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  • Intelligenza artificiale, copyright e potere: quando nessuno è innocente

    Intelligenza artificiale, copyright e potere: quando nessuno è innocente

    Anthropic denuncia DeepSeek, MiniMax e Moonshot per distillazione illecita di Claude. Musk replica accusando proprio Anthropic di furto di dati. Tra copyright, Pentagono e geopolitica, emerge l’ipocrisia dell’intero settore IA.

    In questo momento il mondo dell’intelligenza artificiale è attraversato da un grande clima di scontro.

    Nelle ultime ore si sta parlando molto della denuncia di Anthropic contro tre laboratori cinesi accusati di aver rubato le capacità del modello Claude attraverso una tecnica chiamata distillazione. I numeri sono impressionanti: oltre 16 milioni di interazioni, 24.000 account fraudolenti, prove che secondo l’azienda di San Francisco portano direttamente ai ricercatori di DeepSeek, MiniMax e Moonshot.

    Ma immediatamente dopo, Elon Musk fa partire la sua campagna di attacchi contro Anthropic. Una situazione che svela l’enorme ipocrisia che attraversa l’intero settore dell’IA quando si parla di diritti d’autore e proprietà intellettuale. Perché la verità è che nessuno, in questa grande partita della IA, può davvero tirare la prima pietra.

    La denuncia di Anthropic e l’estrazione dei dati

    Partiamo dai fatti. Il 23 febbraio 2026 Anthropic ha pubblicato un blog post dettagliato in cui accusa tre laboratori cinesi di aver condotto campagne su scala industriale per estrarre le capacità di Claude. La tecnica utilizzata si chiama distillazione ed è, in sé, legittima.

    Si tratta di addestrare un modello più piccolo sugli output di uno più avanzato. Tutti i laboratori di frontiera la usano internamente per creare versioni più economiche dei propri sistemi.

    Il problema, secondo Anthropic, è che DeepSeek, MiniMax e Moonshot hanno usato questa tecnica per copiare le capacità di Claude senza autorizzazione, violando i termini di servizio e aggirando le restrizioni geografiche.

    Claude non è disponibile commercialmente in Cina per ragioni di sicurezza nazionale. Ma attraverso servizi proxy e reti di account fraudolenti, i tre laboratori sarebbero riusciti ad accedere al modello su larga scala.

    I dettagli forniti da Anthropic sono piuttosto precisi. DeepSeek avrebbe generato oltre 150.000 scambi focalizzati sulle capacità di ragionamento e sulla creazione di alternative sicure per la censura a domande politicamente sensibili, quelle sui dissidenti, sui leader di partito, sull’autoritarismo.

    MiniMax è accusata di oltre 13 milioni di interazioni concentrate su coding agentico e utilizzo di strumenti.

    Moonshot avrebbe prodotto più di 3,4 milioni di scambi mirati al ragionamento agentico e alla computer vision.

    Anthropic afferma di aver tracciato queste attività attraverso la correlazione degli indirizzi IP, i metadati delle richieste e gli indicatori dell’infrastruttura. In alcuni casi, dice l’azienda, è stato possibile risalire a specifici ricercatori dei laboratori accusati. Quando Anthropic ha rilasciato un nuovo modello durante la campagna di MiniMax, quest’ultima avrebbe reindirizzato quasi la metà del suo traffico entro 24 ore per catturare le capacità del sistema più recente.

    Sono accuse gravi e circostanziate. Ma è importante comunque sottolineare che, al momento, si tratta di accuse.

    DeepSeek, MiniMax e Moonshot al momento non hanno rispoto.

    Non c’è stata alcuna verifica indipendente e non c’è stato alcun procedimento legale. Il fatto che Anthropic presenti prove dettagliate non significa automaticamente che quelle prove siano incontrovertibili.

    Intelligenza artificiale, copyright e potere: quando nessuno è innocente
    Intelligenza artificiale, copyright e potere: quando nessuno è innocente

    L’attacco di Musk e la distorsione dei fatti

    Ed è qui che entra in scena Elon Musk. Poche ore dopo la pubblicazione del blog post di Anthropic, il proprietario di X e di xAI ha lanciato il suo attacco. Il tweet è diretto e apparentemente definitivo: “Anthropic is guilty of stealing training data at massive scale and has had to pay multi-billion dollar settlements for their theft. This is just a fact.”

