Su WhatsApp, con il rilascio della funzionalità da oggi anche su iOS, dopo averla attivata prima su Android, è possibile silenziare i gruppi per sempre. Prima di questa, era possibile silenziare al massimo per un anno.
Il tema gruppi di WhatsApp è sempre molto spinoso, vuoi per il fatto che spesso ci troviamo inclusi in gruppi di cui avremmo fatto a meno e da cui non usciamo per non sembrare scortesi. Allora l’unica arma che si aveva a disposizione era quella di silenziare, ma solo per un periodo massimo di un anno.
Ebbene, con un tweet, quando in Italia erano le 4 del mattino, WhatsApp su Twitter ha un’immagine che mostra la possibilità di silenziare per sempre per sempre i gruppi anche su iOS. Già, perchè la possibilità di estendere la funzionalità per sempre era già stata attivata prima su Android, di solito accade il contrario, cioè prima su iOS e poi su Android.
Come dicevamo, la possibilità di silenziare i gruppi indesiderati, dai quali non usciamo in segno di cortesia, era già possibile prima, solo che adesso quella che era l’opzione di un anno viene sostituita con “Sempre”, e siamo sicuri che piacerà a molti di voi.
Quindi adesso si potrà silenziare, e quindi non ricevere più notifiche, i gruppi su WhatsApp per:
8 ore
1 settimana
Sempre
Come silenziare, e non ricevere notifiche, i gruppi su WhatsApp
Per poter silenziare con la possibilità massima, se volete, è sufficiente andare nel gruppo e cliccare i pallini in alto a destra (se avete Android); cliccare su “Info gruppo“, la prima voce del menù, e poi toccare “Disattiva notifiche“. Da quel momento vi appariranno le tre opzioni.
Il doodle che vediamo oggi sulla home di Google è dedicato ai 100 anni dalla nascita di Gianni Rodari, celebre e indimenticato autore di libri per bambini.
Oggi 23 ottobre 2020 Gianni Rodariavrebbe compiuto 100 anni e Google ha avuto omaggiare il celebre ed indimenticato autore di libri per l’infanzia, conosciuto in tutto il mondo, con un doodle. Un omaggio che celebra la grandezza di questo autore, e giornalista, ancora oggi sempre molto letto. Il doodle raffigura l’autore e un libro con una cipolla, chiaro riferimento a “Le avventure di cipollino“, romanzo scritto nel 1951. Il doodle è visibile in Italia, in Russia, in Ucraina, in Lituania, in Bulgaria e in Grecia. Peccato che non sia visibile in America, che lo ha accolto solo di recente con grande elogio sul New York Times, e in Europa in particolare.
Gianni Francesco Rodari, come dicevamo, nacque ad Omegna il 23 ottobre del 1920, è stato un è stato uno scrittore, pedagogista, giornalista, poeta e partigiano italiano. Da tutti conosciuto come il più importante scrittore per l’infanzia. Come ricorda anche Google, Gianni Rodari è stato l’unico scrittore italiano ad aver vinto il prestigioso Premio Hans Christian Andersen nel 1970. Fu uno fra i maggiori interpreti del tema “fantastico” nonché, grazie alla Grammatica della fantasia del 1973, sua opera principale, uno fra i principali teorici dell’arte di inventare storie. E di storie ne ha davvero scritte tante.
Rodari è stato anche un giornalista, ha lavorato per Paese Sera dove, con lo pseudonimo “Benelux” teneva una sua rubrica che ottenne un gran seguito.
Ma sentire il nome di Gianni Rodari rimanda subito al suo mondo di racconti, di favole che ha caratterizzato l’infanzia di molti italiani. Ed ancora oggi Rodari è molto letto, in Italia e non solo.
Tra le sue opere principali ricordiamo Filastrocche in cielo e in terra, Il libro degli errori, Favole al telefono, Il gioco dei quattro cantoni, C’era due volte il barone Lamberto.
Gianni Rodari in una scuola
Gianni Rodari suonava il violino, avrebbe voluto fare il burattinaio, aveva una passione per i treni (Il trenino Freccia Azzurra), amava i gatti ma soprattutto, amava raccontare storie, perché diceva: “La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo“.
Se ne andò forse troppo presto, all’età di 59 anni nel 1980, dopo 4 giorni dal ricovero per una operazione alla gamba.
Twitter da oggi cambia, temporaneamente, il modo di fare ritweet. Una decisione anticipata nei giorni scorsi, in vista delle prossime elezioni Usa, per evitare la diffusione di disinformazione. Giusta nell’intento, ma non ideale perché estesa a livello globale.
Twitter in vista delle elezioni Usa del prossimo 3 novembre sta cambiando alcune cose, anche forse troppo e spiegheremo più avanti perché, soprattutto per preservare le conversazioni sulla piattaforma ed evitare il più possibile la diffusione di disinformazione. E infatti, da oggi noterete che per fare retweet ad un tweet apparirà un passaggio ulteriore, ossia quello di aggiungere un commento al tweet che volete, appunto retwittare. Si aggiunge un passaggio extra con l’intento, corretto, di portare l’utente a riflettere prima di fare retweet e indurlo alla condivisone aggiungendo un suo pensiero attraverso la modalità della citazione.
