazione che permette di separare due livelli che spesso vengono confusi: il livello della sentenza e il livello della questione industriale. Sul primo, Musk esce sconfitto senza appello; sul secondo, la discussione resta completamente aperta.
OpenAI vince ma soltanto in aula
La vittoria giudiziaria di OpenAI è stata netta. Nove giurati all’unanimità, meno di novanta minuti di deliberazione, la giudice Gonzalez Rogers che accetta il verdetto consultivo come proprio e archivia il caso. Una rapidità che, da sola, fa capire quanto solida fosse la linea difensiva sui termini della prescrizione.
Sul piano finanziario gli effetti per OpenAI saranno evidenti. La quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026, con una valutazione obiettivo intorno al trilione di dollari, ha guadagnato ulteriore terreno.
Si potrebbe dire che questa sentenza rassicura gli investitori e l’intero settore dell’IA, perché evita un esito potenzialmente caotico che avrebbe potuto mettere in discussione la struttura commerciale di OpenAI, la partnership con Microsoft e i futuri piani di raccolta capitali.
Vince, dunque, l’idea che l’intelligenza artificiale generativa, per crescere nella forma in cui oggi la conosciamo, non possa più vivere dentro la cornice simbolica della piccola organizzazione votata al bene comune. Ma che ad un certo punto del suo sviluppo ha bisogno di una struttura molto più vicina a quella delle grandi aziende tecnologiche globali.
Ma, una cosa è la vittoria in aula, un’altra è la vittoria fuori dall’aula ed è qui che le cose potrebbero prendere una piega diversa.
I dati del processo resteranno per sempre
Nonostante la sua vittoria in tribunale, OpenAI si porta dietro le peggiori prove documentali sulla propria governance, che resteranno di dominio pubblico.
Ogni investitore istituzionale che legge la trascrizione del processo trarrà le sue considerazioni sulla credibilità su Altman prima di comprare.
Vediamo cosa è entrato nel dominio pubblico in queste tre settimane. Le email del 2017 in cui dirigenti di OpenAI esprimevano la preoccupazione che Musk «potesse diventare un dittatore» se gli avessero dato il controllo dell’azienda. Le proposte dello stesso Musk di assorbire OpenAI dentro Tesla.
I diari personali di Greg Brockman che parlavano della struttura non profit come di «una bugia». Il memo da 52 pagine di Ilya Sutskever, cofondatore di OpenAI, in cui si descriveva Altman come una figura che metteva i propri dirigenti l’uno contro l’altro e mostrava «un costante schema di menzogne».
I messaggi che Altman inviò durante il suo allontanamento del novembre 2023, in cui supplicava ripetutamente di poter partecipare alle riunioni del consiglio e veniva rifiutato. La conferma, finalmente in atti ufficiali, che OpenAI considerò in quei giorni concitati una possibile fusione con Anthropic. E poi gli scambi tra Musk e Mark Zuckerberg sulla possibilità di comprare OpenAI insieme.
Sono materiali che la giuria non ha mai dovuto pesare nel merito, perché si è fermata alla questione dei termini. Però esistono, sono consultabili, e accompagneranno qualunque conversazione futura sui prossimi passi di OpenAI.
Musk alla fine è il vero perdente, ma non del tutto
Elon Musk esce sconfitto dal processo e questo va detto senza giri di parole. La sua causa viene respinta, le sue richieste cadono, la sua ricostruzione non arriva nemmeno al giudizio di merito. E, secondo le prime analisi, il verdetto rende molto difficile immaginare una riapertura sostanziale del caso, anche se i suoi legali, e lui stesso su X, hanno annunciato la volontà di ricorrere in appello.
A pochi minuti dal verdetto, sul suo profilo X, Musk ha scritto: «Altman e Brockman si sono effettivamente arricchiti rubando una organizzazione di beneficenza. L’unica domanda è QUANDO l’hanno fatto!». Poco dopo ha aggiunto che «la giuria e la giudice non si sono mai espressi sul merito del caso, solo su una tecnicalità di calendario». E in un terzo post: «farò appello presso il Nono Circuito, perché creare un precedente per saccheggiare le organizzazioni di beneficenza è incredibilmente distruttivo per la cultura della donazione in America».
