Tag: social recruitment

  • Social Media e Lavoro, il talento al centro del proprio racconto

    Social Media e Lavoro, il talento al centro del proprio racconto

    Social Media e Lavoro. Due ricerche mettono in evidenza come web e social media siano sempre  per la ricerca di personale. Facebook è usato più di LinkedIn. Alcune considerazioni su come usare  social e mettere il proprio talento al centro.

    La pandemia da Coronavirus ha finito per stravolgere la nostra società. Sicuramente, in questa fase di ripartenza, dovremo tenere in considerazione il fatto che il Digitale non è più una “opzione”, ma è irrinunciabile. Quello che è successo in questi due mesi non deve essere visto come una fase momentanea. No, è una condizione che ci ha cambiato radicalmente.

    E questo coinvolge, evidentemente, anche il mondo del lavoro. Cambia radicalmente il modo in cui le persone cercheranno lavoro e il Digitale diventerà fondamentale. Di più, i social media non verranno più visti come momenti “virtuali”, ma saranno considerati come momenti reali della nostra vita, luoghi dove ognuno di noi si racconta. Un po’ era già così, ma dopo questa pandemia, con la impossibilità di incontrarsi direttamente, e questa condizione durerà ancora per un po’, le piattaforme social saranno a centro del processo di ricerca e dovranno essere considerati da chi cerca lavoro come strumenti per raccontarsi e farsi conoscere.

    social media lavoro talento franzrusso.it 2020

    Negli anni passati, quelli più recenti, si diceva che gli addetti ai lavori delle Risorse Umane, delle agenzie, guardassero al web e ai social media ma non, forse, in maniera esclusiva. Ecco, dopo questa pandemia è bene sottolineare che il web e i social media saranno la base di tutto.

    Questa è una riflessone che parte dai risultati di due ricerche sul tema, entrambe di The Manifest, pubblicate nelle ultime settimane, che evidenziamo proprio come il web e i social media siano ormai strumenti irrinunciabili per chi cerca lavoro. La riflessione che vogliamo fare con voi, sulla base dei dati che vedremo insieme, è che adesso cambia il modo di cercare lavoro.

    Nel senso che da oggi chi è alla ricerca di un lavoro deve aver ben chiaro il concetto che deve proporsi curando il suo “personal branding. Deve cioè curare le piattaforme social, deve curarsi di come viene “visto” sul web, deve assumere una condizione per la quale questi strumenti sono utili per raccontare il suo talento. In parole povere, il curriculum vitae, quel foglio A4 che veniva lasciato, o spedito via mail in .pdf, in azienda o in agenzia, non funziona più da solo. Serve mettere in mostra il proprio talento, serve raccontarlo, con cura.

    Di seguito vedremo i risultati principali delle due ricerche di The Manifest già citate e poi, sulla base di questi dati, ci spingeremo a dei consigli, meglio delle considerazioni, finali.

    social media lavoro facebook linkedin

    Allora, un primo dato, relativo a questa ricerca, è che il 67% delle aziende, prima di formulare un’offerta di lavoro, guarda sempre più con attenzione i profili LinkedIn dei candidati e il 65% guarda i loro profili Facebook. La differenza in percentuale tra le due piattaforme è sempre più ridotta. Vale a dire, va bene curare il proprio profilo business, ma le aziende vogliono vedere anche cosa condividono i candidati, che opinioni esprimono anche su fatti in generale.

    La ricerca evidenzia anche che le aziende guardano anche i blog e i siti web dei candidati (39%) e anche il profilo Twitter, anche se in misura minore (29%).

    Ma c’è un aspetto su cui si dovrebbe fare attenzione, e cioè che le aziende alla fine usano più Facebook che LinkedIn per cercare i propri talenti, 70% con 67%. Va comunque considerato che Facebook risulta migliore per ricerche ad ampio raggio, a livello territoriale, e spesso per ricerche meno qualificate; LinkedIn è la soluzione migliore per il reclutamento di figure specializzate e altamente qualificate. Il 26% delle aziende usa poi Twitter e il 20% usa YouTube.

