Categoria: Security & Privacy

Tutte le news che riguardano la sicurezza e la privacy, nell’era del Web 2.0 e dei Social Media

  • FakesApp, la falla di WhatsApp che permetterebbe di manipolare i messaggi

    FakesApp, la falla di WhatsApp che permetterebbe di manipolare i messaggi

    Check Point Software Technologies ha scoperto una nuova falla di WhatsApp, denominata FakesApp, che permetterebbe a un criminale informatico di intercettare e manipolare i messaggi inviati all’interno dei gruppi di discussione o delle chat private. Potrebbe diventare un potente strumento per diffondere fake news.

    Se già Skygofree, il malware che permetterebbe la lettura dei messaggi inviati su WhatsApp, ci aveva spaventato, allora quello di cui stiamo per parlarvi potrebbe allarmarvi ancora di più. Ed è meglio che sia così, nel senso di non dare sempre tutto per scontato, un modo che rischia sempre di far abbassare la nostra attenzione esponendoci a grossi rischi, come quello che stiamo per descrivere.

    I messaggi di WhatsApp potrebbero essere manipolati, in modo da cambiare radicalmente il messaggio stesso, inviando informazioni false. Questo potrebbe essere davvero un rischio concreto ed è grazie alla scoperta di Check Point Software Technologies se adesso ne siamo a conoscenza. Check Point Software, uno dei principali fornitori mondiali di soluzioni di cybersecurity, ha scoperto una nuova falla di WhatsApp, denominata FakesApp, che permetterebbe a un criminale informatico di intercettare e manipolare i messaggi inviati all’interno dei gruppi di discussione o delle chat private. Gli hacker potrebbero sfruttare questa vulnerabilità non solo dirottando la conversazione a loro vantaggio, ma anche creando e diffondendo fake news, assumendo così un potere immenso.

    fakesapp falla whatsapp fake news

    Questa vulnerabilità potrebbe causare tre possibili azioni criminali:

    1. sostituire la vera risposta di un utente con un’altra puramente inventata;
    2. citare un messaggio mentre si risponde in un gruppo così da farlo apparire come se provenisse da una persona che non fa nemmeno parte del gruppo;
    3. inviare un messaggio a un membro di un gruppo, sotto forma di un messaggio di gruppo, ma che di fatto viene inviato solo a un destinatario. Il messaggio di risposta arriverà, invece, all’intero gruppo.

    Vi invitiamo a visualizzare questo video demo diffuso da Check Point Softwareche spiega bene cosa potrebbe succedere.

    Nel primo caso, il malintenzionato manipola il testo di una risposta così da fornire una risposta che potrebbe essere di grande beneficio per lui.

    Nel secondo caso, i criminali informatici potrebbero diffondere informazioni errate su un determinato prodotto e causare così gravi danni anche d’immagine a un’azienda.

    Nel terzo caso, invece, gli hacker potrebbero trarre in inganno le persone che potrebbero svelare segreti a loro insaputa.

    Attualmente, WhatsApp conta più di 1,5 miliardi di utenti, oltre un miliardo di gruppi e 65 miliardi di messaggi inviati ogni giorno. Inoltre, l’app di messaggistica, di proprietà di Facebook, prevede di aggiungere funzionalità business per supportare le aziende nella vendita dei loro prodotti e nella gestione del servizio di customer care attraverso l’app.  È facilmente intuibile come una falla di questo tipo, se sfruttata, potrebbe causare danni a un’azienda dal valore non quantificabile. Un ulteriore esempio di diffusione di fake news.

    Senza dimenticare come proprio l’app di instant messagging più usata, anche in Italia, sia quasi ogni giorno al centro della cronaca per via della diffusione, attraverso l’app, di messaggi fraudolenti. In Brasile, per esempio, sono state diffuse su WhatsApp indiscrezioni che sottolineavano quanto fosse rischioso un vaccino contro la febbre gialla – la verità era che quello stesso vaccino avrebbe potuto fermare un’epidemia che ha infettato 1.500 persone e ne ha uccise quasi 500, nel 2016.

    WhatsApp, inoltre, assume un ruolo sempre più centrale in periodo di elezioni, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. All’inizio di quest’anno, in India, WhatsApp è stato utilizzato per inviare messaggi, alcuni dei quali erano completamente falsi.

    Tramite le tecniche di social engineering, l’hacker riesce a importunare l’utente inducendolo a compiere azioni di cui poi si pentirà. Grazie alla possibilità di manipolare le risposte, inventare dichiarazioni o inviare messaggi privati sotto forma di messaggi di gruppo, i criminali hanno maggiori possibilità di successo e un’altra arma da utilizzare.

    È bene quindi applicare sempre le regole del buon senso, incluso quella di non credere a notizie che appaiono da subito abbastanza insolite e quella di controllare i fatti, verificando che la storia che si legge sui social sia presente anche nel web.

    Questo tipo di manipolazione non è altro che un nuovo potente mezzo per la diffusione di informazioni false e fake news. Al momento questo sembra trattarsi sono di una scoperta ad alto valore tecnico che non ha riscontri concreti. WhatsApp ha infatti fatto sapere che nessun episodio è riconducibile a FakesApp. Ma potrebbe davvero esserlo.

  • La Privacy nell’era dei Social Media: i nostri Dati come moneta di scambio

    La Privacy nell’era dei Social Media: i nostri Dati come moneta di scambio

    Cosa ci insegna la vicenda di Cambridge Analytica in relazione alla nostra Privacy? E’ questa la domanda che riecheggia ormai da qualche giorno e la risposta sembra essere la solita, “se il servizio è gratuito, allora il prodotto sei tu”. Vero, ma fino ad certo punto, nel senso che questa vicenda ci dice che ormai i nostri Dati sono moneta di scambio.

