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  • Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Mark Zuckerberg ha testimoniato davanti alla giuria del caso KGM. Una testimonianza a tratti molto tesa dove, in sostanza, Zuckerberg in modo netto ha anche sottolineato il suo potere all’interno di Meta. Un caso che tocca anche l’UE.

    Il 18 febbraio 2026, Mark Zuckerberg si è seduto sul banco dei testimoni del Los Angeles Superior Court, davanti a una giuria per il caso KGM. Si tratta di un processo storico per le piattaforme digitali

    Non era la prima volta che il fondatore di Meta rispondeva di fronte a un’istituzione: nel 2018 aveva già affrontato il Congresso americano, e in quell’occasione aveva persino chiesto scusa alle famiglie colpite dai danni dei social.

    Ma era la prima volta che Mark Zuckerberg lo faceva sotto giuramento, davanti a dodici giurati chiamati a decidere se Instagram sia una piattaforma dannosa.

    Il caso, come già ricordato, vede coinvolta KGM contro le piattaforme digitali, nello specifico Meta e YouTube.

    La protagonista di questa vicenda è Kaley, una ventenne californiana identificata negli atti giudiziari con le sole iniziali per tutelarla. Kaley ha iniziato a usare YouTube a sei anni; a nove era già su Instagram; a undici, secondo i documenti del processo, il suo profilo era attivo quotidianamente. La sua storia fatta di dipendenza digitale, depressione, pensieri suicidari è diventata il cuore di una battaglia legale che va ben oltre la sua vicenda personale.

    Un processo che vale 1.600 cause

    Il caso KGM è quello che negli Stati Uniti si chiama un “bellwether trial”, un processo-campione. Il suo esito potrebbe influenzare l’andamento di oltre 1.600 cause simili, già consolidate e in attesa di sentenza, oltre a più di 2.300 procedimenti paralleli depositati da genitori, distretti scolastici e procuratori generali statali.

    TikTok e Snap hanno già patteggiato prima dell’inizio del dibattimento e, quindi, restano in piedi Meta e Google, che risponde per YouTube.

    La tesi dell’accusa è semplice nelle parole, quanto complessa nelle prove: le piattaforme non sono strumenti neutrali ma prodotti progettati intenzionalmente per agganciare gli utenti più giovani, sfruttando le loro vulnerabilità neurologiche.

    Un “casinò digitale”, secondo la definizione usata dall’avvocato dell’accusa Mark Lanier. La difesa risponde che la complessità della salute mentale adolescenziale non può essere ridotta all’uso di un’app.

    Per decenni Big Tech ha goduto della protezione offerta dalla Section 230 del Communications Decency Act del 1996, una norma che esclude le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    Ma in questa occasione l’accusa ha adottato un’altra strada: aggirare il 230 applicando le leggi sulla responsabilità del produttore. Non si contesta quello che gli utenti pubblicano, ma come la piattaforma è stata progettata. È la stessa logica che negli anni Novanta ha trascinato in tribunale le grandi case del tabacco, se possiamo avanzare questo esempio.

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM
    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Zuckerberg in aula: i documenti interni che scottano

    La testimonianza di Mark Zuckerberg è durata ore e ha riservato momenti di tensione evidente. L’avvocato Lanier ha costruito la sua strategia attorno ai documenti interni di Meta, portando in aula email e report che la società non avrebbe mai voluto vedere proiettati su uno schermo davanti a una giuria.

    Il primo elemento riguardava gli obiettivi di crescita.

    Lanier ha mostrato un’email del 2015 in cui Zuckerberg scriveva di voler aumentare del 12% in tre anni il tempo che gli utenti trascorrevano su Instagram. Il fondatore ha risposto di non ricordare se fosse un obiettivo ufficiale, aggiungendo che Meta cerca di creare servizi utili e che le persone continuano a usarli perché li trovano validi. Un’affermazione che, nel contesto del processo, è sembrata una risposta preparata per l’occasione.