    Adesso passiamo a vedere i risultati principali della seconda ricerca, sempre di The Manifest, dove si evidenzia che, considerato il fatto che il 90% dei datori di lavoro usa i social media per reclutare personale, il 79% ha dichiarato di aver rifiutato dei candidati proprio sulla base di come essi usavano le piattaforme social, soprattutto dal punto di vista dei contenuti.

    Ed ecco qui un aspetto che, nel contesto che stiamo vivendo, assume una certa importanza. Spesso le persone che sono alla ricerca di un lavoro scelgono di investire tutto sul proprio profilo LinkedIn, non curanti del fatto che le aziende, le agenzie, gli addetti ai lavori del settore HR, guardano anche altrove. Anche Facebook e Instagram.

    social media lavoro

    La ricerca di The Manifest indica anche quei contenuti che spingono le aziende a “scartare” un candidato”, quelli per cui una persona non viene giudicata adeguata alla posizione ricercata. E sono tutti indicatori che rimandano al “buon senso” di ciascuno:

    • Contenuti d’odio
    • Immagini di feste non proprio edificanti
    • Contenuti illeciti o illegali
    • Grammatica scadente
    • Contenuti riservati e sensibili che riguardano ex datori di lavoro

    Questo breve elenco evidenza il fatto che le aziende sono sempre più attente ai background dei candidati (98%). Osservano anche il modo in cui pongono su vari aspetti.

    Ecco perché, in un momento di grande crisi come quello che stiamo vivendo, i candidati dovrebbero fare del loro meglio per distinguersi in positivo sulle piattaforme social. In altre parole, non ci si deve più soltanto focalizzare sul proprio cv e curare solo il proprio profilo LinkedIn, ci si deve concentrare sulla costruzione del proprio marchio.

    E si deve avere cura del proprio marchio a tutto tondo, di come esso appare sui social media e sul web. Il 43% delle aziende usa Google per verificare i risultati relativi al nome del candidato. Questo significa avere cura dei propri profili social, LinkedIn, Facebook, Twitter e, soprattutto, è opportuno investire nella creazione di un proprio blog, considerato come una estensione della presenza sui social media. Un luogo dove raccontarsi meglio.

    Attenzione, non stiamo dicendo che il cv non serve, stiamo affermando il concetto che non basta più solo quello.

    E allora, in un momento in cui ci sembra che tutto sia fermo e che nessuno sia interessato ad assumere, forse sarebbe il caso di investire nella cura del proprio profilo e del proprio personal branding. Sulla base di quanto visto finora, sarebbe il caso di fare qualche considerazione finale, rivolta a chi è alla ricerca di un lavoro. Vale la pena sforzarsi per costruire il modo di comunicare il proprio talento e curare il proprio personal branding:

    • concentrati sul talento e sul tuo “marchio”, le tue esperienze e le tue competenze vanno valorizzate;
    • sfrutta i social media per raccontare esperienze e competenze, sulla base delle caratteristiche di ciascuna piattaforma
    • Linkedin per concentrarti sulle competenze ed esperienze;
    • Facebook per raccontare chi sei veramente, non aver paura di esprimere le tue opinioni, sempre del rispetto di tutti e delle regole d’uso;
    • Instagram per raccontarti attraverso le immagini e raccontare i luoghi a te cari o legati alla tua sfera di competenza;
    • Twitter per condividere notizie e informazioni circa le tue competenze, diventa un punto di rifermento;
    • Pinterest per mostrare le tue opere attraverso immagini coinvolgenti;
    • personalizza la tua comunicazione e scegli un hashtag per distinguerti, creane uno oppure individualo tra quello più vicino al tuo modo di raccontarti;
    • apri il tuo blog, coraggio, fa che la tua “casa”, diventi il tuo vero biglietto da visita.

    Ecco, queste erano le nostre brevi considerazioni finali, sperando di aver fatto cosa gradita.

