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  • Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero rivela un cambio di paradigma ormai in atto. Le aziende storiche valgono meno delle startup tech. Una riflessione sul significato del valore di un’azienda nell’era dei dati e del digitale.

    È la notizia di cui ormai si parla da giorni, soprattutto in Italia, ma non solo.

    Ferrero, uno dei marchi italiani più forti al mondo, ha annunciato l’acquisizione di Kellogg’s per una cifra che si aggira attorno ai 3 miliardi di dollari. Sì, proprio 3 miliardi.

    Una cifra che, a prima vista, può apparire importante, ma che nel contesto attuale del mercato globale, dominato da valutazioni vertiginose nel settore tech e digitale, suona come molto bassa, se non addirittura “ridicola”.

    E questo non per sminuire il valore dell’acquisizione. Ma solo per spiegare quello che è il contesto odierno. Che è poi lo scopo di questa riflessione.

    Infatti, se mettiamo questa cifra accanto ad acquisizioni recenti di startup tecnologiche o piattaforme digitali con pochi anni di vita, la sproporzione è talmente evidente da non poter essere ignorata.

    E non è solo una questione di numeri. È una questione di tempo/storia, di percezione e di proiezione nel futuro.

    La storia di un’azienda e la velocità del presente

    Kellogg’s è un’azienda nata nel 1906. Ha attraversato guerre mondiali, boom economici, cambiamenti di abitudini alimentari e rivoluzioni di mercato.

    È diventata sinonimo di “cereali a colazione” in tutto il mondo. Eppure oggi, nel 2025, il suo valore sul mercato risulta essere meno della metà di quanto Microsoft ha pagato per LinkedIn nel 2016.

    Una cifra che risulta venti volte più bassa di quanto Meta ha speso per WhatsApp nel 2014. E oltre sessanta volte più bassa dell’acquisizione di Activision Blizzard da parte di Microsoft nel 2022.

    Questa sproporzione non è casuale. È il segnale di un cambiamento profondo nella gerarchia del valore. Le aziende tradizionali non vengono più premiate per la loro solidità, per la loro storia o per la loro presenza capillare sul territorio.

    Oggi, ciò che conta è la capacità di intercettare il presente e generare futuro.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    Alcune recenti acquisizioni nel mondo digital e tech

    Per rendere chiara la dimensione di questa trasformazione, basta osservare alcune delle acquisizioni digital e tech più significative degli ultimi anni:

    • Instagram, con 13 dipendenti e nessun modello di business sostenibile, fu acquisita da Meta nel 2012 per 1 miliardo.

    • WhatsApp, app gratuita, nel 2014 fu valutata 19 miliardi.

    • LinkedIn, il social network professionale, fu acquistato da Microsoft nel 2016 per 26 miliardi.

    • Activision Blizzard, colosso del gaming, è passato a Microsoft per 68,7 miliardi.

    • E nel 2023, Figma, una giovane startup per il design collaborativo, stava per essere acquistata da Adobe per 20 miliardi (poi l’operazione è saltata per motivi antitrust).

    In questi casi, non contano i capannoni, i camion, le filiere o i dipendenti.

    Ma vale, soprattutto, la capacità di scalare, raccogliere dati, diventare infrastruttura dell’attenzione.

    All’opposto, le grandi acquisizioni nel settore industriale, seppur solide, raccontano una storia diversa:

    • LVMH ha acquistato Tiffany per 15,8 miliardi, pur essendo un marchio con oltre 180 anni di storia.

    • InBev ha acquisito Anheuser-Busch nel 2008 per 52 miliardi, cifra che oggi suona più alta solo perché avvenuta in un tempo ancora favorevole all’industria tradizionale.

    • E oggi, Ferrero acquisisce Kellogg’s per 3 miliardi, ottenendo marchi storici, infrastrutture produttive e una base consolidata di consumatori.

    Il confronto è impietoso: le aziende storiche valgono meno del sogno di un’idea digitale scalabile.

    I dati sono più importanti del petrolio

    Abbiamo accennato ai dati, poco più sopra. Allora val la pena ricordare come i dati siano davvero importanti. L’esempio che segue ci aiuta a focalizzare meglio il tema.

    Nel 2017 una celebre copertina dell’Economist titolava: “Il bene più prezioso del mondo non è più il petrolio, ma i dati.” Era una fotografia esatta del passaggio di paradigma che stavamo vivendo, e che oggi è diventato realtà quotidiana.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Copertina Economist

    A differenza del petrolio, i dati non si esauriscono. Si moltiplicano. E, soprattutto, non richiedono impianti fisici o infrastrutture complesse per essere estratti e venduti, ma bastano, volendo semplificare, un algoritmo, una piattaforma, un’app.

    Le aziende tech hanno costruito il loro valore sulla capacità di raccogliere, interpretare e monetizzare questi dati.

    Non è un caso che le valutazioni più alte degli ultimi anni siano andate proprio a imprese che non producono nulla di fisico, ma che controllano flussi immateriali: attenzione, comportamento, interazioni. E quindi, potere.

    Il Valore oggi è questione di prospettiva

    Nel nuovo paradigma del mercato, ciò che si valuta non è quello che l’azienda ha costruito nel tempo, ma quello che potrà generare nei prossimi 6, 12, 24 mesi.

    Kellogg’s ha costruito la propria realtà in oltre un secolo, consolidando presenza industriale, filiere e riconoscibilità globale.

    Figma (come qualsiasi azienda dello stesso settore e innovativa), invece, in appena quattro anni ha saputo imporsi come riferimento per la collaborazione digitale.

    Due storie incomparabili per natura e per epoca, ma che agli occhi del mercato si valutano con lo stesso parametro. Ossia, la capacità di intercettare il futuro.

    Questa dinamica rende chiaro che il valore simbolico, culturale, produttivo o economico costruito nel tempo non è più sufficiente. Le aziende storiche si trovano a dover ridisegnare la propria traiettoria.

    O si reinventano, o diventano parte di chi ha già agganciato il treno della trasformazione.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Ferrero – Kellogg’s

    Ferrero consolida, mentre il tech colonizza

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero non è una mossa per fare disruption, ma un’azione di consolidamento.

