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  • X cede all’UE sulla spunta blu, in arrivo le misure correttive dopo la multa DSA

    X cede all’UE sulla spunta blu, in arrivo le misure correttive dopo la multa DSA

    X ha presentato alla Commissione UE le misure correttive sul sistema di verifica della spunta blu, tre mesi dopo la multa di 120 milioni di euro per violazione del Digital Services Act.

    Tre mesi dopo la prima sanzione della storia ai sensi del Digital Services Act, X ha comunicato a Bruxelles le misure correttive sul sistema delle spunte blu. La Commissione UE valuterà se le proposte sono sufficienti a risolvere il problema del design ingannevole che aveva portato alla multa di 120 milioni di euro.

    La decisione di X sulla spunta blu dopo la multa dell’UE

    Il 12 marzo 2026 il portavoce della Commissione UE, Thomas Régnier, ha confermato che X ha presentato le misure correttive relative al sistema di verifica delle spunte blu. La piattaforma di Elon Musk ha rispettato il termine di 60 giorni previsto dalla decisione di dicembre, scegliendo la via dell’adeguamento invece del ricorso legale che lo stesso Musk aveva annunciato.

    La Commissione ha fatto sapere che valuterà attentamente le proposte prima di pronunciarsi. Questo significa che la partita non è ancora chiusa. Infatti, Bruxelles potrebbe accettare le misure, chiedere modifiche, o ritenerle insufficienti.

    Ma il fatto stesso che X abbia presentato un piano correttivo, invece di impugnare la sanzione, rappresenta un cambio di rotta rispetto alla retorica dello scontro che aveva caratterizzato la reazione iniziale di Musk.

    X cede all'UE sulla spunta blu, in arrivo le misure correttive dopo la multa DSA
    X cede all’UE sulla spunta blu, in arrivo le misure correttive dopo la multa DSA

    Perché la spunta blu di X viola il Digital Services Act

    Come già ricordato, il problema centrale riguarda il cambiamento di significato della spunta blu senza un adeguato cambiamento del simbolo visivo.

    Quando la piattaforma si chiamava ancora Twitter, la spunta blu certificava che un account apparteneva davvero alla persona o all’organizzazione dichiarata. Era un sistema gratuito, gestito dalla piattaforma, che verificava l’identità prima di assegnare il simbolo.

    Dopo l’acquisizione da parte di Musk nel 2022, la spunta blu è diventata un servizio a pagamento accessibile a chiunque sottoscrivesse un abbonamento X Premium. La Commissione Europea ha stabilito che questo costituisce un dark pattern, ovvero un design ingannevole vietato dall’articolo 25 del DSA.

    Quindi, X ha mantenuto lo stesso simbolo pur cambiandone radicalmente il significato, sfruttando l’associazione logica consolidata negli utenti tra spunta blu e identità verificata.

    La decisione della Commissione, resa pubblica a fine gennaio grazie al rilascio da parte della House Judiciary Committee statunitense, descrive la trasformazione in termini precisi: X è passata da un sistema di conferma proattiva ed ex ante dell’identità, a uno in cui lo status verificato viene distribuito ad abbonati anonimi, con un approccio almeno parzialmente reattivo agli abusi di impersonificazione.

    La multa di 120 milioni e le tre violazioni contestate

    La sanzione di 120 milioni di euro, comminata il 5 dicembre 2025, lo ricorderete, riguardava tre violazioni distinte degli obblighi di trasparenza previsti dal Digital Services Act. La prima, quella sulla spunta blu, aveva un termine di 60 giorni per la presentazione delle misure correttive. Le altre due, relative all’opacità del registro pubblicitario e al mancato accesso ai dati per i ricercatori, avevano un termine di 90 giorni.

    Si tratta della prima sanzione della storia applicata a una Very Large Online Platform (VloP) ai sensi del DSA. L’importo, calcolato sulla base della natura delle violazioni, della loro gravità e della loro durata, è stato definito dalla Commissione come modesto ma proporzionato, ben al di sotto del massimo previsto dal regolamento che può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo.

    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    Cosa significa questa decisione per il DSA

    La scelta di X di presentare misure correttive invece di impugnare la sanzione in tribunale rafforza la credibilità del DSA come strumento di applicazione delle norme.

    Per la Commissione UE, la posta in gioco era alta: una lunga battaglia legale avrebbe potuto esporre debolezze procedurali, rallentare l’applicazione delle norme, dare argomenti a chi sostiene che l’UE regola troppo e innova troppo poco.

    Invece, almeno su questo fronte, si è arrivati a una forma di adeguamento. Non significa che il DSA abbia vinto in modo definitivo. Significa che il primo vero test del regolamento europeo sui servizi digitali si è concluso con una piattaforma che sceglie di conformarsi piuttosto che resistere.

    Le tensioni tra USA e UE sulla regolamentazione delle piattaforme

    Questa svolta tecnica non cancella le tensioni politiche tra Washington e Bruxelles.

    A dicembre, il vicepresidente americano J.D. Vance aveva attaccato duramente la decisione della Commissione, parlando di attacco alla libertà di parola e alle aziende americane. La retorica dello scontro tra modello europeo di regolamentazione e visione americana di libertà digitale resta accesa.

    Ma una cosa è la retorica pubblica, un’altra sono le scelte operative. La decisione di X di adeguarsi piuttosto che resistere suggerisce che il costo di ignorare le regole europee è considerato troppo alto, anche per chi ha le risorse per sostenere battaglie legali prolungate e anche in un momento di forte tensione politica transatlantica.

    Cosa resta da capire sul futuro della spunta blu in UE

    La Commissione non ha comunicato tempi per la valutazione delle misure proposte da X. Non sappiamo se la piattaforma intenda modificare il sistema delle spunte blu solo per gli utenti europei o a livello globale. E non sappiamo se il cambiamento sarà sostanziale, con un ritorno a forme di verifica dell’identità, o se si limiterà a interventi sull’interfaccia per chiarire il significato del simbolo.

    Restano aperte anche le altre indagini su X. La Commissione UE sta ancora esaminando la gestione dei contenuti illegali e il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione, con particolare attenzione ai rischi di radicalizzazione. Su questi fronti non sono ancora state raggiunte conclusioni preliminari.

    Per ora, quello che possiamo dire è che il primo round tra X e il DSA si è concluso con un adeguamento, invece di uno scontro. Resta da vedere se questa scelta segna un cambio di strategia duraturo o si tratta di una pausa tattica. Molto probabile che X, e quindi Elon Musk, abbia agito sapendo bene che il mercato UE resta ancora importante per la piattaforma.

  • L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    La Commissione UE contesta a Meta l’esclusione dei chatbot AI concorrenti da WhatsApp e prepara misure provvisorie per evitare danni irreparabili al mercato degli assistenti di intelligenza artificiale in UE.

    La Commissione Europea ha inviato oggi, 9 febbraio 2026, una comunicazione formale a Meta Platforms, contestando formalmente la violazione delle norme antitrust dell’Unione Europea.

    Al centro della vicenda c’è la decisione di Meta di escludere da WhatsApp tutti gli assistenti di intelligenza artificiale concorrenti di Meta AI, il proprio servizio proprietario.

    Con questa comunicazione, la Commissione intende imporre misure provvisorie per evitare quelli che definisce “danni gravi e irreparabili al mercato”.

    Ma come si è arrivati fin qui? Per capirlo bisogna fare un passo indietro di qualche mese.

    Cosa ha fatto Meta e perché l’UE si è mossa

    Nell’ottobre 2025, Meta ha annunciato un aggiornamento dei termini della WhatsApp Business Solution, il sistema attraverso cui le aziende comunicano con i propri clienti sulla piattaforma di messaggistica.

    La modifica, in sostanza, ha introdotto un divieto per i fornitori di intelligenza artificiale di utilizzare le API di WhatsApp Business quando l’AI rappresenta il servizio principale offerto.

    Per le imprese già presenti sulla piattaforma, la nuova regola è diventata pienamente operativa dal 15 gennaio 2026. Per i nuovi ingressi, il divieto era già in vigore dal 15 ottobre 2025.

    Il risultato concreto è che dal 15 gennaio 2026 l’unico assistente AI disponibile su WhatsApp nello Spazio economico europeo è Meta AI.

    Servizi come ChatGPT di OpenAI, Copilot di Microsoft, Perplexity e la startup spagnola Luzia, che conta oltre 85 milioni di utenti a livello globale, si sono trovati esclusi dal canale.

    E qui sta il punto critico rilevato dalla Commissione, perché l’azienda non ha vietato ogni forma di AI sulla piattaforma. Le imprese possono ancora usare strumenti di intelligenza artificiale per funzioni di supporto, come l’assistenza clienti automatizzata.

    Ciò che è stato eliminato è la possibilità per i chatbot generalisti di terze parti di raggiungere gli utenti attraverso WhatsApp.

    L'UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp
    L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    La posizione della Commissione Europea

    Nella comunicazione a Meta, la Commissione ha espresso la propria opinione preliminare secondo cui la condotta dell’azienda sembra, a prima vista, come ricordato in apertura, violare le norme antitrust dell’UE.

