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  • Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Si è aperto a Oakland il processo Musk-Altman. Restano in piedi solo due accuse: violazione del vincolo non profit e arricchimento ingiustificato. In gioco c’è la rimozione di Altman, l’annullamento della conversione di OpenAI in società a scopo di lucro e una restituzione fino a 134 miliardi. Il verdetto atteso a metà maggio.

    Solo fino a qualche anno fa, nessuno avrebbe mai creduto che Elon Musk avrebbe finito per portare in tribunale Sam Altman per annullare la leadership di OpenAI e per ricondurre la stessa azienda al suo obiettivo originale, ossia quella di società senza scopo di lucro. Oltre alla restituzione di diverse decine di miliardi di dollari.

    Nessuno ci avrebbe creduto, ma da oggi è davvero così. La sintesi non regge in realtà perché il caso arrivato presso l’aula del tribunale federale di Oakland si è trasformato nel corso di questi mesi e resta comunque complesso.

    Cerchiamo di capire perché si è arrivati a questo punto e qual è la posta in gioco. L’esito di questo processo non è scritto da nessuna parte, perché si tratta di una questione che riguarda direttamente Elon Musk e Sam Altman. Ma visto il ruolo che oggi giocano questi miliardari, è lecito sostenere che l’esito di questo processo avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale.

    La storia inizia oltre 10 anni fa, quando una promessa arriva poi a valere svariati miliardi di dollari e riguarda da vicino il futuro dell’IA. Elon Musk e Sam Altman dieci anni fa avevano firmato la stessa dichiarazione di intenti, e oggi si trovano in tribunale per stabilire chi di loro due l’ha, infine, tradita. Musk sostiene senza mezzi termini che a tradire è stato Altman.

    La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha avviato la selezione e l’insediamento dei nove giurati (così come prevede l’ordinamento americano) che ascolteranno le prove nelle prossime tre settimane.

    Le arringhe d’apertura sono fissate per oggi, 28 aprile. Da quel momento, e fino a metà maggio, OpenAI dovrà difendere la propria esistenza. E a fare da sfondo, va detto, c’è la quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026, valutata diversi trilioni di dollari.

    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell'intelligenza artificiale
    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Il caso Musk-Altman, le accuse dimezzate

    Quello che arriva in aula non è la causa che Musk aveva depositato nel 2024, adesso è decisamente più ridotta.

    Venerdì 24 aprile Musk ha ritirato di sua iniziativa le accuse di frode e “frode costruttiva” contro Altman. Ufficialmente per “snellire” il dibattimento, ma il risultato concreto è che davanti alla giuria restano solo due capi d’accusa di natura equitativa: violazione del vincolo di destinazione non profit e arricchimento ingiustificato.

    La giuria in questa occasione ha potere solo consultivo. Infatti, sarà la giudice Gonzalez Rogers a emettere la decisione vincolante, in una seconda fase del processo che inizierà il 18 maggio davanti, appunto, alla sola giudice. Questo significa che i titoli che leggeremo nei prossimi giorni, “Musk vince” o “Altman vince”, andranno presi con estrema cautela. La partita vera si gioca dopo, lontano dai giurati.

    Il percorso di pulizia dei capi d’accusa è cominciato da tempo. La causa originaria, depositata presso la corte federale ad agosto 2024, conteneva ben 26 capi d’accusa. Tra questi c’erano l’associazione a delinquere ai sensi del RICO, le violazioni delle norme antitrust dello Sherman Act, la pubblicità ingannevole. Tutte decadute.

    RICO sta per Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, una legge federale americana del 1970. Nata per colpire la mafia italoamericana, quando i procuratori non riuscivano a incastrare i boss perché i singoli reati venivano commessi dai sottoposti.

    In questo contesto, Musk sosteneva che OpenAI, Altman, Microsoft e altri avessero costruito uno schema fraudolento sistematico per appropriarsi degli asset della nonprofit, e che quindi rientrassero nella definizione di organizzazione corrotta secondo il RICO.

    Nel corso dei mesi dalla deposizione, la giudice Gonzalez Rogers ha provveduto ad attivare un esame attento dei capi d’accusa. Il processo che verrà celebrato è un guscio di quello che Musk aveva immaginato. Resta però la richiesta più ambiziosa, quella sui risarcimenti miliardari e qui le cifre sono esorbitanti.

    Le richieste di Elon Musk

    Il 7 aprile scorso Musk ha depositato la sua richiesta formale di risarcimenti per la seconda fase. Vuole la rimozione di Altman da amministratore delegato e da direttore della Foundation. Chiede la rimozione di Greg Brockman da presidente della società di pubblico beneficio. E vuole l’annullamento della conversione del 28 ottobre 2025 che ha trasformato OpenAI in società a scopo di lucro.

    Inoltre, vuole una restituzione che potrebbe arrivare a circa 134 miliardi di dollari.

    Va specificato che questa somma non finirebbe nelle tasche di Musk. Andrebbe alla OpenAI Foundation, l’ente di beneficenza che oggi controlla il 26% della società. Musk, in altre parole, ha strutturato la sua causa in modo da non incassare nulla personalmente. Il suo guadagno finanziario di fronte ad una eventuale una vittoria sarebbe zero.

    È un punto che al momento sta sfuggendo ai più, ma che vale la pena evidenziare. Quello che in sostanza chiede Musk è la rimozione di Sam Altman e di Greg Brockman dai loro incarichi.

    La difesa di OpenAI e la benedizione dei due procuratori

    Nonostante la causa, il 28 ottobre 2025 OpenAI ha completato la sua ristrutturazione societaria. OpenAI, Inc. è diventata la OpenAI Foundation, un ente nonprofit. Il braccio operativo è diventato OpenAI Group PBC, una società di pubblico beneficio del Delaware. La fondazione detiene il 26% della nuova entità, circa 130 miliardi di dollari di valore. Microsoft detiene il 27%, circa 135 miliardi.

    Ora, sia il procuratore generale californiano Bonta sia quello del Delaware Jennings hanno emesso dichiarazioni di non obiezione sulla ristrutturazione, dopo aver ottenuto da OpenAI concessioni che assicurano che gli asset rimangano “irrevocabilmente dedicati a scopi di beneficenza”. E qui si entra nel cuore della questione giuridica.

    Negli Stati Uniti, i procuratori generali statali sono i custodi pubblici degli enti di beneficenza. Sono loro, in via primaria, a dover vigilare che un ente fondato per scopi benefici rispetti le sue promesse. Se i due procuratori generali competenti hanno esaminato le carte e non hanno sollevato obiezioni, la pretesa di Musk secondo cui OpenAI avrebbe violato proprio quel vincolo di destinazione benefica entra in tribunale già molto azzoppata. Ma su questo si vedrà a fine processo.

    Da una parte, Musk e il suo team punteranno tutto sulle prove documentali interne. Dall’altra, OpenAI risponderà agitando la firma dei due procuratori generali e l’approvazione formale dello Stato della California. La giuria dovrà decidere a quale autorità prestare fede. E la giudice ha già definito “un testa o croce” il merito della questione, quando a marzo 2025 ha respinto l’ingiunzione preliminare richiesta da Musk. Si tratta di un pronunciamento che non sbilancia la giudice verso nessuna delle parti in causa.

    Un passo indietro al 2015, quando nacque OpenAI

    OpenAI nasce l’11 dicembre 2015 come ente nonprofit del Delaware. La missione dichiarata è ambiziosa, persino ingenua per i tempi che sarebbero venuti dopo: avanzare l’intelligenza digitale “nel modo più probabile per beneficiare l’umanità”, senza il vincolo del profitto.

    I co-presidenti sono Sam Altman, allora a capo di Y Combinator, ed Elon Musk. Il direttore tecnico è Greg Brockman, il direttore scientifico Ilya Sutskever.

    L’annuncio si regge su una promessa di finanziamento da un miliardo di dollari, sottoscritta da Musk, Altman, Brockman, Reid Hoffman, Peter Thiel, Jessica Livingston, AWS, Infosys e YC Research. Solo che, come emergerà anni dopo, di quel miliardo entro il 2021 era stato effettivamente versato qualcosa come 133 milioni.

    E la quota di Musk, oggetto di contestazione che attraversa tutto il processo, è inferiore a 45 milioni di dollari secondo la contabilità di OpenAI. Una ricostruzione di Semafor del marzo 2023 parlava di 100 milioni da fonti anonime, ma i documenti evidenziano la cifra più bassa.

    Lo scarto tra impegni annunciati e denaro effettivamente messo a disposizione non è un dettaglio. È parte di come Musk costruisce oggi la sua tesi del “patto fondativo”.

    La rottura del 2018 e la versione di Musk

    Musk lascia il consiglio di OpenAI il 20 febbraio 2018. La versione che fornisce allora ai dipendenti è quella del conflitto di interessi: Tesla sta correndo verso l’intelligenza artificiale per la guida autonoma, e quindi non si può più stare in due posti contemporaneamente.

    È una versione plausibile, accettabile, ben struttturata. Solo che, come ha rivelato per primo Semafor cinque anni dopo e come hanno poi confermato le email pubblicate da OpenAI nel marzo 2024, non risulta essere la versione completa.

    A fine 2017, Musk aveva detto ad Altman che OpenAI era “rimasta fatalmente indietro rispetto a Google”. E aveva proposto di prenderne la guida lui stesso, come amministratore delegato, con la maggioranza delle quote e il pieno controllo del consiglio. In alternativa, di fondere OpenAI dentro Tesla. Brockman, Sutskever e Altman rifiutarono questa proposto. E Mus di conseguenza se ne andò.

    Il 15 settembre 2017, prima ancora di rompere con Altman, Musk aveva fatto incorporare in silenzio una società del Delaware chiamata Open Artificial Intelligence Technologies, Inc., attraverso il suo fiduciario personale Jared Birchall.

    Una società già strutturata come società di pubblico beneficio, esattamente la stessa forma giuridica che Musk oggi accusa OpenAI di aver scelto per tradire la missione. La trovata la racconta OpenAI nel suo blog ufficiale, e i giudici l’hanno ammessa come prova al processo.

    In una mail del 1° febbraio 2018, Musk inoltrò una proposta secondo cui OpenAI avrebbe dovuto “agganciarsi a Tesla come sua mucca da mungere”, scrivendo che era “esattamente giusto”. Quando lasciò, disse allo staff che la “probabilità di successo” di OpenAI era zero, e ritirò la quota residua del suo impegno. Il discorso sul conflitto Tesla, secondo Semafor, “non fu accolto bene. La maggior parte non si bevve completamente la storia”.

    Una cosa è raccontare di essersene andati per principio. Un’altra è essersene andati dopo aver provato a prendersi tutto. Il processo che si è aperto ieri cercherà di stabilire quale delle due versioni risulterà essere quella vera.