Sia da desktop che da mobile infatti, non appena andate per compiere l’azione di RT apparirà immediatamente il composer della modalità “citazione”. Il retweet veloce, quello fatto spesso senza pensare, viene in questo modo “scoraggiato”, invitando l’utente ad aggiungere un pensiero. Non si tratta però di una impostazione fissa, infatti se non volete aggiungere altro, potrete comunque cliccare sul tasto in alto a destra “Ritwitta” (da mobile) o in basso a destra (da desktop).
In ogni caso, si aggiunge un passaggio in più, in qualche modo, ci sembra, si scoraggia un po’ l’azione di retweet anche perché, parliamoci chiaro, la cosa non è così intuitiva. L’utente si sa è tendenzialmente pigro e, di conseguenza, l’unica cosa che gli verrà in mete di fare sarà quella di chiudere, senza compiere alcuna azione. In questo modo si perde per strada quella interazione, attraverso il RT che è la linfa vitale della piattaforma.
Come dicevamo in apertura, l’intento è assolutamente condivisibile ma, forse, il fatto di averla estesa da subito a livello globale non gioverà alla piattaforma. Sarebbe stato meglio attivarla temporaneamente negli Usa, appunto in vista delle elezioni del 3 novembre, e poi, sulla base dei risultati, pensare di estenderla a livello globale con altre modalità, al fine di preservare, prima di tutto l’interazione.
L’avvio di questa fase temporanea era stato anticipato in un post sul blog ufficiale di Twitter, a firma di Vijaya Gadde (@vijaya), Legal, Policy and Trust & Safety Lead di Twitter, e Kayvon Beykpour (@kayvz), Product Lead di Twitter e co-founder di Periscope. L’idea è quella di tenere attiva questa modalità fino alla fine della settimana delle elezioni Usa. Molto probabilmente Twitter ha intenzione di mantenere attiva questa modalità e lo farà ancor di più se l’esito della prova darà l’esito sperato. E cioè, una diretta correlazione tra il calo di disinformazione generato anche dallo scoraggiamento del RT immediato.
Ribadiamo, lodevole come iniziativa, ma l’interazione in questo modo andrà persa definitivamente, andandola a scoraggiare anche verso quei contenuti che sono palesemente sani e informativi.
Twitter, sempre in questi giorni, scoraggerà anche la comparsa sulla timeline le raccomandazioni “Ritwittato da” o “Piace a” che arrivano da account che non si seguono, sempre nell’ottica di migliorare la conversazione e la timeline, libera da disinformazione.
Ecco, per quanto pensiamo che Twitter sia una delle poche piattaforme che si sta attrezzando al fine di rendere la piattaforma sempre più sana e protetta, dopo anni di inattività (lo abbiamo sempre scritto qui sul nostro blog), pensiamo anche che generalizzare un’azione che possa generare conseguenze non proprio positive sui contenuti “sani” non sia una buona idea.
Il futuro della pubblicità è il branded content, ma bisogna dire che non è alla portata di tutti. Ecco un bellissimo esempio, di quando il contenuto incontra l’arte cinematografica e nasce un piccolo gioiello come “Raccontami di me”, il branded content di Banca Mediolanum con protagonista Anna Foglietta.
Vi è mai capitato di incontrare voi stessi, nel passato e nel futuro? Avete mai chiesto un consiglio a qualcuno e avete poi verificato se quel consiglio era valido? Tutte queste domande chissà quante volte ce le siamo poste, forse tante e forse anche ogni giorno, tanto sono importanti. Incontrare noi stessi per capire se in passato abbiamo ricevuto buoni consigli per il futuro è cosa ardua, ma è l’idea che è alla base di un bellissimo cortometraggio di cui vogliamo parlarvi. Lo avrete già sicuramente visto, ma ci è particolarmente piaciuto, in quanto pensiamo che sia uno dei migliori esempi di “branded content” che passa attraverso il contenuto in stile cinematografico, sotto forma di short film o corto metraggio. Parliamo di Raccontami di me, il corto metraggio che è visibile dal 16 ottobre dal sito AscoltaBuoniConsigli.it e anche in tv sulle principali reti nazionali sotto forma di spot da 30 secondi.
Negli ultimi tempi, specie negli ultimi mesi, si è ravvivato il dibattito per cui l’advertising sia ormai superato e che il branded content sia il futuro della pubblicità. Per quel che ci riguarda, siamo convinti che sia così, ma siamo anche convinti che il branded content non sia per tutti.
Da sempre pensiamo che, all’interno del contesto pubblicitario, per essere efficace un contenuto deve emozionare e deve essere in grado di dare la possibilità all’utente, in qualche modo, di immedesimarsi o di rivedersi in certe situazioni. L’utente a cui si vuole parlare deve essere coinvolto. Il messaggio che deve arrivare all’utente deve emozionare, deve far riflettere, deve indurre a pensare e deve offrire poi la soluzione.
https://youtu.be/JWeIQbmXI4k
“Raccontami di me” è questo, un bellissimo esempio di brandend content, quando l’arte cinematografica viene sperimentata in un contesto pubblicitario. Molto elegante, sofisticato, un film tutto al femminile, divinamente recitato da Anna Foglietta, che nel film rappresenta l’età adulta di Beatrice, dalla giovane attrice Paola Frasca (sentiremo parlare di lei), che rappresenta l’età della giovinezza, e da una sempre elegante Anita Zagaria, l’età matura.
