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  • OpenAI diventa a scopo di lucro, tra nuove sfide e nuovi addii

    OpenAI diventa a scopo di lucro, tra nuove sfide e nuovi addii

    OpenAI si appresta a diventare una società for-profit, abbandonando il modello no-profit. Vediamo le ragioni e le sfide che l’attendono. Intanto Sam Altman deve registrare l’addio della CTO Mira Murati e di altri due manager di punta.

    Recentemente, OpenAI ha annunciato un cambiamento che potrebbe avere effetti di assoluta rilevanza.

    Se ne parlava già qualche mese fa, ne avevo scritto nel mese di giugno, ma adesso sembra che la cosa sia più concreta.

    In sostanza, si parla della transizione di OpenAI da un modello no-profit a uno for-profit. Questa mossa segna, appunto, un momento cruciale nella storia della società, fondata nel 2015 con l’obiettivo di sviluppare un’IA sicura e benefica per l’umanità. Ma cosa significa realmente questa transizione e quali sono le possibili implicazioni?

    Una struttura no-profit alla base della missione di OpenAI

    Inizialmente, OpenAI era nata come organizzazione no-profit, sostenuta da donazioni per sviluppare una tecnologia di Intelligenza Artificiale che potesse essere utilizzata in modo responsabile.

    Nel tempo, però, si è fatta strada la necessità di maggiori risorse finanziarie per alimentare la ricerca e lo sviluppo. Nel 2019, l’azienda aveva già creato una struttura “ibrida”, fondando una sussidiaria a scopo di lucro, OpenAI LP, controllata da OpenAI Inc., la divisione no-profit. Questo approccio aveva permesso di raccogliere finanziamenti da colossi come Microsoft, pur mantenendo la missione originale.

    Ora, la società starebbe per compiere un passo ulteriore, eliminando il controllo dell’attuale consiglio di amministrazione no-profit. La decisione è stata comunicata internamente dal CEO Sam Altman, senza però fornire dettagli precisi su come verrà strutturato il nuovo modello for-profit.

    OpenAI diventa a scopo di lucro, tra nuove sfide e nuovi addii

    I motivi dietro la transizione a società for profit

    OpenAI ha spiegato che il cambiamento nasce dalla necessità di ottenere maggiori risorse per sostenere i costi crescenti della ricerca e della tecnologia. Nonostante l’enorme successo dei prodotti come ChatGPT, che ha permesso di raddoppiare i ricavi annuali solo nella prima metà del 2024, le sole donazioni non bastano più a sostenere le ambizioni della società. La nuova struttura permetterà a OpenAI di accedere a fondi di investimento maggiori e di espandersi più rapidamente.

    La decisione, tuttavia, ha sollevato non pochi interrogativi. Uno dei punti cruciali riguarda il futuro dell’impegno etico di OpenAI: il passaggio a una struttura a scopo di lucro potrebbe portare a un bilanciamento diverso tra obiettivi finanziari e l’impegno a garantire uno sviluppo sicuro e responsabile dell’IA. La parte no-profit continuerà ad esistere, ma con un ruolo più limitato nella governance.

    Certo è che in questo modo OpenAI non avrebbe più limiti. Di recente, infatti, ha completato un nuovo round di finanziamenti da 6,5 miliardi di dollari che porteranno il valore dell’azienda a 150 miliardi di dollari.

    Solo a febbraio di quest’anno OpenAI era valutata 86 miliardi di dollari.

    Con la nuova formula, OpenAI assume la forma di una società a scopo di luvro simile a quella di Anthropic, che realizza Claude, e xAI, la società di Elon Musk.

    Le dimissioni di Mira Murati e altri dirigenti

    Un ulteriore elemento che rende la situazione ancora più complessa è la recente notizia delle dimissioni di Mira Murati, Chief Technology Officer di OpenAI. La sua decisione di lasciare la società è stata annunciata attraverso un post su X (ex Twitter), proprio nel momento in cui OpenAI sta attraversando questo importante processo di riorganizzazione.

    Murati, che lavorava in OpenAI da oltre sei anni, ha dichiarato di voler creare “tempo e spazio per esplorare nuove opportunità“. La sua partenza, tuttavia, è stata improvvisa e non prevista nemmeno dal CEO Sam Altman, che ha commentato pubblicamente di essere rimasto sorpreso dalla sua decisione.

    Mira Murati non è l’unica a lasciare OpenAI: insieme a lei, altri due ricercatori di IA, Bob McGrew e Barret Zoph, hanno presentato le loro dimissioni.

    Questo “esodo” di figure chiave ha acceso il dibattito sul clima interno all’azienda. Dopo il tentativo fallito, nel 2023, di rimuovere Sam Altman dal ruolo di CEO da parte del consiglio di amministrazione no-profit, OpenAI ha visto diverse partenze di alto profilo, tra cui Ilya Sutskever e Jan Leike.

    Questo solleva domande sull’impatto che il passaggio a una struttura for-profit potrebbe avere sulle dinamiche interne e sull’orientamento etico della società.

    Le sfide di una struttura for-profit per OpenAI

    La transizione verso una società a scopo di lucro pone OpenAI di fronte a sfide importanti. La principale riguarda l’equilibrio tra l’obiettivo di generare profitti e il rispetto della missione originale di sviluppare un’IA sicura.

