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  • Il fallimento della Silicon Valley Bank e le preoccupazioni nel mondo tech

    Il fallimento della Silicon Valley Bank e le preoccupazioni nel mondo tech

    Il fallimento di una banca non è mai una buona notizia. La Silicon Valley Bank era il punto di riferimento per il settore tech, per startup e per venture capitalist. Il rischio è quello di una nuova crisi come quella del 2008, anche se dagli Usa sono fiduciosi che non accadrà.

    Il racconto di chi vive lì è di una Sand Hill Road stranamente silenziosa. Si tratta della strada ad ovest della Silicon Valley che attraversa Palo Alto, Menlo Park e Woodside, nota per la sua concentrazione di società del settore tech e ad esso connesse. Un silenzio che porta alla mente un incubo già vissuto.

    Il fallimento di una banca non è mai una buona notizia e il ricordo di ciò che accadde nella grande crisi finanziaria del 2008 riaffiora con il grande rischio che tutto ripetersi. E le conseguenze potrebbero essere anche più pesanti.

    I fatti ci dicono che nel giro di brevissimo, lo colpisce la velocità con cui tutto è avvenuto, è fallita la Silicon Valley Bank, la banca delle startup, quella che ha dato soldi ai fondi di investimenti per far crescere il nome della Silicon Valley, ossia quella striscia di terra della California che ha dato i natali ai colossi tech che conosciamo oggi.

    La Silicon Valley Bank (SVB) è stata chiusa dalle autorità di regolamentazione Usa e rilevata dal governo americano dopo che i depositanti si sono affrettati a ritirare i loro soldi in seguito a una comunicazione “a sorpresa” della società, avvenuta mercoledì sera, in cui si affermava che aveva venduto 21 miliardi di dollari di attività e che stava vendendo altre azioni proprie per sostenere il suo bilancio. Da questo momento in poi è stato il panico.

    fallimento silicon valley bank franzrusso

    I fondatori di start-up e i venture capitalist hanno compreso subito che il denaro necessario per pagare i dipendenti potesse andare perso o congelato dal crollo della banca e si sono precipitati a prelevare i propri soldi. Ora è stato imposto un limite di prelievo a 250 mila dollari, anche se ovviamente le aziende, per lo più startup hanno depositi presso la banca con cifre di molto superiori.

    In tempi rapidi la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) l’ente federale che interviene in casi come questi, di banche in difficoltà, a garanzia dei consumatori, prevedendo già l’istituzione di una banca che dovrebbe sostituire la SVB e portare avanti questa fase molto delicata. I vertici della Federal Reserve si dicono fiduciosi di scongiurare l’effetto contagio, come avvenuto appunto nella crisi del 2008, in quanto le leggi apportare dopo quella grave crisi dovrebbero evitare il ripetersi di situazioni simili.

    Ma intanto il fallimento della SVB lascia un vuoto enorme in un settore tecnologico, quello della Silicon Valley, già in grandi difficoltà per via dell’aumento dei tassi, come fenomeno evidente e recente, e alle prese con la gestione di difficoltà delle aziende del settore che ha provocato, e continua ancora adesso, una catena di licenziamenti di massa.

    Stiamo parlando di una banca che è nata nel 1983 ed è cresciuta insieme all’industria tecnologica, resistendo agli alti e bassi del settore come avvenuto nel corso degli anni. Con il boom del mercato dei capitali di rischio tra la fine degli anni 2000 e l’inizio del 2010, la banca ha approfittato della crescita esponenziale del fenomeno start-up, diventando l’interlocutore privilegiato per le aziende che necessitavano di una banca in grado di gestire il mondo rischioso e in rapida evoluzione nella fase delicata della nascita del settore tech.

    La banca si è sviluppata rapidamente e oggi è presente in nove paesi, tra cui Cina e India. E in Cina, a seguito di questo fallimento, si registrano non poche preoccupazioni. La SVB ha affiancato una serie di piccole e grandi aziende tecnologiche, tra cui la società di e-commerce Shopify e la società di sicurezza informatica CrowdStrike. L’elenco dei suoi clienti comprendeva anche fondatori e dirigenti del settore tech di primissimo piano, nonché società di venture capital conosciutissime come Andreessen Horowitz e Insight Partners.

    silicon valley bank franzrusso.it

    C’è da rilevare che buona parte dei licenziamenti è da imputare alle eccessive assunzioni che si sono registrate durante la pandemia, pensando che i mercati sarebbero andati in una certa direzione, mentre i venture capitalist hanno dichiarato che il calo dei finanziamenti alle nuove start-up è una correzione necessaria dopo anni di eccessiva esuberanza.

    Al momento, i capitali della banca sono tutti ancora lì, alla fine del 2022 la SVB aveva circa 209 miliardi di dollari di attività totali e 175 miliardi di dollari di depositi, e lunedì dovrebbe risolversi la questione del reperimento dei fondi delle startup, la grande maggioranza che viene coinvolta da questa crisi, per poter fronteggiare il pagamento degli stipendi ai propri dipendenti che resta la principale preoccupazione.

