Categoria: Social Media

In questa categoria trovate articoli che riportano dati e ricerche sul mondo dei Social Media. Dal numero di utenti connessi, al tempo trascorso su ciascun social network

  • Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Mark Zuckerberg ha testimoniato davanti alla giuria del caso KGM. Una testimonianza a tratti molto tesa dove, in sostanza, Zuckerberg in modo netto ha anche sottolineato il suo potere all’interno di Meta. Un caso che tocca anche l’UE.

    Il 18 febbraio 2026, Mark Zuckerberg si è seduto sul banco dei testimoni del Los Angeles Superior Court, davanti a una giuria per il caso KGM. Si tratta di un processo storico per le piattaforme digitali

    Non era la prima volta che il fondatore di Meta rispondeva di fronte a un’istituzione: nel 2018 aveva già affrontato il Congresso americano, e in quell’occasione aveva persino chiesto scusa alle famiglie colpite dai danni dei social.

    Ma era la prima volta che Mark Zuckerberg lo faceva sotto giuramento, davanti a dodici giurati chiamati a decidere se Instagram sia una piattaforma dannosa.

    Il caso, come già ricordato, vede coinvolta KGM contro le piattaforme digitali, nello specifico Meta e YouTube.

    La protagonista di questa vicenda è Kaley, una ventenne californiana identificata negli atti giudiziari con le sole iniziali per tutelarla. Kaley ha iniziato a usare YouTube a sei anni; a nove era già su Instagram; a undici, secondo i documenti del processo, il suo profilo era attivo quotidianamente. La sua storia fatta di dipendenza digitale, depressione, pensieri suicidari è diventata il cuore di una battaglia legale che va ben oltre la sua vicenda personale.

    Un processo che vale 1.600 cause

    Il caso KGM è quello che negli Stati Uniti si chiama un “bellwether trial”, un processo-campione. Il suo esito potrebbe influenzare l’andamento di oltre 1.600 cause simili, già consolidate e in attesa di sentenza, oltre a più di 2.300 procedimenti paralleli depositati da genitori, distretti scolastici e procuratori generali statali.

    TikTok e Snap hanno già patteggiato prima dell’inizio del dibattimento e, quindi, restano in piedi Meta e Google, che risponde per YouTube.

    La tesi dell’accusa è semplice nelle parole, quanto complessa nelle prove: le piattaforme non sono strumenti neutrali ma prodotti progettati intenzionalmente per agganciare gli utenti più giovani, sfruttando le loro vulnerabilità neurologiche.

    Un “casinò digitale”, secondo la definizione usata dall’avvocato dell’accusa Mark Lanier. La difesa risponde che la complessità della salute mentale adolescenziale non può essere ridotta all’uso di un’app.

    Per decenni Big Tech ha goduto della protezione offerta dalla Section 230 del Communications Decency Act del 1996, una norma che esclude le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    Ma in questa occasione l’accusa ha adottato un’altra strada: aggirare il 230 applicando le leggi sulla responsabilità del produttore. Non si contesta quello che gli utenti pubblicano, ma come la piattaforma è stata progettata. È la stessa logica che negli anni Novanta ha trascinato in tribunale le grandi case del tabacco, se possiamo avanzare questo esempio.

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM
    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Zuckerberg in aula: i documenti interni che scottano

    La testimonianza di Mark Zuckerberg è durata ore e ha riservato momenti di tensione evidente. L’avvocato Lanier ha costruito la sua strategia attorno ai documenti interni di Meta, portando in aula email e report che la società non avrebbe mai voluto vedere proiettati su uno schermo davanti a una giuria.

    Il primo elemento riguardava gli obiettivi di crescita.

    Lanier ha mostrato un’email del 2015 in cui Zuckerberg scriveva di voler aumentare del 12% in tre anni il tempo che gli utenti trascorrevano su Instagram. Il fondatore ha risposto di non ricordare se fosse un obiettivo ufficiale, aggiungendo che Meta cerca di creare servizi utili e che le persone continuano a usarli perché li trovano validi. Un’affermazione che, nel contesto del processo, è sembrata una risposta preparata per l’occasione.

    Più pesante il documento del 2020, che mostrava come gli undicenni avessero quattro volte più probabilità di tornare su Facebook rispetto agli utenti adulti. “Persone che si iscrivono a Facebook a undici anni?“, ha chiesto Lanier sarcasticamente. “Pensavo che non ne aveste.”

    Zuckerberg ha confermato che molti utenti mentono sull’età per accedere alla piattaforma, definendo la verifica “molto difficile”.

    Ma è il documento datato 2017 quello che ha lasciato meno margine di manovra al fondatore di Facebook poi diventata Meta.

    Un’email interna recitava testualmente: “Mark ha deciso che la priorità principale dell’azienda nel 2017 sono gli adolescenti“.

    Zuckerberg, incalzato, ha risposto che “il contesto suggerisce che sia corretto“, di fatto confermando il contenuto senza smentirlo. E un documento del 2018 riportava la frase: “Se vogliamo vincere in grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro da tweens“, cioè prima dei tredici anni, che è l’età minima prevista dalla stessa policy di Instagram.

    La strategia dei “tweens” e i filtri estetici

    Un altro capitolo della testimonianza nel caso KGM ha riguardato i filtri estetici di Instagram.

    Quando i propri esperti interni avevano segnalato che quei filtri, che modificano l’aspetto del viso, levigano la pelle, alterano i lineamenti, contribuivano a problemi di immagine corporea nelle ragazze giovani, Zuckerberg aveva deciso di non eliminarli.

    La sua spiegazione in aula, in sostanza, è stata: rimuoverli avrebbe significato fare una scelta paternalistica. “Abbiamo permesso alle persone di usarli se lo desideravano“, ha detto, “ma abbiamo smesso di raccomandarli attivamente“.

    Kaley usava spesso quei filtri. E la sua causa avanza la tesi che abbiano contribuito alla sua dismorfia corporea.

    Il momento più teatrale è arrivato quando Lanier ha fatto srotolare in aula, con l’aiuto di sei avvocati, un collage largo dieci metri con centinaia di selfie che Kaley aveva pubblicato su Instagram negli anni della sua dipendenza.

    L’avvocato ha chiesto a Zuckerberg di osservarli. Il suo account era mai stato monitorato per un uso così massiccio da parte di una bambina? Il CEO non ha risposto. Kaley ha assistito alla testimonianza dalla galleria del tribunale riservata al pubblico.

    Nel corso della deposizione, Zuckerberg è apparso visibilmente irritato. “Non è quello che sto dicendo“, “Stai fraintendendo le mie parole“, “Stai travisando quello che ho detto“, le sue risposte sono diventate più taglienti man mano che le ore passavano.

    Quando invece è toccato all’avvocato della difesa fare le domande, il tono si è fatto più disteso. Zuckerberg ha sostenuto che esiste un malinteso di fondo: più tempo trascorso sulla piattaforma non significa automaticamente più profitti, perché “se le persone non hanno una buona esperienza, perché continuerebbero a usarla?”.

    Zuckerberg e la conferma del suo potere su Meta

    Non sono mancati i momenti di tensione per Zuckerberg.

    Specie nel momento in cui gli avvocati hanno avanzato il dubbio che avesse mentito in una intervista al podcast di Joe Rogan, lo scorso anno, riguardo all’impossibilità che il CdA di Meta potesse mai licenziarlo.

    In quella occasione disse di non essere particolarmente preoccupato, ma di fronte agli avvocati ha risposto: “Se il consiglio volesse licenziarmi, potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi”.

    Un messaggio chiaro e limpido. In sostanza Zuckerberg in aula ha voluto sottolineare il suo totale controllo di Meta. La sua non è una figura paragonabile a qualsiasi altro CEO, quindi sostituibile. Con quella frase Zuckerberg ha voluto marcare il concetto che la sua leadership all’interno di Meta è blindata e che il board non è un potere avverso all’interno dell’azienda. Tutt’altro.

    Meta è strettamente legata alle sorti di Mark Zuckerberg ed è un tema che assume una certa rilevanza in questo periodo in cui si parla sempre più della diretta responsabilità dei proprietari delle piattaforme, specie in UE.

    Ecco perché questo processo interessa anche l’UE

    Il caso KGM non è solo una storia americana. In Italia, in Germania, in Francia, in Spagna e nel resto dell’UE, il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme nei confronti dei minori si è acceso in particolar modo nelle ultime settimane.

    Come abbiamo visto nei giorni scorsi, avanzano proposte di legge a difesa dei minori sulle piattaforme nei paesi UE e, in particolar modo, si fa strada il metodo Spagna che punta a mettere nel mirino proprio la responsabilità diretta dei proprietari delle piattaforme e dei senior manager.

    Una sentenza favorevole a Kaley potrebbe avere conseguenze anche oltre l’Atlantico, non tanto per effetto giuridico diretto ma per pressione politica e reputazionale.

    Sarebbe la conferma, dopo anni di dibattiti, che le piattaforme, e forse anche i proprietari, possono essere ritenute responsabili non solo per ciò che i loro utenti pubblicano, ma per il modo in cui sono state costruite per trattenerli.

    La giuria del Los Angeles Superior Court dovrà raggiungere un accordo con nove voti su dodici per emettere un verdetto. La sentenza è attesa entro fine marzo 2026.

    Nel frattempo, fuori dal palazzo di giustizia, genitori che hanno perso i loro figli a causa di dinamiche legate all’uso dei social media continuano ad attendere. Molti di loro tenevano in mano una foto dei propri figli che non ci sono più.

  • Il DPC irlandese indaga sulle immagini di deepfake pubblicate su X

    Il DPC irlandese indaga sulle immagini di deepfake pubblicate su X

    Il DPC irlandese avvia un’indagine su Grok per immagini sessualizzate non consensuali, ai sensi del GDPR. È il terzo fronte regolatorio UE contro X, che rischia sanzioni fino al 4% del fatturato globale.

    Il Data Protection Commission (DPC) irlandese ha notificato a X l’avvio di un’indagine formale su Grok, la IA integrata sulla piattaforma. L’oggetto dell’inchiesta è verificare se il trattamento dei dati personali da parte del chatbot di xAI viola il GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati.

    Ma il contesto è più ampio e riguarda ik problema che ho raccontato anche qui nelle scorse settimane. E riguarda la capacità di Grok di generare immagini sessualizzate di persone reali, soprattutto donne e minori.

    Graham Doyle, vice commissario del DPC, ha spiegato che l’autorità sta interagendo con X Internet Unlimited Company (XIUC), la società irlandese che gestisce le operazioni europee della piattaforma di Elon Musk, da quando sono emersi i primi report sulla possibilità di usare l’account @Grok su X per generare questo tipo di contenuti. E ora si passa dalle interlocuzioni informali a un’indagine strutturata.

    Perché l’Irlanda è al centro di tutto

    Il DPC irlandese è il regolatore principale per X in tutta l’Unione Europea, perché le operazioni europee dell’azienda hanno sede a Dublino. Questo significa che l’indagine irlandese ha valore per tutti i 27 stati membri dell’UE e per lo Spazio Economico Europeo.

    Le sanzioni potenziali posso arrivare fino al 4% del fatturato globale dell’azienda. Per un’azienda delle dimensioni di X, parliamo di cifre nell’ordine di centinaia di milioni di euro.

    Ma c’è un aspetto che rende questa indagine particolarmente rilevante. Il DPC ha avviato quella che definisce una “large-scale inquiry”, un’indagine su larga scala che esaminerà la conformità di X agli obblighi fondamentali del GDPR: i principi del trattamento dati; la liceità del trattamento; la protezione dei dati fin dalla progettazione e per impostazione predefinita; e l’obbligo di condurre una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati.