In poco più di 10 minuti la storia mette l’utente di fronte al proprio passato, al proprio presente e al proprio futuro. Il tema centrale è la fiducia, sempre molto difficile da conquistare e da ricevere, perché, come sappiamo è sempre molto facile per tutti noi “sentire”, ma lo è molto meno “ascoltare”. La trama coinvolge e la regia di Laura Chiossone (“Genitori quasi perfetti” il suo recente film proprio con Anna Foglietta) la si avverte subito, delicata quasi melodica. Il tutto accompagnato dalle musiche del giovane compositore Edoardo Vella.
Paola Frasca in “Raccontami di me”Anna Foglietta in “Raccontami di me”Anita Zagaria in “Raccontami di me”
“Il cortometraggio dimostra di essere un formato sempre più interessante per la pubblicità” – dice Laura Chiossone – “quello che viene definito ormai ‘brandend content’. Si tratta di un racconto breve dove è possibile sviluppare una espressione artistica più elevata, diversa dal solito contenuto pubblicitario, con una sua unicità, una sua fisionomia e originalità, dove il tempo limitato non impedisce di raccontare una storia con una sua profondità”.
Il messaggio finale è quello di portare l’utente su AscoltaBuoniConsigli.it, anche solo per scoprire che cosa c’è scritto in quel biglietto.
“Questa volta abbiamo voluto sperimentare una nuova modalità di comunicazione facendo ricorso a una delle sue espressioni più alte, il cinema” afferma Gianni Rovelli, Direttore Comunicazione e Marketing Commerciale di Banca Mediolanum. “Il periodo che stiamo vivendo ci ha stimolato un messaggio meditato, con riferimento ai temi centrali della vita. Mai come adesso è necessario pensare alla sicurezza del proprio futuro anche attraverso una corretta pianificazione finanziaria”.
Il corto si basa su una idea dell’agenzia spagnola Santa Marta & Astorga, l’adattamento della sceneggiatura è stato curato da Armando Testa, mentre la casa di produzione è Movie Magic.
E voi vi siete mai chiesti se avete fatto le scelte giuste?
Facebook Messenger si rifà il look, aggiungendo anche nuove funzionalità. Ma la notizia è che l’annuncio fatto a settembre trova riscontro in questa nuova versione sempre più legata a Instagram. Il “cross-app” per ora è previsto in Nord America.
Ricorderete certamente quando Mark Zuckerberg lo scorso anno, alla conferenza F8, presentava “il nuovo Facebook” come più “privato” e sempre più integrato. Vale a dire che il fondatore della piattaforma intendeva anticipare quello che sta avvenendo negli ultimi tempi, e cioè che le varie piattaforme dell’ecosistema Facebook si stanno sempre più integrando tra loro, permettendo agli utenti di comunicare attraverso le diverse piattaforme, creando “spazi di conversazione sempre più privati”.
L’annuncio di ieri del nuovo Messenger, che segue quello fatto a settembre, va in questa direzione. L’app di messaggistica, meglio di utilità, di casa Facebook si rifà il look presentando un logo che nei colori si richiama a Instagram: dal blu, passando per il viola e poi sfumando verso il rosa. Il nuovo logo presenta quindi quella fase di “cross-app”, ossia di unificazione delle piattaforme, che per ora sarà possibile solo in Nord America, come scrive Stan Chudnovsky, vice presidente di Messenger. Non è dato sapere se e quando questa fase verrà poi estesa al resto del mondo.
“Il nostro nuovo logo riflette uno spostamento verso il futuro della messaggistica, un modo più dinamico, divertente e integrato per rimanere in contatto con le persone a cui si è vicini“, scrive Chudnovsky presentando le novità.
Messenger negli ultimi tempi ha lanciato novità che ormai pongono la piattaforma ben oltre il concetto stesso di messaggistica. Abbiamo sempre definito infatti Messenger come una piattaforma di utilità, per i tanti servizi annessi. E ora permette anche la visualizzazione di un video insieme ad altri contatti, la possibilità di poter attivare delle stanze virtuali.
Le novità annunciate arricchiscono quindi la piattaforma e si tratta di nuovi temi per le chat, come “love and tie-dye”, e anche nuovi reactions personalizzati. Ma anche i selfie sticker e la modalità “vanish” che permette di nascondere la chat. Tutte novità che saranno presto disponibili per gli utenti.
Con questa prima fase iniziale di “cross-app”, Facebook per certi versi ingabbierà gli utenti, i quali non potranno più effettuare il “log-out” per passare da una piattaforma all’altra. Semplicemente perché gli stessi utenti resteranno sempre all’interno delle piattaforme e, forse, non avranno più interessa ad uscirne, avendo tutto a disposizione in una sola app.
I dati di CrowdTangle, di proprietà di Facebook, ci dicono che nell’ultimo mese Instagram dimostra di essere una piattaforma più “liberal”, mentre Facebook è più conservatrice.
Instagram è più “liberal” e Facebook è più conservatrice.
