Tag: sam altman

  • Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    Il processo Musk-Altman si è chiuso per prescrizione. La giuria non è entrata nel merito e OpenAI vince in aula. Ma a perdere davvero è l’intelligenza artificiale, che esce dal processo con la sua innocenza ormai compromessa.

    Il caso Musk contro Sam Altman, e quindi contro OpenAI, segna un passaggio storico nell’era della Intelligenza Artificiale Generativa. Senza voler apparire esagerati, la portata del processo che si è concluso il 18 maggio scorso e che ha decretato la sconfitta di Musk, seppur formale per aver presentato le sue accuse fuori tempo massimo, è a tutti gli effetti storica.

    Come già sottolineato, questo processo nei fatti non definisce la sconfitta di Musk nel merito delle accuse, che pure la giudice Gonzalez Rogers aveva inizialmente accolto. Il pronunciamento della giuria, con valore consultivo e poi approvato pienamente dalla giudice, non tocca la vera questione su chi vince e su chi perde davvero.

    Il pronunciamento finale non dice chiaramente che Musk ha perso perché aveva torto, non dice che il modello OpenAI sia il migliore e non dice nemmeno che Sam Altman si sia dimostrato adeguato alla guida di OpenAI. E non dice nemmeno che è consentito ad un’associazione nata senza scopo di lucro diventare e trasformarsi col tempo in un’azienda con scopo di lucro del valore, ad oggi, di 850 miliardi di dollari con una IPO imminente.

    Su tutte queste grandi questioni non c’è un pronunciamento netto. Ragion per cui è lecito pensare che non tutti hanno perso per davvero e che non tutti hanno vinto per davvero.

    Sappiamo però che c’è chi ha perso qualcosa, qualcosa di davvero importante. Ed è proprio l’Intelligenza Artificiale che, a conti fatti in maniera parziale, ha perso un po’ la sua innocenza.

    Come già raccontato, si discuteva del modello societario su cui oggi si reggono i grandi laboratori di intelligenza artificiale, della possibilità che una organizzazione fondata come non profit possa convertirsi in qualcosa di molto diverso senza pagarne le conseguenze, e di quanta libertà avessero davvero i procuratori statali nel benedire una operazione di questa portata. Quella domanda è rimasta sospesa, e il modo in cui è rimasta sospesa è, in effetti, una parte importante del problema.

    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza
    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    La prescrizione chiude il caso, ma il problema resta

    Il punto decisivo del verdetto è proprio questo. La giuria di Oakland non è entrata nel merito delle accuse mosse da Musk. Non ha stabilito se Altman e Brockman abbiano violato un vincolo fondativo. Non ha stabilito se OpenAI abbia smarrito la sua missione. Non ha stabilito se Microsoft abbia avuto un ruolo improprio nella trasformazione della società. Ma ha solo stabilito che Musk avrebbe dovuto agire prima.

    Secondo la ricostruzione emersa nel processo, Musk era già a conoscenza dei fatti contestati a partire dal 2021, ma ha presentato la causa solo nel 2024. Per questo motivo, le accuse legate alla violazione del vincolo non profit e all’arricchimento ingiustificato sono state considerate fuori tempo massimo.

    OpenAI ha vinto, ma ha vinto su un terreno procedurale. Una situazione che permette di separare due livelli che spesso vengono confusi: il livello della sentenza e il livello della questione industriale. Sul primo, Musk esce sconfitto senza appello; sul secondo, la discussione resta completamente aperta.

    OpenAI vince ma soltanto in aula

    La vittoria giudiziaria di OpenAI è stata netta. Nove giurati all’unanimità, meno di novanta minuti di deliberazione, la giudice Gonzalez Rogers che accetta il verdetto consultivo come proprio e archivia il caso. Una rapidità che, da sola, fa capire quanto solida fosse la linea difensiva sui termini della prescrizione.

    Sul piano finanziario gli effetti per OpenAI saranno evidenti. La quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026, con una valutazione obiettivo intorno al trilione di dollari, ha guadagnato ulteriore terreno.

    Si potrebbe dire che questa sentenza rassicura gli investitori e l’intero settore dell’IA, perché evita un esito potenzialmente caotico che avrebbe potuto mettere in discussione la struttura commerciale di OpenAI, la partnership con Microsoft e i futuri piani di raccolta capitali.

    Vince, dunque, l’idea che l’intelligenza artificiale generativa, per crescere nella forma in cui oggi la conosciamo, non possa più vivere dentro la cornice simbolica della piccola organizzazione votata al bene comune. Ma che ad un certo punto del suo sviluppo ha bisogno di una struttura molto più vicina a quella delle grandi aziende tecnologiche globali.

    Ma, una cosa è la vittoria in aula, un’altra è la vittoria fuori dall’aula ed è qui che le cose potrebbero prendere una piega diversa.

    I dati del processo resteranno per sempre

    Nonostante la sua vittoria in tribunale, OpenAI si porta dietro le peggiori prove documentali sulla propria governance, che resteranno di dominio pubblico.

    Ogni investitore istituzionale che legge la trascrizione del processo trarrà le sue considerazioni sulla credibilità su Altman prima di comprare.

    Vediamo cosa è entrato nel dominio pubblico in queste tre settimane. Le email del 2017 in cui dirigenti di OpenAI esprimevano la preoccupazione che Musk «potesse diventare un dittatore» se gli avessero dato il controllo dell’azienda. Le proposte dello stesso Musk di assorbire OpenAI dentro Tesla.

    I diari personali di Greg Brockman che parlavano della struttura non profit come di «una bugia». Il memo da 52 pagine di Ilya Sutskever, cofondatore di OpenAI, in cui si descriveva Altman come una figura che metteva i propri dirigenti l’uno contro l’altro e mostrava «un costante schema di menzogne».

    I messaggi che Altman inviò durante il suo allontanamento del novembre 2023, in cui supplicava ripetutamente di poter partecipare alle riunioni del consiglio e veniva rifiutato. La conferma, finalmente in atti ufficiali, che OpenAI considerò in quei giorni concitati una possibile fusione con Anthropic. E poi gli scambi tra Musk e Mark Zuckerberg sulla possibilità di comprare OpenAI insieme.

    Sono materiali che la giuria non ha mai dovuto pesare nel merito, perché si è fermata alla questione dei termini. Però esistono, sono consultabili, e accompagneranno qualunque conversazione futura sui prossimi passi di OpenAI.

    Musk alla fine è il vero perdente, ma non del tutto

    Elon Musk esce sconfitto dal processo e questo va detto senza giri di parole. La sua causa viene respinta, le sue richieste cadono, la sua ricostruzione non arriva nemmeno al giudizio di merito. E, secondo le prime analisi, il verdetto rende molto difficile immaginare una riapertura sostanziale del caso, anche se i suoi legali, e lui stesso su X, hanno annunciato la volontà di ricorrere in appello.

    A pochi minuti dal verdetto, sul suo profilo X, Musk ha scritto: «Altman e Brockman si sono effettivamente arricchiti rubando una organizzazione di beneficenza. L’unica domanda è QUANDO l’hanno fatto!». Poco dopo ha aggiunto che «la giuria e la giudice non si sono mai espressi sul merito del caso, solo su una tecnicalità di calendario». E in un terzo post: «farò appello presso il Nono Circuito, perché creare un precedente per saccheggiare le organizzazioni di beneficenza è incredibilmente distruttivo per la cultura della donazione in America».

    C’è un quarto post, poi cancellato, in cui Musk se la prendeva direttamente con la giudice, definendola «terribile giudice attivista di Oakland» che avrebbe usato la giuria come «foglia di fico».

    Quello che emerge è una strategia precisa. Musk ha perso, ma sta provando a riscrivere la sconfitta come una mezza vittoria morale, costruita sulla distinzione tra prescrizione e merito. Aggiungiamoci che, come hanno notato diverse cronache, Musk non era nemmeno presente in aula al momento della lettura del verdetto. Aveva lasciato Oakland giovedì 14 maggio per accompagnare il presidente Trump in Cina.

    Ma sarebbe altrettanto superficiale sostenere che, con la sconfitta di Musk, cada anche la domanda che la causa aveva sollevato. Quella domanda, come abbiamo visto, resta intatta nonostante il verdetto.

    Riguarda il rapporto tra missione dichiarata e proprietà reale. Riguarda la distanza tra il linguaggio con cui molti laboratori di IA si sono presentati al mondo e il modo in cui oggi competono tra loro.

    Musk, naturalmente, non può essere raccontato come un osservatore esterno o disinteressato. È il fondatore di xAI, è un concorrente diretto di OpenAI, è uno degli attori più potenti della stessa industria che a sua volta critica. Ma proprio questa ambiguità rende la vicenda più significativa.

    Non siamo davanti allo scontro tra chi difende il bene comune e chi lo tradisce. Siamo davanti a uno scontro interno al potere tecnologico. Due visioni, due ambizioni, due strategie industriali che si contendono una parte decisiva del futuro della IA.

    Altman e il suo silenzio “strategico”

    Sul fronte opposto, Altman ha scelto una strada completamente diversa. Poco meno di un’ora dopo il verdetto, l’amministratore delegato di OpenAI è tornato su X a postare di ChatGPT, della nuova versione del modello, senza una sola menzione del processo. Né esultanze, né commenti, né rivendicazioni. Soltanto silenzio sul caso, e ritorno alla normalità.

    È una scelta che si commenta da sola. Una vittoria così netta avrebbe potuto essere celebrata pubblicamente, e invece è stata gestita lasciando parlare gli avvocati. William Savitt, avvocato principale di OpenAI, fuori dall’aula ha detto: «la decisione conferma che questa causa era un tentativo ipocrita di sabotare un concorrente». Altman, da parte sua, è rimasto sul terreno che gli compete, quello del prodotto ChatGPT e della sua crescita.

    Ma la vittoria giudiziaria non coincide con una piena ricostruzione della fiducia.

    Durante le udienze, come ricordato poco fa, sono riemerse tensioni interne, accuse sulla sua affidabilità e ricostruzioni che richiamano il clima già visto nel 2023, quando il consiglio di amministrazione di OpenAI decise di rimuoverlo temporaneamente prima del suo ritorno alla guida dell’azienda.

    Altman non viene indebolito sul piano del potere, anzi il verdetto rafforza la sua posizione. Ma viene esposto ancora una volta sul piano della fiducia, in una industria che chiede continuamente fiducia.

    La IA non è più una promessa, è un’infrastruttura di potere

    Il processo Musk contro Altman non racconta solo una lite tra miliardari. Racconta il passaggio definitivo della IA generativa da promessa tecnologica a infrastruttura di potere.

    All’inizio, OpenAI era stata raccontata come una risposta al rischio che l’intelligenza artificiale avanzata finisse nelle mani di pochi attori privati. La missione era costruire sistemi utili all’umanità, evitando che il controllo si concentrasse in modo eccessivo.