    Il DPC irlandese indaga sulle immagini di nudo pubblicate su X
    Il DPC irlandese indaga sulle immagini di nudo pubblicate su X

    Grok e il terzo fronte europeo

    L’indagine del DPC si aggiunge a due procedimenti già aperti. Il 26 gennaio la Commissione Europea ha avviato un’indagine per verificare se Grok diffonde contenuti illegali ai sensi del Digital Services Act.

    E il 3 febbraio l’autorità britannica per la privacy, l’ICO, ha aperto un’indagine analoga a quella irlandese, sempre focalizzata sul GDPR e sulla generazione di immagini sessualizzate.

    Tre indagini diverse, tre autorità diverse, ma tutte puntate sullo stesso problema: un chatbot che genera immagini di nudo non consensuali senza filtri efficaci.

    Grok e cosa è successo a gennaio

    Per capire il contesto di questa indagine bisogna tornare a quanto accaduto nelle prime settimane del 2026.

    Come già ricordato, a fine 2025 X ha rilasciato la possibilità delle modifiche delle immagini direttamente nei post pubblici, quindi visibili a tutti.

    A distanza di pochi giorni, a gennaio, Grok ha iniziato a generare immagini sessualizzate su richiesta degli utenti in modo massiccio. Un’inchiesta riportata anche da Bloomberg ha quantificato il fenomeno: circa 6.700 immagini sessualizzate all’ora, 84 volte più dei principali siti dedicati ai deepfake. L’85% delle immagini prodotte da Grok era classificabile come contenuto sessualizzato.

    Le storie delle vittime hanno fatto il giro dei media internazionali.

    Donne che si ritrovavano versioni nude delle proprie foto pubblicate su X, senza aver dato alcun consenso e senza strumenti efficaci per rimuoverle. Una di loro aveva pubblicato una foto con il fidanzato in un bar: due sconosciuti l’hanno modificata usando Grok, prima mettendola in bikini, poi sostituendo il bikini con un filo interdentale. Ha segnalato le immagini a X. Non ha mai ricevuto risposta.

    X, in risposta al fenomeno dilagante, ha poi annunciato alcune restrizioni, limitando la generazione di immagini agli abbonati paganti. Ma le verifiche condotte da Reuters all’inizio di questo mese hanno dimostrato che Grok continuava a produrre immagini sessualizzate quando sollecitato.

    La differenza tra DSA e GDPR

    L’indagine della Commissione Europea si muove sul binario del Digital Services Act, il regolamento che disciplina i contenuti online e la moderazione delle piattaforme. È lo stesso regolamento che a dicembre 2025 ha portato a una multa di 120 milioni di euro contro X per la questione delle spunte blu ingannevoli.

    L’indagine del DPC irlandese si muove invece sul binario del GDPR, che riguarda specificamente la protezione dei dati personali. Sono due strumenti diversi, con logiche diverse e sanzioni diverse. E X rischia, appunto, su entrambi i fronti.

    Il GDPR richiede che il trattamento dei dati personali sia lecito, corretto e trasparente. Richiede che i dati siano raccolti per finalità determinate e trattati in modo compatibile con quelle finalità.

    Richiede una valutazione d’impatto quando il trattamento può comportare rischi elevati per i diritti delle persone. Generare immagini sessualizzate di persone reali senza il loro consenso, infatti, solleva questioni su tutti questi punti.

    La risposta di Musk e le tensioni con l’UE

    La posizione di Elon Musk e della sua amministrazione sulle regolamentazioni UE è nota. Musk ha espresso più volte le sue obiezioni alle norme UE sui contenuti online. L’amministrazione Trump ha descritto le multe imposte alle aziende tecnologiche americane come una forma di tassazione.

    Ma le autorità UE non sembrano intenzionate a fare passi indietro. La Commissione ha già ordinato a X di conservare tutti i documenti relativi a Grok fino alla fine del 2026. È un segnale, come ricordato, che indica la costruzione di un dossier per eventuali azioni future.

    Cosa c’è da aspettarsi

    L’indagine del DPC richiederà tempo, settimane o mesi. Ma il fatto che si sia passati da interlocuzioni informali a un procedimento formale indica che il DPC ha ritenuto insufficienti le risposte di X alle prime sollecitazioni.

    Nel frattempo, negli Stati Uniti il Take It Down Act prevede che le piattaforme si adeguino entro maggio 2026. È una legge che riguarda specificamente la rimozione di immagini intime non consensuali, incluse quelle generate dall’intelligenza artificiale.

    Il Take It Down Act (approvato negli USA a maggio 2025) è una legge federale statunitense che obbliga le piattaforme online a rimuovere immagini e video intimi non consensuali (inclusi deepfake e revenge porn) entro 48 ore dalla segnalazione, garantendo una maggiore protezione delle vittime di abusi digitali e pornografia generata da IA.

    X si trova quindi sotto pressione su più fronti: UE, Regno Unito, Stati Uniti.

    E al centro di tutto c’è Grok, il chatbot che Musk ha promosso come più divertente e irriverente degli altri. Quella irriverenza, però, rischia di costare molto cara.

  • X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri

    X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri

    X dichiara 1 miliardo di dollari in ricavi annuali dagli abbonamenti Premium. Ma i numeri raccontano una storia più complessa, tra promesse non mantenute e contraddizioni sui dati degli utenti.

    X, per voce di Nikita Bier, responsabile di prodotto, sostiene di aver realizzato 1 miliardo di dollari in ricavi ricorrenti annualizzati dagli abbonamenti. La notizia è stata data durante una riunione plenaria di xAI tenutosi martedì scorso.

    La notizia, riportata da The Information, è stata immediatamente rilanciata come un successo. Ma come spesso accade con i numeri che escono dall’orbita di Musk, vale la pena guardarci dentro con attenzione.

    Un dato da contestualizzare

    Il primo elemento da chiarire riguarda la natura del dato. Si tratta infatti di annualized recurring revenue, ossia una proiezione basata sul ritmo attuale dei ricavi, non di un consuntivo certificato.

    È una metrica usata dalle aziende in crescita per mostrare il potenziale, ma che può sovrastimare la realtà se il trend non si mantiene costante.

    Il secondo elemento è il contesto. A inizio 2025, gli utenti abbonati ai servizi Premium erano circa 650.000, vale a dire meno dello 0,2% dei 580 milioni di utenti attivi mensili dichiarati all’epoca.

    Stime indipendenti indicavano ricavi da abbonamenti intorno ai 200 milioni di dollari all’anno. Un miliardo rappresenterebbe quindi una crescita di cinque volte in meno di dodici mesi. Possibile, ma il dato non è verificabile dall’esterno, visto che X è una società privata e non pubblica bilanci.

    Come nota Social Media Today, il miliardo resta comunque lontano dai ricavi pubblicitari, che nel 2024 rappresentavano ancora circa il 68% del fatturato totale di X, stimato intorno ai 2,5 miliardi di dollari.

    Per un confronto: Snapchat ha dichiarato 750 milioni di dollari da Snapchat+ (la versione a pagamento dell’app di Evan Spiegel che offre l’accesso a funzionalità esclusive, sperimentali e in anteprima) nel 2025. Il traguardo di X è quindi plausibile, ma non rappresenta la svolta che la narrazione interna vorrebbe suggerire.

    X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri
    X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri

    Il dubbio sul numero degli utenti di X

    Nello stesso meeting, Musk ha fornito dati sugli utenti che meritano un’analisi attenta. Ha parlato di “1 miliardo di utenti”, ma la cifra si riferisce alle app installate, non agli utenti attivi.

    Gli utenti attivi mensili, ha ammesso lo stesso Musk, sono “in media circa 600 milioni”. Ma c’è di più: pochi giorni prima, lo stesso Bier aveva scritto su X di occuparsi del supporto clienti per “500 milioni di persone”.

    Quindi X ha 500 milioni, 600 milioni o un miliardo di utenti? Dipende da come si vogliono presentare i numeri.

    È un esempio di quella che potremmo chiamare la contabilità creativa della comunicazione di Musk: i dati vengono selezionati e presentati per costruire la narrazione più favorevole, lasciando agli osservatori esterni il compito di ricostruire il quadro reale.

    Come avevo già analizzato in un precedente approfondimento sulla situazione di X, la piattaforma ha vissuto un’emorragia di utenti e inserzionisti dopo l’acquisizione del 2022. I segnali di ripresa ci sono, ma vanno letti con cautela.

    Grok e la monetizzazione di uno scandalo

    Va detto che sull’aumento dei ricavi da abbonamenti gioca un peso anche Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da xAI e integrata in X. L’IA generativa può essere usata anche senza abbonamento ma con forti limitazioni d’uso, ma evidentemente con abbonamento come Premium e Premium + (38 euro al mese effettuando il pagamento da web) le possibilità aumentano.

    E ricorderete anche come Grok sia stato di recente al centro di uno scandalo per via della generazione di immagini con richieste testuali senza alcun controllo e senza alcun consenso, sfociando in deepfake a sfondo sessuale.

    Ricorderete anche che per limitarlo da un utilizzo esteso a tutti con tutto quello a cui abbiamo assistito, la possibilità di generare immagini con richieste testuali pubbliche sia adesso limitata a chi ha almeno un abbonamento Premium.

    Un modo per monetizzare anche su uno scandalo che ancora non si è esaurito del tutto.

    X Money è quasi realtà

    Nello stesso meeting, Musk ha annunciato che X Money, il sistema di pagamenti integrato, entrerà in beta esterna “entro uno o due mesi”. Secondo quanto riportato da Cointelegraph, Musk lo ha descritto come “la fonte centrale di tutte le transazioni monetarie”.

    Nel 2023, Musk aveva dichiarato che sarebbe stato “sconvolgente” se X non avesse avuto i trasferimenti di denaro operativi entro fine 2024. Siamo arrivati a febbraio 2026 e forse il progetto tanto ambito da Musk potrebbe arrivare.

    Va anche rilevato come X non abbia ancora ottenuto la licenza di trasmissione di denaro nello stato di New York, requisito fondamentale per operare su scala nazionale negli Stati Uniti.

    Per Musk si tratterebbe di un ritorno alle origini, dato che nel 1999 aveva co-fondato X.com, poi diventata PayPal. Ma tra le ambizioni dichiarate e la realtà operativa c’è spesso un divario significativo. Le tempistiche di Musk sono notoriamente ottimistiche, e i precedenti suggeriscono cautela.

    Il contesto: fusioni, acquisizioni e consolidamento

    Il dato sugli abbonamenti arriva in un momento di grande movimento per l’ecosistema di Musk.

    Nel marzo 2025, xAI ha acquisito X Corp. in una transazione che valutava il social network 33 miliardi di dollari, circa 12 miliardi in meno rispetto ai 44 pagati nell’ottobre 2022. La settimana scorsa, SpaceX ha acquisito xAI, creando un’entità combinata valutata 1,25 trilioni di dollari.

    Nikita Bier, l’uomo che ha annunciato il traguardo del miliardo, è entrato in X come head of product a fine giugno 2025.

    È noto per aver creato app virali come TBH e Gas, entrambe acquisite rispettivamente da Meta e Discord. La sua specialità è creare prodotti che generano engagement e conversioni.

    Il meeting in cui sono stati annunciati questi numeri arrivava dopo l’uscita di diversi dirigenti da xAI, e aveva tutta l’aria di un esercizio di rassicurazione interna ed esterna.