    Bruxelles ha concluso in via preliminare che è probabile che Meta occupi una posizione dominante nel mercato delle applicazioni di comunicazione per consumatori nello Spazio economico europeo, in particolare tramite WhatsApp. Una piattaforma che conta oltre 2 miliardi di utenti a livello globale e che solo in Italia raggiunge circa 37 milioni di utenti attivi mensili, pari a circa il 90% della popolazione connessa.

    La Commissione ritiene che WhatsApp rappresenti in questa fase “un importante punto di ingresso” per consentire agli assistenti AI generici di raggiungere i consumatori. E la condotta di Meta, sempre secondo la Commissione, “rischia di innalzare barriere all’ingresso e all’espansione, e di marginalizzare irreparabilmente i concorrenti più piccoli sul mercato degli assistenti di intelligenza artificiale generici“.

    La vicepresidente esecutiva Teresa Ribera, responsabile della Concorrenza, ha dichiarato che non si può permettere alle grandi aziende tecnologiche “di sfruttare illegalmente la propria posizione dominante per ottenere un vantaggio sleale” e che i mercati dell’AI si stanno sviluppando a ritmo accelerato, motivo per cui anche l’azione regolatoria deve essere altrettanto rapida.

    Misure provvisorie e il precedente italiano

    La Commissione intende imporre misure provvisorie che obbligherebbero Meta a mantenere l’accesso degli assistenti AI di terze parti a WhatsApp alle condizioni precedenti la modifica contrattuale dell’ottobre 2025, e quindi a ripristinare lo status quo ante mentre l’indagine prosegue.

    Si tratta di uno strumento che l’esecutivo comunitario può adottare d’ufficio a indagine in corso, a titolo precauzionale. Meta ha ora la possibilità di rispondere alle obiezioni della Commissione e di chiedere un confronto.

    Se al termine di questa fase i servizi dell’esecutivo dovessero concludere che sussistono le condizioni necessarie, la Commissione UE potrà adottare una decisione vincolante.

    Va detto che l’Italia ha giocato d’anticipo su questa vicenda.

    L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) aveva già avviato un’istruttoria a luglio 2025 per possibile abuso di posizione dominante legato alla pre-installazione di Meta AI su WhatsApp. A novembre 2025 l’indagine è stata ampliata per includere i nuovi termini contrattuali e, il 22 dicembre 2025, l’AGCM ha imposto a Meta misure cautelari, ordinando la sospensione immediata dei WhatsApp Business Solution Terms sul territorio italiano.

    Non a caso, l’indagine formale della Commissione Europea copre l’intero Spazio economico europeo a eccezione dell’Italia, proprio per evitare sovrapposizioni con il procedimento nazionale. Le due autorità stanno lavorando in coordinamento.

    L'UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp
    L’UE accusa Meta di abuso di posizione dominante su WhatsApp

    La posizione di Meta

    Meta ha respinto le contestazioni in modo deciso. Un portavoce dell’azienda ha affermato che non esiste motivo per l’intervento dell’UE, perché le opzioni per accedere ai servizi AI sono numerose: app store, sistemi operativi, siti web, partnership industriali.

    La logica della Commissione, secondo Meta, “presuppone erroneamente che la WhatsApp Business API sia un canale di distribuzione chiave per questi chatbot”.

    Già a dicembre, in risposta all’intervento dell’Antitrust italiano, WhatsApp aveva definito la decisione “fondamentalmente viziata, sostenendo che la propria API non è stata progettata per supportare la distribuzione di chatbot AI di terze parti e che l’emergere di questi servizi sulle Business API aveva messo sotto pressione sistemi non concepiti per tale utilizzo.

    Una vicenda che riguarda i confini della IA

    Quello che si sta delineando tra Bruxelles e Meta va oltre la singola disputa commerciale. Si tratta di un caso che definirà i confini entro cui le grandi piattaforme digitali potranno integrare i propri servizi di intelligenza artificiale nei propri ecosistemi, senza escludere la concorrenza.

    Il mercato dell’AI generativa nell’Unione Europea, secondo i dati citati dall’AGCM, valeva circa 4,4 miliardi di dollari nel 2024, è cresciuto a 7,3 miliardi nel 2025 e si stima possa raggiungere gli 11,7 miliardi nel 2026.

    Siamo ancora in una fase iniziale, ma la velocità di crescita è tale che le scelte regolatorie compiute oggi avranno effetti strutturali nel medio e lungo periodo.

    Può una piattaforma di messaggistica con oltre 2 miliardi di utenti, che viene utilizzata quotidianamente per comunicazioni personali e professionali, trasformarsi in un canale di distribuzione esclusivo per il servizio AI del suo proprietario?

    Secondo la Commissione Europea e l’Antitrust italiano la risposta è no, perché una scelta del genere rischia di cristallizzare il mercato attorno a pochi operatori dominanti prima ancora che la competizione possa dispiegarsi sui meriti.

    Potrebbe essere un precedente per tutto il settore IA

    Se il provvedimento dovesse essere confermato, si consoliderebbe un precedente rilevante per l’intero ecosistema digitale europeo.

    La competizione nei mercati dell’intelligenza artificiale non potrà più essere condotta sfruttando asimmetrie di accesso agli utenti e ai dati, ma dovrà fondarsi sulla qualità dei servizi offerti.

    Un principio che, se affermato, contribuirebbe a mantenere aperti e contendibili mercati che, senza intervento, rischiano di chiudersi rapidamente.

    In caso di violazione accertata delle norme antitrust, Meta rischia una sanzione fino al 10% del fatturato annuo globale. Stiamo parlando di una cifra che si aggira attorno ai 20 miliardi di euro, sarebbe quindi la multa più alta mai comminata. E, inoltre, finirebbe per rendere ancora più aspre le relazioni Usa-UE di quanto non lo siano oggi.

    Ma al di là delle cifre, la posta in gioco è il modello stesso di regolazione della concorrenza nell’era dell’intelligenza artificiale. E l’UE, ancora una volta, si propone come il regolatore di riferimento.

  • La Commissione UE accusa TikTok: il design dell’app crea dipendenza

    La Commissione UE accusa TikTok: il design dell’app crea dipendenza

    La Commissione UE accusa TikTok di violare il DSA. Scroll infinito, autoplay e algoritmo creano dipendenza nei minori. ByteDance respinge le accuse e annuncia battaglia legale. Rischio multa miliardaria.

    La Commissione UE ha formalizzato le contestazioni a TikTok per violazione del Digital Services Act. Al centro della contestazione c’è l’architettura stessa della piattaforma di ByteDance, progettata secondo Bruxelles per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti attraverso meccanismi che sfruttano le vulnerabilità psicologiche.

    Non si tratta di una multa, almeno non ancora. Ma le conclusioni preliminari della Commissione aprono una fase decisiva del procedimento formale avviato il 19 febbraio 2024, quasi due anni fa.

    La vicenda si inserisce in un contesto europeo sempre più deciso a intervenire sulla regolamentazione delle piattaforme social, con particolare attenzione alla tutela dei minori.

    Una accelerazione che arriva pochi giorni dopo l’annuncio della Spagna di voler vietare i social ai minori di 16 anni, seguendo l’esempio dell’Australia che dal 10 dicembre 2025 ha introdotto il divieto più stringente al mondo in questo contesto.

    Cosa contesta la Commissione UE a TikTok

    Le funzionalità sotto accusa sono quattro e rappresentano i pilastri dell’esperienza utente su TikTok. E cioè: lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, le notifiche push e il sistema di raccomandazione altamente personalizzato.

    Secondo l’indagine della Commissione, TikTok non ha valutato adeguatamente come queste caratteristiche possano danneggiare il benessere fisico e mentale degli utenti, inclusi minori e adulti vulnerabili.

    La commissione, nel dare notizia delle contestazioni, utilizza un’espressione efficace per descrivere il meccanismo: queste funzionalità “premiano” costantemente gli utenti con nuovi contenuti, alimentando l’urgenza di continuare a scorrere e spostando il cervello in “modalità pilota automatico”.

    Ricerche scientifiche recenti dimostrano che questo può portare a comportamenti compulsivi e ridurre l’autocontrollo degli utenti. Non si tratta un’accusa generica, la Commissione cita dati specifici che TikTok avrebbe ignorato nella propria valutazione dei rischi, come il tempo che i minori trascorrono sulla piattaforma di notte e la frequenza con cui gli utenti aprono l’app.

    La Commissione UE accusa TikTok: il design dell'app crea dipendenza
    La Commissione UE accusa TikTok: il design dell’app crea dipendenza

    Gli strumenti di protezione di TikTok non funzionano

    Un punto centrale delle contestazioni riguarda l’inefficacia delle misure di mitigazione già presenti sulla piattaforma. Gli strumenti di gestione del tempo sullo schermo, secondo la Commissione, sono facili da aggirare e introducono frizioni limitate.