    È una strategia coerente con una visione industriale, fondata sull’integrazione verticale, sull’espansione nei mercati chiave e sulla difesa del proprio perimetro competitivo.

    Il settore tech, invece, non acquisisce per consolidare, ma per colonizzare. E quindi piattaforme, dati, comportamenti.

    Non importa quanto sia solida un’azienda, se non è in grado di tenere il passo digitale, non è competitiva. E alla fine, viene inglobata.

    Le aziende storiche sono in svendita?

    Questa è la domanda più scomoda. Ma anche la più necessaria. Il caso Kellogg’s, come quello recente di Tiffany, o in passato di Motorola, Nokia, Yahoo, ci dice che essere iconici oggi non basta più.

    La reputazione non è più sufficiente a generare valore nel presente. Serve essere capaci di guardare oltre.

    E che la storia non è tutto, se non è accompagnata da innovazione vera.

    È questo che oggi dovrebbero interrogarsi tutte le imprese nate nel secolo scorso: quanto del loro valore è ancora riconosciuto? Quanto della loro narrazione è ancora rilevante?

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero è molto più di un’operazione industriale.

    È un segnale forte. Il valore oggi non risiede solo e soltanto nella storia, come spesso siamo portati a credere. Ma nella capacità di leggere il presente e anticipare il futuro.

    Anche i marchi più iconici devono scegliere. Evolvere o scomparire. La solidità di ieri non basta più.

    Serve visione, velocità e una nuova grammatica del valore.

  • Meta AI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Meta AI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Meta AI è arrivata da poco in Italia. Ma ci sono due aspetti che vanno approfonditi: l’uso dei dati pubblici degli utenti e l’impossibilità di disattivare l’IA. In questo articolo provo a verificare le implicazioni, tra privacy, consenso. E anche un confronto con Grok di X.

    Come sapete, Meta AI è attivo anche in Italia da qualche giorno. È arrivato anche su WhatsApp, dove praticamente tutti gli utenti hanno visto questa iconcina circolare che, una volta attivata, risponde a delle domande e a dei problemi.

    Per cercare di chiarire il motivo di questa considerazione, che si basa essenzialmente su due elementi, provo ad essere un po’ più chiaro, per farvi entrare nella logica di ciò che dirò più tardi, soprattutto su questi due punti.

    Un assistente a tratti invadente

    Immaginiamo di essere in una grande stanza e di osservare ciò che accade, accompagnati da una persona che chiameremo il nostro assistente particolare.

    Quando abbiamo qualcosa da chiedere, ci rivolgiamo a questo assistente che risponde alle nostre domande in maniera molto precisa e dettagliata, offrendo anche la possibilità di approfondire successivamente.

    Intanto, continuiamo il nostro giro in questo palazzo osservando tutte le stanze: in ogni stanza c’è qualcosa che ci incuriosisce, e chiediamo al nostro assistente.

    Il problema è che questo assistente ci segue in continuazione, anche quando non lo interpelliamo: ci osserva, ascolta le nostre azioni, guarda con chi parliamo e ascolta cosa diciamo con le altre persone che incontriamo.

    Il problema sorge quando ci accorgiamo che questa presenza diventa, ad un certo punto, pesante e vorremmo mandarla via, ma non riusciamo a trovare un modo per farlo. Non c’è la possibilità, per così dire, di disattivarla.

    MetaAI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni
    MetaAI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Il primo problema di Meta AI: l’uso dei dati pubblici

    Ed è qui che entro sul tema, cercando di spiegare i due elementi cardine che riguardano Meta AI (e non solo).

    Intanto, MetaAI è presente in Unione Europea dal 20 marzo, dopo aver – per così dire – migliorato la sua aderenza, la sua compliance, al GDPR.

    Il GDPR, questo regolamento sulla protezione dei dati entrato in vigore in Unione Europea nel 2018, ha rivoluzionato il modo in cui vengono gestiti i dati.

    Ebbene, ci sono due aspetti che meritano attenzione.

    Il primo è che, inizialmente, avevo creduto che Meta AI non usasse i nostri dati per allenare la sua intelligenza. In realtà, le cose sono diverse. Se provate a chiedere a MetaAI, su Facebook, Instagram o WhatsApp, se utilizza i vostri dati, la risposta standard è: “No, non utilizzo i dati“. Tuttavia, la realtà è più complessa.

    Meta AI usa i dati pubblici degli utenti

    Meta AI usa i dati pubblici degli utenti: per “dati pubblici” intendo i post, le immagini e i commenti resi visibili a tutti. Questo significa che, per evitare di dare in pasto i nostri contenuti all’intelligenza artificiale, bisognerebbe passare in modalità privata. Nella modalità privata l’IA non riuscirebbe a prelevare i dati che non vogliamo rendere pubblici.

    Questo approccio non va proprio nella direzione del GDPR, il cui fondamento è il consenso informato e la capacità di controllo da parte dell’utente all’interno delle piattaforme digitali.

    Cosa c’è all’interno del Privacy Center

    All’interno del Privacy Center non è ben spiegato se e come si debbano pubblicare i nostri contenuti. Meta non dà spazio a questo aspetto; il link di riferimento, che fornirò in calce al video, spiega che se non volete che MetaAI utilizzi i vostri dati, dovete passare in modalità privata. Questa soluzione, però, può essere valida per alcuni e meno per altri.

    Parliamo di consapevolezza: è importante che, da un lato, la piattaforma fornisca l’informazione corretta e, dall’altro, che ciascuno adotti l’atteggiamento giusto nella condivisione dei contenuti. Solo in questo modo possiamo essere consapevoli e responsabili dell’uso dei nostri dati.

    Secondo problema di Meta AI: non può essere disattivata

    Il secondo elemento, che cozza maggiormente con il GDPR, è il fatto che l’intelligenza artificiale non può essere disattivata. Non esiste un tasto o un’opzione che permetta all’utente di scegliere se utilizzare o meno l’IA.