    I numeri nel contesto

    I numeri dichiarati da X

    • Ricavi annualizzati da abbonamenti: 1 miliardo di dollari (proiezione)
    • Utenti attivi mensili: 600 milioni (o 500 milioni, secondo Bier)
    • App installate: oltre 1 miliardo
    • Abbonati Premium stimati a inizio 2025: circa 650.000
    • Ricavi totali 2024: circa 2,5 miliardi di dollari
    • Quota ricavi da pubblicità: 68%
    • Debito ereditato dall’acquisizione: circa 12 miliardi di dollari

    Il trend più ampio: tutti verso gli abbonamenti

    Il caso di X si inserisce in una tendenza più ampia che coinvolge tutte le principali piattaforme. Come sottolinea un’analisi di Social Media Today, Meta ha lanciato Meta Verified per Facebook, Instagram e Threads. Snapchat ha Snapchat+. LinkedIn sta ampliando la sua offerta Premium. YouTube sta spostando sempre più funzionalità dietro paywall. Instagram sta valutando un’offerta simile a Snapchat+ per i più giovani.

    Nel 2023 Musk aveva previsto questa evoluzione, sostenendo che il social a pagamento sarebbe diventato “l’unico social media che conta”. L’argomentazione era legata alla lotta ai bot, ma nell’era dell’intelligenza artificiale generativa quella logica assume contorni diversi.

    C’è però un limite strutturale che nessuna piattaforma può ignorare. Il valore pubblicitario dipende dalla massima reach possibile, e la reach evidentemente richiede accesso gratuito per la maggioranza degli utenti.

    Nessuna piattaforma digitale può oggi permettersi di passare a un modello interamente a pagamento senza perdere la propria base utenti. E, di conseguenza, il modello ibrido sembra l’unica strada percorribile.

    Le contraddizioni dietro i numeri

    Quasi contemporaneamente ai momenti in cui veniva annunciato il miliardo dagli abbonamenti, X ha rimosso la modalità “dim” dall’interfaccia desktop, lasciando agli utenti solo la scelta tra sfondo bianco e nero totale. La modalità a luci soffuse, più riposante per gli occhi, non è più disponibile.

    Quando gli utenti hanno iniziato a chiedere spiegazioni, la risposta di Nikita Bier è stata rivelatrice: X non può permettersi di supportare “più di due colori”. E alla replica di chi trovava la spiegazione bizzarra, Bier ha chiarito: a differenza di Meta, Google e Microsoft, che hanno decine di migliaia di dipendenti, il team di X che lavora sul prodotto “è di 30 persone”.

    Una risposta sarcastica, ma che dice molto sulla realtà operativa della piattaforma. Si stima che oggi X abbia circa 2.800 dipendenti totali, più dei 1.500 rimasti dopo i tagli iniziali di Musk, ma lontanissimi dai 7.500 dell’era Twitter.

    E se un miliardo di dollari in abbonamenti non basta a mantenere tre opzioni di colore, qualche domanda sulla sostenibilità del modello è legittima.

    Il vero punto della questione di X

    Il miliardo di dollari dagli abbonamenti è un dato che va registrato, certo. Ma va anche contestualizzato. Come ho cercato di spiegare qui, si tratta di una proiezione, non un consuntivo.

    Arriva da un’azienda che non pubblica bilanci e che ha una storia di numeri presentati in modo selettivo. Si inserisce in una strategia che punta a ridurre la dipendenza dalla pubblicità, ma che finora non ha raggiunto gli obiettivi dichiarati.

    X sta cambiando, questo è ormai evidente a tutti ed è anche scontato ripeterlo. Ma la direzione non è ancora chiara, e le dichiarazioni di Musk hanno un andamento che invita alla prudenza.

  • Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos’è la censura

    Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos’è la censura

    Roskomnadzor limita Telegram in Russia per spingere gli utenti verso Max, app di sorveglianza statale. Ecco dove le piattaforme sono davvero vietate ed ecco perché censura e regolamentazione sono cose diverse.

    Dal 10 febbraio 2026, Roskomnadzor, l’ente russo delle comunicazioni, ha iniziato a limitare il funzionamento di Telegram in tutto il Paese.

    Gli utenti segnalano rallentamenti nel caricamento di immagini, video e messaggi vocali, mentre i messaggi di testo funzionano ancora. La versione mobile risulta più colpita di quella desktop.

    Roskomnadzor giustifica la mossa con la presunta violazione delle leggi russe da parte di Telegram, accusando la piattaforma di non proteggere i dati personali e di non contrastare frodi e attività terroristiche. Ma chi segue da tempo le dinamiche del controllo digitale in Russia sa bene che questa giustificazione racconta solo una parte della storia.

    Una stretta progressiva, non un fulmine a ciel sereno

    Questa limitazione è solo l’ultimo capitolo di un percorso iniziato mesi fa. Ad agosto 2025, Mosca aveva già limitato le chiamate vocali e video su Telegram e WhatsApp, sostenendo che i servizi venivano usati per frodi e attività di sabotaggio. A ottobre ha bloccato le nuove registrazioni su entrambe le piattaforme. A dicembre ha colpito anche FaceTime e Snapchat.

    Cos’è e come funziona Max, l’app governativa

    Il vero obiettivo è spingere gli utenti russi verso Max, l’app di messaggistica sviluppata da VK con stretti legami con il Cremlino. Da settembre 2025, tutti gli smartphone venduti in Russia devono pre-installarla obbligatoriamente. Max si integra con i servizi governativi Gosuslugi e richiede numeri di telefono russi, con verifica dell’identità che probabilmente diventerà obbligatoria.

    A differenza di Telegram, che usa la crittografia end-to-end, Max è progettata per consentire ai servizi di sicurezza russi l’accesso ai dati condivisi. In pratica, un vero sistema di sorveglianza camuffato da app di messaggistica. Un modello che ricorda molto da vicino quello che la Cina ha costruito con WeChat, dove ogni interazione digitale passa attraverso canali monitorabili dallo Stato.

    Max, l'app di VK
    Max, l’app di VK

    La risposta di Pavel Durov

    Pavel Durov, fondatore russo di Telegram che vive in esilio negli Emirati Arabi Uniti, ha risposto con decisione alla mossa di Roskomnadzor. Ha ricordato che otto anni fa l’Iran tentò la stessa strategia, vietando Telegram con pretesti inventati per spingere gli utenti verso un’alternativa statale. E fallì miseramente, perché gli utenti usarono VPN e altri strumenti per aggirare i blocchi.

    Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta. Telegram sta per libertà di parola e privacy, indipendentemente dalla pressione“, ha scritto Durov sul suo canale.

    Una dichiarazione che riecheggia le battaglie che lo stesso Durov ha combattuto negli anni, da quando fu costretto a cedere VK (VKontakte), il social network russo che aveva fondato, proprio per le pressioni del Cremlino.


    Da chi è gestita oggi VK – VKontakte

    VK sta per VKontakte e questo nome ricorda  la piattaforma social russa fondata proprio da Pavel Durov nel 2006, nata come alternativa a Facebook e che ne richiamava effettivamente il design e i colori blu.

    Durov fu poi costretto a cederla nel 2014 sotto pressione del Cremlino, quando rifiutò di consegnare i dati degli utenti ucraini e di bloccare i gruppi di opposizione. Usò i proventi di quella vendita forzata per fondare Telegram dall’esilio negli Emirati.

    VK oggi è di fatto controllata dallo Stato russo attraverso una struttura complessa. Nel dicembre 2021, Sogaz (compagnia assicurativa legata a Gazprom) e Gazprombank hanno acquisito il 57,3% delle quote di voto di VK dall’oligarca Alisher Usmanov.

    Sogaz è in parte posseduta da Yuri Kovalchuk, amico personale di Putin e figura chiave nelle reti economiche del Cremlino.

    Nel dettaglio, ecco chi gestisce VK oggi:

    • Vladimir Kiriyenko è il CEO di VK. È il figlio di Sergei Kiriyenko, spesso definito braccio destro di Putin e responsabile del controllo politico sui “nuovi territori” russi (ossia i territori ucraini occupati).
    • Stepan Kovalchuk è il vicepresidente responsabile della strategia media di VK. È il nipote di Yuri Kovalchuk, l’amico personale di Putin già citato sopra.

    Quindi VK non è semplicemente “vicina al Cremlino”. È gestita direttamente da figli e nipoti del cerchio più stretto di Putin. E questa stessa VK è l’azienda che sviluppa Max, l’app che Roskomnadzor vuole sostituire a Telegram.


    Pavel Durov
    Pavel Durov founder Telegram

    Il paradosso dei blogger pro-guerra

    C’è un dettaglio che rende questa vicenda quasi paradossale e che merita attenzione. I blogger militari pro-guerra russi, quelli che sostengono l’invasione dell’Ucraina e comunicano dal fronte proprio attraverso Telegram, hanno criticato apertamente la decisione di Roskomnadzor.

    Il canale Two Majors, uno dei più seguiti tra i corrispondenti militari russi, ha lamentato che ora le posizioni dal fronte saranno trasmesse “non dalla gente, ma dai nostri padroni del ministero degli esteri”. Anche Alexander Kots, altro corrispondente pro-guerra molto noto, ha fatto notare che bloccare Telegram limiterebbe le stesse “operazioni informative” russe e il reclutamento di ucraini attraverso l’app per compiere atti di sabotaggio.

    Quando persino i sostenitori più accesi del regime criticano una decisione, significa che quella decisione colpisce interessi trasversali che vanno ben oltre le logiche di propaganda.

    La reazione internazionale

    Amnesty International ha definito la mossa “censura e ostruzione mascherate da protezione dei diritti dei cittadini”. Reporters Without Borders parla di “strategia per strangolare la circolazione dell’informazione” e ricorda che la Russia occupa il 171° posto su 180 nel World Press Freedom Index.

    Telegram, 93 milioni di utenti in Russia

    Telegram conta oltre 93 milioni di utenti attivi mensili in Russia, praticamente quanto WhatsApp. Nel corso del tempo l’app di messaggistica si è trasformata in un canale cruciale per media indipendenti, figure pubbliche e, ironia della sorte, per gli stessi organi governativi incluso lo stesso Roskomnadzor. Persino il ministero degli Esteri russo e la task force nazionale per il Covid hanno canali ufficiali su Telegram.

    Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos'è la censura
    Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos’è la censura

    Ecco dove Telegram è davvero vietata

    Per comprendere meglio il contesto, vale la pena ricordare dove Telegram è effettivamente vietata o fortemente limitata nel mondo.

    La Cina ha bloccato Telegram nel 2015, dopo che attivisti per i diritti umani e avvocati avevano usato la piattaforma per organizzarsi.

    L’Iran ha imposto il divieto nel 2018, accusando l’app di facilitare le proteste contro il governo e di diffondere contenuti “immorali”. Il Pakistan ha bloccato Telegram periodicamente, citando preoccupazioni sulla sicurezza informatica e la diffusione di fake news.

    Nel 2025 si sono aggiunti altri Paesi. Il Vietnam ha vietato Telegram a maggio, accusandola di diffondere “documenti anti-Stato” e informazioni false.

    Il Kenya ha imposto un blocco a giugno durante le proteste del 2025. Il Nepal ha seguito a luglio, motivando la decisione con preoccupazioni su frodi e riciclaggio di denaro. La Thailandia aveva già bloccato l’app nel 2020 perché usata per organizzare le proteste anti-governative.

    La Somalia ha imposto un divieto nel 2023, sostenendo che la piattaforma veniva usata da gruppi terroristici e per diffondere contenuti espliciti.

    Secondo i dati di Surfshark e Netblocks, dal 2015 a oggi 31 Paesi hanno vietato Telegram, temporaneamente o permanentemente, colpendo potenzialmente oltre 3 miliardi di persone a livello globale.

    Il quadro più ampio: le piattaforme vietate nel mondo

    Telegram non è un caso isolato. Il controllo delle piattaforme digitali è diventato uno strumento di governance per regimi autoritari e, in alcuni casi, anche per democrazie che affrontano sfide specifiche.

