Categoria: Infografiche

In questa categoria verranno catalogate tutte le infografiche che riguardano il mondo del Web, dei Social Media. E non solo

  • Ecco cosa succede sul Web e sui Social Media ogni 60 secondi nel 2017

    Ecco cosa succede sul Web e sui Social Media ogni 60 secondi nel 2017

    Ecco un classico che compare ciclicamente ma è comunque utile per capire l’evoluzione di Internet. Cosa succede sul Web e sui Social Media ogni 60 secondi? A questa domanda si può rispondere con la versione 2017 di DOMO, “Data Never Sleeps 5.0”. Oggi sono oltre 69 mila le ore di streaming su Netflix ogni minuto, oltre 45 mila le corse effettuate con Uber.

    E’ una domanda che ricorre ciclicamente, tanto da diventare un classico ormai, ed è “Cosa succede sul Web e sui Social Media ogni 60 secondi?“. In realtà si tratta di una domanda molto utile per capire come evolve la dimensione di Internet, sopratutto nell’era dei Social Media, vista la grossa mole di dati che ogni giorno viene condivisa. L’ultima volta che ne abbiamo parlato è stato nel 2015, riprendendo i dati di DOMO, “Data Never Sleeps”. Ebbene, per dare una visione completa relativa al 2017, ci rifacciamo ai nuovi dati che sempre DOMO ha elaborato con “Data Never Sleeps 5.0“.

    Una delle caratteristiche che via via è andata sviluppandosi è che il traffico Internet è sempre più generato da mobile. Ormai, nel 2017, si tratta di oltre la metà del totale e si prevede che entro il 2020 saranno oltre 6 miliardi le persone che avranno accesso a Internet da mobile. Ed aumentata la popolazione online: nel 2017 si attesta sui 3,7 miliardi di utenti online, rispetto 2,5 miliardi del 2012.

    social media 60 secondi web 2017 franzrusso.it

    Ed interessante notare come nel corso degli anni Internet e i Social Media siano evoluti a ritmi vertiginosi e di come nuove realtà, come Netflix, Uber e anche Instagram, siano diventate in poco tempo parte integrante di questa grande mole di dati che viene sprigionata ogni giorno, ogni minuto.

    Ad esempio:

    • su Netflix ogni 60 secondi gli utenti visualizzano 69.444 ore di video in streaming (erano 77.160 nel 2015);
    • su Uber ogni 60 secondi sono 45.787 le corse prenotate (erano solo 694 nel 2015);
    • su Giphy ogni 60 secondi sono 694.444 le gif visualizzate (non c’era nei dati del 2015);
    • su Spotify ogni 60 secondi vengono caricate 13 nuove canzoni (non c’era nei dati del 2015, ma erano 14 nel 2013);
    • su Instagram ogni 60 secondi sono 46.740 le immagini condivise (erano 3.600 nel 2013);
    • su Google ogni 60 secondi vengono effettuate oltre 3,6 miliardi di ricerche (erano 2 milioni nel 2013);
    • su Twitter ogni 60 secondi vengono inviati 456 mila tweet (erano 347 mila nel 2015; 278 mila nel 2013).

    Questi e altri dati li potete vedere nell’infografica in basso al post.

    Allora, che ne pensate?

    web internet social media 60 secondi 2017

  • Il futuro della Subscription Economy è anche in Italia

    Il futuro della Subscription Economy è anche in Italia

    Si chiama Subscription Economy, termine coniato di recente, e indica proprio l’economia della sottoscrizione, ossia un vero modello di business basato sugli abbonamenti. In occasione del suo arrivo in Italia, SlimPay ha presentato una ricerca su questo fenomeno: il 74% degli italiani dichiara di aver sottoscritto un abbonamento con 2,2 sottoscrizioni per persona.

    La Subscription Economy comincia a prendere piede anche in Italia. Il termine è stato coniato di recente e sta ad indicare un nuovo modello di business basato proprio sugli abbonamenti. Riguarda tutti i settori e permette agli utenti di avere accesso a prodotto e servizi, da dove e come vogliamo, grazie ad un abbonamento. Un fenomeno molto apprezzato dagli italiani.

    Nei giorni scorsi ha fatto il suo arrivo in Italia SlimPay, fintech francese specializzata nei pagamenti ricorrenti tramite addebito diretto, proprio per favorire la trasformazione digitale del commercio con soluzioni innovative per le transazioni on line relative a servizi o prodotti erogati in abbonamento. Dallo streaming di musica e video al car sharing, fino alle utenze, le nuove tendenze di consumo vedono diminuire nelle persone l’interesse per il possesso fisico dei beni e aumentare la propensione all’utilizzo di servizi e prodotti in abbonamento. Cambiano così anche le modalità di business di molti settori, con conseguenti effetti sui metodi di pagamento, ora dilazionati nel tempo e ricorrenti.

    subscription economy slimpay franzrusso.it 2017

    SlimPay per l’occasione ha anche presentato i risultati di una sua ricerca condotta in Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, Francia, Benelux e Italia sulla base di un campione di 5 mila consumatori. “Gli Europei e la Subscription Economy”. La ricerca dimostra che a fare da volano alla subscription economy, in Italia come negli altri Paesi UE, ha contribuito anche la sempre più alta familiarità dei consumatori con l’e-commerce e i pagamenti online.

    Dalla ricerca è venuto fuori un quadro molto interessante e variegato dell’attuale modello di consumo e pagamento online, analizzando il quale si scopre, per esempio, che la sottoscrizione di abbonamenti è già presente in tutti i Paesi UE dove si hanno una media di membership per persona che oscilla tra i 2,2 e i 5,7. I Paesi dove attualmente la subscription economy è più diffusa sono il Regno Unito, la Spagna e la Francia, dove la popolazione sembra ormai aver familiarizzato con questo metodo di consumo. Meno presente in Italia, Germania e Benelux dove però ci sono buone prospettive di crescita.