    E intanto Roku, la società che fornisce i sistemi operativi alle aziende di streaming, fa sapere che dal fallimento della SVB potrebbe vedere a rischio il 25% del suo contante, essendo depositato presso la banca e non assicurato.

    Tutta l’industria tech è alle prese con i cambiamenti dell’economia e con le rinnovate pressioni degli investitori di Wall Street per tagliare i costi e concentrarsi sui profitti, dopo anni di spese per far crescere continuamente le proprie aziende, a ritmi sfrenati.

    Durante la pandemia, grandi aziende come Amazon, Facebook e Google hanno assunto decine di migliaia di nuovi lavoratori. Ma la maggior parte di esse ha tagliato i costi e licenziato lavoratori, cosa che poche hanno dovuto fare nell’ultimo decennio.


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    Le aziende tech e social media alle prese con i licenziamenti


    Questo fallimento segna quanto il settore tech debba ancora fare i conti con sé stesso e sappiamo bene, purtroppo, che alla fine di questi conti il prezzo più alto lo pagheranno decine di migliaia di persone che avevano creduto in quella grande crescita che sembrava senza fine.

    Non è ancora detta la parola fine, ma da adesso in poi le ristrutturazioni e i licenziamenti di faranno sempre più significativi e qualche azienda chiuderà. Speriamo che la lezione della grande crisi finanziaria del 2008 sia servita a qualcosa, se non altro a limitare contagio finanziario e conseguenze. Speriamo.

  • Tokyo è la città più high tech al mondo, Milano e Roma sono indietro

    Tokyo è la città più high tech al mondo, Milano e Roma sono indietro

    Si è sempre pensato che la Silicon Valley fosse l’area più tecnologica e innovativa al mondo, con capitale San Francisco. In realtà, secondo l’Innovation Cities Index 2018, elaborato dalla società 2thinknow, è Tokyo la città più high tech al mondo. Seconda, e prima città europea, è Londra. Milano e Roma sono invece molto più indietro.

    Siamo sempre stati portati a pensare che l’area più tecnologica e innovativa al mondo fosse la Silicon Valley, con capitale San Francisco, ma in realtà non è più così. Nel senso che sì, la Silicon Valley è ancora una delle zone più innovative al mondo, culla delle startup e di grandi colossi tech come Google, Facebook, Twitter e tanti altri, ma non è più la prima, perchè nel corso degli anni altre zone del mondo hanno cercato di migliorarsi o addirittura di creare la propria area tecnologica prendendo spunto dell’esperienza californiana.

    Ebbene, secondo il recente studio, elaborato da 2thinknow prendendo in considerazione 162 indicatori, dal nome “Innovation Cities Index 2018” (che comprende 500 città), la città più tecnologica e innovativa al mondo è Tokyo, la capitale del Giappone che, secondo lo studio, “è riuscita ad abbracciare la tecnologia smart e a diventare avanguardia nello sviluppo dell’industria robotica e 3D“. Un risultato che, per certi versi, non sorprende vista la grande fama tecnologica che da sempre accompagna la città di Tokyo. In seconda posizione, prima città europea, troviamo Londra che quindi si conferma come forte hub tecnologico, oltre che come grande centro finanziario a livello globale. In terza, appunto, troviamo la Silicon Valley, la zona di San Francisco e San Jose che, comunque, resta sul podio.

    Tokyo high tech innovazione

    Nelle prime dieci troviamo anche New York, Los Angeles (dove hanno sede Spanchat e SpaceX di Elon Musk), Singapore, Boston, Toronto, Parigi (nona posizione e seconda città europea) e Sidney.

    città tech innovazione tokyo

    Come avrete certamente notato, nelle prime posizioni non ci sono città italiane. Infatti per rintracciare la prima città italiana bisogna scendere alla 40esima posizione dove troviamo Milano, in cui hanno sede aziende, segnalate dallo studio, come UniCredit, Pirelli e 505 Gamese; poco lontano dalla città meneghina troviamo la nostra capitale, infatti Roma si trova nella 47esima posizione, e qui, segnalate sempre dallo studio, hanno sede aziende che molto hanno investito sull’innovazione come Enel e Leonardo. Insomma, le principali città italiane arrancano ancora in questo contesto e questo tipo di studio, a livello globale che considera tanti indicatori, aiutano ad avere più chiara la situazione dal punto di vista della tecnologia e dell’innovazione del nostro paese.

    Banalmente, lo abbiamo notato nelle zone più alte della classifica, l’innovazione e la tecnologia si realizzano solo se ci sono investimenti, altrimenti nulla avviene per magia. Le grandi aziende, quindi le grandi idee, nascono e crescono se trovano contesti e situazione dove questo può avvenire.