    La vicenda di Cambridge Analytica, o scandalo se preferite, cosa ci ha insegnato? Questa è una bella domanda ed è quella che riecheggia ormai da qualche giorno. A quanto pare la risposta che sappiamo dare è la solita: “se il servizio è gratuito, allora il prodotto sei tu“. Una risposta che, alla luce della vicenda, potrebbe non essere più sufficiente a spiegare cosa sia successo e soprattutto, l’insegnamento che la vicenda stessa ci lascia. Per fare un veloce riassunto, ormai qualche settimana fa Facebook ha rivelato di essere a conoscenza dal 2015 del fatto che uno sviluppatore, Aleksandr Kogan, avesse condiviso dati di utenti della piattaforma con la società Cambridge Analytica. In totale violazione dell’accordo con Facebook e in totale violazione della privacy degli utenti. Le stime riportano che i dati sottratti riguardano quelli di 87 milioni milioni di persone, circa 240 mila anche di italiani.

    Lo scandalo nasce dal fatto che Facebook ammette di sapere da tre anni che una società era entrata in possesso dei dati di decine di milioni di utenti senza intervenire, anzi. Facebook dirà poi che si era limitata a fidarsi del fatto che la società avesse provveduto, come promesso, alla cancellazione dei dati sottratti. E neanche in questo caso Facebook ha effettuato un controllo. Qualcosa di inammissibile.

    social media privacy dati

    Ma fermiamoci un attimo a riflettere su come questi dati sono stati sottratti. Siamo partiti dalla risposta, alla nostra domanda iniziale, che il prodotto siamo noi, in quanto utilizziamo un servizio gratuito. Potrebbe essere che adesso questo concetto sia leggermente cambiato, nel senso che adesso i nostri dati sono diventati una vera e propria moneta di scambio. Abbiamo, nel corso del tempo, modificato il ragionamento. Perchè questa affermazione? Semplice, perchè una ricerca del 2016 aveva rilevato che il 20% degli utenti, tra i 18 e i 54 anni, sarebbe stato disposto a condividere più informazioni private se fossero pagati o se avesse ricevuto uno sconto su un servizio. E’ lecito pensare che ad oggi questa percentuale potrebbe essere addirittura più alta?

    La risposta potrebbe essere di sì. Ma torniamo allo scandalo Cambridge Analytica, sapete tutti che i dati delle decine di milioni di utenti sono stati ottenuti attraverso un’applicazione dal nome “This Is Your Digital Life”. Bene, in quel caso gli utenti che hanno partecipato al gioco che offriva l’app hanno ricevuto un compenso di 3/4 dollari. Ecco cosa intendevamo prima quando dicevamo che oggi i nostri dati sono moneta di scambio, e siamo addirittura capaci di scambiarli per pochi dollari.

    Questa ragionamento trova anche conferma nel fatto che i dati della prima trimestrale di Facebook dimostrano che da questa vicenda la società fondata e guidata da Mark Zuckerberg non ha subito alcuna conseguenza, anzi! I profitti in tre mesi sono stati di 12 miliardi di dollari e gli utenti sono cresciuti, soprattutto a livello giornaliero: 2,2 miliardi di utenti globali e 1,44 miliardi quelli che usano Facebook ogni giorno. La vicenda non ha cambiato le nostre abitudini, nonostante il grande fenomeno del #deletefacebook. Forse, come ha detto ieri il CFO di Facebook, David Wehner, se dovesse registrarsi un calo degli utenti nei prossimi tre mesi, la causa non sarà da addebitare a Cambridge Analytica, ma alla GDPR.

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    Facebook non è l’unica piattaforma che possiede dei nostri dati. Basti pensare alle piattaforme e alle applicazioni che usiamo, a Google (che forse è quello che possiede molti più dati che ci riguardano). Abbiamo distribuito i nostri dati un po’ ovunque in maniera, più o meno consapevole. Anzi no, spesso in modo del tutto inconsapevole.

    Siamo adesso entrati in una fase in cui le aziende sono alla ricerca dei nostri dati, questo lo sappiamo. Sapere sempre più informazioni degli utenti permette loro di attivare attività di advertising sempre più mirate, con la possibilità di soddisfare i nostri bisogni e le nostre esigenze in modo sempre più accurato, e mirato, appunto.

    Ma il caso Cambridge Analytica, oltre ad affermarci il fatto che oggi i nostri dati sono moneta di scambio, ci insegna anche che dobbiamo essere sempre più consapevoli dei dati che condividiamo. Dobbiamo essere sempre più consapevoli di quello che facciamo. Consapevoli significa responsabili, dobbiamo essere informati su quelle che potrebbero essere le conseguenze di una determinata azione e chiederci se quella stessa azione possa essere per noi a “zero rischi”. Chiediamoci anche se davvero i nostri dati oggi valgano 3 o 4 dollari. Davvero siamo disposti a cedere parte delle nostre informazioni per pochi euro/dollari? E quale sarebbe il valore aggiunto che ne otterremmo?

    Ecco, questa era solo una breve riflessione per prendere coscienza del fatto che da oggi dobbiamo avere bene a mente che i nostri dati sono la vera moneta di scambio e che in futuro potrebbero esserci altri casi Cambridge Analytica.

    In ultimo, sarebbe bene sempre leggere l’informativa della privacy dei servizi che utilizziamo, specialmente con gli aggiornamenti che molte aziende stanno apportando in vista dell’imminente GDPR. E’ vero la tecnologia e il digitale offrono tante opportunità, ma dedichiamo un momento (forse anche di più) nel valutare la convenienza nel condividere i nostri dati personali. E infine, fare attenzione alle app che scarichiamo, molte di esse non solo non servono ma non le aprirete più di 2 volte nel ciclo di vista del vostro smartphone.