  • Social Recruiting: ciò che conta è la Motivazione

    Social Recruiting: ciò che conta è la Motivazione

    Ci sono tre domande fondamentali a cui saper rispondere per prepararsi con successo a un colloquio di lavoro: quello che sai già, quello che puoi fare e quello che vuoi davvero. Quest’ultima è la domanda essenziale, perché la Motivazione è tutto ciò che fa la differenza nel mondo odierno in cui il lavoro si trova attraverso i Social Network.

    Per prepararsi al meglio ad un colloquio di lavoro, oggi, non è più sufficiente il Curriculum Vitae.
    E’ dimostrato che la stragrande maggioranza dei recruiter non si basa sulla formazione e sugli studi del possibile nuovo candidato né su informazioni scritte.
    Se da un lato questo spiega il numero dei laureati senza occupazione, c’è da chiedersi davvero cosa conti per farsi assumere oggi da un’azienda.

    Sicuramente con il dilagare delle attività in Rete, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro avviene proprio sul Web.
    Basti pensare che oggi quasi il 90% dei selezionatori utilizza il Social Recruiting, informandosi attraverso i blog e i Social Network sull’identità del candidato.
    Poco più del 15% legge il CV e una percentuale analoga è quella riferita ai recruiter che si informano sui contatti professionali e sugli scambi di interazione sui Social Network del candidato.

    social recruiting motivazione

    Quando si ripete che l’uso dei Social Network, professionalmente parlando, deve oggi tener assolutamente conto di caratteristiche distintive come la credibilità, la trasparenza, la professionalità è anche perché la prima qualità che i recruiter cercano è l’affidabilità della reputazione online.
    Una reputazione che non si riflette solo nei post sui blog, ma anche nella qualità dell’immagine che si dà su tutti i canali social.
    La coerenza, lo stile di scrittura e interazione, la capacità di confrontarsi con detrattori o con argomenti spinosi, ma anche il carattere del candidato, le predisposizioni, le doti, l’abilità di assumersi rischi e responsabilità.
    Curare il proprio personal branding su blog e su Social Network significa prima di tutto, quindi, coltivare la propria rete di relazioni lavorative.

    Ci sono, tuttavia, tre domande fondamentali a cui il candidato deve sapere rispondere, oltre naturalmente a dover conoscere al meglio l’azienda a cui si propone.
    E dal punto di vista del recruiter la risposta a queste tre domande è molto più importante di tutte le ricerche che può fare sul Web riguardo al candidato.

    Cosa so già, cosa posso fare, cosa voglio fare.

    Cosa si sa fare è facile dirlo.
    Una volta che, attraverso il Social Recruiting, si è di fronte alla persona incaricata di assumerti o meno, basta forse solo tirare il fiato.
    Imparare ad essere il più semplici e diretti possibile.
    E’ la nostra genuinità che conta di fronte a questa domanda: perché la risposta è di per sé data dagli studi, dall’istruzione, dalla formazione e dalla cultura che abbiamo maturato.
    Qui il segreto non può che essere la sincerità.
    Qualsiasi bugia si svelerebbe in pochissimo tempo, senza darci più alcuna possibilità di recuperare la posizione di lavoro.
    Un “non lo so fare” non discrimina affatto il risultato di un’assunzione, anzi: circoscrive le reali abilità del candidato e semplifica qualsiasi futuro compito o relazione di lavoro.

    Che cosa si può fare è già un concetto più complesso.
    Significa saper valutare la propria capacità di apprendimento, la velocità nell’imparare mansioni nuove, l’abilità di acquisire nuove funzioni lavorative.
    Sta a noi saperlo.
    Chi è di fronte a noi difficilmente – anche attraverso il Linguaggio Non Verbale – riesce a capirlo.
    E’ qualcosa che trascende dall’attuale modo di comunicare o interagire, perché oltrepassa i limiti che abbiamo nel momento presente.
    E’ una proiezione di noi nel futuro che solo noi, comprendendo interiormente le proprie potenzialità, possiamo fare.
    Sicuramente, viene chiamata in causa in primo luogo la flessibilità e la dinamicità della nostra identità.