    Se guardiamo la classifica da un’ottica Europea non va neanche tanto bene perchè Milano si piazza in 13sima posizione e Roma in 17esima.

    Restando sempre sulle città italiane nella classifica globale, dopo Roma troviamo Napoli (136°, 51° in Europa), Torino (164°, 64° in Europa), Firenze (211°, 80° in Europa), Bologna (231°, 89° in Europa), Venezia (277°, 105° in Europa), Parma (295°, 111° in Europa), Padova (318°, 121° in Europa), Verona (319°, 122° in Europa), Modena (333°, 127° in Europa) e poi chiude Trieste (339°, 130° in Europa).

  • Silicon Valley, le donne possiedono solo il 9% del valore capitale delle startup

    Silicon Valley, le donne possiedono solo il 9% del valore capitale delle startup

    Un recente studio di Carta, insieme a #Angels, sulla presenza delle donne nella Silicon Valley, ha rilevato che solo il 9% delle donne possiede il valore capitale delle startup, il restante 91% è in mano agli uomini. Non solo, per ogni dollaro in posseduto dagli uomini, le donne possiedono invece solo 47 centesimi di dollaro.

    Si parla spesso, a ragione, del divario che esiste, dal punto di vista delle retribuzioni, tra uomini e donne. Un valore sempre a vantaggio degli uomini e meno delle donne. Un problema ancora molto presente in Italia come in altri paesi europei, anche se molti paesi del nord Europa stanno affrontando il tema verso una completa parità tra donne e uomini. Ma il problema non è solo questo, nel senso che non è limitato solo alle retribuzioni, riguarda anche altro. Lo studio di cui vi parliamo oggi, realizzato da Carta in collaborazione con #Angels, è forse uno dei pochi studi al mondo che va ad indagare la presenza femminile nelle partecipazioni azionarie delle startup, quella che in gergo viene chiamata cap table, la tabella dove sono inseriti le percentuali di proprietà e il valore del capitale proprio in ogni round di investimento. Insomma, questo studio ci offre uno spaccato mai analizzato fino ad oggi. Certo localizzato negli Usa, ma vale come dato in generale.

    Lo studio di Carta ha preso in esame 180.000 dipendenti, oltre 6.000 aziende e oltre 15.000 fondatori, con un totale complessivo di quasi 45 miliardi di dollari di valore azionario. I dati che vedremo riguardano sia le donne dipendenti nelle startup che founder. Prima di partire con i risultati dello studio, è utile sottolineare, così come ha fatto #Angels, che le donne rappresentano il 33% della forza lavoro combinata, founder e dipendente, ma detengono solo il 9% del valore del valore capitale delle startup. Il restante 91 per cento appartiene agli uomini.

    donne startup tech silicon valley franzrusso.it 2018

    Dallo studio è venuto fuori che, guardando i dati relativi alle donne dipendenti:

    • Le donne rappresentano il 35% dei dipendenti con partecipazione azionaria, ma detengono solo il 20% del capitale azionario dei dipendenti.
    • Le dipendenti con partecipazione azionaria femminile possiedono solo 47 centesimi per ogni dollaro di dipendenti maschi.
    • Le donne rappresentano il 29% dei dipendenti delle aziende con un massimo di 10 dipendenti. La rappresentanza femminile non supera il 40% fino a quando le aziende si avvicinano a 400 dipendenti.

    donne startup silicon valley

    donne startup silicon valley divario genere

    donne startup silicon valley divario genere valore

    Dal punto di vista delle donne founder, lo studio di Carta evidenzia che:

    • Le donne costituiscono il 13% dei founder, ma detengono il 6% del valore del capitale proprio del fondatore.
    • Le founder possiedono solo 39 centesimi per ogni dollaro di capitale proprio dei fondatori di sesso maschile.

    Sono dati che in effetti spiegano bene quale sia il livello di gender gap nella Silicon Valley delle donne founder e dipendenti in startup. Al punto che #Angels ha ribattezzato la cap table in #TheGapTable.

    Se guardiamo meglio i dati del divario tra le donne dipendenti, lo studio di Carta spiega che, partendo dalla considerazione che se le donne detengono un totale di 2,2 miliardi di dollari in valore azionario, gli uomini ne detengono 8,8 miliardi di dollari in valore. Dal punto di vista del valore di mercato, significa che 35.319 dollari di valore vanno alle donna, rispetto ai 74.998 dollari per uomo. Tuto questo comporta che, quando le donne vengono assunte in società private con il supporto di venture-backed (venture capital delle imprese), le donne possiedono solo 47 centesimi per ogni dollaro che un uomo possiede in azioni.

    Dal punto di vista delle founder, le donne possiedono 1,8 miliardi di dollari di valore, mentre i fondatori maschi possiedono 29,8 miliardi di dollari. Si tratta di una media di 857.828 dollari di valore per fondatrice e di 2.175.392 dollari per fondatore maschio. Significa che le donne founder di startup possiedono una media di soli 39 centesimi per ogni dollaro di capitale proprio dei fondatori maschi. Un dato quindi peggiore di quello riscontrato tra le donne dipendenti.