  • AnonPlus attacca il sito del PD di Firenze: tra i dati trafugati anche quelli di Renzi

    AnonPlus attacca il sito del PD di Firenze: tra i dati trafugati anche quelli di Renzi

    AnonPlus, gruppo attivista affiliato ad Anonymous Italia, ha trafugato un database del Partito Democratico Italiano contenente informazioni personali sugli appartenenti al partito registrati a Firenze. Tra i dati, anche quelli di Matteo Renzi. FireEye, azienda americana specializzata in cybersecurity, ha scoperto che il furto dei dati è avvenuto domenica 4 febbraio 2018.

    AnonPlus, gruppo attivista affiliato ad Anonymous Italia, ha trafugato un database del Partito Democratico Italiano contenente informazioni personali sugli appartenenti al Partito registrati a Firenze. E’ quanto afferma una nota di FireEye, azienda americana specializzata in cybersecurity. Secondo le informazioni diffuse dall’azienda, il furto sarebbe avvenuto lo scorso 4 febbraio.

    anonplus

    Domenica 4 febbraio 2018, AnonPlus ha twittato che ha trafugato una lista completa di iscritti al Partito Democratico in Italia ed ha fornito un link per scaricarne i dati pubblicando, inoltre, uno screenshot che mostrava dati su Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio dei Ministri e attuale Segretario del Partito Democratico. La pubblicazione delle informazioni è andata avanti ieri e anche oggi.

    https://twitter.com/AnonPlus_Info/status/960280253892644864

    https://twitter.com/AnonPlus_Info/status/960534351133003776

    https://twitter.com/AnonPlus_Info/status/960587595674775552

    Il link fornito da AnonPlus punta ad un archivio .zip di 280 KB intitolato “iscritti_pd_pd_fi.zip”, ospitato su una sottopagina del dominio www.hotelfrontera[.]cl, il sito internet di un hotel in Cile.

    I dati trafugati sono costituiti da 2.652 file di informazioni personali tra cui nome e cognome, indirizzo e-mail, data di nascita, città di nascita e numero di telefono (linea fissa e cellulare). I ricercatori di FireEye hanno incrociato molti dei nomi e altre informazioni contenuti nei dati con i record pubblicamente disponibili. Non è possibile risalire a quando questi dati trafugati sono pubblicati precedentemente on-line,  piccola indicazione che si tratta di un documento autentico.

    Il 5 febbraio,e in parte ancora oggi, si è osservato che il sito del Partito Democratico di Firenze (www.partitodemocratico[.]fi.it) mostrava un messaggio di errore relativo alla banca dati SQL quando si provava ad accedere al sito; questa è una potenziale indicazione di un attacco di SQL injection. Adesso, accedendo al sito di visualizza una finestra di alert per “navigazione non sicura”. AnonPlus, motivato principalmente da un’ideologia anti-establishment, è risultato molto attivo negli ultimi mesi con una particolare attenzione ai siti web del Governo Italiano.

    Successivamente a questo, è stato violato anche il sito della provincia di Milano e sempre da Twitter sono state diffuse le informazioni.

  • Skygofree, il malware che scatta foto e legge i messaggi da WhatsApp

    Skygofree, il malware che scatta foto e legge i messaggi da WhatsApp

    Si chiama Skygofree ed è un malware scoperto dai ricercatori di Kaspersky Lab che colpisce i dispositivi Android dal 2014. Questo è un trojan in grado di rintracciare la posizione del dispositivo e attivare la registrazione audio. Non solo, questo virus è in grado di controllare Facebook Messenger, Skype, Viber e Whatsapp, di quest’ultima legge anche i messaggi.

    Ad aprile dello scorso anno avevamo pubblicato una ricerca secondo la quale il 92% degli italiani non crede di poter diventare vittima dei cyber criminali e il 46% non ci pensa neanche ad installare soluzioni di sicurezza sui propri dispositivi. Bene, dopo aver letto dell’ultimo virus (nel senso temporale del termine) forse qualcuno di loro cambierà opinione.

    Negli ultimi giorni i ricercatori di Kaspersky Lab hanno scoperto un nuovo malware, Skygofree, che, per ora, ha agito e colpito solo in Italia. Si tratta di un trojan diverso da quelli di cui si è parlato fino ad oggi, per il fatto che mostra pericolosità fino ad oggi mai viste prima su virus del genere.

    Come si rischia di essere colpiti da Skygofree

    Il malware si diffonde mediante siti falsi di compagnie telefoniche per dispositivi mobili: Skygofree si spaccia per un aggiornamento in grado di aumentare la velocità di Internet sul telefono. Se l’utente abbocca e scarica il trojan, appare una notifica in cui si avvisa che la configurazione delle impostazioni è in corso, nel frattempo il trojan si nasconde agli occhi dell’utente e richiede ulteriori istruzioni al command server.

    skygofree malware android

    Quali sono le funzioni che attiva Skygofree

    Il trojan si chiama Skygofree (il nome è dato da uno dei domini a cui è collegato) ed è attivo da 2014, questo rende l’idea della pericolosità di questo virus e di quanto ormai siano sempre più sofisticati. Attraverso Skygofree i cyber criminali sono in grado di rintracciare l’ubicazione di un dispositivo su cui è installato e attivare la registrazione audio quando il proprietario del dispositivo si trova in un determinato luogo. I ricercatori di Kaspersky Lab hanno scoperto anche che Skygofree riesce ad attivare la connessione attraverso la wi-fi, senza che l’utente se ne accorga, in questo modo i cyber criminali possono raccogliere tutti i dati di traffico dell’utente, dagli ultimi siti visitati fino ad accedere alle credenziali di accesso, password e numeri di carte di credito. Sembra tanto uno scenario da Black Mirror, ma questo è ancora niente.

