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  • Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos’è la censura

    Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos’è la censura

    Roskomnadzor limita Telegram in Russia per spingere gli utenti verso Max, app di sorveglianza statale. Ecco dove le piattaforme sono davvero vietate ed ecco perché censura e regolamentazione sono cose diverse.

    Dal 10 febbraio 2026, Roskomnadzor, l’ente russo delle comunicazioni, ha iniziato a limitare il funzionamento di Telegram in tutto il Paese.

    Gli utenti segnalano rallentamenti nel caricamento di immagini, video e messaggi vocali, mentre i messaggi di testo funzionano ancora. La versione mobile risulta più colpita di quella desktop.

    Roskomnadzor giustifica la mossa con la presunta violazione delle leggi russe da parte di Telegram, accusando la piattaforma di non proteggere i dati personali e di non contrastare frodi e attività terroristiche. Ma chi segue da tempo le dinamiche del controllo digitale in Russia sa bene che questa giustificazione racconta solo una parte della storia.

    Una stretta progressiva, non un fulmine a ciel sereno

    Questa limitazione è solo l’ultimo capitolo di un percorso iniziato mesi fa. Ad agosto 2025, Mosca aveva già limitato le chiamate vocali e video su Telegram e WhatsApp, sostenendo che i servizi venivano usati per frodi e attività di sabotaggio. A ottobre ha bloccato le nuove registrazioni su entrambe le piattaforme. A dicembre ha colpito anche FaceTime e Snapchat.

    Cos’è e come funziona Max, l’app governativa

    Il vero obiettivo è spingere gli utenti russi verso Max, l’app di messaggistica sviluppata da VK con stretti legami con il Cremlino. Da settembre 2025, tutti gli smartphone venduti in Russia devono pre-installarla obbligatoriamente. Max si integra con i servizi governativi Gosuslugi e richiede numeri di telefono russi, con verifica dell’identità che probabilmente diventerà obbligatoria.

    A differenza di Telegram, che usa la crittografia end-to-end, Max è progettata per consentire ai servizi di sicurezza russi l’accesso ai dati condivisi. In pratica, un vero sistema di sorveglianza camuffato da app di messaggistica. Un modello che ricorda molto da vicino quello che la Cina ha costruito con WeChat, dove ogni interazione digitale passa attraverso canali monitorabili dallo Stato.

    Max, l'app di VK
    Max, l’app di VK

    La risposta di Pavel Durov

    Pavel Durov, fondatore russo di Telegram che vive in esilio negli Emirati Arabi Uniti, ha risposto con decisione alla mossa di Roskomnadzor. Ha ricordato che otto anni fa l’Iran tentò la stessa strategia, vietando Telegram con pretesti inventati per spingere gli utenti verso un’alternativa statale. E fallì miseramente, perché gli utenti usarono VPN e altri strumenti per aggirare i blocchi.

    Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta. Telegram sta per libertà di parola e privacy, indipendentemente dalla pressione“, ha scritto Durov sul suo canale.

    Una dichiarazione che riecheggia le battaglie che lo stesso Durov ha combattuto negli anni, da quando fu costretto a cedere VK (VKontakte), il social network russo che aveva fondato, proprio per le pressioni del Cremlino.


    Da chi è gestita oggi VK – VKontakte

    VK sta per VKontakte e questo nome ricorda  la piattaforma social russa fondata proprio da Pavel Durov nel 2006, nata come alternativa a Facebook e che ne richiamava effettivamente il design e i colori blu.

    Durov fu poi costretto a cederla nel 2014 sotto pressione del Cremlino, quando rifiutò di consegnare i dati degli utenti ucraini e di bloccare i gruppi di opposizione. Usò i proventi di quella vendita forzata per fondare Telegram dall’esilio negli Emirati.

    VK oggi è di fatto controllata dallo Stato russo attraverso una struttura complessa. Nel dicembre 2021, Sogaz (compagnia assicurativa legata a Gazprom) e Gazprombank hanno acquisito il 57,3% delle quote di voto di VK dall’oligarca Alisher Usmanov.