    Tradotto: Anthropic è colpevole di aver rubato dati di addestramento su scala massiccia e ha dovuto pagare accordi miliardari per il furto. Questo è semplicemente un fatto. A supporto della sua affermazione, Musk ha condiviso screenshot di Community Notes che menzionano un accordo da 1,5 miliardi di dollari.

    Ma le cose non stanno esattamente così. E qui dobbiamo essere precisi, perché la differenza tra i fatti e la narrativa di Musk è sostanziale.

    Il riferimento è alla causa Bartz et al v. Anthropic PBC, una class action intentata da un gruppo di autori che accusavano l’azienda di Dario Amodei di aver usato i loro libri per addestrare Claude senza autorizzazione.

    La causa si è conclusa con una transazione da 1,5 miliardi di dollari, annunciato a settembre 2025. Ma chiamarla condanna per furto non è corretto. E per come la sta diffondendo Musk si tratta quasi di disinformazione.

    Ecco cosa è realmente accaduto. A giugno 2025 il giudice William Alsup aveva già stabilito che l’uso dei libri per addestrare Claude costituiva fair use, un uso legittimo secondo il diritto americano. La decisione è stata descritta come exceedingly transformative, estremamente trasformativa. In altre parole: addestrare un modello di IA su opere protette da copyright può essere legale.

    Il problema non era l’addestramento in sé, ma il modo in cui Anthropic aveva ottenuto quei libri. Li aveva scaricati da shadow libraries, ossia biblioteche pirata, come Library Genesis e Pirate Library Mirror.

    Questo, secondo il giudice, poteva configurare una violazione separata. Ed è su questo punto che si sarebbe dovuto tenere un processo a dicembre 2025, con danni potenziali che avrebbero potuto raggiungere il trilione di dollari in caso di violazione intenzionale.

    Anthropic ha scelto di accordarsi per evitare quel rischio. Ha accettato di pagare circa 3.000 dollari per ciascuno dei 500.000 libri coinvolti e di distruggere i dataset contenenti le opere scaricate illegalmente.

    Da precisare, non è stata emessa alcuna sentenza di condanna e, quindi, non vi è stato alcun verdetto di colpevolezza. Si è trattato di un accordo volontario per chiudere una controversia. Questo ad onor del vero e senza prendere parti per l’uno o per l’altro.

    Inoltre, non c’è alcun riferimento al tracciamento delle persone che alcuni utenti su X hanno iniziato a citare. Questa accusa sembra derivare da una confusione: Anthropic ha tracciato gli IP e i metadati degli account fraudolenti usati dai laboratori cinesi per accedere a Claude, cosa del tutto legale e necessaria per identificare gli abusi. Non ha quindi tracciato utenti comuni.

    Il peccato originale dell’IA: tutti hanno lo stesso problema

    Ma ecco il punto che nessuno vuole affrontare davvero. Se Anthropic ha problemi con il copyright, li hanno tutti. Nessuno escluso, e questo include xAI di Musk.

    OpenAI, l’azienda che ha dato il via alla corsa alla IA generativa con ChatGPT, affronta attualmente oltre 70 cause legali per violazione del copyright. La più nota è quella intentata dal New York Times, che accusa OpenAI e Microsoft di aver usato milioni di articoli per addestrare i loro modelli. A gennaio 2026 un tribunale ha ordinato a OpenAI di produrre 20 milioni di log di ChatGPT come prove. L’azienda ha cercato di resistere invocando la privacy degli utenti, ma il giudice ha respinto le obiezioni.

    Meta è stata citata per aver usato LibGen, la stessa biblioteca pirata al centro della causa Anthropic. Email interne emerse durante il procedimento suggeriscono che l’azienda sapeva di star usando materiale piratato. Google è sotto accusa per pratiche simili. Disney e Universal hanno fatto causa a Midjourney per violazione del copyright sulle immagini.

    E poi c’è xAI, l’azienda di Musk. A dicembre 2025 il giornalista John Carreyrou, oggi del NYT, quello che ha smascherato lo scandalo Theranos, ha intentato una causa contro sei aziende di IA per l’uso non autorizzato dei suoi libri. Tra i convenuti c’è xAI: è la prima causa per copyright contro Grok. La risposta dell’azienda? Due parole: “Legacy Media Lies”. Le bugie dei media tradizionali.

