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  • Il DPC irlandese indaga sulle immagini di deepfake pubblicate su X

    Il DPC irlandese indaga sulle immagini di deepfake pubblicate su X

    Il DPC irlandese avvia un’indagine su Grok per immagini sessualizzate non consensuali, ai sensi del GDPR. È il terzo fronte regolatorio UE contro X, che rischia sanzioni fino al 4% del fatturato globale.

    Il Data Protection Commission (DPC) irlandese ha notificato a X l’avvio di un’indagine formale su Grok, la IA integrata sulla piattaforma. L’oggetto dell’inchiesta è verificare se il trattamento dei dati personali da parte del chatbot di xAI viola il GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati.

    Ma il contesto è più ampio e riguarda ik problema che ho raccontato anche qui nelle scorse settimane. E riguarda la capacità di Grok di generare immagini sessualizzate di persone reali, soprattutto donne e minori.

    Graham Doyle, vice commissario del DPC, ha spiegato che l’autorità sta interagendo con X Internet Unlimited Company (XIUC), la società irlandese che gestisce le operazioni europee della piattaforma di Elon Musk, da quando sono emersi i primi report sulla possibilità di usare l’account @Grok su X per generare questo tipo di contenuti. E ora si passa dalle interlocuzioni informali a un’indagine strutturata.

    Perché l’Irlanda è al centro di tutto

    Il DPC irlandese è il regolatore principale per X in tutta l’Unione Europea, perché le operazioni europee dell’azienda hanno sede a Dublino. Questo significa che l’indagine irlandese ha valore per tutti i 27 stati membri dell’UE e per lo Spazio Economico Europeo.

    Le sanzioni potenziali posso arrivare fino al 4% del fatturato globale dell’azienda. Per un’azienda delle dimensioni di X, parliamo di cifre nell’ordine di centinaia di milioni di euro.

    Ma c’è un aspetto che rende questa indagine particolarmente rilevante. Il DPC ha avviato quella che definisce una “large-scale inquiry”, un’indagine su larga scala che esaminerà la conformità di X agli obblighi fondamentali del GDPR: i principi del trattamento dati; la liceità del trattamento; la protezione dei dati fin dalla progettazione e per impostazione predefinita; e l’obbligo di condurre una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati.

    Il DPC irlandese indaga sulle immagini di nudo pubblicate su X
    Il DPC irlandese indaga sulle immagini di nudo pubblicate su X

    Grok e il terzo fronte europeo

    L’indagine del DPC si aggiunge a due procedimenti già aperti. Il 26 gennaio la Commissione Europea ha avviato un’indagine per verificare se Grok diffonde contenuti illegali ai sensi del Digital Services Act.

    E il 3 febbraio l’autorità britannica per la privacy, l’ICO, ha aperto un’indagine analoga a quella irlandese, sempre focalizzata sul GDPR e sulla generazione di immagini sessualizzate.

    Tre indagini diverse, tre autorità diverse, ma tutte puntate sullo stesso problema: un chatbot che genera immagini di nudo non consensuali senza filtri efficaci.

    Grok e cosa è successo a gennaio

    Per capire il contesto di questa indagine bisogna tornare a quanto accaduto nelle prime settimane del 2026.

    Come già ricordato, a fine 2025 X ha rilasciato la possibilità delle modifiche delle immagini direttamente nei post pubblici, quindi visibili a tutti.

    A distanza di pochi giorni, a gennaio, Grok ha iniziato a generare immagini sessualizzate su richiesta degli utenti in modo massiccio. Un’inchiesta riportata anche da Bloomberg ha quantificato il fenomeno: circa 6.700 immagini sessualizzate all’ora, 84 volte più dei principali siti dedicati ai deepfake. L’85% delle immagini prodotte da Grok era classificabile come contenuto sessualizzato.

    Le storie delle vittime hanno fatto il giro dei media internazionali.

    Donne che si ritrovavano versioni nude delle proprie foto pubblicate su X, senza aver dato alcun consenso e senza strumenti efficaci per rimuoverle. Una di loro aveva pubblicato una foto con il fidanzato in un bar: due sconosciuti l’hanno modificata usando Grok, prima mettendola in bikini, poi sostituendo il bikini con un filo interdentale. Ha segnalato le immagini a X. Non ha mai ricevuto risposta.

    X, in risposta al fenomeno dilagante, ha poi annunciato alcune restrizioni, limitando la generazione di immagini agli abbonati paganti. Ma le verifiche condotte da Reuters all’inizio di questo mese hanno dimostrato che Grok continuava a produrre immagini sessualizzate quando sollecitato.

    La differenza tra DSA e GDPR

    L’indagine della Commissione Europea si muove sul binario del Digital Services Act, il regolamento che disciplina i contenuti online e la moderazione delle piattaforme. È lo stesso regolamento che a dicembre 2025 ha portato a una multa di 120 milioni di euro contro X per la questione delle spunte blu ingannevoli.

    L’indagine del DPC irlandese si muove invece sul binario del GDPR, che riguarda specificamente la protezione dei dati personali. Sono due strumenti diversi, con logiche diverse e sanzioni diverse. E X rischia, appunto, su entrambi i fronti.

    Il GDPR richiede che il trattamento dei dati personali sia lecito, corretto e trasparente. Richiede che i dati siano raccolti per finalità determinate e trattati in modo compatibile con quelle finalità.

    Richiede una valutazione d’impatto quando il trattamento può comportare rischi elevati per i diritti delle persone. Generare immagini sessualizzate di persone reali senza il loro consenso, infatti, solleva questioni su tutti questi punti.

    La risposta di Musk e le tensioni con l’UE

    La posizione di Elon Musk e della sua amministrazione sulle regolamentazioni UE è nota. Musk ha espresso più volte le sue obiezioni alle norme UE sui contenuti online. L’amministrazione Trump ha descritto le multe imposte alle aziende tecnologiche americane come una forma di tassazione.

    Ma le autorità UE non sembrano intenzionate a fare passi indietro. La Commissione ha già ordinato a X di conservare tutti i documenti relativi a Grok fino alla fine del 2026. È un segnale, come ricordato, che indica la costruzione di un dossier per eventuali azioni future.