    La Cina rappresenta l’esempio più strutturato di censura digitale. Dal 2009 ha bloccato X (allora Twitter), Facebook, YouTube, Instagram e molte altre piattaforme occidentali, costringendo i cittadini a usare alternative domestiche come WeChat, Weibo e Douyin (la versione cinese di TikTok). Il Great Firewall cinese rimane il sistema di controllo più sofisticato al mondo.

    La Corea del Nord applica il modello più estremo in assoluto. L’accesso a Internet è riservato a pochissimi funzionari autorizzati e tutte le piattaforme globali sono inaccessibili. I cittadini comuni hanno accesso solo a una intranet governativa.

    La Russia ha intensificato i blocchi dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, vietando Facebook e Instagram (con Meta dichiarata “organizzazione estremista”) e limitando fortemente X. L’obiettivo dichiarato era contrastare la “disinformazione” sul conflitto, ma nella pratica si trattava di impedire ai russi di accedere a fonti di informazione non controllate dal Cremlino.

    L’Iran blocca X e Facebook dal 2009, insieme a YouTube e molte altre piattaforme. Il Turkmenistan applica restrizioni simili, con uno dei punteggi più bassi al mondo in termini di libertà di Internet (2 su 100 secondo Freedom House).

    Il Myanmar ha bloccato Facebook, X e Instagram dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021, cercando di controllare il flusso di informazioni sulle proteste e sulla repressione.

    TikTok merita un discorso a parte. L’India l’ha vietata nel 2020 per ragioni di sicurezza nazionale, diventando il primo grande Paese a farlo. L’Albania ha imposto un divieto completo nel 2025, citando la violenza giovanile e l’instabilità sociale. Gli Stati Uniti hanno attraversato mesi di incertezza normativa, con TikTok brevemente sospesa a gennaio 2025 prima di ottenere una proroga di 75 giorni. Il Canada ha chiuso gli uffici di TikTok nel Paese per motivi di sicurezza nazionale, pur lasciando l’app accessibile agli utenti comuni.

    Un caso interessante è quello del Brasile, che nell’agosto 2024 ha temporaneamente bloccato X dopo che Elon Musk si era rifiutato di nominare un rappresentante legale nel Paese e di rimuovere account accusati di diffondere odio e disinformazione legati ai sostenitori dell’ex presidente Bolsonaro. Il blocco è durato circa 40 giorni, fino a quando X ha pagato le multe (circa 5,2 milioni di dollari), nominato un rappresentante legale e rimosso i contenuti contestati. Un precedente significativo perché dimostra che anche le democrazie possono arrivare a bloccare piattaforme quando queste si rifiutano sistematicamente di rispettare le leggi locali.

    La differenza tra censura e regolamentazione

    Questo caso russo dovrebbe rammentare quali sono i Paesi che davvero osteggiano e censurano le piattaforme. Un tema su cui spesso si fa molta confusione, soprattutto quando si parla di regolamentazione nell’UE.

    Quando la Russia limita Telegram per spingere i cittadini verso un’app di sorveglianza statale, siamo di fronte a censura. Quando la Cina blocca tutte le piattaforme occidentali per controllare il flusso informativo, siamo di fronte a censura. Quando l’Iran vieta Telegram per reprimere le proteste, siamo di fronte a censura.

    Quando invece l’UE chiede alle piattaforme di rispettare il Digital Services Act, di essere trasparenti sugli algoritmi, di rimuovere contenuti illegali e di proteggere i minori, siamo di fronte a regolamentazione democratica. Sono due cose profondamente diverse, anche se spesso vengono confuse nel dibattito pubblico.

    La partita sul controllo dell’informazione digitale in Russia entra in una nuova fase. E ancora una volta, la libertà di comunicare diventa il campo di battaglia. Ma è fondamentale non perdere di vista le distinzioni: c’è chi blocca le piattaforme per controllare i cittadini e chi chiede alle piattaforme di rispettare regole democratiche. La differenza non è sottile, è sostanziale.

  • L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    La Commissione UE contesta a Meta l’esclusione dei chatbot AI concorrenti da WhatsApp e prepara misure provvisorie per evitare danni irreparabili al mercato degli assistenti di intelligenza artificiale in UE.

    La Commissione Europea ha inviato oggi, 9 febbraio 2026, una comunicazione formale a Meta Platforms, contestando formalmente la violazione delle norme antitrust dell’Unione Europea.

    Al centro della vicenda c’è la decisione di Meta di escludere da WhatsApp tutti gli assistenti di intelligenza artificiale concorrenti di Meta AI, il proprio servizio proprietario.

    Con questa comunicazione, la Commissione intende imporre misure provvisorie per evitare quelli che definisce “danni gravi e irreparabili al mercato”.

    Ma come si è arrivati fin qui? Per capirlo bisogna fare un passo indietro di qualche mese.

    Cosa ha fatto Meta e perché l’UE si è mossa

    Nell’ottobre 2025, Meta ha annunciato un aggiornamento dei termini della WhatsApp Business Solution, il sistema attraverso cui le aziende comunicano con i propri clienti sulla piattaforma di messaggistica.

    La modifica, in sostanza, ha introdotto un divieto per i fornitori di intelligenza artificiale di utilizzare le API di WhatsApp Business quando l’AI rappresenta il servizio principale offerto.

    Per le imprese già presenti sulla piattaforma, la nuova regola è diventata pienamente operativa dal 15 gennaio 2026. Per i nuovi ingressi, il divieto era già in vigore dal 15 ottobre 2025.

    Il risultato concreto è che dal 15 gennaio 2026 l’unico assistente AI disponibile su WhatsApp nello Spazio economico europeo è Meta AI.

    Servizi come ChatGPT di OpenAI, Copilot di Microsoft, Perplexity e la startup spagnola Luzia, che conta oltre 85 milioni di utenti a livello globale, si sono trovati esclusi dal canale.

    E qui sta il punto critico rilevato dalla Commissione, perché l’azienda non ha vietato ogni forma di AI sulla piattaforma. Le imprese possono ancora usare strumenti di intelligenza artificiale per funzioni di supporto, come l’assistenza clienti automatizzata.

    Ciò che è stato eliminato è la possibilità per i chatbot generalisti di terze parti di raggiungere gli utenti attraverso WhatsApp.

    L'UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp
    L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    La posizione della Commissione Europea

    Nella comunicazione a Meta, la Commissione ha espresso la propria opinione preliminare secondo cui la condotta dell’azienda sembra, a prima vista, come ricordato in apertura, violare le norme antitrust dell’UE.

    Bruxelles ha concluso in via preliminare che è probabile che Meta occupi una posizione dominante nel mercato delle applicazioni di comunicazione per consumatori nello Spazio economico europeo, in particolare tramite WhatsApp. Una piattaforma che conta oltre 2 miliardi di utenti a livello globale e che solo in Italia raggiunge circa 37 milioni di utenti attivi mensili, pari a circa il 90% della popolazione connessa.

    La Commissione ritiene che WhatsApp rappresenti in questa fase “un importante punto di ingresso” per consentire agli assistenti AI generici di raggiungere i consumatori. E la condotta di Meta, sempre secondo la Commissione, “rischia di innalzare barriere all’ingresso e all’espansione, e di marginalizzare irreparabilmente i concorrenti più piccoli sul mercato degli assistenti di intelligenza artificiale generici“.

    La vicepresidente esecutiva Teresa Ribera, responsabile della Concorrenza, ha dichiarato che non si può permettere alle grandi aziende tecnologiche “di sfruttare illegalmente la propria posizione dominante per ottenere un vantaggio sleale” e che i mercati dell’AI si stanno sviluppando a ritmo accelerato, motivo per cui anche l’azione regolatoria deve essere altrettanto rapida.

    Misure provvisorie e il precedente italiano

    La Commissione intende imporre misure provvisorie che obbligherebbero Meta a mantenere l’accesso degli assistenti AI di terze parti a WhatsApp alle condizioni precedenti la modifica contrattuale dell’ottobre 2025, e quindi a ripristinare lo status quo ante mentre l’indagine prosegue.

    Si tratta di uno strumento che l’esecutivo comunitario può adottare d’ufficio a indagine in corso, a titolo precauzionale. Meta ha ora la possibilità di rispondere alle obiezioni della Commissione e di chiedere un confronto.

    Se al termine di questa fase i servizi dell’esecutivo dovessero concludere che sussistono le condizioni necessarie, la Commissione UE potrà adottare una decisione vincolante.

    Va detto che l’Italia ha giocato d’anticipo su questa vicenda.

    L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) aveva già avviato un’istruttoria a luglio 2025 per possibile abuso di posizione dominante legato alla pre-installazione di Meta AI su WhatsApp. A novembre 2025 l’indagine è stata ampliata per includere i nuovi termini contrattuali e, il 22 dicembre 2025, l’AGCM ha imposto a Meta misure cautelari, ordinando la sospensione immediata dei WhatsApp Business Solution Terms sul territorio italiano.

    Non a caso, l’indagine formale della Commissione Europea copre l’intero Spazio economico europeo a eccezione dell’Italia, proprio per evitare sovrapposizioni con il procedimento nazionale. Le due autorità stanno lavorando in coordinamento.

    L'UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp
    L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    La posizione di Meta

    Meta ha respinto le contestazioni in modo deciso. Un portavoce dell’azienda ha affermato che non esiste motivo per l’intervento dell’UE, perché le opzioni per accedere ai servizi AI sono numerose: app store, sistemi operativi, siti web, partnership industriali.

    La logica della Commissione, secondo Meta, “presuppone erroneamente che la WhatsApp Business API sia un canale di distribuzione chiave per questi chatbot”.

    Già a dicembre, in risposta all’intervento dell’Antitrust italiano, WhatsApp aveva definito la decisione “fondamentalmente viziata, sostenendo che la propria API non è stata progettata per supportare la distribuzione di chatbot AI di terze parti e che l’emergere di questi servizi sulle Business API aveva messo sotto pressione sistemi non concepiti per tale utilizzo.

    Una vicenda che riguarda i confini della IA

    Quello che si sta delineando tra Bruxelles e Meta va oltre la singola disputa commerciale. Si tratta di un caso che definirà i confini entro cui le grandi piattaforme digitali potranno integrare i propri servizi di intelligenza artificiale nei propri ecosistemi, senza escludere la concorrenza.

    Il mercato dell’AI generativa nell’Unione Europea, secondo i dati citati dall’AGCM, valeva circa 4,4 miliardi di dollari nel 2024, è cresciuto a 7,3 miliardi nel 2025 e si stima possa raggiungere gli 11,7 miliardi nel 2026.

    Siamo ancora in una fase iniziale, ma la velocità di crescita è tale che le scelte regolatorie compiute oggi avranno effetti strutturali nel medio e lungo periodo.

    Può una piattaforma di messaggistica con oltre 2 miliardi di utenti, che viene utilizzata quotidianamente per comunicazioni personali e professionali, trasformarsi in un canale di distribuzione esclusivo per il servizio AI del suo proprietario?

    Secondo la Commissione Europea e l’Antitrust italiano la risposta è no, perché una scelta del genere rischia di cristallizzare il mercato attorno a pochi operatori dominanti prima ancora che la competizione possa dispiegarsi sui meriti.

    Potrebbe essere un precedente per tutto il settore IA

    Se il provvedimento dovesse essere confermato, si consoliderebbe un precedente rilevante per l’intero ecosistema digitale europeo.

    La competizione nei mercati dell’intelligenza artificiale non potrà più essere condotta sfruttando asimmetrie di accesso agli utenti e ai dati, ma dovrà fondarsi sulla qualità dei servizi offerti.