    Più pesante il documento del 2020, che mostrava come gli undicenni avessero quattro volte più probabilità di tornare su Facebook rispetto agli utenti adulti. “Persone che si iscrivono a Facebook a undici anni?“, ha chiesto Lanier sarcasticamente. “Pensavo che non ne aveste.”

    Zuckerberg ha confermato che molti utenti mentono sull’età per accedere alla piattaforma, definendo la verifica “molto difficile”.

    Ma è il documento datato 2017 quello che ha lasciato meno margine di manovra al fondatore di Facebook poi diventata Meta.

    Un’email interna recitava testualmente: “Mark ha deciso che la priorità principale dell’azienda nel 2017 sono gli adolescenti“.

    Zuckerberg, incalzato, ha risposto che “il contesto suggerisce che sia corretto“, di fatto confermando il contenuto senza smentirlo. E un documento del 2018 riportava la frase: “Se vogliamo vincere in grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro da tweens“, cioè prima dei tredici anni, che è l’età minima prevista dalla stessa policy di Instagram.

    La strategia dei “tweens” e i filtri estetici

    Un altro capitolo della testimonianza nel caso KGM ha riguardato i filtri estetici di Instagram.

    Quando i propri esperti interni avevano segnalato che quei filtri, che modificano l’aspetto del viso, levigano la pelle, alterano i lineamenti, contribuivano a problemi di immagine corporea nelle ragazze giovani, Zuckerberg aveva deciso di non eliminarli.

    La sua spiegazione in aula, in sostanza, è stata: rimuoverli avrebbe significato fare una scelta paternalistica. “Abbiamo permesso alle persone di usarli se lo desideravano“, ha detto, “ma abbiamo smesso di raccomandarli attivamente“.

    Kaley usava spesso quei filtri. E la sua causa avanza la tesi che abbiano contribuito alla sua dismorfia corporea.

    Il momento più teatrale è arrivato quando Lanier ha fatto srotolare in aula, con l’aiuto di sei avvocati, un collage largo dieci metri con centinaia di selfie che Kaley aveva pubblicato su Instagram negli anni della sua dipendenza.

    L’avvocato ha chiesto a Zuckerberg di osservarli. Il suo account era mai stato monitorato per un uso così massiccio da parte di una bambina? Il CEO non ha risposto. Kaley ha assistito alla testimonianza dalla galleria del tribunale riservata al pubblico.

    Nel corso della deposizione, Zuckerberg è apparso visibilmente irritato. “Non è quello che sto dicendo“, “Stai fraintendendo le mie parole“, “Stai travisando quello che ho detto“, le sue risposte sono diventate più taglienti man mano che le ore passavano.

    Quando invece è toccato all’avvocato della difesa fare le domande, il tono si è fatto più disteso. Zuckerberg ha sostenuto che esiste un malinteso di fondo: più tempo trascorso sulla piattaforma non significa automaticamente più profitti, perché “se le persone non hanno una buona esperienza, perché continuerebbero a usarla?”.

    Zuckerberg e la conferma del suo potere su Meta

    Non sono mancati i momenti di tensione per Zuckerberg.

    Specie nel momento in cui gli avvocati hanno avanzato il dubbio che avesse mentito in una intervista al podcast di Joe Rogan, lo scorso anno, riguardo all’impossibilità che il CdA di Meta potesse mai licenziarlo.

    In quella occasione disse di non essere particolarmente preoccupato, ma di fronte agli avvocati ha risposto: “Se il consiglio volesse licenziarmi, potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi”.

    Un messaggio chiaro e limpido. In sostanza Zuckerberg in aula ha voluto sottolineare il suo totale controllo di Meta. La sua non è una figura paragonabile a qualsiasi altro CEO, quindi sostituibile. Con quella frase Zuckerberg ha voluto marcare il concetto che la sua leadership all’interno di Meta è blindata e che il board non è un potere avverso all’interno dell’azienda. Tutt’altro.

    Meta è strettamente legata alle sorti di Mark Zuckerberg ed è un tema che assume una certa rilevanza in questo periodo in cui si parla sempre più della diretta responsabilità dei proprietari delle piattaforme, specie in UE.

