Categoria: Social Media

In questa categoria trovate articoli che riportano dati e ricerche sul mondo dei Social Media. Dal numero di utenti connessi, al tempo trascorso su ciascun social network

  • Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere

    Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere

    La tragedia in Francia e l’iniziativa di Macron riaccendono sull’età minima per accedere ai social media. Tra divieti, educazione all’uso delle piattaforme e salute mentale, l’UE è chiamata a decidere. E a farlo in fretta.

    Si torna a parlare del rapporto tra adolescenti e piattaforme digitali, tra giovani e social media. E purtroppo, ancora una volta, lo si fa in seguito a eventi tragici. L’attenzione in questi giorni è puntata su quanto accaduto in Francia, mentre alcuni hanno provato a collegare anche la recente tragedia avvenuta in Austria. Ma al momento, va detto chiaramente, non ci sono evidenze che leghino direttamente quel fatto all’uso dei social.

    Il caso francese e l’intervento di Macron

    Diverso è il caso francese, che ha riportato in primo piano la discussione sul legame tra uso delle piattaforme digitali e fragilità adolescenziale. A rilanciarlo è stato direttamente il presidente Emmanuel Macron, intervenuto in modo netto e deciso dopo l’ennesimo episodio di violenza in ambito scolastico.

    Un ragazzo di 14 anni ha aggredito e ucciso, con una violenza inaudita, una bidella nella scuola che frequentava. La donna stava controllando lo zaino del ragazzo. Una prassi. Ma la reazione del giovane è stata tanto brutale quanto incomprensibile.

    Di fronte a questo fatto, Macron ha annunciato l’intenzione di introdurre una legge nazionale che vieti l’accesso ai social media ai minori di 15 anni. Insieme al ministro per il Digitale, ha rivolto un ultimatum all’Unione Europea: se entro tre mesi non verrà adottata una norma comune, la Francia procederà autonomamente. Una posizione netta, che riaccende un dibattito già esistente ma spesso eluso.

    Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere
    Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere

    Un grande problema che si è acuito con la pandemia

    Questa discussione non nasce oggi. Già prima della pandemia c’erano segnali evidenti, ma è stato durante i lunghi mesi di isolamento che il digitale è diventato l’unico spazio possibile per studiare, lavorare, comunicare. Un’accelerazione improvvisa che ha portato benefici, certo, ma anche squilibri che oggi si manifestano con forza.

    Nel 2021, lo ricorderete, il Wall Street Journal pubblicò documenti interni di Meta – i cosiddetti “Facebook Papers”, che dimostravano come Instagram fosse ritenuto pericoloso, soprattutto per le ragazze adolescenti.

    La piattaforma alimentava un senso costante di inadeguatezza, spingendo a rincorrere modelli estetici irraggiungibili, associati a una forma distorta di approvazione sociale. Il risultato? Un aumento della pressione psicologica e un impatto diretto sulla salute mentale.

    Oggi, a distanza di anni, Instagram prova a ricalibrare il proprio approccio.

    Tra maggio e giugno 2025 ha lanciato una campagna rivolta all’Unione Europea, chiedendo che la verifica dell’età degli utenti avvenga già nei negozi digitali, App Store e Google Play, prima ancora del download.

    L’obiettivo dichiarato è quello di evitare dichiarazioni d’età fittizie e garantire un accesso più responsabile.

    L’UE potrebbe partire dal DSA

    Ma questo è solo un pezzo del problema. Perché in Europa esiste già il Digital Services Act, entrato in vigore nel 2022, che impone obblighi di trasparenza alle piattaforme. Tuttavia, non prevede ancora un sistema chiaro e vincolante per la verifica dell’età. E così, mentre alcuni Paesi come Francia, Spagna, Grecia e Danimarca cercano di armonizzare gli interventi, a livello europeo manca ancora un’azione realmente coordinata.

    Social media e adolescenti, caso Australia 

    C’è poi il caso dell’Australia, che ha adottato una delle normative più radicali: dal 2025 vigerà il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni. Una legge chiara, che prevede sanzioni fino a 50 milioni di dollari australiani per le piattaforme che non si adeguano. Anche qui, la spinta è arrivata da un’opinione pubblica sempre più consapevole dei rischi a cui sono esposti i più giovani.

    Ma è davvero il divieto la soluzione definitiva?

    No. E serve dirlo con chiarezza. Vietare, da solo, non basta. Occorre educare. Occorre formare. Occorre accompagnare i ragazzi verso un uso più consapevole e responsabile dei media digitali. Serve dare loro gli strumenti per riconoscere e gestire la pressione che deriva da un’esposizione costante ai contenuti e ai giudizi degli altri.

    Istruzioni e attenzione all’uso più forte dei divieti

    Stiamo parlando di effetti concreti: calo dell’attenzione, reazioni emotive eccessive, incapacità di gestire frustrazioni e situazioni complesse.

    Tutti elementi che pesano enormemente sulla crescita personale, e che possono portare, come purtroppo abbiamo visto, a conseguenze gravi, talvolta irreparabili.

    Su questo dovrebbe riflettere la politica. Ed è qui che le istituzioni devono agire, non con reazioni di pancia, ma con strumenti efficaci e coerenti. Perché il problema è reale, ed è sempre più grande.

    Oggi è il momento delle decisioni. Decisioni che devono mettere al centro il benessere dei nostri ragazzi. Basta inseguire like, basta inseguire l’effimero. Perché l’effimero scompare. Ma i nostri figli restano. E la loro salute mentale conta più di qualsiasi algoritmo.

  • Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    Dopo 130 giorni si chiude l’incarico di Elon Musk nel governo USA alla guida del DOGE. Un esperimento tra riforme mancate e crisi aziendali, che ridefinisce i confini della sua leadership pubblica.

    Elon Musk ha ufficialmente concluso il suo incarico governativo con un annuncio pubblicato sulla piattaforma X.

    Un messaggio essenziale, nel quale ha ringraziato per l’opportunità ricevuta e sottolineato l’impegno profuso nel promuovere l’efficienza del governo federale.

    Una chiusura che segna la fine di un’esperienza breve ma densa di implicazioni politiche, economiche e non senza polemiche.

    Elon Musk e DOGE, incarico a tempo

    L’incarico, come previsto dalla normativa federale statunitense, era stato concepito sin dall’inizio come temporaneo. Musk era stato inquadrato come special government employee, una figura prevista per consentire a personalità esterne al governo di collaborare su obiettivi specifici per un massimo di 130 giorni all’anno.

    Il suo mandato si è concluso proprio allo scadere di questo limite. Ma la sua uscita arriva anche dopo settimane segnate da crescenti tensioni all’interno dell’amministrazione.

    Durante i quattro mesi trascorsi alla guida del DOGE, il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, Musk ha lanciato un programma ambizioso di tagli alla spesa pubblica.