    Sogaz è in parte posseduta da Yuri Kovalchuk, amico personale di Putin e figura chiave nelle reti economiche del Cremlino.

    Nel dettaglio, ecco chi gestisce VK oggi:

    • Vladimir Kiriyenko è il CEO di VK. È il figlio di Sergei Kiriyenko, spesso definito braccio destro di Putin e responsabile del controllo politico sui “nuovi territori” russi (ossia i territori ucraini occupati).
    • Stepan Kovalchuk è il vicepresidente responsabile della strategia media di VK. È il nipote di Yuri Kovalchuk, l’amico personale di Putin già citato sopra.

    Quindi VK non è semplicemente “vicina al Cremlino”. È gestita direttamente da figli e nipoti del cerchio più stretto di Putin. E questa stessa VK è l’azienda che sviluppa Max, l’app che Roskomnadzor vuole sostituire a Telegram.


    Pavel Durov
    Pavel Durov founder Telegram

    Il paradosso dei blogger pro-guerra

    C’è un dettaglio che rende questa vicenda quasi paradossale e che merita attenzione. I blogger militari pro-guerra russi, quelli che sostengono l’invasione dell’Ucraina e comunicano dal fronte proprio attraverso Telegram, hanno criticato apertamente la decisione di Roskomnadzor.

    Il canale Two Majors, uno dei più seguiti tra i corrispondenti militari russi, ha lamentato che ora le posizioni dal fronte saranno trasmesse “non dalla gente, ma dai nostri padroni del ministero degli esteri”. Anche Alexander Kots, altro corrispondente pro-guerra molto noto, ha fatto notare che bloccare Telegram limiterebbe le stesse “operazioni informative” russe e il reclutamento di ucraini attraverso l’app per compiere atti di sabotaggio.

    Quando persino i sostenitori più accesi del regime criticano una decisione, significa che quella decisione colpisce interessi trasversali che vanno ben oltre le logiche di propaganda.

    La reazione internazionale

    Amnesty International ha definito la mossa “censura e ostruzione mascherate da protezione dei diritti dei cittadini”. Reporters Without Borders parla di “strategia per strangolare la circolazione dell’informazione” e ricorda che la Russia occupa il 171° posto su 180 nel World Press Freedom Index.

    Telegram, 93 milioni di utenti in Russia

    Telegram conta oltre 93 milioni di utenti attivi mensili in Russia, praticamente quanto WhatsApp. Nel corso del tempo l’app di messaggistica si è trasformata in un canale cruciale per media indipendenti, figure pubbliche e, ironia della sorte, per gli stessi organi governativi incluso lo stesso Roskomnadzor. Persino il ministero degli Esteri russo e la task force nazionale per il Covid hanno canali ufficiali su Telegram.

    Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos'è la censura
    Il caso Telegram in Russia aiuta a comprendere cos’è la censura

    Ecco dove Telegram è davvero vietata

    Per comprendere meglio il contesto, vale la pena ricordare dove Telegram è effettivamente vietata o fortemente limitata nel mondo.

    La Cina ha bloccato Telegram nel 2015, dopo che attivisti per i diritti umani e avvocati avevano usato la piattaforma per organizzarsi.

    L’Iran ha imposto il divieto nel 2018, accusando l’app di facilitare le proteste contro il governo e di diffondere contenuti “immorali”. Il Pakistan ha bloccato Telegram periodicamente, citando preoccupazioni sulla sicurezza informatica e la diffusione di fake news.

    Nel 2025 si sono aggiunti altri Paesi. Il Vietnam ha vietato Telegram a maggio, accusandola di diffondere “documenti anti-Stato” e informazioni false.

    Il Kenya ha imposto un blocco a giugno durante le proteste del 2025. Il Nepal ha seguito a luglio, motivando la decisione con preoccupazioni su frodi e riciclaggio di denaro. La Thailandia aveva già bloccato l’app nel 2020 perché usata per organizzare le proteste anti-governative.

    La Somalia ha imposto un divieto nel 2023, sostenendo che la piattaforma veniva usata da gruppi terroristici e per diffondere contenuti espliciti.

