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  • X nel 2026, l’algoritmo del proprietario ha vinto

    X nel 2026, l’algoritmo del proprietario ha vinto

    L’analisi di Nate Silver rivela come X nel 2026 sia dominata da account di destra di bassa qualità. Al centro di tutto ovviamente c’è Musk. Non è visibilità organica, ma è l’algoritmo del proprietario che ha ribaltato la piattaforma.

    Quando Elon Musk ha acquistato Twitter nell’ottobre 2022, ha promesso di trasformarlo in una piazza digitale dove la libertà di espressione avrebbe trionfato. Tre anni e mezzo dopo, quella piazza è diventata qualcosa di molto diverso. Vale a dire un ecosistema chiuso dove prosperano account di bassissima qualità, teorie complottiste e disinformazione sistematica, mentre il giornalismo tradizionale viene progressivamente marginalizzato.

    E il grafico pubblicato da Nate Silver su Silver Bulletin lo dimostra con una chiarezza lascia spazio davvero a poche interpretazioni.

    L’immagine che si vede qui in basso è molto chiara. Si nota una costellazione di bolle che rappresentano gli account con più engagement su X nei primi mesi del 2026.

    Al centro c’è, ovviamente, Elon Musk con i suoi 223 milioni di follower e il boost algoritmico che si è costruito su misura.

    Attorno a lui, una galassia quasi interamente rossa: Pop Base, Catturd, Jackson Hinkle, Libs of TikTok, Laura Loomer, Scott Presler. Gli account blu, quelli che Silver classifica come liberal, sono pochi e marginali. Ma il dato più importante, forse, non è lo squilibrio politico, quello lo sapevamo già, ma è la qualità di ciò che genera engagement.

    Catturd preferito al New York Times: la vittoria della spazzatura

    C’è un dettaglio nel grafico di Silver che va evidenziato, ed è l’account Catturd, un profilo satirico di estrema destra, che genera più engagement del New York Times. Sì, si chiama letteralmente «Catturd» e che pubblica contenuti di qualità infima. E grazie alla spinta dell’algoritmo supera in interazioni una delle testate giornalistiche più importanti del mondo. E non è un caso isolato.

    Come avevo scritto analizzando l’evoluzione dell’algoritmo di X con Grok, la piattaforma di Musk ha progressivamente abbandonato qualsiasi pretesa di neutralità. Quello che vediamo oggi è il risultato finale di un processo iniziato subito dopo l’acquisizione: la costruzione dell’algoritmo del proprietario, come lo definisco ormai da tempo, che premia ciò che il proprietario vuole amplificare e penalizza ciò che vuole silenziare.

    Non si tratta di crescita organica, è ingegneria algoritmica

    Qualcuno potrebbe sostenere che questo spostamento rifletta semplicemente le preferenze degli utenti, che la destra americana sia più attiva sui social media, che si tratti di una dinamica organica.

    Ma poi i fatti raccontano una storia diversa. Prima dell’acquisizione di Musk, gli account con più engagement su Twitter erano figure come Taylor Swift, Barack Obama, Cristiano Ronaldo: celebrità che erano seguite da milioni di follower senza particolari spinte algoritmiche. Twitter lasciava che la rilevanza emergesse dalle interazioni reali degli utenti.

    Oggi quella che abbiamo sotto gli occhi è una situazione radicalmente diversa.

    Musk si è costruito un boost algoritmico personale – algoritmo del proprietario in purezza. I link esterni vengono sistematicamente penalizzati, una strategia che Silver definisce «miope» perché trasforma X in un giardino recintato dove i contenuti di qualità non hanno ragione di entrare.

    Gli account con la spunta blu legacy, quelli che avevano ottenuto la verifica prima dell’era Musk, sono stati progressivamente condannati all’irrilevanza. E il sistema di monetizzazione premia chi rimane sulla piattaforma e genera engagement, non chi produce contenuti verificati o approfonditi.

    Silver usa una metafora ecologica molto efficace per descrivere questo fenomeno. Infatti paragona X a un’isola remota dove, per mancanza di competizione, si sviluppano creature strane.

    È il cosiddetto effetto isola: in assenza di predatori naturali, prosperano specie che non sopravviverebbero in un ecosistema più competitivo. Il drago di Komodo esiste solo perché vive su isole isolate dell’Indonesia.

    In buona sostanza, Catturd esiste solo perché l’algoritmo di X lo protegge dalla competizione con contenuti di qualità.

    X, come i social media, sempre meno rilevanti per contenuti di qualità

    I social media, e X in particolare, stanno diventando sempre meno rilevanti per chi produce contenuti di qualità.

    Il New York Times ha 53 milioni di follower su X, eppure i suoi tweet generano spesso poche centinaia di like. È una sproporzione che non si spiega con il declino dell’interesse per il giornalismo. Ma si spiega con un algoritmo che penalizza sistematicamente i link esterni e i contenuti che portano gli utenti fuori dalla piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario ha vinto

    Come avevo raccontato qui su questo blog, fin dall’inizio della vicenda Twitter/Musk, l’obiettivo dell’acquisizione non è mai stato quello dichiarato.

    Non si trattava di salvare la libertà di espressione o di combattere la censura.

    Si trattava di costruire una macchina di amplificazione per un certo tipo di contenuti: quelli che servono agli interessi politici e commerciali del proprietario. E quel progetto, possiamo dirlo, è andato a buon fine.

    Il grafico di Nate Silver non è solo una fotografia dello stato attuale di X. È la prova documentale di un’operazione riuscita.

    L’algoritmo del proprietario ha ribaltato completamente l’ecosistema della piattaforma, trasformandola da spazio di conversazione pubblica a camera di risonanza per disinformazione, teorie complottiste e propaganda politica.

    Resta da vedere se questa traiettoria sia reversibile o se X sia destinata a diventare sempre più marginale nel dibattito pubblico.

