Tag: ricerca

  • Ricerca e Giovani alla base del futuro del 5G

    Ricerca e Giovani alla base del futuro del 5G

    La Ricerca è la porta verso il futuro, una grande opportunità per l’evoluzione della società. Il 5G è anche questo, una grande occasione di sviluppo.

    Le innovazioni tecnologiche degli ultimi anni hanno trainato, a grande velocità, l’economia e la società intera. Non vi è dubbio. E questo è vero quando le innovazioni riescono a produrre vantaggi, tangibili, per tutti. Il 5G, la grande innovazione, ed evoluzione, della rete super veloce, è questo. Una grande opportunità di crescita e una grande occasione verso il futuro.

    Di 5G ormai si parla sempre, e spesso, creando attorno a questo argomento grande confusione. Da circa due anni, abbiamo deciso di andare più a fondo sull’argomento, andando a conoscere in maniera chiara di cosa si sta parlando. Il nostro viaggio al’interno del 5G ha già toccato una tappa importante lo scorso anno, quando siamo andati a conoscere la visione di Huawei per l’Italia, scoprendo che il nostro paese è al centro di tutta questa evoluzione guidata dal colosso cinese, leader mondiale del settore.

    5G futuro giovani huawei

    Il nostro viaggio si arricchisce di un altro momento, ossia quello di conoscere l’aspetto più interessante, e cioè quello relativo alla ricerca e allo sviluppo del 5G.

    Per inciso, la Ricerca è un volano verso il futuro per una società. Gli investimenti per sviluppare e perfezionare innovazioni tecnologiche sono fondamentali per far si che gli effetti siano positivi per tutti.

    La strategia di Huawei, da questo punto di vista è molto chiara. Il colosso cinese impiega circa 96 mila addetti, a livello globale, che vede come perno proprio l’Italia, nella sede di Segrate, alle porte di Milano, sede che vede in Renato Lombardi il punto di riferimento. Il centro opera in Italia da più di 10 anni e punto più interessante è che questo centro viene portato avanti in stretta sinergia con le università italiane.

    La sede di Segrate, un vero laboratorio 5G, è composta dal 75% da giovani ricercatori italiani che provengono dagli atenei con cui Huawei già collabora.

    Huawei punta a creare degli “Joint Lab“, collaborazioni strette con gli atenei che si sviluppano su un piano di 5 anni in cui si porta avanti un programma specifico. Ogni Joint Lab prevede un comitato che porta avanti il programma stesso. In Italia ne esistono già 15 e tra questi ci sono quello del Politecnico di Milano, guidato dal professor Antonio Capone, responsabile scientifico dell’Osservatorio 5G & Beyond del PoliMi, e poi ci sono quelli di Pavia, di Napoli, di Siena.

    Leggi anche:

    Huawei e il 5G, l’Italia al centro della strategia del colosso cinese

    Tutti hanno uno specifico compito da portare avanti, ma, allo stesso tempo, gli Joint Lab diventano una grande porta verso il futuro per i giovani ricercatori italiani. Ce lo ha spiegato bene il prof Capone, quando ha detto che la “formazione al’interno di questi lab è una grande occasione di crescita professionale“.

    I benefici che il 5G apporterà sono enormi. La rete super veloce permetterà di espletare azioni che oggi ci sembrano “pesanti”, ma che diventeranno più “leggere” e mirate. I benefici riguarderanno qualsiasi aspetto della nostra vita perché ogni aspetto verrà rivoluzionato. Dall’informazione, all’intrattenimento, all’industria. E quindi si parla di IoT, Internet delle Cose, sempre più diffuso, gli oggetti connessi saranno sempre più funzionali per le persone e per le aziende. Senza dimenticare le auto a guida autonoma, la possibilità di sviluppare progetti per rendere più sicure le nostre città, le nostre abitazioni.

    Gli effetti saranno molteplici e, come ricordato dal professor Capone, durante la nostra visita al centro, “è necessaria una infrastruttura adeguata“. Le antenne 5G sono molto più leggere, più performanti e più sostenibili di quelle 4G. Questo anche per chiarire un aspetto al centro del dibattito sul tema 5G.

    Non avevamo dubbi che questa fosse la strategia di un grande gruppo che punta soprattutto a creare strategie e sinergie condivise, allo scopo di rendere le innovazioni tecnologiche sempre più al’avanguardia, ma con una forte attenzione allo sviluppo, in tutte le sue forme, e ai giovani ricercatori. Perché una società cresce solo se investe sul futuro.

    [In collaborazione con Huawei Italia]
    Huawei italia collaborazioni

  • All’OpenDIAG Sapienza 5 donne ingegnere invitano alle professioni STEM

    All’OpenDIAG Sapienza 5 donne ingegnere invitano alle professioni STEM

    Il 7 marzo 2019 cinque donne condivideranno le loro storie e i loro successi durante l’evento “Ingegneri di altro genere” un incontro promosso dal Dipartimento di Ingegneria Informatica, Automatica e Gestionale Antonio Ruberti (DIAG) dell’Università La Sapienza e da ACM womENcourage.

    Sono da sempre convinto che la diversità di genere sia un valore per tutti, in qualsiasi settore, lavorativo o di studio, e non è un’opinione personale. Da qui al 2020 potrebbero essere oltre 900.000 i posti di lavoro vacanti nel campo ICT (Information and Communication Technology) in Europa  e, in base a quanto rilevato dalla Commissione Europea , se questi posti di lavoro fossero ricoperti in pari percentuale da donne e da uomini, il PIL europeo registrerebbe un incremento di circa 9 miliardi l’anno. La realtà oggi è purtroppo molto diversa: la percentuale di donne impiegate nel settore varia, in Europa, dal 10% al 30%, con un valore medio al di sotto del 20%, in Italia fra l’8% ed il 15% nei vari Atenei.