    L’unica cosa possibile, in assenza di una modalità di disattivazione, è di non utilizzarla: di non interpellarla, di non fare in modo che possa entrare nelle vostre conversazioni. Ma l’IA si alimenta delle richieste (i cosiddetti prompt), dei risultati e delle risposte, continuando a prelevare dati.

    Da tutte le piattaforme – Instagram, Messenger, WhatsApp e Facebook – le risposte pubbliche attingono anche ai risultati pubblici, senza possibilità di disattivare l’IA. Questo ulteriore elemento non collima con il GDPR, perché non offre la possibilità di scegliere.

    Il confronto con Grok di X

    Se volessimo fare un paragone, ci riferiremmo a Grok di X (la piattaforma che prima era Twitter, di proprietà di Elon Musk). Grok, che è l’IA di X, funziona in maniera simile: è integrato nella piattaforma, usabile anche senza abbonamento (con alcune limitazioni) fino alla versione Premium+. Anche Grok, comunque, utilizza di default i dati pubblici degli utenti, non appena si attiva un account.

    L’unica azione possibile è quella di andare nelle impostazioni della privacy, nella sezione dedicata a Grok, e disattivare l’opzione di raccolta dati pubblici. Attenzione: se si effettua questa operazione, Grok continuerà a utilizzare i dati già condivisi, mentre solo i dati futuri non verranno più prelevati.

    Un ulteriore elemento è la possibilità di eliminare la cronologia delle conversazioni con l’IA. Pur essendo un aspetto leggermente più in linea con il GDPR, sul consenso informato rimane comparabile a MetaAI.

    In sintesi, stiamo parlando di due esperienze molto simili che, da un lato, permettono un minimo di controllo. Anche Grok suggerisce, come ultima ipotesi, di passare in modalità privata per evitare che i propri dati vengano prelevati. Tuttavia, questo comporta una significativa riduzione nella visibilità e nelle condivisioni dei propri contenuti.

    Grok (X) Meta AI
    Opt-out disponibile ✅ Sì ⚠️ Sì, ma difficile da trovare
    Disattivazione IA ✅ Parziale (nessuna interazione) ❌ No
    Consenso esplicito ❌ No ❌ No
    Trasparenza IA ⚠️ Media ❌ Bassa
    GDPR compliance 🟡 In dubbio, ma più avanzato 🔴 Più problematico

    La IA entra nelle piattaforme digitali per cambiarle 

    Quindi, si tratta di un passaggio inevitabile: l’intelligenza artificiale sta entrando nelle piattaforme digitali e, come già anticipato in un mio video precedente, questo cambierà radicalmente il nostro modo di interagire non solo con le piattaforme ma anche tra di noi.

    Le relazioni e le conversazioni tra utenti saranno inevitabilmente influenzate dall’uso dell’IA. Dobbiamo farlo in maniera informata e consapevole, sapendo se i nostri dati saranno dati in pasto all’intelligenza artificiale e avendo la possibilità di scegliere, in linea con il consenso informato richiesto dal GDPR.

    Il GDPR poggia la sua intera esistenza su questo principio: anche se non c’è un obbligo esplicito, la dichiarazione di consenso dovrebbe far parte dell’esperienza dell’utente, permettendogli di scegliere se concedere i propri dati.

     

    Questi sono, in sostanza, i due elementi che rendono Meta AI un caso particolare.

    Adesso bisognerà osservare se Meta intende, in questo scenario globale – complicato da aspetti geopolitici, finanziari e normativi – adeguarsi pienamente al regolamento europeo. Vedremo anche come reagirà l’Unione Europea a questi due punti critici, soprattutto considerando le tensioni nei rapporti con gli Stati Uniti e l’eventuale questione dei dazi e della web tax che colpiranno le big tech.

    Non è uno scenario facile, e vedremo come evolveranno le cose. Ci interrogheremo se Meta AI diventerà più conforme al GDPR.

    Condividete le vostre esperienze e i vostri pensieri: se Meta AI è stata utilizzata, se eravate informati sull’uso dei vostri dati. Fatemelo sapere nei commenti.

     

  • Cosa succede sul web e sui social media ogni 60 secondi, nel 2019

    Cosa succede sul web e sui social media ogni 60 secondi, nel 2019

    Dare i numeri a volte è importante, sapete? E i numeri che ci fornisce, con una certa puntualità, Domo, con la consueta infografica “Data Never Sleeps”, giunta alla settima edizione, ci dicono che l’economia della condivisione oggi spazia ovunque, dalle piattaforme alle app, con numeri impressionanti che fotografano quello che facciamo ogni minuto.

    I numeri regnano sull’universo“, diceva Pitagora, certamente sono importanti, è evidente. Ci aiutano a quantificare fenomeni e, quindi, ad interpretarli, per meglio contestualizzarli. I numeri sono importanti anche nell’era del digitale che stiamo vivendo, l’era in cui tutto è tracciabile, quantificabile. Attraverso i numeri quindi riusciamo a comprendere l’evoluzione e l’importanza dei fenomeni stessi, e anche dalla comparsa di nuovi.

    Insomma, tutta questa premessa, che a tratti vi sembrerà noiosa, per dire che Domo, che negli anni abbiamo imparato a conoscere, ha pubblicato la settima edizione della celebre infografica “Data Never Sleeps”, i dati non dormono mai. Verrebbe da dire che anche quelli che lo tracciano e li analizzano non dormono mai, ma questa è un’altra storia.

    L’edizione 2019 di questa infografica ci mette di fronte al fatto che oggi l’economia della condivisione è presente ovunque e che spazia dalle piattaforme alle app. Se guardiamo le precedenti edizioni, prima di passare a conoscere meglio in dettaglio questa nuova versione, ci accorgiamo che oggi le persone condividono non solo per il gusto di farlo, come poteva apparire evidente nelle edizioni iniziali, ma per meglio definire la propria personalità digitale, “personas” dicono gli esperti. Quello che facciamo online dice molto di quello che siamo, sono dati che per le aziende oggi sono preziosi, proprio perché solo 20 anni fa, o anche meno, non erano disponibili.

    social media dati 60 secondi 2019 franzrusso.it

    Provate a pensare cosa sarà la versione di questa infografica nei prossimi anni, quando sarà più evidente il passaggio alla relazione sempre più stretta con gli oggetti connessi, sarà interessante sapere cosa ne verrà fuori ogni minuto.