    Il processo già in corso coinvolge tutte le piattaforme social media, nessuna esclusa.

    L’algoritmo del proprietario ha vinto la battaglia per il controllo della piattaforma. Ma potrebbe aver perso la guerra per la sua rilevanza. Staremo a vedere, come sempre.

  • L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    La Commissione UE multa X, la piattaforma di Elon Musk, per €120 milioni. Si tratta della prima sanzione della storia ai sensi del DSA. Tre le violazioni: spunta blu ingannevole, assenza di trasparenza pubblicitaria, mancato accesso ai ricercatori.

    Dopo oltre due anni di indagini, la Commissione Europea ha inflitto oggi, 5 dicembre 2025, la prima multa della storia ai sensi del Digital Services Act (DSA). A riceverla è X, la piattaforma di Elon Musk.

    La multa ammonta a €120 milioni (circa 140 milioni di dollari) per tre violazioni degli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento europeo sui servizi digitali.

    Si tratta di una decisione attesa, che seguo su questo blog da aprile scorso, quando il New York Times anticipò l’imminenza della sanzione, e che si inserisce in un contesto di tensioni crescenti tra Bruxelles e Washington.

    Una decisione che, al di là della cifra, modesta se rapportata al patrimonio di Musk, stimato in oltre 450 miliardi di dollari, segna un precedente storico per la regolamentazione delle piattaforme digitali in Europa.

    L'UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli
    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    Le tre violazioni accertate: spunta blu, pubblicità e ricercatori

    La Commissione Europea ha individuato tre specifiche violazioni degli obblighi di trasparenza previsti dal DSA.

    La prima, e forse la più significativa, riguarda il design ingannevole della spunta blu. Quella che un tempo era il simbolo – gratuito – di verifica delle identità ufficiali è diventata, sotto la gestione Musk, un servizio a pagamento. Il problema, secondo i regolatori europei, è che un account con la spunta blu potrebbe non essere più un utente reale, ma un bot. Questo espone gli utenti a truffe e manipolazioni, minando la fiducia nella piattaforma.

    La seconda violazione riguarda l’opacità del registro pubblicitario. Il DSA impone alle piattaforme di mantenere un archivio pubblico di tutte le inserzioni pubblicitarie, con dettagli su chi le ha pagate e a quale pubblico erano destinate. Questo strumento serve a ricercatori e utenti per individuare truffe, pubblicità ingannevoli e campagne di influenza coordinate. Il registro di X, secondo la Commissione, è compromesso da barriere di accesso e eccessivi ritardi nell’elaborazione delle richieste.

    La terza violazione riguarda il mancato accesso ai dati pubblici per i ricercatori. X avrebbe eretto “barriere non necessarie” per impedire agli studiosi di accedere ai dati della piattaforma, ostacolando di fatto la ricerca indipendente sulla disinformazione e sulla manipolazione dell’informazione.

    La posizione della Commissione: “Modesta ma proporzionata”

    A presentare la decisione è stata Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia. La Commissaria si è così espressa: “Ingannare gli utenti con le spunte blu, oscurare le informazioni sulla pubblicità e chiudere le porte ai ricercatori non hanno posto online nell’UE. Con questa prima decisione di non conformità al DSA, riteniamo X responsabile di aver minato i diritti degli utenti e di aver eluso la trasparenza”.

    La Commissaria ha poi risposto alle accuse di censura arrivate dagli Stati Uniti: “È molto importante sottolineare che il DSA non ha nulla a che fare con la censura. Non siamo qui per imporre le multe più alte. Siamo qui per assicurarci che la nostra legislazione digitale venga applicata. Se rispetti le nostre regole, non ricevi multe. È così semplice”.

    La multa, ha precisato Virkkunen, è stata calcolata sulla base della natura delle violazioni, della loro gravità in termini di utenti UE coinvolti e della durata delle inadempienze. Una sanzione “modesta ma proporzionata“, ben al di sotto del massimo previsto dal DSA, che può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo.

    Le tempistiche: 60 e 90 giorni per adeguarsi

    X ha ora 60 giorni per comunicare alla Commissione come intende risolvere il problema del design ingannevole delle spunte blu, e 90 giorni per presentare un piano per risolvere le criticità del registro pubblicitario e dell’accesso ai dati per i ricercatori.

    Il mancato adeguamento potrebbe comportare ulteriori sanzioni.

    È importante sottolineare che questa decisione riguarda solo una parte dell’indagine su X. Restano aperte altre due procedure. Nello specifico, una sulla gestione dei contenuti illegali e sulle misure per contrastarli; l’altra sull’algoritmo di raccomandazione, con particolare attenzione alla radicalizzazione terroristica e alle campagne elettorali. Su questi fronti, la Commissione non ha ancora raggiunto conclusioni preliminari.

    La reazione del vicepresidente Usa, J.D.Vance

    La tensione tra Washington e Bruxelles si era già manifestata prima ancora che la multa fosse annunciata. Il vicepresidente americano J.D. Vance ha pubblicato su X un post al vetriolo: “Circolano voci che la Commissione UE multerà X per centinaia di milioni di dollari per non aver praticato la censura. L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per spazzatura“.

    Non è la prima volta che Vance si scaglia contro la regolamentazione digitale europea.

    A febbraio di quest’anno, durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aveva definito i Commissari europei “commissari dell’UE”, evocando la polizia politica sovietica. Un linguaggio che tradisce una visione profondamente diversa del rapporto tra piattaforme digitali, libertà di espressione e responsabilità.

    La decisione, come già altre volte ricordato, arriva peraltro in un momento delicato per le relazioni transatlantiche, già sotto pressione per le questioni commerciali e per la guerra in Ucraina.

    Fonti europee hanno precisato che la politica americana non ha influenzato la decisione, e che il ritardo di due anni nell’arrivare alla sanzione è dovuto alla volontà di costruire un caso giuridicamente solido, anticipando un probabile ricorso da parte di X.