    Oggi, infatti, il 74% degli Italiani dichiara di avere sottoscritto ad almeno un abbonamento – contro l’85% della media Europea – con 2,2 sottoscrizioni per persona contro i 5,7 degli spagnoli; i 5,4 dei francesi, i 4,3 degli inglesi i 3,4 del Benelux e i 3 della Germania. Il vantaggio? Per le 5.000 persone coinvolte nella ricerca, sta nella sicurezza del pagamento e nella certezza di non dimenticare di saldare la quota per tempo.

    Ad oggi, i consumatori italiani utilizzano l’addebito diretto sul conto corrente per pagare le bollette di telefonia, vale a dire quote per noleggio e utilizzo smartphone, Adsl, Tv e applicazioni varie (59%); per saldare i consumi di luce e gas (51%); per liquidare le rate di polizze e assicurazioni varie (30%). In base alle proiezioni fatte dalla ricerca SlimPay, esiste però un alto potenziale di crescita anche in altri settori, in particolare il 52% degli Italiani si dichiara disposto a pagare le tasse tramite addebito diretto, mente il 36% pagherebbe secondo queste modalità i trasporti ed il 29% l’affitto.

    Anche in fatto di subscription economy il tema della sicurezza è di grande importanza. Il 64% degli italiani ha eseguito una autenticazione al momento del pagamento online per evitare il furto di dati bancari che consentono acquisti non autorizzati. Autenticazione  fatta via sms nel 64% dei casi e per il resto via web o tramite app mobile. Una modalità molto apprezzata dai nostri connazionali, visto che per l’89% di essi porta più vantaggi che svantaggi. Tema sicurezza molto sentito in questo contesto anche se si considera il fatto che la disponibilità a effettuare pagamenti sul web con addebito bancario diretto è molto alta. Si va dal 62% della Germania al 58% del Regno Unito, passando per il 57% della Spagna, il 53% dell’Italia, fino al 47% della Francia e al 42% del Benelux. In Italia, in particolare, a oggi, il 49% della popolazione ha realizzato acquisti online con pagamento diretto sul conto corrente, facilitati anche dall’Iban, lo standard internazionale ideato per semplificare le transazioni economiche in tutta Europa, il cui funzionamento è conosciuto dall’89% dei connazionali, che però sanno poco o nulla di SEPA (solo il 29% sa cos’è), che ha come obiettivo quello di offrire ai cittadini, alle imprese e alle pubbliche amministrazioni la possibilità di effettuare e ricevere pagamenti in euro nell’area UE, senza più differenze tra pagamenti nazionali ed europei, con la stessa facilità e sicurezza con cui vengono eseguiti nei singoli paesi.

    SlimPay, nata nel 2009, è leader europeo di servizi per i pagamenti tramite addebito diretto SEPA. Oltre all’elaborazione dei pagamenti sia in euro che in sterline GBP per piani di pagamenti fissi e variabili, SlimPay fornisce tecnologie e servizi a valore aggiunto per consentire alle aziende on line di acquisire nuovi clienti, favorire la fidelizzazione del cliente a lungo termine e massimizzare i ricavi. L’azienda impiega oltre 60 specialisti in 6 uffici internazionali e gestisce più di 2000 clienti (inclusi Deezer, Nespresso, UNICEF …) in 34 paesi. Per ulteriori informazioni potete collegarvi al sito slimpay.it.

    In basso l’infografica che riassume tutti i dati della ricerca di SlimPay.

    Subscription Economy Europa infografica

  • Sui Social Media trascorriamo più di 5 anni della nostra vita

    Sui Social Media trascorriamo più di 5 anni della nostra vita

    Quanto tempo trascorriamo sui Social Media? Domanda che si ripropone spesso, e allora cerchiamo di dare una risposta con questi dati di Mediakix. L’infografica ci mostra che trascorriamo ben 5 anni e 4 mesi della nostra vita sui Social Media, ossia il tempo che ci vorrebbe per andare sulla Luna e tornare 32 volte.

    Quante ore trascorriamo su Facebook? E su Twitter? E Instagram? Domande che di tanto in tanto ritornano e che è utile conoscere la risposta, anche per avere un’idea sempre più precisa di quanto i Social Media ormai facciano sempre più parte della nostra vita, in ogni situazione. L’ultima volta ce ne eravamo occupati nel 2012, quando avevamo visto che su Facebook in tre mesi si trascorrevano 405 minuti. E oggi? Proviamo a dare un’occhiata con questi dati rilevati da Mediakix, una piattaforma californiana di influencer marketing, qualche mese fa. Va anche detto che questi dati tornano utili anche in chiave business, basti sapere che entro il 2017 la spesa complessiva per quanto riguarda le attività di social media marketing sarà di 36 miliardi di dollari, più di un terzo saranno spessi tra Usa e Canada (12,5 miliardi di dollari). E va detto anche che nel 2015 il tempo trascorso sui social media superava quello trascorso a guardare la tv. Diciamo anche che ci interessa conoscere il tempo che trascorriamo sui social media anche per verificare come gli utenti accolgono le continue modifiche che le diverse piattaforme stanno introducendo di continuo negli ultimi mesi.