    Quanto, in altre parole, la nostra personalità può cambiare per adattarsi a qualcosa che non si è già acquisito, che ancora non si è sperimentato, ma si può imparare. E con quale efficacia, con quale velocità, con quale elasticità mentale possiamo saperlo solo noi, ascoltando le nostre paure e i nostri limiti.
    Siamo a che fare direttamente con i nostri blocchi e condizionamenti.
    Ci viene chiesto se siamo in grado di uscire dalla nostra Confort Zone e questa è una consapevolezza che possiamo avere solo noi.
    Non ha più importanza cosa siamo stati fino ad ora: la domanda che ci viene posta è se possiamo cambiare. Essere qualcos’altro e fare qualcos’altro.
    Un suggerimento: basta guardarsi indietro e ricordarci di quanti passi abbiamo fatto, in quanto tempo e con quale sforzo, per dare a noi stessi una risposta. Per essere consapevoli di cosa possiamo veramente fare della nostra vita.

    Ciò che, tuttavia, è veramente difficile è riuscire a capire cosa vogliamo fare. E, naturalmente, convincerne il recruiter.
    La domanda più difficile, la risposta più importante.
    Perché entra in gioco da protagonista uno dei comportamenti – inconsci e consci – principali dell’essere umano: la Motivazione.
    Non si può descrivere questo aspetto in poche parole. Tuttavia, si può dire senz’altro che nasce da una predisposizione interiore potentissima ed essenziale, capace di mettere in moto qualsiasi nostra azione.
    Dalle pulsioni agli istinti, dagli obiettivi alle ambizioni, conscio e inconscio creano questa caratteristica umana senza la quale si soccomberebbe, si fallirebbe, non si raggiungerebbe mai la meta prefissata.
    La motivazione è il motore dell’agire umano, quella molla che ne detta la direzione, ne spiega le scelte, completa l’apprendimento e realizza ogni aspirazione e desiderio.

    Nella storia della psicologia, la Teoria sulla Motivazione ritenuta ancora oggi più rilevante è quella della Piramide dei Bisogni dello psicologo statunitense Abraham Maslow.

    social recruiting piramide bisogni maslow

    Lo studioso identifica sei categorie di bisogni – le motivazioni, appunto -, che vanno dal più semplice al più complesso in una scala prettamente gerarchica. Se uno di questi bisogni non viene pienamente soddisfatto, l’individuo non sentirà l’esigenza di procedere alle motivazioni successive della scala.
    Alla base della Piramide ci sono, naturalmente, i Bisogni Fisiologici legati espressamente alla sopravvivenza dell’uomo.
    Al secondo posto c’è la necessità di Sicurezza, quindi di entrare in contatto con un gruppo che possa proteggere. Il Bisogno di Appartenenza al Gruppo si posiziona, tuttavia, solo al terzo gradino della Piramide, una volta che l’individuo si è già rassicurato di “esistere” per il resto della specie umana. Seguono i Bisogni di Stima e Riconoscimento: l’individuo è ormai parte integrante del gruppo e ora cerca un riscontro sociale e un’interazione.
    Più in alto nella scala, al quinto posto, l’individuo che ormai è diventato un essere relazionale cerca una sua Indipendenza.
    Sembra una contraddizione e non lo è.
    Il confine tra l’Io e il Noi è essenziale da marcare per poter realizzare interiormente una vera e propria autonomia, per potersi dare degli Obiettivi di Autorealizzazione.
    E’, infatti, proprio in cima alla Piramide dei Bisogni che l’uomo cerca di raggiungere le proprie ambizioni, di far avverare i propri sogni, di spingersi sempre più in là per sviluppare tutte le proprie potenzialità.

    Naturalmente, è a quest’ultimo livello della scala evolutiva che si fa riferimento quando si parla di sapere cosa si vuole fare durante un colloquio di lavoro.
    E’ quello che conta più di tutto, perché è in gioco la nostra Motivazione a realizzare i compiti proposti.
    Ciò che fa la differenza è l’abilità di convincere il recruiter della nostra determinazione a raggiungere la meta, a svolgere le mansione richieste e ancora di più: ad avere ambizioni personali.