    Il contesto: da Twitter a xAI, la trasformazione di una piattaforma

    Per comprendere il significato di questa sanzione, è utile fare un passo indietro.

    Come ricorderete, lo abbiamo raccontato qui su InTime Blog, Musk ha acquisito Twitter nell’ottobre 2022 per 44 miliardi di dollari, ribattezzandola X e avviando una radicale ristrutturazione. Un ribaltamento totale della piattaforma a suon di tagli massicci al personale, revisione degli algoritmi, monetizzazione della spunta blu.

    A marzo 2025, X è stata acquisita da xAI, la società di intelligenza artificiale fondata da Musk nel 2023. L’operazione, interamente in azioni, ha valutato X 33 miliardi di dollari (45 miliardi, meno 12 miliardi di debito) e xAI 80 miliardi.

    Una fusione che, nelle parole di Musk, punta a “combinare dati, modelli, potenza di calcolo, distribuzione e talento” per costruire “una piattaforma che non si limiti a riflettere il mondo, ma che acceleri attivamente il progresso umano”.

    Questa integrazione rende la multa odierna ancora più significativa. La sanzione è stata emessa nei confronti di Musk e xAI, che ora possiede X. E apre scenari inediti sulla regolamentazione delle piattaforme che integrano social media e intelligenza artificiale.

    Una sanzione che era attesa

    Questa sanzione non arriva inattesa per chi legge InTime Blog.

    Ad aprile, analizzavo gli scenari possibili sulla base delle anticipazioni del New York Times, che parlava di una multa potenziale superiore al miliardo di euro.

    A maggio, raccontavo la lettera di venti eurodeputati alla Commissaria Virkkunen, che dopo 500 giorni dall’apertura dell’indagine chiedevano risposte concrete su bias algoritmico, disinformazione e rischi per la democrazia.

    Oggi quelle risposte, almeno in parte, sono arrivate. La sanzione è inferiore alle previsioni, certo, ma il messaggio dell’UE è chiaro: le regole valgono per tutti. Anche per l’uomo più ricco del mondo.

    In quali paesi del mondo X è effettivamente vietata

    In queste ore, dopo la multa comminata dall’UE a X per la violazione del DSA, come abbiamo visto, in 3 precisi ambiti, è scattata la narrazione secondo cui l’Unione Europea censura la libertà di parola.

    E, ovviamente, non è vero. La multa non c’entra con la libertà di espressione.

    Ma questa è l’occasione per fare chiarezza e per sapere dove al momento X è davvero vietata, e per quale motivo.

    Ecco i paesi in cui X è vietata:

    PAESI IN CUI X È ATTUALMENTE VIETATA

    PaeseData del banMotivazione
    Cinagiugno 2009Controllo politico dopo le rivolte nello Xinjiang. Blocco di tutte le piattaforme social straniere per prevenire influenze estere e contenuti “politicamente sensibili”
    Iran2009Elezioni presidenziali contestate. Blocco per impedire la diffusione del dissenso e controllare la narrativa governativa
    Corea del Nord2016Controllo totale dell’informazione. Accesso a internet limitato a pochi funzionari di alto rango
    Turkmenistan2008Controllo totale dell’informazione. Accesso solo tramite intranet statale “Turkmenet”. Blocca anche Facebook, YouTube, WhatsApp
    Russiamarzo 2022Invasione dell’Ucraina. Roskomnadzor mantiene il blocco perché X non ha rimosso oltre 1.300 contenuti “vietati” (critiche alla guerra, contenuti anti-governativi)
    Myanmarfebbraio 2021Colpo di stato militare. Blocco per reprimere il dissenso e controllare il flusso di informazioni
    Venezuelaagosto 2024Proteste post-elettorali contro Maduro. Ban iniziale di 10 giorni, poi esteso a tempo indefinito. Motivazione ufficiale: “incitamento all’odio, al fascismo e alla guerra civile”

     

    In molti, proprio in queste ore stanno, paragonando l’UE alla Corea del Nord. Solo che alla luce della realtà tutto questo suona come un cortocircuito che spiega molte cose.

    Cosa comporta la multa a X

    Questa prima sanzione ai sensi del DSA rappresenta un test cruciale per la credibilità della regolamentazione europea sulle piattaforme digitali.

    Per la prima volta, l’Unione Europea dimostra di essere disposta a passare dalle parole ai fatti, sanzionando una delle piattaforme più influenti al mondo e sfidando apertamente le pressioni politiche americane.

    La partita, va detto, è tutt’altro che chiusa. Musk ha già annunciato l’intenzione di contestare eventuali sanzioni in tribunale, e le altre indagini su X restano aperte.

    Ma una cosa è certa. Questo passaggio finirà per inasprire le relazioni Usa-UE in un delicato momento storico. Una parte politica americana, molto consistente, spingerà affinché l’amministrazione Trump adotti iniziative in risposta a questa multa.

    Quindi c’è da attendersi, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane una reazione da parte degli Usa che non sarà solo rumorosa.

    Staremo a vedere.

  • Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT

    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT

    Tre anni fa OpenAI lanciava ChatGPT. E tre anni dopo, un articolo del Financial Times e i dati Similarweb fotografano un cambio di scenario che nessuno avrebbe immaginato. Google sorpassa OpenAI e Altman dichiara “code red”.

    Tre anni fa, esattamente il 30 novembre 2022, OpenAI lanciava ChatGPT introducendo a tutti la IA Generativa. In cinque giorni raggiunse un milione di utenti, esattamente il 5 dicembre 2022.

    In due mesi arrivò a cento milioni di utenti attivi mensili, una velocità di crescita mai vista prima per nessuna piattaforma digitale.

    Per capire la portata di quel fenomeno, basta un veloce confronto: TikTok ha impiegato 9 mesi per raggiungere 100 milioni di utenti, Instagram due anni e mezzo, Facebook quattro anni e mezzo. ChatGPT ha polverizzato ogni record, diventando il simbolo stesso dell’intelligenza artificiale generativa accessibile a tutti.