    Ma i problemi di xAI non si fermano qui. Grok è addestrato sui contenuti degli utenti di X, e questa pratica ha già attirato l’attenzione dei regolatori di diversi paesi.

    Nel 2024 X ha attivato di default l’opzione che consente di usare i post degli utenti per addestrare Grok. Non opt-in, ma opt-out. Chi non voleva partecipare doveva andare nelle impostazioni e disattivare manualmente la funzione. Questo ha scatenato l’intervento del Garante irlandese per la protezione dei dati, che a settembre 2024 ha ottenuto la sospensione permanente dell’uso dei dati degli utenti UE per l’addestramento di Grok, oltre all’ordine di cancellare i dati già acquisiti.

    Ad aprile 2025 è stata aperta un’indagine formale sulla legalità del trattamento storico dei dati. E i nuovi termini di servizio di X, entrati in vigore a gennaio 2026, hanno ampliato ulteriormente la definizione di contenuti che l’azienda può usare: ora include esplicitamente input, prompt e output delle conversazioni con Grok. Il tutto senza possibilità di opt-out.

    Cosa significa questo in parole povere. Significa che tutto quello che gli utenti scrivono a Grok e tutto quello che Grok risponde diventa materiale che xAI può usare liberamente per addestrare i suoi modelli futuri. E l’utente non non ha modo di opporsi.

    C’è poi la questione delle immagini. Grok ha generato contenuti sessualmente espliciti non consensuali, i cosiddetti deepfake, che hanno portato a denunce penali in Francia e al blocco del servizio in Malesia e Indonesia. La Federal Trade Commission americana ha aperto un’indagine sulle pratiche di xAI relative ai minori.

    Quindi quando Musk accusa Anthropic di aver rubato dati, sta parlando di un’azienda che ha raggiunto un accordo transattivo su una questione che riguarda l’intero settore, mentre la sua stessa azienda è sotto causa per le stesse ragioni e usa i dati degli utenti della sua piattaforma social senza un consenso realmente informato.

    Lo scontro per i contratti con il Pentagono

    Ma perché Musk sta attaccando Anthropic proprio adesso? La risposta sta in quello che è successo nelle ultime settimane al Pentagono.

    Anthropic è attualmente l’unica azienda di IA approvata per operare sulle reti militari classificate americane. Claude sarebbe stato usato durante l’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro a gennaio 2026, il primo caso documentato di IA impiegata in un raid militare attivo. Ma il rapporto tra Anthropic e il Pentagono si è deteriorato rapidamente.

    Il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha emesso una direttiva a gennaio che richiede a tutte le aziende di IA di rimuovere qualsiasi restrizione sull’uso militare dei loro modelli, consentendo qualsiasi uso legale. Anthropic ha rifiutato.

    L’azienda insiste sulle sue posizioni fondanti: niente sorveglianza di massa degli americani, niente armi autonome che possano sparare senza supervisione umana.

    Dario Amodei, il CEO di Anthropic, ha scritto in un saggio a gennaio: “Un’IA potente che analizza miliardi di conversazioni di milioni di persone potrebbe misurare il sentimento pubblico, individuare sacche di slealtà in formazione e schiacciarle prima che crescano.” Questa frase, che descrive un rischio, è stata usata contro di lui come prova di una presunta ostilità verso gli interessi americani.

    Per oggi, 24 febbraio, Hegseth ha convocato Amodei al Pentagono per quello che fonti interne descrivono come un incontro non amichevole. Uan sorte di resa dei conti.

    Un funzionario della Difesa ha detto ad Axios: “Questo non è un incontro per conoscersi. Questo è un incontro del tipo: o ti decidi o te ne vai.”

    Il Pentagono sta minacciando di designare Anthropic come rischio per la catena di approvvigionamento, una classificazione normalmente riservata ad avversari stranieri. Questo annullerebbe i contratti e costringerebbe altri partner del Pentagono a smettere di usare Claude.