    Cosa c’è da aspettarsi

    L’indagine del DPC richiederà tempo, settimane o mesi. Ma il fatto che si sia passati da interlocuzioni informali a un procedimento formale indica che il DPC ha ritenuto insufficienti le risposte di X alle prime sollecitazioni.

    Nel frattempo, negli Stati Uniti il Take It Down Act prevede che le piattaforme si adeguino entro maggio 2026. È una legge che riguarda specificamente la rimozione di immagini intime non consensuali, incluse quelle generate dall’intelligenza artificiale.

    Il Take It Down Act (approvato negli USA a maggio 2025) è una legge federale statunitense che obbliga le piattaforme online a rimuovere immagini e video intimi non consensuali (inclusi deepfake e revenge porn) entro 48 ore dalla segnalazione, garantendo una maggiore protezione delle vittime di abusi digitali e pornografia generata da IA.

    X si trova quindi sotto pressione su più fronti: UE, Regno Unito, Stati Uniti.

    E al centro di tutto c’è Grok, il chatbot che Musk ha promosso come più divertente e irriverente degli altri. Quella irriverenza, però, rischia di costare molto cara.

  • TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    TikTok è stata multata per 530 milioni di euro dall’UE per aver trasferito impropriamente dati degli utenti in Cina, violando il GDPR. Un caso che riaccende il dibattito sulla privacy.

    L’Unione Europea ha inflitto a TikTok una multa da 530 milioni di euro – pari a circa 600 milioni di dollari – per violazione delle norme sulla privacy dei dati personali.

    Il motivo? Un’inchiesta durata quattro anni ha accertato che l’azienda ha trasferito impropriamente dati degli utenti europei in Cina, senza rispettare quanto previsto dal GDPR. Una sanzione pesante, che si inserisce in un contesto di crescente diffidenza verso la piattaforma di proprietà del colosso cinese ByteDance.

    Una delle multe più alte mai comminate sotto il GDPR

    A decidere la sanzione è stata la Data Protection Commission (DPC) irlandese, autorità capofila per TikTok in quanto la sede europea dell’azienda si trova a Dublino.

    Dopo un’indagine avviata nel settembre 2021, la DPC ha stabilito che TikTok ha violato l’articolo 44 del Regolamento generale sulla protezione dei dati, che impone regole molto rigide sui trasferimenti verso paesi terzi.

    Nello specifico, è stato accertato che TikTok ha consentito l’accesso remoto ai dati degli utenti europei da parte di dipendenti e personale tecnico con sede in Cina, senza adottare misure sufficienti a garantire un livello di protezione “equivalente” a quello previsto dalla normativa europea.

    Agli utenti europei non è stato garantito un livello di protezione sostanzialmente equivalente a quello garantito all’interno dell’UE“, ha affermato in una nota Graham Doyle, vice commissario della Commissione irlandese per la protezione dei dati.

    Si tratta della terza multa più elevata mai inflitta nell’ambito del GDPR, dopo quelle a Meta (1,2 miliardi di euro) e Amazon (746 milioni di euro). E, per TikTok, non è nemmeno la prima: nel 2023 era già stata sanzionata con una multa da 345 milioni di euro per violazioni legate al trattamento dei dati dei minori.

    TikTok, multa dall'UE per trasferimento di dati in Cina
    TikTok, multa dall’UE per trasferimento di dati in Cina

    Il cuore della questione: i dati trasferiti in Cina

    A preoccupare le autorità europee è soprattutto il fatto che i dati degli utenti – compresi quelli di giovani e giovanissimi – siano potenzialmente accessibili da un paese, la Cina, i cui standard legali e di tutela della privacy sono molto diversi da quelli europei.

    La legge cinese sulla sicurezza nazionale, infatti, impone alle aziende di collaborare con il governo qualora richiesto, anche in termini di accesso ai dati. E questo, per i regolatori europei, rappresenta un rischio concreto per la protezione delle informazioni personali.

    TikTok ha inizialmente negato che i dati degli utenti europei fossero conservati o accessibili dalla Cina. Ma nel febbraio 2025 ha ammesso che una “quantità limitata” di dati era effettivamente archiviata in territorio cinese, contraddicendo quanto dichiarato fino a quel momento. Un elemento che ha avuto un peso determinante nelle conclusioni della DPC.

    Il nodo della trasparenza: cosa non è stato detto agli utenti

    Un altro punto su cui si è concentrata l’indagine riguarda la trasparenza. Secondo quanto accertato, TikTok non ha informato in modo chiaro gli utenti che i loro dati potevano essere trasferiti e trattati in Cina. Nella sua informativa sulla privacy, infatti, il paese non veniva menzionato in maniera esplicita.

    Non solo. L’indagine ha evidenziato che TikTok non ha condotto un’adeguata valutazione dei rischi legati a questi trasferimenti, né ha messo in atto misure tecniche e organizzative sufficienti per tutelare i dati.

    Ora la piattaforma ha sei mesi di tempo per mettersi in regola, altrimenti rischia la sospensione del trasferimento dei dati verso la Cina.

    TikTok risponde: “La decisione si riferisce al passato”

    TikTok ha fatto sapere di non condividere le conclusioni della DPC e di voler presentare ricorso. Ha inoltre sottolineato che la decisione si basa su pratiche risalenti a prima del maggio 2023, ossia prima dell’implementazione del cosiddetto Project Clover.

    Si tratta di un programma da 12 miliardi di euro con cui TikTok mira a rassicurare le autorità europee. Tra le misure previste, la costruzione di tre data center nel continente, una revisione dei protocolli di accesso ai dati e un sistema di audit indipendenti sulla gestione delle informazioni personali.

    Questa sentenza rischia di creare un precedente con conseguenze di vasta portata per le aziende e interi settori in tutta Europa che operano su scala globale“, ha affermato TikTok in una nota.

    Un’operazione che, al di là del tentativo di salvaguardare la propria immagine, dimostra quanto il tema del trattamento dei dati stia diventando centrale anche per una piattaforma cresciuta grazie alla leggerezza dei suoi contenuti.

    Un contesto sempre più teso tra l’UE e TikTok

    Questa nuova sanzione si inserisce in un clima di crescente diffidenza verso TikTok da parte delle istituzioni europee. Già nel febbraio 2023 la Commissione UE aveva vietato l’uso dell’app sui dispositivi del personale, citando proprio motivi di sicurezza e il rischio di accessi non autorizzati.