    Ecco perché Elon Musk lascia l'amministrazione Trump
    Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    DOGE, un piano molto ambizioso

    L’obiettivo dichiarato era ridurre 2.000 miliardi di dollari di sprechi nel bilancio federale. Ma l’effettivo risparmio ottenuto si è fermato a circa 150 miliardi. Il divario tra l’intenzione iniziale e il risultato finale ha evidenziato quanto sia complesso intervenire nella macchina statale con logiche da impresa tecnologica, se non da startup.

    Un momento di rottura si è verificato con la pubblicazione della nuova legge di bilancio proposta dal presidente Trump, che ha previsto una spesa complessiva superiore a 6 trilioni di dollari. Musk ha criticato la manovra, ritenendola contraria alla missione del DOGE e accusandola di aggravare il deficit federale. La sua affermazione – “può essere grande o bella, ma non entrambe” – ha sintetizzato un dissenso ormai evidente.

    Elon Musk e il difficile momento delle sue aziende

    Nel frattempo, le sue aziende affrontavano un periodo difficile.

    Tesla ha registrato un calo dei profitti pari al 71% nel primo trimestre del 2025, accompagnato da un crollo delle vendite.

    Gli investitori hanno reagito negativamente, percependo l’impegno politico di Musk come una fonte di distrazione e instabilità.

    Per non parlare poi delle tensioni aziendali generate dalle posizioni politiche tenute da Musk in questi mesi. In molte occasioni ci sono state speculazioni che parlavano di malumori degli investitori di Tesla intenti a cercare un nuovo CEO.

    Elon Musk e il suo esperimento governativo

    La conclusione dell’esperienza governativa non rappresenta solo la chiusura di un ruolo formalmente a tempo, ma anche la fine di un esperimento. Musk ha provato a estendere la propria influenza alla sfera istituzionale, portando dentro le logiche del potere pubblico l’approccio rapido e semplificato della cultura tech.

    L’esito, almeno in questa fase, è stato parziale. La struttura federale ha mostrato resistenza, le tensioni interne hanno prevalso e le sue aziende hanno sofferto.

    Con il ritorno a tempo pieno alla guida delle sue imprese, Musk archivia una parentesi che non ha riformato l’apparato statale, ma ha contribuito a ridefinire i confini della leadership contemporanea. Una leadership che si muove tra tecnologia, mercato e rappresentazione pubblica, generando nuove tensioni tra ciò che si intende per efficienza e ciò che significa visione nel concreto.

    La sua uscita dal governo, pur essendo prevista, assume oggi un significato evidente. Il ritorno a una dimensione imprenditoriale che resta centrale nella narrazione globale, ma segnata, in questa fase, da un bilancio governativo in chiaroscuro.

  • Anche su Threads si possono aggiungere fino a 5 link nella bio

    Anche su Threads si possono aggiungere fino a 5 link nella bio

    Threads introduce la possibilità di inserire fino a 5 link nella bio del profilo, ampliando le opportunità per creator e brand. Una funzione già introdotta su Instagram due anni fa.

    Threads continua ad evolversi, e lo fa introducendo una funzionalità che potrebbe segnare un nuovo passo verso la maturità della piattaforma. Da oggi è possibile inserire fino a cinque link nella bio del proprio profilo.

    Una funzionalità che strizza l’occhio a creator, brand e professionisti, offrendo loro uno strumento in più per rendere più completa e utile la propria presenza sulla piattaforma.

    Una possibilità che già conosciamo bene, perché Instagram l’aveva introdotta due anni fa, nel 2023, come scritto in questo articolo: Instagram, è ora possibile inserire fino a 5 link nella bio.

    Oggi quella stessa logica viene estesa anche a Threads, in quella che si delinea sempre di più come un’integrazione strategica tra le due piattaforme.

    Anche su Threads si possono aggiungere fino a 5 link nella bio
    Anche su Threads si possono aggiungere fino a 5 link nella bio

    Su Threads una bio più ricca e più utile

    L’annuncio è arrivato direttamente da Meta attraverso questo post pubblicato nel mese di marzo, dove si illustrano alcune nuove funzioni pensate per rendere Threads un’esperienza più personalizzata e controllabile da parte dell’utente.

    Ma è nelle ultime settimane che questa funzionalità ha cominciato a essere distribuita su larga scala, come confermato da TechCrunch e Social Media Today, tra gli altri.

    A cosa serve (davvero) avere più link

    Poter inserire più link significa offrire più strade per chi visita il profilo: il link alla newsletter, al sito ufficiale, a un articolo appena pubblicato, a un prodotto, ad un’altra piattaforma.

    Una strategia che aiuta i creator a non essere costretti a scegliere e a non dipendere da soluzioni esterne come Linktree o simili.

    L’interfaccia per aggiungere i link è semplice e intuitiva. Si va su “Modifica profilo” e si può aggiungere, come ricordato prima, fino a cinque link, ciascuno con una breve descrizione.

    Una funzione pensata per chi crea contenuti

    Oltre alla possibilità di aggiungere più link, Meta ha anche introdotto strumenti di analisi per monitorare il numero di clic che ogni link riceve.

    È una novità importante soprattutto per chi lavora in ottica di performance e engagement, perché consente di capire quali contenuti funzionano meglio e come ottimizzare le strategie di pubblicazione.

    Threads, una direzione sempre più chiara

    Threads, lanciata come piattaforma “testuale” in risposta all’evoluzione (o involuzione) di X, sta trovando, piano piano, una sua identità.

    Non è solo il luogo dove si può postare, ma sta diventando sempre più, tra mille cose ancora da sistemare, uno spazio utile per comunicare in modo professionale, per integrare diversi canali e per offrire valore a chi ci segue.

    L’apertura ai 5 link nella bio è solo un tassello, ma dice molto sulla visione a medio termine. E cioè rendere Threads più flessibile, più utile e più integrata in un ecosistema, quello di Meta, che vuole trattenere utenti e creator offrendo loro sempre più strumenti.

  • Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica

    Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica

    Con l’elezione di Papa Leone XIV si apre una nuova fase per la Chiesa. Da osservare quale sarà il rapporto del nuovo pontefice con IA, digitale ed etica dopo l’eredità di Papa Francesco.

    Ieri, 8 maggio 2025, la Chiesa cattolica ha voltato pagina. La fumata bianca, apparsa alle 18:07 dalla Cappella Sistina, ha annunciato al mondo che il nuovo Papa, eletto dopo due giorni di Conclave, è Robert Francis Prevost, ora Leone XIV, primo Pontefice della storia proveniente dagli Usa, da Chicago per la precisione.

    Un nome che richiama Leone XIII, il Papa che con l’enciclica Rerum Novarum diede inizio alla Dottrina sociale della Chiesa, con un’attenzione esplicita alla dignità del lavoro.