    Nel frattempo, xAI ha accettato tutte le condizioni. Grok entrerà nelle reti militari classificate senza restrizioni. L’accordo è stato firmato ed è in questo contesto che Musk sta attaccando Anthropic su X. Tutto questo, mentre la sua azienda si posiziona per sostituire il concorrente nei contratti più sensibili del governo americano.

    Cosa ci racconta davvero questa storia

    La denuncia di Anthropic contro i laboratori cinesi è seria e merita attenzione. Se le prove presentate sono accurate, siamo di fronte a un caso significativo di appropriazione illecita di proprietà intellettuale che solleva questioni importanti sulla sicurezza nazionale e sulla competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina.

    Ma questa storia ci dice anche qualcos’altro.

    Ci dice che l’intero settore dell’intelligenza artificiale è nato e cresciuto su fondamenta traballanti quando si parla di diritti d’autore. Tutti i grandi modelli sono stati addestrati su contenuti protetti, spesso senza autorizzazione, talvolta scaricati da fonti pirata. Le cause legali si moltiplicano. Gli accordi transattivi cominciano ad arrivare. E la questione di cosa sia lecito e cosa no nell’addestramento di un’IA è ancora largamente irrisolta.

    Musk accusa gli altri delle stesse cose che lui ha già commesso. Solo che non lo ammetterà mai ed è per questo che sta scatenando la sua campagna contro Anthropi, usando X come megafono di disinformazione e distrazione.

    Questa storia dice, infine, che il controllo delle piattaforme di informazione da parte di soggetti con interessi commerciali diretti nel settore che dovrebbero coprire crea distorsioni evidenti.

    Quando il proprietario di X è anche il proprietario di un’azienda di IA che compete per contratti governativi, ogni suo post su quel tema va letto con questo tenendo bene in mente tutto questo.

    La verità è che in questo grande clima di scontro all’interno della IA nessuno è innocente. Ma alcuni stanno facendo molto più rumore degli altri per coprire i propri problemi mentre amplificano quelli altrui.

    Vedremo come andrà a finire.

  • DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    Da non averlo visto arrivare a non vederlo più il passo è breve. Il caso DeepSeek solleva nuovamente il grande problema di come gli utenti curano i propri dati.

    Da non averlo visto arrivare a non vederlo più il passo è davvero breve. Ed è quello che è successo a DeepSeek, almeno in Italia.

    Negli ultimi giorni, la rapida diffusione di DeepSeek, il nuovo modello di intelligenza artificiale cinese, ha scatenato un acceso dibattito sulla privacy.

    Molti utenti e commentatori hanno lanciato l’allarme, mettendo in guardia sui potenziali rischi per la sicurezza dei dati personali. E invitando a non scaricare l’app per evitare esposizioni indesiderate.

    Ma fermiamoci un attimo: il vero problema è solo DeepSeek, o stiamo dimenticando qualcosa di più grande?

    Il problema non è solo DeepSeek

    Ogni volta che emerge una nuova tecnologia, soprattutto se proveniente dalla Cina, il dibattito sulla privacy si riaccende. L’impressione è che questa preoccupazione sembra essere poco consapevole della situazione.

    Se un utente teme che DeepSeek possa accedere ai suoi dati, ma nel frattempo ha installato sul proprio smartphone applicazioni ben più invasive come TikTok, allora il vero problema non è la singola app. Ma la mancanza consapevolezza rispetto alla protezione dei propri dati personali.

    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati
    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    E dove sono i nostri dati?

    I nostri dati non sono custoditi in un luogo sicuro e isolato. Sono già ovunque nelle mani di aziende di tutto il mondo.

    Stati Uniti, Cina, India, Europa: chiunque operi nel settore digitale ha accesso a informazioni personali raccolte attraverso app, piattaforme digitali e servizi online.

    Se ci preoccupiamo di DeepSeek, dovremmo allora preoccuparci di ogni altra piattaforma che già raccoglie e utilizza i nostri dati quotidianamente.

    TikTok, un caso eclatante di raccolta dati

    Un esempio chiaro di questa scarsa consapevolezza è TikTok.

    Molti utenti allarmati da DeepSeek usano senza problemi TikTok, ignorando che si tratta di una delle app più invasive dal punto di vista della raccolta dati.

    Uno studio del 2023 ha rivelato che TikTok condivide il proprio SDK con circa 28.000 applicazioni.