    Una decisione che fu seguita a ruota anche da altri organismi comunitari e da diversi governi nazionali. Da allora, la pressione su TikTok non si è mai realmente allentata.

    E adesso, con questa multa, l’Unione Europea manda un segnale chiaro. E cioè che il trattamento dei dati personali non è negoziabile. Tanto più quando si parla di minorenni, e quando i dati rischiano di finire sotto la giurisdizione di paesi che non offrono garanzie equivalenti a quelle europee.

    Perché questa vicenda è importante

    Questa vicenda non è soltanto una questione squisitamente giuridica. È una questione di fiducia. E, nel mondo digitale – lo abbiamo imparato bene in questi anni – la fiducia è tutto.

    Il modo in cui le piattaforme trattano i dati degli utenti – cosa raccolgono, dove li conservano, chi può accedervi – definisce il perimetro entro cui possiamo ancora sentirci “cittadini” e non solo “consumatori”.

    E TikTok, oggi, è chiamata a scegliere quale strada vuole davvero percorrere. Non solo per evitare sanzioni, ma per dimostrare se è disposta a rispettare, davvero, le regole del gioco europeo.

  • Meta AI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Meta AI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Meta AI è arrivata da poco in Italia. Ma ci sono due aspetti che vanno approfonditi: l’uso dei dati pubblici degli utenti e l’impossibilità di disattivare l’IA. In questo articolo provo a verificare le implicazioni, tra privacy, consenso. E anche un confronto con Grok di X.

    Come sapete, Meta AI è attivo anche in Italia da qualche giorno. È arrivato anche su WhatsApp, dove praticamente tutti gli utenti hanno visto questa iconcina circolare che, una volta attivata, risponde a delle domande e a dei problemi.

    Per cercare di chiarire il motivo di questa considerazione, che si basa essenzialmente su due elementi, provo ad essere un po’ più chiaro, per farvi entrare nella logica di ciò che dirò più tardi, soprattutto su questi due punti.

    Un assistente a tratti invadente

    Immaginiamo di essere in una grande stanza e di osservare ciò che accade, accompagnati da una persona che chiameremo il nostro assistente particolare.

    Quando abbiamo qualcosa da chiedere, ci rivolgiamo a questo assistente che risponde alle nostre domande in maniera molto precisa e dettagliata, offrendo anche la possibilità di approfondire successivamente.

    Intanto, continuiamo il nostro giro in questo palazzo osservando tutte le stanze: in ogni stanza c’è qualcosa che ci incuriosisce, e chiediamo al nostro assistente.

    Il problema è che questo assistente ci segue in continuazione, anche quando non lo interpelliamo: ci osserva, ascolta le nostre azioni, guarda con chi parliamo e ascolta cosa diciamo con le altre persone che incontriamo.

    Il problema sorge quando ci accorgiamo che questa presenza diventa, ad un certo punto, pesante e vorremmo mandarla via, ma non riusciamo a trovare un modo per farlo. Non c’è la possibilità, per così dire, di disattivarla.

    MetaAI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni
    MetaAI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Il primo problema di Meta AI: l’uso dei dati pubblici

    Ed è qui che entro sul tema, cercando di spiegare i due elementi cardine che riguardano Meta AI (e non solo).

    Intanto, MetaAI è presente in Unione Europea dal 20 marzo, dopo aver – per così dire – migliorato la sua aderenza, la sua compliance, al GDPR.

    Il GDPR, questo regolamento sulla protezione dei dati entrato in vigore in Unione Europea nel 2018, ha rivoluzionato il modo in cui vengono gestiti i dati.

    Ebbene, ci sono due aspetti che meritano attenzione.

    Il primo è che, inizialmente, avevo creduto che Meta AI non usasse i nostri dati per allenare la sua intelligenza. In realtà, le cose sono diverse. Se provate a chiedere a MetaAI, su Facebook, Instagram o WhatsApp, se utilizza i vostri dati, la risposta standard è: “No, non utilizzo i dati“. Tuttavia, la realtà è più complessa.

    Meta AI usa i dati pubblici degli utenti

    Meta AI usa i dati pubblici degli utenti: per “dati pubblici” intendo i post, le immagini e i commenti resi visibili a tutti. Questo significa che, per evitare di dare in pasto i nostri contenuti all’intelligenza artificiale, bisognerebbe passare in modalità privata. Nella modalità privata l’IA non riuscirebbe a prelevare i dati che non vogliamo rendere pubblici.

    Questo approccio non va proprio nella direzione del GDPR, il cui fondamento è il consenso informato e la capacità di controllo da parte dell’utente all’interno delle piattaforme digitali.

    Cosa c’è all’interno del Privacy Center

    All’interno del Privacy Center non è ben spiegato se e come si debbano pubblicare i nostri contenuti. Meta non dà spazio a questo aspetto; il link di riferimento, che fornirò in calce al video, spiega che se non volete che MetaAI utilizzi i vostri dati, dovete passare in modalità privata. Questa soluzione, però, può essere valida per alcuni e meno per altri.

    Parliamo di consapevolezza: è importante che, da un lato, la piattaforma fornisca l’informazione corretta e, dall’altro, che ciascuno adotti l’atteggiamento giusto nella condivisione dei contenuti. Solo in questo modo possiamo essere consapevoli e responsabili dell’uso dei nostri dati.

    Secondo problema di Meta AI: non può essere disattivata

    Il secondo elemento, che cozza maggiormente con il GDPR, è il fatto che l’intelligenza artificiale non può essere disattivata. Non esiste un tasto o un’opzione che permetta all’utente di scegliere se utilizzare o meno l’IA.

    L’unica cosa possibile, in assenza di una modalità di disattivazione, è di non utilizzarla: di non interpellarla, di non fare in modo che possa entrare nelle vostre conversazioni. Ma l’IA si alimenta delle richieste (i cosiddetti prompt), dei risultati e delle risposte, continuando a prelevare dati.

    Da tutte le piattaforme – Instagram, Messenger, WhatsApp e Facebook – le risposte pubbliche attingono anche ai risultati pubblici, senza possibilità di disattivare l’IA. Questo ulteriore elemento non collima con il GDPR, perché non offre la possibilità di scegliere.