    Un principio che, se affermato, contribuirebbe a mantenere aperti e contendibili mercati che, senza intervento, rischiano di chiudersi rapidamente.

    In caso di violazione accertata delle norme antitrust, Meta rischia una sanzione fino al 10% del fatturato annuo globale. Stiamo parlando di una cifra che si aggira attorno ai 20 miliardi di euro, sarebbe quindi la multa più alta mai comminata. E, inoltre, finirebbe per rendere ancora più aspre le relazioni Usa-UE di quanto non lo siano oggi.

    Ma al di là delle cifre, la posta in gioco è il modello stesso di regolazione della concorrenza nell’era dell’intelligenza artificiale. E l’UE, ancora una volta, si propone come il regolatore di riferimento.

  • La Commissione UE accusa TikTok: il design dell’app crea dipendenza

    La Commissione UE accusa TikTok: il design dell’app crea dipendenza

    La Commissione UE accusa TikTok di violare il DSA. Scroll infinito, autoplay e algoritmo creano dipendenza nei minori. ByteDance respinge le accuse e annuncia battaglia legale. Rischio multa miliardaria.

    La Commissione UE ha formalizzato le contestazioni a TikTok per violazione del Digital Services Act. Al centro della contestazione c’è l’architettura stessa della piattaforma di ByteDance, progettata secondo Bruxelles per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti attraverso meccanismi che sfruttano le vulnerabilità psicologiche.

    Non si tratta di una multa, almeno non ancora. Ma le conclusioni preliminari della Commissione aprono una fase decisiva del procedimento formale avviato il 19 febbraio 2024, quasi due anni fa.

    La vicenda si inserisce in un contesto europeo sempre più deciso a intervenire sulla regolamentazione delle piattaforme social, con particolare attenzione alla tutela dei minori.

    Una accelerazione che arriva pochi giorni dopo l’annuncio della Spagna di voler vietare i social ai minori di 16 anni, seguendo l’esempio dell’Australia che dal 10 dicembre 2025 ha introdotto il divieto più stringente al mondo in questo contesto.

    Cosa contesta la Commissione UE a TikTok

    Le funzionalità sotto accusa sono quattro e rappresentano i pilastri dell’esperienza utente su TikTok. E cioè: lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, le notifiche push e il sistema di raccomandazione altamente personalizzato.

    Secondo l’indagine della Commissione, TikTok non ha valutato adeguatamente come queste caratteristiche possano danneggiare il benessere fisico e mentale degli utenti, inclusi minori e adulti vulnerabili.

    La commissione, nel dare notizia delle contestazioni, utilizza un’espressione efficace per descrivere il meccanismo: queste funzionalità “premiano” costantemente gli utenti con nuovi contenuti, alimentando l’urgenza di continuare a scorrere e spostando il cervello in “modalità pilota automatico”.

    Ricerche scientifiche recenti dimostrano che questo può portare a comportamenti compulsivi e ridurre l’autocontrollo degli utenti. Non si tratta un’accusa generica, la Commissione cita dati specifici che TikTok avrebbe ignorato nella propria valutazione dei rischi, come il tempo che i minori trascorrono sulla piattaforma di notte e la frequenza con cui gli utenti aprono l’app.

    La Commissione UE accusa TikTok: il design dell'app crea dipendenza
    La Commissione UE accusa TikTok: il design dell’app crea dipendenza

    Gli strumenti di protezione di TikTok non funzionano

    Un punto centrale delle contestazioni riguarda l’inefficacia delle misure di mitigazione già presenti sulla piattaforma. Gli strumenti di gestione del tempo sullo schermo, secondo la Commissione, sono facili da aggirare e introducono frizioni limitate.

    I controlli parentali richiedono tempo e competenze da parte dei genitori per essere attivati, risultando nella pratica poco efficaci. In sintesi, TikTok “sembra non attuare misure ragionevoli, proporzionate ed efficaci per attenuare i rischi derivanti dalla sua progettazione che crea dipendenza“.

    La Commissione ritiene che TikTok debba “modificare la struttura di base del suo servizio“. Le soluzioni indicate sono radicali: disabilitare nel tempo le funzionalità che creano dipendenza come lo scroll infinito; attuare interruzioni temporali dello schermo efficaci anche durante la notte; e adattare il sistema di raccomandazione.

    Si tratta di interventi che toccherebbero il cuore stesso dell’app, ossia quelle caratteristiche che hanno reso TikTok un fenomeno globale con oltre 200 milioni di utenti solo in Europa.

    La risposta di TikTok e i prossimi passi

    TikTok ha respinto le contestazioni con toni decisi.

    Le indagini preliminari della Commissione descrivono la nostra piattaforma in modo completamente falso e privo di fondamento“, ha dichiarato un portavoce, annunciando che l’azienda “adotterà tutto il necessario per contrastare tali accuse con ogni mezzo a disposizione“. Una posizione di scontro frontale che anticipa una battaglia legale.

    TikTok ha ora la possibilità di esercitare il proprio diritto alla difesa, esaminando i documenti del fascicolo e rispondendo per iscritto alle constatazioni preliminari.

    Parallelamente sarà consultato il Comitato UE per i servizi digitali. Se le violazioni venissero confermate, la Commissione potrebbe infliggere un’ammenda fino al 6% del fatturato mondiale annuo di ByteDance.

    Considerando che nel 2024 il gruppo ha registrato ricavi per 155 miliardi di dollari, si tratterebbe potenzialmente di una cifra che potrebbe superare i 9 miliardi di euro.

    Il contesto: due anni di indagini su più fronti

    Le contestazioni odierne fanno parte di un procedimento più ampio avviato nel febbraio 2024. L’indagine copre diversi aspetti della piattaforma: oltre al design che crea dipendenza, la Commissione sta esaminando l’”effetto coniglio” (rabbit hole) dei sistemi di raccomandazione, il rischio che i minori abbiano esperienze inadeguate all’età a causa di una falsa rappresentazione della loro età, e gli obblighi delle piattaforme di garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione per i minori.

    Non tutto il procedimento è ancora aperto. La parte sulla trasparenza pubblicitaria è stata chiusa nel dicembre 2025 mediante impegni vincolanti accettati dalla Commissione, permettendo a TikTok di evitare una sanzione su quel fronte.

    Nell’ottobre 2025 erano già state adottate conclusioni preliminari sull’accesso ai dati pubblici per i ricercatori, contestando alla piattaforma scarsa trasparenza.

    Il procedimento odierno rappresenta quindi il tassello più significativo di un puzzle normativo che si sta componendo da quasi due anni.

    I Paesi UE accelerano sulla protezione dei minori

    Le contestazioni a TikTok si inseriscono in un contesto europeo in rapida evoluzione sulla tutela dei minori online. L’Australia ha fatto da apripista mondiale introducendo il 10 dicembre 2025 il divieto di accesso ai social per gli under 16, con risultati che i regolatori definiscono “incoraggianti”: le piattaforme hanno eliminato circa 4,7 milioni di account di minori in un solo mese.

    In Europa, la Francia ha approvato il 27 gennaio il divieto per i minori di 15 anni. La Spagna ha annunciato martedì scorso, per voce del premier Pedro Sanchez, l’intenzione di vietare i social ai minori di 16 anni, definendo le piattaforme “uno Stato fallito dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati”.

    Si muovono anche Danimarca, Austria, Grecia e Portogallo, creando quella che Sanchez ha definito una “coalizione dei volenterosi digitali”. La Commissione UE sta sviluppando un’applicazione per la verifica dell’età online, in sperimentazione in Italia, Francia, Spagna, Grecia e Danimarca, che dovrebbe essere disponibile negli app store entro marzo.

    Il senso di questa decisione, Henna Virkkunen

    Henna Virkkunen
    Henna Virkkunen

    La dichiarazione della vicepresidente Henna Virkkunen, responsabile per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, sintetizza la filosofia dietro questa azione:

    La dipendenza dai social media può avere effetti dannosi sulle menti in via di sviluppo di bambini e adolescenti. La legge sui servizi digitali rende le piattaforme responsabili degli effetti che possono avere sui loro utenti. In Europa applichiamo la nostra legislazione per proteggere i nostri figli e i nostri cittadini online“.

    Un messaggio chiaro che si inserisce nel solco della multa da 120 milioni di euro inflitta a X (ex Twitter) nel dicembre scorso, la prima sanzione nella storia del DSA.

    La differenza è che qui la Commissione non contesta solo violazioni di trasparenza, ma mette in discussione l’architettura stessa di una piattaforma.

    La domanda di fondo è se questo modello sia compatibile con la tutela della salute mentale degli utenti, in particolare dei più giovani. La Commissione UE con questo provvedimento sembra aver preso una posizione chiara.

    Il dibattito è destinato a proseguire ben oltre i confini di questo singolo caso, perché le funzionalità contestate non sono esclusive solo di TikTok.  Come abbiamo raccontato più volte qui su questo blog, il processo di tiktokizzazione ha influenzato ormai tutto lo scenario dei social media.

    Instagram Reels, YouTube Shorts, e altre piattaforme utilizzano meccanismi simili. Se le violazioni venissero confermate, potrebbe crearsi un precedente normativo che potrebbe applicarsi all’intero settore.

  • In Francia perquisita la sede di X e Musk convocato in Procura

    In Francia perquisita la sede di X e Musk convocato in Procura

    La Procura di Parigi ha perquisito gli uffici francesi di X e convocato Elon Musk e l’ex CEO Linda Yaccarino per il 20 aprile. L’inchiesta, avviata nel gennaio 2025, si è allargata a Grok e ai deepfake sessuali. È la prima volta che un proprietario di una grande piattaforma viene convocato dalla giustizia di uno Stato membro UE.

    Martedì 3 febbraio 2026, la sezione per la lotta al cybercrimine della Procura di Parigi ha perquisito la sede francese di X, la piattaforma di Elon Musk. L’operazione, condotta in collaborazione con la Gendarmeria nazionale ed Europol, rappresenta il passaggio più concreto di un’inchiesta che va avanti da oltre un anno. E che ora chiama in causa direttamente il proprietario della piattaforma.

    Musk e Linda Yaccarino, che è stata CEO di X dal 2023 al 2025, sono stati convocati per un’audizione libera il prossimo 20 aprile 2026. La Procura li ha citati rispettivamente come “gestore di fatto” e “gestore di diritto” della piattaforma. Durante la stessa settimana saranno ascoltati anche altri dipendenti di X come testimoni.

    Il caso di oggi rappresenta un fatto senza precedenti. Mai prima d’ora il proprietario di una delle maggiori piattaforme digitali al mondo era stato convocato dalla giustizia di uno Stato membro dell’Unione Europea.

    X in Francia, come nasce l’inchiesta

    L’indagine della magistratura francese ha origine nel 2025, quando il deputato Éric Bothorel, esponente del partito Renaissance di Emmanuel Macron e specializzato in cybersicurezza, ha presentato una segnalazione formale alla Procura di Parigi.

    Nel suo esposto, Bothorel denunciava le modifiche apportate all’algoritmo di X dopo l’acquisizione da parte di Musk nel 2022, sostenendo che tali cambiamenti favorissero la diffusione di informazioni false e contenuti polarizzanti. Stiamo parlando delle modifiche apportate e rese visibili dall’agosto del 2023.

    Bothorel aveva osservato una “riduzione della diversità delle voci e delle opzioni” sulla piattaforma, che si sarebbe allontanata dall’obiettivo di garantire un ambiente sicuro e rispettoso. Contestava inoltre l’assenza di chiarezza sui criteri che hanno guidato i cambiamenti algoritmici e gli interventi personali di Musk nella gestione della piattaforma.