    Questo significa che l’app non solo raccoglie enormi quantitativi di dati dai propri utenti, ma ha accesso anche alle informazioni provenienti da una rete vastissima di applicazioni che integrano il suo kit di sviluppo.

    In altre parole, i dati degli utenti finiscono in un ecosistema molto più ampio di quanto si possa immaginare.

    Inoltre, TikTok ha un livello di accesso ai dispositivi particolarmente elevato, soprattutto nella versione Android.

    Alcune analisi di esperti di cybersecurity hanno evidenziato come l’APK dell’app possa raccogliere informazioni dettagliate sul comportamento dell’utente, sui dispositivi utilizzati, sulla rete Wi-Fi e persino sui dati copiati negli appunti.

    Il vero problema: la mancanza di consapevolezza

    Il caso DeepSeek evidenzia un problema che va ben oltre il singolo modello AI. La vera questione non è tanto chi raccoglie i nostri dati, ma come noi stessi li proteggiamo (o meglio, non li proteggiamo).

    Infatti, spesso

    • accettiamo cookie e tracking senza leggere le informative;
    • creiamo account su siti e piattaforme digitali senza pensare alla condivisione dei dati;
    • concediamo autorizzazioni indiscriminatamente ad app che raccolgono informazioni ben oltre quanto necessario;
    • utilizziamo servizi gratuiti senza chiedersi quale sia il modello di business che li finanzia.

    Questa leggerezza porta a una situazione paradossale. Ci si allarma per DeepSeek, ma nel frattempo si cedono dati a decine di altre piattaforme senza alcuna preoccupazione.

    La privacy è un problema di consapevolezza

    Se vogliamo davvero proteggere la nostra privacy, dobbiamo smettere di reagire in modo selettivo e impulsivo di fronte a nuovi attori digitali.

    Il problema non è solo la Cina, gli Stati Uniti o qualsiasi altra nazione che sviluppi tecnologia avanzata. Il primo problema è la nostra incapacità di gestire i dati in modo responsabile.

    È la nostra mancanza di consapevolezza e la facilità con cui cediamo informazioni sensibili senza riflettere sulle conseguenze a creare i primi grandi problemi.

    La vera sfida è allenarci a una gestione più responsabile della nostra identità digitale.

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

     

  • DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

    Dopo la richiesta del Garante della Privacy italiano verso DeepSeek e su come vengono trattati i dati degli utenti, l’app scompare dai market in Italia. Un caso?

    Nelle ultime ore, l’applicazione DeepSeek – il chatbot di intelligenza artificiale sviluppato in Cina e considerato uno dei principali concorrenti di ChatGPT – è scomparsa dagli store italiani di Apple e Google.

    Una rimozione improvvisa, che lascia aperti diversi interrogativi: si tratta di una decisione autonoma degli store o di una conseguenza della recente richiesta del Garante per la protezione dei dati personali?

    Il contesto: l’indagine del Garante della Privacy

    La rimozione di DeepSeek dagli store italiani arriva a poche ore di distanza dalla richiesta formale del Garante della Privacy italiano, che ieri, 28 gennaio 2025  ha avviato un’indagine sull’applicazione.

    L’Autorità ha chiesto a DeepSeek di fornire chiarimenti su come vengano raccolti, trattati e conservati i dati personali degli utenti, con particolare attenzione alla localizzazione dei server e alla possibile trasmissione delle informazioni in Cina.

    La richiesta del Garante è scaturita dall’attenzione crescente verso i chatbot basati su intelligenza artificiale generativa, specie quelli di origine cinese, che sollevano interrogativi sulla protezione dei dati e sulla trasparenza delle loro operazioni.

    La questione diventa ancora più delicata considerando che DeepSeek ha conquistato rapidamente una fetta di utenti europei, grazie alla sua capacità di offrire risposte articolate e modelli di interazione avanzati.

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia
    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

    Rimozione dagli store: coincidenza?

    Al momento, né Apple né Google hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla scomparsa di DeepSeek dai rispettivi store italiani.

    Per ora, il servizio web di DeepSeek rimane accessibile e gli utenti che avevano già scaricato l’app possono continuare a utilizzarla.