    Il confronto con Grok di X

    Se volessimo fare un paragone, ci riferiremmo a Grok di X (la piattaforma che prima era Twitter, di proprietà di Elon Musk). Grok, che è l’IA di X, funziona in maniera simile: è integrato nella piattaforma, usabile anche senza abbonamento (con alcune limitazioni) fino alla versione Premium+. Anche Grok, comunque, utilizza di default i dati pubblici degli utenti, non appena si attiva un account.

    L’unica azione possibile è quella di andare nelle impostazioni della privacy, nella sezione dedicata a Grok, e disattivare l’opzione di raccolta dati pubblici. Attenzione: se si effettua questa operazione, Grok continuerà a utilizzare i dati già condivisi, mentre solo i dati futuri non verranno più prelevati.

    Un ulteriore elemento è la possibilità di eliminare la cronologia delle conversazioni con l’IA. Pur essendo un aspetto leggermente più in linea con il GDPR, sul consenso informato rimane comparabile a MetaAI.

    In sintesi, stiamo parlando di due esperienze molto simili che, da un lato, permettono un minimo di controllo. Anche Grok suggerisce, come ultima ipotesi, di passare in modalità privata per evitare che i propri dati vengano prelevati. Tuttavia, questo comporta una significativa riduzione nella visibilità e nelle condivisioni dei propri contenuti.

    Grok (X) Meta AI
    Opt-out disponibile ✅ Sì ⚠️ Sì, ma difficile da trovare
    Disattivazione IA ✅ Parziale (nessuna interazione) ❌ No
    Consenso esplicito ❌ No ❌ No
    Trasparenza IA ⚠️ Media ❌ Bassa
    GDPR compliance 🟡 In dubbio, ma più avanzato 🔴 Più problematico

    La IA entra nelle piattaforme digitali per cambiarle 

    Quindi, si tratta di un passaggio inevitabile: l’intelligenza artificiale sta entrando nelle piattaforme digitali e, come già anticipato in un mio video precedente, questo cambierà radicalmente il nostro modo di interagire non solo con le piattaforme ma anche tra di noi.

    Le relazioni e le conversazioni tra utenti saranno inevitabilmente influenzate dall’uso dell’IA. Dobbiamo farlo in maniera informata e consapevole, sapendo se i nostri dati saranno dati in pasto all’intelligenza artificiale e avendo la possibilità di scegliere, in linea con il consenso informato richiesto dal GDPR.

    Il GDPR poggia la sua intera esistenza su questo principio: anche se non c’è un obbligo esplicito, la dichiarazione di consenso dovrebbe far parte dell’esperienza dell’utente, permettendogli di scegliere se concedere i propri dati.

     

    Questi sono, in sostanza, i due elementi che rendono Meta AI un caso particolare.

    Adesso bisognerà osservare se Meta intende, in questo scenario globale – complicato da aspetti geopolitici, finanziari e normativi – adeguarsi pienamente al regolamento europeo. Vedremo anche come reagirà l’Unione Europea a questi due punti critici, soprattutto considerando le tensioni nei rapporti con gli Stati Uniti e l’eventuale questione dei dazi e della web tax che colpiranno le big tech.

    Non è uno scenario facile, e vedremo come evolveranno le cose. Ci interrogheremo se Meta AI diventerà più conforme al GDPR.

    Condividete le vostre esperienze e i vostri pensieri: se Meta AI è stata utilizzata, se eravate informati sull’uso dei vostri dati. Fatemelo sapere nei commenti.

     

  • Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media

    Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media

    Meta AI debutta in Europa e Italia, precisamente in 41 paesi. Integra le piattaforme Meta senza usare dati utenti, rispettando GDPR. Segna l’evoluzione dei social media verso ecosistemi più intelligenti. Le piattaforme digitali si evolvono.

    Meta AI arriva in Unione Europea, e quindi anche in Italia. L’annuncio, del 19 marzo 2025, segna l’ingresso ufficiale dell’intelligenza artificiale di Meta in UE, dopo oltre un anno di disponibilità negli Stati Uniti.

    Al momento, sarà attivo in 41 paesi, risponderà in italiano e si integrerà nelle piattaforme di Meta: Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger.

    Un lancio atteso, ma non privo di limitazioni, che riflette il rispetto delle norme europee sulla privacy e offre uno spunto per riflettere sulla trasformazione dei social media.

    Il modello di Meta AI distribuito in Europa non utilizza i dati degli utenti di Facebook e Instagram, una scelta obbligata per conformarsi al GDPR e all’AI Act, entrato di recente in vigore. Non permetterà la generazione di immagini né sfrutterà le conversazioni degli utenti per generare contenuti in risposta alle loro richieste.

    Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media
    Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media

    Si tratta di restrizioni che spiegano il ritardo nell’espansione europea. A giugno 2024, Meta aveva già pianificato il debutto di Meta AI in Unione Europea, ma le istituzioni, in particolare l’Autorità irlandese per la protezione dei dati, avevano imposto un fermo, richiedendo il rispetto di una serie di regole. Ora, dopo mesi di adeguamenti, l’assistente è pronto a operare.


    Come si usa Meta AI?

    Meta AI sarà accessibile in diversi modi all’interno delle piattaforme Meta:

    • Su Instagram e Messenger, l’AI potrà essere attivata nei messaggi diretti.
    • Nei gruppi WhatsApp, gli utenti potranno menzionare @MetaAI per porre domande e ricevere risposte contestualizzate.
    • Nei commenti su Facebook, Meta AI potrà essere interpellata per fornire approfondimenti.
    • Sul sito meta.ai, l’assistente sarà disponibile come chatbot.

    L’icona blu di Meta AI segnalerà chiaramente la sua presenza, e per attivarlo basterà digitare @MetaAI seguito da una richiesta.

    Gli esempi di utilizzo più comuni? Si potrà chiedere all’AI di fornire informazioni in tempo reale all’interno di conversazioni su WhatsApp o di intervenire in discussioni su Instagram e Facebook.