    Oggi, invece, OpenAI è al centro di una delle più grandi operazioni industriali del settore tecnologico globale, sostenuta da Microsoft e proiettata verso una valutazione enorme. Questo non significa che ogni trasformazione sia illegittima. Significa però che il linguaggio originario è cambiato radicalmente.

    Non basta dire «beneficio per l’umanità» quando la competizione si gioca su capitali immensi, infrastrutture cloud, chip, dati, energia, alleanze geopolitiche e accesso ai mercati.

    Non basta richiamare la missione quando la struttura economica spinge nella direzione opposta, o quantomeno in una direzione molto più complessa.

    La IA per come l’abbiamo conosciuta in questi anni esce da questo processo con una veste che di fatto ricorda molto il passato. Sembra un paradosso ma è così.

    In aggiunta come contesto, la fiducia degli americani nell’intelligenza artificiale è in caduta, secondo i sondaggi più recenti. L’approvazione pubblica dell’IA è oggi inferiore a quella di temi come la guerra in Iran e le politiche dell’ICE. Vuol dire che il pubblico non è più disposto a fidarsi della retorica delle missioni in nome dell’umanità, almeno non in maniera automatica.

    La rivoluzione della IA e le dinamiche di potere

    Ci eravamo abituati a pensare alla IA come a un settore diverso da quelli del passato. Un settore guidato da menti scientifiche, da ricercatori che provenivano dalle università, da imprenditori che parlavano di missione e di umanità prima che di mercato.

    Ce lo siamo raccontati così, e con noi se lo erano raccontati gli stessi protagonisti. Il processo di Oakland però ha mostrato che la realtà è un’altra.

    La realtà è che dentro questo settore si combattono le stesse battaglie del capitalismo industriale di ogni epoca. Diatribe personali, invidie, accuse, ricatti, processi miliardari, alleanze che si stringono e si spezzano. I dirigenti che si descrivono nei diari come «possibili dittatori». I cofondatori che scrivono memo da 52 pagine contro l’amministratore delegato. Le proposte di fusione tenute segrete, le società parallele costituite in Delaware, gli avvocati che si scontrano in aula sulle versioni della verità di chi sta in cima.

    Sono soldi, e tanti soldi, in misura tale da far impallidire i petrolieri degli anni Settanta. OpenAI viaggia verso una quotazione da un trilione di dollari.

    xAI è stata assorbita da SpaceX in un’operazione che ha portato la valutazione combinata intorno al trilione e mezzo. Microsoft, durante il processo, ha dichiarato di aver investito oltre 100 miliardi di dollari nella propria partnership con OpenAI. Anthropic vale intorno ai 350 miliardi.

    Sono cifre che, fino a pochi anni fa, sarebbero state considerate fuori scala anche per il settore tecnologico più aggressivo.

    La rivoluzione, certo, cambierà tutto. Cambierà il modo di lavorare, di studiare, di informarsi, di scrivere, di prendere decisioni, di curare le persone, di amministrare i territori.

    Questo è un dato di fatto che non cambia con il verdetto di Oakland. Le dinamiche di potere che decidono come questa rivoluzione si svilupperà, però, e a beneficio di chi, sono rimaste identiche. Anzi, sono diventate più estreme. Mai prima nella storia industriale il controllo di una tecnologia trasformativa era stato concentrato in così poche mani.

    E forse è proprio questa la cosa che dovrebbe preoccuparci di più. Non la disputa tra Musk e Altman in quanto tale, ma il fatto che persone così ricche, così potenti, così legate ai vertici dei governi globali, abbiano in mano il futuro di una tecnologia che entrerà in ogni dimensione della vita collettiva, e lo usino, almeno in parte, per farsi la guerra tra loro.

    In mezzo c’è il futuro del mondo, in un momento in cui il mondo, attorno, sembra andare a rotoli. Guerre, instabilità geopolitica, fiducia democratica in caduta, sistemi educativi che faticano a stare al passo, mercati del lavoro che cambiano più velocemente di quanto la politica sappia gestire.

    Mentre tutto questo accade, una manciata di amministratori delegati decide quale modello di linguaggio addestrare, con quali dati, con quali vincoli di sicurezza, con quali finalità commerciali. Decide se aprire o chiudere l’accesso a determinati strumenti. Decide quali governi possono usare quali sistemi, in quali contesti militari, con quali termini contrattuali, il tutto ormai fuori da qualunque controllo democratico effettivo.

    Ecco, in un momento in cui questo processo viene celebrato come un punto di chiarezza, occorre invece mettere in fila le cose come stanno. Almeno in questo articolo ci ho provato.

    Non si tratta di rivedere il proprio giudizio sulla IA, che resta sempre una enorme opportunità per tutti, se affrontata con grande senso di responsabilità e consapevolezza dei rischi che si corrono.

    Ma resta il grande sapore amaro in bocca per il fatto che tutta questa novità, nei fatti, non ha cambiato davvero nulla.

  • Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Si è aperto a Oakland il processo Musk-Altman. Restano in piedi solo due accuse: violazione del vincolo non profit e arricchimento ingiustificato. In gioco c’è la rimozione di Altman, l’annullamento della conversione di OpenAI in società a scopo di lucro e una restituzione fino a 134 miliardi. Il verdetto atteso a metà maggio.

    Solo fino a qualche anno fa, nessuno avrebbe mai creduto che Elon Musk avrebbe finito per portare in tribunale Sam Altman per annullare la leadership di OpenAI e per ricondurre la stessa azienda al suo obiettivo originale, ossia quella di società senza scopo di lucro. Oltre alla restituzione di diverse decine di miliardi di dollari.

    Nessuno ci avrebbe creduto, ma da oggi è davvero così. La sintesi non regge in realtà perché il caso arrivato presso l’aula del tribunale federale di Oakland si è trasformato nel corso di questi mesi e resta comunque complesso.

    Cerchiamo di capire perché si è arrivati a questo punto e qual è la posta in gioco. L’esito di questo processo non è scritto da nessuna parte, perché si tratta di una questione che riguarda direttamente Elon Musk e Sam Altman. Ma visto il ruolo che oggi giocano questi miliardari, è lecito sostenere che l’esito di questo processo avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale.

    La storia inizia oltre 10 anni fa, quando una promessa arriva poi a valere svariati miliardi di dollari e riguarda da vicino il futuro dell’IA. Elon Musk e Sam Altman dieci anni fa avevano firmato la stessa dichiarazione di intenti, e oggi si trovano in tribunale per stabilire chi di loro due l’ha, infine, tradita. Musk sostiene senza mezzi termini che a tradire è stato Altman.

    La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha avviato la selezione e l’insediamento dei nove giurati (così come prevede l’ordinamento americano) che ascolteranno le prove nelle prossime tre settimane.

    Le arringhe d’apertura sono fissate per oggi, 28 aprile. Da quel momento, e fino a metà maggio, OpenAI dovrà difendere la propria esistenza. E a fare da sfondo, va detto, c’è la quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026, valutata diversi trilioni di dollari.

    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell'intelligenza artificiale
    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Il caso Musk-Altman, le accuse dimezzate

    Quello che arriva in aula non è la causa che Musk aveva depositato nel 2024, adesso è decisamente più ridotta.

    Venerdì 24 aprile Musk ha ritirato di sua iniziativa le accuse di frode e “frode costruttiva” contro Altman. Ufficialmente per “snellire” il dibattimento, ma il risultato concreto è che davanti alla giuria restano solo due capi d’accusa di natura equitativa: violazione del vincolo di destinazione non profit e arricchimento ingiustificato.

    La giuria in questa occasione ha potere solo consultivo. Infatti, sarà la giudice Gonzalez Rogers a emettere la decisione vincolante, in una seconda fase del processo che inizierà il 18 maggio davanti, appunto, alla sola giudice. Questo significa che i titoli che leggeremo nei prossimi giorni, “Musk vince” o “Altman vince”, andranno presi con estrema cautela. La partita vera si gioca dopo, lontano dai giurati.

    Il percorso di pulizia dei capi d’accusa è cominciato da tempo. La causa originaria, depositata presso la corte federale ad agosto 2024, conteneva ben 26 capi d’accusa. Tra questi c’erano l’associazione a delinquere ai sensi del RICO, le violazioni delle norme antitrust dello Sherman Act, la pubblicità ingannevole. Tutte decadute.

    RICO sta per Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, una legge federale americana del 1970. Nata per colpire la mafia italoamericana, quando i procuratori non riuscivano a incastrare i boss perché i singoli reati venivano commessi dai sottoposti.

    In questo contesto, Musk sosteneva che OpenAI, Altman, Microsoft e altri avessero costruito uno schema fraudolento sistematico per appropriarsi degli asset della nonprofit, e che quindi rientrassero nella definizione di organizzazione corrotta secondo il RICO.

    Nel corso dei mesi dalla deposizione, la giudice Gonzalez Rogers ha provveduto ad attivare un esame attento dei capi d’accusa. Il processo che verrà celebrato è un guscio di quello che Musk aveva immaginato. Resta però la richiesta più ambiziosa, quella sui risarcimenti miliardari e qui le cifre sono esorbitanti.

    Le richieste di Elon Musk

    Il 7 aprile scorso Musk ha depositato la sua richiesta formale di risarcimenti per la seconda fase. Vuole la rimozione di Altman da amministratore delegato e da direttore della Foundation. Chiede la rimozione di Greg Brockman da presidente della società di pubblico beneficio. E vuole l’annullamento della conversione del 28 ottobre 2025 che ha trasformato OpenAI in società a scopo di lucro.

    Inoltre, vuole una restituzione che potrebbe arrivare a circa 134 miliardi di dollari.

    Va specificato che questa somma non finirebbe nelle tasche di Musk. Andrebbe alla OpenAI Foundation, l’ente di beneficenza che oggi controlla il 26% della società. Musk, in altre parole, ha strutturato la sua causa in modo da non incassare nulla personalmente. Il suo guadagno finanziario di fronte ad una eventuale una vittoria sarebbe zero.

    È un punto che al momento sta sfuggendo ai più, ma che vale la pena evidenziare. Quello che in sostanza chiede Musk è la rimozione di Sam Altman e di Greg Brockman dai loro incarichi.

    La difesa di OpenAI e la benedizione dei due procuratori

    Nonostante la causa, il 28 ottobre 2025 OpenAI ha completato la sua ristrutturazione societaria. OpenAI, Inc. è diventata la OpenAI Foundation, un ente nonprofit. Il braccio operativo è diventato OpenAI Group PBC, una società di pubblico beneficio del Delaware. La fondazione detiene il 26% della nuova entità, circa 130 miliardi di dollari di valore. Microsoft detiene il 27%, circa 135 miliardi.