    Per restare in tema, l’altro ieri Women Who Tech, presentando le 10 finaliste della Women Startup Challenge Europe, ha sottolineato che, a fronte di un aumento delle startup guidate da donne, “solo il 10% dei finanziamenti degli investitori nell’UE va a imprese guidate da donne“.

  • Ecco 4 lezioni da imparare dalla Silicon Wadi, la nuova valle delle startup

    Ecco 4 lezioni da imparare dalla Silicon Wadi, la nuova valle delle startup

    Quando si parla di aree tecnologicamente avanzate e di startup si è soliti pensare, a ragione, alla Silicon Valley. Ma esiste anche un altra “Silicon”, dall’alta parte del mondo ed è la Silicon Wadi, in Israele, più precisamente nei dintorni di Tel Aviv. Vediamo allora insieme 4 lezioni che noi italiani potremmo imparare dall’ecosistema israeliano.

    Quando si parla di tecnologia all’avanguardia, di startup di successo o di dispositivi intelligenti, spesso si pensa e si fa riferimento alla fervente Silicon Valley, soprannome dato alla porzione meridionale della Bay Area di San Francisco, nella parte nord della California. Esiste, però, dall’altra parte del mondo, un altro luogo noto per l’aggettivo “Silicon” che pur essendo collocato a centinaia di chilometri di distanza, concorre con la celebre valle americana.

    Si tratta della Silicon Wadi, e si trova in Israele, più precisamente nei dintorni di Tel Aviv – Wadi, infatti, in ebraico significa valle.

    Oggi, la Silicon Wadi risulta essere uno dei distretti mondiali con la maggiore concentrazione di startups e di aziende tech – ad oggi si contano quasi 8.000 startups attive in Israele, la maggior parte ha sede a Tel Aviv. Nonostante queste cifre siano già abbastanza impressionanti, ciò che fa ulteriormente riflettere è la rapidità con la quale la Silicon Wadi è cresciuta ed ha continuato ad espandersi. Nata solamente negli anni ‘60 e cresciuta esponenzialmente grazie, soprattutto, agli incentivi statali ricevuti a partire dagli anni ‘90, l’industria tech israeliana oggi è una tra le più promettenti a livello mondiale.

    I dati e numeri dell’ecosistema hi-tech italiano, purtroppo, sono ancora molto lontani dal competere con quelli israeliani. Le startup hi-tech italiane stanno, infatti, ancora muovendo i primi passi sia per quanto riguarda le possibilità di innovazione sia per ciò che concerne la capacità di attirare effettivi finanziamenti.

    Nonostante, infatti, il numero di aziende sparse sul territorio nazionale sia promettente – ad oggi ve ne sono più di 7mila – il vero tasto dolente è rappresentato dalle dimensioni della maggior parte di esse e dai principali settori nei quali queste aziende operano. Tra le 7mila aziende italiane, infatti, sono pochissime quelle che presentano un fatturato degno di nota e meno di una su tre startup sono attive nella produzione di software e nell’informatica. I problemi principali annessi all’ecosistema startup italiano sembrano quindi essere legati alla crescita e all’innovazione. L’ecosistema hi-tech israeliano può diventare quindi uno spunto di riflessione e, magari, anche un esempio per l’ancora giovane industria tecnologica italiana.

    silicon wadi startup tel aviv israele

    Ecco quindi, di seguito elencate, 4 preziose lezioni che l’Italia può imparare dall’industria hi-tech israeliana:

    1 – Nessuna circostanza esterna, di qualunque entità essa sia, deve essere considerata motivo di interruzione

    Durante la vasta esplosione tecnologica israeliana che ha caratterizzato i due decenni appena trascorsi, il paese è stato tormentato da una situazione socio-politica del tutto avversa – attacchi terroristici e conflitti politico-militari sono infatti all’ordine del giorno in queste terre.

    È stato, ed è tuttora, indispensabile che tutto proceda nella norma anche e, a maggior ragione, durante momenti altamente critici come questi. Nello specifico, durante i numerosi conflitti in Israele, gran parte delle nascenti startup israeliane si sono viste privare di figure chiave all’interno dell’azienda, essendo questi ultimi chiamati a prestare servizio militare. Tuttavia, questi due decenni di instabilità socio-politica, hanno portato ad una crescente innovazione ed aumento di capitali investiti che hanno ecceduto un miliardo di dollari per trimestre. Inoltre, la costante paura causata dalle tensioni militari in atto, ha contribuito a creare una mentalità fondata sul “carpe diem” che influenza l’atteggiamento collettivo nei confronti della vita e che spiega la maggiore predisposizione al rischio, tipica degli israeliani, sia sul mondo del lavoro che nella vita privata.