    Bothorel attraverso questa denuncia rendeva concreta quella che era una sensazione di molti utenti sulla piattaforma.

    Una seconda segnalazione è arrivata da un alto funzionario della cybersicurezza pubblica francese, che ha denunciato come l’algoritmo di X proponesse “enormi contenuti politici di incitamento all’odio, razzisti, anti-LGBT+ e omofobi, puntando a orientare il dibattito democratico in Francia“.

    La Gendarmeria nazionale è stata incaricata delle indagini il 9 luglio 2025, con l’apertura formale del procedimento per “alterazione del funzionamento di un sistema di trattamento automatizzato di dati in banda organizzata“.

    In Francia perquisita la sede di X e Musk convocato in Procura
    In Francia perquisita la sede di X e Musk convocato in Procura

    L’allargamento delle indagini a Grok e ai deepfake

    L’inchiesta non si è fermata agli algoritmi. A gennaio 2026, la Procura di Parigi ha ampliato il fascicolo dopo ulteriori segnalazioni relative al funzionamento di Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da xAI e integrata nella piattaforma X.

    Grok è finito al centro di uno scandalo internazionale per la generazione di deepfake sessualmente espliciti. Secondo un’analisi del Center for Countering Digital Hate, organizzazione no-profit britannica, tra il 29 dicembre 2025 e il 9 gennaio 2026 sono state prodotte o modificate circa 3 milioni di immagini sessualmente esplicite raffiguranti persone reali senza il loro consenso. Di queste, circa 23.000 avevano come soggetto dei minori.

    I numeri sono impressionanti. In soli 11 giorni, Grok avrebbe generato contenuti a sfondo sessuale in media ogni pochi secondi e materiale che coinvolgeva minori circa una volta ogni 41 secondi.

    La risposta di xAI è arrivata a tappe. Il 9 gennaio la possibilità di “spogliare” persone reali con Grok è stata limitata agli abbonati premium. Il 14 gennaio, dopo le proteste di governi e istituzioni di diversi Paesi, la restrizione è stata estesa a tutti gli utenti. Ma i test condotti da diverse testate giornalistiche hanno mostrato che alcune funzionalità problematiche restano aggirabili.

    C’è poi un altro elemento che ha contribuito all’ampliamento dell’inchiesta. A novembre 2025, Grok aveva generato un post in lingua francese che metteva in dubbio l’uso delle camere a gas ad Auschwitz, riproponendo uno dei più tossici cliché della propaganda negazionista. Il contenuto è rimasto online per quasi tre giorni, raggiungendo oltre un milione di visualizzazioni prima di essere rimosso.

    X e l’indagine in Francia, i capi d’accusa

    Il comunicato della Procura di Parigi elenca i reati su cui verte l’indagine. L’elenco è lungo e tocca diversi ambiti del diritto francese.

    Si va dalla complicità nella detenzione e nella diffusione di immagini pedopornografiche alla lesione del diritto all’immagine della persona tramite deepfake a carattere sessuale.

    Compare poi la contestazione di crimini contro l’umanità, che in Francia rappresenta il reato di negazionismo.

    L’inchiesta riguarda anche l’estrazione fraudolenta di dati e l’alterazione del funzionamento di un sistema di trattamento automatizzato, entrambi in associazione a delinquere.

    Infine, c’è la gestione illegale di una piattaforma online, sempre in associazione a delinquere.

    È importante precisare che si tratta di un’audizione libera, non di un fermo. Musk e Yaccarino sono stati convocati per esporre la loro posizione sui fatti e illustrare le eventuali misure di conformità previste. La procuratrice Laure Beccuau ha definito l’approccio “costruttivo”, sottolineando che l’obiettivo ultimo è garantire la conformità della piattaforma alle leggi francesi.

    La sede perquisita di X e le competenze giurisdizionali

    Gli uffici perquisiti si trovano a Parigi e ospitano principalmente i servizi di comunicazione e pubbliche relazioni di X per il mercato francese. La sede giuridica della società si trova in Irlanda, dove X risulta stabilita ai fini del Digital Services Act europeo.

    Questo solleva una questione rilevante. L’inchiesta francese procede sul piano del diritto penale nazionale, parallelamente alle procedure che la Commissione Europea sta conducendo ai sensi del DSA. Sono due binari distinti che possono procedere in modo indipendente.

    Un dettaglio significativo emerge dalla risposta della stessa Procura di Parigi. L’ufficio ha comunicato che abbandonerà X come canale ufficiale di comunicazione, spostando le proprie comunicazioni istituzionali su LinkedIn e Instagram.

    Il contesto europeo

    Questa perquisizione si inserisce in un quadro più ampio di tensioni tra X e le autorità europee. Come abbiamo raccontato su questo blog, il 5 dicembre 2025 la Commissione Europea ha inflitto a X la prima multa della storia ai sensi del Digital Services Act, pari a 120 milioni di euro per tre violazioni degli obblighi di trasparenza. X non rispettava le regole sul design ingannevole delle spunte blu, sulla trasparenza del registro pubblicitario e sull’accesso ai dati per i ricercatori.

    Il 26 gennaio 2026, la Commissione ha aperto una nuova indagine formale specificamente su Grok e sui deepfake sessuali. Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, ha definito i deepfake sessuali non consensuali di donne e bambini “una forma violenta e inaccettabile di degradazione”.

    L’indagine UE valuterà se X abbia violato gli articoli 34, 35 e 42 del DSA, che impongono alle grandi piattaforme di analizzare e mitigare i rischi sistemici prima di lanciare nuove funzionalità. La Commissione contesta in particolare il fatto che X non abbia trasmesso una valutazione ad hoc dei rischi prima di distribuire le funzionalità di Grok che hanno avuto un impatto critico sul profilo di rischio della piattaforma.

    Le implicazioni per l’Europa

    L’azione della Francia rappresenta un passaggio significativo nel rapporto tra piattaforme digitali e autorità nazionali europee. Come ricordato all’inizio, per la prima volta, uno Stato membro utilizza il proprio sistema giudiziario penale per chiamare in causa direttamente il proprietario di una grande piattaforma.

    Il deputato Bothorel, che ha dato avvio all’inchiesta con la sua segnalazione, ha commentato la perquisizione con un post su X nel quale ha scritto che “in Europa e in particolare in Francia, lo Stato di diritto significa che nessuno è al di sopra della legge e che i regolamenti europei, integrati nel diritto francese, sono vincolanti per tutti“.

    La vicenda potrebbe creare un precedente. Altri Paesi europei potrebbero sentirsi legittimati a investigare sulle pratiche di X e delle altre grandi piattaforme, aprendo una stagione di controlli più incisivi sul funzionamento degli algoritmi e sulla responsabilità delle piattaforme per i contenuti che ospitano e amplificano.

    Il contesto geopolitico rende tutto più delicato.

    Le relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea sono già tese su diversi fronti, e Musk è diventato una figura centrale per l’amministrazione Trump.

    L’ex Commissario europeo Thierry Breton, che aveva guidato l’elaborazione del DSA, è stato inserito nella lista delle personalità a cui Washington ha vietato l’ingresso negli Stati Uniti proprio per il suo ruolo nella regolamentazione delle piattaforme digitali.

    X, Musk e il precedente in Brasile

    Questa vicenda richiama inevitabilmente quanto accaduto in Brasile tra aprile e ottobre 2024.

    Anche in quel caso, il confronto riguardava la richiesta di rimuovere account accusati di diffondere disinformazione e il rifiuto di Musk di conformarsi alle richieste del giudice Alexandre de Moraes. Anche allora, Musk aveva parlato di “censura” e “dittatura”, scatenando una campagna d’odio contro la Corte Suprema Federale brasiliana.

    Dopo il blocco totale della piattaforma, che aveva tagliato fuori oltre 22 milioni di utenti brasiliani, Musk fu costretto a cedere. Pagò oltre 5 milioni di dollari di multa, nominò un rappresentante legale locale e dalla piattaforma vennero rimossi gli account contestati.

    X era tornò online solo dopo aver rispettato tutte le condizioni poste dalla magistratura brasiliana.

    Il caso brasiliano ha dimostrato due cose. La prima è che quando uno Stato democratico è determinato a far rispettare le proprie leggi, anche il proprietario della piattaforma più influente del mondo alla fine si adegua.

    La seconda è che il prezzo del mancato adeguamento può essere molto alto, non solo in termini economici ma anche di perdita di utenti e danno reputazionale.

    L’approccio francesce, almeno per ora, è diverso, più graduale. Si procede con una perquisizione e una convocazione, non un ban immediato.

    Ma il messaggio di fondo è lo stesso che ho avuto modo di analizzare in quel caso: il rispetto delle leggi non è censura.

    E nessuna piattaforma, per quanto potente, può dichiararsi immune dalle regole che valgono per tutti coloro che operano sul territorio di uno Stato sovrano.

    Resta da capire se Musk seguirà lo stesso percorso del Brasile, cedendo alle richieste dopo un iniziale muro contro muro. Oppure se, forte della sua vicinanza all’amministrazione Trump, deciderà di irrigidirsi ulteriormente, trasformando il caso francese in uno scontro frontale tra Washington e l’Europa sulla regolamentazione delle piattaforme digitali.

    X e l’indagine in Francia, cosa aspettarci

    L’appuntamento del 20 aprile 2026 rappresenterà un momento chiave. Le audizioni di Musk e Yaccarino permetteranno agli inquirenti di valutare le posizioni della dirigenza di X sui fatti contestati e le eventuali misure di adeguamento previste.

    Resta da capire se Musk si presenterà effettivamente a Parigi. L’audizione è “libera”, il che significa che non è obbligato a comparire. Ma la sua assenza avrebbe un significato politico notevole e potrebbe influenzare l’evoluzione del procedimento.

    L’inchiesta francese procede in parallelo a quella della Commissione Europea. Sono due livelli di enforcement distinti, il diritto penale nazionale e la regolamentazione europea sulle piattaforme, che convergono sullo stesso obiettivo: verificare se X rispetti le regole che valgono per tutti coloro che operano sul territorio europeo.

    È un test importante per l’Europa. La capacità di far rispettare le proprie leggi alle grandi piattaforme digitali, anche quando sono di proprietà dell’uomo più ricco del mondo, definirà la credibilità del quadro normativo che l’Unione si è data negli ultimi anni. E la Francia, con questa perquisizione e con la convocazione di Musk, ha scelto di posizionarsi in prima linea.

  • SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari

    SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari

    SpaceX assorbe xAI creando un colosso privato da 1,25 trilioni di dollari. Un’operazione che intreccia spazio, AI, piattaforme e istituzioni, ponendo interrogativi su potere, controllo e supervisione.

    SpaceX ha annunciato l’acquisizione di xAI. Non si tratta della solita operazione tra startup della Silicon Valley, ma è qualcosa di diverso. SpaceX, l’azienda che ha rivoluzionato il settore spaziale con i razzi riutilizzabili e che oggi domina il mercato dei lanci orbitali, ha assorbito xAI, la società di intelligenza artificiale che controlla anche X, l’ex Twitter. Il risultato è un’entità privata dal valore stimato di 1,25 trilioni di dollari, destinata a diventare la più grande azienda privata al mondo.

    Elon Musk ha commentato l’operazione parlando di “il motore di innovazione più ambizioso e verticalmente integrato sulla Terra (e fuori)”, un motore di innovazione che combina AI, razzi, internet satellitare e quella che lui definisce “la piattaforma di informazione in tempo reale e libertà di parola più importante al mondo“, cioè X.

    Ma dietro la retorica della visione di Musk, ci sono numeri e fatti che ci mostrano una storia più complessa.