    Skygofree è in grado di monitorare app come Facebook Messenger, Skype, Viber e Whatsapp. E a proposito di quest’ultima, il trojan è in grado di leggere anche i messaggi Whatsapp mediante i servizi di accessibilità. Come sapete, l’suo di servizi di accessibilità richiedono l’autorizzazione dell’utente, ebbene Skygofree nasconde questa autorizzazione. Il malware possiede anche funzionalità classiche, come intercettare chiamate, SMS, annotazioni sul calendario e altri dati dell’utente.

    Ecco, come se tutto questo fosse già abbastanza, in realtà non è proprio tutto. Skygofree può attivare segretamente la fotocamera frontale e scattare una foto dell’utente quando sblocca il dispositivo, immagini che i cybercriminali possono utilizzare nei modi più svariati.

    Come difendersi da Skygofree

    Al momento, come rilevato dai ricercatori di Kaspersky Lab, Skygofree ha già colpito e infettato diversi dispositivi tutti nel nostro paese, e non è escluso che possa colpire ancora altrove. Per difendersi da eventuali contagi da Skygofree le regole da seguire sono molto semplici, ma serve prima di tutto una forte dose di buon senso.

    Prima di tutto, il consiglio è sempre quello di scaricare applicazioni ufficiali, dal vostro dispositivo è sempre meglio disattivare la funzionalità che permette il download di app da qualsiasi fonte, anche quelle non ufficiali. Nel dubbio, sempre per il buon senso di prima, meglio non scaricare nulla e comunque è sempre meglio controllare eventuali errori di ortografia, un po’ come succede per le mail di phishing che riceviamo nelle nostre caselle. A questo punto, installate un software antivirus sul vostro dispositivo, ce ne sono di validissimi. Se fino a qualche anno fa sembrava impossibile, adesso è necessario.

  • I rischi di Cyber Attack tra le principali preoccupazioni del 2018 a livello globale

    I rischi di Cyber Attack tra le principali preoccupazioni del 2018 a livello globale

    Control Risks ha stilato una classifica dei principali rischi che potrebbero verificarsi nel 2018. Al secondo posto, dopo il rischio di una escalation in Corea del Nord, troviamo Cyber Attack, gli Attacchi Informatici che hanno caratterizzato buona parte del 2017.

    L’anno che è appena iniziato ci ha subito riportato ai grandi rischi informatici che corriamo. La scoperta della falla nei processori che riguarda tutti i dispositivi fissi e mobili, praticamente tutti quelli prodotti negli ultimi 20 anni, ci ha ricordato a quali rischi siamo esposti tutti. Stiamo parlando di Meltdown e Spectre. Rischi che solo un decennio fa erano molto limitati perchè limitata era la diffusione di questi dispositivi e limitato era l’uso di Internet. Ma oggi, nell’era dei social media, dell’intelligenza artificiale, dell’interne delle cose, siamo tutti costantemente connessi e, di conseguenza, aumentano in maniera esponenziale i rischi a cui siamo esposti.

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    Non sorprende, quindi, che i rischi di nuovi attacchi informatici costituiscano una delle maggiori preoccupazioni dell’anno che è appena iniziato. Infatti, Control Risks, società specializzata in consulenza sui rischi, ha da poco stilato i 5 principali rischi del 2018 e al secondo posto, dopo una eventuale escalation nella vicenda della Corea del Nord, troviamo proprio i Cyber Attacks, i rischi di Attacchi Informatici.

    rischio attacchi informatici 2018

    Nel 2017 abbiamo assistito a situazioni di attacchi molto gravi come WannaCry, nel maggio del 2017, il ransomware che infettò 150 paesi del mondo, prendendo di mira aziende, istituzioni, università (in Italia venne colpita l’università Bicocca). Il mese successivo fu la volta di NotPetya, un altro ransomware, una variante di Petya che fece la sua apparizione nel 2016, che si diffuse via mail facendo leva su sistemi non aggiornati. Ma il 2018 potrebbe essere ancora l’anno in cui fenomeni come questi potrebbero verificarsi, in maniera ancora più estesa e, soprattutto, in maniera sempre più sofisticata. Il tutto, facendo leva alla scarsa propensione a tenere aggiornati i sistemi, operativi e antivirus, con cui siamo in contatto ogni giorno. E’ questo il grande rischio che si corre.

    La questione dell’aggiornamento, patch per usare il termine informatico che lo definisce, non è secondaria, anzi. Un recente rapporto di SecurityScoreCard sulle prime 500 aziende Usa ha rivelato che è proprio la fase di aggiornamento quella su cui si concentra la maggior parte delle preoccupazioni. Il caso Equifax, una delle maggiori aziende di controllo del credito dei consumatori, del settembre scorso è nato proprio da un mancato aggiornamento, in quanto l’azienda era stata precedentemente attaccata e il mancato aggiornamento dei sistemi ha reso possibile il pesante attacco che ha avuto come conseguenza quello mettere a rischio i dati personali di 145 milioni di persone, poco meno della metà dell’intera popolazione degli Stati Uniti.

    Il dato preoccupante che viene fuori dal rapporto è che il 70% di queste aziende, top 500, ha mostrato poca attenzione agli aggiornamenti programmati. E ancora, nell’arco di 5 mesi, durante il 2017, sono state riscontrate più di 100 milioni di criticità. All’interno di queste aziende, quelle farmaceutiche, quelle finanziarie e quelle di costruzione hanno dimostrato di essere le peggiori.

    Ora, di fronte a questi dati sintetici, se è vero che l’80% degli attacchi informatici è dovuto proprio ai mancati aggiornamenti, c’è quindi da preoccuparsi, e molto, su quelli che potrebbero essere i rischi e su quello che potrebbe succedere nel 2018. Ecco perchè Contro Risks considera gli Attacchi Informatici come una delle principali preoccupazioni dell’anno appena iniziato.