    Morale della favola: considerare qualsiasi sfida come fonte di motivazione, non come un’occasione per gettare la spugna. So che suona scontato e più facile da dirsi che a farsi, ma è una lezione che spesso si dimentica con troppa facilità.

    2 – Ricaricare le batterie è una necessità, non un lusso

    Lo stereotipo dell’italiano all’estero è spesso costruito intorno alla capacità di godersi a pieno le proprie giornate, facendo passare l’aspetto lavorativo in secondo piano rispetto all’amore per il buon cibo, il caffè ed il calcio. Se, da una parte, è dura contraddire lo stereotipo dell’italiano che  apprezza le piccole gioie della vita, dall’altra mi riesce difficile pensare all’Italia come un paese che “non lavora abbastanza”. Lo stacanovismo sul lavoro in Italia è di casa, sia quando si tratta di far funzionare aziende di una certa entità, sia quando è necessario impiegare tutte le forze in campo per far muovere i primi passi ad una nascente startup. Questo porta, molto spesso a lavorare più del dovuto, dimenticandosi del vero senso della domenica per esempio, come giorno di riposo, o delle altre festività nelle quali si dovrebbe semplicemente imparare a staccare la spina per qualche giorno.

    Nella cultura ebraica d’Israele, tuttavia, il riposo non è un lusso che solo in pochi si possono permettere, ma una regola che viene rispettata collettivamente. Lo Shabbat – ovvero le 25 ore che vanno dal tramonto del venerdì fino a alla sera del sabato – in Israele viene da tutti, religiosi e non, rispettato come un vero e proprio giorno di riposo ed è difficile trovare qualche azienda aperta durante queste ore “sacre”. Lo stesso vale per le principali festività ebraiche, che vengono considerate un’importante occasione per passare del tempo con la propria famiglia, lontani il più possibile dal lavoro. Il riposo “forzato”, secondo la mentalità israeliana, favorirebbe un’aumentata produttività sul lavoro, poiché si sa che le soddisfazioni nella vita privata hanno un’enorme influenza su creatività ed ingegno nella vita professionale.

    3 – Ogni voce è importante

    L’Italia è, tuttora, fondata su solide strutture burocratiche che ne determinano l’organizzazione sociale e politica. Lo stesso vale per le aziende che in Italia, per la maggior parte, sono ancor oggi fortemente strutturate e fondate su protocolli formali. L’ecosistema hi-tech Israeliano, però, ci insegna che per abbattere ostacoli di tipo burocratico, bisogno innanzitutto alleggerire le strutture interne all’azienda. Le startup israeliane, infatti, si caratterizzano per l’essere il meno strutturate possibile – anche se, ovviamente, una struttura base è necessaria per definire funzioni e ruoli – ed il meno dipendenti possibile da protocolli burocratici e formalità.

    Oltre ad avere un’organizzazione interna più semplificata, le startup israeliane spronano ciascun collaboratore a dare voce alle proprie idee, anche nel caso in cui le opinioni di quest’ultimi dovessero essere in contrasto con quelle di manager aziendali o di collaboratori che si trovano in posizioni di livello più alto rispetto alla loro.

    Questo tipo di cultura, meno gerarchica e più terra-a-terra rispetto a quella italiana, garantisce innanzitutto un contesto lavorativo più armonioso e, inoltre, riduce le probabilità che i dipendenti si astengano dal condividere le loro idee, spesso preziose, per la semplice paura di essere criticati.

    4 – L’unione fa la forza

    Che “l’unione faccia la forza” è un concetto ormai assodato. Il problema legato a quest’idea, però, è che invece di diventare un fatto spesso rimane piuttosto un bel modo di dire. Alcuni appartenenti a determinate culture o paesi sono intrinsecamente più legati l’un l’altro rispetto ad altri nel resto del mondo. Le cause sono molteplici – la loro storia, un senso di patriottismo più consolidato, il sentirsi una minoranza rispetto al resto del mondo, ecc. Purtroppo, in Italia il senso di appartenenza non è così forte come lo è in altre culture e la società tende ad essere per lo più individualistica. Se questo orientamento all’individualismo può giovare ad alcuni aspetti della vita privata, non porta invece beneficio quando influenza il contesto lavorativo. Essere più legati agli altri nella vita privata, ha degli effetti positivi anche sul mondo del lavoro.

    Israele è proprio uno di quei paesi dove i legami interpersonali sono molto forti, innanzitutto nella sfera privata, traducendosi poi in legami lavorativi duraturi. Si dice che ci siano solo due gradi di separazione tra un israeliano ed un altro, e non è una affatto una leggenda. Questi legami consolidati non sono semplicemente dovuti al fatto che Israele sia un paese molto piccolo, ma dipendono in primo luogo dal servizio militare obbligatorio, dove i ragazzi israeliani si trovano a prestare servizio con connazionali provenienti da città e gruppi sociali estremamente diversi. Questo si traduce nella creazione di legami interpersonali tra gruppi sociali totalmente opposti, che si traduce in una minore distanza tra gli individui.