    social media tempo trascorso vita @franzrusso.it 2017

    I dati raccolti da Mediakix rilevano che ogni giorno trascorriamo 2 ore sui social media, dato tra l’altro riscontrato anche nell’analisi di We are social combinando anche i dati di GlobalWebIndex, così ripartiti: 40 minuti su YouTube; 35 minuti su Facebook; 25 minuti su Snapchat; 15 minuti si Instagram; e (sorprendentemente) 1 minuto su Twitter. Il dato relativo di Twitter in effetti rispecchia molto la situazione di difficoltà, dal punto di vista del prodotto, che sta attraversando in questo periodo. Spanpchat gode ancora di una posizione di rilievo da questo punto di vista, ma per quanto tempo ancora? Una volta che Instagram ingranerà la marcia, sarà difficile per la piattaforma appena approdata a Wall Street riuscire a mantenere gli utenti coinvolti. E poi, se ci fate caso, in realtà il tempo trascorso su Facebook, in senso esteso, è di 50 minuti: Facebook+Instagram. Senza contare WhatsApp e Messenger.

    E se volessimo sapere quanto tempo trascorriamo sui social media durante la nostra vita? I dati rispondono anche a questa domanda. In pratica, trascorriamo complessivamente sui social media ben 5 anni e 4 mesi della nostra vita. Anche in questo caso possiamo sapere su quale piattaforma trascorriamo più tempo. Quindi:

    • YouTube, 1 anno e 10 mesi;
    • Facebook, 1 anno e 7 mesi;
    • Snapchat, 1 anno e 2 mesi;
    • Instagram, 8 mesi;
    • Twitter, soli 18 giorni.

    L’analisi rivela quindi che il tempo che trascorriamo nella nostra vita sui social media si piazza al secondo posto, dopo i 7 anni e otto mesi che trascorriamo guardando la tv. E prima dei 3 anni e 5 mesi che trascorriamo per alimentarci; prima di 1 e 10 mesi che passiamo davanti ad uno specchio; e così via. E’ evidente che ormai i social media sono una parte rilevante della nostra vita, questi dati ci aiutano, ancora una volta, a comprenderlo meglio. E cosa avremmo potuto fare anzichè trascorrere 5 anni e 4 mesi sui social media? Anche a questa domanda la ricerca ci offre una risposta.

    Ebbene, con il tempo equivalente saremmo potuti andare sulla Luna e tornare ben 32 volte, forse con l’aiuto di Jeff Bezos potremmo anche impiegarci qualcosina in meno. Avremmo potuto percorrere a piedi la Grande Muraglia in Cina per 3,5 volte; oppure, avremmo potuto guardare la serie dei Simpson per 215 volte, se siete appassionati ovviamente; o, ancora, avremmo potuto scalare l’Everest ben 32 volte; e così via.

    E allora, che ne pensate do questi dati? E su quale piattaforma trascorrete più tempo? Fateci sapere tra i commenti.

    tempo trascorso social media

     

  • Donne e l’Automobile: più concrete nella scelta e meno stressate degli uomini

    Donne e l’Automobile: più concrete nella scelta e meno stressate degli uomini

    Un interessante studio di Automobile.it, “Uomini e Donne al volante – Tutta la verità”, prova a sfatare alcuni falsi miti che riguardano le donne al volante. Ebbene, le donne sono più pragmatiche degli uomini impiegando il 10% del tempo in meno nel momento dell’acquisto; e sono anche meno stressate degli uomini alla guida in mezzo al traffico.

    Se siete tra quelli che credono al detto “donne al volante pericolo costante”, allora dovrete cominciare a ricredervi. Si perche questo interessante studio, a cura di automobile.it, di falsi miti che riguardano le donne e il mondo dell’auto ne smentisce parecchi. Esistono ancora oggi dei pregiudizi difficili da abbattere, ma i dati che stiamo per conoscere insieme ci mostrano che in realtà le donne in fatto di auto e guida hanno qualcosa da insegnare agli uomini.

    Allora, cominciamo col dire che è vero che gli uomini sono quelli che guidano di più, 57% contro il 43% delle donne, ma se guardiamo ai chilometri percorsi in un anno la differenza non è così elevata, infatti: 11.500 i chilometri percorsi dagli uomini e 10.500 i chilometri percorsi dalle donne. E come si differenziano gli uomini e le donne nel momento di scegliere e acquistare un’auto? Ecco che questo è un vero banco di prova che dimostra quanto le donne siano in realtà molto più concrete degli uomini. Al momento della scelta infatti gli uomini sono i soliti “sognatori”, mentre le donne sono più concrete impiegando anche il 10% del tempo in meno rispetto agli uomini.

    donne volante automobile.it 2017

    Ed essendo sognatori, gli uomini sono alla ricerca di Ferrari (7%), Bmw e Porsche (4%); mentre le donne ricercano più che altro auto come la Smart (6%) e Mini (3,5%), anche se non mancano le donne che ricercano Ferrari (4%).

    In fatto di guida le donne si rivelano essere le più spericolate, anche se le percentuali rilevate dallo studio di automobile.it sono in calo: si è passati da 6,3% del 2012 al 5,9% del 2015 per le donne e dal 5,9% del 2012 al 5,6% del 2015 per gli uomini.

    Sia per le donne che per gli uomini le strade dove avvengono più incidenti stradali sono le strade urbane (71% per le donne e 70% per gli uomini); mentre sulle autostrade la percentuale di incidenti è identica al 6%. Situazione molto simile sulle altre strade: 23% per gli uomini e 21% per le donne.

    E le donne dimostrano di essere meno stressate degli uomini alla guida, infatti lo studio rileva che gli uomini al volante danno registrare un livello di stress di 7 volte superiore alle donne in situazioni di traffico.