    L’accelerazione di OpenAI e il ruolo di Microsoft

    Il 30 novembre 2022, OpenAI lancia ChatGPT. Nel giro di cinque giorni il chatbot raggiunge un milione di utenti e a gennaio 2023 sono già 100 milioni gli utenti attivi mensili, l’adozione consumer più veloce della storia. La valutazione di OpenAI esplode. Da circa 14 miliardi di dollari nel 2021 si passa a 29 miliardi a gennaio 2023, a 86 miliardi a fine dello stesso anno, fino agli oltre 850 miliardi di oggi.

    In quel passaggio, Microsoft consolida la sua presenza con un investimento da circa 10 miliardi di dollari, che porta il totale dei suoi versamenti vicino ai 13 miliardi. Una struttura societaria complessa le riconosce il 75% dei profitti fino al recupero del capitale, poi il 49% fino a un tetto di circa 92 miliardi.

    Una struttura che, secondo Musk, consolida quello che lui stesso definisce un cartello tra OpenAI, Microsoft e l’industria del cloud. Il giudice però ha respinto in via definitiva questa tesi: l’accusa antitrust è caduta, e i due dirigenti che la rendevano possibile, Reid Hoffman e Deannah Templeton, si sono dimessi prima che la causa arrivasse in aula.

    Resta in piedi solo un capo di accusa contro Microsoft, ossia quello di concorso nella violazione del vincolo di destinazione non profit. Per questo Microsoft ha solo cinque ore di tempo davanti alla giuria, contro le venti riservate a Musk e a OpenAI.

    Per contrastare OpenAI, Musk fonda xAI

    Il 9 marzo 2023, mentre ChatGPT porta nel mondo la sua IA generativa, Musk fonda silenziosamente X.AI Corp. in Nevada. La presenta pubblicamente il 12 luglio 2023 dagli studi di Tucker Carlson, descrivendola come “TruthGPT”, un’alternativa a ChatGPT che secondo lui sarebbe “addestrato a essere politicamente corretto”. Il chatbot, ribattezzato Grok, viene lanciato su X il 4 novembre 2023.

    A marzo 2025, la fusione tra xAI e X porta il valore complessivo del veicolo intorno ai 113 miliardi. A febbraio 2026, SpaceX assorbe xAI in un’operazione tutta in azioni a una valutazione combinata di circa 1,25 trilioni di dollari.

    Tutto questo costruisce un contesto che offre ad OpenAI un argomento forte da portare in questo processo: Musk non sta combattendo solo per dei principi, sta combattendo anche per un’azienda concorrente che brucia un miliardo di dollari al mese e che ha bisogno di bloccare proprio OpenAI per poter crescere.

    Le risposte giudiziarie di OpenAI, depositate il 9 aprile 2025, inquadrano esplicitamente la causa di Musk come una campagna integrata di molestie a beneficio di xAI: la campagna social “Scam Altman”, l’offerta-fantoccio da 97,4 miliardi del febbraio 2025, l’uso strumentale del contenzioso. Tutto, secondo OpenAI, andrebbe letto come uno strumento di competizione.

    Cosa rischia davvero ciascuno dei protagonisti

    Arrivati a questo punto, dopo aver cercato – si spera bene – di ricostruire il percorso che ha portato fino a oggi, possiamo provare a capire cosa concretamente è in gioco per ciascuno dei protagonisti.

    Per Sam Altman, il rischio è il ruolo di CEO di OpenAI

    Per Altman, il rischio diretto passa dalla richiesta di Musk di rimuoverlo da amministratore delegato di OpenAI e da direttore della Foundation, oltre alla restituzione delle sue quote.

    Se la giudice Gonzalez Rogers decidesse di prendere o meno in considerazione questa strada è una questione tutta da vedere, perché OpenAI sostiene che non è al momento una procedura prevedibile. Va specificato, peraltro, che nessun rinvio penale è stato pubblicamente riportato contro Altman. I capi di accusa di frode sono stati ritirati dallo stesso Musk venerdì scorso.

    Il rischio reputazionale, però, è molto più evidente. In fase di processo emergerà sicuramente un messaggio del 2017 in cui Altman scriveva a Musk “resto entusiasta della struttura nonprofit!”, in un momento in cui le discussioni interne avevano già imboccato la strada del for profit.

    E farà emergere il diario personale di Brockman del 2017, in cui il direttore tecnico ammetteva che “sarebbe sbagliato rubare la non-profit” a Musk. Il consiglio di OpenAI, presieduto da Bret Taylor, appare per ora solido, ma le testimonianze potrebbero giocare un certo peso all’interno del CdA.

    Per Elon Musk, il rischio è la sua credibilità

    Il rischio finanziario diretto di Musk, come abbiamo già visto, è teoricamente pari a zero, perché qualunque tipo di risarcimento finirebbe alla Foundation e non a lui.

    Ma i contro-ricorsi di OpenAI per la seconda fase chiedono danni compensativi non quantificati e un’ingiunzione che impedisca ulteriori interferenze. E c’è un punto, soprattutto, su cui OpenAI ha intenzione di insistere. Ed è quello delle email del 2017 e del 2018 in cui Musk contemplava una fusione con Tesla, e l’incorporazione segreta della società del Delaware del settembre 2017. Si tratta, secondo OpenAI, di email che contraddicono direttamente la narrazione che lui stesso porta in tribunale. La sua credibilità è quindi davvero a rischio.

    Va aggiunto che Musk ha altri fronti aperti contemporaneamente. La causa SEC sulla mancata comunicazione delle quote in Twitter è in attesa di processo dopo il rigetto della richiesta di archiviazione del 3 febbraio scorso.

    E nel caso Pampena, una giuria ha già stabilito il 20 marzo 2026 che Musk fece dichiarazioni false agli azionisti di Twitter, con danni potenzialmente fino a 2,6 miliardi di dollari ancora pendenti. Una sconfitta in tribunale a Oakland, anche solo davanti ad una giuria consultiva, andrebbe a sommarsi a un quadro già complicato.

    Per OpenAI, il rischio è strutturale e tocca la quotazione in borsa

    La minaccia più grande per OpenAI come organizzazione è la richiesta di annullare la conversione del 28 ottobre 2025. Significherebbe smontare l’intera architettura societaria che oggi vale più di 850 miliardi di dollari.

    La salita, lo abbiamo detto, è ripida per via della benedizione dei due procuratori generali, ma non è impossibile. E in mezzo c’è un altro elemento concreto, di cui si parla poco: OpenAI ha esplicitamente segnalato la causa Musk come fattore di rischio nella documentazione distribuita agli investitori in vista della quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026.

    Sull’altro versante, OpenAI sta effettivamente guadagnando terreno anche nel governo federale. Il contratto del Pentagono da 200 milioni di dollari, assegnato a giugno 2025, vale fino a luglio 2026. E il 27 febbraio scorso, l’amministrazione Trump ha messo al bando Anthropic a livello federale, dopo che la rivale aveva rifiutato casi d’uso legati ad armi autonome e sorveglianza di massa, e ha annunciato un nuovo accordo con OpenAI. Un quadro che, sul piano commerciale, va in direzione opposta a quella che Musk vorrebbe.

    In gioco è anche il futuro della IA

    La sentenza che il giudice Gonzalez Rogers emetterà verso la metà maggio non risolverà solo il duello tra Musk e Altman. Ma stabilirà un precedente sul fatto che entità fondate come non-profit possano poi convertirsi in società di lucro onorando, almeno formalmente, l’originario vincolo benefico.

    Quello stesso modello regge oggi anche Anthropic, che è nata fin dall’origine come società a scopo di lucro ed è oggi valutata intorno ai 350 miliardi di dollari. E sarebbe il modello a cui si guarderanno tutti i laboratori di intelligenza artificiale che dovessero seguire la stessa strada. Una vittoria di Musk congelerebbe l’architettura; una sconfitta, al contrario, validerebbe il modello e libererebbe la strada per la quotazione in borsa di OpenAI e per ristrutturazioni simili in tutta la Silicon Valley.

    E sullo sfondo c’è Stargate, il progetto infrastrutturale da 500 miliardi di dollari su quattro anni, annunciato il 21 gennaio 2025 con Trump, Altman, Larry Ellison e Masayoshi Son. Al momento in forte ritardo, ma resta la cornice politica di un progetto che dovrebbe ridisegnare l’infrastruttura americana dell’intelligenza artificiale. Un verdetto contro OpenAI complicherebbe anche questo disegno.

    Cosa osservare nelle prossime tre settimane

    La prima fase del processo, quella davanti alla giuria consultiva, dovrebbe concludersi entro metà maggio. Le venti ore a disposizione di ciascuna parte voleranno via e poi ci sono i testimoni. Musk, Altman, Brockman; e poi Satya Nadella, l’amministratore delegato di Microsoft, che testimonierà per la difesa; Ilya Sutskever, il co-fondatore che ha votato per rimuovere Altman nel 2023; Mira Murati, l’ex direttrice tecnica di OpenAI che oggi guida Thinking Machines; Helen Toner, l’altra ex consigliera che a novembre 2023 fece parte del consiglio che destituì Altman per cinque giorni; Shivon Zilis, madre di quattro dei figli di Musk.

    Tre cose, in particolare, vale la pena guardare. La prima è come Brockman gestirà al controesame il proprio diario del 2017. Quel diario, che parla della struttura nonprofit come di “una bugia”, è la prova più pesante che Musk porta in aula.

    La seconda è come verrà letto il messaggio “sei il mio eroe” che Altman mandò a Musk nel febbraio 2023, ammesso come prova ma soggetto a interpretazioni opposte.

    La terza, e forse la più importante, è se la testimonianza di Nadella confermerà o no l’allineamento tra Microsoft e OpenAI. Perché il giorno dopo il verdetto della giuria, sia esso favorevole o meno a Musk, è da quell’allineamento che dipende il futuro di OpenAI.

    Il 18 maggio, finita la prima fase, la giudice Gonzalez Rogers aprirà la seconda, ossia quella senza giuria e che sarà quella vincolante. Sarà in quel momento, e non davanti ai nove giurati, che si deciderà se OpenAI uscirà da questo processo intatta, ridimensionata o smembrata.

    Per concludere questo percorso di ricostruzione di questa vicenda del caso Musk contro Altman, sperando di essere riuscito nell’intento di rendere tutto più chiaro, non resta che seguire le varie fasi per osservare se ci saranno colpi di scena.

    Il verdetto della prima fase, come già ricordato, è atteso a metà maggio, mentre quello vincolante, qualche settimana dopo. Vedremo davvero cosa succederà.

  • Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    I documenti depositati nella causa Musk contro OpenAI rivelano messaggi privati tra i due CEO. Zuckerberg offrì supporto al DOGE e Musk propose un’offerta congiunta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una convergenza strategica che ribalta anni di rivalità pubblica.

    Mark Zuckerberg si è offerto di aiutare Elon Musk e il suo DOGE.

    Lo rivelano i documenti depositati venerdì scorso nell’ambito della causa che Musk ha intentato contro Sam Altman e OpenAI, e vale la pena soffermarsi un attimo perché racconta molto più di un semplice scambio di messaggi tra due miliardari.

    Vi ricordate dove li avevamo lasciati? Era il 2023, e i due si stavano organizzando per sfidarsi a duello, un combattimento che avrebbe dovuto tenersi addirittura al Colosseo, con l’allora ministro Sangiuliano che si era offerto come mediatore istituzionale per ospitare lo scontro del secolo.

    L’inizio della rivalità tra Zuckerberg e Musk

    Una rivalità che in realtà affondava le radici molto più indietro. Un esempio si ebbe nel 2016, quando l’esplosione di un razzo SpaceX distrusse un satellite Facebook che si trovava a bordo. Da quel momento in poi i due sono andati avanti con provocazioni reciproche e dichiarazioni al vetriolo.

    Eppure, nel corso dell’ultimo periodo, qualcosa è cambiato, e i documenti giudiziari ci permettono oggi di ricostruire la sequenza con una certa precisione.

    Il primo segnale risale al 13 dicembre 2024, quando Zuckerberg scrisse a Musk per avvisarlo personalmente che qualcuno aveva fatto trapelare la lettera con cui Meta chiedeva all’Attorney General della California di bloccare la transizione di OpenAI verso un modello for-profit. Una lettera in cui Meta sosteneva esplicitamente che Musk fosse “qualificato e ben posizionato per rappresentare gli interessi dei californiani” nella sua battaglia legale contro Altman.

    Zuckerberg e Musk, insieme nel segno di Trump

    Poi è arrivato il 20 gennaio 2025, il giorno dell’insediamento di Trump, e la scena che si è presentata agli occhi del mondo ha reso evidente ciò che stava accadendo.

    Musk, Zuckerberg, Bezos e Pichai sedevano insieme in prima fila, più vicini al nuovo presidente di molti dei suoi stessi consiglieri, gli unici non familiari in grado letteralmente di sussurrare all’orecchio di Trump o Vance dal palco.

    Ciascuno di loro aveva versato un milione di dollari per l’evento, e Zuckerberg aveva annunciato pochi giorni prima l’abbandono del fact-checking sulle piattaforme Meta, una svolta che segnava un allineamento politico ormai inequivocabile.

    Ma è il 3 febbraio 2025 che la convergenza diventa operativa, come riportano i documenti.

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici
    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    E uniti contro OpenAI di Sam Altman

    Alle 22:04, Zuckerberg scrive a Musk congratulandosi per i progressi del DOGE e offrendo supporto concreto: i suoi team sono pronti a rimuovere i contenuti che minacciano o fanno doxxing ai collaboratori di Musk. “Fammi sapere se c’è qualcos’altro che posso fare per aiutare”, conclude.

    Meno di mezz’ora dopo, Musk risponde con un cuore e rilancia: “Sei aperto all’idea di fare un’offerta per la proprietà intellettuale di OpenAI con me e alcuni altri?”. Zuckerberg propone di discuterne a voce, Musk dice che chiamerà la mattina dopo.

    Una settimana più tardi, il 10 febbraio, un consorzio guidato da xAI presenta un’offerta non sollecitata da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI, con l’obiettivo dichiarato di bloccare la sua trasformazione in società for-profit. Zuckerberg alla fine non firmò la lettera d’intenti e il board di OpenAI respinse l’offerta, ma il fatto che l’ipotesi sia stata contemplata racconta una storia che va ben oltre i rapporti personali tra i due.

    Zuckerberg, Musk e Trump: una convergenza strategica

    Quello che emerge da questa ricostruzione è un quadro di convergenza strategica guidata da interessi comuni. OpenAI e Sam Altman rappresentano una minaccia esistenziale sia per xAI di Musk che per gli investimenti di Meta nell’intelligenza artificiale, e questo ha creato le condizioni per un allineamento che sarebbe stato impensabile solo due anni fa.

    A questo si aggiunge l’abbraccio condiviso dell’amministrazione Trump, con Meta che ha abbandonato le politiche di moderazione dei contenuti proprio alla vigilia dell’insediamento, e la consapevolezza che la transizione di OpenAI verso il for-profit minaccia entrambi i loro modelli di business.

    Un abbraccio che proprio in questi giorni ha trovato una nuova formalizzazione: mercoledì scorso Trump ha nominato Zuckerberg nel President’s Council of Advisors on Science and Technology, il panel che fornirà consulenza alla Casa Bianca su intelligenza artificiale e politiche tecnologiche.

    Dal duello al Colosseo all’offerta congiunta per OpenAI il passo è stato più breve di quanto chiunque potesse immaginare, e forse questo ci dice qualcosa su come funzionano davvero le dinamiche di potere nella Silicon Valley di oggi.

  • OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    A sei mesi dal lancio dell’app standalone, OpenAI annuncia la chiusura di Sora. L’interesse degli utenti è crollato, l’accordo da 1 miliardo di dollari con Disney salta, e la motivazione ufficiale parla di risorse da destinare alla robotica. Ma il vero problema era un altro, Sora non ha mai avuto una visione.

    In certi momenti, nella vita di un prodotto tecnologico, arriva quello in cui appare evidente che l’entusiasmo iniziale non si è mai trasformato in qualcos’altro. Vale anche per la IA.

    Quel momento per Sora è arrivato ieri, martedì 24 marzo 2026, quando OpenAI ha annunciato su X la chiusura della piattaforma con un questo messaggio: “We’re saying goodbye to Sora”.

    La notizia arriva a sorpresa, possiamo dirlo, proprio il giorno dopo che la stessa OpenAI aveva pubblicato un post sugli standard di sicurezza dell’app. Un tempismo che la dice lunga sulla gestione della comunicazione del momento.

    Sora, 1 milione di download e poi il silenzio

    Quando Sora fu presentato a febbraio 2024, l’effetto fu straordinario. Video generati da semplici prompt di testo con una qualità quasi cinematografica, qualcosa che sembrava già fantascienza. Al punto che Hollywood si allarmò, i creativi si interrogarono sul proprio futuro, e OpenAI si ritrovò con un vantaggio competitivo che sembrava incolmabile.

    Ma quel vantaggio, lo sappiamo, aveva una data di scadenza. Come avevo raccontato alla sua prima apparizione due anni fa, le aspettative intorno a questa tecnologia erano altissime.

    Nel frattempo sono arrivati Runway con Gen-3, Pika, Kling di Kuaishou, Veo di Google. Quando Sora 2 è diventato disponibile al pubblico a settembre 2025, il mercato era già bell’affollato.

    L’app raggiunse comunque la vetta dell’App Store in pochi giorni, con 1 milione di download in dieci giorni, un dato anche più veloce di quello registrato da ChatGPT. Ma quel picco si è rivelato un fuoco di paglia.

    Secondo i dati di Appfigures, a dicembre 2025 i download erano calati del 32% rispetto a novembre, proprio nel periodo in cui la maggior parte delle app tipicamente cresce. E da lì, un declino costante mese dopo mese.

    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto
    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    Sora, una piattaforma nata senza una ragione d’essere

    In ogni caso, c’è una cosa che va detta chiaramente. Sora non ha mai avuto una visione.

    Era stata progettata come una sorta di TikTok generativo, un social network dove gli utenti potevano caricare cameo, ossia brevi video di sé stessi, per poi inserirsi in video sintetici insieme agli amici.

    Ma cosa doveva diventare, esattamente? Uno strumento per creator professionisti? Una piattaforma di intrattenimento? Un motore per la produzione cinematografica? La risposta, in verità, non è mai arrivata.

    Nel vuoto completo di strategia, Sora si è riempito di quello che ormai si definisce AI slop, contenuto AI generato in massa, spesso di qualità discutibile, talvolta ai limiti della legalità. Come video virali di Mario, Pikachu, personaggi Disney usati senza alcuna autorizzazione. Deepfake di Martin Luther King che hanno costretto OpenAI a bloccare temporaneamente l’uso del suo volto sulla piattaforma.

    È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista. E cioè lanciare un prodotto, osservare cosa ne fanno gli utenti, e poi correre ai ripari quando le cose sfuggono di mano. È lo stesso approccio che abbiamo visto con lo spot natalizio di Coca-Cola: la tecnologia da sola non basta, serve una visione.

    OpenAI chiude Sora, quando l’hype non basta a costruire un prodotto

    Disney e 1 miliardo di dollari che non arriverà mai

    L’accordo con Disney annunciato a dicembre 2025 sembrava il tentativo di legittimare ex post un modello nato senza governance. Un miliardo di dollari di investimento, centinaia di personaggi Disney, Marvel, Pixar e Star Wars in licenza per la generazione video, con l’obiettivo di integrare il tutto in Disney+. Un colpo magistrale, sulla carta. Ma ora quell’accordo è saltato insieme alla piattaforma.

    In una dichiarazione rilasciata poche ore dopo l’annuncio di OpenAI, un portavoce di Disney ha confermato l’uscita dall’intesa con toni diplomatici: «As the nascent AI field advances rapidly, we respect OpenAI’s decision to exit the video generation business and to shift its priorities elsewhere.» Tradotto: Disney aveva scommesso su un cavallo che OpenAI ha deciso di ritirare dalla gara. E ora il colosso dell’intrattenimento dovrà trovare altri partner nel settore.

    Robotica e modelli di nuova generazione: la versione ufficiale

    La motivazione ufficiale fornita da OpenAI parla di riallocazione delle risorse.

    Sam Altman, secondo quanto riportato da The Information, ha comunicato ai dipendenti che la chiusura di Sora libererà capacità computazionale per i modelli AI di prossima generazione.

    Il team di ricerca, si legge nella dichiarazione ufficiale, continuerà a lavorare sulla world simulation research per far avanzare la robotica e “aiutare le persone a risolvere compiti fisici nel mondo reale“.

    Ma c’è dell’altro. Secondo il Wall Street Journal, OpenAI sta costruendo una super app che integrerà ChatGPT, gli strumenti di sviluppo Codex e altri prodotti in un’unica interfaccia. Una virata strategica che risponde, va detto, alla crescita di Anthropic e della famiglia Claude, che negli ultimi mesi ha visto un’adozione enterprise sempre più marcata.