    OpenDIAG InTime 2019

    “La tecnologia è troppo importante per essere lasciata agli uomini”
    Con questo slogan Neele Kroes, all’epoca in cui ricopriva la carica di Commissario Europeo per l’Agenda Digitale, ha incoraggiato donne e ragazze ad intraprendere lo studio e una carriera nel settore delle tecnologie dell’informazione.
    E sono proprio i modelli di riferimento femminile nell’ambito delle professioni STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) ad essere uno degli strumenti di sensibilizzazione più efficaci.

    OpenDIAG locandinaA tal fine il Dipartimento di Ingegneria Informatica, Automatica e Gestionale Antonio Ruberti (DIAG) dell’Università La Sapienza di Roma, una delle strutture in Italia da tempo più attive in tal senso, il 7 marzo 2019, in occasione di OpenDIAG – giornata di orientamento rivolta agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado – organizza un incontro dal titolo “Ingegneri di altro genere”, in cui donne di 5 generazioni diverse, attive nell’area STEM, descriveranno le loro esperienze di successo e il cammino professionale intrapreso.

    “Ingegneri di altro genere” sarà moderato da Laura Astolfi, docente DIAG, e permetterà di ascoltare l’esperienza umana e professionale di 5 donne di generazioni diverse tra cui:

    • Luigia Carlucci Aiello, già professoressa ordinaria di Ingegneria presso la Sapienza e dal 1991 professoressa di Intelligenza artificiale. Può essere considerata la “madre” dell’intelligenza artificiale in Italia. È stata tra l’altro direttrice del DIAG e preside della facoltà di Ingegneria dell’Informazione, Informatica e Statistica, fondatrice e primo presidente della Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale, Fellow della AAAI (Association for the Advancement of Artificial Intelligence), dal 1995.
    • Alessandra Macchietti, ingegnere e Digital Transformation Senior Executive Ericsson
    • Laura Tassinari, ingegnere e Direttore Internazionalizzazione, Clusters e Studi Lazio Innova.
    • Mara Sorella, Dottoranda e ricercatrice in Intelligenza artificiale e cybersecurity DIAG.
    • Giulia Giugno, Laureanda Magistrale in Ingegneria Informatica con tesi in Intelligenza Artificiale.

    Durante l’incontro, la direttrice DIAG, Tiziana Catarci, una delle 50 donne più influenti del settore tecnologico secondo Inspiring Fifty, presenterà le iniziative esistenti per promuovere una maggior presenza delle donne nelle aree tecniche e nei profili professionali oggi ricoperti per la maggior parte da uomini.
    «In Italia le donne ottengono risultati scolastici migliori dei maschi in tutte le materie, matematica compresa, – dichiara la direttrice Catarci – ma sono solo il 23% degli iscritti nei corsi di laurea in ingegneria e il 33% nei corsi di area scientifica. Con riferimento in particolare ai dati relativi a Sapienza, in linea con il dato nazionale, tra i corsi di laurea con la minor presenza femminile c’è quello in Ingegneria Informatica e Automatica (13%). Gli stereotipi di genere, infatti, e ancor prima il patrimonio profondo culturale ed emotivo acquisito in ambito familiare, condizionano sottilmente scelte e comportamenti, indirizzando le ragazze verso professioni “femminili”, convincendole della loro inferiorità in campo matematico e scientifico, e facendo percepire l’ingegneria, le scienze e la matematica come maschili. In tutto ciò, precludendo loro un settore come il nostro che, dopo gli studi è in grado di garantire loro un impiego sicuro e stabile nel mondo del lavoro. #Disoccupazionezero” è uno degli hashtag con cui stiamo proponendo, infatti, l’#OpenDIAG».

    “Ingegneri di altro genere” si svolge durante la giornata di porte aperte del Dipartimento di Ingegneria Informatica, Automatica e Gestionale Antonio Ruberti, organizzata per consentire a studenti e persone interessate, l’accesso all’intero Istituto, inclusi i laboratori, in cui si terranno live show tecnologici per condividere le diverse eccellenze e ricerche del DIAG.

    L’iscrizione è gratuita: http://bit.ly/OpenDIAG2019_Ingegneridialtrogenere

    RosaDigitale 2019L’evento è uno dei “petali” de “La settimana del Rosa Digitale”, una manifestazione per le pari opportunità di genere nella tecnologia, giunta alla quarta edizione.

    Di questa e di altre iniziative previste in occasione della giornata internazionale della donna ne parleremo presto qui su InTime, come ogni anno.

  • Italiani e Social Media, ecco le piattaforme più usate e quelle meno usate

    Italiani e Social Media, ecco le piattaforme più usate e quelle meno usate

    Interessante ricerca di Blogmeter “Italiani e Social Media” che ci illustra come gli italiani usano questi canali di comunicazione. Facebook resta quello più usato, in ogni senso, mentre quello che gli italiani non usano più in assoluto è Tinder. Il 25% dichiara di non usare più Snapchat e il 10% di non usare più Twitter e Pinterest.

    L’indagine di Blogmeter, dal titolo “Italiani e Social Media” di fatto segue, per certi versi, quello che scrivevamo ieri, a proposito della disaggregazione dei social media ad opera di Facebook. La ricerca condotta attraverso 1.500 interviste ad utenti italiani ci rivela quelli che sono in canali social più usati dagli italiani e come essi li impiegano durante la loro giornata. Sono dati molto interessanti, utili per comprendere come oggi gli italiani usano i questi canali di comunicazione. Non ci sono grandi sorprese per quanto riguarda i canali più usati, Facebook resta leader incontrastato ormai, ma ci sono sorprese, o conferme a seconda da quale punto di vista vogliate valutarle, che in effetti danno un’altra forma allo scenario social media italiano.

    italiani social media @franzrusso.it 2017 blogmeter

    Interessante la differenziazione che Blogmeter fa parlando di social di cittadinanza e social funzionali. Obiettivo della ricerca è quello di capire il perchè gli italiani usano queste piattaforme e come vengono usate in rapporto alle relazioni personali, agli acquisti, all’informazione.