    La ricerca poi rileva anche che il 50% degli italiani pensa che le donne trascurino l’auto, che il 50% crede che le donne siano insicure e che il 35% le ritiene distratte. A questi pregiudizi l’atteggiamento delle donne è diviso a metà. Infatti, il 45% delle donne risponde che è meglio dimostrarsi migliori, un altro 45% risponde che in realtà sono pregiudizi che non si possono cambiare. L’8% vorrebbe poi impedire l’uso dell’auto agli uomini e un restante 2% ritiene che sia meglio cominciare a diffondere pregiudizi verso gli uomini.

    In basso trovate il link e anche l’infografica con tutti i dati per intero. E diteci cosa ne pensate voi donne di questi dati e cosa ne pensate voi uomini, es e avete anche voi dei pregiudizi. Vi aspettiamo tra i commenti.

    Uomini e donne al volante: tutta la verità in un'infografica
    Infografica a cura di automobile.it

    infografica donne uomini automobile

  • L’impatto dell’IoT entro il 2020, tra rischi e nuove sfide

    L’impatto dell’IoT entro il 2020, tra rischi e nuove sfide

    Quale sarà l’impatto dell’IoT nei prossimi anni? A questa domanda possiamo rispondere con una interessante ricerca di SAS “Internet of Things, Visualise the Impact” che ha chiesto a 75 organizzazioni quale fosse la loro opinione in merito. Ebbene, oltre il 40% ritiene che l’IoT migliorerà l’efficienza operativa e per il 36% contribuirà a una migliore esperienza utente.

    L’IoT (Internet Of Things), l’Internet delle Cose, la tecnologia che sfrutta la connettività degli oggetti per abilitare una migliore gestione dei processi produttivi, grazie a dati sempre più preziosi, sta certamente facendo sempre più parte della nostra vita. Basti pensare che solo in Italia si parla già di un volume di affari di oltre 2 miliardi di euro con oltre 10 milioni di oggetti connessi. Oggi torniamo a parlare di IoT grazie ad una interessante ricerca, “Internet of Things, Visualise the Impact”, che potete scaricare qui in formato ebook. Realizzata da SAS, raccoglie l’esperienza di 75 organizzazioni che hanno raccontato come l’IoT impatterà sulle loro aziende da diversi punti di vista, entro il 2020.

    impatto iot SAS 2016

    Il dato che va subito evidenziato, come riportato anche dall’infografica che trovate in basso, è quello secondo il quale il 43% delle organizzazioni ritiene che l’IoT sarà un elemento essenziale per migliorare l’efficienza organizzativa, mentre il 36%, quindi più di un terzo, ritiene che l’IoT contribuirà ad una migliore esperienza utente. Sono dati assolutamente rilevanti che evidenziano quanto l’IoT stia cambiando il mondo delle aziende, ma che sottolinea anche, quanto ancora ci sia da fare perché questo fenomeno possa crescere ulteriormente. Secondo altri interessanti dati, il 29% delle organizzazioni intervistate vede l’IoT come la tecnologia necessaria a migliorare i propri prodotti e servizi, aspetto fondamentale questo, e il 25% che vede l’IoT come miglioramento per il proprio management. Tutte aspettative e sfide che sono reali e che delineano quanto il fenomeno sia importante per le aziende.

    Per quanto riguarda il tema delle aspettative, e quindi priorità nei prossimi anni, c’è da rilevare come le aziende mettano al primo posto, con il 22%, il “cliente connesso”. Poco distaccato è il tema dell’autodiagnostica (17%) e del tracciamento degli asset (16%).

    In tema di sfide da affrontare nei prossimi anni, in relazione all’IoT, le organizzazioni interpellate dallo studio dichiarano che si concentreranno sul “real time data analytics” (22%), un elemento che assume sempre più un valore strategico e che permetterà alle aziende di poter affrontare qualsiasi tipo di situazione in tempo reale. Altra sfida è quella legata alla sicurezza (16%) e alla fase di gestione delle situazioni a rischio che ne deriveranno. Altro dato molto interessante che rileva la ricerca, è quello che mostra come il 20% delle organizzazioni veda come vera sfida quella della gestione del cambiamento culturale che ne deriva e che è necessario per affrontare, in generale, tutte le sfide future.

    Anche perché, non guardare all’IoT come elemento di crescita significa, per le organizzazioni, perdere quote di mercato; significa perdere efficienza operativa e la capacità di offrire prodotti e servizi all’avanguardia. Rischi che le aziende e le organizzazioni non possono, oggi, permettersi di correre.

    Ma per guardare all’IoT con fiducia è necessario sì un cambiamento culturale, ma che coinvolga l’azienda anche in termini di risorse interne. Parliamo quindi ci competenze che devono assolutamente essere considerate per affrontare le sfide del futuro. È quindi necessario scommettere su nuove competenze e nuove figure come il Data Scientist. La ricerca rileva che, in assenza di questa figura, le aziende sono ricorse a consulenti esterni, nel 15% dei casi, e all’automazione dei processi nel 13% dei casi.

    Vi invitiamo a scaricare gratuitamente questo interessantissimo ebook, per comprendere il fenomeno dell’IoT dal punto di vista delle aziende e di come questa tecnologia oggi stia cambiando le organizzazioni.

    E poi se volete, fateci sapere cosa ne pensate per estendere il dibattito su questo grande tema anche con la vostra opinione.

    impatto iot infografica SAS 2016

     

  • Italiani e Lavoro: merito e competenze, ma ancora poco smart

    Italiani e Lavoro: merito e competenze, ma ancora poco smart

    Adecco ha presentato i dati sulle assunzioni a tempo indeterminato nel 2015: 5 mila lavoratori assunti. E ha presentato anche i dati della ricerca “Gli italiani e il lavoro a tempo indeterminato, tra miti e desideri” dalla quale emerge che gli italiani apprezzano il lavoro a tempo indeterminato ma cercano occasioni per accrescere le competenze.