    Inoltre, un recente studio di Eset evidenzia che a rischio, oltre alle grandi aziende, ci siano anche le aziende della pubblica amministrazione, teorizzando che un attacco massiccio a questa tipologia di aziende, metterebbe a rischio il funzionamento delle città. Gli attacchi la funzionamento delle infrastrutture, pensiamo alla reti elettriche, idriche, ad esempio, potrebbero causare enormi danni.

  • Twitter permette l’autenticazione a 2 fattori attraverso app di terze parti

    Twitter permette l’autenticazione a 2 fattori attraverso app di terze parti

    Twitter si sta sforzando di rendere la piattaforma un luogo sempre più sicuro. Per questo motivo, ha reso possibile l’autenticazione a 2 fattori anche attraverso app di terze parti, andando quindi oltre il servizio legato all’SMS che ora può essere disattivato.

    Twitter sta cercando di rendere la piattaforma a 280 caratteri (ah quanto era bello scrivere a “140 caratteri”, ma è un’altra storia) un luogo sempre più sicuro. Una strategia condivisibile proprio perchè la sicurezza è uno dei principali problemi riscontrati dagli utenti, allontanandoli sempre di più. Ebbene, da oggi è possibile l’autenticazione a 2 fattori anche attraverso app di terze parti. Che significa questo?

    Nel momento in cui fate login, inserendo il vostro user (o email) e la vostra password, notate che dopo qualche secondo ricevete un SMS in cui è scritto il codice che dovete digitare per accedere al vostro account. Ora, questa operazione è possibile farla anche con app di terze parti come, ad esempio Google Authenticator o Authy.

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    Se vi state chiedendo il perchè Twitter permetta questa operazione, allora la risposta è molto semplice. Come detto, Twitter vuole alzare il livello di sicurezza sulla piattaforma. i codici che vengono rilasciati attraverso l’SMS sono codici statici, ossia codici che possono essere intercettati da hacker, o da qualsiasi altra applicazione malevola, ed entrare quindi in possesso delle vostre credenziali.

    Facendo in vece il login attraverso l’autenticazione a 2 fattori con Google Authenticator i codici svaniscono dopo 30 secondi, questo rende quindi il processo di autenticazione molto più sicuro. Al momento le app di terze parti abilitate sono le già menzionate Google Authenticator e Authy, a cui si aggiungono anche Duo Mobile e 1Password.

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    Come fare per abilitare le app di terze pari per il processo di autenticazione a 2 fattori su Twitter

    Abilitare le app di terze parti per il processo di autenticazione di terze parti è molto semplice. Prima di tutto dovete accedere alle “Impostazioni e privacy” per poi accedere a “Account“, quindi “Metodi di verifica“. Noterete che adesso vi trovate selezionate la modalità SMS e in basso trovate “App per la sicurezza”. Potete modificare la modalità SMS, quindi anche disattivarla. Cliccando su “Riverifica” (da desktop, spuntando da mobile) nella sezione “App per la sicurezza”. Vi comparirà quindi un codice QR code da scansionare con l’app che avete scelto per gestire l’account. Una volta fatta la scansione, l’app vi rilascia il codice da inserire, da quel momento gestirete la sicurezza del vostro account attraverso un’app.

    A questo link trovate le informazioni da Twitter.

    Un processo semplice ma sicuro, e ricordate che resta sempre attivo la modalità si inserire il vostro numero di telefono per il recupero dei dati.

    Allora, provate e fateci sapere come è andata.

  • Cybersecurity: attenzione alle false email da Agenzia Entrate

    Cybersecurity: attenzione alle false email da Agenzia Entrate

    Da qualche giorno si moltiplicano gli appelli a fare attenzione a email che potrebbero giungere nella vostra casella di posta elettronica con mittente “Agenzia Entrate”. Secondo i ricercatori di Yoroi si tratta di messaggi fraudolenti che contengono un file Excel al cui interno si cela un malware trojan riconducibile alla famiglia ZeuS/Panda (botnet 2.5.6).

    Non è la prima volta che l’Agenzia delle Entrate viene presa di mira da cyber criminali per usarla come “esca” e ingannare gli utenti che si vedono recapitare nella propria casella di posta elettronica un messaggio di “avviso di pagamento“. Un classico esempio di “phishing“, truffa informatica che riprende in maniera generale le sembianze di un messaggio proveniente da una data azienda per confondere l’utente e farlo cadere nella trappola. Un fenomeno questo che nel corso degli anni si è sempre più intensificato riuscendo a riprodurre messaggi che spesso e volentieri riescono a far cadere nella trappola gli utenti. Pensate che, sulla base di dati recenti, il fenomeno è previsto in crescita del 10,8% entro il 2022, con un valore di mercato di 840 milioni di dollari di quest’anno fino a 1,4 miliardi di dollari del 2022.

    Nel caso specifico, dopo il recente comunicato da parte della stessa Agenzia delle Entrate che dichiara di non aver inviato messaggi con “avvisi di pagamento”, arriva l’allarme anche da parte di Yoroi, azienda italiana specializzata in cybersecurity, che mette in guardia sulla pericolosa campagna di attacco in atto.