    SpaceX e xAI, i numeri dell’operazione

    SpaceX era stata valutata circa 800 miliardi di dollari nell’ultima vendita secondaria di azioni, a dicembre 2025. xAI aveva raggiunto i 230 miliardi nel round di finanziamento da 20 miliardi chiuso a gennaio 2026, con investitori come Nvidia, Fidelity, il Qatar Investment Authority e il fondo di Abu Dhabi MGX.

    La valutazione combinata dell’entità post-fusione è stimata a 1,25 trilioni di dollari, una cifra che incorpora le aspettative del mercato in vista dell’IPO prevista per metà giugno 2026. Se confermata, sarebbe una delle più grandi quotazioni della storia, superiore al record di Saudi Aramco del 2019.

    I dati fondamentali delle due aziende sono però molto diversi.

    SpaceX ha generato nel 2025 ricavi stimati tra 15 e 16 miliardi di dollari, con profitti intorno agli 8 miliardi secondo Reuters. Starlink conta oltre 9 milioni di clienti e più di 9.000 satelliti in orbita. È un’azienda che funziona. xAI è un’altra storia.

    Secondo quanto riporta Bloomberg, la società brucia circa un miliardo di dollari al mese. Nel terzo trimestre del 2025 ha registrato una perdita netta di 1,46 miliardi, in aumento rispetto al miliardo del primo trimestre. Nei primi nove mesi dell’anno ha consumato 7,8 miliardi di dollari in cassa. I ricavi si attestano a 107 milioni nel Q3 2025, in crescita ma lontani anni luce dai costi.

    SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari
    SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari

    I fondi QIA e MGX

    Per inciso, il Qatar Investment Authority e il fondo di Abu Dhabi MGX non sono nomi che passano inosservati.

    Il Qatar Investment Authority ha investito 375 milioni di dollari nell’acquisizione di Twitter da parte di Musk nel 2022. È coinvolto anche in xAI all’interno di un investimento, round E, da 20 miliardi.

    Il fondo di Abu Dhabi MGX detiene il 15% di TikTok US, l’app appena varata negli Usa che sostituisce TikTok. Lo stesso MGX, come il Qatar Investment Authority, ha investito anche in xAI in un round E da 20 miliardi. Ha investito anche nel consorzio che ha appena acquistato Aligned Data Centers per 40 miliardi insieme a Nvidia, Microsoft, BlackRock e xAI stessa.

    Il significato di questa acquisizione

    Per comprendere meglio cosa significa questa acquisizione bisogna ricostruire la catena di controllo.

    Nel marzo 2025, xAI ha acquisito X (ex Twitter) con un’operazione all-stock da 33 miliardi di dollari. Da quel momento, la piattaforma social e il chatbot Grok sono diventati parte della stessa entità. Ora xAI viene assorbita da SpaceX.

    Questo significa che SpaceX controlla adesso razzi e lanci orbitali, la costellazione Starlink con i suoi 9.000 satelliti, la piattaforma X con i suoi dati e il suo algoritmo, e Grok, l’intelligenza artificiale che alimenta X e che è integrata nei sistemi del Pentagono.

    Infatti, a gennaio 2026, il Dipartimento della Difesa americano ha annunciato una partnership con xAI per integrare Grok nella piattaforma governativa GenAI.mil. Il contratto, del valore di 200 milioni di dollari, prevede che circa tre milioni di dipendenti militari e civili del Penatgono abbiano accesso a Grok, con la capacità di elaborare “insight globali in tempo reale dalla piattaforma X”.

    Tesla per il momento è fuori

    La Tesla per il momento resta fuori dalla fusione, ma non è estranea alla vicenda. Il 16 gennaio 2026, Tesla ha investito 2 miliardi di dollari in xAI come parte del round Series E.

    L’investimento è stato annunciato nonostante gli azionisti Tesla avessero votato contro una proposta simile a novembre 2025. Il voto non vincolante aveva raccolto più voti favorevoli che contrari, ma le astensioni, trattate come voti negativi secondo lo statuto societario, avevano fatto fallire la proposta. Il board ha proceduto comunque.

    C’è anche una causa in corso. Alcuni azionisti Tesla hanno citato Musk per violazione dei doveri fiduciari, sostenendo che avrebbe dirottato risorse e talenti da Tesla verso xAI, un’azienda privata in cui detiene una quota di controllo maggiore. La causa era già in corso quando Tesla ha effettuato l’investimento.

    Ora quegli stessi 2 miliardi di dollari degli azionisti Tesla sono di fatto confluiti in SpaceX attraverso l’acquisizione. Gli azionisti Tesla possiedono indirettamente una piccola quota di SpaceX, senza aver mai votato per questo.

    C’è chi parla apertamente di una vera e propria operazione di salvataggio. xAI stava bruciando cassa a ritmi difficilmente sostenibili e l’ingresso nell’orbita SpaceX le garantisce l’accesso a un’azienda profittevole e, soprattutto, una possibile via d’uscita per gli investitori in vista di una futura quotazione.

    Non a caso, in molti richiamano il precedente dell’acquisizione di SolarCity da parte di Tesla nel 2016, letta allora, e ancora oggi, come un’operazione di sistema più che come una semplice scelta industriale.

    La visione dei data center orbitali

    Musk giustifica l’operazione con una visione futuristica. Nel comunicato, ha scritto che “la domanda globale di elettricità per l’AI semplicemente non può essere soddisfatta con soluzioni terrestri, nemmeno nel breve termine, senza imporre disagi alle comunità e all’ambiente”. La soluzione di cui Musk ha parlato anche al recente World Economic Forume di Davos, è spostare di data center nello spazio e alimentarli attraverso energia solare costante.

    SpaceX ha già chiesto alla FCC l’autorizzazione per lanciare fino a un milione di satelliti per questo scopo.

    Musk sostiene che “entro 2-3 anni, il modo più economico per generare AI compute sarà nello spazio”. Gli analisti sono scettici. Le sfide tecniche sono enormi, dalla latenza ai danni da radiazioni, dalla manutenzione impossibile all’obsolescenza rapida dell’hardware.

    Il punto, probabilmente, è un altro.

    Legare SpaceX alla crescente domanda di infrastruttura per l’intelligenza artificiale, con la possibilità di considerare xAI come primo grande utilizzatore interno, consente di attribuire a SpaceX una nuova cornice di valutazione e, allo stesso tempo, di iniziare a far percepire l’infrastruttura in orbita come una possibile risposta ai limiti che l’AI sta cominciando a incontrare sulla Terra.

    È una dinamica perfettamente coerente con il modo di pensare di Musk: non presentare soluzioni già compiute, ma rendere un’idea abbastanza concreta da permettere al mercato di iniziare a darle un prezzo.

    Il vero senso di questa operazione

    L’acquisizione di xAI da parte di SpaceX non è una semplice fusione tra due aziende tecnologiche. Ma è la creazione di un’entità che possiamo ben definire senza precedenti, che combina capacità spaziali, infrastruttura di comunicazione globale, piattaforma social, intelligenza artificiale e contratti governativi sensibili.

    Tutto sotto il controllo di una singola persona. Il patrimonio netto di Musk, già il più alto al mondo, supera i 670 miliardi di dollari. Con l’IPO di SpaceX, potrebbe diventare il primo trilionario della storia.

    A questo punto sorge spontaneo chiedersi che tipo di supervisione si possa esercitare su un’entità di questo tipo.

    Ricapitolando: SpaceX lancia i satelliti nello spazio, anche satelliti militari americani; Starlink fornisce connettività ovunque nel mondo, anche alle forze armate in zona di guerra; Grok, tra le altre cose, analizza dati per il Pentagono attingendo ai flussi di X; X, a sua volta, determina quali contenuti hanno visibilità per centinaia di milioni di persone.

    Tutto questo fa capo a un unico proprietario.

    Non è fantascienza, ma è realtà.

  • Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale

    Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale

    I risultati di Meta del Q4 2025 confermano la crescita delle piattaforme social, con oltre 3,5 miliardi di utenti giornalieri. Per il 2026 si prevedono investimenti fino a 135 miliardi di dollari in infrastrutture IA.

    Meta ha rilasciato i risultati finanziari del quarto trimestre e dell’intero anno fiscale 2025. Numeri che superano le aspettative degli analisti finanziari su tutti i principali indicatori.

    Ma al di là dei numeri puramente finanziari, quello che emerge dalla conference call di Mark Zuckerberg è una visione chiara e ambiziosa per il futuro dell’azienda, che passa attraverso l’intelligenza artificiale e una riorganizzazione profonda delle proprie piattaforme.

    Meta numeri del trimestre Q4 2025

    I ricavi del Q4 2025 hanno raggiunto i 59,89 miliardi di dollari, in crescita del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

    L’utile netto si è attestato a 22,8 miliardi di dollari con un EPS di 8,88 dollari, superando le stime degli analisti che si fermavano a 8,23 dollari.

    Per l’intero anno fiscale 2025, Meta ha generato ricavi per 200,97 miliardi di dollari, con una crescita del 22% rispetto al 2024.

    La società ha chiuso l’anno con 81,59 miliardi di dollari in liquidità e titoli negoziabili.

    Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale
    Meta, 2025 da record verso la superintelligenza personale

    Le piattaforme Meta: Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads

    Sono i numeri delle piattaforme a raccontare la storia più interessante per noi e chi legge InTime Blog.

    Meta ha chiuso il 2025 con oltre 3,5 miliardi di persone che utilizzano almeno una delle sue app ogni giorno. Facebook e WhatsApp hanno entrambe superato i 2 miliardi di utenti attivi giornalieri, mentre Instagram si attesta poco sotto questa soglia.

    Rispetto al Q4 2024, gli utenti attivi giornalieri complessivi sono cresciuti del 7%, raggiungendo i 3,58 miliardi a dicembre 2025.

    Su Instagram, il tempo di visualizzazione dei Reels è aumentato di oltre il 30% anno su anno negli Usa, mentre la prevalenza di contenuti originali è cresciuta di 10 punti percentuali nel Q4, con il 75% delle raccomandazioni che ora proviene da post originali.

    Su Facebook, il tempo dedicato ai video è cresciuto a doppia cifra anno su anno negli USA, con le ottimizzazioni del Q4 che hanno prodotto un aumento del 7% nelle visualizzazioni di post organici nel feed e nei video.

    Threads continua a mostrare una crescita sostenuta, con 150 milioni di utenti attivi giornalieri a fine ottobre 2025 e oltre 400 milioni di utenti attivi mensili.

    Le ottimizzazioni delle raccomandazioni nel Q4 hanno generato un aumento del 20% nel tempo trascorso sulla piattaforma.

    Zuckerberg ha dichiarato che Threads è sulla buona strada per diventare leader nella sua categoria, quella del social testuale di breve formato dove compete direttamente con X.

    Dina Powell McCormick presidente di Meta col favore di Trump

    Meta AI e la visione della superintelligenza personale

    Meta AI ha superato il miliardo di utenti attivi mensili (erano 600 milioni a ottobre 2025), diventando una delle piattaforme AI a più rapida crescita nella storia.

    Ma Zuckerberg continua a guardare oltre. Durante la conference call ha delineato quella che definisce una “major AI acceleration” per il 2026, con l’obiettivo dichiarato di costruire quella che chiama “personal superintelligence”.

    L’azienda sta lavorando per fondere i modelli linguistici di grandi dimensioni con i sistemi di raccomandazione che alimentano Facebook, Instagram e Threads. Zuckerberg ha spiegato che i sistemi attuali sono primitivi rispetto a quello che sarà possibile a breve, quando l’AI sarà in grado di comprendere gli obiettivi personali unici di ogni utente e personalizzare i feed per mostrare contenuti che aiutino le persone a migliorare la propria vita.