    Italiani e Social Media: Facebook il social più usato in assoluto

    I social media che gli italiani usano di più sono detti “social di cittadinanza“, sono quindi quelli che contribuiscono a “definirci nel nostro agire digitale“, di cui Facebook è il leader. Infatti, ben l’84% degli intervistati ha dichiarato di utilizzarlo più volte al giorno. Gli altri sono YouTube, Instagram e Whatsapp.

    Italiani Social Media più usati facebook

    I “social funzionali” sono invece quelli che soddisfano un “bisogno specifico” e in questo caso, secondo i risultati della analisi di Blogmeter, i principali sono Google Plus, Twitter e Linkedin, usati rispettivamente il 40%, il 35% e il 31% dagli intervistati che afferma di usarli saltuariamente. Le aziende che utilizzano i social come strumenti di lavoro devono quindi decidere quando porsi nella veste di “compagni di strada” degli utenti e quando invece diventare dei risolutori di bisogni specifici, se vogliono parlare con efficacia ai loro consumatori.

    Italiani e Social Media: Tinder il social più abbandonato

    La ricerca di Blogmeter mette in evidenza anche il fatto che gli italiani non si fanno tanti problemi a “disiscriversi dai social”. E da questo punto di vista, il più abbandonato in assoluto è Tinder: ben 3,5 italiani su 10 dichiarano di essersi iscritti e poi cancellati. A seguire Snapchat, con il 25%, Pinterest e Twitter, con il 10%.

    Italiani Social Media abbandonati tinder

    Dal punto di vista dell’età degli utenti, i risultati della ricerca rilevano che al crescere dell’età decresce il numero di social a cui si è iscritti: nella fascia di età compresa tra i 18 e i 34 anni, la media di social e servizi di messaggistica posseduti è superiore a sette, dopo i 45 anni, invece, scende a tre canali. I giovanissimi, ossia gli utenti con un’età compresa tra i 15 e i 17 anni, dichiarano inoltre di dedicare più tempo a Instagram e YouTube, ma al crescere dell’età subentrano Facebook (18-24 anni) e televisione (per gli italiani dai 35 anni in su).

    Italiani social media età

    Ma perchè gli italiani usano i social media?

    Gli italiani come ben sappiamo, amano i social media e molto. La ricerca di Blogmeter ci rivela anche le motivazioni che portano gli utenti italiani ad usare queste piattaforme. E tra queste, quelle più gettonate sono la curiosità e l’interesse (ben il 21% degli utenti ha dato questa risposta); il 17% ha dichiarato che lo scopo di utilizzo è legato alla creazione di relazioni nuove e personali, mentre il 14% afferma di utilizzarli per svago o piacere. È interessante notare come il 4% degli intervistati pensa che sia inevitabile iscriversi ai social. Se guardiamo poi alle ragioni dell’utilizzo di un determinato social, la ricerca rileva che Facebook si conferma essere il principale social network per tutti gli obiettivi. Dopo Facebook, tra gli altri social media, emerge TripAdvisor per leggere recensioni, YouTube per informarsi, mentre per seguire brand e personaggi celebri gli intervistati preferiscono Instragram.

    Italiani e Social Media: la televisione è visto ancora come un mezzo di comunicazione affidabile

    Se Facebook si configura il canale social che gli italiani usano di più in assoluto, dall’altro canali di comunicazione più tradizionali come la televisione e i magazine continuano a mantenere una forte credibilità anche tra gli utenti del web. Infatti gli intervistati considerano come assolutamente credibili per informarsi tv e stampa, mentre al contrario ritengono poco affidabili Facebook, YouTube e i Blog. Quando però si tratta di acquistare, i canali che gli italiani digitalizzati considerano più attendibili sono i siti di acquisti online (Amazon e Ebay) e siti di recensione (TripAdvisor), e non più quindi la tv e la stampa.

    Italiani e Social Media: gli influencer e le celebrità

    L’ultima parte della ricerca di Blogmeter è dedicata al mondo degli influencer e delle celebritià. Se cantanti, giornalisti e scrittori sono i personaggi di cui gli intervistati dichiarano di fidarsi di più, musicisti e personalità della TV risultano i più seguiti (secondo il 33% del campione). Tra le personalità più seguite, spiccano Belen, Vasco Rossi, Gianni Morandi. Tra gli sportivi, Valentino Rossi, Buffon e Del Piero.

    Dall’analisi, emerge anche che il rapporto con gli influencer è però sfaccettato: se fan-base e credibilità sono aspetti non sempre correlati, età e numero di influencer seguiti sì. I giovani seguono un numero maggiore di personaggi appartenenti a categorie diverse, mentre invecchiando si diventa più selettivi. Da questo dato emerge chiaro che le aziende devono quindi comprendere bene a quali target ci si rivolge nella scelta di un determinato influencer.

    Allora, che ne pensate di questa ricerca e qual è la piattaforma che usate di più e quella che avete abbandonato?

  • Anche il look conta quando si acquistano prodotti tech

    Anche il look conta quando si acquistano prodotti tech

    Una recente ricerca condotta a livello globale da GfK, importante istituto di ricerca, ha rilevato che un consumatore su tre quando acquista prodotti tecnologici ritiene importante il look e lo stile del prodotto stesso. I consumatori più attenti a questi fattori sono in Turchia, Brasile e Messico. In Italia li ritiene importanti il 27% degli intervistati.