    I controlli parentali richiedono tempo e competenze da parte dei genitori per essere attivati, risultando nella pratica poco efficaci. In sintesi, TikTok “sembra non attuare misure ragionevoli, proporzionate ed efficaci per attenuare i rischi derivanti dalla sua progettazione che crea dipendenza“.

    La Commissione ritiene che TikTok debba “modificare la struttura di base del suo servizio“. Le soluzioni indicate sono radicali: disabilitare nel tempo le funzionalità che creano dipendenza come lo scroll infinito; attuare interruzioni temporali dello schermo efficaci anche durante la notte; e adattare il sistema di raccomandazione.

    Si tratta di interventi che toccherebbero il cuore stesso dell’app, ossia quelle caratteristiche che hanno reso TikTok un fenomeno globale con oltre 200 milioni di utenti solo in Europa.

    La risposta di TikTok e i prossimi passi

    TikTok ha respinto le contestazioni con toni decisi.

    Le indagini preliminari della Commissione descrivono la nostra piattaforma in modo completamente falso e privo di fondamento“, ha dichiarato un portavoce, annunciando che l’azienda “adotterà tutto il necessario per contrastare tali accuse con ogni mezzo a disposizione“. Una posizione di scontro frontale che anticipa una battaglia legale.

    TikTok ha ora la possibilità di esercitare il proprio diritto alla difesa, esaminando i documenti del fascicolo e rispondendo per iscritto alle constatazioni preliminari.

    Parallelamente sarà consultato il Comitato UE per i servizi digitali. Se le violazioni venissero confermate, la Commissione potrebbe infliggere un’ammenda fino al 6% del fatturato mondiale annuo di ByteDance.

    Considerando che nel 2024 il gruppo ha registrato ricavi per 155 miliardi di dollari, si tratterebbe potenzialmente di una cifra che potrebbe superare i 9 miliardi di euro.

    Il contesto: due anni di indagini su più fronti

    Le contestazioni odierne fanno parte di un procedimento più ampio avviato nel febbraio 2024. L’indagine copre diversi aspetti della piattaforma: oltre al design che crea dipendenza, la Commissione sta esaminando l’”effetto coniglio” (rabbit hole) dei sistemi di raccomandazione, il rischio che i minori abbiano esperienze inadeguate all’età a causa di una falsa rappresentazione della loro età, e gli obblighi delle piattaforme di garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione per i minori.

    Non tutto il procedimento è ancora aperto. La parte sulla trasparenza pubblicitaria è stata chiusa nel dicembre 2025 mediante impegni vincolanti accettati dalla Commissione, permettendo a TikTok di evitare una sanzione su quel fronte.

    Nell’ottobre 2025 erano già state adottate conclusioni preliminari sull’accesso ai dati pubblici per i ricercatori, contestando alla piattaforma scarsa trasparenza.

    Il procedimento odierno rappresenta quindi il tassello più significativo di un puzzle normativo che si sta componendo da quasi due anni.

    I Paesi UE accelerano sulla protezione dei minori

    Le contestazioni a TikTok si inseriscono in un contesto europeo in rapida evoluzione sulla tutela dei minori online. L’Australia ha fatto da apripista mondiale introducendo il 10 dicembre 2025 il divieto di accesso ai social per gli under 16, con risultati che i regolatori definiscono “incoraggianti”: le piattaforme hanno eliminato circa 4,7 milioni di account di minori in un solo mese.

    In Europa, la Francia ha approvato il 27 gennaio il divieto per i minori di 15 anni. La Spagna ha annunciato martedì scorso, per voce del premier Pedro Sanchez, l’intenzione di vietare i social ai minori di 16 anni, definendo le piattaforme “uno Stato fallito dove si ignorano le leggi e si tollerano i reati”.

    Si muovono anche Danimarca, Austria, Grecia e Portogallo, creando quella che Sanchez ha definito una “coalizione dei volenterosi digitali”. La Commissione UE sta sviluppando un’applicazione per la verifica dell’età online, in sperimentazione in Italia, Francia, Spagna, Grecia e Danimarca, che dovrebbe essere disponibile negli app store entro marzo.

    Il senso di questa decisione, Henna Virkkunen

    Henna Virkkunen
    Henna Virkkunen

    La dichiarazione della vicepresidente Henna Virkkunen, responsabile per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, sintetizza la filosofia dietro questa azione:

    La dipendenza dai social media può avere effetti dannosi sulle menti in via di sviluppo di bambini e adolescenti. La legge sui servizi digitali rende le piattaforme responsabili degli effetti che possono avere sui loro utenti. In Europa applichiamo la nostra legislazione per proteggere i nostri figli e i nostri cittadini online“.

    Un messaggio chiaro che si inserisce nel solco della multa da 120 milioni di euro inflitta a X (ex Twitter) nel dicembre scorso, la prima sanzione nella storia del DSA.

    La differenza è che qui la Commissione non contesta solo violazioni di trasparenza, ma mette in discussione l’architettura stessa di una piattaforma.

    La domanda di fondo è se questo modello sia compatibile con la tutela della salute mentale degli utenti, in particolare dei più giovani. La Commissione UE con questo provvedimento sembra aver preso una posizione chiara.

    Il dibattito è destinato a proseguire ben oltre i confini di questo singolo caso, perché le funzionalità contestate non sono esclusive solo di TikTok.  Come abbiamo raccontato più volte qui su questo blog, il processo di tiktokizzazione ha influenzato ormai tutto lo scenario dei social media.

    Instagram Reels, YouTube Shorts, e altre piattaforme utilizzano meccanismi simili. Se le violazioni venissero confermate, potrebbe crearsi un precedente normativo che potrebbe applicarsi all’intero settore.

  • L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    La Commissione UE multa X, la piattaforma di Elon Musk, per €120 milioni. Si tratta della prima sanzione della storia ai sensi del DSA. Tre le violazioni: spunta blu ingannevole, assenza di trasparenza pubblicitaria, mancato accesso ai ricercatori.

    Dopo oltre due anni di indagini, la Commissione Europea ha inflitto oggi, 5 dicembre 2025, la prima multa della storia ai sensi del Digital Services Act (DSA). A riceverla è X, la piattaforma di Elon Musk.

    La multa ammonta a €120 milioni (circa 140 milioni di dollari) per tre violazioni degli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento europeo sui servizi digitali.

    Si tratta di una decisione attesa, che seguo su questo blog da aprile scorso, quando il New York Times anticipò l’imminenza della sanzione, e che si inserisce in un contesto di tensioni crescenti tra Bruxelles e Washington.

    Una decisione che, al di là della cifra, modesta se rapportata al patrimonio di Musk, stimato in oltre 450 miliardi di dollari, segna un precedente storico per la regolamentazione delle piattaforme digitali in Europa.

    L'UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli
    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    Le tre violazioni accertate: spunta blu, pubblicità e ricercatori

    La Commissione Europea ha individuato tre specifiche violazioni degli obblighi di trasparenza previsti dal DSA.

    La prima, e forse la più significativa, riguarda il design ingannevole della spunta blu. Quella che un tempo era il simbolo – gratuito – di verifica delle identità ufficiali è diventata, sotto la gestione Musk, un servizio a pagamento. Il problema, secondo i regolatori europei, è che un account con la spunta blu potrebbe non essere più un utente reale, ma un bot. Questo espone gli utenti a truffe e manipolazioni, minando la fiducia nella piattaforma.

    La seconda violazione riguarda l’opacità del registro pubblicitario. Il DSA impone alle piattaforme di mantenere un archivio pubblico di tutte le inserzioni pubblicitarie, con dettagli su chi le ha pagate e a quale pubblico erano destinate. Questo strumento serve a ricercatori e utenti per individuare truffe, pubblicità ingannevoli e campagne di influenza coordinate. Il registro di X, secondo la Commissione, è compromesso da barriere di accesso e eccessivi ritardi nell’elaborazione delle richieste.

    La terza violazione riguarda il mancato accesso ai dati pubblici per i ricercatori. X avrebbe eretto “barriere non necessarie” per impedire agli studiosi di accedere ai dati della piattaforma, ostacolando di fatto la ricerca indipendente sulla disinformazione e sulla manipolazione dell’informazione.

    La posizione della Commissione: “Modesta ma proporzionata”

    A presentare la decisione è stata Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia. La Commissaria si è così espressa: “Ingannare gli utenti con le spunte blu, oscurare le informazioni sulla pubblicità e chiudere le porte ai ricercatori non hanno posto online nell’UE. Con questa prima decisione di non conformità al DSA, riteniamo X responsabile di aver minato i diritti degli utenti e di aver eluso la trasparenza”.

    La Commissaria ha poi risposto alle accuse di censura arrivate dagli Stati Uniti: “È molto importante sottolineare che il DSA non ha nulla a che fare con la censura. Non siamo qui per imporre le multe più alte. Siamo qui per assicurarci che la nostra legislazione digitale venga applicata. Se rispetti le nostre regole, non ricevi multe. È così semplice”.

    La multa, ha precisato Virkkunen, è stata calcolata sulla base della natura delle violazioni, della loro gravità in termini di utenti UE coinvolti e della durata delle inadempienze. Una sanzione “modesta ma proporzionata“, ben al di sotto del massimo previsto dal DSA, che può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo.