    Ora, sia il procuratore generale californiano Bonta sia quello del Delaware Jennings hanno emesso dichiarazioni di non obiezione sulla ristrutturazione, dopo aver ottenuto da OpenAI concessioni che assicurano che gli asset rimangano “irrevocabilmente dedicati a scopi di beneficenza”. E qui si entra nel cuore della questione giuridica.

    Negli Stati Uniti, i procuratori generali statali sono i custodi pubblici degli enti di beneficenza. Sono loro, in via primaria, a dover vigilare che un ente fondato per scopi benefici rispetti le sue promesse. Se i due procuratori generali competenti hanno esaminato le carte e non hanno sollevato obiezioni, la pretesa di Musk secondo cui OpenAI avrebbe violato proprio quel vincolo di destinazione benefica entra in tribunale già molto azzoppata. Ma su questo si vedrà a fine processo.

    Da una parte, Musk e il suo team punteranno tutto sulle prove documentali interne. Dall’altra, OpenAI risponderà agitando la firma dei due procuratori generali e l’approvazione formale dello Stato della California. La giuria dovrà decidere a quale autorità prestare fede. E la giudice ha già definito “un testa o croce” il merito della questione, quando a marzo 2025 ha respinto l’ingiunzione preliminare richiesta da Musk. Si tratta di un pronunciamento che non sbilancia la giudice verso nessuna delle parti in causa.

    Un passo indietro al 2015, quando nacque OpenAI

    OpenAI nasce l’11 dicembre 2015 come ente nonprofit del Delaware. La missione dichiarata è ambiziosa, persino ingenua per i tempi che sarebbero venuti dopo: avanzare l’intelligenza digitale “nel modo più probabile per beneficiare l’umanità”, senza il vincolo del profitto.

    I co-presidenti sono Sam Altman, allora a capo di Y Combinator, ed Elon Musk. Il direttore tecnico è Greg Brockman, il direttore scientifico Ilya Sutskever.

    L’annuncio si regge su una promessa di finanziamento da un miliardo di dollari, sottoscritta da Musk, Altman, Brockman, Reid Hoffman, Peter Thiel, Jessica Livingston, AWS, Infosys e YC Research. Solo che, come emergerà anni dopo, di quel miliardo entro il 2021 era stato effettivamente versato qualcosa come 133 milioni.

    E la quota di Musk, oggetto di contestazione che attraversa tutto il processo, è inferiore a 45 milioni di dollari secondo la contabilità di OpenAI. Una ricostruzione di Semafor del marzo 2023 parlava di 100 milioni da fonti anonime, ma i documenti evidenziano la cifra più bassa.

    Lo scarto tra impegni annunciati e denaro effettivamente messo a disposizione non è un dettaglio. È parte di come Musk costruisce oggi la sua tesi del “patto fondativo”.

    La rottura del 2018 e la versione di Musk

    Musk lascia il consiglio di OpenAI il 20 febbraio 2018. La versione che fornisce allora ai dipendenti è quella del conflitto di interessi: Tesla sta correndo verso l’intelligenza artificiale per la guida autonoma, e quindi non si può più stare in due posti contemporaneamente.

    È una versione plausibile, accettabile, ben struttturata. Solo che, come ha rivelato per primo Semafor cinque anni dopo e come hanno poi confermato le email pubblicate da OpenAI nel marzo 2024, non risulta essere la versione completa.

    A fine 2017, Musk aveva detto ad Altman che OpenAI era “rimasta fatalmente indietro rispetto a Google”. E aveva proposto di prenderne la guida lui stesso, come amministratore delegato, con la maggioranza delle quote e il pieno controllo del consiglio. In alternativa, di fondere OpenAI dentro Tesla. Brockman, Sutskever e Altman rifiutarono questa proposto. E Mus di conseguenza se ne andò.

    Il 15 settembre 2017, prima ancora di rompere con Altman, Musk aveva fatto incorporare in silenzio una società del Delaware chiamata Open Artificial Intelligence Technologies, Inc., attraverso il suo fiduciario personale Jared Birchall.

    Una società già strutturata come società di pubblico beneficio, esattamente la stessa forma giuridica che Musk oggi accusa OpenAI di aver scelto per tradire la missione. La trovata la racconta OpenAI nel suo blog ufficiale, e i giudici l’hanno ammessa come prova al processo.

    In una mail del 1° febbraio 2018, Musk inoltrò una proposta secondo cui OpenAI avrebbe dovuto “agganciarsi a Tesla come sua mucca da mungere”, scrivendo che era “esattamente giusto”. Quando lasciò, disse allo staff che la “probabilità di successo” di OpenAI era zero, e ritirò la quota residua del suo impegno. Il discorso sul conflitto Tesla, secondo Semafor, “non fu accolto bene. La maggior parte non si bevve completamente la storia”.

    Una cosa è raccontare di essersene andati per principio. Un’altra è essersene andati dopo aver provato a prendersi tutto. Il processo che si è aperto ieri cercherà di stabilire quale delle due versioni risulterà essere quella vera.

    L’accelerazione di OpenAI e il ruolo di Microsoft

    Il 30 novembre 2022, OpenAI lancia ChatGPT. Nel giro di cinque giorni il chatbot raggiunge un milione di utenti e a gennaio 2023 sono già 100 milioni gli utenti attivi mensili, l’adozione consumer più veloce della storia. La valutazione di OpenAI esplode. Da circa 14 miliardi di dollari nel 2021 si passa a 29 miliardi a gennaio 2023, a 86 miliardi a fine dello stesso anno, fino agli oltre 850 miliardi di oggi.

    In quel passaggio, Microsoft consolida la sua presenza con un investimento da circa 10 miliardi di dollari, che porta il totale dei suoi versamenti vicino ai 13 miliardi. Una struttura societaria complessa le riconosce il 75% dei profitti fino al recupero del capitale, poi il 49% fino a un tetto di circa 92 miliardi.

    Una struttura che, secondo Musk, consolida quello che lui stesso definisce un cartello tra OpenAI, Microsoft e l’industria del cloud. Il giudice però ha respinto in via definitiva questa tesi: l’accusa antitrust è caduta, e i due dirigenti che la rendevano possibile, Reid Hoffman e Deannah Templeton, si sono dimessi prima che la causa arrivasse in aula.

    Resta in piedi solo un capo di accusa contro Microsoft, ossia quello di concorso nella violazione del vincolo di destinazione non profit. Per questo Microsoft ha solo cinque ore di tempo davanti alla giuria, contro le venti riservate a Musk e a OpenAI.

    Per contrastare OpenAI, Musk fonda xAI

    Il 9 marzo 2023, mentre ChatGPT porta nel mondo la sua IA generativa, Musk fonda silenziosamente X.AI Corp. in Nevada. La presenta pubblicamente il 12 luglio 2023 dagli studi di Tucker Carlson, descrivendola come “TruthGPT”, un’alternativa a ChatGPT che secondo lui sarebbe “addestrato a essere politicamente corretto”. Il chatbot, ribattezzato Grok, viene lanciato su X il 4 novembre 2023.

    A marzo 2025, la fusione tra xAI e X porta il valore complessivo del veicolo intorno ai 113 miliardi. A febbraio 2026, SpaceX assorbe xAI in un’operazione tutta in azioni a una valutazione combinata di circa 1,25 trilioni di dollari.

    Tutto questo costruisce un contesto che offre ad OpenAI un argomento forte da portare in questo processo: Musk non sta combattendo solo per dei principi, sta combattendo anche per un’azienda concorrente che brucia un miliardo di dollari al mese e che ha bisogno di bloccare proprio OpenAI per poter crescere.

    Le risposte giudiziarie di OpenAI, depositate il 9 aprile 2025, inquadrano esplicitamente la causa di Musk come una campagna integrata di molestie a beneficio di xAI: la campagna social “Scam Altman”, l’offerta-fantoccio da 97,4 miliardi del febbraio 2025, l’uso strumentale del contenzioso. Tutto, secondo OpenAI, andrebbe letto come uno strumento di competizione.

    Cosa rischia davvero ciascuno dei protagonisti

    Arrivati a questo punto, dopo aver cercato – si spera bene – di ricostruire il percorso che ha portato fino a oggi, possiamo provare a capire cosa concretamente è in gioco per ciascuno dei protagonisti.

    Per Sam Altman, il rischio è il ruolo di CEO di OpenAI

    Per Altman, il rischio diretto passa dalla richiesta di Musk di rimuoverlo da amministratore delegato di OpenAI e da direttore della Foundation, oltre alla restituzione delle sue quote.

    Se la giudice Gonzalez Rogers decidesse di prendere o meno in considerazione questa strada è una questione tutta da vedere, perché OpenAI sostiene che non è al momento una procedura prevedibile. Va specificato, peraltro, che nessun rinvio penale è stato pubblicamente riportato contro Altman. I capi di accusa di frode sono stati ritirati dallo stesso Musk venerdì scorso.

    Il rischio reputazionale, però, è molto più evidente. In fase di processo emergerà sicuramente un messaggio del 2017 in cui Altman scriveva a Musk “resto entusiasta della struttura nonprofit!”, in un momento in cui le discussioni interne avevano già imboccato la strada del for profit.

    E farà emergere il diario personale di Brockman del 2017, in cui il direttore tecnico ammetteva che “sarebbe sbagliato rubare la non-profit” a Musk. Il consiglio di OpenAI, presieduto da Bret Taylor, appare per ora solido, ma le testimonianze potrebbero giocare un certo peso all’interno del CdA.

    Per Elon Musk, il rischio è la sua credibilità

    Il rischio finanziario diretto di Musk, come abbiamo già visto, è teoricamente pari a zero, perché qualunque tipo di risarcimento finirebbe alla Foundation e non a lui.

    Ma i contro-ricorsi di OpenAI per la seconda fase chiedono danni compensativi non quantificati e un’ingiunzione che impedisca ulteriori interferenze. E c’è un punto, soprattutto, su cui OpenAI ha intenzione di insistere. Ed è quello delle email del 2017 e del 2018 in cui Musk contemplava una fusione con Tesla, e l’incorporazione segreta della società del Delaware del settembre 2017. Si tratta, secondo OpenAI, di email che contraddicono direttamente la narrazione che lui stesso porta in tribunale. La sua credibilità è quindi davvero a rischio.

    Va aggiunto che Musk ha altri fronti aperti contemporaneamente. La causa SEC sulla mancata comunicazione delle quote in Twitter è in attesa di processo dopo il rigetto della richiesta di archiviazione del 3 febbraio scorso.

    E nel caso Pampena, una giuria ha già stabilito il 20 marzo 2026 che Musk fece dichiarazioni false agli azionisti di Twitter, con danni potenzialmente fino a 2,6 miliardi di dollari ancora pendenti. Una sconfitta in tribunale a Oakland, anche solo davanti ad una giuria consultiva, andrebbe a sommarsi a un quadro già complicato.