    E oggi, in un mondo segnato dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, non è un richiamo casuale.

    Questo passaggio di testimone rappresenta un momento simbolico, ma anche molto concreto, per riflettere su come la Chiesa affronterà le grandi trasformazioni in corso, a partire da quelle che riguardano le tecnologie emergenti, il digitale e l’IA.

    Temi, come sappiamo, che Papa Francesco ha sempre affrontato con grande lucidità e responsabilità etica, lasciando un’impronta ben visibile in ogni suo intervento pubblico sull’argomento.

    Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica
    Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica

    L’attenzione costante di Papa Francesco al digitale e alla IA

    In un articolo pubblicato su questo blog in occasione del suo addio, ho definito Papa Francesco come il primo vero Papa dell’era dei social media.

    Non solo per l’uso attivo dei canali digitali, ma per la capacità di comprenderne i meccanismi, le derive e le potenzialità. Durante il suo pontificato, ha parlato apertamente delle dinamiche di polarizzazione che attraversano le piattaforme, del rischio di esclusione digitale, e più di recente, della necessità urgente di una governance etica dell’intelligenza artificiale.

    Proprio nel 2023, Papa Francesco aveva indicato l’IA come una delle grandi sfide morali del nostro tempo, sottolineando la responsabilità collettiva nel suo sviluppo. La scelta del tema dell’IA e della pace per la Giornata Mondiale della Pace 2024 ne è stata una chiara conferma. Un Papa che ha saputo tenere insieme spirito e tecnologia, etica e futuro.

    Papa Leone XIV: un nome evocativo

    Il cardinale Prevost, ora Leone XIV, non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’IA da Papa. Ma ci sono già alcuni segnali che meritano attenzione.

    La scelta del nome – Leone – non è solo un omaggio a un predecessore, ma un gesto carico di significato. Come ha dichiarato il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, la scelta richiama esplicitamente “gli uomini, le donne e i lavoratori” in un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale, in riferimento al pensiero sociale di Leone XIII.

    Inoltre, da cardinale, Prevost ha mostrato attenzione alle questioni sociali e morali del nostro tempo, intervenendo anche attraverso i social media.

    In particolare, ha dimostrato di comprendere la complessità dell’uso pubblico della parola in rete, prendendo posizione contro semplificazioni pericolose e retoriche identitarie.

    Una sensibilità che, se traslata nel ruolo di Pontefice, potrebbe tradursi in una visione chiara sul ruolo delle tecnologie nei rapporti umani e nella costruzione di comunità.

    La sfida di una Chiesa che cammina anche nel digitale

    Siamo ancora all’inizio di questo nuovo pontificato, ma è già evidente che la posta in gioco non riguarda solo il futuro della Chiesa, bensì il suo rapporto con un mondo radicalmente trasformato dal digitale.

    Le piattaforme digitali, l’intelligenza artificiale generativa, i modelli linguistici, gli algoritmi che condizionano l’informazione e le relazioni, sono oggi questioni politiche che toccano anche le comunità spirituali.

    Sarà interessante vedere se Leone XIV manterrà quell’atteggiamento di apertura critica e dialogante che ha caratterizzato Papa Francesco, oppure se darà una nuova impronta, magari più orientata alla concretezza dell’azione sociale e alla protezione della dignità umana nell’era degli automatismi.

    L’eredità di Francesco potrebbe continuare

    Papa Francesco lascia un’eredità forte sul fronte della comunicazione, della responsabilità etica e della presenza consapevole nel digitale. E oggi, con Leone XIV, si apre una fase nuova che potrebbe consolidare quanto fatto finora o reinterpretarlo alla luce delle sfide future.

    In ogni caso, sarà fondamentale continuare a osservare da vicino le parole e i gesti di questo nuovo Papa rispetto all’innovazione tecnologica, alla giustizia sociale e al ruolo dell’informazione.

    Perché oggi, più che mai, la spiritualità si misura anche nella capacità di saper affrontare criticamente il presente digitale.

  • TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    TikTok è stata multata per 530 milioni di euro dall’UE per aver trasferito impropriamente dati degli utenti in Cina, violando il GDPR. Un caso che riaccende il dibattito sulla privacy.

    L’Unione Europea ha inflitto a TikTok una multa da 530 milioni di euro – pari a circa 600 milioni di dollari – per violazione delle norme sulla privacy dei dati personali.

    Il motivo? Un’inchiesta durata quattro anni ha accertato che l’azienda ha trasferito impropriamente dati degli utenti europei in Cina, senza rispettare quanto previsto dal GDPR. Una sanzione pesante, che si inserisce in un contesto di crescente diffidenza verso la piattaforma di proprietà del colosso cinese ByteDance.

    Una delle multe più alte mai comminate sotto il GDPR

    A decidere la sanzione è stata la Data Protection Commission (DPC) irlandese, autorità capofila per TikTok in quanto la sede europea dell’azienda si trova a Dublino.

    Dopo un’indagine avviata nel settembre 2021, la DPC ha stabilito che TikTok ha violato l’articolo 44 del Regolamento generale sulla protezione dei dati, che impone regole molto rigide sui trasferimenti verso paesi terzi.

    Nello specifico, è stato accertato che TikTok ha consentito l’accesso remoto ai dati degli utenti europei da parte di dipendenti e personale tecnico con sede in Cina, senza adottare misure sufficienti a garantire un livello di protezione “equivalente” a quello previsto dalla normativa europea.

    Agli utenti europei non è stato garantito un livello di protezione sostanzialmente equivalente a quello garantito all’interno dell’UE“, ha affermato in una nota Graham Doyle, vice commissario della Commissione irlandese per la protezione dei dati.

    Si tratta della terza multa più elevata mai inflitta nell’ambito del GDPR, dopo quelle a Meta (1,2 miliardi di euro) e Amazon (746 milioni di euro). E, per TikTok, non è nemmeno la prima: nel 2023 era già stata sanzionata con una multa da 345 milioni di euro per violazioni legate al trattamento dei dati dei minori.

    TikTok, multa dall'UE per trasferimento di dati in Cina
    TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    Il cuore della questione: i dati trasferiti in Cina

    A preoccupare le autorità europee è soprattutto il fatto che i dati degli utenti – compresi quelli di giovani e giovanissimi – siano potenzialmente accessibili da un paese, la Cina, i cui standard legali e di tutela della privacy sono molto diversi da quelli europei.

    La legge cinese sulla sicurezza nazionale, infatti, impone alle aziende di collaborare con il governo qualora richiesto, anche in termini di accesso ai dati. E questo, per i regolatori europei, rappresenta un rischio concreto per la protezione delle informazioni personali.