    Con questi numeri ChatGPT è entrato in un club ristrettissimo, quello dei colossi digitali che hanno trasformato il modo in cui le persone interagiscono con la tecnologia. E lo ha fatto in soli tre anni, con una crescita che non ha precedenti nella storia di internet.

    Eppure in questi giorni, mentre si celebra il terzo anniversario di quel lancio storico, il Financial Times pubblica un’analisi che fotografa una realtà completamente diversa: il dominio incontrastato di OpenAI starebbe avvertendo la pressione dei competitor. E questa non è una previsione, è già nei dati.

    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT
    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT

    Il grafico di Similarweb che mostra il sorpasso

    Partiamo da un dato concreto. Similarweb, una delle fonti più affidabili per l’analisi del traffico web, mostra l’evoluzione del tempo medio per visita sui tre principali chatbot AI: ChatGPT, Gemini di Google e Claude di Anthropic.

    A ottobre 2025, Gemini ha raggiunto un picco di 7,5 minuti per visita. ChatGPT si attesta intorno ai 6,5 minuti. Claude rimane stabile sui 6 minuti.

    Ora, non stiamo parlando di numero di utenti, dove ChatGPT mantiene ancora il vantaggio assoluto con 800 milioni di utenti settimanali contro i 650 milioni mensili di Gemini. Stiamo parlando di coinvolgimento, quindi di engagemente. Ossia di quanto tempo le persone investono, in termini di tempo e attenzione, effettivamente usando questi strumenti.

    E qui la differenza si fa interessante. Il tempo per visita misura la qualità dell’interazione, non solo la curiosità iniziale. Significa che gli utenti trovano ragioni concrete per restare, che le risposte reggono conversazioni più lunghe, che il valore percepito giustifica l’investimento di attenzione.

    La rimonta di Google su OpenAI

    E qui è utile fare un passo indietro.

    Un anno fa molti analisti avevano messo in discussione gli sforzi di Google nell’AI generativa. Il lancio disastroso di Bard, gli errori nelle demo pubbliche, la paura che ChatGPT cannibalizzasse il motore di ricerca, la novità che potesse addirittura mettere in crisi l’impero Google.

    Poi è successo qualcosa. La svolta è arrivata quest’anno, con la conferenza Google IO di maggio. Google ha presentato una serie di aggiornamenti convincenti, ha mostrato muscoli tecnologici che erano rimasti nascosti, ha dimostrato di avere una strategia integrata.

    E poi è arrivato Nano Banana, il tool di editing fotografico con AI che è diventato virale durante l’estate. Sembra un dettaglio, ma non lo è: ha portato l’app mobile di Gemini da 400 milioni di utenti mensili a maggio a 650 milioni a ottobre.

    La settimana scorsa Google ha lanciato Gemini 3, il suo ultimo modello di linguaggio. E, secondo le valutazioni tecniche, Gemini 3 ha superato GPT-5 di OpenAI su diversi benchmark chiave. Ha ottenuto miglioramenti nel processo di training che hanno eluso OpenAI negli ultimi mesi.

    Marc Benioff, CEO di Salesforce, ha scritto su X: “Ho usato ChatGPT ogni giorno per tre anni. Ho appena passato due ore su Gemini 3. Non torno indietro. Il salto è folle, sembra che il mondo sia cambiato di nuovo.”

    Il vantaggio infrastrutturale di Google

    Ma qual è il vero vantaggio di Google? La risposta sta nell’approccio “full stack”, come viene definito.

    Google ha addestrato Gemini 3 usando i propri chip personalizzati, le Tensor Processing Unit. Non ha dovuto dipendere dai costosissimi chip Nvidia che il resto dell’industria AI deve comprare, spesso con lunghe liste d’attesa.

    Koray Kavukcuoglu, chief technology officer di DeepMind, lo spiega al Financial Times: “Essere in grado di connettersi con consumatori, clienti, aziende a quella scala è qualcosa che possiamo fare grazie all’approccio full stack integrato che abbiamo.

    E questo approccio include: chip proprietari, il motore di ricerca dominante al mondo, l’infrastruttura cloud di Google Cloud, gli smartphone Android, YouTube, Gmail. Un ecosistema completo dove integrare l’AI in miliardi di touchpoint già esistenti con gli utenti.

    Il risultato? La capitalizzazione di mercato di Alphabet si sta avvicinando ai 4 trilioni di dollari per la prima volta.

    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT
    Il sorpasso di Google su OpenAI a tre anni dal lancio di ChatGPT

    La scommessa impossibile di OpenAI

    E OpenAI? OpenAI è sotto pressione come mai prima.

    Sam Altman, il CEO, ha inviato un memo interno allo staff già prima del lancio di Gemini 3. Il contenuto? “Dovremo restare concentrati attraverso la pressione competitiva a breve termine. Aspettatevi che le vibes là fuori siano difficili per un po’.” Il memo è stato riportato da The Information. E ora capiamo perché.

    Sam Altman dichiara “code red”, cosa significa

    Ma le “vibes difficili” sono diventate qualcosa di più concreto. Lunedì 2 dicembre 2025, appena tre giorni fa, Altman ha dichiarato uno stato di allerta interno. The Information riporta che il CEO ha inviato un nuovo memo ai dipendenti dichiarando “code red”: tutte le risorse devono concentrarsi sul miglioramento di ChatGPT di fronte alla crescente minaccia competitiva di Google e altri concorrenti AI.

    Nel memo, Altman annuncia che altre iniziative, inclusa l’introduzione della pubblicità in ChatGPT, verranno ritardate per concentrarsi sul prodotto core.