    Come si dice “anche l’occhio vuole la sua parte” e a quanto pare questa interessante ricerca di GfK, uno dei più importanti istituti di ricerca al mondo (presente anche in Italia), ci dimostra che questo detto vale anche quando acquistiamo prodotti tecnologici. La ricerca di GfK è stata condotta a livello globale online (faccia a faccia in Ucraina) su un campione di oltre 26 mila consumatori di età superiore ai 15 anni, in 22 paesi come Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Hong Kong, Italia, Giappone, Messico, Polonia, Russia, Corea del Sud, Spagna, Svezia, Taiwan, Turchia, Regno Unito, Ucraina e Usa.

    look-prodotti-tech

    La ricerca evidenzia che 1 consumatore su 3, il 33% degli intervistati, si dice assolutamente d’accordo sul fatto che anche il loook e lo stile dei prodotti tecnologici influiscono sulla decisione di acquisto. Solo 1 consumatore su 10 invece ritiene che questi elementi non siano importanti per l’acquisto definito. Una percentuale di gran lunga più alta quella che invece ritiene siano elementi essenziali e si dicono d’accordo allo stesso modo sia donne che uomini.

    Guardando i dati della ricerca più nel dettaglio, scopriamo che il 37% dei consumatori intervistati con un’età compresa tra i 20-29 anni sono quelli che ritengono importante il materiale con cui p costruito il prodotto; solo il 5% invece ritiene che non sia importante. Percentuale simile la troviamo nella fascia d’età 30-39 anni con a favore il 36% e contrario il 6%. Elemento importante questo per i più giovani, infatti lo ritengono importante anche il 34% degli intervistati della fascia di età 15-19 anni, l’11% non lo ritiene importante. Tra gli over 50 invece lo ritiene importante solo il 23%.

    look-prodotti-tech-GfK-infografica

    I consumatori italiani fanno registrare un’attenzione verso il look e lo stile dei prodotti tecnologici pari al 27% (poco più di 1 consumatore su 4), un dato un po’ più basso rispetto a quello rilevato a livello globale dalla ricerca, ossia il 33%. L’11% invece ritiene che non sia poi così rilevante. E’ un elemento a cui prestiamo attenzione mentre acquistiamo uno smartphone, un tablet o un nuovo pc, per fare qualche esempio, ma non tanto quanto i turchi. Per loro questo è l’elemento basilare, infatti i consumatori turchi intervistati fanno registrare il valore, in positivo, più alto: 49% (poco importante per il 6%). Ed è importante anche per i messicani (48%), brasiliani (45%), per gli ucraini e i russi (39%). Per i consumatori in Usa questo è un elemento importante per il 30% di essi (poco importante per il 14%).

    In senso negativo, quindi coloro che ritengono non importante l’elemento del look e dello stile dei prodotti tecnologici nel momento in cui si decide di acquistarli, troviamo con il valore più alto i consumatori svedesi con il 26% (il 17% lo ritiene invece importante). Anche per i consumatori belgi non è poi così rilevante (22%) e per i tedeschi (20% e il 21% lo apprezza).

    La ricerca quindi ci offre dei dati interessanti per quanto riguarda gli elementi che caratterizzano la scelta e poi l’acquisto di prodotti tecnologici. Le aziende produttrici sanno a questo punto che lo stile e il look dei loro prodotti verrà maggiormente apprezzato in Turchia o in Brasile oppure in Messico, sapendo che in questi paesi dovranno prestare, da questo punto di vista, maggiore attenzione.

    Allora, che ne pensate di questi dati e, soprattutto, fate anche voi attenzione al look e allo stile dei prodotti tecnologici che acquistate? E in che misura? Raccontateci la vostra esperienza.

    [divider]

     

  • Facebook, siamo noi che decidiamo non l’algoritmo

    Facebook, siamo noi che decidiamo non l’algoritmo

    Interessante studio quello realizzato da alcuni ricercatori di Facebook pubblicato su Science che ci dimostra che non è tanto l’algoritmo che decide i nostri contenuti, ma siamo noi stessi. Alla fine il nostro feed è alimentato da ciò che in effetti vogliamo vedere e spesso sono notizie trasversali indipendentemente di nostri interessi.

    Spesso si è portati a pensare a Facebook, e ai Social Media in generale, come fosse una “cassa di risonanza”, la “eco-chamber“, dove sarebbe, in teoria, più semplice far girare notizie che ci interessano particolarmente per raggiungere tante persone.

    Eli Pariser nel 2011 sosteneva che i Social Media hanno il potere di distorcere la realtà. La sua teoria era la “bolla del filtro“, ossia una bolla all’interno della quale vengono immagazzinate informazioni e notizie che più ci interessano, tenendo fuori tutto il resto.

    Ecco il perchè parlava di una realtà distorta. E invece lo studio portato avanti da alcuni ricercatori di Facebook e da un docente dell’Università del Michigan, pubblicato su Science, ci dice che in realtà le cose sono un po’ diverse.

    Sappiamo bene dell’esistenza di un algoritmo che agisce all’interno di Facebook per selezionare e proporci notizie e informazioni sulla base di ciò che ci interessa. Una sorta di selezionatore che svolge un’operazione importante all’interno di un fiume in piena di notizie.

    La ricerca portata avanti da luglio 2014 a gennaio 2015 ha preso in considerazione 10,1 milioni di utenti Facebook che si definiscono, come orientamento politico, liberali, moderati o conservatori.

    Sono stati poi esaminati 7 milioni di link e considerando notizie riguardanti politica, affari internazionali e ambiente. Da questa attività è derivato un volume di 3,8 miliardi di dati notando 903 milioni di esposizioni uniche, cioè link legati ad un contenuto effettivamente apparso sul news feed dell’account e 59 milioni di click unici tra gli utenti considerati dalla ricerca.

    facebook-algoritmo

    Ebbene, la ricerca rileva che, nonostante tutto, sul nostro feed visualizziamo molte notizie che divergono dalle nostre opinioni. Ed è una quota abbastanza consistente. Infatti stiamo parlando del 25%, ossia un quarto delle notizie a cui siamo esposti ogni giorno.