    Per attivarlo, comparirà un’icona blu nei messaggi di Instagram e nei gruppi WhatsApp, oppure basterà scrivere “@MetaAI” seguito da un prompt, una richiesta esplicita. L’intelligenza artificiale risponderà a domande o interverrà nelle conversazioni, come chiedere suggerimenti in un gruppo WhatsApp o fornire informazioni rapide su Instagram. Ogni contenuto generato da Meta AI sarà chiaramente identificato, in linea con le disposizioni dell’AI Act.

    Le piattaforme digitali cambiano con la IA

    Questa novità non è solo un aggiornamento tecnologico, ma la dimostrazione di un cambiamento profondo nelle piattaforme digitali. L’intelligenza artificiale non è più confinata a un algoritmo che decide cosa mostrare, il cosiddetto “algoritmo del proprietario”, che sempre più spesso privilegia i contenuti graditi alla piattaforma stessa, trascurando gli interessi reali degli utenti.

    Ora, l’AI diventa un elemento attivo nella generazione di contenuti all’interno delle conversazioni tra utenti. Meta AI alimenterà un’ulteriore chiusura degli spazi digitali, trattenendo gli utenti all’interno delle piattaforme con risposte immediate e personalizzate, rafforzando il fenomeno delle bolle informative.

    MetaAI e l’addio al fact-checking

    Il lancio di Meta AI coincide con un altro sviluppo significativo: Meta ha abbandonato il fact-checking tradizionale e sta testando, negli Stati Uniti, le Community Notes, un sistema che affida agli utenti la validazione delle informazioni nei post. Questo approccio arriverà anche in Italia e vedrà probabilmente un ruolo per l’intelligenza artificiale.

    In Europa, va precisato, le regole sulla privacy limiteranno l’impatto di queste innovazioni, mantenendo un equilibrio tra tecnologia e protezione dei dati.

    Le piattaforme digitali, con Meta AI, si trasformano in assistenti in tempo reale e motori di ricerca integrati. Gli utenti potranno interrogare l’AI senza uscire dalle app, un modello che espanderà il loro ruolo oltre la semplice comunicazione.


    Guarda il video


    In futuro, Meta AI potrebbe generare contenuti automatici, incluse immagini, come già accade fuori dall’Unione Europea.

    L’esempio di Grok su X

    Un esempio parallelo è X, dove Grok, l’AI di Elon Musk, interviene direttamente nelle conversazioni quando richiamato con “@Grok”, rispondendo su argomenti specifici. A differenza di Grok, che opera come un bot con una sezione dedicata e un’app stand-alone negli Stati Uniti, Meta AI si integra nativamente nelle conversazioni, un aspetto che sottolinea la direzione verso una presenza sempre più pervasiva dell’AI.

    Le piattaforme social media, con la IA da strumenti ad assistenti

    Questo cambiamento ridefinisce le piattaforme digitali, nate come strumenti per connettere gli utenti, ma ora sempre più orientate a diventare ecosistemi autonomi.

    Lo sviluppo di Meta AI in Italia dipenderà da come gli utenti lo accoglieranno: sarà un intervento minimo, senza impatto sulle conversazioni, o un elemento centrale nella loro evoluzione?

    Nei prossimi mesi, osserveremo come tutto questo si inserirà nel nostro contesto e quale percorso prenderà.

     

  • GDPR, ecco alcuni riscontri concreti a distanza di mesi

    GDPR, ecco alcuni riscontri concreti a distanza di mesi

    Cisco, in occasione del Data Privacy Day, rende pubblico lo studio “Data Privacy Benchmark 2019” che evidenzia come il GDPR abbia portato importanti benefici per le aziende che hanno investito per salvaguardare la privacy delle informazioni. Il 59% delle aziende ha dichiarato di aver soddisfatto tutti o la maggior parte dei requisiti; l’Italia tra le più pronte ad adeguarsi con il 72%, tra le più virtuose.

    Lo scorso maggio è entrato in vigore il GDPR e sappiamo quanto sia stato difficile per le aziende adeguarsi. Ma a distanza di mesi, e in occasione del Data Privacy Day, la Giornata della Privacy che sarà celebrata a Roma domani 29 gennaio con un evento organizzato dal Garante per la Privacy, ci offre elementi per valutare quali siano stati gli impatti reali dopo l’entrata in vigore della norma. Sappiamo bene quanto sia stato difficile per le aziende adeguarsi, anche dal punto di vista degli investimenti fatti per salvaguardare la privacy dei dati sensibili. Ma qual è stata la resa dopo quegli sforzi?

    In risposta a questa, e ad altre domande, arriva il nuovo studio di Cisco, Data Privacy Benchmark 2019, che evidenzia come il GDPR abbia portato importanti benefici per le aziende che hanno investito per salvaguardare la privacy delle informazioni. I risultati in termini di business sono tangibili

    Intanto, il 59% delle aziende ha dichiarato di aver soddisfatto tutti o la maggior parte dei requisiti, mentre il 29% prevede di farlo entro un anno mentre per il 9% ci vorrà oltre un anno.

    gdpr data privacy day franzusso.it 2019

    Ora un dato tangibile, rilevato dallo studio, è che l’87% delle aziende subisce ritardi nel ciclo di vendita a causa dei timori di clienti e potenziali clienti in ottica privacy rispetto al 66% dello scorso anno. Questo è dovuto ha una maggiore consapevolezza portata dal GDPR e alle frequenti notizie di violazioni dei dati. Se è vero che viene registrato un rallentamento, è comunque positivo registrare che questo avvenga per una maggiore consapevolezza verso la privacy, quindi in questo il GDPR è stato utile.

    I clienti vogliono sempre più che i prodotti e i servizi implementati forniscano l’adeguata salvaguardia della privacy. Le aziende, che hanno investito nella riservatezza dei dati per soddisfare i requisiti del GDPR, hanno subito minor ritardi nelle vendite ai clienti esistenti: 3,4 settimane rispetto a 5,4 settimane per le aziende meno pronte in ottica GDPR. Nel complesso, il ritardo medio nelle vendite ai clienti esistenti è stato di 3,9 settimane, in calo rispetto alle 7,8 settimane registrate un anno fa. Le aziende pronte per il GDPR hanno indicato una minor incidenza delle violazioni dei dati, un minor numero di record coinvolti in incidenti legati alla sicurezza e tempi inferiori di inattività del sistema. Inoltre, la probabilità di subire una perdita finanziaria significativa a causa di una violazione dei dati è stata molto inferiore.