    La sfida con i concorrenti, insomma, si gioca altrove. E Sora, con i suoi costi computazionali enormi e i suoi ricavi modesti, non faceva più parte della soluzione.

    La rivalità tra OpenAI e Anthropic si legge bene anche nella stessa antipatia che Altman e Amodei nutrono uno per l’altro. Di conseguenza, le due aziende rappresentano due visioni opposte del futuro dell’IA.

    Sam Altman e il suo modo riconoscibile di gestire le crisi

    Chi segue le vicende di OpenAI riconoscerà un certo schema. Altman ha un modo particolare di muoversi nelle situazioni di crisi, come avevo già raccontato.

    Dichiarazioni pubbliche calibrate, posizionamento dalla parte giusta, e poi azioni che vanno in direzione diversa.

    La chiusura di Sora segue lo stesso copione: il giorno prima un post sulla sicurezza, il giorno dopo l’annuncio della chiusura. Il ringraziamento alla community, la promessa di “condividere presto i dettagli”. E intanto le risorse vengono riallocate verso progetti più redditizi.

    Sora, e l’ammissione che la strategia non c’era mai stata

    OpenAI ha speso risorse computazionali enormi per un prodotto che, in buona sostanza, non generava ricavi significativi, non aveva un modello di business chiaro, e creava più problemi reputazionali che valore.

    La chiusura di Sora non è una rinuncia strategica. È l’ammissione che la strategia non c’era mai stata.

    Resta da capire cosa ne sarà della generazione video nel portafoglio di OpenAI. L’azienda non esce completamente dal settore, funzionalità video rimangono integrate in ChatGPT, ma lo fa da protagonista autonoma.

    Nel frattempo i concorrenti già citati continueranno a sviluppare i propri modelli. E Disney, con il suo miliardo di dollari da investire, cercherà altri interlocutori.

    La partita della generazione video AI, possiamo dirlo, è tutt’altro che chiusa. Ma OpenAI, almeno per ora, ha scelto di non giocarla più.

  • Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    La vicenda del contratto col Pentagono rivela come opera Sam Altman: solidarietà a parole mentre persegue i suoi obiettivi e scuse solo quando il danno d’immagine è fatto. I fatti raccontano un profilo diverso dall’immagine pubblica.

    Sam Altman ha un modo particolare di muoversi nelle situazioni di crisi. Dice le cose giuste al momento giusto, si posiziona dalla parte di chi appare più debole, esprime comprensione e solidarietà.

    E intanto agisce in direzione opposta. La vicenda del contratto tra OpenAI e il Pentagono, con tutto quello che è successo tra il 26 febbraio e il 3 marzo, offre una dimostrazione plastica di questo schema.

    Un meccanismo che si ripete

    Chi segue le vicende dell’intelligenza artificiale conosce già questo meccanismo.

    Altman lo ha usato più volte nel corso degli anni, con variazioni minime ma sempre con la stessa struttura di fondo: dichiarazioni pubbliche di principio accompagnate da azioni che vanno nella direzione opposta. Seguite poi da correzioni tardive presentate come ripensamenti spontanei.

    Questa volta però i fatti si sono susseguiti con una velocità tale da rendere il meccanismo visibile e chiaro a tutti. E vale la pena di ricostruirli non tanto per raccontare cosa è successo, che ormai è noto, ma per mostrare come Altman si è mosso in ogni passaggio.

    Sam Altman e il posizionamento preventivo

    Giovedì 26 febbraio, quando è già chiaro che Anthropic sta per rompere con il Pentagono, Altman invia un memo interno ai dipendenti di OpenAI. Nel memo scrive che l’azienda condivide le stesse “linee rosse” di Anthropic sulla sorveglianza di massa e sulle armi autonome. Si tratta di una mossa che prepara il terreno: qualunque cosa accada il giorno dopo, Altman potrà dire di essersi posizionato dalla parte giusta della storia.

    Come noto, il giorno dopo Dario Amodei rifiuta l’ultimatum del Pentagono e Anthropic viene classificata come rischio per la sicurezza nazionale. Trump definisce l’azienda “radicale di sinistra” e ordina alle agenzie federali di smettere di usare Claude.

    Ed è in questo momento che il comportamento di Altman diventa rivelatore.

    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia
    Sam Altman ha rivelato a tutti la sua doppia faccia

    Altman e la finta solidarietà

    Poche ore dopo il ban di Anthropic, per non dire quasi in contemporanea, Sam Altman annuncia su X l’accordo tra OpenAI e il Pentagono per i sistemi classificati.

    Nel post accompagna l’annuncio con parole di solidarietà verso Amodei. Scrive di fidarsi di lui, di credere che Anthropic si preoccupi davvero della sicurezza, definisce il ban “un precedente estremamente spaventoso“.

    Sono dichiarazioni che suonano nobili, quasi coraggiose. Ma arrivano mentre Altman sta firmando il contratto che prende esattamente il posto di quello appena strappato al suo concorrente.

    È una modalità che si riconosce facilmente una volta che la si è vista una volta. Altman con i suoi modi non attacca mai direttamente. Si posiziona come alleato di chi sta per colpire, esprime comprensione per la sua posizione, e intanto porta a casa il risultato. La solidarietà diventa copertura per il raggiungimento dei suoi interessi.

    Il contesto che aggrava la posizione di Altman

    C’è un elemento che rende questa vicenda ancora più significativa.

    Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, mentre Altman celebrava il suo accordo e Anthropic veniva messa al bando, gli Stati Uniti lanciavano attacchi aerei sull’Iran. Il Wall Street Journal ha riportato che lo US Central Command ha utilizzato Claude per le operazioni: valutazioni di intelligence, identificazione dei bersagli, simulazioni di combattimento. Lo stesso modello che il governo aveva appena dichiarato un pericolo per la sicurezza nazionale veniva impiegato per una missione di guerra.

    Altman sapeva certamente che Claude era integrato nei sistemi militari al punto da non poter essere sostituito in tempi brevi. Sapeva che presentarsi come l’alternativa in quel momento preciso gli avrebbe garantito un vantaggio competitivo enorme. Ha scelto di farlo, accompagnando l’operazione con dichiarazioni di solidarietà.

    Sam Altman e il mea culpa calibrato

    Ieri, lunedì 3 marzo, dopo un fine settimana in cui Claude è salito al primo posto dell’App Store superando ChatGPT, in cui il movimento “Cancel ChatGPT” ha preso piede sui social e in cui i dati hanno mostrato un’emorragia di utenti verso Anthropic, Altman pubblica una nuova nota.

    Questa volta ammette che la gestione dell’accordo “è sembrata opportunistica e sciatta, riconosce di aver sbagliato i tempi, annuncia modifiche al contratto per includere le stesse garanzie che Amodei chiedeva fin dall’inizio.

    Anche qui la modalità è riconoscibile. Le scuse arrivano solo quando il danno d’immagine è ormai evidente e quantificabile. Non sono il prodotto di una riflessione, ma la risposta a una crisi di reputazione. Altman non dice “ho sbagliato a firmare mentre Anthropic veniva bandita“. Dice “ho sbagliato a comunicare male“. La sostanza dell’azione non viene mai messa in discussione, solo la forma.

    Nella nota aggiunge che sta lavorando per inserire nel contratto un linguaggio esplicito contro la sorveglianza domestica e le informazioni acquisite commercialmente, cioè i dati che il governo può comprare dai data broker senza mandato.

    Sono esattamente le garanzie che Amodei chiedeva prima di firmare. Ma Altman le aggiunge dopo, quando ormai servono a recuperare credibilità, non a stabilire un principio.

    E gli utenti scoprono Claude 

    Ma c’è ancora un aspetto di questa vicenda che sfugge al controllo di Altman, ed è la reazione del mercato.

    I dati di Anthropic mostrano che le iscrizioni giornaliere hanno raggiunto livelli record, gli utenti gratuiti sono cresciuti di oltre il 60% da gennaio, gli abbonati a pagamento sono più che raddoppiati. Bloomberg riporta che la crescita di Anthropic ha superato i 19 miliardi di dollari, più che raddoppiato rispetto ai 9 miliardi di fine 2025. Sono numeri che raccontano una migrazione in corso, anche se non si sa ancora di quale entità.

    Gli utenti hanno visto la stessa sequenza di eventi e ne hanno tratto le loro conclusioni. Hanno visto un CEO che esprime solidarietà mentre firma il contratto che sostituisce il concorrente; hanno visto le scuse arrivare solo dopo che i numeri mostravano un problema; hanno visto le modifiche al contratto presentate come concessioni spontanee quando erano evidentemente una risposta alla pressione. E hanno scelto di conseguenza.

    Sam Altman e il suo ritratto più chiaro

    Sam Altman ha costruito negli anni un’immagine pubblica di leader visionario, attento all’etica, preoccupato per le implicazioni dell’intelligenza artificiale.

    È un’immagine che ha coltivato con interviste, post sui social, apparizioni pubbliche calibrate. Ma le azioni raccontano una storia diversa, quella di un CEO che sa sempre dove posizionarsi per apparire dalla parte giusta mentre persegue obiettivi che vanno in un’altra direzione.

    Questa vicenda non è un incidente di percorso. È la manifestazione di un modo di operare che si ripete con variazioni minime da anni. La solidarietà usata come copertura, le scuse calibrate sul danno d’immagine, le concessioni presentate come principi quando sono risposte alla pressione del momento.

    Sono tutti elementi di uno stesso schema, e questa volta si sono manifestati in una sequenza così rapida e visibile da non poter essere ignorati, da nessuno.

    Resta da vedere se questa consapevolezza avrà conseguenze durature o se Altman riuscirà ancora una volta a riposizionarsi. Ma intanto i fatti sono chiari, e il profilo che ne emerge è difficile da essere frainteso.

    [L’immagine di copertina è modificata da Franz Russo – Credits: Sam Altman speaking at TED” by TED Conference is licensed under CC BY-NC-SA 4.0.]

  • Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale

    Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale

    Un momento di forte imbarazzo all’India AI Impact Summit tra Sam Altman e Dario Amodei ha catturato l’attenzione di tutti. In realtà, alla base di quell’imbarazzo c’è uno scontro tra due modi diversi di intendere il futuro della IA.

    New Delhi, 19 febbraio 2026, la città indiana dove si sta tenendo India AI Impact Summit, l’evento più importante dell’anno per quanto riguarda il settore dell’intelligenza artificiale.

    Al Bharat Mandapam si sono dati appuntamento i CEO delle principali aziende tecnologiche del pianeta, con oltre 200 miliardi di dollari in promesse di investimento e l’attenzione dei media di tutto il mondo.

    Sul palco, dopo i keynote, il premier indiano, e padrone di casa, Narendra Modi invita i tredici leader presenti a unire le mani in segno di coesione e collaborazione.