Si potrebbe sintetizzare così la serie di dati che emerge dalla piattaforma CrowdTangle, di proprietà di Facebook, che analizza come la politica viene discussa dagli utenti sulle piattaforme di Menlo Park. E il quadro che emerge è molto interessante e ci conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che Facebook è sempre più snobbato dai più giovani, mentre Instagram mantiene una sua fisionomia più giovane. Quando si diceva un paio di anni fa (o forse più) che i giovani stavano abbandonando Facebook per passare su Instagram, anche per sfuggire dai propri genitori che nel frattempo scoprivano e usavano la piattaforma, era vero e questi dati lo confermano (ancora una volta).
Le elezioni presidenziali Usa sono da sempre un fatto politico utile per analizzare il fenomeno anche da punto di vista sociale, e questo è ancor più vero nell’era dei social media. I dati, infatti, ci permettono di vedere aspetti ancora più interessanti, anche quando questi ci sembrano ovvi (o quasi), come in questo caso.
La politica ormai usa le piattaforme social per arrivare ad un elettorato sempre più vasto, con la speranza di riuscire a coinvolgere. Ebbene, questi dati ci dicono che i top account, che guardano ai valori “liberal”, ottengono un livello di coinvolgimento più alto su Instagram che su Facebook.
I dati di CrowdTangle ci dicono che nell’ultimo mese i 50 account account più coinvolgenti che hanno postato contenuti a sostegno di “Black Lives Matter” hanno generato un coinvolgimento del 36% più alto su Instagram rispetto a Facebook. Un dato che diventa di 3 volte più alto a proposito del “climate change“. Invece, contenuti che facevano riferimento a “Make America Great Again” (MAGA, il claim di Donald Trump), hanno ottenuto più del doppio delle interazioni su Facebook che su Instagram, sempre negli ultimi 30 giorni.
Questo è sufficiente a definire Instagram una piattaforma più “liberal” e Facebook una piattaforma più conservatrice. E se è vero che Instagram ha un pubblico più giovane, non è sbagliato dire che i giovani americani guardano a valori più vicini al Partito Democratico, mentre il pubblico di Facebook ha più sintonìa con i valori del Partito Repubblicano.
Piccola precisazione sulla parola “liberal“. Il Partito Democratico, tra l’altro il partito politico più antico del mondo (fondato nel 1828), viene definito appunto liberale, ma questa accezione non va interpretata all’europea, cioè di area di centro-destra. Per “liberal” negli Usa si intende area di centro-sinistra, o comunque che ha valori simili a quelli della social-democrazia europea.
Inoltre, sempre dai dati di CrowdTangle, Instagram mostra di essere più attenta al “senso civico“, infatti i contenuti che hanno a tema “resgister to vote” ottengono interazioni ben 14 volte più alte di quelle ottenute su Facebook, sempre nelle ultime quattro settimane.
In relazione a tutto questo, c’è da fare anche un’altra considerazione che ci aiuta a comprendere meglio le due piattaforme di casa Menlo Park. I dati ci dicono anche che quattro dei cinque account più coinvolgenti su Facebook nell’ultimo mese sono quelli di Trump, Fox News, Breitbart e Ben Shapiro, giornalista da oltre 6 milioni di like sulla sua pagina. Invece gli account più coinvolgenti su Instagram sono quelli che appartengono al mondo dello sport, intrattenimento, per lo più, e hanno una certa affinità con la sfera politica americana più “liberal”, quindi democratica.
Tanto per citare quache esempio, così come li riporta anche Axios, The Shade Room, oltre 21 milioni di follower, che condivide messaggi anti Trump in un mese ha generato 276 milioni di interazioni, ossia un numero 4 volte più alto di quanto generato da Fox News su Facebook. Ancora, Feminist, quasi 6 milioni di follower, ha realizzato il 46% di interazioni in più rispetto a Fox News su Facebook.
Ora, al netto di tutto questo, c’è da precisare che i dati di CrowdTangle tengono conto degli account pubblici e non degli account privati, quindi diciamo che viene fuori uno spaccato rilevante, ma comunque parziale. Anche perché poi è proprio lì che si gioca la partita. E poi, va anche precisato che su Instagram la maggior parte del coinvolgimento è generato attraverso gli hashtag, sono quelli che poi attraggono maggiormente l’attenzione degli utenti. Invece su Facebook sono le notizie di attualità e cronaca, “hard news”, quelle che attirano l’attenzione del pubblico.
E che Instagram sia una piattaforma dove i giovani si informano a proposito delle elezioni presidenziali Usa del prossimo 3 novembre, ce lo confermano anche i dati di Politico. Infatti il 53% della “generazione Z” usa Instagram per informarsi. Il 59%, il dato più alto, si informa attraverso YouTube; il 43% dei giovanissimi si tiene informato attraverso Facebook. Non c’è da sorprendersi se all’ultimo posto di questa classifica ci siano i giornali.
Per tirare le fila da quanto raccontato finora, questi dati ci aiutano a comprendere l’orientamento politico delle piattaforme, ci aiutano a comprendere come i giovani sono sempre più “impegnati” su Instagram e sempre meno su Facebook, anche per quel che riguarda i contenuti politici. Ovvio, questi dati non ci dicono chi la spunterà tra Trump e Biden e come voterà l’elettorato americano più giovane, ma senz’altro ci danno degli spunti molto interessanti.