    Inoltre, il 75% degli intervistati ha dichiarato di aver ottenuto diversi benefici dagli investimenti fatti nella salvaguardia della privacy, che includono maggiore agilità e innovazione derivanti da un adeguato controlli dei dati, nonché vantaggio competitivo e maggiore efficienza operativa grazie a una pronta organizzazione e classificazione dei dati.

    Lo studio ha visto coinvolti più di 3.200 professionisti della sicurezza e della privacy nei principali settori di 18 paesi che hanno risposto al sondaggio in merito alle pratiche di salvaguardia della privacy. I risultati più significativi dello studio includono, tra quelli che abbiamo in parte anticipato:

    • L’87% delle aziende subisce ritardi nel ciclo di vendita a causa dei timori di clienti e potenziali clienti in ottica privacy rispetto al 66% dello scorso anno. Ciò è dovuto ha una maggiore consapevolezza portata dal GDPR e alle frequenti notizie di violazioni dei dati.
    • I ritardi nelle vendite per paese variano da 2,2 a 5,5 settimane, con Italia (2,6 settimane), Turchia e Russia nella parte bassa della classifica, e Spagna, Brasile e Canada nella parte alta. I maggiori ritardi nelle vendite sono da attribuire ad aree in cui i requisiti di riservatezza sono elevati o in fase di transizione. Il ritardo nelle vendite può causare perdite di fatturato legate a indennizzi, finanziamenti e relazioni con gli investitori. Il ritardo nelle vendite può inoltre trasformarsi in una perdita se un potenziale cliente acquista da un concorrente o decide di non comprare affatto.
    • Le principali ragioni alla base dei ritardi nelle vendite citate dagli intervistati comprendono l‘analisi delle richieste dei clienti in relazione alle esigenze di privacy, la traduzione delle informazioni sulla privacy nelle lingue dei clienti, la formazione dei clienti in ottica salvaguardia della privacy o la riprogettazione dei prodotti per soddisfare le esigenze di privacy dei clienti.

    E poi:

    • In base al paese, il grado di prontezza in ottica GDPR varia dal 42% al 75%. Spagna, Italia (72%), Regno Unito e Francia si collocano ai vertici della classifica, mentre Cina, Giappone e Australia si collocano ai livelli più bassi.
    • Solo il 37% delle aziende pronte per il GDPR ha subito una violazione dei dati che è costata più di 500.000 dollari, rispetto al 64% delle aziende meno pronte per il GDPR.

    Sono dati molto interessanti che ci offrono spunti per riflessioni più approfondite e, è il caso di dire, l’occasione per aver un riscontro concreto di cosa sia stato adeguarsi ad un regolamento che per buona parte delle aziende è risultato ostico.

    Per leggere, consultare e scaricare il report potete farlo da questo link: Data Privacy Benchmark Study 2019.

    cisco indagine gdpr data privacy infografica

  • Facebook migliora l’autenticazione a 2 fattori senza il numero di telefono

    Facebook migliora l’autenticazione a 2 fattori senza il numero di telefono

    L’autenticazione a due fattori è un sistema di autenticazione, per l’accesso a siti e servizi online, più sicuro e Facebook ha deciso di migliorarlo senza per forza dover registrare il proprio numero di telefono. Attivarlo adesso è molto più semplice con Google Autenthicator o Duo Mobile.

    Come sapete, ne abbiamo parlato anche qui sul nostro blog, Facebook di recente ha migliorato molto la gestione della privacy per gli utenti, dando un maggiore controllo. Certo, complice l’ormai imminente GDPR, che entrerà in vigore da domani 25 maggio, che sancisce il principio di un maggiore controllo dei dati personali in mano ai legittimi proprietari, ossia gli utenti. E per questo, Facebook, all’interno di questo miglioramento continuo, sopratutto dal punto di vista dell’esperienza di consultazione (vi ricordate come era difficile prima solo cercare la sezione privacy?), ha deciso di migliorare l’autenticazione a 2 fattori adesso attivabile senza, per forza, registrare il proprio numero di telefono.

    autenticazione a 2 fattori facebook screen

    L’autenticazione a 2 fattori, recentemente attivata anche su Twitter, è un ulteriore sistema per rendere più sicura l’app ed è stato migliorato molto il processo di attivazione. E la grande novità, a differenza di quanto accadeva prima, è che non è più necessario registrare il proprio numero di telefono su cui ricevere il codice di attivazione, ma lo si può fare con due app di terze parti a scelta, Google Authenticator e Duo Mobile.

    Come attivare l’autenticazione a 2 fattori su Facebook senza numero di telefono

    L’attivazione è molto semplice, basta andare su “Impostazioni e privacy” (da mobile) => “Collegamenti rapidi alla privacy” => “Usa l’autenticazione a 2 fattori”. Una volta che inserite la password vi compare una schermata con la richiesta di “aggiungere un ulteriore livello di sicurezza”, cliccate su “Inizia“. A questo punto scegliete il metodo “App di autenticazione“, quindi Google Authenticator o Duo Mobile. Meglio scaricare prima una delle due app in modo che Facebook rilevi subito la presenza dell’app. Un consiglio potrebbe essere quello di usare l’app di Google. Quindi, una volta aggiunta Facebook, il sistema vi rilascia subito un codice che dovrete inserire su Facebook nella sezione specifica (vedi galleria in alto). A questo punto il gioco è fatto e l’autenticazione a 2 fattori su Facebook, senza numero di telefono, è attiva.

    In passato attivando il sistema di autenticazione attraverso l’SMS molti utenti sono stati bersagliati da avvisi di accesso non richiesti e poi, aspetto non secondario, l’SMS è spesso preso di mira da hacker che provano a forzare l’accesso attraverso il numero di telefono. Una app come Google Authenticator offre un livello di sicurezza maggiore, generando dei codici che hanno una durata breve, trascorsa la quale ne viene generato un altro e così via.

    Attivatela subito e fateci sapere cosa ne pensate.

  • WhatsApp innalza il limite d’età a 16 anni in Europa, ma non dice come controllerà

    WhatsApp innalza il limite d’età a 16 anni in Europa, ma non dice come controllerà

    WhatsApp, adeguandosi al nuovo regolamento europeo sulla privacy che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio, ha annunciato l’innalzamento dell’età minima per utilizzare l’app fino a 16 anni. Per gli utenti di età compresa tra i 13 e i 15 anni sarà necessaria l’autorizzazione dei genitori. Ma come verrà controllato il nuovo limite? WhatsApp per ora non lo specifica.