    Un gesto per lo più pensato a favore delle telecamere, per celebrare l’unità di un settore che promette di cambiare il mondo. La folla applaude e tutti, o quasi, seguono l’indicazione di Modi.

    Ma succede qualcosa su quel palco che finisce per rubare la scena.

    Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale
    Altman, Amodei e la grande frattura dell’intelligenza artificiale

    L’imbarazzo tra Sam Altman e Dario Amodei

    Sam Altman, CEO di OpenAI, e Dario Amodei, CEO di Anthropic, sono uno accanto all’altro.

    Altman, che ha alla sua destra proprio il premier indiano Modi, abbassa lo sguardo, visibilmente imbarazzato, verso la mano di Amodei. C’è un breve momento di contatto visivo imbarazzato, poi entrambi evitano di guardarsi.

    Amodei, anche lui indeciso su cosa fare, si guarda intorno con un gesto che sembra dire “chi, io?”. Per diversi secondi, che sembrano interminabili, i due evitano goffamente il contatto.

    Alla fine, entrambi alzano un pugno chiuso invece di unire le mani.

    Il video, ovviamente, fa il giro delle piattaforme nel giro di pochissimi minuti. In molti lo descrivono come l’emblema della “AI cold war”, la guerra fredda dell’intelligenza artificiale.

    “Non sapevo cosa stesse succedendo”, dirà poi Altman ai media indiani. “Ero confuso. Modi mi ha preso la mano e l’ha alzata, e non ero sicuro di cosa dovessimo fare.

    Ma la confusione di Altman è difficile da credere. Quei due pugni alzati separatamente raccontano invece una storia che inizia cinque anni prima, in una sala riunioni di San Francisco. E che nelle ultime settimane è esplosa in uno scontro pubblico senza precedenti.

    La scissione e la nascita di Anthropic

    Amodei, come molti già sapranno, ha lavorato sotto Altman a OpenAI dal 2016 al 2020, come vicepresidente della ricerca. Si è concentrato sulla sicurezza, ha avuto un ruolo chiave nel lancio di GPT-2 e GPT-3, ha co-inventato il “reinforcement learning from human feedback”, la tecnica che usa l’input umano per addestrare i modelli linguistici a produrre risultati migliori.

    Ma poi qualcosa si rompe, cosa che succede in tutte le storie aziendali.

    Amodei, insieme a un piccolo gruppo di colleghi, inizia a preoccuparsi per la direzione che sta prendendo OpenAI. La tensione riguarda un aspetto fondamentale. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve dare priorità alla velocità per conquistare il mercato, oppure procedere con cautela, investendo nella ricerca sulla sicurezza prima di rilasciare nuovi modelli?

    Per Amodei la risposta è chiara. In un’intervista ha spiegato che semplicemente scalare i modelli con più potenza di calcolo non basta: “Serviva qualcosa in aggiunta allo scaling, ovvero l’allineamento o la sicurezza.”

    Prendi alcune persone di cui ti fidi e vai a realizzare la tua visione“, si disse Amodei, piuttosto che continuare a discutere all’interno di un’organizzazione dove altri avevano il potere decisionale.

    E così, nel 2021, lascia OpenAI insieme alla sorella Daniela e una dozzina di ex colleghi. Fondano Anthropic con una missione precisa: mettere la sicurezza al primo posto.

    Da allora la frattura tra i due si è trasformata in una guerra commerciale che riflette due visioni opposte del futuro.

    Due modi di vedere il futuro della IA

    Da una parte c’è chi guarda già oltre l’AGI, l’intelligenza artificiale generale, verso la superintelligenza.

    Altman ha scritto che “strumenti superintelligenti potrebbero accelerare massicciamente la scoperta scientifica e l’innovazione ben oltre ciò che siamo capaci di fare da soli.” Sa che suona come fantascienza, ammette che sembra quasi folle parlarne. Ma non gli importa: “Ci siamo già passati e siamo a nostro agio nel tornarci.”

    Dall’altra c’è chi dedica il suo tempo a parlare dei pericoli. Amodei ha detto in un’intervista televisiva: “Mi preoccupo molto delle incognite. Non credo che possiamo prevedere tutto con certezza. Ma proprio per questo stiamo cercando di prevedere tutto ciò che possiamo. Pensiamo agli impatti economici dell’IA. Pensiamo all’uso improprio. Pensiamo alla perdita di controllo del modello.”

    E ha scritto qualcosa di insolito per il CEO di un’azienda del settore: “È un po’ imbarazzante dirlo come CEO di un’azienda IA, ma penso che il prossimo livello di rischio siano proprio le stesse aziende IA. Controllano grandi data center, addestrano modelli di frontiera, e in alcuni casi hanno contatto quotidiano con decine o centinaia di milioni di utenti. Potrebbero usare i loro prodotti per fare il lavaggio del cervello alla loro enorme base di utenti.

    La domanda che sta dietro a tutto questo l’ha posta un giornalista in un’intervista: “Nessuno ha scelto questo. Chi ha eletto te e Sam Altman?” La risposta di Amodei è stata disarmante: “Nessuno, onestamente nessuno. E questa è una ragione per cui ho sempre sostenuto una regolamentazione responsabile della tecnologia.”

    Lo scontro tra OpenAI e Anthropic al Super Bowl

    La rivalità filosofica è diventata guerra aperta poche settimane fa. OpenAI ha annunciato che inizierà a testare la pubblicità all’interno di ChatGPT per gli utenti gratuiti.

    Anthropic, dal canto suo, ha risposto durante il Super Bowl con una serie di spot satirici che prendevano di mira questa decisione.

    Ogni spot si apriva con una singola parola a tutto schermo: “tradimento”, “inganno”, “slealtà”, “violazione”. In ciascuno di essi, persone comuni che cercavano consigli da un assistente IA venivano interrotte da pubblicità indesiderate. Il messaggio di fondo era: noi non lo faremo mai.

    Altman ha risposto con un lungo post su X, accusando gli spot di essere “ingannevoli” e definendo Anthropic un’azienda “autoritaria”. Ha ammesso di aver trovato gli spot “divertenti”, come a voler convincere che sapeva stare allo scherzo.

    Ma poi ha rincarato la dose: “Anthropic serve un prodotto costoso a persone ricche. Più texani usano ChatGPT gratis di quante persone in totale usino Claude negli USA.”

    Lo scontro va oltre il marketing. Anthropic ha annunciato un investimento di 20 milioni di dollari in un super PAC che si oppone a un altro super PAC vicino a OpenAI. Da una parte si combatte per una regolamentazione più forte dell’intelligenza artificiale, dall’altra si preferisce un approccio laissez-faire.

    Ed è in questo clima che i due si sono ritrovati uno accanto all’altro sul palco di New Delhi, per tornare al tema di questo articolo.

    Un’immagine imbarazzante che in realtà dice tutto

    Durante i loro interventi al Summit, i messaggi hanno preso strade divergenti. Amodei ha parlato dei “rischi seri” legati ai sistemi IA avanzati: comportamento autonomo, uso improprio da parte di governi e malintenzionati, spostamento economico.

    Altman ha sostenuto che la sicurezza dell’IA deve includere la “resilienza sociale” e che “nessun laboratorio IA può garantire un buon futuro da solo.”

    Poi è arrivato il momento della foto di gruppo. E quei pugni alzati, invece delle mani unite, hanno detto più di qualsiasi altro discorso.

    La frattura non riguarda solo due CEO o due aziende. Attraversa l’intero settore dell’intelligenza artificiale e mette al centro due modi di intendere la IA molto diversi.

    Da una parte chi corre verso l’AGI puntando sulla velocità e sulla democratizzazione dell’accesso. Dall’altra chi frena e chiede tempo per capire che cosa stiamo costruendo.

    Due visioni che necessitano comunque di regole

    Due visioni che dovrebbero essere al centro, a questo punto, di qualsiasi dibattito nella società.

    Se è vero, come è vero, che la IA sta correndo a velocità molto sostenuta; se è vero che le aziende stanno investendo moltissimo sulla IA, e già si parla di bolla per via di investimenti esagerati, è anche vero che questo fenomeno ancora non è molto regolamentato.

    L’UE, dal canto suo, e nonostante le tante debolezze di tipo tecnologico e infrastrutturale, ha sicuramente indicato una strada con l’AI Act. Ma serve fare di più, e meglio.

    Il problema è che provare a regolamentare meglio e a cercare di tenere il passo della IA in questa fase storica è molto complicato, per via delle grandi tensioni geopolitiche in atto.

    Inevitabilmente, la IA diventa un terreno da coltivare ma anche un terreno di scontro per il fatto che in gioco ci sono interessi altissimi.

    In mezzo a tutto questo, resta la domanda che nessuno ha ancora il coraggio di affrontare: ma chi è che ha dato a un pugno di ingegneri della Silicon Valley il diritto di decidere il futuro dell’IA e, quindi, dell’umanità?

  • Accenture e OpenAI, partnership per la IA Agentica

    Accenture e OpenAI, partnership per la IA Agentica

    Accenture diventa partner di OpenAI per l’adozione dell’AI agentica nelle aziende. In Italia, secondo l’AD Teodoro Lio, si punta sulla digitalizzazione del patrimonio di conoscenza industriale.

    Accenture e OpenAI hanno siglato un accordo strategico che ridefinisce il modo in cui l’intelligenza artificiale generativa arriverà nel tessuto produttivo globale. Si tratta di un’alleanza strutturata per accelerare l’adozione dell’AI su larga scala, con numeri che danno la misura dell’investimento.

    In virtù di questo accordo, 30.000 professionisti Accenture verranno formati sulle tecnologie OpenAI, mentre un gruppo dedicato lavorerà allo sviluppo di soluzioni pensate per settori specifici.

    Il senso dell’operazione lo chiarisce Julie Sweet, Chair e CEO di Accenture: l’obiettivo è aiutare i clienti a passare dalla sperimentazione all’implementazione concreta, integrando l’AI nei processi core del business.

    Accenture e OpenAI, partnership per la IA Agentica
    Accenture e OpenAI, partnership per la IA Agentica

    Fidji Simo, CEO of Applications di OpenAI, sottolinea il ruolo di Accenture nell’accompagnare le aziende nell’adozione delle tecnologie che definiscono ogni nuova era, un riconoscimento del valore della consulenza come ponte tra innovazione e impresa.

    Sul piano operativo, l’accordo si articola su più fronti. Accenture LearnVantage, la piattaforma di formazione del gruppo, integrerà i contenuti di OpenAI Academy per costruire competenze diffuse.