    I legami interpersonali sono alla base di tutto, bisogna semplicemente essere in grado di collegare tutti gli elementi a disposizione se si vuole dare vita a qualcosa di nuovo.

  • Mind the Bridge e dPixel insieme su Barcamper

    Mind the Bridge e dPixel insieme su Barcamper

    Mind The Bridge e dPixel insieme su Barcamper per reclutare startup da accelerare a San Francisco. La fondazione californiana raggiunge il programma di accelerazione per startup lanciato da dPixel per scovare i progetti più adatti a uno sviluppo in Silicon Valley. Potete iscrivervi, presentare il vostro slot, ed ecco tutte le tappe

    Continuano le attività di scouting di Mind the Bridge e si ampliano le partnership. L’acceleratore californiano che promuove l’ecosistema imprenditoriale italiano sostenibile attraverso programmi di supporto alla crescita di startup innovative raggiunge infatti Barcamper, il programma di accelerazione per startup lanciato dalla società di venture capital tecnologico dPixel.

    Marco Marinucci, direttore esecutivo di Mind the Bridge e managing partner di MTS Fund, fondo di seed per startup, commenta così:

    Barcamper si inserisce in una serie di attività congiunte che le due organizzazioni stanno sviluppando e che potrebbe includere co-investimenti in startup con sviluppo in Italia ma testa e mercato in USA

    E Gianluca Dettori, fondatore di dPixel, dichiara:

    In dPixel siamo interessati a conoscere sul Barcamper ed effettuare investimenti e coinvestimenti su startup italiane concretamente interessate a scalare i mercati globali. L’alleanza con Mind The Bridge consentirà a questi imprenditori di avere un supporto concreto per accelerare l’ingresso su questo mercato molto competitivo”

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    Dopo Roma e Cagliari, Mind the Bridge sarà quindi a fianco di Barcamper per tutte le prossime tappe del tour. Obiettivo l’individuazione di progetti e startup ad alto contenuto di innovazione da coinvolgere nelle attività promosse al di là dell’oceano: dalla startup school, programma di formazione di tre settimane ospitata all’interno dell’incubatore GYM a San Francisco, al Summer Batch, il programma di accelerazione che prevede  investimenti fino a 65mila dollari da parte del fondo Mind the Seed e tre mesi di incubazione in Silicon Valley.

    Puoi incontrare il team di Mind The Bridge insieme a quello di dPixel su Barcamper. Guarda quando il tour passerà nella tua regione e prenota il tuo slot http://barcamper.it/tours/ per iscriverti alla tappa in corso.

    Per qualsiasi informazione è possibile rivolgersi a  information@mindthebridge.org.

    Ecco le prossime Tappe:

    Startup Revolutionary Road Tour 2013

    20-21 Maggio Napoli
    22-24 Maggio Bari
    27 Maggio Ancona

    Maker Tour – Call fors Startup Maker

    27 Maggio Napoli;
    29 Maggio Bari;
    30 Maggio Pisa;
    31 Maggio Firenze;
    4 Giugno Modena;
    10 Giugno Trento;
    12 Giugno Novara;
    13 Giugno Ivrea;
    14 Giugno Torino

    #WCAP BARCAMPER TOUR

    23 Maggio Bari

  • Italian Innovation Day 2013 nella Silicon Valley

    Italian Innovation Day 2013 nella Silicon Valley

    Nuovo appuntamento per il 2013 dell’Italian Innovation Day presso il Computer History Museum di Mountain Views in California il 12 Marzo. Saranno presenti le eccellenze italiane tra cui Atooma, BadSeedEntertainment, Curious Hat, In3DGallery, Ma2App, Pick1 e Tok.TV

    Le eccellenze nostrane si presentano il 12 marzo al prestigioso Computer History Museum di Mountain View per il consueto appuntamento annuale con l’Italian Innovation Day, organizzato dalla fondazione Mind the Bridge in collaborazione con IB&II – Italian Business & Investment Initiative, Consolato italiano a San Francisco e Istituto italiano per la cultura.

    L’evento, che intende riunire insieme e presentare agli investitori il meglio dell’innovazione e della tecnologia del nostro paese, quest’anno rappresenterà la pietra miliare delle celebrazioni per l’Anno della cultura e dell’innovazione italiane negli Stati Uniti.

    Per l’occasione verrà inaugurata una speciale mostra, dal titolo “Sexy Before Apple: The Italian Experience in Silicon Valley”, visitabile per tutto un mese e dedicata all’impronta lasciata dagli innovatori italiani che hanno cambiato, stanno cambiando o cambieranno il mondo con la loro creatività, spirito imprenditoriale ed eccellenza tecnologica.

    Italiani come quelli che hanno fondato e portato avanti la Olivetti, ad esempio, o come lo stesso Federico Faggin, lo scienziato che inventò il microprocessore, che terrà uno speciale keynote speech alla presenza di tanti altri innovatori italiani dai tempi della Olivetti fino ai giorni nostri.