    I messaggi intercettati dai ricercatori di Yoroi simulano ipotetiche comunicazioni relative ad avvisi di pagamento provenienti da “Agenzia Entrate” a cui è allegato un documento Excel in grado di infettare il PC vittima. I ricercatori hanno analizzato i campioni intercettati e hanno rilevato che la minaccia si riconduce alla famiglia ZeuS/Panda (botnet 2.5.6): analogamente a quanto accaduto recentemente nel caso della minaccia che fingeva di provenire da “Enel Energia”, la variante del trojan individuata ha la capacità di intercettare dati utente all’interno dei browser web in uso (Man-in-the-Browser), trafugare schermate e digitazioni durante le sessioni di lavoro, instaurare canali di comunicazione backdoor e permettere agli attaccanti accesso alla rete locale.

    agenzia entrate phishing

    L’e-mail si presenta con le seguenti caratteristiche:

    • Oggetto:
      “LET_FORMAT_ERROR“
      “avviso di pagamento”
    • Mittenti:
      Molteplici account di posta potenzialmente compromessi da domini @inwind.it , @tiscali.it , @hotmail.it , @aliceposta.it, @tim.it , @outlook.it , @libero.it, @legalmail.it , @fastwebnet.it
    • Allegati:
      “<4CIFRE>-F24.xls”   (ad esempio “5368-F24.xls”)

    La società consiglia a tutti, comprese le aziende che potrebbero ricevere questi messaggi, di monitorare potenziali rischi di sicurezza, mantenere signature e sandbox aggiornate e verificare periodicamente la sicurezza degli apparati di rete. Insomma, c’è da fare, come sempre del resto, molta attenzione.

  • Ccleaner, violato il software della Avast che ripulisce il pc

    Ccleaner, violato il software della Avast che ripulisce il pc

    Ccleaner, il popolare software usato spesso per ripulire il proprio pc, è stato violato da alcuni hackers. I pirati informatici hanno nascosto un malware all’interno del software facendo in modo che questo possa poi infettare tutti i pc che usano il software. Si parla di circa 2,3 milioni di pc infettati.

    Un gruppo di hackers, di cui ancora non si conosce molto, è riuscito a violare Ccleaner, software molto popolare ed usato spesso per fare pulizia all’interno del proprio pc. Il gruppo di pirati informatici è riuscito a nascondere all’interno del software un malware capace di infettare i pc sui quali è presente il software. Si parla di numeri molto alti, dalle stime sembrerebbe che i pc infettati possano essere 2,3 milioni. Ccleaner è un software molto utilizzato di solito per ripulire il proprio pc, per eliminare spazio all’interno del proprio disco fisso. Una pratica che si è diffusa anche sui dispositivi mobili. A scoprire la violazione sono stati i ricercatori di Cisco Talos.

    ccleaner hacker

    Lo scorso mese di luglio la Piriform, la società che ha realizzato e prodotto il software fino ad allora, è stata acquisita dalla Avast, azienda molto conosciuta per il software anti-virus. In quell’occasione si disse che Ccleaner è usato da 130 milioni di persone, 15 milioni da mobile ed è stato scaricato oltre 2 miliardi di volte (novembre 2016).

    Le versione del software che risultano infette sono quelle aggiornate nel periodo di tempo che va dal 15 agosto al 12 settembre. Controllate subito la vostra versione, dunque, quella infetta è la 5.33 che al momento è stata rimossa e non è più disponibile per il download. I ricercatori di Cisco fanno però sapere che molti utenti sono ancora a rischio e rimarranno purtroppo in questa situazione anche dopo l’aggiornamento del loro software CCleaner.

    Una volta installato il malware, gli aggressori hanno potenzialmente accesso al computer dell’utente e ad altri sistemi connessi per rubare dati personali sensibili o credenziali che potrebbero essere utilizzate per l’online banking o altre attività online. In modo analogo al malware Nyetya diffuso a fine giugno, anche in questo caso gli aggressori hanno violato un software legittimo e affidabile, trasformandolo in un’applicazione dannosa.

    Quindi fate attenzione, controllare la versione del software e il vostro pc.

  • Ecco Qwant, il motore di ricerca che rispetta la privacy degli utenti

    Ecco Qwant, il motore di ricerca che rispetta la privacy degli utenti

    Qwant è il primo motore di ricerca europeo con l’obiettivo di difendere la privacy degli utenti attraverso tre principi fondamentali: difesa della privacy, no cookies, neutralità. Al Campus Party abbiamo incontrato Alberto Chalon, direttore generale di Qwant, che ci ha spiegato meglio come funziona e dove vuole arrivare questo nuovo motore di ricerca in questa intervista.

    Il settore del search engine, dei motori di ricerca, è ormai da qualche anno presidiato da un unico grande leader che è Google, motori di ricerca che nel corso degni anni è cresciuto fino a diventare una vera galassia, oggi di nome Alphabet. Se guardiamo il market share a livello globale, scopriamo che Google oggi detiene una quota del 92% (StatCounter); se poi guardiamo qualche dettaglio, vediamo che negli Usa la quota è dell’87%, in Italia è del 93,7%, in Uk è 89,3%, in Canada 90,6%, in India 94,3%. Insomma, il mercato è saldamente nelle mani di Google e piccole quote di mercato restano ad altri motori di ricerca come Bing, Yahoo! (oggi di proprietà di Verizon), Yandez ed altri.

    qwant motore ricerca privacy

    Ma nell’era dei social media, delle informazioni che girano a velocità sostenuta su più piattaforme, nell’era in cui la privacy è quanto mai il vero tema principale da tenere in considerazione, proprio in un contesto così esteso, in termini di spazi su cui condividere. Ebbene, da un po’ di tempo, in un settore così difficile a muovere un po’ le acque e, soprattutto, a fare della difesa della privacy il vero motivo di esistere, ci prova Qwant, motore di ricerca francese che viene lanciato nel 2013 e che oggi sta crescendo molto, con tre principi basilare: no cookies, rispetto per la privacy, neutralità. Certo non è il primo, ma forse l’idea di Qwant offre qualcosa di più. Dopo la Francia, la società fondata da Éric Leandri, è presente in Germania e, entro poche settimane, sarà presente anche in Italia.

    In occasione della prima edizione italiana del Campus Party, abbiamo avuto il piacere di incontrare Alberto Chalon, direttore generale di Qwant, che ci aiutato a conocsere e a capire meglio Qwant con questa intervista.

    Perchè nasce Qwant?