    Secondo i dati di Surfshark e Netblocks, dal 2015 a oggi 31 Paesi hanno vietato Telegram, temporaneamente o permanentemente, colpendo potenzialmente oltre 3 miliardi di persone a livello globale.

    Il quadro più ampio: le piattaforme vietate nel mondo

    Telegram non è un caso isolato. Il controllo delle piattaforme digitali è diventato uno strumento di governance per regimi autoritari e, in alcuni casi, anche per democrazie che affrontano sfide specifiche.

    La Cina rappresenta l’esempio più strutturato di censura digitale. Dal 2009 ha bloccato X (allora Twitter), Facebook, YouTube, Instagram e molte altre piattaforme occidentali, costringendo i cittadini a usare alternative domestiche come WeChat, Weibo e Douyin (la versione cinese di TikTok). Il Great Firewall cinese rimane il sistema di controllo più sofisticato al mondo.

    La Corea del Nord applica il modello più estremo in assoluto. L’accesso a Internet è riservato a pochissimi funzionari autorizzati e tutte le piattaforme globali sono inaccessibili. I cittadini comuni hanno accesso solo a una intranet governativa.

    La Russia ha intensificato i blocchi dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, vietando Facebook e Instagram (con Meta dichiarata “organizzazione estremista”) e limitando fortemente X. L’obiettivo dichiarato era contrastare la “disinformazione” sul conflitto, ma nella pratica si trattava di impedire ai russi di accedere a fonti di informazione non controllate dal Cremlino.

    L’Iran blocca X e Facebook dal 2009, insieme a YouTube e molte altre piattaforme. Il Turkmenistan applica restrizioni simili, con uno dei punteggi più bassi al mondo in termini di libertà di Internet (2 su 100 secondo Freedom House).

    Il Myanmar ha bloccato Facebook, X e Instagram dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021, cercando di controllare il flusso di informazioni sulle proteste e sulla repressione.

    TikTok merita un discorso a parte. L’India l’ha vietata nel 2020 per ragioni di sicurezza nazionale, diventando il primo grande Paese a farlo. L’Albania ha imposto un divieto completo nel 2025, citando la violenza giovanile e l’instabilità sociale. Gli Stati Uniti hanno attraversato mesi di incertezza normativa, con TikTok brevemente sospesa a gennaio 2025 prima di ottenere una proroga di 75 giorni. Il Canada ha chiuso gli uffici di TikTok nel Paese per motivi di sicurezza nazionale, pur lasciando l’app accessibile agli utenti comuni.

    Un caso interessante è quello del Brasile, che nell’agosto 2024 ha temporaneamente bloccato X dopo che Elon Musk si era rifiutato di nominare un rappresentante legale nel Paese e di rimuovere account accusati di diffondere odio e disinformazione legati ai sostenitori dell’ex presidente Bolsonaro. Il blocco è durato circa 40 giorni, fino a quando X ha pagato le multe (circa 5,2 milioni di dollari), nominato un rappresentante legale e rimosso i contenuti contestati. Un precedente significativo perché dimostra che anche le democrazie possono arrivare a bloccare piattaforme quando queste si rifiutano sistematicamente di rispettare le leggi locali.

    La differenza tra censura e regolamentazione

    Questo caso russo dovrebbe rammentare quali sono i Paesi che davvero osteggiano e censurano le piattaforme. Un tema su cui spesso si fa molta confusione, soprattutto quando si parla di regolamentazione nell’UE.

    Quando la Russia limita Telegram per spingere i cittadini verso un’app di sorveglianza statale, siamo di fronte a censura. Quando la Cina blocca tutte le piattaforme occidentali per controllare il flusso informativo, siamo di fronte a censura. Quando l’Iran vieta Telegram per reprimere le proteste, siamo di fronte a censura.

    Quando invece l’UE chiede alle piattaforme di rispettare il Digital Services Act, di essere trasparenti sugli algoritmi, di rimuovere contenuti illegali e di proteggere i minori, siamo di fronte a regolamentazione democratica. Sono due cose profondamente diverse, anche se spesso vengono confuse nel dibattito pubblico.