C’è un quarto post, poi cancellato, in cui Musk se la prendeva direttamente con la giudice, definendola «terribile giudice attivista di Oakland» che avrebbe usato la giuria come «foglia di fico».
Quello che emerge è una strategia precisa. Musk ha perso, ma sta provando a riscrivere la sconfitta come una mezza vittoria morale, costruita sulla distinzione tra prescrizione e merito. Aggiungiamoci che, come hanno notato diverse cronache, Musk non era nemmeno presente in aula al momento della lettura del verdetto. Aveva lasciato Oakland giovedì 14 maggio per accompagnare il presidente Trump in Cina.
Ma sarebbe altrettanto superficiale sostenere che, con la sconfitta di Musk, cada anche la domanda che la causa aveva sollevato. Quella domanda, come abbiamo visto, resta intatta nonostante il verdetto.
Riguarda il rapporto tra missione dichiarata e proprietà reale. Riguarda la distanza tra il linguaggio con cui molti laboratori di IA si sono presentati al mondo e il modo in cui oggi competono tra loro.
Musk, naturalmente, non può essere raccontato come un osservatore esterno o disinteressato. È il fondatore di xAI, è un concorrente diretto di OpenAI, è uno degli attori più potenti della stessa industria che a sua volta critica. Ma proprio questa ambiguità rende la vicenda più significativa.
Non siamo davanti allo scontro tra chi difende il bene comune e chi lo tradisce. Siamo davanti a uno scontro interno al potere tecnologico. Due visioni, due ambizioni, due strategie industriali che si contendono una parte decisiva del futuro della IA.
Altman e il suo silenzio “strategico”
Sul fronte opposto, Altman ha scelto una strada completamente diversa. Poco meno di un’ora dopo il verdetto, l’amministratore delegato di OpenAI è tornato su X a postare di ChatGPT, della nuova versione del modello, senza una sola menzione del processo. Né esultanze, né commenti, né rivendicazioni. Soltanto silenzio sul caso, e ritorno alla normalità.
È una scelta che si commenta da sola. Una vittoria così netta avrebbe potuto essere celebrata pubblicamente, e invece è stata gestita lasciando parlare gli avvocati. William Savitt, avvocato principale di OpenAI, fuori dall’aula ha detto: «la decisione conferma che questa causa era un tentativo ipocrita di sabotare un concorrente». Altman, da parte sua, è rimasto sul terreno che gli compete, quello del prodotto ChatGPT e della sua crescita.
Ma la vittoria giudiziaria non coincide con una piena ricostruzione della fiducia.
Durante le udienze, come ricordato poco fa, sono riemerse tensioni interne, accuse sulla sua affidabilità e ricostruzioni che richiamano il clima già visto nel 2023, quando il consiglio di amministrazione di OpenAI decise di rimuoverlo temporaneamente prima del suo ritorno alla guida dell’azienda.
Altman non viene indebolito sul piano del potere, anzi il verdetto rafforza la sua posizione. Ma viene esposto ancora una volta sul piano della fiducia, in una industria che chiede continuamente fiducia.
La IA non è più una promessa, è un’infrastruttura di potere
Il processo Musk contro Altman non racconta solo una lite tra miliardari. Racconta il passaggio definitivo della IA generativa da promessa tecnologica a infrastruttura di potere.
All’inizio, OpenAI era stata raccontata come una risposta al rischio che l’intelligenza artificiale avanzata finisse nelle mani di pochi attori privati. La missione era costruire sistemi utili all’umanità, evitando che il controllo si concentrasse in modo eccessivo.
Oggi, invece, OpenAI è al centro di una delle più grandi operazioni industriali del settore tecnologico globale, sostenuta da Microsoft e proiettata verso una valutazione enorme. Questo non significa che ogni trasformazione sia illegittima. Significa però che il linguaggio originario è cambiato radicalmente.
Non basta dire «beneficio per l’umanità» quando la competizione si gioca su capitali immensi, infrastrutture cloud, chip, dati, energia, alleanze geopolitiche e accesso ai mercati.
Non basta richiamare la missione quando la struttura economica spinge nella direzione opposta, o quantomeno in una direzione molto più complessa.
La IA per come l’abbiamo conosciuta in questi anni esce da questo processo con una veste che di fatto ricorda molto il passato. Sembra un paradosso ma è così.