    Dal PASSATO al PRESENTE, quindi, con gli interventi degli ospiti – per citarne alcuni Gianluca Rattazzi (Meridian Data, Olivetti), Giacomo Marini (Noventi), Elena Favilli (Timbuktu), Stefano Bernardi (Betable), Massimo Arrigoni (MailUp), Augusto Marietti (Mashape) – per poi approdare nel FUTURO, con il debutto dei nuovi astri nascenti dell’imprenditoria italiana, startup su cui si stanno posando gli occhi della Silicon Valley, introdotte dal fondatore e direttore esecutivo della fondazione Mind the Bridge Marco Marinucci.

    Tra loro AtoomaBadSeedEntertainmentCurious HatIn3DGalleryMa2App, Pick1Tok.TV (a questo link la descrizione di ciascuna). Persone di talento con progetti ambiziosi di matrice italiana pronti a scalare che si preparano a dare il meglio di sé in una location sicuramente suggestiva: l’evento, infatti, si svolgerà all’interno del Computer History Museum di Mountain View. Non un museo scelto a caso ma la “terra di mezzo” tra Google e Microsoft, all’interno della quale vengono solitamente ospitati i più importanti appuntamenti della Valley, come le lauree della Singularity University, i demo-day di Google Ventures o le conferenze di Vint Cerf, solo per citare quelli degli ultimi mesi.

    Spazio infine all’analisi dell’attuale situazione economica attraverso un confronto sullo stato dell’imprenditorialità in  Italia e Stati Uniti, grazie anche agli scenari delineati dagli ultimi dati della Mind the Bridge Survey 2012. Federico Rampini (Repubblica) ne parlerà con Alberto Onetti  (Mind the Bridge) e il Chief Economist di Bank of the West.

    Appuntamento quindi per 12 marzo per ripercorrere insieme le tappe della migliore innovazione tecnologica italiana che in Silicon Valley da sempre trova la sua naturale accelerazione.

    PROGRAMMA

    4:30 — 4:45 Saluti di benvenuto

    Keynote: Federico Faggin

    Panel: “The economy of innovation

    Panel “The footprint of Italian Innovators: from the 80s to TODAY

    Panel “The footprint of Italian Innovators: TODAY

    Pitch session “The footprint of Italian Innovators: TOMORROW

    7:00 — 8:00 Cocktail e cerimonia di inaugurazione della mostra
    8:00 Saluti finali

  • Ecco la Wind Business Factor Competition 2013

    Ecco la Wind Business Factor Competition 2013

    Parte la nuova edizione del campionato italiano dedicato alle startup innovative. Wind Business Factor Competition 2013 è il campionato italiano per gli startupper che consentirà alle migliori idee di business di emergere e di volare nella Silicon Valley

    Wind Business Factor, la piattaforma di business coaching e di networking rivolta a startup e nuovi imprenditori, ideata da Wind Business con la collaborazione di TheBlogTV, lancia la Wind Business Factor Competition 2013, il campionato italiano per gli startupper, arrivato alla sua seconda edizione,  che consentirà alle migliori idee di business di emergere, di accedere a fondi e finanziamenti, di seguire percorsi di formazione dedicati e di volare nella Silicon Valley.

    Wind Business Factor Competition è una vera e propria sfida tra talenti imprenditoriali che prevede un programma di allenamento intensivo dedicato ai team selezionati, con l’obiettivo di individuare le startup più innovative per far emergere le imprese del futuro: da quelle digitali a quelle che esaltano creatività ed eccellenze del Made in Italy, dai settori emergenti come il green e la social innovation, all’hi-tech e ai nuovi makers.

    La Competition 2013, partita ieri 28 febbraio, proseguirà per tutto l’anno coinvolgendo gli startupper in 3 gironi, articolati rispettivamente in tre fasi distinte: Selection, Training e Performance. Durante la fase di Selection gli imprenditori potranno candidare la propria idea di business o startup. Nella fase di Training le migliori idee/startup svilupperanno, con l’aiuto di mentor ed esperti, il proprio business model. Infine, nella fase di Performance avranno l’opportunità di presentarsi agli investitori e vincere dei premi e avere opportunità di formazione e di visibilità.Alla fine di ciascun girone, la migliore idea o impresa otterrà un bundle gratuito per un anno di servizi Wind Business e un viaggio di networking e formazione nella Silicon Valley. 

    Pierpaolo Festino, direttore della BU Aziende e Partite Iva di Wind, dichiara:

    “Nella scorsa edizione della Wind Business Factor Competition abbiamo premiato diverse startup, alcune delle quali hanno raggiunto importanti obiettivi nel fund raising a livello nazionale ed internazionale. Questi successi ci consentono di poter affermare – continua Festino – che abbiamo lavorato bene e nella giusta direzione. Con questa nuova edizione della Competition, Wind Business vuole continuare ad affermare la vicinanza al mondo delle piccole imprese fornendo – conclude Festino – un contributo reale ai giovani imprenditori, individuando e premiando gli innovatori che si distinguono nelle eccellenze che caratterizzano il Made in Italy.