Con un tweet dal suo account ufficiale, WhatsApp ha annunciato di aver reso più semplice la ricerca di file media all’interno dell’app, quindi di foto, GIF, link, video, documenti e audio. La funzionalità era già attiva su iOS, da oggi lo è anche su Android.
WhatsApp e risaputa essere l’app di instant messaging più usata. Ma nel corso degli anni, l’app si è trasformata in qualcosa di più. Con l’aggiunta di funzionalità sempre più estese, WhatsApp è diventata anche uno strumento per comunicare, quindi non solo per chattare. Ad esempio, la possibilità di poter inviare anche documenti, ossia file word, pdf o altro, la rende utile, e veloce, anche per il lavoro, specie se usate nella versione web.
Estendendo la possibilità di inviare file media come foto, GIF, link, video, documenti e anche audio, restava sempre un limite la possibilità di ricercarli facilmente.
Ebbene, WhatsApp con un tweet dal suo account ufficiale ha ufficializzato che da oggi è possibile effettuare la ricerca di file media in maniera semplice e veloce. Quello che già accade all’interno dell’app per iOS, da qualche mese, adesso è possibile anche all’interno dell’app per Android.
We’ve made it easier for you to search through all your media (photos, GIFs, links, videos, documents, audio) on WhatsApp. You can now search for a specific contact, then choose the type of media and add keywords to more powerfully look through past chats and messages. pic.twitter.com/TvP113IqPX
Adesso, semplicemente cliccando (facendo tap sull’icona) su “cerca” in alto a destra, di fianco ai tre pallini verticali (su Android), si apre una nuova sezione dedicata che mostra tutti i tipi di file che possono essere ricercati in maniera rapida.
Foto
Facendo tap su “Foto”, l’app mostrerà tutte le foto, inviate e ricevute, che sono state scambiate in ordine cronologico, dalle più recenti a quelle meno recenti. Cliccando su una di esse, risalirete alla conversazione in cui è stata condivisa e potrete ancora inoltrarla ad un altro account oppure condividerla su altre app. Potrete visualizzarli a griglia o con la descrizione.
GIF
Anche in questo caso, il sistema mostrerà tutte le GIF inviate e ricevute, permettendo una ricerca più facilitata, permettendovi di risalire a quella che cercavate. Molto utile. Anche e GIF potranno essere visualizzate in griglia o con la descrizione.
Link
Spesso accade di inviare link nelle chat per poi non riuscire più a rintracciarli. In questo modo, dalla ricerca, è possibile risalire subito al link che cercavate. I link appaiono in ordine cronologico, dal più recente in poi e sono con la descrizione.
Video
Così come le foto, e le GIF, anche i video possono essere visualizzati a griglia o con la descrizione. E anche in questo caso, vengono mostrati quelli più recenti.
Documenti
Come nel caso dei Link, anche i documenti possono essere visualizzati con la descrizione e non a griglia. Molto utile anche questa modalità, soprattutto perché WhatsApp viene sempre più usato nel lavoro con cui ci si scambia spesso documenti, in modo più veloce di come possa avvenire anche via email.
Audio
Tutte i messaggi audio, quindi i vocali, condivisi su WhatsApp li trovate adesso qui, sempre dal più recente in poi.
Ecco, questa era un po’ la descrizione di questa novità che si rivela essere molto utile.
E voi che ne pensate? La state già usando sul vostro dispositivo Android?
Instagram compie 10 anni. Era il 6 ottobre del 2010 quando l’app di Kevin Systrom e Mike Krieger veniva lanciata su iOS. Per celebrare questa giornata, l’app di Facebook lancia qualche novità, lo shopping su IGTV, e anche una sorpresa per gli utenti. Ma quale sarà il suo futuro?
Instagram compie 10 anni. Era il 6 ottobre del 2010 quando l’app di Kevin Systrom e Mike Krieger, i due co-fondatori, veniva lanciata su iOS. Impiegherà circa due anni per poi arrivare su Android. E da allora tante cose sono cambiate.
Instagram non è solo una semplice app, sembra quasi riduttivo definirla tale. Si tratta di una piattaforma che, piaccia o meno, ha cambiato lo scenario dei social media. Potremmo dire, senza esagerare, che è la piattaforma che ha contribuito più di altre a cambiare e a rivoluzionare la cultura del “visual content”.
Per certi versi, almeno nella fase iniziale, Instagram ha dato la sensazione a tutti di sentirsi fotografi. In un attimo, con il proprio smartphone, chiunque può scattare una foto, modificarla con qualche filtro, abbellirla, renderla magica e condividerla con gli altri. Era questo il senso iniziale, tra l’altro, come certamente saprete, i due co-fondatori si erano ispirati proprio a due macchine fotografiche per creare la loro app: alla Kodak Instamatic e alla Polaroid SX 70. Le caratteristiche di queste due macchine venivano fuse in un’unica app. Da lì il successo iniziale.
Poi col tempo le cose sono evolute, l’app è cresciuta, è stata acquisita da Facebook, i due co-fondatori oggi non ci sono più e l’app è diventata quasi sinonimo di Influencer Marketing.