    Il dato è molto interessante perchè ci dice che in effetti siamo molto più esposti ad un contenuto trasversale, “cross-cutting content“, più di quello che noi stessi crediamo. E che alla fine, nonostante l’algoritmo, siamo sempre noi a “costruire” il nostro feed. Siamo quindi più aperti a notizie e informazioni che vanno oltre i nostri stessi interessi, politici in questo caso, ma vale la stessa cosa in senso generale.

    In generale, ogni utente ha una media di “amici” che la pensano diversamente che va dal 9 al 30%. La ricerca nota anche che i liberali sono leggermente più chiusi, infatti il loro feed è costituito per il 24% da notizie che provengono da conservatori. Invece il feed del conservatore sarà popolato per il 35% da notizie “liberali”.

    facebook algoritmo

    Ora, altro punto messo in evidenza dai ricercatori è che l’algoritmo ha una incidenza molto ridotta nel selezionare il nostro news feed. Nel caso dei conservatori incide del 5%, mentre nel caso dei liberali incide dell’8%.

    facebook algoritmo

    Per arrivare alla conclusione, la ricerca ci dimostra che le “casse di risonanza” in effetti non sono così presenti sui Social Media e che la ricerca è utile anche per comprendere quanto in effetti gli utenti sono facilmente influenzabili dall’operato di un algoritmo. Da quello che si vede in effetti siamo proprio noi stessi a selezionare i nostri interessi e non abbiamo difficoltà ad esplorare informazioni che non appartengono alla nostra sfera di interessi.

    E voi che ne pensate? Mi piacerebbe davvero sapere la vostra opinione a riguardo e se anche voi avete riscontrato questo andamento.

    (cover image by @vege – #82206897)

  • Gli utenti Twitter scaricano più app mobile della media

    Gli utenti Twitter scaricano più app mobile della media

    Una ricerca commissionata da Twitter a Research Now, “Mobile App Research”, condotta in 9 paesi ha rilevato che, sulla base di 4.500 consumatori, gli utenti Twitter sono quelli che scaricano più applicazioni mobile rispetto alla media: in Italia il 47% degli utenti scarica un’applicazione che ha visto prima su Twitter.

    Sappiamo bene ormai quanto sia importante, se non fondamentale, il Mobile per Twitter. Basti pensare, come ci ricorda Nielsen, che l’80% degli utenti Twitter accede alla piattaforma attraverso dispositivi mobile e il 90% delle visualizzazioni video su Twitter avviene via mobile. Gli utenti Twitter sono anche molto interessati all’ecosistema delle applicazioni, un interesse che si riflette nelle loro conversazioni sulla piattaforma. E Twitter, proprio su questo argomento ha commissionato una ricerca a Research Now, “Mobile App Research”, un sondaggio online che ha coinvolto 4.500 consumatori di  Italia, Gran Bretagna, Francia, USA, Spagna, Germania, Brasile, Paesi Bassi e Giappone.

    mobile app twitter

    Ebbene, la ricerca rileva che in Italia il 61% degli utenti parla delle applicazioni d’interesse con amici e familiari. In effetti, gli utenti Twitter scaricano più applicazioni: in Italia il 63% degli utenti ha installato un applicazione nel corso dell’ultimo mese (e la gamma di applicazioni scaricate è vasta). La ricerca rileva anche che esiste un evidente collegamento tra Twitter, la scoperta e il download di applicazioni mobile. E questo è bene evidente anche nel nostro paese: in Italia, il 47% degli utenti scarica un’applicazione che ha visto prima su Twitter e il 34% scopre delle applicazioni sulla piattaforma prima che lo facciano i suoi amici.

    E sempre nel nostro paese, l’utente medio di Twitter ha il 18% di applicazioni in più rispetto alla media di coloro che possiedono uno smartphone ed è più propenso a pagare per queste applicazioni. Il 47% degli utenti Twitter ha infatti nel telefono delle applicazioni che ha scaricato a pagamento.

    Oltre a scoprire e condividere applicazioni sulla piattaforma, in Italia gli utenti Twitter sono spesso i loro migliori ambasciatori. E questa potrebbe trasformarsi in un’opportunità per gli sviluppatori e i distributori delle applicazioni che possono trovare in Twitter, un’importantissima vetrina, non solo per presentare e promuovere i propri prodotti, ma anche per renderne disponibile il download, gratuito o a pagamento, direttamente dalla piattaforma.

    Allora, che ne pensate di questi dati? Siete anche voi tra quegli utenti Twitter che scaricano mobile app viste prima sulla piattaforma? Raccontateci tra i commenti la vostra esperienza.

  • Twitter, tutti i tweet sono ricercabili dal 2006 ad oggi

    Twitter, tutti i tweet sono ricercabili dal 2006 ad oggi

    tweet-ricercabili

    Twitter in un post sul blog ufficiale annuncia che da oggi tutti i tweet, si parla di centinaia di miliardi, sono ricercabili. In verità lo erano già prima ma con forti limiti. Adesso sono rintracciabili dal 2006 ad oggi. E’ quindi possibile risalire a tutti i tweets del terremoto in Giappone, #JapanEarthquake, oppure delle Elezioni Usa del 2012, #Election2012

    Twitter ha annunciato attraverso un post sul blog ufficiale, a firma di Yi Zhuang, ingegnere che si occupa della parte search della piattaforma, che da oggi tutti i tweet dal 2006 ad oggi sono ricercabili. Un bel passo in avanti rispetto alla situazione attuale. Sì perchè i tweet che noi ogni giorno inviamo sono già rintracciabili, ma solo fino ad una settimana indietro, quelli più vecchi venivano rintracciati sono se avevano ottenuto un forte livello di condivisione, quindi molti RTs e preferiti. Stiamo parlando di una enorme massa di tweet che si potrebbe definire come centinaia di migliaia, l’intero indice sarebbe di “mezzo trilione di documenti” che cresce al ritmo di diversi miliardi di tweet a settimana.