    Le tempistiche: 60 e 90 giorni per adeguarsi

    X ha ora 60 giorni per comunicare alla Commissione come intende risolvere il problema del design ingannevole delle spunte blu, e 90 giorni per presentare un piano per risolvere le criticità del registro pubblicitario e dell’accesso ai dati per i ricercatori.

    Il mancato adeguamento potrebbe comportare ulteriori sanzioni.

    È importante sottolineare che questa decisione riguarda solo una parte dell’indagine su X. Restano aperte altre due procedure. Nello specifico, una sulla gestione dei contenuti illegali e sulle misure per contrastarli; l’altra sull’algoritmo di raccomandazione, con particolare attenzione alla radicalizzazione terroristica e alle campagne elettorali. Su questi fronti, la Commissione non ha ancora raggiunto conclusioni preliminari.

    La reazione del vicepresidente Usa, J.D.Vance

    La tensione tra Washington e Bruxelles si era già manifestata prima ancora che la multa fosse annunciata. Il vicepresidente americano J.D. Vance ha pubblicato su X un post al vetriolo: “Circolano voci che la Commissione UE multerà X per centinaia di milioni di dollari per non aver praticato la censura. L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per spazzatura“.

    Non è la prima volta che Vance si scaglia contro la regolamentazione digitale europea.

    A febbraio di quest’anno, durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aveva definito i Commissari europei “commissari dell’UE”, evocando la polizia politica sovietica. Un linguaggio che tradisce una visione profondamente diversa del rapporto tra piattaforme digitali, libertà di espressione e responsabilità.

    La decisione, come già altre volte ricordato, arriva peraltro in un momento delicato per le relazioni transatlantiche, già sotto pressione per le questioni commerciali e per la guerra in Ucraina.

    Fonti europee hanno precisato che la politica americana non ha influenzato la decisione, e che il ritardo di due anni nell’arrivare alla sanzione è dovuto alla volontà di costruire un caso giuridicamente solido, anticipando un probabile ricorso da parte di X.

    Il contesto: da Twitter a xAI, la trasformazione di una piattaforma

    Per comprendere il significato di questa sanzione, è utile fare un passo indietro.

    Come ricorderete, lo abbiamo raccontato qui su InTime Blog, Musk ha acquisito Twitter nell’ottobre 2022 per 44 miliardi di dollari, ribattezzandola X e avviando una radicale ristrutturazione. Un ribaltamento totale della piattaforma a suon di tagli massicci al personale, revisione degli algoritmi, monetizzazione della spunta blu.

    A marzo 2025, X è stata acquisita da xAI, la società di intelligenza artificiale fondata da Musk nel 2023. L’operazione, interamente in azioni, ha valutato X 33 miliardi di dollari (45 miliardi, meno 12 miliardi di debito) e xAI 80 miliardi.

    Una fusione che, nelle parole di Musk, punta a “combinare dati, modelli, potenza di calcolo, distribuzione e talento” per costruire “una piattaforma che non si limiti a riflettere il mondo, ma che acceleri attivamente il progresso umano”.

    Questa integrazione rende la multa odierna ancora più significativa. La sanzione è stata emessa nei confronti di Musk e xAI, che ora possiede X. E apre scenari inediti sulla regolamentazione delle piattaforme che integrano social media e intelligenza artificiale.

    Una sanzione che era attesa

    Questa sanzione non arriva inattesa per chi legge InTime Blog.

    Ad aprile, analizzavo gli scenari possibili sulla base delle anticipazioni del New York Times, che parlava di una multa potenziale superiore al miliardo di euro.

    A maggio, raccontavo la lettera di venti eurodeputati alla Commissaria Virkkunen, che dopo 500 giorni dall’apertura dell’indagine chiedevano risposte concrete su bias algoritmico, disinformazione e rischi per la democrazia.

    Oggi quelle risposte, almeno in parte, sono arrivate. La sanzione è inferiore alle previsioni, certo, ma il messaggio dell’UE è chiaro: le regole valgono per tutti. Anche per l’uomo più ricco del mondo.

    In quali paesi del mondo X è effettivamente vietata

    In queste ore, dopo la multa comminata dall’UE a X per la violazione del DSA, come abbiamo visto, in 3 precisi ambiti, è scattata la narrazione secondo cui l’Unione Europea censura la libertà di parola.

    E, ovviamente, non è vero. La multa non c’entra con la libertà di espressione.

    Ma questa è l’occasione per fare chiarezza e per sapere dove al momento X è davvero vietata, e per quale motivo.

    Ecco i paesi in cui X è vietata:

    PAESI IN CUI X È ATTUALMENTE VIETATA

    PaeseData del banMotivazione
    Cinagiugno 2009Controllo politico dopo le rivolte nello Xinjiang. Blocco di tutte le piattaforme social straniere per prevenire influenze estere e contenuti “politicamente sensibili”
    Iran2009Elezioni presidenziali contestate. Blocco per impedire la diffusione del dissenso e controllare la narrativa governativa
    Corea del Nord2016Controllo totale dell’informazione. Accesso a internet limitato a pochi funzionari di alto rango
    Turkmenistan2008Controllo totale dell’informazione. Accesso solo tramite intranet statale “Turkmenet”. Blocca anche Facebook, YouTube, WhatsApp
    Russiamarzo 2022Invasione dell’Ucraina. Roskomnadzor mantiene il blocco perché X non ha rimosso oltre 1.300 contenuti “vietati” (critiche alla guerra, contenuti anti-governativi)
    Myanmarfebbraio 2021Colpo di stato militare. Blocco per reprimere il dissenso e controllare il flusso di informazioni
    Venezuelaagosto 2024Proteste post-elettorali contro Maduro. Ban iniziale di 10 giorni, poi esteso a tempo indefinito. Motivazione ufficiale: “incitamento all’odio, al fascismo e alla guerra civile”

     

    In molti, proprio in queste ore stanno, paragonando l’UE alla Corea del Nord. Solo che alla luce della realtà tutto questo suona come un cortocircuito che spiega molte cose.

    Cosa comporta la multa a X

    Questa prima sanzione ai sensi del DSA rappresenta un test cruciale per la credibilità della regolamentazione europea sulle piattaforme digitali.

    Per la prima volta, l’Unione Europea dimostra di essere disposta a passare dalle parole ai fatti, sanzionando una delle piattaforme più influenti al mondo e sfidando apertamente le pressioni politiche americane.

    La partita, va detto, è tutt’altro che chiusa. Musk ha già annunciato l’intenzione di contestare eventuali sanzioni in tribunale, e le altre indagini su X restano aperte.

    Ma una cosa è certa. Questo passaggio finirà per inasprire le relazioni Usa-UE in un delicato momento storico. Una parte politica americana, molto consistente, spingerà affinché l’amministrazione Trump adotti iniziative in risposta a questa multa.

    Quindi c’è da attendersi, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane una reazione da parte degli Usa che non sarà solo rumorosa.

    Staremo a vedere.

  • Nuova etichetta energetica per smartphone e tablet

    Nuova etichetta energetica per smartphone e tablet

    L’UE introduce dal 20 giugno 2025 un’etichetta energetica per smartphone e tablet. Informazioni su efficienza, durata, riparabilità e resistenza utili per acquisti più consapevoli.

    Dal prossimo 20 giugno 2025, in tutta l’Unione Europea entrerà in vigore una nuova etichetta energetica dedicata a smartphone e tablet.

    Si tratta di una novità importante che avvicina i dispositivi mobili agli standard già adottati da tempo per gli elettrodomestici, introducendo criteri chiari su efficienza energetica, durata della batteria, riparabilità e resistenza.

    Una misura attesa, per la verità, che punta a promuovere scelte di acquisto più consapevoli e a favorire la sostenibilità nell’uso quotidiano della tecnologia.

    Vediamo insieme di cosa si tratta.

    Etichetta energetica anche per i dispositivi mobili

    L’adozione di una etichetta energetica nasce da una precisa esigenza, vale a dire quella rendere più trasparente per i consumatori la qualità dei dispositivi mobili dal punto di vista energetico e ambientale.

    Fino ad oggi, smartphone e tablet venivano valutati principalmente in base alle loro caratteristiche prestazionali, come velocità, memoria, fotocamere, mentre elementi come la durata della batteria, la possibilità di riparazione o la resistenza fisica passavano in secondo piano.

    Nuova etichetta energetica per smartphone e tablet
    Nuova etichetta energetica per smartphone e tablet

    Etichetta energetica, quali i dispositivi mobili

    Con la nuova etichetta, invece, saranno questi aspetti a essere messi in evidenza, permettendo agli utenti di compiere scelte più informate.

    La nuova normativa riguarda smartphone, tablet e telefoni cordless con schermo fino a 17,4 pollici. Sono esclusi i dispositivi con schermi flessibili e i tablet basati su Windows, che saranno oggetto di regolamentazioni specifiche future.