Forse sul che cosa sia diventata oggi Instagram bisognerebbe dedicarci un approfondimento perchè merita e perché, in effetti, 10 anni sono davvero tanti.
Per l’occasione lancia alcuni aggiornamenti e alcune novità, e cioè:
Mappa delle storie: una mappa e un calendario privati delle storie condivise negli ultimi tre anni, che ti permetteranno di rivivere e ricordare i tuoi momenti migliori. La funzione consente di condividere, scaricare e salvare le storie nei tuoi highlight.
Timeline di prodotto: una timeline che ripercorre i momenti chiave della storia di Instagram.
Aggiornamenti su shopping: questa news è stata appena annunciata. Nei prossimi giorni lo shopping sarà disponibile anche su IGTV, mentre un test della stessa funzione sarà avviato nei prossimi mesi su Reels. L’obiettivo è semplificare l’esperienza di acquisto anche nei video, oltre che supportare i creator nel far crescere la propria attività tramite la piattaforma.
Una sorpresa nell’app – fateci sapere se riuscite a trovarla.
E poi, a partire da oggi, in Italia apparirà un’icona “Reels” direttamente sulla schermata principale di Instagram.
Ecco questo era il nostro post per celebrare Instagram, ma come saranno i prossimi 10 anni? A dire il vero, bisognerebbe anche chiedersi se ci saranno mai i prossimi 10 anni. Questo perchè Facebook ormai punta a fare un’operazione di unificazione delle app, come Messenger WhatsApp e la stessa Instagram, sotto un unico cappello, cioè Facebook. Quindi, non è così scontato che Instagram possa andare avanti per i prossimi 10 anni così come la conosciamo oggi.
Insomma, 10 anni di Instagram sono tanti. E voi che ne pensate? Lo usate? E come? Raccontatecelo.
Il Welfare Index PMI 2020 ci ha mostrato come il welfare aziendale è oggi per le aziende una grande leva per crescere e durante la pandemia si è trasformato in un aiuto concreto per i collaboratori delle aziende per le loro famiglie e per tutta la collettività.
Il Welfare Index PMI è stato l’occasione per conoscere tutte quelle imprese, aziende e PMI, che nel periodo della pandemia hanno saputo sfruttare il welfare aziendale come occasione di crescita e come momento per rafforzare il welfare aziendale e farlo diventare un aiuto concreto per i propri collaboratori, per le loro famiglie e per tutta la collettività.
Le PMI, come sappiamo da sempre, sono il cuore pulsante della nostra economia, ma lo sono anche dal punto di vista sociale. Mi ha molto colpito una frase ascoltata durante la premiazione dei 78 “Welfare Champion 2020”, e cioè: “Le comunità nelle difficoltà si uniscono. Ci si salva insieme“. Queste poche parole dimostrano la resilienza che le PMI hanno saputo dimostrare durante la più grande crisi che l’Italia abbia mai conosciuto, dal dopoguerra ad oggi, caratteristica colta anche dal presidente Giuseppe COnte durante il suo intervento finale.
Il Rapporto Welfare Index PMI 2020 ha voluto analizzare quale sia stato l’impatto del Covid sulle imprese e sul welfare aziendale. Quello che emerge è che le aziende hanno compreso che il welfare è un fattore di crescita economico e sociale. Due sono i fattori principali emersi: le imprese sono diventate un punto di riferimento per le collettività; le politiche messe in atto si sono concentrate sulla salute e la sicurezza dei propri collaboratori e sui giovani, la loro formazione e sulla mobilità sociale.
Le imprese sono state un punto di riferimento nel momento di grande crisi. Nel 95,8% dei casi, le iniziative messe in atto hanno riguardato la salute e la sicurezza dei collaboratori e nel 78,7% hanno riguardato i cambiamenti all’interno dell’organizzazione del lavoro per soddisfare le esigenze di vita familiare dei dipendenti e di sostegni economici.
A proposito dell’organizzazione del lavoro, nel 40,5% dei casi le aziende hanno esteso la flessibilità degli orari e aumentato l’erogazione di permessi. Nel momento in cui è scoppiato la grande crisi, a seguito del lockdown, nel nostro paese lo smart working non era molto diffuso. Ebbene, 4 aziende su 10 lo hanno introdotto per la prima volta e un altro 8,8%, di quelle che già lo praticavano, lo hanno potenziato.
Un altro elemento che coglie il rapporto e quello della formazione a distanza: il 22,5% delle imprese hanno gestito webinar e sviluppato progetti formativi a distanza.
Marco Sesana, Country Manager & Ceo Generali Italia e Global Business Lines:
“In questo nuovo contesto del Covid-19, attraverso Welfare Index PMI, abbiamo osservato come le imprese hanno agito come soggetto sociale, oltre che economico e di mercato, per la loro diffusione nel territorio e per la vicinanza ai lavoratori e alle famiglie, dando vita a un nuovo welfare di sussidiarietà. Sono straordinarie storie di resilienza delle nostre PMI e ringrazio il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, e il Sottosegretario di Stato per il Lavoro e le Politiche Sociali, Stanislao Di Piazza, per aver premiato le 78 imprese Welfare Champion 2020. Le imprese con un welfare più maturo sono state punto di riferimento delle comunità e hanno avuto maggiore capacità di reazione durante l’emergenza Covid”.