    In un mercato del lavoro orientato essenzialmente verso la creazione di posti di lavoro a contratti a tempo indeterminato, in Italia cominciano ad affacciarsi, seppur timidamente, concetti come smart working e freelance. La persona che cerca lavoro in Italia oggi guarda sicuramente a come migliorare le proprie competenze andando alla ricerca di un posto che glielo permetta. E quando si chiede “come ti vedi fra 5 anni?” 3 su 4 (il 74% dei lavoratori) di vede come lavoratore dipendente e solo il 22% risponde che svolgerebbe una professione autonoma.

    Questo per introdurre all’indagine che ha presentato Adecco, oggi azienda leader nel settore, a Milano presso la Villa Necchi, annunciando anche che nel 2015 sono stati assunti 5 mila lavoratori a tempo indeterminato. Un risultato che è stato possibile, come ha affermato Andrea Malacrida, CEO Adecco Italia, grazie alla diversificazione dei servizi e sicuramente all’introduzione del Jobs Act. Di conseguenza, Adecco è il primo datore di lavoro in Italia.

    adecco lavoro

    I dati di Adecco nel 2015, assunti 5 mila lavoratori

    Dai dati in possesso di Adecco, elaborati dall’Università Cattolica di Milano, i nuovi contratti attivi sono stai 4.606 e il settore più presente da questo punto di vista è quello Industrial (Metalmeccanico, Commercio, Chimico, Occhialeria) con il 61,7% dei contratti; segue poi il settore Impiegatizio, 9,2%; Vendite e Marketing 7,7%; IT 4,7%. Il 66,9% degli assunti a tempo indeterminato da Adecco sono uomini, solo il 33,1% le donne. Il 29% delle aziende che assumono a contratti indeterminati hanno dimensioni comprese tra i 251-1000 dipendenti; 51-250 dipendenti sono il 25,3%; 0-50 dipendenti sono il 21%. Il 44,7% dei lavoratori è diplomato, il 22,8% possiede invece una laurea. Per quanto riguarda l’età dei lavoratori, il 30,7% ha un’età tra i 30-39 anni, mentre un quarto dei lavoratori assunti ha 25-29 anni. Il 93,7% dei contratti prevede una tipologia di lavoro full-time, solo il 6,3% è part-time. Il 50% dei contratti è localizzato nel Nord Ovest del paese; Nord Est il 25%; al Sud solo il 5,4%.

    L’occasione della presentazione di questi dati importanti, che ci danno il polso della situazione del mercato del lavoro oggi in Italia, è stata anche quella di presentare i dati di un’interessante indagine che Adecco ha commissionato a Community Media Research dal titolo “Gli italiani e il lavoro a tempo indeterminato, tra miti e desideri“, utile per capire come gli italiani ri relazionano con il “posto fisso” e quali sono gli strumenti che oggi adottano per trovare lavoro.

    Il 42% vede il lavoro a tempo indeterminato come una tutela, il 19% come una costrizione

    Dalla ricerca emerge che il 65% degli intervistati dichiara che negli ultimi anni è rimasta uguale la possibilità di crescita professionale, il 23,3% dichiara invece che è migliorata. Il 39% dichiara che è peggiorata la loro condizione dal punto di vista dello stress mentale e psicologico. Per il 71,6% è rimasta uguale la stabilità del proprio posto di lavoro, il 18,8% dichiara che è migliorata.

    E’ interessante notare che, in relazione al significato attributo al contratto a tempo indeterminato, il 42% lo vede come una forma di tutela utile per formare delle prospettive future e lo affermato i lavoratori 25-44 per lo più al Centro Sud, mentre il 19% lo vede come una forma di costrizione, lo considerano così i lavoratori 25- 34 anni del Nord Est e del Centro.

    Il 75% ritiene che il contratto a tempo indeterminato consenta di fare progetti per il futuro, mentre il 53% risponde che oggi è una sicurezza illusoria.

    Per quanto riguarda le affermazioni su Lavoro, da evidenziare che il 57,6% dichiara che chi si mette in proprio ha più possibilità di valorizzare le proprie capacità. Un’affermazione importante che poi, purtroppo, e lo vediamo anche con questi dati, non trova applicazione pratica. La libera professione infatti è scelta, in un’ottica da qui a 5 anni solo dal 22% degli intervistati. Infatti il 74,7% risponde da qui a 5 anni vorrebbe svolgere un’attività da dipendente, il 59,6% vorrebbe avere più tempo libero e il 40,4% vorrebbe guadagnare di più.

    Sempre dalla ricerca emerge che al momento l’89,5% degli intervistati non sta cercando una migliore situazione di lavoro; solo il 3,4% risponde di sì attivamente. E come lo fanno? Il 28,7% lo fa mandando CV alle aziende, il 25,2% grazie al passaparola, il 18,5% affidandosi alle banche dati di CV online.

    Noterete che solo il 2,9% lo fa attraverso i social network, un dato molto al di sotto delle aspettative, anche se per qualcuno non è una sorpresa. Solo per fare un veloce raffronto, una ricerca di Pew Research negli Usa rilevava che il 35% degli americani usa i social media per cercare un nuovo lavoro, il 43% dei 18-29 anni. Il 21% ha fatto domanda attraverso i social media, il 29% dei 18-29 anni e il 23% dei 30-49 anni.