    La partita sul controllo dell’informazione digitale in Russia entra in una nuova fase. E ancora una volta, la libertà di comunicare diventa il campo di battaglia. Ma è fondamentale non perdere di vista le distinzioni: c’è chi blocca le piattaforme per controllare i cittadini e chi chiede alle piattaforme di rispettare regole democratiche. La differenza non è sottile, è sostanziale.

  • Il blocco di X in Brasile: impatto su utenti e piattaforme

    Il blocco di X in Brasile: impatto su utenti e piattaforme

    Il blocco di X in Brasile, che dovrebbe completarsi in questi giorni, solleva questioni su disinformazione e libertà di espressione a livello globale. Un precedente rischioso per le piattaforme digitali e per Musk.

    La vicenda del Brasile che riguarda X può portare ad epiloghi imprevisti. Fino, addirittura, alla messa al bando della piattaforma“.

    Lo scrivevo in aprile e, in verità, non credevo che sarebbe poi successo. Ovviamente non lo scrissi solo io, ma pur avendo ipotizzato un epilogo estremo, credevo che fosse quasi impossibile.

    E invece è successo. Anzi, per la precisione, sta per completarsi in queste ore.

    La vicenda che riguarda X e il blocco in Brasile non nasce ovviamente questa estate, come avrete sicuramente modo di leggere ovunque. Inizia infatti qualche mese addietro e, per la sua evoluzione, rappresenta una situazione inedita. E un pericoloso precedente per la storia della piattaforma di Elon Musk.

    La vicenda sulla libertà di espressione

    Questa vicenda ci mostra chiaramente come non si possa più considerare X come un “semplice” social network. E come la libertà di espressione, sacrosanta all’interno di una democrazia, non debba sconfinare e legittimare il diritto a dire e fare tutto senza rispettare le regole. Perché questo è il punto su cui si discute e sui cui Elon Musk poggia, ormai, tutto il suo pensiero.

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    Come scritto anche qui su InTime Blog, la vicenda inizia ad aprile, giudice Alexandre de Moraes, presidente della Corte Suprema Federale del Brasile, si rivolge a X con la richiesta di sospendere alcuni account di utenti brasiliani. Questa richiesta è motivata dall’esistenza di una vasta indagine contro la disinformazione operata attraverso il web e i canali social media.

    Gli account coinvolti dal caso X in Brasile

    Gli account su cui si concentrava l’indagine del giudice de Moraes, la cui identità è stata rivelata nei giorni scorsi, riguardavano ex deputati federali, imprenditori, giornalisti, blogger e influencer alleati dell’ex presidente Jair Bolsonaro.

    Tutti sospettati di diffondere notizie false e attaccare le istituzioni brasiliane. Si tratta, secondo la magistratura brasiliana di persone facenti parte delle cosiddette “milizie digitali”.

    La situazione precipita con la richiesta di chiusura della sede brasiliana di X e la successiva richiesta di nominare un nuovo rappresentante.

    Elon Musk ha sempre definito la richiesta di sospendere gli account individuati come una violazione delle leggi brasiliane, e della libertà di espressione. E, dunque, si è sempre opposto di rispettare la richiesta del giudice de Moraes, verso il quale ha scatenato una campagna d’odio, senza mezzi termini.

    La mancata nomina di un rappresentante legale della sede brasiliana ha fatto scattare la messa al bando di X in Brasile.

    La messa al bando di X in Brasile

    Messa al bando che è stata confermata, all’unanimità, dalla Corte Suprema del Brasile, due giorni fa. E che adesso si appresta a diventare effettiva. Nel senso che la richiesta del giudice de Moraes deve essere osservata dalle aziende telefoniche operanti in Brasile nelle 24 ore successive, o al massimo entro giorni dal provvedimento.

    Anatel, l’agenzia governativa che sovrintende alle telecomunicazioni in Brasile, ha il compito di far rispettare il blocco su scala nazionale. E alla richiesta si associa anche Starlink, la società di Musk che offre servizi internet, i cui beni brasiliani sono stati congelati in virtù della stessa richiesta di messa al bando di X.