    L’ironia della situazione è evidente. L’analisi del codice della versione beta Android di ChatGPT (1.2025.329) mostra che il sistema pubblicitario è già pronto: ci sono riferimenti espliciti a “ads feature”, “search ad”, “search ads carousel” e “bazaar content”. OpenAI ha persino assunto oltre 600 ex dipendenti Meta, molti dei quali specializzati proprio in advertising.

    La posizione di Altman sulla pubblicità è cambiata radicalmente nel tempo. Nel 2024 l’aveva definita “particolarmente inquietante” e una soluzione da “ultima spiaggia”. A giugno 2025 aveva ammorbidito il giudizio: “Non sono totalmente contrario. Penso che gli annunci su Instagram siano piuttosto interessanti.”

    Ma proprio ora che tutto è tecnicamente pronto per lanciare gli ads, Altman dichiara “code red” e li rimanda. Ecco la pressione competitiva di Google, considerata come una minaccia che richiede di mettere in pausa tutto il resto, inclusa una fonte di ricavi già pronta.

    Eppure il problema della monetizzazione resta urgente. OpenAI ha impegnato 1,4 trilioni di dollari nei prossimi otto anni per la potenza di calcolo. Ha stretto accordi enormi con Nvidia, Oracle, AMD, Broadcom. Un investimento che è ordini di grandezza superiore ai ricavi attuali dell’azienda.

    Per finanziare questo progetto, i partner devono usare debito. Si tratta di una scommessa molto rischiosa per qualsiasi azienda.

    OpenAI e gli ingenti investimenti

    Ma il problema più grande è un altro. OpenAI deve trovare flussi di cassa sufficienti per sostenere quella scala di investimento. E al momento il modello di business non li garantisce.

    Secondo le analisi finanziarie più recenti, OpenAI non ha una strada chiara verso la redditività fino al 2030 e necessiterebbe di oltre 207 miliardi di dollari aggiuntivi per sostenere i suoi sviluppi tecnologici.

    L’azienda crede di poter attrarre centinaia di milioni di abbonati paganti a ChatGPT nei prossimi anni. Ma il piano a breve termine per generare più ricavi passa attraverso la pubblicità, qualcosa che ora viene rimandato proprio per rispondere alla pressione competitiva.

    Il punto è che questo li porta dritti in un mercato già saturo, dominato da Meta e Alphabet. ChatGPT non ha ancora scalfito il dominio di Google nel mercato pubblicitario. E sta solo iniziando a integrare pubblicità e funzionalità di shopping nel chatbot.

    Alcuni esperti dicono che OpenAI si è estesa troppo. Nell’ultimo anno hanno lanciato nuovi prodotti a ritmo frenetico: strumenti di programmazione automatizzata, l’app video Sora.

    “OpenAI si sta disperdendo troppo,” dice un partner di un venture capital della Silicon Valley. “È impossibile per loro fare tutto bene.”

    Anthropic, il terzo incomodo

    E poi c’è Anthropic. Fondata nel 2021 da ex membri di OpenAI, sta raccogliendo un nuovo round di finanziamento che dovrebbe valutarla oltre 300 miliardi di dollari.

    Claude, il chatbot di Anthropic, è rimasto nell’ombra rispetto al successo di massa di ChatGPT. Ma il focus storico di Anthropic sulla sicurezza dell’AI ha aiutato a creare uno strumento più affidabile per i clienti corporate, sostengono i suoi investitori. E i loro strumenti di coding sono considerati tra i migliori.

    Anthropic vede il suo business in grande crescita in questo momento. Mentre OpenAI inseguiva i numeri assoluti di utenti consumer, Anthropic ha lavorato sul valore per cliente, sulla stabilità, sull’affidabilità.

    La fase di maturazione della IA Generativa

    Tre anni dopo il lancio di ChatGPT, il mercato dell’AI generativa sta uscendo da quella che era la fase pionieristica. Oggi non basta più essere stati i primi. Siamo nella fase di maturazione. Serve infrastruttura. Serve integrazione. Serve sostenibilità economica.

    OpenAI adesso deve dimostrare che la sua scommessa da 1,4 trilioni ha senso economico, non solo tecnologico.

    Come abbiamo visto, il tempo che le persone investono usando questi strumenti conta. L’engagement conta. E quel grafico di Similarweb lo racconta chiaramente: il sorpasso è già avvenuto.

    Certo, concentrarsi sul coinvolgimento al momento è la strada quasi obbligata da seguire ma non è detto che sia quella giusta. L’esperienza delle piattaforme digitali è lì che ce lo dimostra chiaramente. Il rischio di snaturare perdendo di vista l’obiettivo è praticamente dietro l’angolo.

    [L’immagine di copertina è stata realizzata da Franz Russo usando il modello di IA Generativa Gemini 3 – Nano Banana]

  • Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia

    Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia

    Meta, X e LinkedIn si oppongono e la questione si fa politica. L’Italia richiede il pagamento l’IVA alle piattaforme digitali, considerando le registrazioni degli utenti come transazioni imponibili.

    Nei mesi scorsi, attraverso le autorità competenti in materia, aveva richiesto alle piattaforme digitali il pagamento di Iva arretrata, per un ammontare di oltre 1 miliardo di euro.

    Ebbene, così come riportato da Reuters, le big tech proprietarie delle piattaforme digitali, quindi Meta, X e LinkedIn, si sono opposte impugnando la richiesta.

    Si tratta di un precedente in quanto per la prima volta il nostro paese non raggiunge un accordo e, di conseguenza, si cerca la sponda Bruxelles per fare in modo che le aziende paghino il dovuto.

    Di fatto, questa è una situazione che rischia di inasprire ancora di più i rapporti Usa/UE, già alle prese con la delicata situazione dei Dazi.

    La richiesta IVA sulle “transazioni imponibili”

    Come noto, in Italia l’IVA si applica su tutti i beni e servizi. Di conseguenza, nel caso delle piattaforme digitali, le autorità fiscali stanno cercando di estendere questa tassazione anche ai social media, considerando le registrazioni degli utenti come ‘transazioni imponibili’.

    Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia
    Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia

    L’Italia richiede quindi alle piattaforme digitali arretrati di Iva pari ad oltre 1 miliardo di euro. Nello specifico: 887,6 milioni di euro a Meta; 12,5 milioni di euro a X e circa 140 milioni di euro a LinkedIn.

    Successivamente all’avviso di accertamento inviato dall’Agenzia delle Entrate, quando erano già scaduti i termini, Meta, X e LinkedIn hanno presentato ricorso presso la corte tributaria di primo grado.

    La questione rischia di diventare politica

    Ora, la questione diventa politica perché le stesse piattaforme si aspettano che ci sia un intervento da parte dell’amministrazione Trump in loro difesa. E non è escluso che ciò accada visti i fatti di questi ultimi giorni riguardo ai dazi.

    E poi perché l’azione italiana potrebbe poi essere estesa a tutti i paesi UE a 27. Di conseguenza si potrebbe giungere ad una armonizzazione del provvedimento e portare le piattaforme digitali al pagamento delle tasse sulla base delle iscrizioni degli utenti in ciascun paese.

    Al momento solo Meta ha fatto una dichiarazione in merito. La società fondata e guidata da Mark Zuckerberg ha replicato di aver “collaborato pienamente con le autorità italiane”, ma di essere “fortemente in disaccordo con l’idea che fornire agli utenti l’accesso alle piattaforme online debba essere soggetto a IVA”.

    LinkedIn ha affermato di non avere “nulla da condividere al momento”. Mentre X, la piattaforma di Elon Musk, al momento non ha espresso alcun commento in merito.

    Vedremo come si svilupperà la vicenda che potrebbe ottenere un risultato non prima della primavera del 2026.

  • Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere

    Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere

    La tragedia in Francia e l’iniziativa di Macron riaccendono sull’età minima per accedere ai social media. Tra divieti, educazione all’uso delle piattaforme e salute mentale, l’UE è chiamata a decidere. E a farlo in fretta.

    Si torna a parlare del rapporto tra adolescenti e piattaforme digitali, tra giovani e social media. E purtroppo, ancora una volta, lo si fa in seguito a eventi tragici. L’attenzione in questi giorni è puntata su quanto accaduto in Francia, mentre alcuni hanno provato a collegare anche la recente tragedia avvenuta in Austria. Ma al momento, va detto chiaramente, non ci sono evidenze che leghino direttamente quel fatto all’uso dei social.

    Il caso francese e l’intervento di Macron

    Diverso è il caso francese, che ha riportato in primo piano la discussione sul legame tra uso delle piattaforme digitali e fragilità adolescenziale. A rilanciarlo è stato direttamente il presidente Emmanuel Macron, intervenuto in modo netto e deciso dopo l’ennesimo episodio di violenza in ambito scolastico.

    Un ragazzo di 14 anni ha aggredito e ucciso, con una violenza inaudita, una bidella nella scuola che frequentava. La donna stava controllando lo zaino del ragazzo. Una prassi. Ma la reazione del giovane è stata tanto brutale quanto incomprensibile.

    Di fronte a questo fatto, Macron ha annunciato l’intenzione di introdurre una legge nazionale che vieti l’accesso ai social media ai minori di 15 anni. Insieme al ministro per il Digitale, ha rivolto un ultimatum all’Unione Europea: se entro tre mesi non verrà adottata una norma comune, la Francia procederà autonomamente. Una posizione netta, che riaccende un dibattito già esistente ma spesso eluso.

    Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere
    Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere

    Un grande problema che si è acuito con la pandemia

    Questa discussione non nasce oggi. Già prima della pandemia c’erano segnali evidenti, ma è stato durante i lunghi mesi di isolamento che il digitale è diventato l’unico spazio possibile per studiare, lavorare, comunicare. Un’accelerazione improvvisa che ha portato benefici, certo, ma anche squilibri che oggi si manifestano con forza.

    Nel 2021, lo ricorderete, il Wall Street Journal pubblicò documenti interni di Meta – i cosiddetti “Facebook Papers”, che dimostravano come Instagram fosse ritenuto pericoloso, soprattutto per le ragazze adolescenti.

    La piattaforma alimentava un senso costante di inadeguatezza, spingendo a rincorrere modelli estetici irraggiungibili, associati a una forma distorta di approvazione sociale. Il risultato? Un aumento della pressione psicologica e un impatto diretto sulla salute mentale.

    Oggi, a distanza di anni, Instagram prova a ricalibrare il proprio approccio.

    Tra maggio e giugno 2025 ha lanciato una campagna rivolta all’Unione Europea, chiedendo che la verifica dell’età degli utenti avvenga già nei negozi digitali, App Store e Google Play, prima ancora del download.

    L’obiettivo dichiarato è quello di evitare dichiarazioni d’età fittizie e garantire un accesso più responsabile.

    L’UE potrebbe partire dal DSA

    Ma questo è solo un pezzo del problema. Perché in Europa esiste già il Digital Services Act, entrato in vigore nel 2022, che impone obblighi di trasparenza alle piattaforme. Tuttavia, non prevede ancora un sistema chiaro e vincolante per la verifica dell’età. E così, mentre alcuni Paesi come Francia, Spagna, Grecia e Danimarca cercano di armonizzare gli interventi, a livello europeo manca ancora un’azione realmente coordinata.

    Social media e adolescenti, caso Australia 

    C’è poi il caso dell’Australia, che ha adottato una delle normative più radicali: dal 2025 vigerà il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni. Una legge chiara, che prevede sanzioni fino a 50 milioni di dollari australiani per le piattaforme che non si adeguano. Anche qui, la spinta è arrivata da un’opinione pubblica sempre più consapevole dei rischi a cui sono esposti i più giovani.

    Ma è davvero il divieto la soluzione definitiva?