    Ecco perché questo processo interessa anche l’UE

    Il caso KGM non è solo una storia americana. In Italia, in Germania, in Francia, in Spagna e nel resto dell’UE, il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme nei confronti dei minori si è acceso in particolar modo nelle ultime settimane.

    Come abbiamo visto nei giorni scorsi, avanzano proposte di legge a difesa dei minori sulle piattaforme nei paesi UE e, in particolar modo, si fa strada il metodo Spagna che punta a mettere nel mirino proprio la responsabilità diretta dei proprietari delle piattaforme e dei senior manager.

    Una sentenza favorevole a Kaley potrebbe avere conseguenze anche oltre l’Atlantico, non tanto per effetto giuridico diretto ma per pressione politica e reputazionale.

    Sarebbe la conferma, dopo anni di dibattiti, che le piattaforme, e forse anche i proprietari, possono essere ritenute responsabili non solo per ciò che i loro utenti pubblicano, ma per il modo in cui sono state costruite per trattenerli.

    La giuria del Los Angeles Superior Court dovrà raggiungere un accordo con nove voti su dodici per emettere un verdetto. La sentenza è attesa entro fine marzo 2026.

    Nel frattempo, fuori dal palazzo di giustizia, genitori che hanno perso i loro figli a causa di dinamiche legate all’uso dei social media continuano ad attendere. Molti di loro tenevano in mano una foto dei propri figli che non ci sono più.

  • Norvegia, ora è illegale modificare le foto senza dichiararlo

    Norvegia, ora è illegale modificare le foto senza dichiararlo

    In Norvegia diventa illegale pubblicare foto ritoccate senza una chiara etichetta sui social media. Una norma che vuole contrastare il dilagante fenomeno della dismorfofobia che colpisce sempre più gli adolescenti.

    In Norvegia diventa illegale pubblicare foto sui social media senza specificare il foto-ritocco. Si tratta di una norma, approvata dal parlamento norvegese lo scorso mese con 72 voti favorevoli e 15 contrari, che entra in vigore per contrastare quello che ormai viene definito “social body pressure“, ossia l’imposizione di canoni di bellezza artefatta, fatta passare per naturale. Un fenomeno molto serio questo che ha finito per creare “pressione” psicologica su tutte quelle persone che a tutti i costi, nel vero senso della parola, cercano di assomigliare quanto più possibile all’influencer che seguono solitamente, senza sapere che il più delle volte si tratta di immagini modificate senza alcuna specifica.

    I social media in questi anni hanno permesso a molte persone di esprimersi al meglio, di crearsi opportunità ed emergere. Ma hanno anche dato vita alla dipendenza dai like, quell’approvazione spesso cercata con ansia, quasi fosse l’unico modo per far sapere al mondo di esistere. Ebbene, tutto questo ha generato una pressione tale da portare alcune persone a imporsi canoni non naturali, pur di apparire. Ci si è spinti a immedesimarsi in contesi non naturali, perdendo di vista il fatto che ognuno di noi è bello a suo modo ed è Altrettando bello mostrarsi come si è veramente.

    norvegia illegale foto ritoccate franzrusso.it

    Norvegia, approvata norma conto le foto ritoccare

    La norma approvata in Norvegia fa parte del regolamento sul Marketing del 2009 ed è stata proposta dal Ministero per l’Infanzia e per la Famiglia, al fine di contrastare la pressione sull’aspetto fisico che “spesso è impercettibile e difficile da contrastare”. Il ministero ha proposto questa legge chiedendo di adottare “misure più severe” per contenere queste tendenze, surreali, spinte dalle immagini manipolate su Instagram, e su altre piattaforme social media, che generano un impatto negativo sulla salute mentale, creando situazioni di “disagio sociale”, specialmente tra le giovani donne. Il nuovo regolamento nasce per contrastare la “dismorfismo corporeo”, o il pensiero ossessivo sui propri difetti o difetti percepiti nell’aspetto.