    Per OpenAI, il rischio è strutturale e tocca la quotazione in borsa

    La minaccia più grande per OpenAI come organizzazione è la richiesta di annullare la conversione del 28 ottobre 2025. Significherebbe smontare l’intera architettura societaria che oggi vale più di 850 miliardi di dollari.

    La salita, lo abbiamo detto, è ripida per via della benedizione dei due procuratori generali, ma non è impossibile. E in mezzo c’è un altro elemento concreto, di cui si parla poco: OpenAI ha esplicitamente segnalato la causa Musk come fattore di rischio nella documentazione distribuita agli investitori in vista della quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026.

    Sull’altro versante, OpenAI sta effettivamente guadagnando terreno anche nel governo federale. Il contratto del Pentagono da 200 milioni di dollari, assegnato a giugno 2025, vale fino a luglio 2026. E il 27 febbraio scorso, l’amministrazione Trump ha messo al bando Anthropic a livello federale, dopo che la rivale aveva rifiutato casi d’uso legati ad armi autonome e sorveglianza di massa, e ha annunciato un nuovo accordo con OpenAI. Un quadro che, sul piano commerciale, va in direzione opposta a quella che Musk vorrebbe.

    In gioco è anche il futuro della IA

    La sentenza che il giudice Gonzalez Rogers emetterà verso la metà maggio non risolverà solo il duello tra Musk e Altman. Ma stabilirà un precedente sul fatto che entità fondate come non-profit possano poi convertirsi in società di lucro onorando, almeno formalmente, l’originario vincolo benefico.

    Quello stesso modello regge oggi anche Anthropic, che è nata fin dall’origine come società a scopo di lucro ed è oggi valutata intorno ai 350 miliardi di dollari. E sarebbe il modello a cui si guarderanno tutti i laboratori di intelligenza artificiale che dovessero seguire la stessa strada. Una vittoria di Musk congelerebbe l’architettura; una sconfitta, al contrario, validerebbe il modello e libererebbe la strada per la quotazione in borsa di OpenAI e per ristrutturazioni simili in tutta la Silicon Valley.

    E sullo sfondo c’è Stargate, il progetto infrastrutturale da 500 miliardi di dollari su quattro anni, annunciato il 21 gennaio 2025 con Trump, Altman, Larry Ellison e Masayoshi Son. Al momento in forte ritardo, ma resta la cornice politica di un progetto che dovrebbe ridisegnare l’infrastruttura americana dell’intelligenza artificiale. Un verdetto contro OpenAI complicherebbe anche questo disegno.

    Cosa osservare nelle prossime tre settimane

    La prima fase del processo, quella davanti alla giuria consultiva, dovrebbe concludersi entro metà maggio. Le venti ore a disposizione di ciascuna parte voleranno via e poi ci sono i testimoni. Musk, Altman, Brockman; e poi Satya Nadella, l’amministratore delegato di Microsoft, che testimonierà per la difesa; Ilya Sutskever, il co-fondatore che ha votato per rimuovere Altman nel 2023; Mira Murati, l’ex direttrice tecnica di OpenAI che oggi guida Thinking Machines; Helen Toner, l’altra ex consigliera che a novembre 2023 fece parte del consiglio che destituì Altman per cinque giorni; Shivon Zilis, madre di quattro dei figli di Musk.

    Tre cose, in particolare, vale la pena guardare. La prima è come Brockman gestirà al controesame il proprio diario del 2017. Quel diario, che parla della struttura nonprofit come di “una bugia”, è la prova più pesante che Musk porta in aula.

    La seconda è come verrà letto il messaggio “sei il mio eroe” che Altman mandò a Musk nel febbraio 2023, ammesso come prova ma soggetto a interpretazioni opposte.

    La terza, e forse la più importante, è se la testimonianza di Nadella confermerà o no l’allineamento tra Microsoft e OpenAI. Perché il giorno dopo il verdetto della giuria, sia esso favorevole o meno a Musk, è da quell’allineamento che dipende il futuro di OpenAI.

    Il 18 maggio, finita la prima fase, la giudice Gonzalez Rogers aprirà la seconda, ossia quella senza giuria e che sarà quella vincolante. Sarà in quel momento, e non davanti ai nove giurati, che si deciderà se OpenAI uscirà da questo processo intatta, ridimensionata o smembrata.

    Per concludere questo percorso di ricostruzione di questa vicenda del caso Musk contro Altman, sperando di essere riuscito nell’intento di rendere tutto più chiaro, non resta che seguire le varie fasi per osservare se ci saranno colpi di scena.

    Il verdetto della prima fase, come già ricordato, è atteso a metà maggio, mentre quello vincolante, qualche settimana dopo. Vedremo davvero cosa succederà.

  • Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    I documenti depositati nella causa Musk contro OpenAI rivelano messaggi privati tra i due CEO. Zuckerberg offrì supporto al DOGE e Musk propose un’offerta congiunta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una convergenza strategica che ribalta anni di rivalità pubblica.

    Mark Zuckerberg si è offerto di aiutare Elon Musk e il suo DOGE.

    Lo rivelano i documenti depositati venerdì scorso nell’ambito della causa che Musk ha intentato contro Sam Altman e OpenAI, e vale la pena soffermarsi un attimo perché racconta molto più di un semplice scambio di messaggi tra due miliardari.

    Vi ricordate dove li avevamo lasciati? Era il 2023, e i due si stavano organizzando per sfidarsi a duello, un combattimento che avrebbe dovuto tenersi addirittura al Colosseo, con l’allora ministro Sangiuliano che si era offerto come mediatore istituzionale per ospitare lo scontro del secolo.

    L’inizio della rivalità tra Zuckerberg e Musk

    Una rivalità che in realtà affondava le radici molto più indietro. Un esempio si ebbe nel 2016, quando l’esplosione di un razzo SpaceX distrusse un satellite Facebook che si trovava a bordo. Da quel momento in poi i due sono andati avanti con provocazioni reciproche e dichiarazioni al vetriolo.

    Eppure, nel corso dell’ultimo periodo, qualcosa è cambiato, e i documenti giudiziari ci permettono oggi di ricostruire la sequenza con una certa precisione.

    Il primo segnale risale al 13 dicembre 2024, quando Zuckerberg scrisse a Musk per avvisarlo personalmente che qualcuno aveva fatto trapelare la lettera con cui Meta chiedeva all’Attorney General della California di bloccare la transizione di OpenAI verso un modello for-profit. Una lettera in cui Meta sosteneva esplicitamente che Musk fosse “qualificato e ben posizionato per rappresentare gli interessi dei californiani” nella sua battaglia legale contro Altman.

    Zuckerberg e Musk, insieme nel segno di Trump

    Poi è arrivato il 20 gennaio 2025, il giorno dell’insediamento di Trump, e la scena che si è presentata agli occhi del mondo ha reso evidente ciò che stava accadendo.

    Musk, Zuckerberg, Bezos e Pichai sedevano insieme in prima fila, più vicini al nuovo presidente di molti dei suoi stessi consiglieri, gli unici non familiari in grado letteralmente di sussurrare all’orecchio di Trump o Vance dal palco.

    Ciascuno di loro aveva versato un milione di dollari per l’evento, e Zuckerberg aveva annunciato pochi giorni prima l’abbandono del fact-checking sulle piattaforme Meta, una svolta che segnava un allineamento politico ormai inequivocabile.

    Ma è il 3 febbraio 2025 che la convergenza diventa operativa, come riportano i documenti.

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici
    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    E uniti contro OpenAI di Sam Altman

    Alle 22:04, Zuckerberg scrive a Musk congratulandosi per i progressi del DOGE e offrendo supporto concreto: i suoi team sono pronti a rimuovere i contenuti che minacciano o fanno doxxing ai collaboratori di Musk. “Fammi sapere se c’è qualcos’altro che posso fare per aiutare”, conclude.

    Meno di mezz’ora dopo, Musk risponde con un cuore e rilancia: “Sei aperto all’idea di fare un’offerta per la proprietà intellettuale di OpenAI con me e alcuni altri?”. Zuckerberg propone di discuterne a voce, Musk dice che chiamerà la mattina dopo.

    Una settimana più tardi, il 10 febbraio, un consorzio guidato da xAI presenta un’offerta non sollecitata da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI, con l’obiettivo dichiarato di bloccare la sua trasformazione in società for-profit. Zuckerberg alla fine non firmò la lettera d’intenti e il board di OpenAI respinse l’offerta, ma il fatto che l’ipotesi sia stata contemplata racconta una storia che va ben oltre i rapporti personali tra i due.

    Zuckerberg, Musk e Trump: una convergenza strategica

    Quello che emerge da questa ricostruzione è un quadro di convergenza strategica guidata da interessi comuni. OpenAI e Sam Altman rappresentano una minaccia esistenziale sia per xAI di Musk che per gli investimenti di Meta nell’intelligenza artificiale, e questo ha creato le condizioni per un allineamento che sarebbe stato impensabile solo due anni fa.

    A questo si aggiunge l’abbraccio condiviso dell’amministrazione Trump, con Meta che ha abbandonato le politiche di moderazione dei contenuti proprio alla vigilia dell’insediamento, e la consapevolezza che la transizione di OpenAI verso il for-profit minaccia entrambi i loro modelli di business.

    Un abbraccio che proprio in questi giorni ha trovato una nuova formalizzazione: mercoledì scorso Trump ha nominato Zuckerberg nel President’s Council of Advisors on Science and Technology, il panel che fornirà consulenza alla Casa Bianca su intelligenza artificiale e politiche tecnologiche.

    Dal duello al Colosseo all’offerta congiunta per OpenAI il passo è stato più breve di quanto chiunque potesse immaginare, e forse questo ci dice qualcosa su come funzionano davvero le dinamiche di potere nella Silicon Valley di oggi.

  • Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    La vicenda del contratto col Pentagono rivela come opera Sam Altman: solidarietà a parole mentre persegue i suoi obiettivi e scuse solo quando il danno d’immagine è fatto. I fatti raccontano un profilo diverso dall’immagine pubblica.

    Sam Altman ha un modo particolare di muoversi nelle situazioni di crisi. Dice le cose giuste al momento giusto, si posiziona dalla parte di chi appare più debole, esprime comprensione e solidarietà.

    E intanto agisce in direzione opposta. La vicenda del contratto tra OpenAI e il Pentagono, con tutto quello che è successo tra il 26 febbraio e il 3 marzo, offre una dimostrazione plastica di questo schema.

    Un meccanismo che si ripete

    Chi segue le vicende dell’intelligenza artificiale conosce già questo meccanismo.