    TikTok ha inizialmente negato che i dati degli utenti europei fossero conservati o accessibili dalla Cina. Ma nel febbraio 2025 ha ammesso che una “quantità limitata” di dati era effettivamente archiviata in territorio cinese, contraddicendo quanto dichiarato fino a quel momento. Un elemento che ha avuto un peso determinante nelle conclusioni della DPC.

    Il nodo della trasparenza: cosa non è stato detto agli utenti

    Un altro punto su cui si è concentrata l’indagine riguarda la trasparenza. Secondo quanto accertato, TikTok non ha informato in modo chiaro gli utenti che i loro dati potevano essere trasferiti e trattati in Cina. Nella sua informativa sulla privacy, infatti, il paese non veniva menzionato in maniera esplicita.

    Non solo. L’indagine ha evidenziato che TikTok non ha condotto un’adeguata valutazione dei rischi legati a questi trasferimenti, né ha messo in atto misure tecniche e organizzative sufficienti per tutelare i dati.

    Ora la piattaforma ha sei mesi di tempo per mettersi in regola, altrimenti rischia la sospensione del trasferimento dei dati verso la Cina.

    TikTok risponde: “La decisione si riferisce al passato”

    TikTok ha fatto sapere di non condividere le conclusioni della DPC e di voler presentare ricorso. Ha inoltre sottolineato che la decisione si basa su pratiche risalenti a prima del maggio 2023, ossia prima dell’implementazione del cosiddetto Project Clover.

    Si tratta di un programma da 12 miliardi di euro con cui TikTok mira a rassicurare le autorità europee. Tra le misure previste, la costruzione di tre data center nel continente, una revisione dei protocolli di accesso ai dati e un sistema di audit indipendenti sulla gestione delle informazioni personali.

    Questa sentenza rischia di creare un precedente con conseguenze di vasta portata per le aziende e interi settori in tutta Europa che operano su scala globale“, ha affermato TikTok in una nota.

    Un’operazione che, al di là del tentativo di salvaguardare la propria immagine, dimostra quanto il tema del trattamento dei dati stia diventando centrale anche per una piattaforma cresciuta grazie alla leggerezza dei suoi contenuti.

    Un contesto sempre più teso tra l’UE e TikTok

    Questa nuova sanzione si inserisce in un clima di crescente diffidenza verso TikTok da parte delle istituzioni europee. Già nel febbraio 2023 la Commissione UE aveva vietato l’uso dell’app sui dispositivi del personale, citando proprio motivi di sicurezza e il rischio di accessi non autorizzati.

    Una decisione che fu seguita a ruota anche da altri organismi comunitari e da diversi governi nazionali. Da allora, la pressione su TikTok non si è mai realmente allentata.

    E adesso, con questa multa, l’Unione Europea manda un segnale chiaro. E cioè che il trattamento dei dati personali non è negoziabile. Tanto più quando si parla di minorenni, e quando i dati rischiano di finire sotto la giurisdizione di paesi che non offrono garanzie equivalenti a quelle europee.

    Perché questa vicenda è importante

    Questa vicenda non è soltanto una questione squisitamente giuridica. È una questione di fiducia. E, nel mondo digitale – lo abbiamo imparato bene in questi anni – la fiducia è tutto.

    Il modo in cui le piattaforme trattano i dati degli utenti – cosa raccolgono, dove li conservano, chi può accedervi – definisce il perimetro entro cui possiamo ancora sentirci “cittadini” e non solo “consumatori”.

    E TikTok, oggi, è chiamata a scegliere quale strada vuole davvero percorrere. Non solo per evitare sanzioni, ma per dimostrare se è disposta a rispettare, davvero, le regole del gioco europeo.

  • X nel mirino dell’UE, la lettera dei deputati europei

    X nel mirino dell’UE, la lettera dei deputati europei

    Dopo 500 giorni di silenzio dall’apertura dell’indagine europea su X, venti deputati UE scrivono alla Commissione: bias algoritmico, disinformazione e rischio per la democrazia al centro della lettera.

    Sono passati 500 giorni da quando l’Unione Europea ha aperto un’indagine formale contro X, la piattaforma di proprietà di Elon Musk, per presunte violazioni del Digital Services Act (DSA). Da allora, silenzio. Nessuna comunicazione ufficiale, nessun provvedimento. Solo un’attesa che si fa ora sempre più difficile da giustificare.

    E così, il 30 aprile 2025, un gruppo di venti eurodeputati (Renew Europe, Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici, Verdi/Alleanza Libera Europea) ha deciso di rompere l’attesa. In una lettera, con il deputato UE Sandro Gozi primo firmatario, inviata alla vicepresidente della Commissione Henna Virkkunen, responsabile per la Sovranità Tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, si chiede un aggiornamento immediato sullo stato dell’indagine.

    “A partire da domani, 1° maggio 2025, saranno trascorsi esattamente 500 giorni dall’inizio dell’indagine, e la mancanza di un esito conclusivo risulta sempre più allarmante”, si legge nelle prime righe della lettera”.

    Un documento diretto, dettagliato e ben strutturato, che rappresenta non solo un richiamo politico, ma anche una denuncia chiara su quanto sta accadendo all’interno di X.

    X nel mirino dell’UE, la lettera dei deputati europei
    X nel mirino dell’UE, la lettera dei deputati europei

    Il contesto: un’indagine lunga e silenziosa

    Il procedimento formale era stato annunciato dalla Commissione Europea il 18 dicembre 2023. Le violazioni contestate erano numerose: mancanza di trasparenza algoritmica, gestione opaca dei contenuti, disinformazione, e gravi carenze nel contrasto ai contenuti illegali.

    A distanza di oltre un anno e mezzo, la situazione non solo non è cambiata, ma secondo numerose ricerche e inchieste giornalistiche sarebbe addirittura peggiorata. In aprile, il New York Times ha anticipato che la Commissione potrebbe comminare una multa da oltre 1 miliardo di euro, innescando una nuova fase di tensioni tra Bruxelles e Washington.

    La lettera dei deputati europei si inserisce proprio in questo vuoto normativo e comunicativo, chiedendo risposte precise e immediate.

    Le accuse: bias algoritmico, manipolazione politica, opacità

    Uno degli aspetti centrali della lettera riguarda il presunto bias algoritmico della piattaforma. Diversi studi, citati in modo puntuale nel documento, evidenziano come X favorisca contenuti di estrema destra e, soprattutto, amplifichi sistematicamente i post dello stesso Elon Musk.

    “Ricerche indicano un possibile bias algoritmico su X che favorirebbe in modo sproporzionato contenuti dell’estrema destra e amplificherebbe i post del proprietario della piattaforma.”

    In particolare, viene citato uno studio dell’Università del Queensland che documenta un aumento medio del 138% nelle visualizzazioni dei post di Musk dopo il 13 luglio 2024. Un dato che coincide con il suo sostegno pubblico a Donald Trump per la corsa presidenziale statunitense.