    Sta facendo molto discutere l’innalzamento dell’età minima a 16 anni per poter utilizzare WhatsApp. La società, oggi di proprietà di Facebook, per adeguarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy, che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio, annuncia l’innalzamento, visibile nei nuovi termini di servizio, ma non specifica come avverrà il controllo. WhatsApp sta aggiornando i termini di utilizzo e l’informativa sulla privacy, come hanno già fatto Facebook e Twitter ad esempio, limitandosi solo a dire che presto utilizzerà degli strumenti adeguati per il controllo.

    Al momento WhatsApp (che conta oltre 1,5 miliardi di utenti) si limiterà a chiedere agli utenti se sono davvero in possesso del requisito dei 16 anni, nella realtà il limite potrebbe essere facilmente bypassato. Il rischio è che alla fine questo limite, in osservanza della GDPR, serva davvero poco, se non a nulla.

    whatsapp gdpr età 16-anni

    Anche Facebook si è trovata costretta ad innalzare il limite da 13 a 16 anni e gli utenti della fascia 13-15 anni dovranno richiedere il permesso dei genitori per gli annunci pubblicitari e condividere informazioni sensibili. Solo che il metodo di verifica lascia davvero tanto a desiderare. In pratica, il minore può indicare un contatto Facebook o inserire una mail per verificare il permesso. Immaginate se quell’indirizzo è gestito direttamente dall’utente di età inferiore ai 16 anni, lui stesso si autorizzerà senza che ci sia il minimo controllo da parte di Facebook.

    WhatsApp ha tenuto a precisare che l’approccio sarà però diverso, visto che raccoglie molto meno informazioni sugli utenti rispetto a Facebook. Deve quindi cercare un compromesso tra un maggiore numero di dati, o la semplicità con cui questa raccolta avviene, e l’innalzamento dell’età in tutta Europa. Inoltre, WhatsApp fa sapere che non richiederà l’anno di nascita, sarà richiesto all’utente solo se è in possesso del requisito dei 16 anni. Insomma, neanche in questo caso vi è molta chiarezza. Il limite stesso rischia di essere vano.

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    Va notato, per quelli che sono i dati a disposizione per il nostro paese, come specificato nell’analisi di Blogmeter qualche settimana fa, che in Italia il 95% degli utenti di età compresa tra i 15 e i 24 anni usa WhatsApp. Non è dato sapere il dato effettivamente relativo al di sotto dei 16 anni. Ma ad occhio sembra comunque un dato significativo.

    Vedremo se e quali saranno le prossime specifiche in relazione all’innalzamento dell’età da parte di WhatsApp e, soprattutto, quali saranno i suoi effetti reali sull’utenza europea. Dati che non esiteremo a condividere qui con voi non appena saranno disponibili.

  • Anche Twitter aggiorna le regole della Privacy per uniformarsi alla GDPR

    Anche Twitter aggiorna le regole della Privacy per uniformarsi alla GDPR

    Anche Twitter, come tutti i colossi tech, si uniforma al nuovo regolamento europeo sulla privacy, GDPR, aggiornando i propri termini di servizio e l’Informativa sulla Privacy. Obiettivo è quello di rendere più semplice e chiara la gestione delle informazioni personali.

    Anche Twitter si prepara per uniformarsi alla GDPR e, in vista dell’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulla Privacy per visto per il 25 maggio, la società guidata da Jack Dorsey aggiorna i Termini di Servizio e l’Informativa sulla Privacy. Obiettivo è quello di rendere più semplice e chiara la gestione delle informazioni personali, mettendo in evidenza le informazioni che Twitter condivide.

    Tutti gli utenti che oggi effettueranno l’accesso sulla piattaforma vedranno comparire una finestra con scritto “Aggiornamenti importanti” annunciando la modifica dei termini e della privacy.

    twitter privacy gdpr

    In un post sul blog di Twitter, Damien Kieran, Data Protection Officer di Twitter, spiega che da questo mese verranno introdotte nuove modalità per permettere agli utenti una migliore gestione dei propri dati personali. La nuova versione dell’Informativa sulla Privacy è anche scaricabile in pdf, trovate il bottone in alto a destra.

    L’aggiornamento rende possibile all’utente la presa di coscienza di quali siano le informazioni che Twitter gestisce e, soprattutto, decidere se renderle ancora disponibili o meno. Il 25 maggio gli utenti residenti in Europa vedranno una richiesta a prendere visione delle informazioni riguardanti l’aggiornamento, invitando tutti gli utenti a prenderne visione, e un grafico che spiegherà come vengono trattati i dati degli utenti. Da quel momento darà possibile visualizzare le informazioni e, se si vuole, modificarle.

    aggiornamento gdpr twitter privacy

    Twitter si uniforma dunque alla nuova GDPR, General Data Protection Regulation- Regolamento UE 2016/679, che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio e ha come obiettivo quello di dare ai cittadini europei un maggiore controllo sui propri dai in possesso delle aziende che li gestiscono. Negli ultimi giorni si è generata, come al solito, un po’ di confusione sull’entrata in vigore delle nuove norme annunciando una proroga in Italia di qualche mese. Ebbene, non ci sarà nessuna proroga per il fatto che questa, dopo essere stata adottata nel 2016, e dopo un periodo di transizione di due anni, non prevede alcuna forma di legislazione applicativa da parte degli stati membri. Per le aziende che non si uniformeranno alle nuove regole, le mule sono molto salate. Si può arrivare a 10 milioni di euro, o fino al 2% del volume d’affari globale, per i casi previsti dall’articolo 83, paragrafo 4, o fino a 20 milioni di euro o fino al 4% del volume d’affari nei casi previsti dai Paragrafi 5 e 6.

  • Su Instagram è possibile scaricare una copia dei propri dati, anche da Mobile

    Su Instagram è possibile scaricare una copia dei propri dati, anche da Mobile

    Lo avevamo anticipato due settimane fa, e da ieri su Instagram è possibile scaricare una copia dei propri dati, un passo fondamentale che permette alla piattaforma di adeguarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy, GDPR, che entrerà in vigore dal prossimo 25 maggio. Per avere una copia potrebbero servire anche 48 ore. La funzionalità è disponibile anche per iOS e Android.