    Le soluzioni sviluppate copriranno ambiti chiave: customer experience, software engineering, operations e gestione dei talenti. L’idea è quella di creare strumenti verticali, calibrati sulle esigenze specifiche di industry diverse.

    Cosa significa l’accordo per l’Italia

    Teodoro Lio - AD Accenture Italia
    Teodoro Lio – AD Accenture Italia

    Per l’Italia, la partnership assume un significato particolare. Teodoro Lio, Amministratore Delegato di Accenture Italia, inquadra l’opportunità in termini netti: “Le organizzazioni italiane hanno oggi un’occasione decisiva: utilizzare l’intelligenza artificiale per creare nuovo valore nei processi, nei servizi e nelle esperienze dei clienti.

    La chiave, secondo Lio, sta nell’accelerare la digitalizzazione del patrimonio di conoscenza che rende unico il sistema industriale italiano, colmando il divario nell’adozione dell’AI e valorizzando la combinazione tra capacità umane e intelligenza aumentata.

    Questa è la leva che può rafforzare la competitività delle nostre eccellenze – industriali, creative, scientifiche – e trasformare la conoscenza in valore per un’innovazione duratura.”

    Grazie alla collaborazione con OpenAI, conclude Lio, Accenture continuerà a mettere a disposizione tecnologie e competenze per accompagnare le organizzazioni italiane nel loro percorso di reinvenzione e nel consolidamento della competitività internazionale.

    Un accordo in un momento particolare per la IA Generativa

    L’accordo tra Accenture e OpenAI si inserisce in una fase in cui il mercato dell’AI generativa sta rapidamente maturando. La corsa non è più solo alla tecnologia migliore, ma alla capacità di implementarla in modo efficace nei contesti reali.

    Le grandi società di consulenza diventano così attori chiave di questa transizione, fungendo da ponte tra i laboratori di ricerca e le sale riunioni dove si prendono le decisioni di business.

    Per le aziende italiane, la domanda da porsi è relativamente semplice: come sfruttare questa finestra di opportunità senza restare spettatori? La risposta, probabilmente, sta proprio in quel mix di competenze umane e intelligenza artificiale che Lio descrive. Il patrimonio di conoscenza c’è e gli strumenti per valorizzarlo, adesso, anche.

  • Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT

    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT

    Tre anni fa OpenAI lanciava ChatGPT. E tre anni dopo, un articolo del Financial Times e i dati Similarweb fotografano un cambio di scenario che nessuno avrebbe immaginato. Google sorpassa OpenAI e Altman dichiara “code red”.

    Tre anni fa, esattamente il 30 novembre 2022, OpenAI lanciava ChatGPT introducendo a tutti la IA Generativa. In cinque giorni raggiunse un milione di utenti, esattamente il 5 dicembre 2022.

    In due mesi arrivò a cento milioni di utenti attivi mensili, una velocità di crescita mai vista prima per nessuna piattaforma digitale.

    Per capire la portata di quel fenomeno, basta un veloce confronto: TikTok ha impiegato 9 mesi per raggiungere 100 milioni di utenti, Instagram due anni e mezzo, Facebook quattro anni e mezzo. ChatGPT ha polverizzato ogni record, diventando il simbolo stesso dell’intelligenza artificiale generativa accessibile a tutti.

    Con questi numeri ChatGPT è entrato in un club ristrettissimo, quello dei colossi digitali che hanno trasformato il modo in cui le persone interagiscono con la tecnologia. E lo ha fatto in soli tre anni, con una crescita che non ha precedenti nella storia di internet.

    Eppure in questi giorni, mentre si celebra il terzo anniversario di quel lancio storico, il Financial Times pubblica un’analisi che fotografa una realtà completamente diversa: il dominio incontrastato di OpenAI starebbe avvertendo la pressione dei competitor. E questa non è una previsione, è già nei dati.

    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT
    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT

    Il grafico di Similarweb che mostra il sorpasso

    Partiamo da un dato concreto. Similarweb, una delle fonti più affidabili per l’analisi del traffico web, mostra l’evoluzione del tempo medio per visita sui tre principali chatbot AI: ChatGPT, Gemini di Google e Claude di Anthropic.

    A ottobre 2025, Gemini ha raggiunto un picco di 7,5 minuti per visita. ChatGPT si attesta intorno ai 6,5 minuti. Claude rimane stabile sui 6 minuti.

    Ora, non stiamo parlando di numero di utenti, dove ChatGPT mantiene ancora il vantaggio assoluto con 800 milioni di utenti settimanali contro i 650 milioni mensili di Gemini. Stiamo parlando di coinvolgimento, quindi di engagemente. Ossia di quanto tempo le persone investono, in termini di tempo e attenzione, effettivamente usando questi strumenti.

    E qui la differenza si fa interessante. Il tempo per visita misura la qualità dell’interazione, non solo la curiosità iniziale. Significa che gli utenti trovano ragioni concrete per restare, che le risposte reggono conversazioni più lunghe, che il valore percepito giustifica l’investimento di attenzione.

    La rimonta di Google su OpenAI

    E qui è utile fare un passo indietro.

    Un anno fa molti analisti avevano messo in discussione gli sforzi di Google nell’AI generativa. Il lancio disastroso di Bard, gli errori nelle demo pubbliche, la paura che ChatGPT cannibalizzasse il motore di ricerca, la novità che potesse addirittura mettere in crisi l’impero Google.

    Poi è successo qualcosa. La svolta è arrivata quest’anno, con la conferenza Google IO di maggio. Google ha presentato una serie di aggiornamenti convincenti, ha mostrato muscoli tecnologici che erano rimasti nascosti, ha dimostrato di avere una strategia integrata.

    E poi è arrivato Nano Banana, il tool di editing fotografico con AI che è diventato virale durante l’estate. Sembra un dettaglio, ma non lo è: ha portato l’app mobile di Gemini da 400 milioni di utenti mensili a maggio a 650 milioni a ottobre.

    La settimana scorsa Google ha lanciato Gemini 3, il suo ultimo modello di linguaggio. E, secondo le valutazioni tecniche, Gemini 3 ha superato GPT-5 di OpenAI su diversi benchmark chiave. Ha ottenuto miglioramenti nel processo di training che hanno eluso OpenAI negli ultimi mesi.

    Marc Benioff, CEO di Salesforce, ha scritto su X: “Ho usato ChatGPT ogni giorno per tre anni. Ho appena passato due ore su Gemini 3. Non torno indietro. Il salto è folle, sembra che il mondo sia cambiato di nuovo.”

    Il vantaggio infrastrutturale di Google

    Ma qual è il vero vantaggio di Google? La risposta sta nell’approccio “full stack”, come viene definito.

    Google ha addestrato Gemini 3 usando i propri chip personalizzati, le Tensor Processing Unit. Non ha dovuto dipendere dai costosissimi chip Nvidia che il resto dell’industria AI deve comprare, spesso con lunghe liste d’attesa.

    Koray Kavukcuoglu, chief technology officer di DeepMind, lo spiega al Financial Times: “Essere in grado di connettersi con consumatori, clienti, aziende a quella scala è qualcosa che possiamo fare grazie all’approccio full stack integrato che abbiamo.

    E questo approccio include: chip proprietari, il motore di ricerca dominante al mondo, l’infrastruttura cloud di Google Cloud, gli smartphone Android, YouTube, Gmail. Un ecosistema completo dove integrare l’AI in miliardi di touchpoint già esistenti con gli utenti.

    Il risultato? La capitalizzazione di mercato di Alphabet si sta avvicinando ai 4 trilioni di dollari per la prima volta.

    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT
    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT

    La scommessa impossibile di OpenAI

    E OpenAI? OpenAI è sotto pressione come mai prima.

    Sam Altman, il CEO, ha inviato un memo interno allo staff già prima del lancio di Gemini 3. Il contenuto? “Dovremo restare concentrati attraverso la pressione competitiva a breve termine. Aspettatevi che le vibes là fuori siano difficili per un po’.” Il memo è stato riportato da The Information. E ora capiamo perché.

    Sam Altman dichiara “code red”, cosa significa

    Ma le “vibes difficili” sono diventate qualcosa di più concreto. Lunedì 2 dicembre 2025, appena tre giorni fa, Altman ha dichiarato uno stato di allerta interno. The Information riporta che il CEO ha inviato un nuovo memo ai dipendenti dichiarando “code red”: tutte le risorse devono concentrarsi sul miglioramento di ChatGPT di fronte alla crescente minaccia competitiva di Google e altri concorrenti AI.

    Nel memo, Altman annuncia che altre iniziative, inclusa l’introduzione della pubblicità in ChatGPT, verranno ritardate per concentrarsi sul prodotto core.

    L’ironia della situazione è evidente. L’analisi del codice della versione beta Android di ChatGPT (1.2025.329) mostra che il sistema pubblicitario è già pronto: ci sono riferimenti espliciti a “ads feature”, “search ad”, “search ads carousel” e “bazaar content”. OpenAI ha persino assunto oltre 600 ex dipendenti Meta, molti dei quali specializzati proprio in advertising.

    La posizione di Altman sulla pubblicità è cambiata radicalmente nel tempo. Nel 2024 l’aveva definita “particolarmente inquietante” e una soluzione da “ultima spiaggia”. A giugno 2025 aveva ammorbidito il giudizio: “Non sono totalmente contrario. Penso che gli annunci su Instagram siano piuttosto interessanti.”

    Ma proprio ora che tutto è tecnicamente pronto per lanciare gli ads, Altman dichiara “code red” e li rimanda. Ecco la pressione competitiva di Google, considerata come una minaccia che richiede di mettere in pausa tutto il resto, inclusa una fonte di ricavi già pronta.

    Eppure il problema della monetizzazione resta urgente. OpenAI ha impegnato 1,4 trilioni di dollari nei prossimi otto anni per la potenza di calcolo. Ha stretto accordi enormi con Nvidia, Oracle, AMD, Broadcom. Un investimento che è ordini di grandezza superiore ai ricavi attuali dell’azienda.

    Per finanziare questo progetto, i partner devono usare debito. Si tratta di una scommessa molto rischiosa per qualsiasi azienda.

    OpenAI e gli ingenti investimenti

    Ma il problema più grande è un altro. OpenAI deve trovare flussi di cassa sufficienti per sostenere quella scala di investimento. E al momento il modello di business non li garantisce.

    Secondo le analisi finanziarie più recenti, OpenAI non ha una strada chiara verso la redditività fino al 2030 e necessiterebbe di oltre 207 miliardi di dollari aggiuntivi per sostenere i suoi sviluppi tecnologici.

    L’azienda crede di poter attrarre centinaia di milioni di abbonati paganti a ChatGPT nei prossimi anni. Ma il piano a breve termine per generare più ricavi passa attraverso la pubblicità, qualcosa che ora viene rimandato proprio per rispondere alla pressione competitiva.