    Il controllo di OpenAI passerà a investitori che potrebbero avere interessi più legati ai profitti che alla sicurezza e all’etica dell’IA.

    La nomina recente di Paul Nakasone, ex capo della NSA, nel consiglio di amministrazione e nel comitato sulla sicurezza di OpenAI ha suscitato ulteriori preoccupazioni, indicando un potenziale spostamento dell’azienda verso un ruolo più focalizzato sulla sicurezza e la sorveglianza, anziché solo sulla ricerca e l’innovazione.

    Le implicazioni future per OpenAI

    Il cambiamento di rotta di OpenAI evidenzia la complessità del rapporto tra progresso tecnologico, etica e profitto.

    L’azienda è ora al centro di un dibattito sulla direzione che l’IA dovrebbe prendere in futuro: continuerà a operare nell’interesse collettivo o sarà sempre più orientata verso logiche di mercato?

    La partenza di Murati e degli altri dirigenti riflette probabilmente il disaccordo interno rispetto alla nuova direzione dell’azienda. Mentre la mossa potrebbe portare nuove risorse e accelerare lo sviluppo tecnologico, potrebbe anche erodere i valori che hanno caratterizzato OpenAI fin dalle origini.

    Il tempo, forse, ci dirà se la nuova struttura saprà mantenere un equilibrio tra i profitti e l’impegno etico verso un’IA responsabile.

     

  • Altro che Rolex, possedere oggi un iPhone è indice di ricchezza

    Altro che Rolex, possedere oggi un iPhone è indice di ricchezza

    Altro che Rolex, se una persona possiede un iPhone allora questo può essere una chiara indicazione del fatto che sia una persona agiata o ricca. No non c’entra con le polemiche di questi giorni, ma è il risultato di una ricerca pubblicata sul National Bureau of Economic Research da economisti dell’Università di Chicago.

    Solo a leggere la parola Rolex è facile pensare che sia un collegamento alle polemiche di questi giorni, e non entriamo qui nel merito. Ma di certo è, il Rolex, nell’immaginario collettivo un simbolo di ricchezza, un indicatore ormai acquisito del fatto che chi lo indossa sia una persona molto benestante. E invece le cose non stanno proprio così, nel senso che, se è vero che la società di oggi sta cambiando, se è vero, come è vero, che il digitale e la tecnologia stanno cambiando il modo in cui è oggi la società in cui viviamo (anche se molti ancora non se ne sono accorti), è vero anche che cambia anche il modo di vedere e di intendere se una persona è agiata o ricca. E come lo definiamo? A supporto di tutto questo arriva questa nuova ricerca pubblicata sul National Bureau of Economic Research, ad opera di un gruppo di economisti dell’Università di Chicago, dimostrandoci che in effetti non è il Rolex indicatore di ricchezza ma è l’iPhone. Si, avete letto bene (e noi non abbiamo sbagliato a scrivere) è l’iPhone.

    iphone ricchezza rolex

    Come dicevamo, i tempi sono cambiati oggi e sono cambiati anche gli indicatori che definiscono il reddito delle persone e delle famiglie. E a quanto pare possedere un iPhone è indice di agiatezza. Attenzione, per meglio chiarire il risultato a cui è giunta la ricerca, anche se prima ci siamo legati ai fatti attuali italiani, non è che chi possiede il dispositivo Apple è ricco, di certo chi lo possiede oggi può posizionarsi su una fascia di reddito più alta. Quello che sostengono i ricercatoti dell’Università di Chicago, Marianne Bertrand ed Emir Kamenica, è che nessun dispositivo meglio dell’iPhone, o dell’iPad (al secondo posto) è in grado specificare meglio se quella persona guadagna tanto.

    iphone ricchezza rolex

    In pratica, lo si vede anche nella tabella che riportiamo, se una persona possiede un iPhone allora indica che per il 69% è una persona molto agiata; per il 66,9% de possiede un iPad e per il 59.5% se possiede un dispositivo Android. E’ un’indicazione interessante che poi diventa anche curiosa se paragoniamo questo dato, de 2016, con quello del 1992, ad esempio, quando per essere indicati come ricchi bastava avere un tipo di mostarda; oppure se lo paragoniamo al 2004 quando bastava consumare un tipo di burro molto particolare. Se guardiamo poi la parte che interessa i prodotti, allora nel 1992 si era ricchi se si possedeva una lavastoviglie e nel 2004 se si acquistava un’auto nuova. Nel 2016 si indica, in base ai prodotti, che si è una persona benestante se si viaggia negli Stai Uniti (70.9%), se si possiede il passaporto (70.3%) o se si possiede il bluetooth nell’auto (70.2%).

    I dati sono stati ottenuti attraverso domande sottoposte ad un campione di circa 6.400 persone, con questionari semestrali e interviste dirette. Per la ricerca è stato anche utilizzato un algoritmo machine learning per analizzare i diversi gruppi e per comprendere meglio come fossero cambiate le loro preferenze nel corso del tempo. Il risultato a cui arrivano i ricercatori è quello di affermare che la società americana oggi, e le sue differenze culturali, è abbastanza compatta quando si parla di brand ed esperienze comuni.

    Una lettura molto diversa da quella che racconta di una società americana, invece, molto divisa.

    E voi che ne pensate?

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