    Con questa nuova possibilità, sarà possibile quindi rintracciare tutti i tweet durante il terremoto in Giappone, #JapanEarthquake, i tweet delle elezioni Usa del 2012, #Election2012, oppure ancora rintracciare i tweets relativi al recente referendum in Scozia, #ScotlandDecides, e tanti altri ancora. Come ricorda Zhuang, questa possibilità sarà disponibile per tutti gli utenti nei prossimi giorni.

    L’operazione è frutto di un lavoro iniziato nel 2012 quando l’indice 2 miliardi di tweet, tra quelli più condivisi, nel 2013 venne poi esteso e poi in questo anno l’indice è stato esteso ancora di più. Il post di Zhuang si spinge poi nello spiegare tutto il meccanismo che portato alla costruzione dell’indice che è quindi in grado di sostenere una tale mole di dati.

    Ecco questa è una nuova funzione che renderà Twitter ancora più completo, sempre nell’ottica di migliorare l’esperienza di utilizzo degli utenti. Come detto all’inizio, la rintracciabilità esisteva già prima ma per periodi francamente ridotti che non esaudivano le effettive richieste degli utenti. E quasi sempre bisognava ricorrere a applicazioni di terze parti per poter avere un minimo di ricerca più approfondita (basti pensare a Topsy), se non rivolgersi qui https://twitter.com/search-home.

    E voi che ne pensate?

  • I siti E-commerce in Italia ancora poco attrezzati per il Mobile

    Una nuova ricerca di Idealo, comparatore di prezzi online presente anche in Italia, mette in evidenza come i siti e-commerce in Italia, confrontati con quelli di Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Polonia, siano ancora poco strutturati. Solo la metà dei siti offre adeguata esperienza mobile ai propri utenti

    Ormai sappiamo bene quanto l’E-commerce sia un fenomeno in forte crescita anche in Italia, e qui sul nostro blog cerchiamo di raccontarvi proprio questo processo di evoluzione che procede in maniera spedita. L’ultima edizione del Netcomm E-Commerce Forum 2014 ci ha disegnato quale sia lo scenario del fenomeno oggi in Italia. 13 miliardi di euro di fatturato per l’E-commerce totale, con una previsione di crescita per questo anno del 17% e un fatturato di 13,2 miliardi di euro. Tasso di penetrazione che sale dal 3% al 3,6%, uno dei più bassi in Europa (in Uk è del 15%), ma è tra quelli che fa registrare una crescita più alta nell’ultimo anno. Segno che le potenzialità in Italia sono ancora molto alte. E quello che fa registrare numeri eccezionali è proprio il Mobile Commerce che “pesa” nel mercato E-commerce italiano il 9% e che fa registrare un tasso di crescita del 289%, con 1 miliardo di euro di valore. Insomma, numeri che evidenziamo, anche qui, il legame forte tra e-commerce e mobile, sempre in forte crescita nel nostro paese.

    Ma se proviamo ad andare a fondo rispetto proprio al fenomeno Mobile Commerce, notiamo che a livello strutturale, quindi di possibilità che i siti di e-commerce offrono ai loro utenti in modo da avere una esperienza di acquisto mobile ottimale, il nostro paese è indietro. E ce lo rivela una nuova ricerca di Idealo, comparatore di prezzi presente anche nel nostro paese, che ha effettuato una ricerca comparando i siti di e-commerce di Italia, Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Polonia.

    Europa-Mobile commerce

    La ricerca è stata condotta prendendo in considerazione questi parametri: siti ottimizzati per la visualizzazione su smartphone/tablet e offerta di apposite app per dispositivi iOS e Android. Ebbene, l’Italia da questo punto di vista mostra un ritardo notevole rispetto agli altri paesi europei. Riassumendo i punti chiave della ricerca:

    • il Regno Unito è il paese che mostra di essere ormai avanti a tutti;
    • il 64% dei siti e-commerce tedeschi ha un sito mobile e il 50% ha anche una app mobile;
    • dal punto di vista generale, il design responsive è ancora poco diffuso;
    • le app per iOS sono più diffuse di quelle per Android;
    • l’offerta Mobile in Italia è ancora molto esigua.

    Scendendo nel dettaglio dell’offerta Mobile, notiamo che l’86% dei vendors in Regno Unito offre una esperienza di acquisto mobile ai propri utenti completa e ben attrezzata, sia dal punto di vista del sito che dall’app dedicata. Poco più dietro, al 74% troviamo i siti e-commerce di Spagna e Francia che offrono una buona esperienza mobile. In Germania troviamo una percentuale del 68%, anche in questo caso si tratta di una buona esperienza Mobile. I vendors italiani che offrono una adeguata esperienza  mobile ai propri utenti sono solo il 50%, peggio di noi fa la Polonia (46%). A dimostrazione che, nonostante la forte crescita del fenomeno Mobile Commerce nel nostro paese, resta da fare molto, anche se le potenzialità sono enormi.

    mobile_vs_responsive mobile commerce

    Ricordiamo che i vendors per offrire una buona esperienza mobile possono attrezzarsi con un sito ottimizzato per mobile, la scelta ottimale, anche se richiedi uno sforzo maggiore dal punto di vista organizzativo. Oppure adottando una versione responsive, più immediata e dinamica come soluzione, anche se può presentare, proprio nel caso di siti e-commerce, alcuni limiti. La ricerca, da questo punto di vista, rileva che l’82% dei siti monitorati preferisce la prima soluzione, ossia quella del sito mobile. La versione responsive resta scarsa ovunque, anche se in Spagna si registra il livello massimo di adozione con il 18%.

    iOS_vs_Android_IT mobile commerce

    Per quanto riguarda lo scenario legato alle app, c’è da dire che la ricerca rileva che in Europa ci si concentra di più nel realizzare siti ottimizzati per smartphone e tablet, piuttosto che per le app mobile. Caso particolare in Francia, dove il 56% degli e-commerce propongono un’applicazione, contro il 52% dei siti ottimizzati per i dispositivi mobili. In Regno Unito la percentuale è del 52%, in Germania il 50%, in Spagna il 40%.