    No. E serve dirlo con chiarezza. Vietare, da solo, non basta. Occorre educare. Occorre formare. Occorre accompagnare i ragazzi verso un uso più consapevole e responsabile dei media digitali. Serve dare loro gli strumenti per riconoscere e gestire la pressione che deriva da un’esposizione costante ai contenuti e ai giudizi degli altri.

    Istruzioni e attenzione all’uso più forte dei divieti

    Stiamo parlando di effetti concreti: calo dell’attenzione, reazioni emotive eccessive, incapacità di gestire frustrazioni e situazioni complesse.

    Tutti elementi che pesano enormemente sulla crescita personale, e che possono portare, come purtroppo abbiamo visto, a conseguenze gravi, talvolta irreparabili.

    Su questo dovrebbe riflettere la politica. Ed è qui che le istituzioni devono agire, non con reazioni di pancia, ma con strumenti efficaci e coerenti. Perché il problema è reale, ed è sempre più grande.

    Oggi è il momento delle decisioni. Decisioni che devono mettere al centro il benessere dei nostri ragazzi. Basta inseguire like, basta inseguire l’effimero. Perché l’effimero scompare. Ma i nostri figli restano. E la loro salute mentale conta più di qualsiasi algoritmo.

  • Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA

    Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA

    Secondo il NYT, la UE sarebbe pronta a sanzionare X per violazione del Digital Services Act. Il caso potrebbe trasformarsi in un nuovo conflitto tra UE e USA, e accentuare le tensioni già alle stelle per via dei dazi.

    Secondo il  New York Times ci si avvicina ad un possibile scontro tra l’Unione Europea e X, la piattaforma social di Elon Musk. Scontro da molti già prospettato in precedenza.

    Secondo quanto riportato, le autorità UE starebbero preparando una sanzione che potrebbe superare il miliardo di dollari. L’accusa rivolta a X è di aver violato il Digital Services Act (DSA), la normativa comunitaria che regola i servizi digitali e impone alle grandi piattaforme di contrastare contenuti illeciti e disinformazione.

    Non è una notizia da poco. Si tratta di un segnale forte, che potrebbe segnare un punto di svolta nei rapporti tra Bruxelles e le big tech americane, con ricadute che vanno ben oltre il destino della piattaforma di Musk.

    Il contesto: il Digital Services Act e  il controllo digitale

    Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario fare un passo indietro.

    Il Digital Services Act, entrato in vigore nel 2024, è il pilastro della strategia europea per regolamentare il selvaggio west del digitale.

    L’obiettivo è garantire che le piattaforme con più di 45 milioni di utenti nell’UE – come X – adottino misure rigorose contro la diffusione di contenuti illegali, dalla propaganda estremista alla disinformazione sistematica.

    Le sanzioni per chi non si adegua possono arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo, una cifra che, nel caso di X, potrebbe tradursi in una multa monstre.

    L’indagine su X non è una novità.

    Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA
    Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA

    Indagine su X avviata a fine 2023

    Già a dicembre 2023, la Commissione Europea aveva aperto un fascicolo per verificare se la piattaforma rispettasse le nuove regole, concentrandosi su questioni come la gestione delle “spunte blu” a pagamento – accusate di favorire account falsi – e la trasparenza nella moderazione dei contenuti.

    Ora, a quanto pare, Bruxelles è pronta a passare dalle parole ai fatti. L’articolo del NYT cita fonti anonime vicine all’indagine, secondo cui la multa potrebbe essere annunciata nell’estate del 2025. Accompagnata da richieste di modifiche strutturali alla piattaforma.

    Un colpo diretto non solo a X, ma anche a Elon Musk, figura controversa, che da anni si scontra con le autorità europee sulla sua visione di una libertà di espressione senza filtri. E che oggi ricopre un ruolo di rilievo all’interno dell’amministrazione Trump.

    I possibili scenari, cosa succede se la sanzione diventa realtà

    Se l’UE dovesse confermare la sanzione, gli scenari possibili sono molteplici.

    Il primo, e più immediato, è quello economico. Una multa superiore al miliardo di dollari metterebbe sotto pressione X, già alle prese con un calo di utenti e introiti pubblicitari dopo l’acquisizione da parte di Musk nel 2022. E che di recente è stata acquisita da xAI per 33 miliardi di dollari.

    Ma non si tratterebbe solo di soldi. L’Europa potrebbe imporre cambiamenti operativi – come una revisione degli algoritmi o un rafforzamento della moderazione – che Musk ha sempre osteggiato, considerandoli una forma di censura.

    Poi c’è lo scenario politico. X potrebbe decidere di resistere, magari ritirandosi dal mercato europeo per evitare di piegarsi alle regole del DSA.

    Una mossa estrema, ma non del tutto improbabile, visto il carattere di Musk e le sue recenti prese di posizione contro Bruxelles. In alternativa, la piattaforma potrebbe adeguarsi, ma a costo di perdere parte della sua identità “libertaria”. Da ricordare la vicenda del Brasile.

    Infine, c’è lo scenario diplomatico, quello più complesso. Una sanzione di questa portata non resterebbe un affare tra l’UE e X. Si colpirebbe un simbolo del potere tecnologico americano, guidato da un uomo che è anche uno dei più stretti alleati del presidente Donald Trump. E qui entra in gioco il contesto più ampio.

    Le tensioni tra Usa e UE, dai dazi allo scontro sul digitale

    Le relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea non sono mai state così fragili.

    Con l’entrata in vigore dei dazi annunciati da Trump due giorni fa – tariffe del 25% su acciaio, alluminio e auto, seguite da altre su semiconduttori e farmaceutici – il tutto si è trasformato in un campo di battaglia commerciale.

    L’UE ha idea di rispondere con propri dazi, rinviati al momento al 13 aprile, ma la rappresaglia potrebbe presto prendere di mira i giganti digitali americani, come suggerito dal leader del PPE Manfred Weber: “Se Trump colpisce i nostri beni, noi puntiamo sui loro servizi”.