Lucia Sciacca, Direttore Comunicazione e Social Responsibility Generali Italia e Global Business Lines e membro del Comitato Scientifico di Welfare Index PMI:
“Quello che abbiamo notato nel Rapporto Welfare Index PMI 2020 è che il Covid ha accelerato il salto di qualità del welfare e ha fatto sì che molte aziende si siano messe al centro della comunità applicando iniziative di welfare aziendale. Quest’anno sono 78 le welfare champion, una crescita evidente rispetto al primo anno con 11. Fattore principe per la vincita è l’attenzione ai bisogni reali per affrontare il momento. Quest’anno abbiamo rilevato che le imprese che applicano il welfare aziendale hanno risultati di bilancio in termini di produttività e occupazioni superiori alla media”.
Come dicevamo, un altro dei caratteri evidenziati dal rapporto è quello della consapevolezza del ruolo sociale delle aziende. Le iniziative messe in atto per dare sostegno ai propri dipendenti, alle famiglie e alla collettività in generale sono state molteplici. Si è trattato di donazioni monetarie, donazione di beni o erogazione di servizi, di iniziative a sostegno del sistema sanitario, di formazione.
Insomma, le aziende italiane di fronte ad un momento di grande crisi hanno dimostrato grande resilienza e capacità di guardare sempre avanti, con una grande attenzione agli altri.
La presentazione del Rapporto Welfare Index PMI 2020, promosso da Generali Italia insieme a Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato Imprese, Confprofessioni e Confcommercio, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha visto la partecipazione del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte che, insieme a Marco Sesana, Country Manager & Ceo Generali Italia e Global Business Lines, ha premiato i 78 Welfare Champion 2020, aziende di tutta Italia che si sono adoperate per far crescere le loro organizzazioni puntando sul welfare aziendale.
Ecco, il rapporto fotografa L’Italia che più ci piace, quella che non si abbatte mai.
Il processo di trasformazione coinvolge inevitabilmente anche le Media Company che devono trasformarsi in “Media tech Company”, abbracciando la platform economy.
Il grande processo di trasformazione che la pandemia da Covid ha accelerato, non ha risparmiato le Media Company. In un momento in cui gli utenti hanno dovuto rinunciare alla libertà di muoversi, per via dell’emergenza sanitaria, ecco che le media company, quindi i grandi player nazionali del mondo della tv e dell’informazione televisiva, e non solo, sono diventate un vero punto di riferimento. Ed è proprio in quel momento che si è avvertita la necessità di mettere in atto un modello nuovo, che andasse verso la direzione della “platform economy“. Le aziende del settore hanno compreso in quel momento che le esigenze degli utenti erano cambiate e che la stessa emergenza le metteva di fronte alla necessità di far fronte ad una domanda di intrattenimento e di informazione continua e diretta.
Ecco, questo è lo scenario in cui oggi si muovono le Media Company, soprattutto a fronte della emergenza scatenata dalla pandemia che ha accelerato un processo di trasformazione che era comunque in atto. La strada è quindi quella indicata dalla platform economy, le Media Company abbracciano modalità di interazione con gli utenti implementando nuove tecnologie come Intelligenza Artificiale, Cloud e 5G per essere in grado di formulare un’offerta nuova e competitiva.
Sono questi i temi che sono stati al centro dell’ultimo Festival della Tv e del Nuovi Media di Dogliani, un’occasione straordinaria per riflettere come il settore sia cambiato proprio durante la pandemia e come fare tesoro di questa esperienza per il futuro.
Le Media Company devono diventare “Media Tech Company”, è questa la strada che indica Accenture, main sponsor della manifestazione piemontese e partner strategico dei grandi player del settore, tra cui TIM Vision. Le aziende devono diventare sempre più data-driven e cloud-based. Si parla quindi di “Media-Morphosis”, una decisa accelerazione verso un nuovo modello di business sostenibile e resiliente, che sappia cogliere le opportunità derivanti dalle tecnologie sempre più accessibili con investimenti continui per sviluppare servizi e contenuti rilevanti per i clienti.
Vittorio Micheli – Managing Director, Media Industry Lead di Accenture
“Le aziende devono affrontare il mercato attraverso una nuova organizzazione.“, ci dice Vittorio Micheli – Managing Director, Media Industry Lead di Accenture, “Vanno rivisti i modelli di business per affrontare un mercato che sta cambiando, un mercato che vede al centro il cliente che è sempre più esigente. L’offerta va quindi rivista in chiave più profilata alle esigenze del cliente e il processo di trasformazione coinvolge tutti i reparti dell’azienda. L’emergenza sanitaria ha messo in evidenza un problema in termini di ricavi, ma ha messo in evidenza quanto il digitale sia l’asset su cui investire. Un altro aspetto è quello relativo ai contenuti che vanno rimodulati e non concepiti più come fini a sè stessi“.