    Cosa indica la nuova etichetta energetica

    Proprio come per frigoriferi o lavatrici, l’etichetta mostrerà una classe di efficienza energetica che va dalla A (massima efficienza) alla G (minima efficienza). Ma ci sarà molto di più.

    Le informazioni riportate comprenderanno:

    • autonomia della batteria, indicata in ore e minuti per ciascun ciclo di carica completo;

    • durata della batteria nel tempo, ovvero quanti cicli completi il dispositivo può sostenere mantenendo almeno l’80% della capacità iniziale;

    • indice di riparabilità, che valuta quanto sia facile riparare il dispositivo;

    • resistenza a cadute, testata su urti accidentali;

    • protezione da polvere e acqua, specificata tramite l’indice di protezione IP;

    • QR code, che rimanderà a una scheda più dettagliata nel registro europeo EPREL.

    Oltre all’etichetta, i produttori dovranno rispettare nuovi criteri di progettazione ecocompatibile, tra cui garantire batterie più durevoli, assicurare la disponibilità di pezzi di ricambio e rendere accessibili gli aggiornamenti software per almeno cinque anni dalla fine della vendita del modello.


     

     

     

     

    smartphone nuova etichetta energetica
    Smartphone nuova etichetta energetica

    1. Scala delle classi di efficienza energetica da A a G.
    2. La classe di efficienza energetica di questo prodotto.
    3. Durata della batteria per ciclo, in ore e minuti per ogni carica completa.
    4. Classe di affidabilità in caduta libera ripetuta.
    5. Durata della batteria in cicli.
    6. Classe di riparabilità.
    7. Grado di protezione dall’ingresso di acqua.

    Quando entrerà in vigore

    La nuova etichettatura sarà obbligatoria a partire dal 20 giugno 2025.

    Da quel momento, tutti i dispositivi immessi sul mercato europeo dovranno riportare la nuova etichetta, pena l’impossibilità di essere venduti legalmente nei paesi membri.

    Un cambiamento che riguarda non solo i grandi produttori, ma l’intero mercato dei dispositivi mobili.

    Perché è stata introdotta

    Alla base della decisione c’è un obiettivo chiaro: promuovere la sostenibilità e favorire l’economia circolare.

    Ormai lo sappiamo bene, gli smartphone e i tablet sono diventati oggetti di uso quotidiano. Ma la loro produzione, il loro consumo e il loro smaltimento generano un impatto ambientale significativo.

    Secondo la Commissione Europea, rendere i dispositivi più efficienti, durevoli e riparabili può ridurre sensibilmente l’impronta ecologica, oltre a contenere la produzione di rifiuti elettronici.

    Fornire informazioni trasparenti significa anche ridurre l’obsolescenza programmata. E incentivare i consumatori a considerare la longevità come un fattore decisivo, non solo le caratteristiche più appariscenti.

    Cosa cambia per i consumatori

    Per i consumatori la nuova etichetta rappresenterà uno strumento in più per valutare meglio la qualità del prodotto, andando oltre le sole specifiche tecniche.

    Scegliere uno smartphone o un tablet non sarà più solo questione di fotocamere migliori o schermi più luminosi. Dal 20 giugno in poi si potrà capire anche quanto durerà la batteria nel tempo, quanto sarà facile ripararlo in caso di guasto e quanto resisterà agli imprevisti della vita quotidiana.

    Inoltre, avere informazioni più chiare potrà anche aiutare a risparmiare. Infatti, un dispositivo più efficiente e duraturo richiede meno sostituzioni e meno spese nel tempo.

    Etichetta energetica dispositivi mobili, svolta culturale 

    L’introduzione della nuova etichetta energetica per smartphone e tablet è molto più di una questione di trasparenza commerciale. Potrebbe essere davvero una svolta culturale.

    Siamo di fronte ad un cambiamento di paradigma nell’approccio alla tecnologia, orientato non solo all’innovazione ma anche alla responsabilità ambientale e sociale.

    Dal 2025, ogni scelta tecnologica avrà un peso ancora più concreto sulle nostre abitudini e sull’ambiente che ci circonda.

    Una trasformazione apparentemente poco incisiva, ma che promette di cambiare il modo in cui valutiamo i dispositivi che ci accompagnano ogni giorno.

    [L’immagine di copertina è stata creata da Franz Russo utilizzando il modello di intelligenza artificiale generativa Chatgpt-4o]


  • La Commissione UE multa Apple e Meta in violazione del DMA

    La Commissione UE multa Apple e Meta in violazione del DMA

    La Commissione UE ha inflitto una multa ai due colossi Apple e Meta per aver violato il DMA. Un caso che potrebbe rendere ancora più accese le relazioni tra Usa e UE.

    La Commissione Europea ha inflitto oggi una sanzione a due dei più grandi colossi tecnologici Usa.

    Apple e Meta sono state multate rispettivamente per 500 milioni e 200 milioni di euro per aver violato il Digital Markets Act (DMA), la nuova normativa dell’UE pensata per garantire maggiore equità e trasparenza nei mercati digitali.

    E questa volta, si tratta della prima vera multa ufficiale per mancato rispetto delle regole del DMA.

    L’indagine era stata avviata nel marzo 2024.

    La Commissione UE multa Apple e Meta in violazione del DMA
    La Commissione UE multa Apple e Meta in violazione del DMA

    Perché Apple e Meta sono multate dalla UE

    Nel comunicato ufficiale rilasciato dalla Commissione Europea, si legge che Apple e Meta non avrebbero rispettato l’obbligo previsto dal DMA di offrire agli utenti europei “un servizio equivalente che utilizzi meno dati personali”.

    Un obbligo non accessorio, ma centrale nel nuovo impianto normativo, che mira a riequilibrare il rapporto tra i cosiddetti gatekeeper (i grandi intermediari digitali) e gli utenti finali.

    Secondo l’analisi della Commissione, Apple avrebbe ostacolato gli sviluppatori nell’informare gli utenti su opzioni di pagamento alternative all’App Store. Ma soprattutto non avrebbe offerto una scelta chiara agli utenti su un sistema che tratti meno i loro dati personali.

    Meta, dal canto suo, avrebbe violato lo stesso principio nella recente introduzione dell’abbonamento no ads, che non offrirebbe in modo adeguato un’alternativa che non comporti l’uso estensivo dei dati.

    Cos’è il DMA e perché è importante

    Il Digital Markets Act è entrato in vigore nel novembre 2022, ma ha iniziato a produrre effetti concreti solo da marzo 2024, quando è entrato in piena applicazione.

    Si tratta di una normativa ambiziosa con cui l’Unione Europea mira a regolamentare l’attività dei grandi attori digitali – designati ufficialmente gatekeeper – imponendo loro obblighi chiari in materia di interoperabilità, trasparenza e protezione dei dati personali.

    La logica alla base del DMA è semplice. Se pochi attori dominano il mercato digitale europeo, devono rispettare regole più severe per evitare comportamenti anticoncorrenziali e garantire agli utenti finali maggiore libertà di scelta.

    In questo contesto, le sanzioni di oggi segnano una svolta. Si tratta delle prime multe effettive basate proprio sulle violazioni del DMA, e potrebbero aprire la strada a un confronto ancora più acceso tra Bruxelles e le big tech americane.


    Teresa Ribera
    Teresa Ribera

    “Le decisioni odierne inviano un messaggio forte e chiaro. Il Digital Markets Act è uno strumento cruciale per liberare potenziale, scelta e crescita, garantendo agli operatori digitali la possibilità di operare in mercati contendibili ed equi. Protegge i consumatori europei e crea condizioni di parità. Apple e Meta non hanno rispettato il DMA”. Sono le parole a commento di Teresa Ribera, Vicepresidente Esecutiva per una Transizione Pulita, Giusta e Competitiva


    Le tensioni geopolitiche e l’ombra di Trump

    La notizia arriva in un momento già teso nelle relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea. I dazi introdotti recentemente dagli USA su alcune esportazioni europee – e le possibili contromisure da parte dell’UE – hanno acceso un clima di scontro commerciale che si intreccia sempre di più con la regolamentazione del digitale.

    Proprio in questo clima, Meta – così come altre grandi aziende tecnologiche – avrebbe chiesto nelle ultime settimane l’intervento di Donald Trump, in vista delle elezioni presidenziali USA, affinché eserciti pressione sull’UE per ammorbidire l’applicazione del DMA.

    Una mossa che, se confermata, suggerisce un’escalation non solo economica, ma anche politica, nel rapporto tra Bruxelles e Silicon Valley.

    Non è un mistero che le big tech abbiano sempre mal digerito l’idea di una regolamentazione europea autonoma. Ma l’approccio dell’UE, soprattutto in ambito digitale, è oggi più determinato che mai.


    Henna Virkkunen
    Henna Virkkunen

    “Consentire la libera scelta di aziende e consumatori è al centro delle norme stabilite dal Digital Markets Act. Ciò include garantire che i cittadini abbiano il pieno controllo su quando e come i loro dati vengono utilizzati online e che le aziende possano comunicare liberamente con i propri clienti. Le decisioni adottate oggi dimostrano che sia Apple che Meta hanno privato i propri utenti di questa libera scelta e sono costrette a modificarne il comportamento. Abbiamo il dovere di proteggere i diritti dei cittadini e delle imprese innovative in Europa e mi impegno pienamente per raggiungere questo obiettivo”.

    Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutivo per la sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia


    Cosa potrebbe succedere adesso

    Le sanzioni comminate oggi rappresentano un segnale forte e inequivocabile. L’Unione Europea è disposta ad applicare il DMA fino in fondo.

    Apple e Meta, con 60 giorni di tempo per adeguarsi, potrebbero fare ricorso, certo, ma difficilmente questo rallenterà la macchina regolatoria europea. Anzi, è probabile che altre indagini, tuttora in corso, possano portare presto a ulteriori sanzioni nei confronti di Alphabet (Google), Amazon e TikTok.

    Dal canto loro, gli Stati Uniti potrebbero interpretare questo come un attacco diretto alle aziende americane, alimentando le frizioni commerciali in corso.

    E con Trump alla Casa Bianca, la questione DMA potrebbe diventare uno dei nodi più delicati nelle relazioni transatlantiche.

    Insomma, ci troviamo al primo vero banco di prova dell’efficacia del Digital Markets Act. È anche una dimostrazione che l’UE, almeno sul fronte della regolamentazione digitale, non ha intenzione di restare a guardare.

    Vedremo come si svilupperà questa vicenda nei prossimi giorni.

  • Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA

    Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA

    Secondo il NYT, la UE sarebbe pronta a sanzionare X per violazione del Digital Services Act. Il caso potrebbe trasformarsi in un nuovo conflitto tra UE e USA, e accentuare le tensioni già alle stelle per via dei dazi.

    Secondo il  New York Times ci si avvicina ad un possibile scontro tra l’Unione Europea e X, la piattaforma social di Elon Musk. Scontro da molti già prospettato in precedenza.

    Secondo quanto riportato, le autorità UE starebbero preparando una sanzione che potrebbe superare il miliardo di dollari. L’accusa rivolta a X è di aver violato il Digital Services Act (DSA), la normativa comunitaria che regola i servizi digitali e impone alle grandi piattaforme di contrastare contenuti illeciti e disinformazione.

    Non è una notizia da poco. Si tratta di un segnale forte, che potrebbe segnare un punto di svolta nei rapporti tra Bruxelles e le big tech americane, con ricadute che vanno ben oltre il destino della piattaforma di Musk.

    Il contesto: il Digital Services Act e  il controllo digitale

    Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario fare un passo indietro.

    Il Digital Services Act, entrato in vigore nel 2024, è il pilastro della strategia europea per regolamentare il selvaggio west del digitale.

    L’obiettivo è garantire che le piattaforme con più di 45 milioni di utenti nell’UE – come X – adottino misure rigorose contro la diffusione di contenuti illegali, dalla propaganda estremista alla disinformazione sistematica.

    Le sanzioni per chi non si adegua possono arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo, una cifra che, nel caso di X, potrebbe tradursi in una multa monstre.

    L’indagine su X non è una novità.

    Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA
    Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA

    Indagine su X avviata a fine 2023

    Già a dicembre 2023, la Commissione Europea aveva aperto un fascicolo per verificare se la piattaforma rispettasse le nuove regole, concentrandosi su questioni come la gestione delle “spunte blu” a pagamento – accusate di favorire account falsi – e la trasparenza nella moderazione dei contenuti.

    Ora, a quanto pare, Bruxelles è pronta a passare dalle parole ai fatti. L’articolo del NYT cita fonti anonime vicine all’indagine, secondo cui la multa potrebbe essere annunciata nell’estate del 2025. Accompagnata da richieste di modifiche strutturali alla piattaforma.

    Un colpo diretto non solo a X, ma anche a Elon Musk, figura controversa, che da anni si scontra con le autorità europee sulla sua visione di una libertà di espressione senza filtri. E che oggi ricopre un ruolo di rilievo all’interno dell’amministrazione Trump.

    I possibili scenari, cosa succede se la sanzione diventa realtà

    Se l’UE dovesse confermare la sanzione, gli scenari possibili sono molteplici.

    Il primo, e più immediato, è quello economico. Una multa superiore al miliardo di dollari metterebbe sotto pressione X, già alle prese con un calo di utenti e introiti pubblicitari dopo l’acquisizione da parte di Musk nel 2022. E che di recente è stata acquisita da xAI per 33 miliardi di dollari.

    Ma non si tratterebbe solo di soldi. L’Europa potrebbe imporre cambiamenti operativi – come una revisione degli algoritmi o un rafforzamento della moderazione – che Musk ha sempre osteggiato, considerandoli una forma di censura.

    Poi c’è lo scenario politico. X potrebbe decidere di resistere, magari ritirandosi dal mercato europeo per evitare di piegarsi alle regole del DSA.

    Una mossa estrema, ma non del tutto improbabile, visto il carattere di Musk e le sue recenti prese di posizione contro Bruxelles. In alternativa, la piattaforma potrebbe adeguarsi, ma a costo di perdere parte della sua identità “libertaria”. Da ricordare la vicenda del Brasile.

    Infine, c’è lo scenario diplomatico, quello più complesso. Una sanzione di questa portata non resterebbe un affare tra l’UE e X. Si colpirebbe un simbolo del potere tecnologico americano, guidato da un uomo che è anche uno dei più stretti alleati del presidente Donald Trump. E qui entra in gioco il contesto più ampio.

    Le tensioni tra Usa e UE, dai dazi allo scontro sul digitale

    Le relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea non sono mai state così fragili.

    Con l’entrata in vigore dei dazi annunciati da Trump due giorni fa – tariffe del 25% su acciaio, alluminio e auto, seguite da altre su semiconduttori e farmaceutici – il tutto si è trasformato in un campo di battaglia commerciale.

    L’UE ha idea di rispondere con propri dazi, rinviati al momento al 13 aprile, ma la rappresaglia potrebbe presto prendere di mira i giganti digitali americani, come suggerito dal leader del PPE Manfred Weber: “Se Trump colpisce i nostri beni, noi puntiamo sui loro servizi”.

    In questo clima di guerra fredda economica, la sanzione a X rischia di essere percepita come un attacco diretto agli interessi americani.

    Musk, a capo del Department of Government Efficiency (DOGE) nella nuova amministrazione Trump, non è solo un imprenditore: è. Oggi è un attore politico di peso, con un’influenza che spazia ovunque.

    L’UE, dal canto suo, sembra voler usare X come esempio per dimostrare che nessuno è al di sopra delle sue leggi. Una mossa che potrebbe innescare una reazione a catena.

    Trump, che ha già minacciato di far uscire gli USA dalla NATO in risposta a mosse ostili, potrebbe vedere nella multa addirittura un affronto personale, esasperando ulteriormente le tensioni transatlantiche.

    La risposta di X in cui parla di censura

    X non è rimasta in silenzio. In un post pubblicato sulla piattaforma, la società ha replicato con toni decisi: “L’UE vuole punirci per aver difeso la libertà di parola. Il Digital Services Act è un’arma di censura, non una legge per la sicurezza. Non ci piegheremo”.

    Un messaggio che riflette la linea dura di Musk, pronto a trasformare la vicenda in una crociata ideologica.

    Nessuna apertura al dialogo, nessuna promessa di adeguamento. Solo la sfida aperta a Bruxelles, con un richiamo implicito al sostegno di Trump e dei suoi follower.

    Le big tech si rivolgono a Trump per pressioni su UE

    Non è un caso che, negli ultimi mesi, i grandi nomi della Silicon Valley abbiano intensificato i contatti con l’amministrazione Trump.

    Mark Zuckerberg, ad esempio, in un’intervista al podcast Joe Rogan Experience del 18 gennaio 2025, ha dichiarato: “Gli Stati Uniti dovrebbero difendere le loro aziende tecnologiche. È un vantaggio strategico che non possiamo perdere”.

    Una posizione che sembra un appello diretto a Trump per contrastare le mosse dell’UE, come il DSA o il Digital Markets Act, percepiti come minacce al dominio americano nel digitale.

    Anche Sam Altman, CEO di OpenAI, ha reso la sua donazione alla campagna di Trump, un gesto che alcuni interpretano come un tentativo di assicurarsi un alleato contro eventuali ritorsioni europee.

    Musk, dal canto suo, non ha bisogno di chiedere favori. Il suo legame con Trump è già solido, cementato da anni di sostegno politico e finanziario.

    Il futuro in bilico tra Usa e UE

    La vicenda di X e dell’UE è molto più di una disputa legale. È un capitolo di una storia più grande, quella di un mondo ormai diviso tra visioni opposte.

    Da un lato, l’Europa che cerca di imporre regole per proteggere i cittadini e la democrazia; dall’altro, un’America che vede nel controllo digitale una minaccia alla sua egemonia.

    Le sanzioni, se dovessero arrivare, non sarebbero solo un conto da pagare per Musk. Sarebbero un test per capire fino a che punto le tensioni transatlantiche possono spingersi prima di spezzare qualcosa di irreparabile.