    Già, perché la grande caratteristica di questa infografica è che ci offre un panorama di quello che facciamo online ogni minuto, cioè ogni 60 secondi, sul web, sui social media, sulle app. Ovunque.

    E allora, ecco i dati più aggiornati dalla settima edizione di “Data Never Sleeps”, versione 2019.

    Intanto partiamo da questa considerazione generale, nel mondo oggi le persone connesse sono 4,39 miliardi, vale a dire che il 56% della popolazione mondiale oggi è connessa alla rete, con un aumento di quasi il 10% rispetto allo scorso anno. Un dato che evidentemente crescerà ancora.

    A proposito di numeri, in un minuto, nel 2019, tanto per citare realtà che solo fino a qualche anno fa non c’erano, sono state effettuate 1.389 prenotazioni attraverso Airbnb. Netflix è passato da 97.222 ore a 694.444 ore di visualizzazioni al minuto nel 2019, con un incremento del 614%. Nel 2017 erano 69.444, un decimo di quelle di quest’anno. Su YouTube le visualizzazioni di video sono passate da 4.333.560 video visti al minuto a oltre 4.500.000.

    Per parlare dell’amato Twitter, che ha attraversato tanti problemi negli ultimi due anni e che adesso sta cercando di recuperare terreno, ha visto crescere il numero di tweet inviati al minuto. Si è passati dai 473 mila ogni 60 secondi nel 2017 ai 511.200 nel 2019. 

    Val la pena di segnalare Instagram per due motivi. Il primo è perché ogni 60 secondi sono gli utenti condividono 277.777 stories; il secondo perché passano da 49.380 a 55.140 foto condivise al minuto, con un aumento di quasi il 12%.

    C’è poi da evidenziare che ogni minuto vengono scaricate oltre 390 mila app; Tinder continua ad essere la dating app più usata con 1,4 milioni di swipe, erano 1,1 milioni lo scorso anno.

    Ma di dati interessanti ce ne sono tanti altri che potete visualizzare nell’infografica in basso.

    E voi che ne pensate?

    ogni minuto social media web app 2019

  • Il dato come strumento per una migliore conoscenza del territorio

    Il dato come strumento per una migliore conoscenza del territorio

    La conoscenza del dato può essere utile alle aziende e ai manager per prendere decisioni sempre più mirate, come spesso abbiamo ricordato qui sul nostro blog. Allo stesso tempo, anche le amministrazioni pubbliche possono utilizzare i dati per offrire e sviluppare nuovi servizi ai cittadini. Su questo tema abbiamo intervistato in occasione dell’ultimo Analytics Experience 2018 organizzato da SAS, Filippo De Vita, Head of Vodafone Analytics – Vodafone Italy.

    La conoscenza del dato può essere utile alle aziende e ai manager per prendere decisioni sempre più mirate, come spesso abbiamo ricordato qui sul nostro blog.

    Allo stesso tempo, anche le amministrazioni pubbliche possono utilizzare i dati per offrire e sviluppare nuovi servizi ai cittadini. Un aspetto dei big data di cui forse si parla meno, ma che offre delle opportunità enormi per una migliore conoscenza del territorio.

    Per saperne di più, abbiamo intervistato in occasione dell’ultimo Analytics Experience, l’evento global di SAS che si è tenuto di recente a Milano, uno dei più importanti esperti del settore: Filippo De Vita, Head of Vodafone Analytics – Vodafone Italy.

    big data conoscenza dato territorio

    Più si è veloci, più le persone si spostano e rilasciano dati grazie all’utilizzo dei loro dispositivi mobili, una considerazione emersa anche nella presentazione del lancio della nuova “Giga Network 4.5G” che anticipa il 5G. Spesso, però, manca una consapevolezza del fenomeno. Qual è la tua opinione in merito?

    Innanzitutto, voglio sottolineare che questi dati vengono rilasciati dalla rete, non sono dati rilasciati dalle persone. Sembra una sfumatura, ma in realtà è la parte più importante. Attraverso Vodafone Analytics, infatti, andiamo a considerare il dato relativo agli spostamenti quando è attivo il GPS sul dispositivo, lavorando quindi sulle tecnologie Big Data che riescono a distillare, su un’enorme quantità dei dati, le informazioni che non sono dichiarate.
    Un “dato dichiarato” è, ad esempio, il prodotto che compra l’utente online, mentre noi riusciamo anche a dire quanti tifosi si muovono dentro allo stadio.

    Tante Telco credono che non ci sia valore in questo. La nostra scommessa, e sono pochissimi gli esempi al mondo come il nostro, è stata quella di capire che in realtà c’è un valore enorme dietro ad attività di social analytics.  Grazie alla nostra attività e alla nostra rete capillare, la Città di Milano è in grado di analizzare l’impatto delle proprie politiche, che siano sociali, eventi, manifestazioni, eventi di mobilità, riuscendo ad ottimizzare queste occasioni.
    Anche il cittadino che si collega alla rete Vodafone ha dei vantaggi: attraverso l’Artificial Intelligence collegata alla rete dei trasporti riusciamo ad esempio a fornire consigli utili ai pendolari. Con queste operazioni riusciamo a portare la cultura, in maniera concreta e data-driven, anche all’interno delle amministrazioni pubbliche. Di esempi in questo senso ne abbiamo tanti, tra gli ultimi attività avviate con il Comune di Padova o Fondazione Dolomiti.

    Quando è stato il momento in cui Vodafone si è accorta dell’importanza degli analytics e, soprattutto, come avete trasmesso alle aziende questo concetto?