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    WIND BUSINESS FACTOR

    Wind Business Factor è un “incubatore virtuale” che aiuta le startup e le piccole e medie imprese a sviluppare il proprio “Business Factor”, rafforzando tre aspetti chiave: le relazioni, attraverso un business network di valore; le conoscenze, attraverso video-sessioni formative che consentono di acquisire competenze e capacità; le opportunità, attraverso la partecipazione a concorsi e alle offerte dei partner. Il business social network di Wind Business si presenta come luogo ideale dove poter acquisire conoscenze, cogliere opportunità, trovare alleanze per sviluppare idee imprenditoriali e ricevere un aiuto concreto per la nascita e la crescita della propria impresa.

  • Venture camp MTB 2012, ecco le startup in campo

    Venture camp MTB 2012, ecco le startup in campo

    Inizia oggi la due giorni della quinta edizione del Venture Camp della Fondazione Mind the Bridge con la semifinale che vede 14 startup in gara. Alcune di loro possono aggiudicarsi un finanziamento da 65k dollari, mentre solo una la menzione speciale per l’innovazione responsabile dalla fondazione Bassetti. E in giornata gli attesi dati della Mind the Bridge Survey “Startups in Italy: Facts and Trends 2012”

    Venture Camp 2012

    Ogni anno Mind the Bridge organizza una selezione di business plan – dal 2012 una Seed Questcon l’intento di selezionare le migliori e più innovative idee di business fra tutti i partecipanti di talento. Alle start-up selezionate Mind the Bridge offre la possibilità di partecipare a un Boot Camp formativo e a diverse sessioni di Coaching, in preparazione per il MtB Venture Camp di Milano. Mind the Bridge ospita anche gli eventi “MtB Gran Finale”, un roadshow negli Stati Uniti che presenta il programma dei finalisti. (altro…)

  • Venture Camp MTB 2012, le startup pronte per la Major League

    Venture Camp MTB 2012, le startup pronte per la Major League

    L’innovazione italiana è ormai pronta per il grande salto e si ritrova per due giorni, 26 e 27 Ottobre, al Corriere della Sera per il Venture Camp della Fondazione Mind the Bridge. Sono 14 startup in gara per ottenere un finanziamento da 65k dollari. Sarà data una menzione speciale dalla fondazione Bassetti e ci sarà poi l’annuncio di un finanziamento milionario per un’azienda italiana. Keynote di eccezione quello cura di Robert Stephens e la testimonianza di Rick Belluzzo. Attesi infine i dati della MtB Survey 2012

    startup-business65 mila dollari e 3 mesi di incubazione alle startup ritenute migliori da una giuria di esperti del settore e venture capitalist; un premio speciale dalla Fondazione Giannino Bassetti alla startup a più elevata innovazione responsabile; l’annuncio di un finanziamento milionario a un’azienda con sede negli USA e centro di sviluppo in Italia; il keynote di Robert Stephens e la testimonianza di Rick Belluzzo; dati 2012 sulle startup della MtB Survey; un panel con Alessandro Fusacchia sui temi di Agenda digitale. Il tutto in due giornate dal ritmo serrato, ospitate al Corriere della Sera, durante le quali agli immancabili pitch di 14 startup– 5 minuti a testa suddivise in 3 gruppi – si alterneranno panel di scenario e analisi critica sui temi più attuali in materia di startup e innovazione – fuga all’estero  incubatori e acceleratori, finanziamenti,aspetti legali, agenda digitale, piccole vs grandi imprese – testimonianze dirette dei nomi noti di chi ce l’ha fatta, il racconto di chi ci sta provando, momenti di networking e una serata di gala da non perdere. (altro…)

  • TechCrunch Italy, ecco il programma della giornata

    TechCrunch Italy, ecco il programma della giornata

    Ecco il programma del tanto atteso evento TechCrunch Italy. Esperti di tecnologia, politici, founder e investitori si incontrano in una giornata di pitching e dibattiti per condividere progetti sul futuro della Net Economy. Saranno presenti tra gli altri anche Alec Ross, Consigliere per l’Innovazione di Hillary Clinton, e anche il Ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera

    TechCrunch-Italy-2012TechCrunch Italy, il 1° evento di TechCrunch in Italia co-organizzato con Populis, inaugura la sua prima edizione con un programma imperdibile, in cui saranno coinvolti massimi esperti mondiali di web e tecnologia, politici, founder e investitori, per aprire un dibattito sul futuro dell’imprenditoria digitale e sui trend che stanno rapidamente cambiando l’economia della rete. Un incontro destinato a diventare una pietra miliare per l’Italia delle startup, che sarà ospitato a Roma, il 27 settembre 2012, al Globe Theatre di Villa Borghese. (altro…)