    Altman lo ha usato più volte nel corso degli anni, con variazioni minime ma sempre con la stessa struttura di fondo: dichiarazioni pubbliche di principio accompagnate da azioni che vanno nella direzione opposta. Seguite poi da correzioni tardive presentate come ripensamenti spontanei.

    Questa volta però i fatti si sono susseguiti con una velocità tale da rendere il meccanismo visibile e chiaro a tutti. E vale la pena di ricostruirli non tanto per raccontare cosa è successo, che ormai è noto, ma per mostrare come Altman si è mosso in ogni passaggio.

    Sam Altman e il posizionamento preventivo

    Giovedì 26 febbraio, quando è già chiaro che Anthropic sta per rompere con il Pentagono, Altman invia un memo interno ai dipendenti di OpenAI. Nel memo scrive che l’azienda condivide le stesse “linee rosse” di Anthropic sulla sorveglianza di massa e sulle armi autonome. Si tratta di una mossa che prepara il terreno: qualunque cosa accada il giorno dopo, Altman potrà dire di essersi posizionato dalla parte giusta della storia.

    Come noto, il giorno dopo Dario Amodei rifiuta l’ultimatum del Pentagono e Anthropic viene classificata come rischio per la sicurezza nazionale. Trump definisce l’azienda “radicale di sinistra” e ordina alle agenzie federali di smettere di usare Claude.

    Ed è in questo momento che il comportamento di Altman diventa rivelatore.

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia
    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Altman e la finta solidarietà

    Poche ore dopo il ban di Anthropic, per non dire quasi in contemporanea, Sam Altman annuncia su X l’accordo tra OpenAI e il Pentagono per i sistemi classificati.

    Nel post accompagna l’annuncio con parole di solidarietà verso Amodei. Scrive di fidarsi di lui, di credere che Anthropic si preoccupi davvero della sicurezza, definisce il ban “un precedente estremamente spaventoso“.

    Sono dichiarazioni che suonano nobili, quasi coraggiose. Ma arrivano mentre Altman sta firmando il contratto che prende esattamente il posto di quello appena strappato al suo concorrente.

    È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista una volta. Altman con i suoi modi non attacca mai direttamente. Si posiziona come alleato di chi sta per colpire, esprime comprensione per la sua posizione, e intanto porta a casa il risultato. La solidarietà diventa copertura per il raggiungimento dei suoi interessi.

    Il contesto che aggrava la posizione di Altman

    C’è un elemento che rende questa vicenda ancora più significativa.

    Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Altman celebrava il suo accordo e Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti lanciavano attacchi aerei sull’Iran. Il Wall Street Journal ha riportato che lo US Central Command ha utilizzato Claude per le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione dei bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato per una missione di guerra.

    Altman sapeva certamente che Claude era integrato nei sistemi militari al punto da non poter essere sostituito in tempi brevi. Sapeva che presentarsi come l’alternativa in quel momento preciso gli avrebbe garantito un vantaggio competitivo enorme. Ha scelto di farlo, accompagnando l’operazione con dichiarazioni di solidarietà.

    Sam Altman e il mea culpa calibrato

    Ieri, lunedì 3 marzo, dopo un fine settimana in cui Claude è salito al primo posto dell’App Store superando ChatGPT, in cui il movimento “Cancel ChatGPT” ha preso piede sui social e in cui i dati hanno mostrato un’emorragia di utenti verso Anthropic, Altman pubblica una nuova nota.

    Questa volta ammette che la gestione dell’accordo “è sembrata opportunistica e sciatta, riconosce di aver sbagliato i tempi, annuncia modifiche al contratto per includere le stesse garanzie che Amodei chiedeva fin dall’inizio.

    Anche qui la modalità è riconoscibile. Le scuse arrivano solo quando il danno d’immagine è ormai evidente e quantificabile. Non sono il prodotto di una riflessione, ma la risposta a una crisi di reputazione. Altman non dice “ho sbagliato a firmare mentre Anthropic veniva bandita“. Dice “ho sbagliato a comunicare male“. La sostanza dell’azione non viene mai messa in discussione, solo la forma.

    Nella nota aggiunge che sta lavorando per inserire nel contratto un linguaggio esplicito contro la sorveglianza domestica e le informazioni acquisite commercialmente, cioè i dati che il governo può comprare dai data broker senza mandato.

    Sono esattamente le garanzie che Amodei chiedeva prima di firmare. Ma Altman le aggiunge dopo, quando ormai servono a recuperare credibilità, non a stabilire un principio.

    E gli utenti scoprono Claude 

    Ma c’è ancora un aspetto di questa vicenda che sfugge al controllo di Altman, ed è la reazione del mercato.

    I dati di Anthropic mostrano che le iscrizioni giornaliere hanno raggiunto livelli record, gli utenti gratuiti sono cresciuti di oltre il 60% da gennaio, gli abbonati a pagamento sono più che raddoppiati. Bloomberg riporta che la crescita di Anthropic ha superato i 19 miliardi di dollari, più che raddoppiato rispetto ai 9 miliardi di fine 2025. Sono numeri che raccontano una migrazione in corso, anche se non si sa ancora di quale entità.

    Gli utenti hanno visto la stessa sequenza di eventi e ne hanno tratto le loro conclusioni. Hanno visto un CEO che esprime solidarietà mentre firma il contratto che sostituisce il concorrente; hanno visto le scuse arrivare solo dopo che i numeri mostravano un problema; hanno visto le modifiche al contratto presentate come concessioni spontanee quando erano evidentemente una risposta alla pressione. E hanno scelto di conseguenza.

    Sam Altman e il suo ritratto più chiaro

    Sam Altman ha costruito negli anni un’immagine pubblica di leader visionario, attento all’etica, preoccupato per le implicazioni dell’intelligenza artificiale.

    È un’immagine che ha coltivato con interviste, post sui social, apparizioni pubbliche calibrate. Ma le azioni raccontano una storia diversa, quella di un CEO che sa sempre dove posizionarsi per apparire dalla parte giusta mentre persegue obiettivi che vanno in un’altra direzione.

    Questa vicenda non è un incidente di percorso. È la manifestazione di un modo di operare che si ripete con variazioni minime da anni. La solidarietà usata come copertura, le scuse calibrate sul danno d’immagine, le concessioni presentate come principi quando sono risposte alla pressione del momento.

    Sono tutti elementi di uno stesso schema, e questa volta si sono manifestati in una sequenza così rapida e visibile da non poter essere ignorati, da nessuno.

    Resta da vedere se questa consapevolezza avrà conseguenze durature o se Altman riuscirà ancora una volta a riposizionarsi. Ma intanto i fatti sono chiari, e il profilo che ne emerge è difficile da essere frainteso.

    [L’immagine di copertina è modificata da Franz Russo – Credits: Sam Altman speaking at TED” by TED Conference is licensed under CC BY-NC-SA 4.0.]

  • Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale

    Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale

    Un momento di forte imbarazzo all’India AI Impact Summit tra Sam Altman e Dario Amodei ha catturato l’attenzione di tutti. In realtà, alla base di quell’imbarazzo c’è uno scontro tra due modi diversi di intendere il futuro della IA.

    New Delhi, 19 febbraio 2026, la città indiana dove si sta tenendo India AI Impact Summit, l’evento più importante dell’anno per quanto riguarda il settore dell’intelligenza artificiale.

    Al Bharat Mandapam si sono dati appuntamento i CEO delle principali aziende tecnologiche del pianeta, con oltre 200 miliardi di dollari in promesse di investimento e l’attenzione dei media di tutto il mondo.

    Sul palco, dopo i keynote, il premier indiano, e padrone di casa, Narendra Modi invita i tredici leader presenti a unire le mani in segno di coesione e collaborazione.

    Un gesto per lo più pensato a favore delle telecamere, per celebrare l’unità di un settore che promette di cambiare il mondo. La folla applaude e tutti, o quasi, seguono l’indicazione di Modi.

    Ma succede qualcosa su quel palco che finisce per rubare la scena.

    Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale
    Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale

    L’imbarazzo tra Sam Altman e Dario Amodei

    Sam Altman, CEO di OpenAI, e Dario Amodei, CEO di Anthropic, sono uno accanto all’altro.

    Altman, che ha alla sua destra proprio il premier indiano Modi, abbassa lo sguardo, visibilmente imbarazzato, verso la mano di Amodei. C’è un breve momento di contatto visivo imbarazzato, poi entrambi evitano di guardarsi.

    Amodei, anche lui indeciso su cosa fare, si guarda intorno con un gesto che sembra dire “chi, io?”. Per diversi secondi, che sembrano interminabili, i due evitano goffamente il contatto.

    Alla fine, entrambi alzano un pugno chiuso invece di unire le mani.

    Il video, ovviamente, fa il giro delle piattaforme nel giro di pochissimi minuti. In molti lo descrivono come l’emblema della “AI cold war”, la guerra fredda dell’intelligenza artificiale.

    “Non sapevo cosa stesse succedendo”, dirà poi Altman ai media indiani. “Ero confuso. Modi mi ha preso la mano e l’ha alzata, e non ero sicuro di cosa dovessimo fare.

    Ma la confusione di Altman è difficile da credere. Quei due pugni alzati separatamente raccontano invece una storia che inizia cinque anni prima, in una sala riunioni di San Francisco. E che nelle ultime settimane è esplosa in uno scontro pubblico senza precedenti.

    La scissione e la nascita di Anthropic

    Amodei, come molti già sapranno, ha lavorato sotto Altman a OpenAI dal 2016 al 2020, come vicepresidente della ricerca. Si è concentrato sulla sicurezza, ha avuto un ruolo chiave nel lancio di GPT-2 e GPT-3, ha co-inventato il “reinforcement learning from human feedback”, la tecnica che usa l’input umano per addestrare i modelli linguistici a produrre risultati migliori.

    Ma poi qualcosa si rompe, cosa che succede in tutte le storie aziendali.

    Amodei, insieme a un piccolo gruppo di colleghi, inizia a preoccuparsi per la direzione che sta prendendo OpenAI. La tensione riguarda un aspetto fondamentale. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve dare priorità alla velocità per conquistare il mercato, oppure procedere con cautela, investendo nella ricerca sulla sicurezza prima di rilasciare nuovi modelli?

    Per Amodei la risposta è chiara. In un’intervista ha spiegato che semplicemente scalare i modelli con più potenza di calcolo non basta: “Serviva qualcosa in aggiunta allo scaling, ovvero l’allineamento o la sicurezza.”

    Prendi alcune persone di cui ti fidi e vai a realizzare la tua visione“, si disse Amodei, piuttosto che continuare a discutere all’interno di un’organizzazione dove altri avevano il potere decisionale.

    E così, nel 2021, lascia OpenAI insieme alla sorella Daniela e una dozzina di ex colleghi. Fondano Anthropic con una missione precisa: mettere la sicurezza al primo posto.