    Buttare il cuore più in là, oltre le nostre paure di fallimento.
    Perché più in alto andiamo, più rischiamo di farci male.
    La paura e l’insicurezza sono naturali, sono l’altra faccia della medaglia.
    Il desiderio di evitare l’insuccesso e il dolore della delusione è inevitabile, ma inesorabilmente abbassa il livello delle aspirazioni.
    Purtroppo, la paura di fallire ha un odore che viene riconosciuto molto in fretta.
    Quindi in fretta è necessario imparare a dominarla.
    Controllarla, gestirla.
    E’ questa padronanza ciò che prima di tutto viene richiesto e ciò che determinerà l’assunzione.

    La passione non può prescindere dall’impegno.
    Questo significa davvero avere voglia di fare.
    E’ così che si cresce, che si ottiene un lavoro, che si conquista una meta: il meglio di noi dev’essere solo il punto di partenza.
    Velocità, competenza e potenza sono tutti valori solo da spostare. Più avanti ogni giorno.
    Perché tutti noi siamo nati con dei limiti e la nostra sfida è quella di superarli.

  • Generali Italia avvia le selezioni digitali con #GeneraliJobTalent

    Generali Italia avvia le selezioni digitali con #GeneraliJobTalent

    Generali Italia, azienda italiana leader nel mondo assicurativo, da il via ad un progetto tutto digitale per selezionare i propri assicuratori. Con #GeneraliJobTalent infatti introduce un innovativo progetto di “social recruitment”.

    Generali Italia, azienda italiana leader nel mondo assicurativo, da il via ad un progetto tutto digitale per selezionare i propri assicuratori. Un processo che rompe le regole della selezione e si affida agli strumenti che il digitale oggi mette a disposizione, introducendo un innovativo progetto di “social recruitment” per trovare nuovi assicuratori di talento, #GeneraliJobTalent.

    Generali Italia-job-talent

    Come è strutturata adesso la ricerca?

    La sfida per i candidati consiste nell’ottenere il maggior numero di punti in 9 prove da svolgere in un tempo massimo di 60 ore, per guadagnare visibilità e ottenere la possibilità di iniziare a lavorare presso le agenzie Generali Italia. I candidati possono mettersi alla prova iscrivendosi in pochi clic su questa pagina. E’ possibile farlo anche collegandosi con il proprio profilo Facebook.

    Effettuata la registrazione, gli aspiranti consulenti assicurativi devono dare il meglio di sé a partire dalla propria presentazione: possono dire chi sono registrando un breve video, descrivendosi con un tweet e realizzando il proprio avatar in stile cartoon. I candidati possono poi affrontare una simulazione di vendita con video a bivi, compilare un quiz e cimentarsi in tre video-game che ne testano le capacità logico-matematiche e il bagaglio lessicale, oltre a importanti qualità come la pazienza e la precisione: la gamification, in questo caso, diventa strumento imprescindibile per questo nuovo modo di fare selezione. Infine, i candidati devono dimostrare la propria capacità di fare networking e avere leadership, invitando altri talenti a partecipare.

    Generali Italia prova a rendere più divertente e innovativa la fase di candidatura per chi cerca lavoro con la piattaforma Generali Job Talent, rendendo più rapida la selezione allo scopo di fornire ai recruiter, già prima del colloquio conoscitivo, una serie di informazioni utili a scegliere solo i profili più idonei da incontrare.

    https://youtu.be/KV-ftHbxo58

    Oggi la rete di Generali Italia è composta da 20.000 persone tra agenti e collaboratori con 1.500 Agenzie distribuite su tutto il territorio. Attraverso il recruiting game Generali Job Talent, Generali Italia mira ad inserire nella propria rete di agenzie due tipologie di figure: il Family Solution Planner ed il Global Solution Planner. Il primo è un consulente assicurativo operante nell’ambito della previdenza, del risparmio e della tutela della famiglia che verrà guidato in un percorso formativo dedicato. Il Global Solution Planner è, invece, un professionista già esperto del settore, che intende aderire al progetto di Generali Italia per sviluppare il proprio portafoglio clienti.

    Buzzoole