    E noi, come sempre, staremo qui ad osservare ed interpretare gli eventi, cercando di decifrare un futuro che oggi si scrive anche a colpi di post.

  • Henna Virkkunen è la nuova commissaria UE per il Tech

    Henna Virkkunen è la nuova commissaria UE per il Tech

    Henna Virkkunen è la nuova commissaria UE per il Tech e Digitale. La sua missione include sovranità tecnologica, sicurezza informatica, regolamentazione digitale e sostegno alle startup europee.

    Dopo l’addio polemico di Thierry Breton, le idee della presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, erano ancora più chiare.

    E così, la nuova Commissione UE per il mandato 2024-2029, presentata oggi, vede 6 vicepresidenti, 4 donne e due uomini.

    Al posto di Breton è stata nominata vicepresidente della Commissione, con delega alla “Sovranità Tech, Sicurezza e Democrazia”, la finlandese Henna Virkkunen.

    Il suo nome potrebbe non dire molto nel nostro Paese, ma vanta un curriculum di tutto rispetto. Di seguito proviamo a tracciare un profilo.

    Un profilo di Henna Virkkunen

    Henna Virkkunen, politica finlandese, è membro del Partito Popolare Europeo (PPE). Vanta una lunga carriera politica che l’ha portata a ricoprire ruoli di rilievo sia nel governo finlandese che nel Parlamento Europeo.

    Nata nel 1972, Virkkunen ha studiato giornalismo e ha lavorato brevemente come giornalista prima di entrare in politica. È co-proprietaria di un’agenzia di comunicazione, fatto che spiega il suo particolare interesse verso il mondo della comunicazione e del digitale.

    henna virkkunen è la nuova commissaria ue per tech e digitale

    È stata ministro dell’Istruzione, dei Trasporti e della Pubblica Amministrazione in Finlandia prima di essere eletta al Parlamento Europeo nel 2014. È stata rieletta nel 2019 e nel 2024, a testimonianza dell’importanza della sua figura e della sua esperienza a livello europeo.

    Henna Virkkunen e il suo ruolo nel PPE

    Henna Virkkunen è una figura importante all’interno del PPE, il principale gruppo di centro-destra del Parlamento europeo. Per il PPE ha lavorato su temi chiave legati al digitale, tra cui il Digital Services Act (DSA), e sarà proprio su questo aspetto che la neo-commissaria dovrà principalmente misurarsi.

    Inoltre, si è occupata di tematiche legate alla cybersecurity e ha partecipato ai negoziati per il programma di ricerca di punta dell’UE, Horizon Europe.

    È considerata una delle figure politiche più esperte in Europa su questioni digitali e tecnologiche, esperienza che le ha fatto guadagnare la stima sia nel suo partito che tra esponenti di altre fazioni politiche.

    Henna Virkkunen e le sfide UE sul Digitale

    Quali sfide attendono la neo-commissaria Henna Virkkunen?

    La sfida della Sovranità Tecnologica

    Sicuramente dovrà affrontare la sfida della Sovranità Tecnologica. Uno dei suoi compiti principali sarà garantire che l’Europa non dipenda eccessivamente da tecnologie sviluppate al di fuori del continente europeo, specialmente da Stati Uniti e Cina.

    henna virkkunen
    Henna Virkkunen

    Ciò include la promozione e lo sviluppo di tecnologie europee in aree come l’intelligenza artificiale, la sicurezza informatica e il cloud computing.

    La sfida della Sicurezza

    Altra sfida importante riguarda la Sicurezza e Regolamentazione del digitale.

    Virkkunen dovrà continuare il lavoro sul Digital Services Act e sul Digital Markets Act, che regolano il mercato digitale europeo e proteggono gli utenti da contenuti dannosi o illegali online. Queste nuove regole europee hanno un impatto enorme sulle piattaforme globali come Facebook, Google, X (ex Twitter) e Amazon. Sarà quindi compito di Virkkunen far sì che vengano applicate in modo efficace.

    La sfida dell’Innovazione in UE

    Un’altra sfida importante è legata a incentivare l’innovazione, rendendo l’UE competitiva a livello globale.

    L’attenzione sarà rivolta anche al sostegno delle startup tecnologiche europee e al miglioramento delle infrastrutture digitali del continente, in particolare nel campo della banda larga e del 5G.

    La sfida sulle minacce alla democrazia

    Infine, un’ulteriore sfida cruciale per Virkkunen sarà quella di contrastare le minacce digitali alla democrazia europea, come la disinformazione e la manipolazione elettorale.

    La sua esperienza la rende particolarmente attenta alle implicazioni politiche del digitale e alle dinamiche democratiche.

    Henna Virkkunen si presenta dunque come una figura forte e preparata per guidare l’Europa ad affrontare le sfide nel campo digitale.

    Con una profonda conoscenza delle dinamiche tecnologiche e una carriera politica consolidata, ha tutte le carte in regola per affrontare le sfide del futuro e garantire all’Europa un ruolo di leadership globale nel mondo tech.

    Il suo mandato sarà cruciale per garantire che l’UE rimanga innovativa, sicura e indipendente a livello tecnologico.

  • Commissione UE: X viola il DSA con le spunte blu

    Commissione UE: X viola il DSA con le spunte blu

    L’UE ha formalmente avvisato X, la società di Elon Musk, che il sistema di verifica della spunta blu viola il DSA. La società rischia una multa fino la 6% del fatturato globale annuale. Intanto il numero degli account abbonati è davvero esiguo, ma molto spinto dall’algoritmo.

    L’UE ha informato, in maniera formale, X, la società di Elon Musk, che il sistema di verifica in atto su X vìola il DSA (Digital Services Act). Il commissario europeo, Thierry Breton, con un post su X, ha precisato che le “spunte blu”, un tempo utili per indicare l’affidabilità delle informazioni condivise, siano sempre più “ingannevoli” per gli utenti.

    In aggiunta a questo, l’attuale sistema che permette di ottenere la spunta blu, aderendo ad una delle versioni Premium, rappresenta una violazione delle norme del DSA.

    A seguito dell’indagine portata avanti dalla Commissione UE, è emerso che X non sta rispettando gli obblighi di trasparenza in materia di pubblicità e di fornitura di dati pubblici ai ricercatori.

    Come sappiamo bene, una delle prime mosse che Musk ha portato avanti da nuovo proprietario di Twitter è stata quella di stravolgere il senso della spunta blu.

    La spunta blu indicava autorevolezza

    Come scritto da Breton, prima era utilizzata come modalità per rendere gli account di personalità pubbliche e rilevanti. Come personalità politiche, imprenditori, giornalisti, personaggi del mondo dello sport, delle arti e dello spettacolo. Autentici e quindi affidabili.

    Un sistema che, allo stesso tempo, rendeva autentico e genuino l’account di una personalità. Per dire, era una sorta di bollino di affidabilità. Questo era il messaggio che trasmetteva.

    x spunta blu violazione dsa commissione ue franz russo

    Abbiamo poi raccontato qui su InTime quali sono state le vicissitudini. E come è cambiato anche il sistema di assegnazione delle spunte blu nel tempo.

    Fatto sta che Musk, appena arrivato, ha cominciato ad instillare il pensiero che quel sistema fosse “corrotto” e non affidabile.

    La spunta blu e lo stravolgimento di X

    Da quel momento la spunta blu veniva assegnata attraverso l’abbonamento alla versione Premium. Senza presentare alcun documento di riconoscimento, cosa necessaria nel vecchio sistema. Quello che Musk aveva bollato come “corrotto”.

    Associare la spunta blu alla versione a pagamento voleva dire una sola cosa. Fare in modo che chiunque potesse abbonarsi e fare cassa.

    Tutto questo senza alcun tipo di controllo.

    Ricorderete il caso di Lilly, quando un account con spunta blu si spacciò per l’azienda americana sostenendo che l’insulina sarebbe diventata gratis per tutti producendo un danno enorme in termini finanziari.

    Il sistema quindi è cambiato, chiunque può ottenere la spunta blu con requisiti di accesso minimi. E i risultati sono questi che in tanti avevamo già notato ma che ora la Commissione UE mette in evidenza. In quanto questo sistema ha provocato un numero di account verificati, senza alcun controllo, che spesso diffondono disinformazione.

    UE: spunta blu ingannevole

    Nel suo richiamo formale, la Commissione rileva che il sistema attuale è ingannevole per gli utenti.

    Poiché chiunque può abbonarsi per ottenere tale status “verificato”, ciò incide negativamente sulla capacità degli utenti di prendere decisioni libere e informate in merito all’autenticità degli account e ai contenuti con cui interagiscono. Vi sono prove di attori malevoli motivati che abusano dell’ “account verificato” per ingannare gli utenti.

    Si tratta della prima volta che un’azienda viene richiamata formalmente per una violazione del DSA. E non è un caso che questa azienda sia proprio X.

    Solo meno di una settimana fa la stessa Commissione UE aveva già avvisato la piattaforma di Musk del rischio di una multa in seguito all’apertura dell’indagine sulla gestione dei contenuti dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.