    Da allora la frattura tra i due si è trasformata in una guerra commerciale che riflette due visioni opposte del futuro.

    Due modi di vedere il futuro della IA

    Da una parte c’è chi guarda già oltre l’AGI, l’intelligenza artificiale generale, verso la superintelligenza.

    Altman ha scritto che “strumenti superintelligenti potrebbero accelerare massicciamente la scoperta scientifica e l’innovazione ben oltre ciò che siamo capaci di fare da soli.” Sa che suona come fantascienza, ammette che sembra quasi folle parlarne. Ma non gli importa: “Ci siamo già passati e siamo a nostro agio nel tornarci.”

    Dall’altra c’è chi dedica il suo tempo a parlare dei pericoli. Amodei ha detto in un’intervista televisiva: “Mi preoccupo molto delle incognite. Non credo che possiamo prevedere tutto con certezza. Ma proprio per questo stiamo cercando di prevedere tutto ciò che possiamo. Pensiamo agli impatti economici dell’IA. Pensiamo all’uso improprio. Pensiamo alla perdita di controllo del modello.”

    E ha scritto qualcosa di insolito per il CEO di un’azienda del settore: “È un po’ imbarazzante dirlo come CEO di un’azienda IA, ma penso che il prossimo livello di rischio siano proprio le stesse aziende IA. Controllano grandi data center, addestrano modelli di frontiera, e in alcuni casi hanno contatto quotidiano con decine o centinaia di milioni di utenti. Potrebbero usare i loro prodotti per fare il lavaggio del cervello alla loro enorme base di utenti.

    La domanda che sta dietro a tutto questo l’ha posta un giornalista in un’intervista: “Nessuno ha scelto questo. Chi ha eletto te e Sam Altman?” La risposta di Amodei è stata disarmante: “Nessuno, onestamente nessuno. E questa è una ragione per cui ho sempre sostenuto una regolamentazione responsabile della tecnologia.”

    Lo scontro tra OpenAI e Anthropic al Super Bowl

    La rivalità filosofica è diventata guerra aperta poche settimane fa. OpenAI ha annunciato che inizierà a testare la pubblicità all’interno di ChatGPT per gli utenti gratuiti.

    Anthropic, dal canto suo, ha risposto durante il Super Bowl con una serie di spot satirici che prendevano di mira questa decisione.

    Ogni spot si apriva con una singola parola a tutto schermo: “tradimento”, “inganno”, “slealtà”, “violazione”. In ciascuno di essi, persone comuni che cercavano consigli da un assistente IA venivano interrotte da pubblicità indesiderate. Il messaggio di fondo era: noi non lo faremo mai.

    Altman ha risposto con un lungo post su X, accusando gli spot di essere “ingannevoli” e definendo Anthropic un’azienda “autoritaria”. Ha ammesso di aver trovato gli spot “divertenti”, come a voler convincere che sapeva stare allo scherzo.

    Ma poi ha rincarato la dose: “Anthropic serve un prodotto costoso a persone ricche. Più texani usano ChatGPT gratis di quante persone in totale usino Claude negli USA.”

    Lo scontro va oltre il marketing. Anthropic ha annunciato un investimento di 20 milioni di dollari in un super PAC che si oppone a un altro super PAC vicino a OpenAI. Da una parte si combatte per una regolamentazione più forte dell’intelligenza artificiale, dall’altra si preferisce un approccio laissez-faire.

    Ed è in questo clima che i due si sono ritrovati uno accanto all’altro sul palco di New Delhi, per tornare al tema di questo articolo.

    Un’immagine imbarazzante che in realtà dice tutto

    Durante i loro interventi al Summit, i messaggi hanno preso strade divergenti. Amodei ha parlato dei “rischi seri” legati ai sistemi IA avanzati: comportamento autonomo, uso improprio da parte di governi e malintenzionati, spostamento economico.

    Altman ha sostenuto che la sicurezza dell’IA deve includere la “resilienza sociale” e che “nessun laboratorio IA può garantire un buon futuro da solo.”

    Poi è arrivato il momento della foto di gruppo. E quei pugni alzati, invece delle mani unite, hanno detto più di qualsiasi altro discorso.

    La frattura non riguarda solo due CEO o due aziende. Attraversa l’intero settore dell’intelligenza artificiale e mette al centro due modi di intendere la IA molto diversi.

    Da una parte chi corre verso l’AGI puntando sulla velocità e sulla democratizzazione dell’accesso. Dall’altra chi frena e chiede tempo per capire che cosa stiamo costruendo.

    Due visioni che necessitano comunque di regole

    Due visioni che dovrebbero essere al centro, a questo punto, di qualsiasi dibattito nella società.

    Se è vero, come è vero, che la IA sta correndo a velocità molto sostenuta; se è vero che le aziende stanno investendo moltissimo sulla IA, e già si parla di bolla per via di investimenti esagerati, è anche vero che questo fenomeno ancora non è molto regolamentato.

    L’UE, dal canto suo, e nonostante le tante debolezze di tipo tecnologico e infrastrutturale, ha sicuramente indicato una strada con l’AI Act. Ma serve fare di più, e meglio.

    Il problema è che provare a regolamentare meglio e a cercare di tenere il passo della IA in questa fase storica è molto complicato, per via delle grandi tensioni geopolitiche in atto.

    Inevitabilmente, la IA diventa un terreno da coltivare ma anche un terreno di scontro per il fatto che in gioco ci sono interessi altissimi.

    In mezzo a tutto questo, resta la domanda che nessuno ha ancora il coraggio di affrontare: ma chi è che ha dato a un pugno di ingegneri della Silicon Valley il diritto di decidere il futuro dell’IA e, quindi, dell’umanità?

  • Gli Architetti dell’IA sono la Persona dell’Anno 2025 di TIME

    Gli Architetti dell’IA sono la Persona dell’Anno 2025 di TIME

    TIME nomina gli Architetti dell’IA Persona dell’Anno 2025. La copertina ricrea la foto iconica del 1932 con gli otto leader che stanno costruendo l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale.

    Undici operai seduti su una trave d’acciaio, i piedi sospesi nel vuoto a 260 metri sopra Manhattan. Era il 20 settembre 1932, nel pieno della Grande Depressione, e quella foto – “Lunch Atop a Skyscraper” – divenne il simbolo di un’America che costruiva il proprio futuro con le mani, mattone dopo mattone, grattacielo dopo grattacielo.

    Novantatre anni dopo, TIME ha scelto di rievocare quell’immagine per raccontare un’altra rivoluzione. Sulla copertina del numero dedicato alla Persona dell’Anno 2025, gli operai sono stati sostituiti da otto figure in giacca e cravatta: i leader che stanno costruendo l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale.

    Non più acciaio e cemento, ma chip, modelli linguistici, data center.

    È una scelta coraggiosa con un messaggio chiaro. E cioè che ci troviamo nel mezzo di una trasformazione paragonabile a quella che ridisegnò lo skyline di New York un secolo fa. E non solo.

    Siamo nel mezzo di una trasformazione simile a quella che cambiò il modo di lavorare, il modo di concepire il lavoro. Anche la IA sta cambiando il modo di lavorare e lo vedremo. Tutti temi alla base di questa scelta.

    Gli Architetti dell'IA sono la Persona dell'Anno 2025 di TIME
    Gli Architetti dell’IA sono la Persona dell’Anno 2025 di TIME

    Perché TIME ha scelto gli “Architetti dell’IA”

    La motivazione ufficiale è diretta: “Per aver inaugurato l’era delle macchine pensanti, per aver stupito e preoccupato l’umanità, per aver trasformato il presente e trasceso il possibile“. Ma c’è di più.

    Il 2025 è stato l’anno in cui l’intelligenza artificiale è passata da tecnologia emergente a infrastruttura pervasiva. ChatGPT ha superato gli 800 milioni di utenti settimanali attivi. L’84% degli studenti delle scuole superiori americane utilizza l’IA generativa per i compiti scolastici. E soprattutto, i modelli hanno smesso di limitarsi a rispondere: hanno iniziato a fare cose.

    Nick Turley, responsabile di ChatGPT in OpenAI, lo spiega così nell’articolo di TIME: “Vedere ChatGPT evolversi da partner conversazionale a qualcosa che può andare a fare vero lavoro per te è una transizione molto, molto importante che la maggior parte delle persone non ha ancora registrato“.

    È il passaggio dall’IA generativa all’IA agentica. E segna un cambio di paradigma.

    La copertina: operai del 1932 e architetti del 2025

    L’illustrazione di Jason Seiler ricrea la celebre “Lunch Atop a Skyscraper”, ma al posto degli operai immigrati – irlandesi, italiani, nativi americani – che costruirono il Rockefeller Center, siedono otto protagonisti della rivoluzione AI.

    Da sinistra a destra: Mark Zuckerberg (Meta), Lisa Su (AMD), Elon Musk (xAI), Jensen Huang (Nvidia), Sam Altman (OpenAI), Demis Hassabis (Google DeepMind), Dario Amodei (Anthropic), Fei-Fei Li (Stanford Human-Centered AI Institute e World Labs).

    Un parallelo evocativo. Nel 1932, quegli undici uomini rappresentavano una forza lavoro che stava letteralmente costruendo il futuro dell’America, con i muscoli, con il coraggio, spesso senza reti di sicurezza.

    Nel 2025, questi otto leader stanno costruendo qualcosa di altrettanto monumentale: l’infrastruttura computazionale su cui poggerà l’economia dei prossimi decenni.

    Ma c’è anche una differenza sostanziale. Gli operai del 1932 erano anonimi, ci sono voluti decenni per identificare anche solo due di loro. I costruttori del 2025 sono tra le persone più ricche e potenti del pianeta.

    Jensen Huang, a 62 anni, guida l’azienda con la maggiore capitalizzazione al mondo. Elon Musk è l’uomo più ricco della Terra.

    Il potere si è spostato. E la foto lo racconta senza bisogno di didascalie.

    Chi sono gli otto “Architetti dell’IA”

    Jensen Huang – CEO di Nvidia, l’azienda che produce i chip su cui gira praticamente tutta l’intelligenza artificiale contemporanea. Nvidia ha raggiunto i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Huang è diventato consigliere informale di Donald Trump, che lo chiama regolarmente a tarda notte.

    Sam Altman – CEO di OpenAI, l’azienda che ha lanciato ChatGPT nel novembre 2022 e ha innescato la corsa all’IA generativa. Nel 2025, OpenAI ha completato la trasformazione in azienda for-profit e si prepara a ricevere investimenti per 500 miliardi di dollari attraverso il progetto Stargate.

    Elon Musk – Fondatore di xAI, l’ultima delle sue imprese, dedicata allo sviluppo di Grok. Ha costruito data center in tempi record. Rimane una figura controversa ma evidentemente centrale in questa fase.