    Questa situazione solleva una domanda cruciale: la rimozione è stata una decisione autonoma delle piattaforme, una misura precauzionale presa dagli sviluppatori dell’app, oppure è il primo effetto dell’intervento del Garante italiano?

    Al momento, l’azienda dietro DeepSeek non ha commentato la questione, lasciando il campo a ipotesi e speculazioni.

    Casi precedenti e possibili sviluppi

    Non sarebbe la prima volta che un chatbot IA viene sottoposto a restrizioni per questioni di privacy.

    Basti pensare al caso di ChatGPT, che nel 2023 fu temporaneamente bloccato in Italia proprio su ordine del Garante della Privacy, fino a quando OpenAI non adeguò le proprie politiche di gestione dei dati.

    Se DeepSeek non fornirà risposte adeguate sulle modalità di gestione dei dati, potrebbe andare incontro a restrizioni simili.

    D’altra parte, se la rimozione fosse stata un atto volontario da parte degli sviluppatori, potremmo assistere a una modifica delle politiche dell’azienda prima di un eventuale ritorno negli store italiani.

    La stessa situazione del 2023 con ChatGPT

    Ma più passa il tempo e più si ha la certezza di essere di fronte ad una situazione analoga a quella del 2023. In quel caso venne resa inaccessibile la piattaforma web (non c’era ancora l’app di ChatGPT), nel caso di DeepSeek vengono disattivate le app.

    Altro elemento da considerare è che l’Italia, al momento, è l’unico paese al mondo ad aver preso questa misura.

    Cosa significa per gli utenti

    Per chi utilizzava DeepSeek tramite l’app, l’assenza dagli store non implica un’immediata impossibilità di accedere al servizio

    Questa vicenda solleva il tema più ampio della consapevolezza degli utenti rispetto alla gestione dei propri dati, specie quando si tratta di strumenti basati su IA generativa. Che proveremo ad approfondire più avanti.

    Resta da vedere se ci saranno sviluppi ufficiali, chiarimenti da parte degli store o della stessa DeepSeek.

    La sensazione è che questa sia solo la prima di una serie di mosse che definiranno il futuro del chatbot in Italia. Il dibattito sulla privacy e sulla sicurezza dei dati nell’era dell’intelligenza artificiale generativa è tutt’altro che concluso.

  • Non lo hanno visto arrivare: DeepSeek, l’IA open source

    Non lo hanno visto arrivare: DeepSeek, l’IA open source

    Non l’hanno visto arrivare. DeepSeek, un modello IA open-source sviluppato in Cina, ha sconvolto il mercato, mettendo in discussione il dominio di OpenAI e Google. Con costi ridotti e alte prestazioni, potrebbe ridefinire il futuro dell’IA generativa.

    Non l’hanno visto arrivare…Potrebbe essere questo il titolo per descrivere ciò che è successo e sta succedendo ancora.

    Come abbiamo visto, e raccontato, l’intelligenza artificiale generativa ha visto negli ultimi anni una corsa sfrenata, dominata principalmente dagli Stati Uniti con OpenAI, Google e Microsoft a contendersi il primato.

    Adesso un nuovo attore è entrato in scena e ha sconvolto il mercato. Si tratta di DeepSeek, un modello di intelligenza artificiale sviluppato in Cina, totalmente open-source e in grado di competere con i giganti occidentali.

    Il suo arrivo ha già avuto ripercussioni pesanti su Wall Street e potrebbe cambiare per sempre il panorama dell’IA generativa. Ma DeepSeek è davvero un “GPT killer”? E quali saranno le conseguenze di questa rivoluzione?

    Cos’è DeepSeek e perché è diverso dagli altri modelli

    DeepSeek è un modello di intelligenza artificiale generativa sviluppato da una startup cinese fondata nel 2023. A differenza di ChatGPT, Gemini e Copilot, DeepSeek-R1 è completamente open-source, il che significa che chiunque può scaricarlo, modificarlo e utilizzarlo senza costi.

    Questa è la prima grande differenza rispetto ai modelli statunitensi, che sono chiusi e proprietari, costringendo aziende e sviluppatori a pagare per il loro utilizzo.

    Un altro aspetto rivoluzionario è il costo di sviluppo: DeepSeek è stato realizzato con meno di 6 milioni di dollari, mentre OpenAI, Google e Microsoft investono miliardi nella loro infrastruttura di IA.