    E non si tratta solo di Stati Uniti. La lettera denuncia anche interferenze nei processi elettorali europei, citando:

    • il sostegno pubblico di Musk al partito tedesco di estrema destra AfD;

    • una campagna di disinformazione contro il primo ministro britannico Keir Starmer;

    • la diffusione virale di fake news durante i disordini a Dublino nel novembre 2023;

    • la difesa pubblica di Musk del candidato romeno di estrema destra Călin Georgescu, squalificato per interferenze russe.

    Tutti episodi che, messi in fila, delineano un pattern molto chiaro: X non è più solo una piattaforma neutrale, ma uno strumento che può distorcere il discorso pubblico e minare i processi democratici.

    Le richieste: risposte concrete dalla Commissione

    I deputati non si limitano a esprimere preoccupazione: chiedono risposte dettagliate e operative su otto punti fondamentali. Tra questi:

    1. Trasparenza algoritmica – che risultati sono emersi dalle indagini tecniche inviate a X a gennaio 2025?

    2. Valutazione dei rischi elettorali – è stato consegnato il report di rischio previsto dal DSA? Quali misure si intendono adottare prima del prossimo ciclo elettorale?

    3. Misure provvisorie – la Commissione intende intervenire con sanzioni o sospensioni se X continuerà a disattendere le richieste?

    4. Audit indipendente – l’audit esterno previsto è già stato avviato? Quando saranno resi pubblici i risultati?

    5. Tempistiche procedurali – qual è il calendario previsto per i prossimi passaggi, fino a una decisione finale?

    A queste domande se ne aggiungono altre di carattere generale, tutte volte a capire se la Commissione sia davvero pronta a far rispettare le regole del Digital Services Act.

    Una questione che riguarda la tenuta democratica

    La lettera si chiude con un richiamo forte ai principi fondanti dell’Unione Europea:

    “L’integrità dei nostri processi democratici e l’applicazione delle normative europee sono in gioco. Confidiamo che la Commissione agirà con decisione per difendere questi principi.”

    Difficile non condividere questo appello. Dopo 500 giorni di attesa, e con una mole crescente di indizi, inchieste e dati, la credibilità del DSA come strumento di regolazione dipende dalla risposta che Bruxelles sarà in grado di offrire.

    In un contesto in cui le piattaforme digitali non sono più solo spazi di espressione, ma strumenti di potere, la richiesta dei deputati europei suona come un richiamo non solo al rispetto della legge, ma alla tutela della democrazia stessa.

    In basso il testo integrale della lettera.

  • Elon Musk riduce il suo ruolo al DOGE mentre Tesla crolla

    Elon Musk riduce il suo ruolo al DOGE mentre Tesla crolla

    Musk prevede di ridurre il suo ruolo al DOGE per Tesla, e ora i profitti crollano (-71%). Con l’appoggio di Trump non molla. La realtà rischia di frenare i suoi sogni marziani.

    Elon Musk ha annunciato che ridurrà il suo impegno nel Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), l’ente voluto da Donald Trump per snellire la burocrazia statunitense.

    Il suo intento è tornare a concentrarsi su Tesla e le sue altre aziende. La notizia, riportata da Reuters e Politico, arriva in un momento critico per il colosso delle auto elettriche, che ha registrato un crollo dell’utile netto del 71% nel primo trimestre del 2025.

    Dietro questi numeri si nasconde anche il peso delle scelte e dell’atteggiamento di Musk, sempre più al centro di polemiche per le sue prese di posizione politiche e il suo uso, a volte spregiudicato, della sua piattaforma X.

    Val la pena analizzare i fatti e capire cosa sta succedendo.

    Musk, il passo indietro dal dipartimento DOGE

    Durante una conference call con gli investitori di Tesla, Musk ha dichiarato che il suo lavoro al DOGE è “quasi completato” e che, a partire da maggio 2025, dedicherà solo uno o due giorni a settimana all’ente governativo, tornando a focalizzarsi su Tesla, SpaceX e X.

    Secondo Reuters, Musk ha sottolineato che il suo ruolo di “dipendente governativo speciale” scadrà a fine maggio, dopo i 130 giorni previsti dal suo incarico.

    La decisione non sorprende: il DOGE, guidato da Musk e dall’imprenditore Vivek Ramaswamy, ha già implementato riforme radicali, con tagli per oltre 140 miliardi di dollari, anche se alcune stime sono controverse.

    Già negli ultimi giorni, Politico aveva riportato indiscrezioni secondo cui Trump era pronto a ridimensionare il ruolo di Musk, più orientato a diventare un consigliere informale.

    La Casa Bianca e Musk avevano smentito un’uscita immediata, ma le pressioni degli investitori di Tesla, preoccupati per il calo delle vendite (-13% nel primo trimestre), sembrano aver spinto Musk a fare un passo indietro. “Tesla ha bisogno di me ora più che mai”, ha detto Musk, come riportato da Bloomberg.

    Elon Musk riduce il suo ruolo al DOGE mentre Tesla crolla
    Elon Musk riduce il suo ruolo al DOGE mentre Tesla crolla

    Musk e il crollo dei profitti di Tesla, i numeri

    Nel frattempo, i numeri parlano chiaro e non sono incoraggianti.

    Tesla ha chiuso il primo trimestre del 2025 con un utile netto di 409 milioni di dollari, in calo del 71% rispetto agli 1,4 miliardi dello stesso periodo del 2024. I ricavi sono scesi del 9%, attestandosi a 19,3 miliardi di dollari.

    Sempre secondo Reuters, il calo è dovuto a una combinazione di fattori: una domanda globale più debole per i veicoli elettrici, tagli aggressivi ai prezzi per stimolare le vendite e un aumento delle spese operative per progetti di intelligenza artificiale e robotica, come il robot Optimus e la guida autonoma.

    La concorrenza, con rivali come il cinese BYD in forte ascesa, ha fatto il resto.

    Gli investitori non hanno nascosto la loro preoccupazione. Durante la conference call, Musk è stato messo sotto pressione per la sua gestione frammentata, con il tempo diviso tra DOGE, X e SpaceX. “Tesla sta pagando il prezzo della distrazione di Elon”, ha commentato un analista citato da Bloomberg.

    Musk e il suo atteggiamento sempre più polarizzante

    L’immagine di Musk, sempre più polarizzante, potrebbe aver contribuito a generare questo momento difficile per Tesla.

    Negli ultimi mesi, come ben sappiamo, il CEO ha fatto parlare di sé non solo per le sue imprese imprenditoriali, ma per una serie di comportamenti e dichiarazioni che hanno sollevato critiche in tutto il mondo.

    Il caso più eclatante risale al 20 gennaio 2025, durante l’insediamento di Trump, quando Musk ha compiuto un gesto, braccio teso dopo essersi battuto il petto, interpretato da molti come un saluto fascista o nazista.