    Qwant nasce verso la fine del 2011, da un’idea di Éric Leandri, periodo che coincide nel momento in cui Google decide di non voler più essere solo un motore di ricerca ma di voler essere un ecosistema, e annuncia il lancio di Google Plus. In questo momento Leandri capisce che, per la prima volta, c’è un’opportunità di potersi proporre sul mercato europeo, unico mercato che presenta l’anomalia di avere un unico player ad oltre il 95% di quota di mercato, forza che non si manifesta allo stesso modo negli Usa; l’altra opportunità era quella di poter studiare come sfruttare la forza dei social network in modo da dare risposte contestualizzate, recuperando tutto ciò che è reso pubblico sui social media. In relazione proprio a questo, con l’intenzione di voler aprire Google Plus, la stessa Google non avrebbe avuto più modo di poter recuperare le conversazioni, pubbliche, da Twitter o Facebook, diventando quindi loro competitor. L’idea di Qwant, affinata nel corso delle varie fasi e dei brevetti depositata è quella di rilasciare informazioni contestualizzate dai social senza mai rivelare chi l’ha condivisa. Qwant oggi è un motore di ricerca che rispetta la privacy ed è perfettamente in linea con i principi delle norme europee sulla materia della privacy.

    alberto chalon qwant

    Che tipo di riflessioni avete fatto quando è stato creato Qwant? Avevate già chiara l’idea che questo dovesse essere il motore di ricerca in difesa delle privacy?

    Oggi ci troviamo in una situazione in cui la privacy è un valore enorme da difendere, specie in un momento in cui la tecnologia sta mettendo a dura prova la difesa stessa della privacy degli utenti, specialmente in Europa. Qwant vuole essere una vera alternativa per gli utenti europei proprio nel rispetto della privacy. L’idea che abbiamo noi è che nel momento in cui un utente effettua una ricerca in un certo qual modo si sta aprendo, è giusto quindi che si instauri un rapporto diretto che le informazioni non vengano condivise con tutti gli e-commerce del tuo paese, ad esempio. Quello che succede adesso è che se un utente effettua una ricerca, l’informazione viene condivisa con un editore e poi finisce che lo stesso di ritrova l’oggetto della ricerca un po’ ovunque. Non troviamo che tutto questo sia rispettoso e giusto.

    Qwant si presenta come il motore rispettoso della privacy, no cookies e neutralità. Ce ne puoi parlare meglio?

    Di privacy abbiamo già parlato. La neutralità è l’effetto causa della Privacy, perchè nel momento in cui non conosco chi tu sia devo dare dei risultati neutri. Ad una stessa richiesta, noi diamo gli stessi risultati. Nel momento in cui questi due valori sono rispettati, lo stesso trattamento dei dati viene fatto nel rispetto delle leggi europee. Per quanto riguarda i social media, siamo molto attenti a recuperare solo informazioni pubbliche. Ma dirò di più su questo, se un’informazione viene pubblicata e cancellata dopo dieci minuti, noi aggiorniamo i nostri server e quel risultato non verrà più fuori.

    principi qwant

    Come lavora Qwant e quindi come fate a proteggere la privacy degli utenti?

    Quando un utente arriva su Qwant e fa una ricerca, noi cancelliamo subito il suo indirizzo IP e il suo user ID Agent e assegniamo un numero univoco e irricostruibile. Da quel momento sappiamo che quello per noi è solo un numero, non sappiamo chi sia l’utente, di conseguenza non siamo in grado di fare alcuna associazione su quanto farà sul motore di ricerca. Per quanto riguarda l’indicizzazione, abbiamo una tecnologia proprietaria per cui in base ai nostri algoritmi siamo in grado di dare dei risultati assolutamente in linea con la concorrenza.

    Qual è, a questo punto, il business model di Qwant?

    Qwant fa pubblicità contestualizzata, siamo convinti che la pubblicità debba essere molto pertinente, e attinente, con la ricerca che si effettua e deve essere evidenziato che ci sia lo scopo pubblicitario. Sul fatto che il primo o il secondo risultato possano essere dei link sponsorizzato in effetti non vi è niente di male, ma su Qwant quella sponsorizzazione resta valida solo su quella ricerca contestualizzata. A differenza di quanto fanno gli altri motori di ricerca, Qwant non trasmette le informazioni a nessun altro (quindi, per fare un esempio concreto, uscendo da Qwant e andando su un altro sito dove sono presenti dei banner, non vi ritroverete la pubblicità che abbia ad oggetto la ricerca precedentemente effettuata, ndr). La seconda fonte di ricavi per Qwant è lo shopping, nel senso che, in relazione alla ricerca di un prodotto, offriamo una esperienza più ampia in una sezione dedicata dove l’utente può trovare altre informazioni, anche il prezzo, e poi decidere dove andare a comprare il prodotto. Si tratta quindi, come dicevo, di pubblicità contestualizzata che infatti aiuta l’utente, senza “perseguitare” l’utente su tutti i siti che si troverà a consultare da quel momento in avanti. E se l’utente dovesse usare Qwant per un mese noterà che i banner presenti sugli altri siti faranno girare solo annunci casuali, non in linea con quanto ricercato sul motore. Alle ricerche che gli utenti faranno su Qwant non vi sarà allegato alcun cookie.

    Quali sono gli ambiti su cui state lavorando maggiormente?