    In Italia la percentuale è del 25% e in Polonia il 10%. Da notare, in media, la prevalenza di app per iOS.

    Ecco, questo lo scenario italiano rispetto al Mobile Commerce che, come detto prima, ha fatto registrare una crescita eccezionale. Di conseguenza, se ci si concentrasse a superare i grossi limiti evidenziati dalla ricerca, allora il fenomeno potrebbe volare su cifre ancora più alte.

    E voi che ne pensate? Raccontateci, tra i commenti, la vostra esperienza di acquisto via mobile.

  • Ecco come si forma un contenuto virale sui Social Media [Ricerca]

    Un recente studio condotto da alcuni ricercatori della Yale University e della Università di Madrid ha scoperto il modo attraverso il quale un contenuto, un’informazione, diventa virale sui Social Media. Il metodo addirittura permette di prevedere un contenuto di tendenza fino a due mesi prima

    Come si fa a rendere un contenuto virale? Come fa un’informazione ad essere condivisa da migliaia di utenti sui social media, al punto da diventare argomento di tendenza globale? e soprattutto, come si fa ca capirlo prima? Sicuramente questo è uno di quegli argomenti che tutti, siano essi semplici utenti o aziende, vorrebbero sapere per far girare il più possibile le proprie informazioni e raggiungere quindi un elevato numero di persone. Alle volte un contenuto diventa virale perchè ha la suo interno degli elementi i quali purtroppo non sono spesso replicabili e soprattutto non vi è mai l’assoluta certezza che quel contenuto possa davvero poi raggiungere davvero tutti. E allora vale la pena scoprire il metodo elaborato dai ricercatori della Yale University insieme a quelli della Università di Madrid attraverso il quale è possibile anche prevedere fino a due mesi prima la viralità di un dato contenuto. Il metodo può essere davvero utile per comprendere avvenimenti politici, i comportamenti dei consumatori, addirittura potrebbe rivelarsi utile anche in un contesto sanitario.

    Come sappiamo bene, data la grossa mole di informazioni che ad oggi circola sui Social Media ad una velocità sostenuta, è dunque ben difficile riuscire a fare qualche previsione sulla effettiva viralità di un contenuto. I ricercatori hanno concentrato le loro ricerche su un ristretto campione di utenti servendosi di Twitter per meglio individuare quegli utenti, meglio, gruppi di utenti, che fungessero da “sensori”, ossia quegli utenti che sono in grado poi di avviare alla diffusione globale del contenuto. I ricercatori volevano comprendere come il contenuto si sviluppasse verso il centro e come poi lo stesso si diffondesse verso gli altri utenti. Quindi una volta individuati gli utenti, definiti “sensori”, sarebbe poi stato utile monitorare come essi twittavano o conversavano con altri utenti, un procedimento che i ricercatori definiscono “sensor hypothesis“.

    Allora, per sei mesi, nel 2009,  sono stati monitorati contenuti e conversazioni su Twitter. Si è partiti con una rete di utenti di 40 milioni connessa con 1,5 miliardi di “follows”, poi in maniera casuale da questi hanno selezionato piccoli gruppi di utenti centrali, con almeno una persona che li seguisse, e sono stati creati quindi i gruppi di monitoraggio. In sostanza lo studio dimostra il modello dei “piccoli gruppi di amici” è la chiave per l’effettiva diffusione esplosiva di un contenuto e che quindi permette di prevedere la viralità di hashtag, almeno 9 giorni prima. Quindi sono gli individui “sensori” la chiave di tutto. Il modello permette quindi di rilevare che ogni utente ha in media 25 followers che a loro volta hanno 422 followers.

    La ricerca fornisce anche alcuni “prove” a sostegno della effettiva validità di questo modello. Ad esempio, attraverso questo metodo i ricercatori sono stati in grado di prevedere fino a due mesi prima l’effettiva viralità di #Obamacare come tendenza globale su Twitter, e tre mesi prima che diventasse la keyword più ricercata su Google. Il metodo può essere utilizzato anche in tempo reale e implementato anche su diverse aree geografiche.

    Questo metodo a questo punto può risultare di importanza rilevante in una prima analisi degli umori sui social media rispetto ad argomenti di natura politica, economica, sociale, come dicevamo prima utile anche a capire l’atteggiamento dei consumatori. Ma sarebbe utile anche in un contesto sanitario, come per esempio dare delle risposte immediate rispetto a epidemie o altre malattie.

    Insomma, il metodo dei “sensori” ci darà modo di capire l’effettiva portata virale dei contenuti. E voi cosa ne pensate di questa ricerca?

  • Gli italiani sono utenti sempre più convergenti [Ricerca]

    Gli italiani sono utenti sempre più convergenti [Ricerca]

    mobile-convergenti

    Presentata nei giorni scorsi l’edizione 2013 della ricerca del Laboratorio ConMe che ha evidenziato che gli italiani sono sempre più utenti “convergenti”, ossia utenti con dotazione di device e accesso a internet molto elevata. Si stima che siano il 45% della popolazione italiana, cioè 23,4 milioni di individui

    E’ stata presentata lunedì’ scorso, a Milano, l’edizione 2013 della ricerca a cura del Laboratorio ConMe, Convergenza Mediale, che ha evidenziato come gli italiani siano sempre di più un popolo di potenziali convergenti, cioè di utenti che hanno un’alta disponibilità di devices e anche un’elevata possibilità ad essere sempre connessi a internet. La ricerca stima che siano il 45% della popolazione al di sopra dei 14 anni, stiamo parlando quindi di una popolazione di 23, 4 milioni di persone.