    La stessa società di Musk si sta appellando ad un tribunale Usa, dove l’azienda ha la sua sede, per fare ricorso contro la decisione di de Moraes.

    Questa la vicenda in estrema sintesi, e non è facile davvero riassumerla in questo modo. Spero sia una sintesi chiara per tutti.

    In tutto questo, il dibattito il Brasile è molto accesso.

    X e la sfida di Elon Musk al Brasile per la libertà di parola

    Dibattito acceso in Brasile e multe salate

    Va aggiunto che la richiesta di messa al bando di X viene affiancata dal divieto di usare qualsiasi sistema VPN per aggirare il divieto di usare X. La multa è pesante: circa 8 mila euro per gli utenti che violeranno la regola.

    Il presidente del Brasile, Lula, si schiera a favore di de Moraes e aggiunge che “non siamo obbligati a tollerare tutto ciò che fa Musk solo perchè molto ricco“.

    La destra brasiliana è un subbuglio. L’ex presidente Bolsonaro attacca de Moraes e la Corte brasiliana, parlando di “dittatura” (come fa lo stesso Musk). E ha indetto una grande manifestazione per il 7 settembre a San Paolo.

    Il dibattito in Brasile resta accesso e nonostante il vasto sostegno alla decisione di de Moraes c’è chi sostiene che comunque sia stata una scelta estrema presa troppo velocemente.

    X in Brasile, l’impatto su utenti e imprese

    È evidente che tutto questo avrà effetti sugli utenti e sulle imprese brasiliane.

    Musk a fronte di tutto questo decide di dire addio a oltre 22 milioni di utenti, un numero enorme in momenti particolarmente difficile per X. Il Brasile è il quarto paese con il numero di utenti più alto.

    Per non parlare delle conseguenze che questa decisione avrà sulle imprese del brasile.

    E pensare che solo qualche anno fa gli utenti brasiliani di Twitter erano quasi 40 milioni. La fuga degli utenti, come altrove, è poi iniziata ad essere più sostenuta con l’arrivo di Musk. E ora rischia di intensificarsi.

    Situazione che avvantaggia Bluesky e Threads

    Le piattaforme che al momento stanno giovando di questo divieto su X in Brasile sono Bluesky con +2 milioni di nuovi utenti e Threads, di cui non si conoscono numeri in dettaglio.

    X non è quindi più il luogo che rappresentava Twitter, con tutti i suoi limiti per carità.

    Twitter era il luogo rappresentato per lo più da politici, giornalisti, celebrity. Era il luogo dell’informazione in tempo reale anche per il Brasile. Adesso resta un luogo dove le opinioni accese, estreme fino alla condivisione di teorie razziste, suprematiste e negazioniste vengono spacciate per libertà di espressione.

    Quello che ormai da giorni, mesi, fa Elon Musk dal suo profilo. Tengo a precisare che questo non è un giudizio soggettivo, ma una constatazione oggettiva.

    Prima di chiudere, vale la pena soffermarsi un attimo su un ultimo aspetto.

    X, che prima era Twitter, viene bloccato in un paese universalmente riconosciuto come democratico. Ed è questo un tassello enorme che caratterizza questo come un precedente che peserà sulla storia stessa di X.

    I paesi dove X è già bloccato

    E va anche ricordato che X, nel recente passato, ha invece rispettato le richieste governative che venivano mosse, ad esempio, dall’India per citarne uno.

    Ma va ricordato che X è tuttora vietato in: Russia; Cina; Iran; Corea del Nord; Turkmenistan; Myanmar; Pakistan; Venezuela.

    Rispetto a questi divieti, Elon Musk non ha mai parlato di censura e dittatura.

    Una seria riflessione sulle piattaforme e digital governance

    Questa vicenda deve necessariamente aprire una seria riflessione sul ruolo che oggi hanno le piattaforme digitali, perché di questo si parla. Piattaforme utilizzate per veicolare messaggi e influenzare l’opinione pubblica senza alcuna moderazione, se non di parte, aumentata da un algoritmo proprietario, realizzato per alimentare polarizzazione.