    Il rischio della multa fino al 6%

    Il rischio per X è quello di vedersi comminata una multa fino al 6% del fatturato globale annuo.

    Ovviamente X non è la sola ad essere stata messa sotto inchiesta dalla Commissione europea. Ci sono anche TikTok e Meta. Ma, come ricordato prima, è la prima volta che una società viene richiamata in maniera formale di fronte ad una violazione del DSA.

    A questo punto gli scenari prevedono che, nel caso in cui il parere della Commissione venisse confermato, X si uniformi con il pagamento della multa e l’adozione di misure di correzione del sistema di assegnazione della spunta blu.

    Una decisione di non conformità può anche far scattare un periodo di vigilanza rafforzato per garantire il rispetto delle misure che il fornitore intende adottare per porre rimedio alla violazione. La Commissione può inoltre imporre penalità di mora per costringere una piattaforma a conformarsi.

    Quante sono le spunte blu su X

    Immagino che a questo punto vi stiate chiedendo “ma quante saranno mai queste spunte blu su X?”. La domanda è lecita e pertinente.

    In pratica, per il fatto di essere diventata una società privata X non rilascia mai un dettaglio sul numero di utenti. Spesso su questo viene intavolata una narrazione, da Musk e dal suo entourage, che risulta abbastanza lontana dalla realtà.

    Ma ammettiamo che i risultati diffusi qualche giorno fa siano veritieri, e cioè che gli utenti registrati sono ad oggi 570 milioni, purtroppo non è dato sapere il dettaglio sugli utenti abbonati a Premium.

    Attenzione, con il sistema attuale per avere la spunta blu ci si deve abbonare almeno a Premium.

    Ebbene, qualcuno ha comunque provato a verificare che a fine anno scorso gli abbonati Premium erano 650 mila. Questo quando la piattaforma aveva 540 milioni di utenti.

    Ora, provando ad applicare l’incremento registrato per arrivare a 570 milioni attuali, si potrebbe ipotizzare che gli abbonati siano circa 690 mila. Vale a dire, lo 0,12% sul totale.

    Una percentuale bassissima. E lo sarebbe anche se questi dati avessero un coefficiente di errore molto ampio.

    Un sistema non sostenibile per X

    Un sistema che difficilmente può rendere sostenibile la piattaforma dopo che gli investitori, quelli grandi e importanti, hanno abbandonato la piattaforma.

    E allora, come si spiega che una percentuale così piccola risulta, in pratica, così rilevante.

    Semplice, l’algoritmo tende a spingere verso l’alto gli account Premium (non tutti!) e, di conseguenza, risulta facile intercettarli. Specie se questi account diffondono disinformazione che, nella maggior parte dei casi, si presentano come contenuti polarizzanti. E, per questo motivo, molto visibili.

    Al momento nè Musk e nè X ha risposto ufficialmente al richiamo della Commissione UE. Vedremo cosa succederà nei prossimi giorni.

    UPDATE – La risposta di Musk

    In realtà la risposta è arrivata quando l’articolo stava per essere pubblicato.

    E il proprietario dimostra che non l’ha presa bene e neanche di fronte ad una situazione come questa decide di mantenere un profilo collaborativo. Tutt’altro.

    In risposta a Margrethe Vestager scrive: “Il DSA è disinformazione”.

    Ma non è tutto. Citando lo stesso post della Vestager fa un’affermazione che avrà sicuramente un seguito.

    Musk infatti sostiene che la Commissione avrebbe proposto a X un accordo “segreto illegale”. In pratica, censurare i contenuti senza dirlo a nessuno per evitare la multa.

    “Le altre piattaforme hanno accettato l’accordo”, chiude Musk.

    La decisione della Commissione UE di richiamare formalmente X per violazione del DSA segna un punto di svolta importante nella regolamentazione delle piattaforme digitali.

    Il sistema di verifica di X, nato dalle modifiche introdotte da Elon Musk, si trova ora al centro di un dibattito che va oltre la semplice assegnazione di una spunta blu.

    Piattaforme digitali e regole, adesso tutto è cambiato

    Questa situazione solleva importanti questioni sulla trasparenza, l’affidabilità delle informazioni online e la responsabilità delle grandi piattaforme tecnologiche. Il caso di X potrebbe diventare un precedente cruciale per il futuro della moderazione dei contenuti e della verifica dell’identità sui social media.

    La palla ora passa a X: saprà adeguarsi alle richieste dell’UE mantenendo allo stesso tempo il suo modello di business? O assisteremo a un nuovo capitolo nella sempre più complessa relazione tra i giganti tech e i regolatori?

    Una cosa è certa. Il mondo dei social media sta cambiando, e con esso le regole del gioco.

  • Indagine UE su Apple, Meta e Google ai sensi del nuovo DMA

    Indagine UE su Apple, Meta e Google ai sensi del nuovo DMA

    La Commissione UE avvia indagini su possibili violazioni del Digital Markets Act da parte di colossi tech come Apple, Google e Meta.

    La Commissione UE esprime preoccupazione riguardo al modo in cui i colossi tech stanno agendo. Una preoccupazione che trova, adesso, fondamenta all’interno del nuovo DMA, Digital Markets Act.

    Il DMA mira a regolamentare il mercato digitale instaurando condizioni eque tra tutti i player del settore.

    La notizia di oggi è che la Commissione apre 5 indagini per “non conformità” al DMA che riguardano in primo luogo Apple, Google e Meta sul modo in cui stanno osservando le nuove regole sulla concorrenza.

    La Commissione sospetta, e da qui la necessità dell’indagine, che le soluzioni fornite dalle società in questione ai propri utenti non siano pienamente aderenti alle regole del DMA.

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    Le preoccupazioni della Commissione UE

    Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva responsabile della politica di concorrenza, su X (ex Twitter) ha espresso preoccupazione su questa questione, scrivendo: “Oggi apriamo le prime indagini ai sensi della #DMA. Siamo preoccupati Alphabet, Apple e Meta non rispettano i loro obblighi, ad esempio: Apple e Alphabet addebitano ancora commissioni ricorrenti agli sviluppatori di app; Meta non offre agli utenti una vera scelta per disattivare la combinazione di dati”.

    In particolare, la Commissione intende indagare sulle cosiddette regole “anti-steering” di Google e Apple adottate all’interno dei loro app store.

    Cosa si intende per regole “anti-steering”.

    Le regole “anti-steering” sono misure normative o politiche attuate in alcuni settori, in particolare nel settore tecnologico e digitale, per prevenire pratiche commerciali che indirizzino o “guidino” (da cui il termine “steering”) i consumatori verso prodotti o servizi specifici, in modo potenzialmente anticoncorrenziale.

    Nel contesto dei marketplace digitali, ad esempio, una regola anti-steering può vietare a un fornitore di piattaforme, come un app store, di limitare gli sviluppatori dal dirigere gli utenti verso metodi di pagamento alternativi.

    La situazione di Apple, Google e Meta

    E poi, intende verificare se Google sia colpevole di pratiche, definite di auto-preferenza, per spingere i propri servizi all’interno del suo motore di ricerca.

    Sotto indagine è anche la schermata di scelta del browser di Apple per iOS, così come il “modello di pagamento o consenso” di Meta per il targeting degli annunci. Modello introdotto lo scorso autunno.

    Oltre a queste indagini, la Commissione UE fa sapere di avere una raccolta di informazioni che riguardano Amazon, per scoprire se spinge i suoi prodotti all’interno del suo market, e Apple per quanto riguarda la struttura tariffaria.

    Indagine di 12 mesi e eventuale sanzione

    In una conferenza stampa la Commissione ha dichiarato che intende concludere le indagini entro i prossimi 12 mesi.

    In caso di violazione, la Commissione può imporre sanzioni fino al 10% del fatturato mondiale totale dell’azienda. Tali sanzioni possono arrivare fino al 20% in caso di recidiva.

    Una breve considerazione riguardo a quanto descritto.

    È bene specificare che il DMA, e queste indagini lo dimostrano, rappresenta un modello quasi pioneristico nel contesto digitale attuale. L’obiettivo è quello di creare un mercato che offra condizioni più eque tra le grandi aziende e i piccoli attori del mercato.

    L’approccio dell’UE al regolamento digitale si sta affermando come un modello normativo, in tutti i sensi- Finendo per influenzare legislazioni simili in altre giurisdizioni.

    Il DMA pioniere come il GDPR

    Se volessimo provare a fare un parallelo, il DMA può essere paragonato al General Data Protection Regulation (GDPR), che ha rivoluzionato il modo in cui le aziende trattano i dati degli utenti.

    Da una parte il GDPR ha posto l’accento sulla privacy e la protezione dei dati; dall’altro, il DMA si concentra sulla promozione della concorrenza e sulla limitazione delle pratiche anticoncorrenziali.

    Sebbene altre regioni, come gli Stati Uniti, abbiano adottato un approccio più cauto nei confronti della regolamentazione del settore tecnologico, le mosse dell’UE con il DMA potrebbero spingere verso una maggiore armonizzazione delle regole a livello globale. Come successe proprio con il GDPR.

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