    Non è stato facile ma ti posso dire che è stato molto bello e per me motivo di orgoglio poter contribuire all’interno di una grande azienda come Vodafone. Vodafone è un esempio di azienda che si sta digitalizzando, non solo a livello di prodotto, ma anche a livello di processi organizzativi. La lezione che noi abbiamo imparato sul digitale è quella orientata all’idea di prodotto che arriva sul mercato alimentata da un flusso continuo di feedback che ci permette di affinare il tutto. Il prodotto vincente oggi, e noi lo vediamo da quello che stiamo facendo, è quello che ha poche features. È cambiato anche il modo in cui si fa l’esperienza con il prodotto, più diretta, interattiva, dinamica. Una grande azienda deve organizzarsi per crescere a 360°, in tutti i processi.

    Quali sono i settori su cui avete puntato maggiormente?

    Anche in questo caso abbiamo agito in maniera diversa dal passato, è il mercato che ci guida. Abbiamo lanciato tanti teaser e abbiamo osservato che, sul fronte Vodafone Analytics, alcune industries  sono più pronte ad utilizzare questi strumenti, in quanto possiedono una facoltà di decision making più matura.
    Sicuramente, tra i settori più pronti, ci sono quello dei trasporti, della mobility, pubblico o privato che sia; il mondo del Retail; della GDO, piuttosto che il mondo dei grandi eventi; e anche il mondo del Turismo. Ad esempio un approccio del tipo di Vodafone Analytics può aiutare le amministrazioni pubbliche a conoscere meglio il fenomeno del “turista giornaliero” che, per sua natura, non lascia molte tracce. In questo contesto, anche solo conoscere la quantità del fenomeno può essere un elemento di aiuto. Immaginiamo ad esempio Firenze, una delle città che ha aderito per prima a questo nostro progetto e che conta ben 8 milioni di turisti all’anno; per Firenze anche solo sapere che ci sono 3,5 milioni di turisti, quelli giornalieri, che non pagano la tassa di soggiorno, fa la differenza.

    Abbiamo inoltre sfatato una delle tante leggende metropolitane delle città storiche, quella che dice che “il centro storico si sta svuotando e ci stanno solo i turisti”. In realtà, le cose non stanno così, i dati raccontano una storia diversa. La cosa più importante è poi riuscire a quantificare l’effetto che questi dati provocano all’interno dei processi decisionali delle singole amministrazioni. Una volta messa in atto un’azione di Vodafone Analytics, inoltre, già il giorno dopo siamo in grado di quantificare il dato rendendolo visibile sotto variabili tipiche dell’amministrazione. Di conseguenza, si mette in moto un processo decisionale basato su dati reali.

    Un altro esempio concreto è quello fatto a Bologna in occasione dei “T-Days”, misurando quante persone sono transitate nei luoghi interessati. Facendo riferimento a strumenti di Artificial Intelligence siamo riusciti a stabilire, sulla base anche di dati storici e di altri elementi, i giorni di maggiore affluenza. Questi dati permettono di migliorare i servizi e svilupparne di nuovi.

    Quali sono gli scenari futuri secondo Vodafone, da questo punto di vista?

    Quello che stiamo facendo oggi è dare informazioni a mondi molto diversi tra loro, come abbiamo visto. In realtà, la grande potenzialità di queste informazioni non sarà Vodafone a capirla, ma saranno invece cittadini o aziende a cui noi diamo a disposizione le API (Application Programming Interface) in maniera tale da creare un indotto di business intelligence che prenda la conoscenza che noi produciamo. Parliamo chiaramente sempre di dati non personali, che creeranno nuova conoscenza per ambiti sempre più verticali. È questo l’ecosistema digitale all’interno del quale operare. Tante industries, tante amministrazioni affineranno ancora di più le loro decisioni su dati reali. Quello che stiamo facendo noi, come Vodafone, è proprio quello di contribuire allo sviluppo di questo scenario.

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    [Immagine di copertina, thanks Maxiphoto/Getty Images]

  • Facebook non permetterà più l’uso dei dati di terze parti per gli annunci pubblicitari

    Facebook non permetterà più l’uso dei dati di terze parti per gli annunci pubblicitari

    Il caso Cambridge Analytica continua a generare conseguenze per Facebook. E dopo aver migliorato la sezione per la gestione della privacy, Facebook decide di non rendere più disponibili agli inserzionisti i dati di terze parti per gli annunci pubblicitari.

    Il caso Cambridge Analytica continua a tenere banco e genera ancora conseguenze, inevitabili per certi versi. E dopo aver migliorato la sezione per la gestione della privacy, riunendo gli strumenti in un unico cruscotto, Facebook decide di non rendere più disponibili agli inserzionisti i dati di terze parti per gli annunci pubblicitari. Una decisione che è proprio diretta conseguenza del caso Cambridge Analytica.

    In pratica, Facebook non permetterà più l’utilizzo dei dati messi a disposizione da “data broker” come Experian, Acxiom, Oracle Data Cloud, Datalogix, Epsilon e BlueKai agli inserzionisti all’interno delle Categorie Partner. Tanto per spiegare in parole povere di cosa si tratta, Facebook utilizza i dati di terze parti per intergrare il proprio set di dati, quando poi i marketer, quindi coloro che gestiscono una campagna di marketing, prendono in uso i dati di Facebook per le proprie attività e veicolari i propri annunci, Facebook riconosceva una parte degli introiti proprio a questi broker di dati. Un meccanismo che, come abbiamo visto per il caso Cambridge Analytica, potrebbe non essere sicuro. E infatti, da qui la decisione di Facebook.

    facebook dati terze parti

    Come spiegato da Kurt Wagner su Recode, Facebook permetteva agli inserzionisti l’utilizzo di dati provenienti da tre fonti:

    • Dati propri di Facebook, ossia i dati che il social network raccoglie dagli utenti;
    • Dati dell’inserzionista, cioè i dati che l’inserzionista possiede da sè, come gli indirizzi email dei clienti;
    • Dati provenienti da terze parti, i dati di Experian, ad esempio, con il meccanismo che abbiamo visto poco sopra;

    Proprio quest’ultima categoria di dati, quindi, non sarà più utilizzabile per gli annunci pubblicitari.