    Inoltre, a causa del divieto imposto dagli Stati Uniti sull’esportazione di chip avanzati in Cina, gli sviluppatori di DeepSeek hanno dovuto trovare soluzioni alternative, dimostrando che non servono necessariamente GPU Nvidia di ultima generazione per creare modelli AI di alto livello.

    Non lo hanno visto arrivare: DeepSeek, l'IA open source
    Non lo hanno visto arrivare: DeepSeek, l’IA open source

    L’effetto DeepSeek su Wall Street: una scossa per le Big Tech

    L’uscita di DeepSeek non è passata inosservata nel mondo della finanza. Le azioni di Nvidia sono crollate del 17% in un solo giorno, con una perdita di circa 680 miliardi di dollari di capitalizzazione, segnando la peggiore disfatta nella storia della borsa statunitense per una singola azienda.

    Anche altre Big Tech, come Microsoft, Alphabet (Google) e Meta, hanno subito un calo significativo.

    Il motivo? Se un modello come DeepSeek può essere creato con hardware più economico ed essere open-source, allora il dominio delle Big Tech sull’IA generativa potrebbe non essere più garantito.

    L’effetto domino potrebbe essere devastante per chi ha puntato tutto su un’intelligenza artificiale proprietaria. Fino ad oggi, il mercato ha dato per scontato che servissero investimenti miliardari per dominare il settore dell’IA.

    DeepSeek ha dimostrato che questa narrazione potrebbe non essere per sempre.

    Chi c’è dietro DeepSeek?

    DeepSeek è stato fondato da Liang Wenfeng, un imprenditore cinese con un background in ingegneria del software e intelligenza artificiale.

    Prima di lanciare DeepSeek, Liang aveva co-fondato High-Flyer, un hedge fund basato su algoritmi AI, che ha dimostrato come l’intelligenza artificiale potesse essere applicata con successo alla finanza.

    Nel 2023 ha deciso di fondare DeepSeek con un obiettivo ambizioso: rendere l’IA accessibile a tutti attraverso l’open-source, sfidando il modello proprietario imposto dagli Stati Uniti.

    Grazie ai finanziamenti di High-Flyer, DeepSeek è riuscita a sviluppare un modello di intelligenza artificiale avanzato con risorse limitate, sfidando i giganti della Silicon Valley con una filosofia completamente diversa.

    Ma DeepSeek è un GPT killer?

    La domanda che tutti si pongono è: DeepSeek può davvero mettere in crisi OpenAI e gli altri colossi dell’IA? La risposta è complessa.

    Sul piano tecnico, ChatGPT ha ancora alcuni vantaggi, come un’infrastruttura cloud avanzata e l’integrazione multimodale (testo, immagini, video, audio). Tuttavia, DeepSeek ha dimostrato che si può competere ad armi pari con meno risorse e con un modello open-source.

    Ma il vero pericolo per OpenAI, Google e Microsoft non è solo la tecnologia: è il cambio di paradigma che DeepSeek ha introdotto. Se un’IA di alta qualità può essere gratuita e accessibile a tutti, chi pagherà per i modelli proprietari?

    Le conseguenze potrebbero essere enormi, anche se siamo nell’ordine delle ipotesi:

    • Più aziende e sviluppatori potrebbero scegliere DeepSeek al posto di modelli proprietari.
    • Il mercato dell’IA potrebbe frammentarsi con più modelli open-source indipendenti.
    • Il dominio statunitense sull’IA generativa potrebbe indebolirsi, aprendo la strada a nuove alternative globali.

    Il futuro dell’IA generativa dopo DeepSeek

    DeepSeek ha già cambiato le regole del gioco e costretto le Big Tech a ripensare la loro strategia.

    Gli Stati Uniti dovranno decidere se regolamentare ancora di più l’IA o adottare un approccio più aperto per competere con l’ondata open-source.

    Nel frattempo, DeepSeek ha già dimostrato che l’IA generativa non è più un gioco solo per le multinazionali: il futuro potrebbe essere molto più decentralizzato e accessibile di quanto si pensasse fino a ieri.

    Una cosa è certa: il monopolio dell’IA è stato messo in discussione. Tutto nel giro di 48 ore.

     

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