    Ritornando alla ricerca di Adecco, il 59% ritiene che lo Smart Working (la possibilità di lavorare da casa con tutti i vantaggi che esso comporta) sia impossibile per il lavoro che sta svolgendo oggi. Il 15,3% lo rifiuterebbe e solo il 19,2% lo accetterebbe. Tra quelli che lo rifiutano, il 67,3% dichiara che non vuole lavorare da casa; il 9,1% lo rifiuta addirittura perchè lavorerebbe di più. Tra quelli che lo accetterebbero, il 74,2% (quindi 3 su 4) lo farebbe per conciliare meglio lavoro e famiglia.

    Questi dati ci dicono che gli italiani in verità apprezzano ancora il contratto a tempo indeterminato anche se vogliono vengano valorizzate le competenze e il merito. Certo, siamo ancora lontani da una situazione che comprenda nuove forme occupazionali capaci di creare nuove opportunità e nuove condizioni di lavoro. E’ necessario che da qui a breve chi di competenza si renda conto che, di fianco alla realtà attuale, esistono anche situazioni che stanno emergendo che permetterebbero ai lavoratori nuove opportunità. Manca ancora al conoscenza adeguata, la coscienza soprattutto, e la necessità ci creare misure e garanzia per attuarle.

    Infografica Adecco Gli-italiani-e-il-tempo-indeterminato-tra-miti-e-desideri

  • Vino e digitale 2016: meglio sui social e ancora poco mobile

    Vino e digitale 2016: meglio sui social e ancora poco mobile

    Sta per iniziare la 50° edizione di Vinitaly e allora vediamo, con l’interessante analisi e infografica di AQuest, come le aziende del settore del vino oggi usano il web per comunicare. Su 37 aziende vinicole analizzate solo il 43% ha un sito responsive e il 59,5% è attivo sui social media.

    Da domani prende il via a Verona la 50° edizione di Vinitaly, una delle più importanti manifestazioni al mondo dedicate al vino. E proprio in occasione di questo grande evento, torniamo al nostro interesse nel verificare come le aziende del vino usano il web per comunicare. Già in passato abbiamo analizzato questo settore verificando una certa crescita nell’uso del web e dei social media, anche se resta ancora da fare molto. E lo vediamo anche con questa bella analisi, con relativa infografica di AQuest, una delle più importanti agenzie digital creative in Italia, che ci offre ancora una volta l’occasione di indagare il settore.

    vino digitale social media

    Le aziende produttrici di vino stanno cominciando a comprendere meglio che nell’usare il web e i social media non ci si limita solo a raccontare una storia, ma serve raccontare e trasmettere, soprattutto, l’esperienza che sta intorno al mondo del vino. E farla vivere questa esperienza agli utenti e consumatori che oggi sono sicuramente più esigenti di un tempo. L’analisi di AQuest ci restituisce un quadro in cui le aziende, almeno le principali aziende del settore del vino in Italia, stanno andando in questa direzione. Anche se resta ancora da fare molto. Guardiamo insieme allora qualche dato rimandandovi comunque all’infografica in basso al post.

    L’analisi di AQuest si sviluppa prendendo in esame 37 tra le principali aziende del settore del vino indagando la presenza online di queste aziende quindi: sito web e social media.

    Aziende produttrici di vino e sito web

    Ad oggi il 43% delle aziende produttrici di vino ha un sito mobile friendly, l’8% ha un sito mobile, ma quasi la metà, il 49%, ha ancora un sito mobile unfriendly quindi non ottimizzato per la navigazione web dai dispositivi mobili. Il 51%, quindi la maggioranza, dei siti analizzati presenta un livello di velocità di caricamento delle pagine ottimale; il 27% presenta un livello di velocità media; mentre il 22% presenta ancora dei problemi da questo punto di vista (14% lento; 8% molto lento). Interessante l’analisi anche dal punto di vista della SEO: solo il 30% ha un sito SEO friendly. Il il 27% presenta un sito con un livello SEO avanzato, un altro 27% ha un livello SEO base, mentre il 16% presenta un livello minimo o nessun livello SEO. Altro dato che l’analisi evidenzia è che quasi la metà dei siti presi in esame ottiene meno di 500 backlinks.

    Come le aziende del vino usano i Social Media

    Passiamo adesso a vedere come le aziende italiane del settore del vino usano i Social Media.

    Ebbene dall’analisi di AQuest risulta che il 59,5% delle aziende del settore sono attive sui Social Media, quindi di potrebbe dire che il risultato potrebbe essere interpretato in maniera positiva, infatti si parla della maggioranza delle aziende analizzate. Ma questo stesso dato può essere anche interpretato in maniera non troppo positiva se viene messo in relazione con il fatto che ancora il 40,5% non sfrutta le potenzialità dei Social Media per comunicare e, come si diceva prima, per trasmettere l’esperienza. E forse vale in questo caso ricordare, come avevamo visto in un’altra analisi, che è vero che migliora l’utilizzo di questi strumenti da parte delle aziende del vino, ma è ancora un utilizzo che punta alla quantità piuttosto che alla qualità. Non serve produrre contenuti e informazioni in serie se da questi stessi contenuti non si trasmette l’esperienza del vino, del proprio modo di intendere e raccontare il vino, e se non si costruiscono Relazioni.

    L’analisi evidenzia anche che queste aziende stanno cominciando ad usare la modalità video come strumento di promozione rilevando che in media un contenuto video viene visualizzato 728 volte.

    Infine, l’analisi ci offre anche alcuni dati relativi ai brand più seguiti e più attivi sui social media. Tra i più seguiti vediamo Frescobaldi, Ca’ del Bosco e Mionetto; mentre tra i brand del vino più attivi vediamo Zonin, Frescobaldi e Masi Agricola.