    Media come Times of Israel hanno riportato le reazioni indignate, mentre l’Anti-Defamation League ha definito il gesto “maldestro” ma non intenzionalmente nazista. Musk, su X, ha respinto le accuse, parlando di “trucchi sporchi” e spiegando che voleva solo “dare il cuore al pubblico”. Eppure, il gesto è stato celebrato da gruppi estremisti come Blood Tribe, alimentando le polemiche.

    Non solo. Musk ha apertamente appoggiato partiti di estrema destra, come Alternative für Deutschland (AfD) in Germania, definendolo “l’ultima speranza” per il Paese in un editoriale su Welt am Sonntag.

    Durante una diretta su X con la leader di AfD Alice Weidel, non ha contraddetto teorie revisioniste su Hitler, suscitando ulteriori critiche. La sua gestione di X, trasformata in un megafono per idee di destra e teorie controverse, ha alienato utenti e istituzioni.

    Per citarne qualcuno, la vicepremier spagnola Yolanda Díaz, ad esempio, ha abbandonato la piattaforma in segno di protesta, mentre la Commissione Europea ha messo sotto osservazione X per possibili violazioni del Digital Services Act.

    Questi episodi hanno avuto un impatto sulla percezione anche di Tesla. Come riportato da Reuters, il brand è fortemente associato alla figura di Musk, e le accuse di antisemitismo (come la condivisione di teorie cospirative su George Soros nel 2023) e il flirt con l’estrema destra hanno allontanato consumatori e investitori sensibili a questi temi.

    Il comportamento di Musk sta diventando un rischio per Tesla“, ha dichiarato un analista di Wedbush Securities a Bloomberg. La fiducia nel marchio ne ha risentito, soprattutto in mercati chiave come l’Europa, dove le polemiche politiche di Musk sono seguite con attenzione.

    Cosa attendersi da Musk ora

    La decisione di Musk di ridimensionare il suo ruolo al DOGE è un segnale che il tycoon è consapevole delle difficoltà di Tesla. In ogni caso, il danno reputazionale e le sfide di mercato non si risolveranno dall’oggi al domani.

    La concorrenza nel settore delle auto elettriche è sempre più agguerrita, e Tesla deve ritrovare il suo slancio innovativo per recuperare terreno.

    Musk, dal canto suo, dovrà dimostrare di poter bilanciare le sue ambizioni politiche con la leadership aziendale, evitando passi falsi che potrebbero ulteriormente erodere la fiducia degli stakeholder. Impresa quasi impossibile.

    Intanto, il dibattito sul suo atteggiamento non accenna a placarsi. È sicuramente Musk a portare Tesla dov’è oggi, ma è anche la sua personalità controversa a metterla a rischio.

    Di fronte ad una situazione del genere, c’è da star sicuri che Musk prenderà qualche provvedimento di convenienza sul momento. Ma in una prospettiva più ampia, in realtà, è pronto a non indietreggiare in alcun modo.

    Orma ha assunto la consapevolezza che il suo ruolo all’interno dell’amministrazione Trump è appoggiato proprio dal presidente Usa. E fin quando questo sostegno c’è, per lui tutto va bene.

    Solo che tutto questo, come abbiamo visto, deve fare i conti con la realtà. E Marte è ancora molto lontano dall’essere raggiunto.

  • La Commissione UE multa Apple e Meta in violazione del DMA

    La Commissione UE multa Apple e Meta in violazione del DMA

    La Commissione UE ha inflitto una multa ai due colossi Apple e Meta per aver violato il DMA. Un caso che potrebbe rendere ancora più accese le relazioni tra Usa e UE.

    La Commissione Europea ha inflitto oggi una sanzione a due dei più grandi colossi tecnologici Usa.

    Apple e Meta sono state multate rispettivamente per 500 milioni e 200 milioni di euro per aver violato il Digital Markets Act (DMA), la nuova normativa dell’UE pensata per garantire maggiore equità e trasparenza nei mercati digitali.

    E questa volta, si tratta della prima vera multa ufficiale per mancato rispetto delle regole del DMA.

    L’indagine era stata avviata nel marzo 2024.

    La Commissione UE multa Apple e Meta in violazione del DMA
    La Commissione UE multa Apple e Meta in violazione del DMA

    Perché Apple e Meta sono multate dalla UE

    Nel comunicato ufficiale rilasciato dalla Commissione Europea, si legge che Apple e Meta non avrebbero rispettato l’obbligo previsto dal DMA di offrire agli utenti europei “un servizio equivalente che utilizzi meno dati personali”.

    Un obbligo non accessorio, ma centrale nel nuovo impianto normativo, che mira a riequilibrare il rapporto tra i cosiddetti gatekeeper (i grandi intermediari digitali) e gli utenti finali.

    Secondo l’analisi della Commissione, Apple avrebbe ostacolato gli sviluppatori nell’informare gli utenti su opzioni di pagamento alternative all’App Store. Ma soprattutto non avrebbe offerto una scelta chiara agli utenti su un sistema che tratti meno i loro dati personali.

    Meta, dal canto suo, avrebbe violato lo stesso principio nella recente introduzione dell’abbonamento no ads, che non offrirebbe in modo adeguato un’alternativa che non comporti l’uso estensivo dei dati.

    Cos’è il DMA e perché è importante

    Il Digital Markets Act è entrato in vigore nel novembre 2022, ma ha iniziato a produrre effetti concreti solo da marzo 2024, quando è entrato in piena applicazione.

    Si tratta di una normativa ambiziosa con cui l’Unione Europea mira a regolamentare l’attività dei grandi attori digitali – designati ufficialmente gatekeeper – imponendo loro obblighi chiari in materia di interoperabilità, trasparenza e protezione dei dati personali.

    La logica alla base del DMA è semplice. Se pochi attori dominano il mercato digitale europeo, devono rispettare regole più severe per evitare comportamenti anticoncorrenziali e garantire agli utenti finali maggiore libertà di scelta.

    In questo contesto, le sanzioni di oggi segnano una svolta. Si tratta delle prime multe effettive basate proprio sulle violazioni del DMA, e potrebbero aprire la strada a un confronto ancora più acceso tra Bruxelles e le big tech americane.


    Teresa Ribera
    Teresa Ribera

    “Le decisioni odierne inviano un messaggio forte e chiaro. Il Digital Markets Act è uno strumento cruciale per liberare potenziale, scelta e crescita, garantendo agli operatori digitali la possibilità di operare in mercati contendibili ed equi. Protegge i consumatori europei e crea condizioni di parità. Apple e Meta non hanno rispettato il DMA”. Sono le parole a commento di Teresa Ribera, Vicepresidente Esecutiva per una Transizione Pulita, Giusta e Competitiva


    Le tensioni geopolitiche e l’ombra di Trump

    La notizia arriva in un momento già teso nelle relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea. I dazi introdotti recentemente dagli USA su alcune esportazioni europee – e le possibili contromisure da parte dell’UE – hanno acceso un clima di scontro commerciale che si intreccia sempre di più con la regolamentazione del digitale.