    Nel 2025 Meta ha ricostruito le fondamenta del proprio programma AI, portando Alexandr Wang, CEO di Scale AI, a guidare i Meta Superintelligence Labs attraverso un accordo da 14,3 miliardi di dollari.

    Nei prossimi mesi l’azienda inizierà a rilasciare nuovi modelli AI. Zuckerberg si aspetta che i primi modelli siano buoni, ma soprattutto che dimostrino la rapida traiettoria su cui si trova l’azienda, con l’obiettivo di spingere costantemente la frontiera nel corso dell’anno.

    Meta, investimenti IA fino a 135 miliardi per il 2026

    Per sostenere questa visione, Meta prevede spese in conto capitale tra 115 e 135 miliardi di dollari nel 2026, quasi il doppio rispetto ai 72,2 miliardi spesi nel 2025.

    L’aumento è destinato principalmente agli sforzi dei Meta Superintelligence Labs e al core business. Come ha sottolineato la CFO Susan Li, la domanda continua a superare la capacità disponibile e l’azienda si aspetta di rimanere vincolata dalla capacità per gran parte del 2026 fino a quando le nuove strutture non entreranno in funzione.

    Meta ha anche annunciato un accordo pluriennale fino a 6 miliardi di dollari con Corning per la fornitura di cavi in fibra ottica per i propri data center.

    Nadella e gli altri big del tech stanno correndo tutti nella stessa direzione. Ossia costruire i data center del futuro e accumulare capacità computazionale.

    Reality Labs e gli occhiali Ray-Ban

    Reality Labs ha registrato una perdita operativa di 6 miliardi di dollari nel Q4, ma Zuckerberg ha indicato che si aspetta che questo sia l’anno di picco delle perdite della divisione, che inizieranno a ridursi gradualmente.

    La notizia più interessante riguarda gli occhiali Ray-Ban con AI integrata: le vendite sono più che triplicate nell’ultimo anno. Zuckerberg vede questo come un momento simile all’arrivo degli smartphone, quando era solo questione di tempo prima che tutti i telefoni a conchiglia diventassero smartphone. Gli occhiali, ha detto, sono l’incarnazione definitiva della visione dell’azienda.

    L’IA come strumento di trasformazione interna

    Meta sta anche investendo in strumenti AI per la propria forza lavoro.

    Zuckerberg ha annunciato che l’azienda eleverà i contributori individuali e appiattirà i team. E cioè che quello che oggi fanno molti grandi team può essere realizzato da una singola persona molto talentuosa con l’ausilio dell’AI.

    Meta contava 78.865 dipendenti a fine 2025, in crescita del 6% anno su anno, ma ha anche effettuato 1.500 licenziamenti a Reality Labs a inizio gennaio.

    Meta, le sfide e rischi all’orizzonte

    La società ha segnalato che i venti contrari che arrivano dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti potrebbero avere un impatto significativo sul business. Precisamente per l’UE ci si riferisce all’impianto di norme per regolare la IA e non solo.

    Diversi processi ad alto profilo sui social media inizieranno nel corso dell’anno e potrebbero sfociare in perdite materiali. Ma la fiducia degli investitori resta alta. Infatti, il titolo è balzato di oltre il 10% nell’after-hours dopo l’annuncio dei risultati.

    Secondo Zuckerberg, il 2025 è stato un anno di ricostruzione delle fondamenta mentre il 2026 sarà l’anno dell’accelerazione.

    La domanda da farsi adesso è se la corsa agli armamenti IA tra i giganti tech porterà effettivamente ai benefici promessi per gli utenti, o se rappresenterà principalmente un trasferimento di valore verso i produttori di chip e infrastrutture.

    Meta sembra convinta della prima ipotesi. Vedremo se sarà così.

  • TikTok US al via tra le polemiche, ecco chi gestirà l’algoritmo

    TikTok US al via tra le polemiche, ecco chi gestirà l’algoritmo

    TikTok US ha preso il via e Oracle avrà accesso all’algoritmo. Larry Ellison, stretto alleato di Trump, è quindi al centro dell’operazione. A pochi giorni dall’accordo, già polemiche sulla visibilità dei contenuti politici.

    La data era attesa ed è arrivata. Il 22 gennaio 2026 segna la nascita ufficiale di TikTok US.

    Dopo anni di tensioni – dal 2020 -, proroghe, ordini esecutivi e ricorsi alla Corte Suprema, l’accordo tra Washington e Pechino è stato finalmente finalizzato.

    TikTok ha annunciato la creazione di TikTok USDS Joint Venture LLC, la nuova entità che gestirà le operazioni americane della piattaforma video più discussa degli ultimi anni.

    Donald Trump non ha perso l’occasione per intestarsi il risultato. Su Truth Social il presidente Usa ha ringraziato il suo staff e, soprattutto, il presidente cinese Xi Jinping “per aver lavorato con noi e, alla fine, approvato l’accordo”. Una dichiarazione che segna un cambio di registro notevole, considerando che lo stesso Trump nel 2020 aveva tentato di vietare completamente l’app.

    TikTok US, la struttura dell’accordo

    La nuova società sarà guidata da Adam Presser, mentre il CEO di TikTok Shou Chew siederà nel consiglio di amministrazione. ByteDance mantiene una quota del 19,9%, formalmente minoritaria ma comunque significativa.

    Oracle, Silver Lake e il fondo emiratino MGX detengono ciascuna il 15%, per un totale del 45% nelle mani del consorzio principale.

    Il valore complessivo dell’operazione resta fissato a 14 miliardi di dollari. Una cifra che riflette il peso di TikTok sul mercato americano, dove la piattaforma conta ora oltre 200 milioni di utenti attivi.

    TikTok US al via tra le polemiche, ecco chi gestirà l'algoritmo
    TikTok US al via tra le polemiche, ecco chi gestirà l’algoritmo

    TikTok US, il cuore dell’accordo è l’algoritmo

    Questo è il punto centrale che merita molta attenzione.

    Come già ricordato, Oracle non si limiterà a ospitare i dati degli utenti americani sui propri server. La società di Larry Ellison avrà accesso al codice sorgente di TikTok, quindi avrà accesso all’algoritmo di raccomandazione che ha reso la piattaforma un fenomeno globale.

    La nuova entità dovrà riallenare l’algoritmo utilizzando esclusivamente dati degli utenti americani. L’obiettivo dichiarato è garantire che il feed dei contenuti sia libero da manipolazioni esterne. Ma le implicazioni vanno ben oltre la sicurezza nazionale.

    Chi controlla l’algoritmo di raccomandazione controlla ciò che oltre 170 milioni di americani vedono ogni giorno. E la domanda diventa inevitabile: chi garantisce che il nuovo algoritmo “americano” non venga a sua volta modellato secondo interessi diversi da quelli degli utenti?

    TikTok US e il ruolo di Larry Ellison

    Larry Ellison non è un attore neutrale in questa partita. Il fondatore di Oracle è uno dei principali sostenitori di Trump, con oltre 46 milioni di dollari donati a campagne e comitati repubblicani dal 2012. Ha ospitato eventi di raccolta fondi per Trump nella sua tenuta in California. Nel novembre 2020 ha partecipato a una telefonata con altri alleati del presidente per discutere strategie volte a contestare i risultati delle elezioni.

    La sua vicinanza a Trump si è intensificata negli ultimi anni. A gennaio 2025 era presente alla Casa Bianca per l’annuncio del progetto Stargate, la joint venture per l’intelligenza artificiale con OpenAI e SoftBank. Non solo. Attraverso il figlio David, Ellison controlla ora Paramount Global (che include CBS News) e sta puntando a Warner Bros. Discovery, la società madre di CNN.

    In altre parole, l’uomo che avrà accesso all’algoritmo di TikTok sta costruendo un impero mediatico che potrebbe includere presto anche alcune delle principali testate giornalistiche americane.

    TikTok US e l’algoritmo del proprietario, ancora una volta

    Come ho già osservato in passato, siamo di fronte a un altro caso di quello che definisco “algoritmo del proprietario”. X sotto la gestione di Elon Musk ha già dimostrato come la proprietà di una piattaforma possa influenzarne profondamente i meccanismi di distribuzione dei contenuti.

    Con TikTok US la dinamica sarà diversa, ma il principio resta lo stesso. L’accesso privilegiato all’algoritmo da parte di soggetti vicini al potere politico pone interrogativi legittimi sulla neutralità della piattaforma.

    Oracle potrà isolare infrastrutture e parametri, ricostruire un modello “americano”. E chi ha accesso a questi elementi ha la possibilità di modellare ciò che milioni di persone vedono.

    TikTok US, un compromesso geopolitico

    L’accordo soddisfa parzialmente entrambe le parti. Gli Stati Uniti ottengono il controllo formale sulla piattaforma e sui dati degli utenti americani. ByteDance mantiene una presenza, seppur minoritaria, e continuerà a monetizzare attraverso licenze e attività commerciali.

    Ma restano perplessità. Alcuni esperti osservano, come già fatto mesi fa, che la struttura somiglia più a un accordo di franchising che a una vera dismissione. ByteDance non esce di scena completamente. E il fatto che circa il 30% della nuova società resti in mano ad “affiliati degli investitori esistenti di ByteDance” lascia aperti margini di ambiguità.

    La legge bipartisan del 2024 richiedeva una separazione netta. La struttura negoziata dall’amministrazione Trump sembra aggirare questo requisito. Il Congresso ha già chiesto di visionare i dettagli dell’accordo per verificare la conformità ai requisiti di sicurezza nazionale.

    I primi giorni di TikTok US: segnalazioni e polemiche

    A pochi giorni dalla chiusura dell’accordo, sono emerse le prime segnalazioni da parte di creator e politici americani. Diversi utenti hanno denunciato un crollo improvviso della visibilità sui contenuti politici, con video fermi a zero views nonostante follower nell’ordine delle decine di migliaia.

    Il senatore californiano Scott Wiener ha scritto su X: “TikTok is now state-controlled media”. Un suo video su una proposta di legge è rimasto fermo a zero visualizzazioni. Brian Krassenstein, creator con oltre 125.000 follower, ha segnalato che i suoi post politici ricevono tra 0 e 1000 views da quando gli alleati di Trump hanno preso il controllo della piattaforma.

    Bernie Sanders ha elencato pubblicamente l’impero mediatico che Larry Ellison ora controlla, da TikTok a CBS, MTV, Paramount+, Nickelodeon, Simon & Schuster. E ha concluso: “This is what Oligarchy looks like.”

    TikTok USDS JV ha risposto con un comunicato ufficiale attribuendo i problemi a un’interruzione infrastrutturale nei data center. Secondo la nuova entità, si tratterebbe di un “display error caused by server timeouts” che avrebbe causato temporaneamente zero views e mancati guadagni per i creator.

    La spiegazione tecnica però non ha convinto tutti. E il dibattito sulla neutralità dell’algoritmo americano è destinato a proseguire.

    Una storia iniziata nel 2020

    La vicenda TikTok negli Stati Uniti ha attraversato sei anni di alti e bassi. Dal primo ordine esecutivo di Trump nel 2020, annullato poi da Biden; alla legge bipartisan del 2024, alla conferma della Corte Suprema nel gennaio 2025; al breve blocco dell’app, alle proroghe successive.

    Dopo sei anni quella storia trova un punto di approdo. Non una conclusione definitiva, diciamolo, ma certamente un capitolo nuovo.

    Alla fine, TikTok resta disponibile per oltre 170 milioni di utenti americani e l’algoritmo più potente del mondo passa sotto controllo statunitense, anche se in maniera temporanea.

    Quanto durerà l’equilibrio trovato? La storia recente insegna che, quando si tratta di Trump, di rapporti con la Cina e di piattaforme digitali, nulla è mai davvero definitivo.