Lo sviluppo della “Media Tech Company” vede al centro il Cloud. Oggi i Cloud Provider sono fondamentali per gli Over The Top (OTT) fornendo un’infrastruttura di distribuzione nativa dei contenuti a un segmento alternativo a quello che si appoggia al digitale terrestre o al satellitare e che oggi è pari al 77% dell’Internet Media. Ma la “nuvola” non si limita a questa funzione. Il mercato Cloud italiano, secondo i dati dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, nel 2019 ha raggiunto un valore pari a 2,77 miliardi di euro. In termini di spesa assoluta riferita alle filiere merceologiche, le prime tre posizioni sono occupate dal Manifatturiero (25%), dal Bancario (20%) e dal settore Telco e Media (15%). A riprova del fatto che la “contaminazione” di business contigui ormai è una realtà.
Andrea Fabiano – VP Multimedia di TIM
“Durante la pandemia”, ci ha raccontato Andrea Fabiano – VP Multimedia di TIM, “ci siamo accori della grande domanda di contenuti informativi, ma c’è stata una grande richiesta di evasione, gli utenti volevano contenuti di intrattenimento, come serie tv, film documentari. Siamo riusciti a rispondere a tutte le esigenze dei nostri clienti grazie proprio alle partnership che TIM Vision ha messo in atto con Netflix, Amazon, Now Tv, Disney.”
Ecco, un altro aspetto interessante di questa trasformazione è quella della partnership, vista come un modo per rispondere alla continue esigenze del mercato. Ci si unisce per un biettivo comune.
Uno scenario comunque possibile anche grazie al fatto che oggi le Media Company italiane nel 2019 hanno investito su Big Data Analytics & Business Intelligence per il 14% (circa 1,7 miliardi di euro), dietro solo al settore delle banche (28%) e quello manifatturiero (21%).
A livello generale, il 93% delle grandi aziende considerate nel campione ha investito in Analytics, soprattutto in progetti di Advanced Analytics. Il che coincide con un insieme di tecnologie che ricorrono all’intelligenza artificiale (AI) e agli algoritmi di machine learning per svolgere analisi approfondite ed estrarre pattern e insight dalla propria base clienti. Una base destinata a offrire un quadro minuzioso dei propri stili di consumo anche grazie all’avvento del 5G con cui non subiranno più i limiti della latenza o della larghezza di banda né le abbuffate da binge watching.
Cristian Rengo – Managing Director, Strategy & Consulting – Communications & Media Industry di Accenture
Cristian Rengo – Managing Director, Strategy & Consulting – Communications & Media Industry di Accenture: “La disintermediazione riguarda oggi anche il contenuto che viene proposto ai clienti dalle aziende. Il processo di trasformazione in atto vede prevalere la logica di ecosistema all’interno della quale le aziende realizzano contenuti sempre disponibili per i propri clienti, in maniera diretta. Contenuti che abbracciano sempre di più gli interessi e i gusti dei clienti stessi“.
Ma quali sono i vantaggi che derivano da questo processo di trasformazione per le Media Company?
Sicuramente, su tutti, uno dei vantaggi più evidenti è quello di poter poi affrontare tutte le sfide future e in questa fase il ruolo di Accenture è fondamentale. L’azienda ha realizzato un modello, denominato Wise Pivot caratterizzato da una serie di passaggi per abbracciare sempre più il modello basato su Cloud e data-driven.
Per comprendere come il Wise Pivot trovi attuazione nel settore Media, Accenture Research ha intervistato nel 2019 i C-level di 8356 aziende presenti in 20 Paesi. L’indagine si è focalizzata sull’uso delle tecnologie, il grado di adozione nonché la predisposizione organizzativa e culturale alla loro adozione. A livello macro, la ricerca ha evidenziato che gli innovatori cosiddetti “leader” ottengono il doppio della crescita dei ricavi (9%) rispetto ai “ritardatari” (4%). Nel dettaglio, la transizione da Media Company classica a Media Tech Company permette di reinterpretare, il proprio core business alla luce delle innovazioni tecnologiche. La strada da perseguire per il successo è quella verso la redditività, investendo in capitale, risorse umane e innovazione.
Ecco le 5 direttive principali su cui muoversi:
Una dotazione tecnologica all’avanguardia, che permetta di guidare l’innovazione e ridurre la dipendenza dai fornitori di software.
Un nuovo modello operativo costruito sui reali obiettivi di business, collaborativo e in grado di monetizzare sia i contenuti che i big data.
La formazione di una forza lavoro con un nuovo set di abilità e capacità, in grado di lavorare in modo proficuo con le nuove tecnologie.
La creazione di un ecosistema di partner basato sulla co-creazione e sulla collaborazione, per favorire la generazione e la diffusione di un approccio altamente innovativo.
Nuove metriche per la misurazione del successo del business, basato sia sull’analisi dei dati che su un sistema di valori condiviso.
Ecco, questo era uno dei capitoli più interessanti che volevamo portare alla vostra attenzione riguardo alla trasformazione digitale che tocca anche le Media Company, soprattutto dopo la grande emergenza scatenata dalla pandemia da Coivd-19. Se è vero che questa pandemia ha permesso alle aziende, di qualsiasi settore, di accelerare in chiave di trasformazione digitale, questo non ha risparmiato sicuramente le Media Company. Quella indicata da Accenture è la strada da perseguire e noi continueremo a raccontarvela.
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