    Proprio in questo clima, Meta – così come altre grandi aziende tecnologiche – avrebbe chiesto nelle ultime settimane l’intervento di Donald Trump, in vista delle elezioni presidenziali USA, affinché eserciti pressione sull’UE per ammorbidire l’applicazione del DMA.

    Una mossa che, se confermata, suggerisce un’escalation non solo economica, ma anche politica, nel rapporto tra Bruxelles e Silicon Valley.

    Non è un mistero che le big tech abbiano sempre mal digerito l’idea di una regolamentazione europea autonoma. Ma l’approccio dell’UE, soprattutto in ambito digitale, è oggi più determinato che mai.


    Henna Virkkunen
    Henna Virkkunen

    “Consentire la libera scelta di aziende e consumatori è al centro delle norme stabilite dal Digital Markets Act. Ciò include garantire che i cittadini abbiano il pieno controllo su quando e come i loro dati vengono utilizzati online e che le aziende possano comunicare liberamente con i propri clienti. Le decisioni adottate oggi dimostrano che sia Apple che Meta hanno privato i propri utenti di questa libera scelta e sono costrette a modificarne il comportamento. Abbiamo il dovere di proteggere i diritti dei cittadini e delle imprese innovative in Europa e mi impegno pienamente per raggiungere questo obiettivo”.

    Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutivo per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia


    Cosa potrebbe succedere adesso

    Le sanzioni comminate oggi rappresentano un segnale forte e inequivocabile. L’Unione Europea è disposta ad applicare il DMA fino in fondo.

    Apple e Meta, con 60 giorni di tempo per adeguarsi, potrebbero fare ricorso, certo, ma difficilmente questo rallenterà la macchina regolatoria europea. Anzi, è probabile che altre indagini, tuttora in corso, possano portare presto a ulteriori sanzioni nei confronti di Alphabet (Google), Amazon e TikTok.

    Dal canto loro, gli Stati Uniti potrebbero interpretare questo come un attacco diretto alle aziende americane, alimentando le frizioni commerciali in corso.

    E con Trump alla Casa Bianca, la questione DMA potrebbe diventare uno dei nodi più delicati nelle relazioni transatlantiche.

    Insomma, ci troviamo al primo vero banco di prova dell’efficacia del Digital Markets Act. È anche una dimostrazione che l’UE, almeno sul fronte della regolamentazione digitale, non ha intenzione di restare a guardare.

    Vedremo come si svilupperà questa vicenda nei prossimi giorni.

  • Addio Papa Francesco, primo vero papa dell’era dei social media

    Addio Papa Francesco, primo vero papa dell’era dei social media

    Addio a Papa Francesco, primo Papa dell’era digitale, ha saputo usare il web e i social per comunicare con semplicità, autenticità e visione fino all’ultimo.

    Nel giorno di Pasquetta, il 21 aprile 2025, muore Papa Francesco.
    Quello che possiamo definire, senza esagerare, il primo Papa dell’era dei social media.

    Nonostante il primo account social — @Pontifex su Twitter — fosse stato inaugurato da Benedetto XVI nel dicembre 2012, è stato poi lui, Papa Francesco, a dare voce e corpo alla comunicazione digitale. A usare davvero le piattaforme per parlare al mondo.

    Si è affacciato sul mondo social con naturalezza, semplicità, coerenza. Ha compreso, forse prima di molti altri, che per parlare davvero al mondo — soprattutto ai più giovani — bisognava saper ascoltare, dialogare, comunicare. Anche online.

    Durante tutto il pontificato, non ha mai avuto paura degli strumenti digitali.
    Non li ha mai demonizzati. Anzi, li ha accolti e benedetti. Letteralmente.

    “Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti”,
    aveva detto nel 2014. E non a caso definì il web “un dono di Dio”.

    Un dono, certo, se usato responsabilmente. Un mezzo potente per costruire ponti, non per erigere muri.

    Nel 2022, Papa Francesco disse:

    L’uso dei media digitali, in particolare dei social media, ha sollevato una serie di gravi questioni etiche che richiedono un giudizio saggio e attento da parte dei comunicatori e di tutti coloro che hanno a cuore l’autenticità e la qualità delle relazioni umane.
    L’educazione ai media, la creazione di una rete tra i media cattolici e il contrasto alle menzogne e alla disinformazione”.

    Parole che dimostrano quanto fosse profondamente sensibile ai temi etici legati alla comunicazione digitale.

    E quanto credesse in un uso consapevole degli strumenti, per contrastare le derive della disinformazione.

    Addio Papa Francesco, primo vero papa dell'era dei social media
    Addio Papa Francesco, primo vero papa dell’era dei social media

    Il primo Angelus “social” e il primo tweet

    Lo aveva capito fin da subito, Papa Francesco.

    Nel marzo 2013, a pochi giorni dalla sua elezione, il primo Angelus fu anche il primo Angelus davvero “social”. Le sue parole, pronunciate in Piazza San Pietro con quella forza gentile che lo ha sempre contraddistinto, furono condivise, commentate, rilanciate. In rete. In tempo reale.

    E pochi giorni dopo arrivò anche il suo primo tweet ufficiale: semplice, diretto, umano.
    Segnava l’inizio di un nuovo modo di comunicare il messaggio della Chiesa.
    Nessuna distanza. Nessun filtro. Solo parole che parlavano al cuore.


    Un Papa cercato e seguito online

    Nel 2013, lo stesso anno della sua elezione, Papa Francesco fu il personaggio più cercato su Google in Italia.
    E nel report annuale di Twitter, il suo nome figurava tra i più citati al mondo.

    Segnali chiari. Il mondo voleva ascoltarlo. Voleva leggerlo.
    Voleva seguirlo, in ogni parola, in ogni gesto.

    La rete diventava così uno spazio di prossimità, dove il suo messaggio arrivava più lontano, più velocemente, a più persone.


    L’indulgenza plenaria online

    Nell’estate del 2013, durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco scrisse un’altra pagina storica:
    fu concessa l’indulgenza plenaria anche a chi seguiva l’evento attraverso i social media.

    Un messaggio forte. Un gesto che riconosceva il valore spirituale di una partecipazione digitale, non solo fisica.

    Ancora una volta, il digitale non era visto come un ostacolo, ma come estensione del dialogo e della condivisione.


    Il Giubileo raccontato sui social media

    Quando, nel 2015, si aprì il Giubileo straordinario della Misericordia, i social media si trasformarono in strumenti essenziali per raccontare, condividere, vivere quel momento.