    Il punto è che questo li porta dritti in un mercato già saturo, dominato da Meta e Alphabet. ChatGPT non ha ancora scalfito il dominio di Google nel mercato pubblicitario. E sta solo iniziando a integrare pubblicità e funzionalità di shopping nel chatbot.

    Alcuni esperti dicono che OpenAI si è estesa troppo. Nell’ultimo anno hanno lanciato nuovi prodotti a ritmo frenetico: strumenti di programmazione automatizzata, l’app video Sora.

    “OpenAI si sta disperdendo troppo,” dice un partner di un venture capital della Silicon Valley. “È impossibile per loro fare tutto bene.”

    Anthropic, il terzo incomodo

    E poi c’è Anthropic. Fondata nel 2021 da ex membri di OpenAI, sta raccogliendo un nuovo round di finanziamento che dovrebbe valutarla oltre 300 miliardi di dollari.

    Claude, il chatbot di Anthropic, è rimasto nell’ombra rispetto al successo di massa di ChatGPT. Ma il focus storico di Anthropic sulla sicurezza dell’AI ha aiutato a creare uno strumento più affidabile per i clienti corporate, sostengono i suoi investitori. E i loro strumenti di coding sono considerati tra i migliori.

    Anthropic vede il suo business in grande crescita in questo momento. Mentre OpenAI inseguiva i numeri assoluti di utenti consumer, Anthropic ha lavorato sul valore per cliente, sulla stabilità, sull’affidabilità.

    La fase di maturazione della IA Generativa

    Tre anni dopo il lancio di ChatGPT, il mercato dell’AI generativa sta uscendo da quella che era la fase pionieristica. Oggi non basta più essere stati i primi. Siamo nella fase di maturazione. Serve infrastruttura. Serve integrazione. Serve sostenibilità economica.

    OpenAI adesso deve dimostrare che la sua scommessa da 1,4 trilioni ha senso economico, non solo tecnologico.

    Come abbiamo visto, il tempo che le persone investono usando questi strumenti conta. L’engagement conta. E quel grafico di Similarweb lo racconta chiaramente: il sorpasso è già avvenuto.

    Certo, concentrarsi sul coinvolgimento al momento è la strada quasi obbligata da seguire ma non è detto che sia quella giusta. L’esperienza delle piattaforme digitali è lì che ce lo dimostra chiaramente. Il rischio di snaturare perdendo di vista l’obiettivo è praticamente dietro l’angolo.

    [L’immagine di copertina è stata realizzata da Franz Russo usando il modello di IA Generativa Gemini 3 – Nano Banana]

  • Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Meta non firmerà il Codice UE sull’IA. Una scelta che rischia di inasprire i rapporti con Bruxelles, mentre OpenAI e Mistral si dichiarano pronte a firmare. Cosa cambia dal 2 agosto 2025.

    A meno di un mese dall’entrata in vigore delle norme europee sull’intelligenza artificiale, Meta ha deciso di sfilarsi. Non firmerà il Codice di buona condotta per i modelli generativi promosso dalla Commissione Europea.

    Lo ha fatto sapere ufficialmente Joel Kaplan, vicepresidente globale per gli affari istituzionali del gruppo, con una dichiarazione chiara. Il Codice, nelle parole di Meta, sarebbe inutilizzabile e incompatibile con la realtà operativa delle aziende. Un ostacolo allo sviluppo, più che una guida, sostiene Kaplan.

    La decisione di Meta su AI Act dell’UE

    La decisione di Meta non è una sorpresa. L’azienda aveva già espresso scetticismo nei mesi precedenti, soprattutto di fronte all’impianto dell’AI Act, che entrerà pienamente in vigore il prossimo 2 agosto.

    Ma stavolta la presa di posizione è formale. Il Codice, secondo Meta, introdurrebbe obblighi che vanno oltre quanto previsto dal regolamento europeo, ampliandone l’ambito in modo non proporzionato rispetto alla cornice legale definita dall’AI Act.

    Il nodo è proprio questo.

    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa
    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Cosa prevede il Codice di condotta su IA dell’UE

    Il Codice di buona condotta è uno strumento volontario, pensato per accompagnare l’entrata in vigore dell’AI Act e offrire una via semplificata alla conformità.

    Firmarlo significa aderire a una serie di impegni trasparenti, come: pubblicare informazioni dettagliate sui dati di addestramento; descrivere in modo comprensibile le capacità e i limiti dei modelli; evitare l’uso di contenuti protetti da copyright non autorizzati; prevedere sistemi di sicurezza informatica e monitoraggio dei rischi, specialmente per i modelli ad alto impatto.

    Ma significa anche beneficiare di un percorso di conformità agevolato, evitando verifiche caso per caso.

    Rifiutare la firma, invece, comporta l’obbligo di dimostrare puntualmente la compatibilità con ogni requisito dell’AI Act, con un carico legale potenzialmente molto più pesante.

    Secondo la versione di Kaplan, tutto questo si tradurrebbe in un freno per lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale in Europa.

    Possibile contrapposizione UE-Usa

    Meta teme che la combinazione tra Codice e regolamento generi un clima normativo incerto e disincentivante. E chiede che anche il governo statunitense intervenga per tutelare la competitività delle aziende americane, indicando che l’impianto europeo possa rappresentare una minaccia sistemica per l’intero settore.

    La posizione delle altre aziende IA

    Nel frattempo, le posizioni degli altri protagonisti del mercato si stanno delineando.

    OpenAI ha annunciato l’intenzione di firmare il Codice, subordinando la firma all’approvazione definitiva del testo da parte dell’AI Board europeo. La società che sviluppa ChatGPT, in una dichiarazione pubblicata l’11 luglio sul proprio sito, ha spiegato che aderire rappresenta un passo strategico per consolidare la sua presenza in Europa.

    La firma del Codice offrirebbe maggiore certezza normativa, permetterebbe un dialogo più stabile con le autorità e costituirebbe una base condivisa per future evoluzioni regolatorie. In sostanza, per OpenAI si tratta di una mossa diplomatica quanto pragmatica.

    Anche Mistral AI, la startup francese sostenuta dal governo Macron, ha già fatto sapere che firmerà. La decisione rientra nella visione sovrana europea sull’IA e segna un allineamento netto rispetto agli obiettivi della Commissione.

    Al contrario, altre aziende statunitensi come Google (con DeepMind e Gemini) o Anthropic non si sono ancora espresse pubblicamente. L’adesione al Codice resta aperta, ma il silenzio suona come un segnale prudente, se non di diffidenza.

    Non mancano poi le critiche da parte delle grandi aziende europee. In una lettera inviata a Bruxelles a fine giugno, un gruppo di 44 imprese tra cui Airbus, Mercedes-Benz, Siemens e SAP ha chiesto di posticipare di almeno due anni l’applicazione dell’AI Act.

    Il timore condiviso è che la sovrapposizione tra le varie normative europee – AI Act, Data Act, Cyber Resilience Act – produca un quadro troppo rigido e incoerente, penalizzando l’innovazione e allontanando gli investimenti.

    Le regole entreranno in vigore il 2 agosto, senza rinvii

    La Commissione ha però ribadito che non ci saranno rinvii.

    Il primo agosto sarà pubblicata la lista ufficiale dei firmatari del Codice e dal giorno successivo le nuove regole per i modelli generativi entreranno pienamente in vigore. I prossimi mesi diranno se l’adesione sarà ampia oppure limitata.

    Ma intanto, con la decisione di Meta, il confronto si sposta su un piano più ampio. E cioè quello del rapporto tra le regole pubbliche e il potere decisionale delle grandi piattaforme. Che sono in mano a società private.

    Quindi, mentre l’UE tenta di governare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale con strumenti giuridici trasparenti e condivisi, le grandi piattaforme continuano a negoziare lo spazio della norma.

    Vedremo se alla fine Meta rivedrà la sua decisione.

  • Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    OpenAI sta pensando ad un proprio social media. Tra rivalità con Elon Musk e bisogno di dati, ecco perché potrebbe cambiare il panorama delle piattaforme digitali.

    Se davvero OpenAI realizzasse la sua piattaforma digitale, come si racconta in queste ore, allora sì che sarebbe uno stravolgimento delle piattaforme digitali, in particolare del panorama dei social media per come lo conosciamo oggi.

    L’dea di OpenAI di un suo social media

    Il primo a darne notizia è stato The Verge che ha lanciato un suo articolo con una notizia importante: OpenAI, la società guidata da Sam Altman che ha creato ChatGPT, starebbe pensando a una piattaforma digitale in stile X.

    La piattaforma – guarda caso – è proprio quella di Elon Musk. E fra poco spiego cosa intendo per “guarda caso”.

    Perché un social media proprio adesso?

    Perché OpenAI starebbe pensando a una mossa del genere? E soprattutto: quale sarebbe la finalità per un’azienda di intelligenza artificiale?

    Prima di rispondere a queste domande, riavvolgiamo un attimo il nastro e torniamo indietro di qualche anno.

    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media
    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    Un po’ di storia: dal 2015 a oggi

    Siamo nel 2015, anno in cui nasce OpenAI come associazione senza scopo di lucro, con l’obiettivo di rendere l’intelligenza artificiale accessibile e utile a beneficio dell’umanità.

    Tra i fondatori, c’era anche Elon Musk. Le cose vanno bene fino al 2018, quando Musk, stanco della leadership di Altman – secondo le informazioni che abbiamo – decide di uscire dal progetto. Se ne va, sbattendo la porta.

    Poi conosciamo tutti l’evoluzione: Musk acquista Twitter nell’ottobre 2022, e nel frattempo i rapporti con OpenAI si fanno sempre più tesi.

    Le tensioni con Musk e la nascita di Grok

    Gli screzi tra i due non si sono mai sopiti. Anzi, si sono accentuati con la crescita di ChatGPT e con la trasformazione di OpenAI in azienda a scopo di lucro, una svolta non da poco. In parallelo, Elon Musk sviluppa xAI e poi Grok, il chatbot integrato su X.

    Le tensioni si aggravano fino ad arrivare a cause legali. Proprio recentemente, OpenAI ha denunciato Musk, e la battaglia giudiziaria è in corso.

    L’offerta di Musk e la risposta di Altman

    A febbraio di quest’anno, Elon Musk ha provato a rilanciare. Ha offerto 97 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una mossa per riportarla alle origini, secondo lui.

    Altman ha risposto via X: “No, grazie. Semmai compreremo noi X per 9,7 miliardi”. Una battuta, forse, ma alla luce di ciò che sappiamo oggi, potrebbe nascondere molto di più.