    Mark Zuckerberg – CEO di Meta, ha integrato chatbot AI in Instagram, WhatsApp e Facebook. Ha avviato una campagna aggressiva di acquisizione di talenti, offrendo ai migliori ingegneri di machine learning compensi superiori a quelli dei giocatori professionisti.

    Lisa Su – CEO di AMD, sta costruendo un ecosistema software per competere con Nvidia. Nell’articolo di TIME dichiara: “Il 2025 è l’anno in cui l’IA è diventata davvero produttiva per le aziende“.

    Demis Hassabis – CEO di Google DeepMind, il laboratorio che ha sviluppato AlphaFold (previsione della struttura delle proteine) e continua a guidare la ricerca fondamentale. Mantiene un approccio cauto sui rischi: “Non sappiamo ancora abbastanza sull’IA per quantificare effettivamente il rischio“.

    Dario Amodei – CEO di Anthropic, l’azienda che sviluppa Claude e si posiziona come il laboratorio più attento alla sicurezza. Ha fatto una previsione che sta facendo discutere: l’IA potrebbe portare la disoccupazione al 20% nei prossimi cinque anni.

    Fei-Fei Li – Co-direttrice dello Stanford Human-Centered AI Institute e fondatrice di World Labs. È l’unica accademica del gruppo, e rappresenta la voce della ricerca etica e dello sviluppo responsabile.

    Gli Architetti dell'IA sono la Persona dell'Anno 2025 di TIME
    Gli Architetti dell’IA sono la Persona dell’Anno 2025 di TIME

    Come cambia il lavoro con la IA

    I numeri nell’articolo di TIME sono impressionanti. In Anthropic, Claude scrive fino al 90% del proprio codice. In Nvidia, strumenti come Cursor e Claude Code sono utilizzati dalla quasi totalità degli ingegneri. E questo ha permesso all’azienda di quadruplicare la produzione di chip raddoppiando solo il personale.

    Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha rivelato che il 30% del codice dell’azienda è ora scritto dall’IA. Contemporaneamente, oltre il 40% dei licenziamenti recenti ha riguardato ingegneri software.

    I dati più aggiornati confermano la tendenza. Secondo la Federal Reserve di St. Louis, le occupazioni con maggiore esposizione all’IA hanno registrato aumenti della disoccupazione significativamente superiori alla media tra il 2022 e il 2025. Goldman Sachs stima che la disoccupazione tra i lavoratori tech di età compresa tra 20 e 30 anni sia aumentata di quasi 3 punti percentuali dall’inizio del 2025.

    Il World Economic Forum prevede che 92 milioni di posti di lavoro saranno eliminati entro il 2030. Ma anche che ne emergeranno 170 milioni di nuovi. Il saldo è positivo, ma il problema è la distribuzione: i nuovi lavori non saranno negli stessi luoghi, non richiederanno le stesse competenze, e non andranno alle stesse persone.

    Jensen Huang offre una prospettiva diversa: “Alcuni lavori scompariranno. Ma finché la domanda è alta per quella particolare industria, sono abbastanza fiducioso che l’IA guiderà produttività, crescita dei ricavi e quindi più assunzioni“. E aggiunge una frase che sta diventando un mantra: “Se non usi l’IA, perderai il lavoro a favore di qualcuno che la usa“.

    L’IA generativa lascia il passo all’IA agentica

    È questo il passaggio cruciale che emerge dall’articolo di TIME e che definirà il 2026. I modelli linguistici hanno acquisito nuove capacità: memoria (ricordano le conversazioni precedenti), accesso a strumenti esterni (possono cercare sul web, consultare database, eseguire codice), connessione ad altre fonti dati (email, cloud, calendari).

    Non si limitano più a generare testo. Ragionano, pianificano, eseguono.

    IA Agentica

    L’IA agentica – secondo la definizione di Gartner – è “un sistema di intelligenza artificiale autonomo che pianifica, ragiona e agisce per completare compiti con minima supervisione umana“.

    La differenza rispetto all’IA generativa è sostanziale: mentre ChatGPT risponde a un prompt, un agente AI può prendere un obiettivo complesso, scomporlo in sotto-compiti, eseguirli in sequenza, adattarsi agli imprevisti.

    BCG stima che gli agenti AI possano accelerare i processi aziendali del 30-50%. McKinsey parla di “paradigm shift”: otto aziende su dieci hanno implementato l’IA generativa, ma altrettante non hanno ancora registrato impatti significativi sui risultati. Gli agenti promettono di colmare questo divario.

    Capgemini riporta che l’82% delle organizzazioni pianifica di integrare agenti AI entro il 2026. Gartner prevede che entro il 2028, il 33% delle applicazioni software aziendali incorporerà funzionalità agentiche — rispetto a quasi zero nel 2023.

    La rivoluzione della IA e la questione europea

    C’è un’assenza evidente nella copertina di TIME: l’Europa.

    Otto figure, tutte americane (con l’eccezione di Hassabis, britannico) o cinesi di formazione americana. Nessun europeo.

    Non è un caso. L’articolo dedica ampio spazio alla competizione tra Stati Uniti e Cina. Il rilascio di DeepSeek a gennaio, definito “il momento Sputnik di Pechino“, ha scosso la Silicon Valley e accelerato la corsa. Ma l’Europa compare solo come spettatrice regolatrice.

    È una fotografia impietosa della nostra posizione. L’Unione Europea ha il Digital Services Act, l’AI Act, un quadro normativo avanzato.

    Ma non ha Nvidia, non ha OpenAI, non ha Anthropic. Non ha le infrastrutture adeguate per permettere che ci sia una “Nvidia” europea.

    Il quesito che dovremmo porci è se la regolamentazione (per quanto necessaria ovviamente), da sola, sia sufficiente a garantirci un ruolo in questa trasformazione. O se rischiamo di diventare consumatori di un’infrastruttura progettata e controllata altrove.

    Cosa succederebbe se l’Europa venisse isolata dal punto di vista digitale e tecnologico? Quale sarebbe il piano B?

    Rivoluzione IA, rischi e opportunità

    L’articolo di TIME non nasconde i rischi. Cita i casi di suicidio legati all’interazione con chatbot, il fenomeno della “psicosi da chatbot”, l’uso di deepfake per la disinformazione. Papa Leone XIV ha avvertito che l’IA potrebbe “manipolare i bambini e servire ideologie antiumane“.

    Dario Amodei stima che l’IA potrebbe portare la disoccupazione al 20% nei prossimi cinque anni. Demis Hassabis ammette che “c’è ancora un rischio significativo” nel non sapere se sarà facile mantenere il controllo di questi sistemi.

    Trump ha riassunto lo spirito del momento parlando direttamente a Huang durante una visita nel Regno Unito: “Non so cosa stai facendo qui. Spero che tu abbia ragione”.

    Il senso della copertina del TIME

    Lunch Atop a Skyscraper” fu scattata come foto promozionale per il Rockefeller Center. Una trovata pubblicitaria mascherata da momento spontaneo. Divenne il simbolo di un’epoca.

    La copertina di TIME del 2025 compie un’operazione simile. È una celebrazione, certo, ma anche un documento. Fissa un momento in cui il potere di plasmare il futuro si è concentrato nelle mani di poche persone. E questo concetto viene fissato con un’immagine che, come l’originale, rimarrà negli archivi.

    Nel 1932, quegli operai costruivano un grattacielo. Nel 2025, questi architetti costruiscono qualcosa di più ambizioso: l’infrastruttura su cui poggerà il pensiero automatizzato, l’economia algoritmica, forse la prossima fase della civiltà umana.

    È una responsabilità enorme. E la foto, con quegli otto leader (sei uomini e due donne) sospesi nel vuoto sopra Manhattan, lo racconta meglio di qualsiasi editoriale.

  • Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    OpenAI sta pensando ad un proprio social media. Tra rivalità con Elon Musk e bisogno di dati, ecco perché potrebbe cambiare il panorama delle piattaforme digitali.

    Se davvero OpenAI realizzasse la sua piattaforma digitale, come si racconta in queste ore, allora sì che sarebbe uno stravolgimento delle piattaforme digitali, in particolare del panorama dei social media per come lo conosciamo oggi.

    L’dea di OpenAI di un suo social media

    Il primo a darne notizia è stato The Verge che ha lanciato un suo articolo con una notizia importante: OpenAI, la società guidata da Sam Altman che ha creato ChatGPT, starebbe pensando a una piattaforma digitale in stile X.

    La piattaforma – guarda caso – è proprio quella di Elon Musk. E fra poco spiego cosa intendo per “guarda caso”.

    Perché un social media proprio adesso?

    Perché OpenAI starebbe pensando a una mossa del genere? E soprattutto: quale sarebbe la finalità per un’azienda di intelligenza artificiale?

    Prima di rispondere a queste domande, riavvolgiamo un attimo il nastro e torniamo indietro di qualche anno.

    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media
    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    Un po’ di storia: dal 2015 a oggi

    Siamo nel 2015, anno in cui nasce OpenAI come associazione senza scopo di lucro, con l’obiettivo di rendere l’intelligenza artificiale accessibile e utile a beneficio dell’umanità.

    Tra i fondatori, c’era anche Elon Musk. Le cose vanno bene fino al 2018, quando Musk, stanco della leadership di Altman – secondo le informazioni che abbiamo – decide di uscire dal progetto. Se ne va, sbattendo la porta.

    Poi conosciamo tutti l’evoluzione: Musk acquista Twitter nell’ottobre 2022, e nel frattempo i rapporti con OpenAI si fanno sempre più tesi.

    Le tensioni con Musk e la nascita di Grok

    Gli screzi tra i due non si sono mai sopiti. Anzi, si sono accentuati con la crescita di ChatGPT e con la trasformazione di OpenAI in azienda a scopo di lucro, una svolta non da poco. In parallelo, Elon Musk sviluppa xAI e poi Grok, il chatbot integrato su X.

    Le tensioni si aggravano fino ad arrivare a cause legali. Proprio recentemente, OpenAI ha denunciato Musk, e la battaglia giudiziaria è in corso.

    L’offerta di Musk e la risposta di Altman

    A febbraio di quest’anno, Elon Musk ha provato a rilanciare. Ha offerto 97 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una mossa per riportarla alle origini, secondo lui.

    Altman ha risposto via X: “No, grazie. Semmai compreremo noi X per 9,7 miliardi”. Una battuta, forse, ma alla luce di ciò che sappiamo oggi, potrebbe nascondere molto di più.

    Anche Meta spinge sull’AI, e OpenAI risponde

    Quando Meta ha lanciato il suo Meta AI, Altman ha commentato: forse è arrivato il momento che anche OpenAI abbracci i social media. Tutti segnali che portano nella stessa direzione.

    OpenAI contro X?