    L’hashtag #GiubileodellaMisericordia fu tra i più usati in Italia nei giorni dell’apertura della Porta Santa: oltre 17.500 conversazioni in poche ore.

    Era la prova concreta di quanto il messaggio di Papa Francesco trovasse eco nel linguaggio dei nostri tempi.


    Un Papa amato sul web

    Come raccontato proprio qui su questo blog, nel 2014 Papa Francesco era stato il personaggio più amato del web.

    Con oltre 49 milioni di citazioni online tra marzo e novembre 2013, e una media di 1,7 milioni di ricerche mensili su Google.

    Non era solo popolarità. Era una sintonia nuova con chi cercava un messaggio di speranza, di misericordia, di pace. Anche online.


    Un messaggio fino all’ultimo

    Papa Francesco ha continuato a comunicare fino all’ultimo.
    Con lo stesso stile. Con la stessa voce: chiara, gentile, accogliente. Ha parlato ai giovani. Ha parlato agli esclusi. Ha parlato a chi è lontano dalla Chiesa, ma non dalla vita.

    E ha usato anche il web e i social media per farlo.

    Con umiltà, senza retorica, senza paura. Con autenticità.


    La sua eredità digitale e umana

    Il ricordo di Papa Francesco, oggi che ci lascia, è anche il ricordo di un modo nuovo di essere presenti nel mondo. Di una comunicazione che ha saputo incontrare l’altro anche attraverso uno schermo.

    Non è stato solo il primo Papa dell’era dei social. È stato il primo a viverla davvero, con coerenza e visione.

    E in questo tempo incerto, il suo esempio resta.

  • TikTok lancia Footnotes, la versione ibrida di Community Notes

    TikTok lancia Footnotes, la versione ibrida di Community Notes

    TikTok lancia Footnotes, un sistema di verifica collaborativa simile a Community Notes. Un modello ibrido che combina il fact-checking professionale con il contributo degli utenti. Per ora negli Usa, ecco come funziona.

    E così, dopo Meta, anche TikTok decide di abbracciare un sistema di verifica collaborativa molto simile a quello di Community Notes di X. Su TikTok si chiamerà Footnotes, proprio per richiamare l’idea di note a piè di pagina, cioè brevi annotazioni che aggiungono contesto ai contenuti condivisi sulla piattaforma.

    L’obiettivo è chiarire meglio alcune informazioni, soprattutto in situazioni che rischiano di essere fraintese o decontestualizzate.

    Quello che emerge, ancora una volta, è che le piattaforme digitali sono sempre più chiamate a spiegare meglio il contesto dei contenuti che gli utenti vedono ogni giorno. Non basta più segnalare o rimuovere: serve anche chiarire, fornire strumenti per capire.

    E tutto questo, ovviamente, per contrastare in modo più efficace il fenomeno della disinformazione.

    Quindi, TikTok alla fine si muove nella stessa direzione. Una mossa prevedibile, se guardiamo a ciò che sta accadendo anche sulle altre piattaforme, dove cresce l’adozione di sistemi di verifica gestiti — almeno in parte — direttamente dagli utenti.

    Ma con qualche differenza.

    Rispetto a Community Notes su X, e rispetto anche al sistema di Meta (che, ricordiamolo, è attivo solo negli Stati Uniti e non ancora in Europa), TikTok adotta un approccio diverso.

    Su Meta, ad esempio, il nuovo sistema comunitario è ancora affiancato, soprattutto in Europa, dal lavoro delle organizzazioni di fact-checking.

    TikTok invece non abbandona il fact-checking professionale, anzi. La società di ByteDance continua a collaborare con oltre 20 organizzazioni accreditate, ma apre anche agli utenti. E qui sta la novità.

    https://newsroom.tiktok.com/en-us/footnotes
    Come apparirà Footnotes su TikTok

    Chi può contribuire?

    Non tutti. Per diventare contributori su Footnotes bisogna:

    • avere almeno 18 anni,

    • avere un account TikTok attivo da almeno 6 mesi,

    • non aver violato le regole della piattaforma.

    Sono requisiti simili a quelli richiesti su X. Ma qui TikTok costruisce un sistema ibrido.

    Come funziona Footnotes di TikTok

    Quando un contenuto viene segnalato per potenziale disinformazione, gli utenti approvati possono proporre una nota informativa.

    Questa nota non viene pubblicata subito. Prima deve essere valutata da altri utenti, anche con opinioni divergenti, attraverso un meccanismo che TikTok chiama Bridge-Based Ranking.

    Un sistema che favorisce le note considerate utili da utenti con prospettive diverse, per evitare distorsioni di parte.

    In parallelo, il contenuto della nota può essere anche sottoposto alla valutazione delle organizzazioni di fact-checking. Solo quando questi criteri sono soddisfatti, la nota viene approvata e pubblicata in fondo al contenuto, come una vera nota a piè di pagina.

    Le piattaforme rendono più chiari i contesti

    Questa scelta conferma una tendenza ormai evidente: le piattaforme non possono più ignorare il contesto dei contenuti. Devono spiegarlo, renderlo trasparente, soprattutto quando diventano — come nel caso di TikTok — spazi non solo di intrattenimento, ma anche di informazione, soprattutto per i più giovani.

    Footnotes si inserisce quindi in un panorama dove la disinformazione è diffusa, e dove la capacità di spiegare — e non solo limitare — diventa centrale.

    TikTok lancia Footnotes, la versione ibrida di Community Notes
    TikTok lancia Footnotes, la versione ibrida di Community Notes

    Footnotes arriverà in Europa?

    Per ora, Footnotes è attivo solo negli Stati Uniti, in fase di test.

    TikTok non ha ancora annunciato una data di lancio per l’Unione Europea, anche perché qui vigono regole precise, come il Digital Services Act, che impone standard stringenti per la trasparenza e la gestione dei contenuti.

    È plausibile che TikTok voglia prima verificare l’efficacia del sistema negli USA, e solo dopo valutare un’estensione al mercato europeo. Ma se i risultati saranno positivi, è lecito aspettarsi che Footnotes arrivi anche qui — anche se con i necessari adattamenti alle normative europee.

    Footnotes, un modello intermedio

    Rispetto alla totale apertura di X e alla svolta comunitaria (ma ancora incerta) di Meta, TikTok sembra scegliere una strada intermedia. Non rinuncia alla verifica professionale, ma coinvolge gli utenti in un processo strutturato, trasparente e, almeno nelle intenzioni, controllato.

    Potrebbe essere una soluzione più sostenibile nel lungo periodo, soprattutto dal punto di vista della gestione e della credibilità.

    Resta da vedere come evolverà. Di certo, continueremo a monitorare il funzionamento di Footnotes, soprattutto se, come probabile, dovesse arrivare anche in UE.

Contatti