    La ricerca evidenzia il 55% della popolazione attiva, quella compresa tra 16 e 64 anni, crescendo del 5% rispetto alla precedente rilevazione. Ma il picco massimo di “convergenti, lo si ha tra gli utenti compresi tra i 25 e i 34 anni, dunque il 72% della popolazione. Ma la ricerca rileva anche un altro dato interessante e cioè che crescono i cosiddetti “silver surfer”, ad evidenziare il fatto che oggi anche gli utenti più maturi hanno possibilità di connessioni elevati.

    Da un punto di vista geografico, i potenziali convergenti si concentrano per il 28% nel Nord Ovest, per il 21% nel Nord Est, per il 25% nel Centro e infine per il 26% nel Sud e nelle Isole. Il 38% dei convergenti svolge la professione di impiegato o quadro. Come è prevedibile, il loro livello di reddito è superiore rispetto alla media italiana.

    La Tv sempre molto seguita

    Nell’esaminare il rapporto tra marca e consumatore, il Laboratorio ha considerato 8 categorie merceologiche: prodotti alimentari, personal care, servizi bancari, servizi di telefonia, bevande non alcoliche, prodotti per la cura della casa, automotive e farmaci da banco.

    Per le seguenti categorie merceologiche, prodotti alimentari, personal care, servizi bancari, servizi per la telefonia, il primato assoluto spetta alla televisione (47%); al secondo posto troviamo le riviste e i giornali (28%). Esaminando invece la penetrazione delle diverse iniziative pubblicitarie attraverso i media digitali, sempre per le stesse categorie merceologiche, emerge che tra i diversi touch point quello che ha ancora una rilevanza assoluta sono i siti che parlano della categoria di riferimento (27%), al secondo posto troviamo i siti, ovvero news e portali (26%).

    La Tv come fonte di informazione su marche e prodotti

    Le persone esposte ad uno spot tv di marche preferite si attivano, nel mantenersi in relazione con contenuti legati alla marca, su più piattaforme: sito internet dell’azienda, profilo ufficiale su Facebook, app della marca; oppure ricercano informazioni su internet attraverso motori di ricerca e social network. Oppure ancora commentano sui social network, o addirittura vanno a cercare lo spot televisivo su internet, come per esempio su YouTube, per poi condividerlo sui propri spazi social.

    Se guardiamo, ad esempio, la categoria “prodotti alimentari”, è interessante notare che il 52% dei consumatori (responsabili di acquisto, RA) Internet user, dopo aver visto uno spot televisivo, ricerca informazioni in Internet; la percentuale scende a 48% se ci limitiamo a chi visita il sito della marca. Prendendo invece in esame i “servizi di telefonia”, la percentuale dei consumatori Internet user che visita il sito della marca aumenta (72%), allo stesso modo aumentano anche coloro che ricercano informazioni in Internet (71%), mentre il 35% scarica l’app della marca. Esaminando poi la categoria “prodotti di personal care”, emerge che il 57% dei consumatori Internet User ricerca le informazioni in Internet dopo essere stati esposti al messaggio pubblicitario mentre il 47% visita il sito della marca.

    La Ricerca mostra infine che i consumatori potenziali convergenti sono in relazione con i contenuti che le marche veicolano in tutti i punti di contatto e lo fanno con un’intensità più elevata rispetto ai non convergenti. Sono 13,2 milioni gli individui che utilizzano la pubblicità come fonte di informazioni su marche e prodotti e circa 10,0 milioni la considerano affidabile e rilevante. Internet è utilizzato abitualmente da 8,0 milioni,mentre sono 11,1 milioni a considerarlo rilevante.

    Altra aspetto che ci sembra rilevante e in linea con quello che trattiamo sul nostro blog, è che oltre 10 milioni di italiani maggiori di 14 anni, utilizzano nella giornata feriale almeno tre schermi (Pc, Smartphone e Tablet) per fare esperienze mediali.

    esperienze-mediali-convergenti

    Al tempo stesso analizzando i contesti di fruizione delle esperienze mediali emergono conferme su momenti canonici di fruizione mediale come a cena, a pranzo e dopocena, ma occorre considerare ben 8 milioni di italiani che fruiscono contenuti nei contesti di mobilità quotidiana per raggiungere il posto di lavoro: in generale aumenta la penetrazione delle esperienze mediali nei cosiddetti tempi interstiziali, e nei tempi del lavoro (mattina a pomeriggio). Inoltre rispetto al 2012 aumenta il numero di potenziali convergenti che fanno esperienze mediali prima di andare a dormire. Infine Smartphone e tablet sono utilizzati con la stessa intensità nei giorni feriali e nel weekend.

    Dai di assoluta rilevanza questi ultimi, come del resto tutta la ricerca, che mettono in evidenza che cambiano le abitudini degli italiane dal punto di vista della fruizione di informazioni e di messaggi. Un chiaro messaggio quindi alle aziende che di fronte all’aumento di questo fenomeno, devono rivedere i loro paradigmi di comunicazione, andando sempre più nella direzione di offrire maggiore copertura con momenti che stimolino sempre d più il coinvolgimento degli utenti. L’obiettivo è quindi quello di cogliere l’attenzione dell’utente al momento giusto e visto l’elevato livello di connessione è necessario tenere conto di questi dati per costruire strategie più attente.

    E voi che ne pensate di questa ricerca? Siete anche voi “potenziali convergenti”?

    [divider]