    E adesso arriva questa notizia. Appunto, OpenAI potrebbe entrare direttamente nel mercato delle piattaforme digitali, in concorrenza diretta con X.

    Perché proprio ora?

    Primo: per la rivalità ormai conclamata con Elon Musk. Secondo: perché X sta consolidando la sua posizione e OpenAI potrebbe inserirsi proprio in questo contesto.

    I dati, il vero obiettivo di OpenAI

    Ma la motivazione più importante è un’altra. ChatGPT ha bisogno di dati. Ha bisogno di dataset sempre più grandi per migliorare. E qual è il modo più diretto per reperire dati, anche in tempo reale? Una piattaforma sociale, come appunto X.

    Come fa Meta AI, che si nutre di dati pubblici degli utenti, nonostante l’opposizione. Come fa Grok, che accede a dati condivisi su X. OpenAI potrebbe fare lo stesso, se avesse una propria piattaforma.

    Un esempio concreto: Studio Ghibli e action figures

    Basti pensare al recente trend delle immagini generate in stile Studio Ghibli o alle action figures AI: se questi contenuti venissero condivisi su una piattaforma OpenAI, che tipo di dati ne emergerebbero?

    Dati preziosi per addestrare i modelli, che diventerebbero sempre più efficaci, più evoluti. L’intelligenza artificiale si nutrirebbe di questi contenuti.

    Pe un social media servono infrastrutture

    Chiaramente, entrare nel mercato delle piattaforme digitali non è un gioco. Servono server, infrastrutture, investimenti. OpenAI è già attrezzata, ma dovrà fare di più.

    E soprattutto dovrà progettare una piattaforma con un livello di engagement molto elevato, se vuole distinguersi in un mercato ormai segnato dall’“algoritmo del proprietario”.


    Ascolta e guarda su Spotify


    E se OpenAI ci riuscisse?

    Non mi sorprenderebbe se OpenAI riuscisse davvero nel suo intento: realizzare una piattaforma digitale che alimenti il suo modello ChatGPT, che attiri utenti, ma che allo stesso tempo sia guidata da logiche di controllo algoritmico.

    Non sarebbe nulla di nuovo, anzi: sarebbe perfettamente in linea con quello che stiamo già osservando in molte piattaforme.

    Altman ci sta pensando, ma non c’è nulla di ufficiale

    L’idea c’è, l’intento pure. Ma non ci sono ancora notizie ufficiali. Sam Altman sta raccogliendo feedback all’interno dell’azienda per capire se il progetto è davvero fattibile.

    Non è solo una questione finanziaria: si tratta di comprendere come posizionarsi in un contesto dove X, Meta e altre stanno già giocando le loro carte.

    Una sfida che cambierebbe tutto

    Una mossa del genere farebbe saltare i nervi a Elon Musk, e sarebbe uno scenario che varrebbe la pena osservare da vicino. Perché cambierebbe davvero tutto.

    Continuerò a raccontarvi ciò che succede. Se volete condividere pensieri e opinioni, lo spazio per farlo è aperto. E ci aggiorniamo alla prossima.

  • OpenAI potrebbe diventare una società a scopo di lucro

    OpenAI potrebbe diventare una società a scopo di lucro

    Secondo The Information, Sam Altman avrebbe informato alcuni azionisti riguardo al futuro di OpenAI Inc. OpenAI, inizialmente non profit, sta considerando un modello di business a scopo di lucro, seguendo le orme di competitor come Anthropic e xAI.

    Forse non tutti sanno che OpenAI è stata fondata nel 2015 come un’associazione senza scopo di lucro, un dettaglio significativo che ha definito la sua natura unica.

    Questo è stato un aspetto centrale della sua missione iniziale, che si focalizzava sullo sviluppo di un’intelligenza artificiale (IA) amichevole e sulla distribuzione dei benefici dell’IA in modo ampio e inclusivo.

    OpenAI e la nuova struttura

    Attualmente, la struttura organizzativa di OpenAI riflette i cambiamenti apportati nel 2019. In quell’anno, OpenAI ha adottato un modello ibrido creando OpenAI LP, una “capped-profit” company (con un limite massimo ai profitti che un investitore può ottenere dal proprio investimento), per attrarre maggiori investimenti e risorse necessarie a competere con altre grandi aziende tecnologiche e avanzare nella ricerca sull’IA.

    Parallelamente, OpenAI Inc., la parte non profit dell’organizzazione, mantiene una quota di controllo su OpenAI LP, garantendo che la direzione dell’organizzazione rimanga allineata con i principi e la missione originali.

    openai scopo di lucro sam altman franz russo

    OpenAI e la possibile transizione

    Secondo le notizie riportate da The Information, Sam Altman avrebbe informato alcuni azionisti che la società potrebbe passare a un modello di business a scopo di lucro, eliminando il controllo dell’attuale consiglio di amministrazione no-profit, vale a dire OpenAI Inc.

    Questa transizione seguirebbe le orme di diretti competitor come Anthropic e xAI, adottando una struttura che consentirebbe a OpenAI di perseguire profitti pur rimanendo impegnata a garantire benefici sociali più ampi.

    Il ruolo di Microsoft e il futuro di OpenAI

    Sempre secondo The Information, un modello più orientato al profitto sarebbe gradito a Microsoft, attualmente il maggiore investitore in OpenAI.

    Sam Altman non ha negato che ci siano discussioni in tal senso, ma ha anche affermato che alla fine il consiglio potrebbe optare per un’altra strada, senza specificare quale.

    Era comunque nell’aria che si arrivasse a una decisione del genere, prima o poi. Questo passaggio, non da poco, potrebbe determinare il futuro di OpenAI.

  • Sam Altman (ri)promette che OpenAI non lascerà l’Europa

    Sam Altman (ri)promette che OpenAI non lascerà l’Europa

    Sam Altman, CEO di OpenAI, cerca di passare come paladino dell’etica dell’IA, una situazione di equilibrio non facile. Intanto è costretto, nel giro di poche ore a ritrattare le sue dichiarazioni, fatte a Londra, e a (ri)promettere che ChatGPT non lascerà l’UE.

    Nel giro di meno di 24 ore, si può affermare che è accaduto di tutto. Probabilmente, Sam Altman, CEO di OpenAI, pensava ancora di trovarsi di fronte alla Commissione del Congresso USA. Fatto sta che, nel giro di poco tempo, ha dovuto rivedere le sue dichiarazioni che stavano già infiammando il dibattito.

    Per cercare di capire cosa sia successo, ripercorriamo i fatti.

    Sam Altman, CEO di OpenAI, azienda che è diventata uno dei progetti più profittevoli per l’implementazione dell’intelligenza artificiale generativa, da qualche tempo si impegna a diventare uno dei nuovi volti della regolamentazione dell’IA.

    Si tratta di un equilibrio molto difficile da mantenere, ma lui è intenzionato ad andare avanti. E così, mentre è riuscito a far passare le sue idee al cospetto di un certo numero di parlamentari statunitensi, possiamo affermare che non ha riscontrato lo stesso successo in Europa. Tanto che è stato costretto a chiarire quali sono i piani della sua azienda per continuare a operare fuori dagli Stati Uniti.

    sam altman IA europa

    Durante una tappa a Londra, mercoledì scorso, Altman ha dichiarato che se l’UE dovesse continuare sulla stessa linea riguardo alla regolamentazione sull’IA, potrebbe provocare non pochi problemi a OpenAI.

    Tra le sue dichiarazioni, Altman ha detto: “Se possiamo rispettare, lo faremo, e se non possiamo, smetteremo di operare… Ci proveremo. Ma ci sono limiti tecnici rispetto a ciò che è possibile“.

    Non è difficile immaginare le reazioni che queste parole hanno suscitato in Europa, e non solo. Ma Altman, resosi conto di non essere negli USA, ha cercato di correre ai ripari, ritrattando le sue affermazioni rese a Londra. Infatti, ha cambiato decisamente tono: “siamo entusiasti di continuare a operare (in Europa) e ovviamente non abbiamo intenzione di andarcene“. Ah, ok. Caso risolto, ma solo in parte.

    È vero che negli USA sta prendendo piede un dibattito serio riguardo alla regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale, ma bisogna dire che gli Stati Uniti sono ancora lontani dal mettere in pratica una seria regolamentazione.

    Si parla ancora della nuova Legge sulla responsabilità algoritmica, ormai da più di un anno, e più di recente con una proposta di “Task Force sull’IA“. Ma, a dispetto di tutto, non c’è ancora nulla di concretamente deciso.

    L’UE, d’altra parte, ha modificato una proposta di legge sull’IA per tener conto dell’Intelligenza Artificiale generativa moderna, come ChatGPT.

    Quel disegno di legge potrebbe avere enormi implicazioni per il modo in cui i grandi modelli di linguaggio come il GPT-4 di OpenAI vengono addestrati su una moltitudine di dati degli utenti prelevati da Internet. La legge proposta dalla commissione europea potrebbe etichettare i sistemi AI come “ad alto rischio” se dovessero essere utilizzati per influenzare le elezioni.

    OpenAI non è l’unica grande azienda tecnologica che sembra voler anticipare il dibattito sull’etica dell’IA. Nei giorni scorsi anche i dirigenti di Microsoft hanno intrapreso una campagna mediatica per spiegare cosa intendono fare in materia di regolamentazione dell’IA. Il presidente di Microsoft, Brad Smith, durante una diretta su LinkedIn, ha detto che gli Stati Uniti potrebbero utilizzare una nuova agenzia per gestire l’IA. Si tratta di un’idea avanzata anche da Altman, ma vedremo.

    Rispetto a Microsoft, bisogna dire che il colosso di Redmond è stato il più pronto a diffondere l’IA rispetto ai suoi rivali, in un tentativo di superare le grandi aziende tecnologiche come Google e Apple. Per non parlare del fatto che Microsoft è in una partnership multimiliardaria in corso con OpenAI.

    Sempre in merito a OpenAI, il giorno dopo le tanto discusse affermazioni di Altman a Londra, OpenAI ha rivelato di essere in procinto di creare un programma di sovvenzioni per finanziare gruppi che potrebbero decidere le regole attorno all’IA.

    Il fondo distribuirà 10 sovvenzioni da 100.000 dollari a gruppi disposti a fare il lavoro e a creare “prove di concetto per un processo democratico che potrebbe rispondere a domande su quali regole dovrebbero seguire i sistemi IA“. L’azienda ha detto che la scadenza per questo programma è solo di un mese, entro il 24 giugno.

    Ecco, questo è quanto è successo rispetto all’IA e alle dichiarazioni di Sam Altman. Ma siamo sicuri che non sarà l’unico momento di revisione delle proprie dichiarazioni. Nelle prossime settimane, e nei prossimi mesi, ne vedremo degli altri.