    Allora, che ne pensate di questi dati? Raccontateci la vostra opinione e anche la vostra esperienza.

    Infografica Vino digitale AQuest

  • Donne e Tecnologia, la loro presenza cresce del 238%

    Donne e Tecnologia, la loro presenza cresce del 238%

    Donne e Tecnologia, se ne discute molto anche perchè, di solito, quando si pensa alla tecnologia quasi sempre vengono in mente nomi al maschile. Ma questa indagine di Coupofy.com rivela un’altra realtà, e cioè che la presenza delle donne nel mondo della tecnologia cresce del 238% più veloce rispetto a quella degli uomini.

    Donne e Tecnologia, un tema su cui si discute spesso, per via della prevalente presenza maschile ai vertici delle più grandi aziende del settore. Non è un caso che quando ci si riferisce alla tecnologia allora vengono in mente nomi come Mark Zuckerberg o Steve Jobs, quasi mai una donna. Eppure sono già tante le donne che guidano aziende e settori importanti in colossi tecnologici. Ma evidentemente è ancora poco.

    donne-e-tecnologia

    Ma oggi proviamo a vedere, grazie all’aiuto di questa recente indagine fatta da Coupofy.com, e con l’infografica che trovate in basso, quale sia la situazione attuale. Ebbene, dalla ricerca, prendendo in considerazione le 8 aziende più importanti del settore, si evince che la presenza delle donne all’interno del mondo della tecnologia cresce del 238% più veloce rispetto a quella degli uomini. E sono sempre di più le donne che sono alla guida di aziende di successo.

    E questa tendenza la si evince anche dal numero delle startup che vengono mano a mano fondate. Ed è del 20% la media delle startup guidate da donne a livello globale. I livelli più alti, analizzando il dato anche dal punto di vista geografico, si riscontrano Chicago con il 30% a Boston con il 29%, un esempio a livello mondiale. Ma livelli alti si riscontrano anche nella Silicon Valley con una percentuale del 24%; Montreal e Los Angeles con il 22%. In Europa di rileva Parigi con il 21% e Londra con il 18%. E guardando il dato in generale, le startup fondate da donne sono passate dal 9,5% del 2009 al 18 del 2014, quasi il doppio in cinque anni.

    Come sappiamo sono già diverse le donne che guidano grandi aziende tecnologiche. Basti ricordare Marissa Mayer, CEO di Yahoo (tra l’altro la più giovane CEO ad entrare nella Fortune 500 a 37 anni); Meg Whitman, CEO di HP; Ginny Rometty, CEO di IBM; Susan Wojcicki, CEO di YouTube; e poi anche Sheryl Sandberg, COO di Facebook. Queste le 5 donne più potenti del settore ad oggi.

    Ma crescono anche le donne con ruoli di CIO (Chief Information Officer) e attualmente le troviamo in aziende come Ford, Walmart, AT&T.

    Ma ci sono anche altri dati utili a sapersi proprio perchè non se ne parla moltissimo. E nella ricerca infatti figurano donne come Stephanie Hannon, attuale CTO per la campagna presidenziale di Hillary Clinton, la prima donna ad occuparsi di campagne di questo tipo dal punto di vista digitale.

    I dati che potete vedere comunque nell’infografica sono tanti e rilevanti. Si segnalano anche le motivazioni per cui le donne non restano a lungo nel settore della tecnologia. Il 30% lascia per via di salari bassi, il 27% perchè hanno poco tempo da dedicare alla famiglia (altro tema molto discusso), il 22% perchè alla lunga preferisce fare altro, il 17% per via del cattivo ambiente in azienda, quindi per problemi con i colleghi o con il capo. E dove proseguono poi la loro carriera? Il 24% cambia settore, il 22% ritorna nella veste di libero professionista, il 20% si prende un po’ di tempo lasciando il lavoro e il 10% entra in una startup.

    Insomma, ci saranno sempre più donne nel mondo della tecnologia. Anche se questi dati possono sembrare poco rilevanti, si tratta comunque di grossi passi in avanti che fanno ben sperare.

    Allora, che ne pensate di questi dati?

    donne-tecnologia-infografica

     

     

     

  • I 5 anni di Instagram in un’Infografica GIF

    I 5 anni di Instagram in un’Infografica GIF

    Da pochi giorni Instagram ha compiuto 5 anni, è stata fondata infatti il 6 ottobre del 2010, un grande traguardo per l’app di photo sharing acquistata da Facebook nel 2012. E ripercorriamo le tappe e qualche dato con questa infografica in GIF. E, sempre in questi giorni, Instagram fa sapere quali sono i 5 account più seguiti al mondo: la prima è Taylor Swift.

    Da qualche giorno Instagram ha compiuto 5 anni, l’app di photo sharing che nel 2012 è diventata di proprietà di Facebook, è stata fondata precisamente il 6 ottobre del 2010 da Kevin Systrom e Mike Krieger. E per celebrare l’evento l’agenzia creativa irlandese One Productions ha realizzato questa infografica interamente in GIF, altrimenti denominata GIFographic. E scopriamo che ad oggi, in questi ultimi 5 anni appunto, le foto condivise su Instagram sono state ben 40 miliardi; ogni giorno ne vengono condivise ben 70 milioni. Il nome Instagram è in effetti la risultante di “Instant camera” e di “telegram“, un nome quindi che spiega al meglio il senso dell’app.

    instagram-5-anni-franzrusso.it-2015

    Come riportato nei giorni scorsi, Instagram ha da poco raggiunto un altro grande risultato, ossia il traguardo dei 400 milioni di utenti attivi al mese, arrivando a superare finanche Twitter, fermo appena sopra i 300 milioni di utenti. Un risultato che dimostra quanto sia usata l’app che continua a crescere in termini di utenti e di interesse da parte dei brand.