    Anche Meta spinge sull’AI, e OpenAI risponde

    Quando Meta ha lanciato il suo Meta AI, Altman ha commentato: forse è arrivato il momento che anche OpenAI abbracci i social media. Tutti segnali che portano nella stessa direzione.

    OpenAI contro X?

    E adesso arriva questa notizia. Appunto, OpenAI potrebbe entrare direttamente nel mercato delle piattaforme digitali, in concorrenza diretta con X.

    Perché proprio ora?

    Primo: per la rivalità ormai conclamata con Elon Musk. Secondo: perché X sta consolidando la sua posizione e OpenAI potrebbe inserirsi proprio in questo contesto.

    I dati, il vero obiettivo di OpenAI

    Ma la motivazione più importante è un’altra. ChatGPT ha bisogno di dati. Ha bisogno di dataset sempre più grandi per migliorare. E qual è il modo più diretto per reperire dati, anche in tempo reale? Una piattaforma sociale, come appunto X.

    Come fa Meta AI, che si nutre di dati pubblici degli utenti, nonostante l’opposizione. Come fa Grok, che accede a dati condivisi su X. OpenAI potrebbe fare lo stesso, se avesse una propria piattaforma.

    Un esempio concreto: Studio Ghibli e action figures

    Basti pensare al recente trend delle immagini generate in stile Studio Ghibli o alle action figures AI: se questi contenuti venissero condivisi su una piattaforma OpenAI, che tipo di dati ne emergerebbero?

    Dati preziosi per addestrare i modelli, che diventerebbero sempre più efficaci, più evoluti. L’intelligenza artificiale si nutrirebbe di questi contenuti.

    Pe un social media servono infrastrutture

    Chiaramente, entrare nel mercato delle piattaforme digitali non è un gioco. Servono server, infrastrutture, investimenti. OpenAI è già attrezzata, ma dovrà fare di più.

    E soprattutto dovrà progettare una piattaforma con un livello di engagement molto elevato, se vuole distinguersi in un mercato ormai segnato dall’“algoritmo del proprietario”.


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    E se OpenAI ci riuscisse?

    Non mi sorprenderebbe se OpenAI riuscisse davvero nel suo intento: realizzare una piattaforma digitale che alimenti il suo modello ChatGPT, che attiri utenti, ma che allo stesso tempo sia guidata da logiche di controllo algoritmico.

    Non sarebbe nulla di nuovo, anzi: sarebbe perfettamente in linea con quello che stiamo già osservando in molte piattaforme.

    Altman ci sta pensando, ma non c’è nulla di ufficiale

    L’idea c’è, l’intento pure. Ma non ci sono ancora notizie ufficiali. Sam Altman sta raccogliendo feedback all’interno dell’azienda per capire se il progetto è davvero fattibile.

    Non è solo una questione finanziaria: si tratta di comprendere come posizionarsi in un contesto dove X, Meta e altre stanno già giocando le loro carte.

    Una sfida che cambierebbe tutto

    Una mossa del genere farebbe saltare i nervi a Elon Musk, e sarebbe uno scenario che varrebbe la pena osservare da vicino. Perché cambierebbe davvero tutto.

    Continuerò a raccontarvi ciò che succede. Se volete condividere pensieri e opinioni, lo spazio per farlo è aperto. E ci aggiorniamo alla prossima.

  • Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA

    Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA

    Elon Musk tenta di acquisire OpenAI con un’offerta ostile da 97,4 mld$, ma Sam Altman la rifiuta nettamente. Tra rivalità, cause legali e strategie, lo scontro diretto tra i due è destinato a peggiorare. In mezzo c’è il controllo della IA.

    Quando ieri, 10 febbraio 2025, in Italia era serata inoltrata è arrivata l’ennesima mossa di Elon Musk. A scriverne per primo è stato il Wall Street Journal.

    Il miliardario ha annunciato un’offerta ostile da 97,4 miliardi di dollari per acquisire la società no-profit che controlla OpenAI.

    Una mossa che arriva in un contesto già molto teso e che, in realtà, ha radici profonde nella rivalità tra Musk e Sam Altman, attuale CEO di OpenAI.

    Ma facciamo un passo indietro per capire meglio cosa sta succedendo.

    Il progetto AI di Trump senza Musk

    Lo scorso 21 gennaio 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il progetto “Stargate”, un’iniziativa da 500 miliardi di dollari per lo sviluppo di infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale. Il progetto vede la partecipazione di OpenAI, SoftBank, Oracle e altre grandi realtà tecnologiche, con l’obiettivo di costruire una rete di data center avanzati che sosterranno lo sviluppo dell’IA nei prossimi anni.

    Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA
    Annuncio del progetto Stargate

    La conferenza alla Casa Bianca ha visto protagonisti Sam Altman, Larry Ellison e Masayoshi Son, ma Elon Musk non era presente. Un’assenza che ha fatto molto discutere, considerando il ruolo che Musk ha oggi e che avuto in passato nella creazione di OpenAI.

    Secondo diverse fonti, questa esclusione sarebbe stata percepita come un affronto dal CEO di Tesla e SpaceX, spingendolo a rispondere con un’offerta ostile per acquisire il controllo di OpenAI.

    L’offerta ostile e la risposta tagliente di Sam Altman

    Elon Musk ha quindi deciso di tentare un vero colpo di mano con un’offerta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire il controllo della no-profit OpenAI Inc., che sovrintende l’azienda a scopo di lucro OpenAI LP.

    La proposta è stata rapidamente respinta da Sam Altman, che ha risposto su X (ex Twitter) con una provocazione:

    “No grazie, se vuoi compriamo Twitter a 9,74 miliardi di dollari.”

    Un chiaro riferimento all’acquisizione della piattaforma da parte di Musk per 44 miliardi di dollari nel 2022 e un modo per sminuire l’offerta.

    Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA
    Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA

    Cosa si intende per offerta ostile

    Un’offerta d’acquisto ostile è una proposta di acquisizione di una società fatta contro la volontà del suo consiglio di amministrazione. In altre parole, l’azienda che riceve l’offerta (in questo caso OpenAI) non è d’accordo con la vendita, ma l’azienda offerente (qui Elon Musk e il suo consorzio) cerca comunque di ottenere il controllo.

    Come funziona?

    Quando un’acquisizione è amichevole, l’azienda acquirente negozia con il consiglio di amministrazione della società bersaglio, e insieme trovano un accordo sui termini di vendita.

    Nel caso di un’offerta ostile, invece:

    • Acquisto diretto delle azioni sul mercato: l’azienda acquirente cerca di comprare un numero sufficiente di azioni direttamente dagli azionisti, spesso offrendo un prezzo più alto rispetto al valore di mercato per convincerli a vendere.
    • Proposta diretta agli azionisti (tender offer): Musk e il suo consorzio potrebbero fare un’offerta pubblica agli azionisti di OpenAI, bypassando il consiglio di amministrazione.
    • Sostituzione del management: se OpenAI avesse azionisti con diritto di voto, Musk potrebbe cercare di ottenere il controllo cambiando il consiglio di amministrazione.

    Perché Musk ha fatto un’offerta ostile?

    • Non ha il supporto della dirigenza di OpenAI, che è guidata da Sam Altman.
    • Vuole forzare la vendita, probabilmente per prendere il controllo della strategia aziendale.
    • Potrebbe essere una vendetta o una mossa strategica, considerando la sua rivalità con Altman e il fatto di essere stato escluso dal progetto “Stargate”.

    In sostanza, è una mossa aggressiva per ottenere il controllo di un’azienda che non vuole essere venduta.


    Musk e la causa contro OpenAI

    L’attacco di Musk a OpenAI non è un fulmine a ciel sereno. Già nel febbraio 2024, Musk aveva intentato una causa legale contro OpenAI, Altman e il presidente di allora, Greg Brockman, sostenendo che l’azienda avesse tradito la sua missione originaria. Secondo Musk, OpenAI era nata come una non-profit per il bene dell’umanità, ma con il tempo si è trasformata in un’azienda a scopo di lucro, legandosi sempre più strettamente a Microsoft.

    Musk ha sempre sostenuto una visione dell’IA come tecnologia aperta e controllata, mentre Altman ha spinto OpenAI verso una struttura più commerciale, raccogliendo miliardi di investimenti e consolidando il proprio ruolo.

    La causa intentata da Musk rappresenta quindi un ulteriore tassello di una lunga battaglia che arriva al suo punto più alto con l’offerta ostile.

    La posizione di Sam Altman e OpenAI

    Secondo The Hill, Altman ha ribadito che OpenAI non è in vendita e ha respinto l’idea che la società possa essere acquisita, definendo l’offerta di Musk come un’azione destinata a fallire. Il CEO ha sottolineato come l’azienda stia lavorando per garantire che l’intelligenza artificiale sia sviluppata in modo responsabile e che non intende cedere alle pressioni di Musk o di altri investitori.

    Inoltre, secondo Axios, Altman avrebbe avuto il sostegno unanime del consiglio di amministrazione di OpenAI, che ritiene l’offerta ostile non solo inaccettabile ma anche dannosa per la missione dell’azienda.

    Il board ha dichiarato che OpenAI continuerà a operare come entità indipendente, con una governance che privilegia la sicurezza e la trasparenza.

    Perché Musk vuole OpenAI?

    Se da una parte questa può sembrare una mossa dettata dall’ego e dalla rivalità personale, dall’altra non si può ignorare che OpenAI sia attualmente l’azienda più influente nel settore dell’intelligenza artificiale.

    ChatGPT ha rivoluzionato il settore della generazione di contenuti, e i continui sviluppi della sua tecnologia lo rendono uno strumento chiave per il futuro dell’IA.

    Musk, che ha già creato la sua startup xAI per competere nel settore, potrebbe voler riportare OpenAI alla sua visione originaria, oppure semplicemente fermare l’ascesa di un’azienda che sta diventando sempre più strategica per i suoi rivali, Microsoft in primis.

    Quali saranno le prossime mosse?

    Al momento, l’offerta ostile è stata respinta, ma Musk potrebbe provare a ottenere il controllo in altro modo, ad esempio cercando di convincere investitori e azionisti a sostenerlo. Nel frattempo, la battaglia legale tra Musk e OpenAI continua, e il futuro della società fondata nel 2015 sembra più incerto che mai.

    Di sicuro, questa vicenda non è solo una questione di business, ma riguarda il futuro dell’intelligenza artificiale e il suo ruolo nel mondo.

    Da oggi il futuro di OpenAI viaggia sulla via dell’incertezza.

    [L’immagine di copertina è stata realizzata da @franzrusso utilizzando due diversi modelli di IA generativa. Imagen 3 per lo sfondo con la scritta AI e Grok per la generazione dei due profili di Musk e Altman]

     

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