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    Facebook dunque corre ai ripari prendendo una decisione che, evidentemente, non ha grosse ricadute economiche. E anche se fosse, per Facebook è meglio agire in questa direzione che rischiare un nuovo caso Cambridge Analytica. Già, perchè se Facebook avesse agito in questo modo ancora prima del 2015, lo scandalo che abbiamo visto in questi giorni, con un’azienda che ha raccolto i dati di 50 milioni di persone, non sarebbe successo.

  • Uber ha nascosto il furto di dati di 57 milioni di persone e pagato il riscatto

    Uber ha nascosto il furto di dati di 57 milioni di persone e pagato il riscatto

    Uber ha subito nell’ottobre del 2016 un pesante furto di dati, si parla di informazioni relative a 57 milioni di persone: 50 milioni di clienti e 7 milioni di autisti. L’azienda, allora guidata da Travis Kalanick, preferì tacere e pagare un riscatto di 100 mila dollari per ottenere la cancellazione dei dati rubati. Sull’accaduto il procuratore generale di New York ha aperto un’inchiesta.

    Non è un bel periodo per Uber, l’azienda da poco guidata da Dara Khosrowshahi, nuovo CEO dopo le dimissioni di Travis Kalanick, adesso è alle prese con un gravissimo episodio che apre nuovi scenari sulle difficoltà dell’azienda in questi ultimi 12 mesi e anche sull’addio del suo co-fondatore Kalanick. L’azienda ha rivelato ieri, dopo un’indagine interna, di aver subito un pesante attacco hacker nell’ottobre del 2016 che ha comportato il furto di dati relativi a 57 milioni di persone. Buona parte di questi sono dati di clienti, 50 milioni, la restante parte, 7 milioni di dati, appartengono agli autisti di Uber.

    La vicenda ha del clamoroso non solo per la grossa mole di dati rubata, ma anche, e soprattutto, perchè l’azienda invece di avvertire le autorità, come prevede la legge, ha preferito pagare il riscatto di 100 mila dollari, con la promessa da parte degli hackers che avessero cancellato i dati, e di aver taciuto il tutto per più di un anno. Un fatto gravissimo su cui il procuratore generale di New York, Eric Schneiderman, ha annunciato di aprire un’inchiesta. L’ex CEO Travis Kalanick venne tenuto all’oscuro della vicenda e informato solo un mese dopo. A gestire l’incidente era il responsabile della sicurezza, CSO, Joe Sullivan insieme al suo team, ora tutti licenziati da Uber.

    uber furto dati

    Dopo che la notizia si è diffusa, a rivelarla per prima è stata l’agenzia BloombergDara Khosrowshahi ha diffuso un comunicato in cui ha spiegato come è andata la vicenda. “Nulla di tutto questo sarebbe dovuto accadere e non lo giustifico. Stiamo cambiando il nostro modo di fare business“. Scrive così Khosrowshahi che ora si trova a fronteggiare un grave incidente che coinvolge l’azienda che sta tentando di rilanciare, un duro colpo proprio nell’ottica della riuscita del suo operato.

    I dati trafugati erano nomi, indirizzi e-mail e numeri di telefono di 50 milioni di persone a cui vanno sommati i numeri delle licenze di 7 milioni di autisti Uber. L’azienda ha escluso che tra i dati ci fossero i numeri delle carte di credito dei clienti, della cronologia delle corse, del codice fiscale o della data di nacita. E non ha rivelato l’identità dei hackers che hanno operato il furto.

    Secondo una prima ricostruzione, pare che Sullivan avesse agito in questo modo per paura di attrarre l’attenzione della Federal Trade Commission che in quel periodo stava discutendo con l’azienda a proposito di violazioni della privacy e della cattiva gestione dei dati.

    Gli hackers sono riusciti a “bucare” il code repository GitHub pubblico utilizzato dagli ingegneri di Uber e quindi sono stati in grado di rubare le credenziali degli utenti i cui dati giacevano su un cloud di Amazon.

    Questo di Uber non è che un episodio che riguarda ormai anche le grandi aziende che devono attrezzarsi meglio perchè furti come questo avvengano. Basti citare il caso Equifax oppure l’ancora eclatante caso Yahoo! e la lista sarebbe ancora lunga. Sicuramente dopo l’indagine si saprà di più su come sono andate le cose ma resta il fatto che l’azienda ha ignorato la legge, negli Usa esiste già l’equivalente del GDPR che sarà in vigore nell’UE nei prossimi mesi, omettendo l’obbligo di segnalare l’incidente. Un fatto gravissimo che renderà più complicato il lavoro di Khosrowshahi nel costruire una nuova azienda.

  • AnalyticsX, la Digital Transformation passa dall’analisi dei dati

    AnalyticsX, la Digital Transformation passa dall’analisi dei dati

    L’evento annuale di SAS che si è tenuto a Roma nei giorni scorsi ha messo in evidenza come ci stiamo sempre più avvicinando, e relazionando, sul tema degli analytics in ottica di esperienza. Il tema dell’evento targato 2016 era appunto “Analytics Experience – The analytics culture driving transformation”, l’attività di analytics è quella che abilita il processo di trasformazione, si parla di digital transformation, delle aziende oggi, un processo non più rinviabile.

    E quindi, dopo aver compreso che viviamo in un’era in cui siamo sommersi da dati di ogni tipo, e le aziende non sono da meno, è arrivato il momento di concentrarsi sulla fase di elaborazione e analisi degli stessi dati, servono quindi strumenti in grado di rendere più facili queste operazioni, perché da questa fase passa il vero processo di trasformazione. Attraverso gli analytics è possibile sapere cosa conserva quel dato, è possibile dare un’interpretazione completa e fare tutte le associazioni del caso. Di conseguenza, una volta che si è riusciti a estrapolare tutte queste informazioni, si può arrivare ad estrarre il vero valore che contengono i dati, e il valore permette alle aziende di abilitare un processo decisionale più preciso e mirato. I dati, attraverso gli analytics, sono fonte di informazioni tali da guidare le aziende nell’assumere decisioni in maniera più veloce e precisa. Siamo di fronte ad un momento che tutte le aziende hanno sempre atteso, un momento che oggi è finalmente alla portata di tutti.