    Lo avevamo anticipato due settimane fa, dopo che TechCrunch aveva invitato Instagram ad adeguarsi a quando già era possibile su Facebook da diversi anni. La risposta a quell’invito, da parte di Instagram, fu veloce, anticipando che presto lo strumento per scaricare una copia dei dati sarebbe stato messo online. E così è stato. Da ieri, infatti, gli utenti Instagram hanno la possibilità di poter scaricare una copia dei propri dati che arriva via mail. Per ricevere la copia potrebbe essere necessarie fino a 48 ore. E’ uno strumento che permette ad Instagram di uniformarsi al nuovo regolamento europeo sulla privacy, GDPR, che entrerà in vigore il prossimo 25 maggio.

    Cosa contiene il file che riceveremo via mail? E un documento all’interno del quale troveremo le informazioni sul profilo, foto, video, le storie archiviate (quelle pubblicate dopo dicembre 2017), i post e le didascalie delle storie, i contatti caricati, i nomi utente dei followers e le persone che seguiamo, messaggi diretti, foto e video (non effimeri) dei messaggi diretti, commenti, like, ricerche e impostazioni.

    instagram copia dati gdpr

    Al momento lo strumento è disponibile solo per la versione web del servizio, la versione mobile per iOS e Android sarà disponibile a breve.

    Come scaricare la propria copia di dati su Instagram

    Per scaricare la propria copia dei contenuti condivisi su Instagram è molto semplice. E’ sufficiente accedere al profilo da instagram.com dal browser desktop, una volta inserite le credenziali dovrete accedere alla alle impostazioni cliccando sull’ingranaggio che trovate di fianco a “Modifica profilo”. Fatto questo, vi apparirà un menù e dovrete cliccare su “Privacy e sicurezza“.

    aggiornamento privacy gdpr instagram

    Da qui, individuate la voce “Download dei dati” e cliccate “Richiedi il download”. Una volta cliccato su questa sezione, vi apparirà quello che vedete nell’immagine, una sezione in cui dovrete inserire l’indirizzo e-mail sul quale riceverete la vostra copia di dati. Come detto, potrebbero volerci fino a 48 ore per mettere insieme tutti i vostri dati.

    Instagram a questo punto non solo si uniforma alla GDPR, ma diventa una piattaforma completa, aggiungendo quello che forse, visti gli oltre 800 milioni di utenti che la utilizzano, sarebbe dovuto essere messo a disposizione già da qualche tempo.

    #Update

    instagram copia dati app mobile

    Alcuni utenti hanno segnalato che la possibilità di scaricare una copia dei propri dati è attiva anche dall’app mobile. Abbiamo infatti verificato che è così.

     

  • Instagram permetterà agli utenti di scaricare una copia dei loro dati

    Instagram permetterà agli utenti di scaricare una copia dei loro dati

    Instagram rilascerà presto uno strumento attraverso il quale gli utenti potranno salvare una copia dei loro dati, proprio quello che permette di fare già Facebook. La notizia viene diffusa da TechCrunch dopo che un portavoce dell’azienda ha risposto ad una critica del blog sul fatto che Instagram non permettesse ancora di salvare i propri dati. In questo modo, Instagram rispetterebbe il nuovo regolamento europeo sulla privacy, la GDPR.

    Il caso Cambridge Analytica ha scatenato tra gli utenti anche la voglia di cancellarsi da Facebook. Ricorderete certamente, qualche giorno fa, il tweet che fece Brian Acton, co-fondatore di WhatsApp, oggi proprietà di Facebook, allineandosi al fenomeno #deletefacebook. Una posizione che ha fatto molto discutere ovviamente, ma l’idea di abbandonare Facebook per molti utenti, soprattutto in questi giorni, si è fatta sempre più concreta. Non si registrano abbandoni rilevanti (eventualmente lo si rileverà nella prossima trimestrale), non vi è il rischio di una cancellazione di massa. Ma prima di procedere ad un eventuale abbandono, gli utenti vogliono salvare una copia dei propri dati. Come sapete Facebook permette di farlo, cliccando sul link “Scarica una copia dei tuoi dati di Facebook.” che trovate nelle Impostazioni. Una possibilità che Facebook permette ormai dal 2010.

    Due giorni fa, legandosi allo scandalo Cambridge Analytica, al conseguente fenomeno di voler abbandonare Facebook, TechCrunch faceva notare come Instagram non permettesse la possibilità di poter salvare i propri dati nell’eventualità di abbandonare la piattaforma (sempre proprietà di Facebook). Appena passate 24 ore, un portavoce di Instagram, rispondendo al post di Josh Costine, ha dichiarato che presto anche Instagram rilascerà uno strumento attraverso il quale gli utenti potranno salvare una copia dei propri dati.

    instagram copia dati gdpr

    Questo permetterà a Instagram di uniformarsi al nuovo regolamento europeo sula privacy, la GDPR, che entrerà in vigore in Europa il prossimo 25 maggio. Ieri, durante la seconda audizione alla Camera del Congresso Usa, Mark Zuckerberg ha dichiarato che le impostazioni della GDPR su Facebook avranno valore in tutto il mondo, quindi anche nei paesi extra europei.

    Come certamente sapete, non è facile salvare i propri contenuti su Instagram, non si possono neanche salvare le foto che si pubblicano sulla piattaforma che oggi conta 800 milioni di utenti.

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    Non si sà molto sullo strumento, il portavoce che ha risposto a TechCrunch non ha specificato i dettagli, quello che si sà è che anche Instagram permetterà di salvare le foto, i video, i messaggi e le reazioni. E una volta che Instagram rilascerà questo strumento, si potrà fare a meno di quelle app di terze parti che promettono di salvare i contenuti pubblicati sulla piattaforma. Il consiglio è quello di evitare di utilizzare simili applicazioni che spesso possono rivelarsi molto pericolose nel trattare i vostri dati.

    In ogni caso si tratta di un annuncio importante e non ci resta che attendete la messa online, sicuri che non passerà molto tempo.

    E voi che ne pensate?

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