In aggiunta come contesto, la fiducia degli americani nell’intelligenza artificiale è in caduta, secondo i sondaggi più recenti. L’approvazione pubblica dell’IA è oggi inferiore a quella di temi come la guerra in Iran e le politiche dell’ICE. Vuol dire che il pubblico non è più disposto a fidarsi della retorica delle missioni in nome dell’umanità, almeno non in maniera automatica.
La rivoluzione della IA e le dinamiche di potere
Ci eravamo abituati a pensare alla IA come a un settore diverso da quelli del passato. Un settore guidato da menti scientifiche, da ricercatori che provenivano dalle università, da imprenditori che parlavano di missione e di umanità prima che di mercato.
Ce lo siamo raccontati così, e con noi se lo erano raccontati gli stessi protagonisti. Il processo di Oakland però ha mostrato che la realtà è un’altra.
La realtà è che dentro questo settore si combattono le stesse battaglie del capitalismo industriale di ogni epoca. Diatribe personali, invidie, accuse, ricatti, processi miliardari, alleanze che si stringono e si spezzano. I dirigenti che si descrivono nei diari come «possibili dittatori». I cofondatori che scrivono memo da 52 pagine contro l’amministratore delegato. Le proposte di fusione tenute segrete, le società parallele costituite in Delaware, gli avvocati che si scontrano in aula sulle versioni della verità di chi sta in cima.
Sono soldi, e tanti soldi, in misura tale da far impallidire i petrolieri degli anni Settanta. OpenAI viaggia verso una quotazione da un trilione di dollari.
xAI è stata assorbita da SpaceX in un’operazione che ha portato la valutazione combinata intorno al trilione e mezzo. Microsoft, durante il processo, ha dichiarato di aver investito oltre 100 miliardi di dollari nella propria partnership con OpenAI. Anthropic vale intorno ai 350 miliardi.
Sono cifre che, fino a pochi anni fa, sarebbero state considerate fuori scala anche per il settore tecnologico più aggressivo.
La rivoluzione, certo, cambierà tutto. Cambierà il modo di lavorare, di studiare, di informarsi, di scrivere, di prendere decisioni, di curare le persone, di amministrare i territori.
Questo è un dato di fatto che non cambia con il verdetto di Oakland. Le dinamiche di potere che decidono come questa rivoluzione si svilupperà, però, e a beneficio di chi, sono rimaste identiche. Anzi, sono diventate più estreme. Mai prima nella storia industriale il controllo di una tecnologia trasformativa era stato concentrato in così poche mani.
E forse è proprio questa la cosa che dovrebbe preoccuparci di più. Non la disputa tra Musk e Altman in quanto tale, ma il fatto che persone così ricche, così potenti, così legate ai vertici dei governi globali, abbiano in mano il futuro di una tecnologia che entrerà in ogni dimensione della vita collettiva, e lo usino, almeno in parte, per farsi la guerra tra loro.
In mezzo c’è il futuro del mondo, in un momento in cui il mondo, attorno, sembra andare a rotoli. Guerre, instabilità geopolitica, fiducia democratica in caduta, sistemi educativi che faticano a stare al passo, mercati del lavoro che cambiano più velocemente di quanto la politica sappia gestire.
Mentre tutto questo accade, una manciata di amministratori delegati decide quale modello di linguaggio addestrare, con quali dati, con quali vincoli di sicurezza, con quali finalità commerciali. Decide se aprire o chiudere l’accesso a determinati strumenti. Decide quali governi possono usare quali sistemi, in quali contesti militari, con quali termini contrattuali, il tutto ormai fuori da qualunque controllo democratico effettivo.
Ecco, in un momento in cui questo processo viene celebrato come un punto di chiarezza, occorre invece mettere in fila le cose come stanno. Almeno in questo articolo ci ho provato.
Non si tratta di rivedere il proprio giudizio sulla IA, che resta sempre una enorme opportunità per tutti, se affrontata con grande senso di responsabilità e consapevolezza dei rischi che si corrono.
Ma resta il grande sapore amaro in bocca per il fatto che tutta questa novità, nei fatti, non ha cambiato davvero nulla.


