    analytics experience 2016 roma digital transformation

    Ma cosa serve per avviare un processo di analisi dei dati, quindi analytics? Dall’evento di Roma, #AnalyticsX, è emerso che oggi è necessario avviare un processo che faccia riferimento ad una piattaforma, un sistema che gestisca al meglio il processo di Digital Transformation. I dati, come ci ha dichiarato Randy Guard, Executive Vice President e CMO di SAS, “da soli restano solo un potenziale non sfruttato, ecco che l’analisi dei dati può contribuire al raggiungimento di obiettivi di business e, elemento non secondario, aiutare le organizzazioni ad estrapolare Valore, elemento che prima non era possibile avere“. Randy Guard quindi specifica meglio il significato del dotarsi di una piattaforma oggi che sia basata su qualsiasi tipo di infrastruttura, quindi sul Cloud; che sia un luogo unico dal quale gestire tutti i processi; che sia aperta a tutti i reparti dell’azienda, ma aperta anche nel senso di “senza limiti“, quindi estensibile per ogni esigenza; che sia potente, quindi una piattaforma innovativa, veloce. Tutte queste caratteristiche sono già presenti in Viya, la piattaforma di SAS.

    randy guard sas rome 2016 analytics experience digital transformation
    Randy Guard, Executive Vice President e CMO di SAS

    Sta cambiando quindi l’approccio all’analytics e per questo servono piattaforme che diamo la possibilità alle organizzazioni di estrarre il Valore aggiunto che deriva dall’analisi, un valore che oggi va condiviso. Anche perché, come ci ha tenuto a sottolineare Randy Guard nel nostro incontro, “è il Valore che rappresenta l’elemento chiave che oggi hanno a disposizione le aziende per abilitare la digital transformation“.

    L’innovazione oggi passa per gli analytics, un’azienda che oggi investe nell’analisi dei dati vuol dire che sta proiettando la propria organizzazione verso un processo verso il digitale in maniera incisiva. Dall’analisi dati oggi, come abbiamo appena visto, deriva il vero Valore dei dati stessi, che altrimenti resterebbero solo elementi inespressi.

    E’ importante quindi un nuovo approccio, un nuovo modo di intendere l’analisi dei dati perché, come ha detto Fritz Lehman, Executive Vice President e CCO di SAS, “gli analytics risolvono i problemi dei clienti“.

  • Cosa succede in 1 minuto sul web e Social Media, nel 2015

    Cosa succede in 1 minuto sul web e Social Media, nel 2015

    Cosa succede in un minuto sul Web e sui Social Media nel 2015? A vedere questi dati è proprio il caso di dire che i dati non dormono mai. Negli ultimi due anni la popolazione mondiale online è cresciuta del 20% e sempre negli ultimi due anni si sono emerse nuove realtà come Vine e Uber. Ma guardiamo tutti i dati in questa infografica.

    L’ultima volta che ne siamo occupati era proprio il 2013, ma vedere cosa succede online in 1 minuto, sul Web e sui Social Media in particolare, è sempre molto interessante. E’ proprio dalla verifica di questi dati che si ha la reale dimensione di quanti dati condividiamo in rete in soli 60 secondi, verificando inoltre che i dati, in effetti, non dormono mai. La ricerca di cui vi parliamo oggi è la terza edizione di una raccolta di dati iniziata da Domo, una software house americana, nel 2012 e questa edizione del 2015 è proprio la più ricca, mettendo in risalto altri servizi come Vine o Uber che contribuiscono ormai alla produzione quotidiana di dati.

    minuto-social-media

    Un dato che va assolutamente sottolineato è che in due anni la popolazione online è cresciuta del 20% e oggi le persone online sono 3,2 miliardi, erano 2,4 nel 2013. Cresce dunque la popolazione online e aumenta la quantità di dati che ogni giorno condividiamo. E sono proprio quei dati che in un certo qual modo delineano, in maniera abbastanza chiara, tutto ciò che facciamo online, evidenziano quella che è la nostra identità digitale. Ovvio che di fronte ad una mole di dati di queste dimensioni è necessario affrontare una riflessione più approfondita, anche perchè con il passare del tempo e con il nascere di nuovi servizi, i dati continuano a crescere a dismisura.

    Ma vediamo insieme qualche dato che tra l’altro potete vedere anche nell’infografica in basso.

    Allora:

    • su Facebook, il più grande social network della rete, ogni minuto i “like” sono 4 milioni e 166 mila, nel 2013 erano 1,8 milioni;
    • su Twitter oggi, ogni 60 secondi, i tweet sono 347.222, nel 2013 erano 278 mila;
    • su YouTube ogni minuto vengono caricate 300 ore di nuovi video, nel 2013 erano 72 ore;
    • su Instagram gli utenti mettono “like”, ogni minuto, a 1 milione e 736 mila foto;
    • su Pinterest gli utenti pinnano 9.722 immagini al minuto, nel 2013 erano 3.472.

    Questi un po’ i dati dei social network che conosciamo meglio e che hanno fatto registrare negli ultimi due anno numeri eccezionali. Ma come dicevamo all’inizio, accanto a questi negli ultimi anni sono sorti e si sono affermati nuovi servizi. ad esempio in questa edizione compare Vine sul quale ogni minuto vengono visualizzati oltre 1 milione di video. Interessante anche il dato che riguarda Uber, ogni minuto sono 694 i passeggeri che utilizzano il servizio. E su Netflix ogni minuto sono oltre 77 mila le ore di video streaming visualizzate dagli utenti, servizio che tra l’altro sta per approdare anche nel nostro paese.

    I dati dunque continuano a crescere senza sosta. E voi che ne pensate? Qual è la vostra opinione?

    minuto-social-media-infografica

  • Adesso anche Twitter ha bisogno di sapere di più sui nostri dati

    Adesso anche Twitter ha bisogno di sapere di più sui nostri dati

    Due giorni fa Twitter ha esteso la possibilità agli utenti di poter aggiungere al proprio account la propria data di nascita. Una chiara mossa per sapere dai propri utenti qualche dato in più per una migliore profilazione. E’ la dimostrazione che anche Twitter, così come altri social network, ha bisogno di sapere i nostri dati.