    Alcuni dati di questa speciale infografica sono noti, come appunto quelli relativi al fatto che il 70% degli utenti provenga da paesi al di fuori degli Usa e che il 53% degli utenti ha un’età compresa tra 18-29 anni. E come riporta anche l’infografica, in questi giorni scopriamo che i 5 account più seguiti al mondo sono 5 donne, quasi tutte appartenenti al mondo della musica. La più seguita è Taylor Swift con 49,9 milioni di followers, Taylor è anche la più seguita su Twitter. Al secondo posto si piazza Kim Kardashian con 48,3 milioni di followers; terza è Beyonce con 47,3 milioni di followers; quarta è Selena Gomez con 46,1 milioni di followers; e, infine, quinta è Ariana Grande con 44,8 milioni di followers. In effetti tutte superano i 40 milioni di followers e Taylor Swift è ormai vicina al traguardo dei 50 milioni. Tanto per fare un veloce paragone, Barack Obama ne ha “soli” 4,7 milioni.

    L’infografica ci indica anche che il post che ha ricevuto il più alto numero di like è quello della modella Kendall Jenner, la cui foto ha ricevuto 2,5 milioni di like in 5 settimane.

    Dal lato dei brand invece i post dei brand più seguiti hanno una media di 216 commenti e che Instagram comporta un livello di engagement per utente 58 volte quello realizzato su Facebook e ben 12o quello realizzato con Twitter. Inoltre, il messaggio più funzionale è quello di 138 caratteri, hashtag incluso, quindi meno di un tweet per intenderci. E che aggiungendo la location riferita al contenuto il livello di engagement potenziale cresce del 79%.

    Sapete qual è stato il primo post su Instagram? Eccolo riportato nell’infografica, era la foto di un golden retriever postato dal fondatore Kevin Systrom. E poi sono elencate tutte le funzionalità introdotte in questi anni, inclusa l’ultima che riguarda il formato rettangolare delle immagini.

    Insomma, c’è tutto quello che riguarda i 5 anni di Instagram appena trascorsi, in attesa di vedere le sorprese dei prossimi 5 anni.

    infografica-5-anni-Instagram-GIF

  • Cosa succede in 1 minuto sul web e Social Media, nel 2015

    Cosa succede in 1 minuto sul web e Social Media, nel 2015

    Cosa succede in un minuto sul Web e sui Social Media nel 2015? A vedere questi dati è proprio il caso di dire che i dati non dormono mai. Negli ultimi due anni la popolazione mondiale online è cresciuta del 20% e sempre negli ultimi due anni si sono emerse nuove realtà come Vine e Uber. Ma guardiamo tutti i dati in questa infografica.

    L’ultima volta che ne siamo occupati era proprio il 2013, ma vedere cosa succede online in 1 minuto, sul Web e sui Social Media in particolare, è sempre molto interessante. E’ proprio dalla verifica di questi dati che si ha la reale dimensione di quanti dati condividiamo in rete in soli 60 secondi, verificando inoltre che i dati, in effetti, non dormono mai. La ricerca di cui vi parliamo oggi è la terza edizione di una raccolta di dati iniziata da Domo, una software house americana, nel 2012 e questa edizione del 2015 è proprio la più ricca, mettendo in risalto altri servizi come Vine o Uber che contribuiscono ormai alla produzione quotidiana di dati.

    minuto-social-media

    Un dato che va assolutamente sottolineato è che in due anni la popolazione online è cresciuta del 20% e oggi le persone online sono 3,2 miliardi, erano 2,4 nel 2013. Cresce dunque la popolazione online e aumenta la quantità di dati che ogni giorno condividiamo. E sono proprio quei dati che in un certo qual modo delineano, in maniera abbastanza chiara, tutto ciò che facciamo online, evidenziano quella che è la nostra identità digitale. Ovvio che di fronte ad una mole di dati di queste dimensioni è necessario affrontare una riflessione più approfondita, anche perchè con il passare del tempo e con il nascere di nuovi servizi, i dati continuano a crescere a dismisura.

    Ma vediamo insieme qualche dato che tra l’altro potete vedere anche nell’infografica in basso.

    Allora:

    • su Facebook, il più grande social network della rete, ogni minuto i “like” sono 4 milioni e 166 mila, nel 2013 erano 1,8 milioni;
    • su Twitter oggi, ogni 60 secondi, i tweet sono 347.222, nel 2013 erano 278 mila;
    • su YouTube ogni minuto vengono caricate 300 ore di nuovi video, nel 2013 erano 72 ore;
    • su Instagram gli utenti mettono “like”, ogni minuto, a 1 milione e 736 mila foto;
    • su Pinterest gli utenti pinnano 9.722 immagini al minuto, nel 2013 erano 3.472.

    Questi un po’ i dati dei social network che conosciamo meglio e che hanno fatto registrare negli ultimi due anno numeri eccezionali. Ma come dicevamo all’inizio, accanto a questi negli ultimi anni sono sorti e si sono affermati nuovi servizi. ad esempio in questa edizione compare Vine sul quale ogni minuto vengono visualizzati oltre 1 milione di video. Interessante anche il dato che riguarda Uber, ogni minuto sono 694 i passeggeri che utilizzano il servizio. E su Netflix ogni minuto sono oltre 77 mila le ore di video streaming visualizzate dagli utenti, servizio che tra l’altro sta per approdare anche nel nostro paese.

    I dati dunque continuano a crescere senza sosta. E voi che ne pensate? Qual è la vostra opinione?

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