    Il caso del Brasile potrebbe presto verificarsi altrove. Basti pensare all’UE e alla sfida di Musk contro un sistema di regole europee chiare e salde.

    E nella seria riflessione sulle piattaforme non dimentichiamo quindi il grande tema della governance digitale. Tema mai affrontato seriamente e adesso se ne vedono le conseguenze.

     

     

  • Eni, Boston Consulting e Google per una piattaforma digitale aperta

    Eni, Boston Consulting e Google per una piattaforma digitale aperta

    Si chiamerà Open-es ed è la piattaforma digitale che Eni, Boston Consulting e Google stanno per realizzare insieme, per valorizzare le informazioni ESG e crescere sulle dimensioni della sostenibilità.

    Open-es è la piattaforma digitale che Eni, Boston Consulting e Google stanno per realizzare insieme, al fine di fornire un concreto supporto a tutte quelle realtà che fanno parte della filiera energetica, e che sono impegnate nella transizione energetica sostenibile. Si tratta quindi di una piattaforma aperta, che consentirà a tutti gli attori coinvolti nel settore, e lungo tutta la catena del valore, di valorizzare le proprie informazioni ESG (Environmental, Social and Governance) e crescere sulle dimensioni della sostenibilità.

    Non capita spesso di vedere tre colossi unirsi per dare vita a progetti comuni, si tratta di un grande esempio di collaborazione sinergica. Ognuna delle tre aziende prenderà infatti parte al progetto portando in dote il proprio know-how, proprio per arricchire reciprocamente questa collaborazione.

    Eni BCN google open es

    Eni darà il suo contributo per quanto riguarda la qualità della propria supply chain e il commitment strategico verso una transizione energetica equa e sostenibile. Boston Consulting Group porterà la propria vista strategica sugli obiettivi ESG, sullo sviluppo del modello di valutazione e crescita e la value proposition della piattaforma. Google Cloud contribuirà infine con le proprie tecnologie e competenze di eccellenza in ambito cloud, big data e artificial intelligence.

    Come dicevamo all’inizio, Open-es è una piattaforma aperta e accessibile a tutti i player del settore energetico e delle filiere industriali, grandi gruppi, piccole e medie imprese, startup e tutti i service provider interessati ad accelerare il percorso di transizione energetica. Ogni azienda potrà agire sulla piattaforma sia come fornitore che come cliente, a seconda del ruolo giocato nella filiera industriale. Sarà anche una piattaforma indipendente e libera, con uno sviluppo iniziale powered by Eni, che sarà resa disponibile a tutte le aziende adottando modelli di certificazione sviluppati da enti autonomi. Open-es consentirà a ciascuna impresa di rendere disponibili le proprie informazioni ed esperienze in modo controllato e sicuro, permettendo l’accesso solo a soggetti espressamente autorizzati.

    Questo è l’approccio che adotterà Open-es:

    • Centralità dell’informazione, con l’obiettivo di diventare un unico punto di condivisione delle informazioni di sostenibilità, nonché una fonte informativa di riferimento per benchmark e statistiche.
    • Mappatura filiera ed ecosistema: le informazioni saranno accessibili e visibili lungo tutti i livelli della supply chain.
    • Apertura e integrabilità: la piattaforma sarà aperta a tutti coloro che vorranno contribuire alla sostenibilità della catena di fornitura
    • Meccanismi incentivanti: sono previste logiche di collaborazione tra i diversi attori per un miglioramento continuo delle prestazioni di sostenibilità.

    Con riferimento agli obiettivi del programma JUST (Join Us in a Sustainable Transition) lanciato da Eni, la piattaforma Open-es consentirà un’ulteriore accelerazione del percorso strategico di coinvolgimento dei fornitori all’interno del processo di decarbonizzazione della società.

    Eni dimostra ancora una volta di essere un passo avanti, e la speranza è che sia di esempio ad altre realtà del settore energetico e non solo.

    [In collaborazione con Eni]