    In questo momento stiamo lavorando molto sul prodotto, qwant.com, migliorando i verticali che abbiamo a disposizione. E cioè: Junior (dedicato ai giovanissimi), Games (dedicato agli appassionati gamers) e Music (cercando artisti o gruppi Qwant rilascia sezioni complete con tante informazioni aggiornate e la possibilità di accedere direttamente a siti di streaming). Stiamo lavorando molto sulla mappa e sulla mail, molto richiesti dai nostri utenti. Crediamo che questi due strumenti daranno un grande slancio a Qwant che andranno a completare l’esperienza del motore di ricerca.. Per quanto riguarda la mappa, la tranciabilità nel tempo e dei percorsi che l’utente ha fatto nel corso di un dato periodo, garantendo la cancellazione delle informazioni sui percorsi entro un tempo molto breve. Per la mappa, ovviamente, dobbiamo comunque disporre di informazioni sulla geolocalizzazione dell’utente, ma solo nel tempo minimo indispensabile. Per quanto riguarda le mail, garantiremo il fatto che nessun potrà leggere quelle email, se non l’utente stesso. La pubblicità in questo caso non sarà contestuale, ma si baserà su categorie del sociale. Forse meno efficace, ma molto meno intrusiva. Per i tempi di realizzazione, prevediamo qualche mese.

    E poi, grazie ai capitali raccolti, 18,5 milioni di euro di aumento di capitale e 25 milioni di prestito dalla Banca Centrale Europea, faremo, oltre a sviluppare il prodotto e ad aumentare le tecnologie, anche degli investimenti in direzione del marketing cercando di far conoscere sempre di più in nostro marchio. Tra qualche settimana, dopo Francia e Germania, saremo presenti con una nostra sede anche in Italia. Il nostro obbiettivo dal 2020/2021 è quello di avere dal 5 al 10% di market share sul mercato europeo. E’ un progetto molto ambizioso ma ci crediamo molto con un prodotto valido.

    no cookie qwant

    E il ruolo dell’Italia in questo vostro progetto?

    Il Campus Party per noi è stata un’occasione di pre-lancio ufficiale, abbiamo voluto essere qui proprio per i giovani, siamo convinti che loro saranno il motore digitale dell’Italia di oggi e di domani. La qualità dei giovani che abbiamo incontrato in questi giorni è stata altissima, sia di quelli che hanno partecipato al nostro contest sia quelli che sono venuti a trovarci nel nostro stand, per capire e per condividere. Sono giovani molto evoluti, sensibili ai problemi e aperti a nuove alternative. A settembre ci sarà poi un lancio istituzionale, la sede italiana verrà aperta già nei primi giorni del mese, abbiamo un country manager che ci raggiungerà e si occuperà dello sviluppo commerciale in Italia. E faremo anche investimenti importanti in Italia sul marketing, sia sul digitale che sulla televisione. E ci auguriamo che gli italiani apprezzino la nostra idea e ci aiutino a crescere. Siamo aperti sempre a consigli, suggerimenti, critiche, richieste.

    Nell’intervista Alberto Chalon accennava al prestito di 25 milioni di euro da parte della BEI (Banca Europea di Investimenti), ma in Qwant ha investito anche Axel Springer, il grande gruppo editoriale tedesco, con 3,5 milioni di euro. Dalla Cassa Depositi e Prestiti francese sono arrivati invece 15 milioni di euro. Nel 2016 le richieste effettuale sul motore di ricerca sono state 2,6 miliardi, 32 milioni sono stati gli utenti unici e 26 le lingue con cui ci si è interfacciati sul motore di ricerca.

    Al momento Qwant è disponibile anche su mobile con una app dedicata. Il motore di ricerca si presenta davvero molto interessante, forse uno dei tentativi più interessanti in tema di rispetto della privacy a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Certo, come tutte le cose, ha bisogno di tempo e ha bisogno di crescere. Intanto, provatelo e fateci sapere cosa ne pensate.

  • Cybercrime: in Italia il fenomeno dei reati informatici è cresciuto del 51% in 5 anni

    Cybercrime: in Italia il fenomeno dei reati informatici è cresciuto del 51% in 5 anni

    In 5 anni il fenomeno del Cybercrime, reati informatici, in Italia è cresciuto del 51%. E’ quanto emerge da un’analisi condotta da DAS. In rapporto alla popolazione, il fenomeno è più diffuso in Liguria mentre la Puglia è la regione con la più bassa densità di reati di questo tipo.

    Una ricerca condotta da DAS, compagnia di Generali Italia specializzata nella tutela legale, evidenzia come il fenomeno del Cybercrime, i reati informatici, sia cresciuto in Italia, in 5 anni (dal 2010 al 2015), del 51%. La ricerca permette anche di conoscere quanto il fenomeno abbia colpito le nostre regioni. E quindi, la Liguria, con una denuncia all’autorità giudiziaria (per “truffe e frodi informatiche” e delitti “informatici”) ogni 246 abitanti, è la regione italiana con la più elevata frequenza di reati informatici, seguita da Molise (con 1 denuncia ogni 290 residenti) e Valle d’Aosta (1/294).

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    Tra le regioni dove la densità di reati informatici rispetto alla popolazione è superiore alla media nazionale ci sono anche Campania, con una denuncia ogni 328 residenti, Piemonte  (1/343), Friuli Venezia Giulia (1/349), Emilia-Romagna (1/358), Toscana (1/378) e Lazio (1/386).

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    Dall’analisi di DAS emerge anche che Puglia (1 denuncia all’autorità giudiziaria ogni 503 abitanti), Sicilia (1/496) e Basilicata (1/483) sono le regioni con la più bassa frequenza di reati informatici.

    La ricerca della compagnia ha rilevato che tra il 2010 e il 2015 il numero assoluto di reati informatici è cresciuto in modo rilevante in tutte le regioni. Il fenomeno del cybercrime è più che raddoppiato in Friuli Venezia Giulia (+133,8%), Umbria (+102,3%) e Liguria (+101,6%) ma percentuali elevate di crescita si sono registrate anche in Molise (+99,1%), Trentino Alto Adige (+90,2%) e in misura minore in Basilicata (+69,4%). Le regioni dove il fenomeno dei reati informatici sembra essere cresciuto meno negli ultimi 5 anni sono Campania (+17,1%), Valle d’Aosta (+19,5%) e Puglia (+34,5%).

    Allora, che ne pensate di questi dati?

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