    In questo clima di guerra fredda economica, la sanzione a X rischia di essere percepita come un attacco diretto agli interessi americani.

    Musk, a capo del Department of Government Efficiency (DOGE) nella nuova amministrazione Trump, non è solo un imprenditore: è. Oggi è un attore politico di peso, con un’influenza che spazia ovunque.

    L’UE, dal canto suo, sembra voler usare X come esempio per dimostrare che nessuno è al di sopra delle sue leggi. Una mossa che potrebbe innescare una reazione a catena.

    Trump, che ha già minacciato di far uscire gli USA dalla NATO in risposta a mosse ostili, potrebbe vedere nella multa addirittura un affronto personale, esasperando ulteriormente le tensioni transatlantiche.

    La risposta di X in cui parla di censura

    X non è rimasta in silenzio. In un post pubblicato sulla piattaforma, la società ha replicato con toni decisi: “L’UE vuole punirci per aver difeso la libertà di parola. Il Digital Services Act è un’arma di censura, non una legge per la sicurezza. Non ci piegheremo”.

    Un messaggio che riflette la linea dura di Musk, pronto a trasformare la vicenda in una crociata ideologica.

    Nessuna apertura al dialogo, nessuna promessa di adeguamento. Solo la sfida aperta a Bruxelles, con un richiamo implicito al sostegno di Trump e dei suoi follower.

    Le big tech si rivolgono a Trump per pressioni su UE

    Non è un caso che, negli ultimi mesi, i grandi nomi della Silicon Valley abbiano intensificato i contatti con l’amministrazione Trump.

    Mark Zuckerberg, ad esempio, in un’intervista al podcast Joe Rogan Experience del 18 gennaio 2025, ha dichiarato: “Gli Stati Uniti dovrebbero difendere le loro aziende tecnologiche. È un vantaggio strategico che non possiamo perdere”.

    Una posizione che sembra un appello diretto a Trump per contrastare le mosse dell’UE, come il DSA o il Digital Markets Act, percepiti come minacce al dominio americano nel digitale.

    Anche Sam Altman, CEO di OpenAI, ha reso la sua donazione alla campagna di Trump, un gesto che alcuni interpretano come un tentativo di assicurarsi un alleato contro eventuali ritorsioni europee.

    Musk, dal canto suo, non ha bisogno di chiedere favori. Il suo legame con Trump è già solido, cementato da anni di sostegno politico e finanziario.

    Il futuro in bilico tra Usa e UE

    La vicenda di X e dell’UE è molto più di una disputa legale. È un capitolo di una storia più grande, quella di un mondo ormai diviso tra visioni opposte.

    Da un lato, l’Europa che cerca di imporre regole per proteggere i cittadini e la democrazia; dall’altro, un’America che vede nel controllo digitale una minaccia alla sua egemonia.

    Le sanzioni, se dovessero arrivare, non sarebbero solo un conto da pagare per Musk. Sarebbero un test per capire fino a che punto le tensioni transatlantiche possono spingersi prima di spezzare qualcosa di irreparabile.

    E noi, come sempre, staremo qui ad osservare ed interpretare gli eventi, cercando di decifrare un futuro che oggi si scrive anche a colpi di post.

  • Su Bluesky adesso si possono caricare i video

    Su Bluesky adesso si possono caricare i video

    Su Bluesky è finalmente possibile caricare video fino a 60 secondi. La piattaforma, sull’onda della crescita degli utenti abilità la funzionalità tanto attesa. E da oggi si riduce il divario, benché ancora molto ampio, rispetto a X.

    Bluesky sta conoscendo il suo momento di crescita più importante. Il traguardo dei 10 milioni di utenti è ormai sempre più vicino, e questo ha accelerato alcune iniziative.

    Una di queste è quella che la maggior parte degli utenti attendeva da molto tempo: la possibilità di caricare i video.

    Proprio nei giorni scorsi, nel pieno della crescita del numero degli utenti, a seguito del divieto di X in Brasile, Bluesky aveva fatto intendere che sarebbe stata davvero questione di giorni. E così è stato.

    Sarà possibile condividere video della durata massima di 60 secondi, sia tramite app che da desktop, nei formati .mp4, .mpeg, .webm e .mov.

    Su Bluesky adesso si possono caricare i video

    I video approdano su Bluesky

    I video saranno riprodotti automaticamente di default, ma questa impostazione può essere modificata nel pannello delle impostazioni della piattaforma.

    Ogni post permetterà di allegare un solo video e sarà possibile aggiungere dei sottotitoli. Ogni utente può condividere un massimo di 25 video o 10 GB di contenuti video al giorno.

    Grande attenzione è rivolta alla sicurezza, anche se sarà consentito condividere video per adulti apponendo l’etichetta “per adulti”. Questi video possono comunque essere ignorati attraverso le impostazioni di moderazione.

    Bluesky e video, attenzione alla sicurezza

    Sarà quindi richiesta la verifica dell’indirizzo email dell’utente per evitare spam e altri abusi. La piattaforma si riserva la possibilità di impedire la pubblicazione di contenuti video in caso di reiterata violazione delle linee guida della community.

    La piattaforma permetterà lo streaming dei video attraverso le piattaforme Hive e Thorn per garantire verifiche sui video segnalati e per assicurarsi che materiale illegale come CSAM (materiale di abuso sessuale sui minori) non venga pubblicato.

    Il caricamento dei video nei post sarà possibile se l’app è aggiornata alla versione 1.91 o tramite la versione web.

    Con questo passo, Bluesky avanza nel tentativo di colmare sempre più il divario rispetto a X. Divario che resta ancora ampio, ma questa nuova funzionalità potrebbe spingere nuovi utenti ad avvicinarsi alla piattaforma.

    Vedremo se sarà davvero così.

     

     

     

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