    Come avrete certamente saputo, e notato dal vostro account, due giorni fa Twitter ha esteso la possibilità ai propri utenti di poter aggiungere la propria data di nascita. Una volta inserita la quale nel giorno del vostro compleanno sul vostro account compariranno dei palloncini a farvi festa, e a ricordare ai vostri follow che quello è il giorno del vostro compleanno. Di conseguenza riceverete tanti tweet di auguri con l’hashtag #HBD, Happy Birthday (ma come sarebbe in italiano?).

    Tutto molto bello ovviamente, fa piacere ricevere tanti tweet di auguri e vedere (l’ennesimo) social network che ti ricorda, e ricorda agli altri soprattutto, che quel giorno è il tuo compleanno. Ma tutto questo per Twitter, come anche per gli altri, ha un senso e uno scopo. Dopo aver inserito la vostra data di nascita (non siete obbligati ovviamente e potete farlo anche con delle restrizioni) state rilasciando a Twitter una preziosa informazione che è quella di sapere il giorno in cui siete nati per poi cominciare (è il termine giusto) a profilare per ottimizzare gli annunci pubblicitari che vi mostrerà.

    happy-birthday-twitter-dati---franzrusso.it-2015

    Di fatto, è la prima volta, da quando esiste, che Twitter chiede agli utenti qualche informazione anagrafica in più. Come sapete, per aprire un vostro account non sono richieste informazioni particolari. E’ sufficiente un indirizzo email, una password e un “nome utente” per poter cominciare a twittare in 140 caratteri. Ma ora Twitter ha necessità di sapere qualcosa in più di noi. Forse, proprio perchè è la prima volta, sarebbe stato meglio iniziare a chiedere qualcosa in più magari sarebbe stato più interessante farlo in un altro modo, non so.

    Fatto sta che se volete, e siete già iscritti, aggiungere la vostra data di nascita basta andare su “Modifica profilo” (posizionato sulla destra) e una volta nelle impostazioni indicare la vostra data nella sezione “Compleanno“. Una volta cliccato, vi richiederà “giorno, mese, anno” e avrete poi la possibilità di modificare la visibilità di questo dato, quindi se renderlo pubblico, se renderlo visibile solo ai vostri followers oppure solo alle persone che seguite oppure, ancora, renderlo visibile alle persone con cui vi seguite a vicenda. Ultima opzione è quella di renderlo visibile solo a voi, quindi a nessun altro.

    twitter compleanno dati

    Twitter ha quindi necessità di offrire ai propri advertiser la possibilità di poter raggiungere profili più affini alle campagne che si attivano. Di conseguenza, conoscendo la provenienza geografica (ammesso che molti inseriscano quella vera e non, come spesso si vede, “Mondo”) e ora anche l’età Twitter è in grado di offrire qualche dato in più. E non è un caso, a questo punto, il lancio della possibilità di gestire le campagne su Twitter anche da mobile, una possibilità che molti del settore hanno gradito.

    E’ facile pensare che questo non sarà altro che un primo passo verso una richiesta maggiore di informazioni ai propri utenti, specie se dovesse arrivare la tanta attesa crescita della base utenti, che a sua volta potrà portare più advertiser ad investire sulla piattaforma. Servono, e serviranno, più informazioni per fare in modo che le campagne sia sempre più mirate, questo è evidente.

    Come molti degli addetti ai lavori riconosceranno, sul rilascio delle nostre informazioni Facebook è in grado oggi di offrire una profilazione degli utenti che neanche altre piattaforme riescono ad ottenere, con un evidente vantaggio per gli advertiser che riescono a raggiungere un bacino di utenti potenzialmente interessato alle loro campagne.

    E’ bene ricordare, però, che siete sempre voi a decidere quali e quante informazioni rilasciare su una piattaforma, come anche nel caso specifico della data del vostro compleanno su Twitter. E’ proprio da qui che passa una prima regola a difesa della vostra privacy. Se volete diffondere i vostri dati, allora fatelo prima di tutto in piena consapevolezza, sapendo che le informazioni che volete rilasciare sul vostro conto non pregiudichino la vostra stessa privacy.

    [easy-tweet tweet=”Se volete diffondere i vostri #dati, fatelo sempre in piena #consapevolezza https://www.franzrusso.it/condividere-comunicare/adesso-anche-twitter-ha-bisogno-di-sapere-di-piu-sui-nostri-dati/” user=”franzrusso”]

    Allora, avete già inserito la vostra data di nascita su Twitter? Che ne pensate?

  • Ecco come sono andate le Elezioni in Sicilia sul web

    Ecco come sono andate le Elezioni in Sicilia sul web

    BlogMeter ha oggi reso noto una ricerca condotta sul web a proposito delle Elezioni in Sicilia mentre in queste ore si sta procedendo proprio allo spoglio delle schede. Dai primi dati reali il Movimento 5 Stelle è il primo partito in Sicilia mentre Crocetta dovrebbe essere eletto nuovo governatore. E questo dato coincide con i dati della ricerca sulla rete. Ma vediamo tutti gli altri risultati

    BlogMeter Elezioni Sicilia_citazioniLe Elezioni in Sicilia hanno da sempre una rilevanza nazionale e mai come in questa occasione questa affermazione corrisponde a verità. Si perchè il periodo storico che stiamo vivendo, caratterizzata da una crisi della politica come non accadeva ormai da troppi anni, è molto votato all’anti-politica, cioè al fatto che i cittadini sono stanchi di assistere a scandali, come quello del Lazio o anche come quello della stessa Regione Sicilia ridotta in deficit finanziario, e alle solite promesse non mantenute. Quindi lo scenario siciliano assume ancora una volta valenza nazionale con il Movimento 5 Stelle vero protagonista della campagna elettorale che ha cercato di raccogliere la delusione di tanti cittadini. E a quanto pare c’è pure riuscito se, come sembra dai dati sui voti reali, dovesse confermarsi come primo partito nell’isola. Un dato che pochi potevano davvero immaginario, eccetto Grillo ovviamente. (altro…)