    Che cos’è il Dismorfismo Corporeo, noto come dismorfofobia

    Il Disturbo di Dismorfismo Corporeo, DDC, noto col nome di dismorfofobia, lo diciamo in modo sintetico e non da esperti, è la preoccupazione per un difetto nell’aspetto fisico, che può essere totalmente immaginario, oppure, se è presente una reale piccola anomalia fisica, la preoccupazione del soggetto è di gran lunga superiore. Chi è affetto da dismorfismo corporeo ha quindi una visione distorta del proprio aspetto esteriore, causata da una eccessiva preoccupazione per il proprio aspetto esteriore. In casi gravi, tutto questo può sfociare in anoressia o bulimia nervosa. La dismorfofobia spesso si manifesta in persone che hanno una scarsa stima di sè spesso adolescenti.

    Il primo a parlare di dismorfofobia è stato il medico e psichiatra italiano Enrico Morselli nella sua opera del 1891 “Sulla dismorfofobia e sulla tafofobia“.

    Era necessario riportare qualche informazione in più sulla dismorfofobia, in alcuni casi viene descritta anche come “dismorfia corporea“, ma sempre di questo si tratta, per dare un contesto più completo del grande tema che la norma norvegese si pone di contrastare.

    Multe e reclusione in caso di mancata specifica

    Quindi, in presenza di immagini ritoccate su Instagram, come su altre piattaforme, che costituiscono casi di collaborazione con aziende e quindi di pubblicità (si parla quindi di contenuti sponsorizzati), devono contenere obbligatoriamente una etichetta che specifichi che si tratta di foto ritoccate. “I giovani sono esposti a una forte pressione per avere un bell’aspetto attraverso, tra le altre cose, la pubblicità e i social media, e i modelli che vengono mostrati sono spesso ritoccati digitalmente. Ciò espone i giovani a un ideale di bellezza impossibile da raggiungere“, si legge nella proposta del ministero norvegese.

    La legge si applica a tutte le piattaforme di social media, quindi Instagram, Facebook, TikTok, Snapchat e Twitter, e riguarda i post per scopi pubblicitari, di marketing e altri scopi promozionali. La legge norvegese richiede che qualsiasi post che possa contenere un corpo con dimensioni, forma o pelle modificate, labbra ingrossate, muscoli pronunciati riporti una dichiarazione di alterazione. Ciò include entrambi: girovita stretto, forme del corpo perfette o carnagioni insolitamente perfette ottenute utilizzando attrezzature o metodi fotografici fisici prima di scattare la fotografia, o gli strumenti di editing digitale, ritocco rimodellamento e filtri utilizzati dopo che la fotografia è stata scattata. Tutte queste immagini devono portare un’etichetta progettata e fornita dal governo norvegese.

    La mancata specifica riferita alle immagini ritoccate comporterà multe e anche la reclusione.

    Come era inevitabile che succedesse, l’entrata in vigore della norma ha creato un dibattito molto accesso, in Norvegia come in altri paesi. Molti sono i sostenitori, tra cui influencer stessi, che approvano la mossa del ministero norvegese, definito come progressista, altri, invece, credono che la norma sia di difficile applicazione, in quanto sarebbe difficile poi andare ad individuare quali foto siano state realmente ritoccate.

    I social media potrebbero essere alleati con l’Intelligenza Artificiale

    Dal nostro punto di vista, nonostante la reale applicazione della norma, riteniamo che si tratta di un passo avanti necessario, al fine di proteggere la salute mentale degli utenti e di rendere i social media sempre più luoghi sani.

    Sarebbe poi auspicabile che anche le piattaforme social media, come Instagram, Twitter e Facebook si facessero promotrici di azioni volte a mettere in pratica un uso più consapevole delle piattaforme stesse, condannando l’utilizzo distorto e aiutando, come tecnologie di intelligenza artificiale, ad individuare le immagini ritoccate e a segnalarle automaticamente. Non sarebbe una cattiva idea.

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