Categoria: News

In questa categoria si trovano articoli che parlano di comunicazione, condivisione, social media, social network. Insomma, tutto ciò che riguarda il web 2.0 e di come si sta evolvendo

  • Martin Sorrell – WPP: nel 2018 ricavi tra il 40% e il 45% nel digital advertising

    Martin Sorrell – WPP: nel 2018 ricavi tra il 40% e il 45% nel digital advertising

    Il Digital Advertising nel 2018 raggiungerà ricavi tra il 40% e il 45%. A sostenerlo è Sir Martin Sorrell, CEO del Gruppo WPP a cui fanno capo Hill & Knowlton, TNS, Burson-Masteller, Ogilvy Group, per citarne alcune. Sorrell sostiene anche che da questo punto di vista il settore è in netta crescita nei paesi emergenti

    Come avevamo già registrato all’inizio dell’estate con il post “In crescita nel 2013 l’advertising sui media digitali e social media“, il trend del DIgital Advertising è in netto aumento rispetto agli altri anni, nonostante le crisi infatti il settore resta in crescita a livello internazionale. C’è da chiedersi perché in Italia si continui ad affidare la propria presenza online ad un certo pressapochismo e perché gli strumenti digitali debbano ancora essere visti con scetticismo o timore, soprattutto alla luce di taluni articoli da ombrellone che non hanno fatto altro che sbandierare le dipendenze da smartphone o da social network in questi mesi estivi.

    Ma veniamo alla notizia fondamentale: Sir Martin Sorrell, CEO del Gruppo WPP (Wire and Plastic Products plc), ovvero della multinazionale di pubblicità e pubbliche relazioni più grande al mondo con sede principale a Londra e 3.000 uffici in 110 paesi, nonchè proprietaria di un certo numero di network pubblicitari, di pubbliche relazioni e di ricerche di mercato ( Grey , Burson-Marsteller , Hill & Knowlton , JWT , Ogilvy Group , TNS , Young & Rubicam and Cohn & Wolfe ); ha dichiarato che nel 2018 prevedono di ottenere ricavi per il 45% provenienti dai mercati emergenti e dal digital advertising.

    La WPP ha infatti chiuso il primo semestre con un utile netto pari a 280,9 milioni di streline, in rialzo dell’1,1% rispetto ai 277,8 milioni di sterline dell’analogo periodo dello scorso anno, grazie all’incremento delle vendite del 7,1% a 5,33 miliardi di sterline, il cui 32% deriva dai media digitali.

    I ricavi sono cresciuti del 2,7% nel 2° trimestre, mettendo a segno un aumento del 2,3% nei primi quattro mesi dell’anno, grazie alla forte crescita registrata negli Stati Uniti e nei mercati emergenti. A luglio il dato ha raggiunto il 5%, segnando il livello più elevato dell’anno.

    Altri trend positivi registrati in WPP riguardano l’intera sfera dei media:

    1. gli investimenti nei paesi emergenti e mercati globali in rapido movimento
    2. la transizione dall’advertising tradizionale ai media digitali
    3. il maggiore utilizzo di automazioni e tecniche pubblicitarie basate sui dati.

    Per WPP oggi i nuovi mercati costituiscono infatti il 30% delle entrate ed i nuovi media il 34 per cento.
    sorrell digital advertising in crescita 2018
    Mentre per Sir Martin Sorrell la WPP del 2018 si presenterà con un “marketing mix” diverso nelle percentuali rispetto a quello odierno sopra riportato:
    New Markets, New Media and Data Investment Management

    Sir Sorrell conclude infine la sua dichiarazione sottolineando con il seguente grafico che i pubblicitari investono troppo nella stampa mentre non investono a sufficienza nelle piattaforme digitali e mobili.

    digital advertising New Media

    Mentre il più grande colosso al mondo sposta sostanzialmente la propria attenzione verso i media digitali sulla base di obbiettivi già raggiunti e prospettandone di nuovi nella stessa direzione, quali sono le tendenze registrate in Italia ed in Europa?
    C’è forse da ricordare che nell’era della globalizzazione i mercati non hanno confini e il detto “chi tardi arriva male alloggia” assume nuove ed inquietanti prospettive?

    Approfondimenti: CEO del Gruppo WPP, Martin Sorrell parla del futuro del marketing e dell’approccio multifunzionale globale a 360°.

  • Lo spam su Facebook vale oltre 200 milioni di dollari l’anno [Ricerca]

    Lo spam su Facebook vale oltre 200 milioni di dollari l’anno [Ricerca]

    Una ricerca tutta italiana, condotta da Andrea Stroppa e Carlo De Micheli, insieme al loro team di collaboratori, ha rilevato che lo spam su Facebook rastrella una cifra pari a 200 milioni di dollari l’anno! Una cifra enorme che ci dà la dimensione del fenomeno sul più grande social network della rete. Il risultato evidenzia che sono 30 mila le pagine da cui viene diffuso lo spam

    Di sicuro i nomi di Andrea Stroppa e Carlo Di Micheli ad alcuni di voi non saranno nuovi, i due ricercatori italiani si sono già fatti notare per le loro competenze e abilità con altre ricerche che hanno riscosso l’attenzione dei media di tutto il mondo. Ora i due ricercatori italiani propongono una nuova ricerca, prima al mondo e pubblicata in esclusiva sul The Guardian, che ci dà la dimensione della relazione che c’è tra lo spam, problema che tutti noi conosciamo, e Facebook, il più grande social network della rete che ha ormai superato la soglia di 1 miliardo di utenti registrati, senza dimenticare i 600 milioni di utenti che vi accedono via mobile. La relazione esiste ed forte, date le dimensioni, a tal punto da valere addirittura 200 milioni di dollari l’anno! Una cifra enorme che ci dà un quadro netto del problema.

    Come sapete, sono proprie le fanpage ad amplificare il fenomeno dello spam per la loro stessa natura “aperta” e non chiusa come invece sono le pagine profilo, limitate ad un masso di 5 mila fans. Ora i due ricercatori insieme al loro team hanno deciso di avviare una ricerca su quello che è ormai a tutti gli effetti un business sotterrano e non regolamentato. E sono poi le pagine amatoriali che sono l’anima, se così possiamo dire, di questo business. Esempi di pagine amatoriali, ossia fanpage non legate ad un brand specifico, è quella di 4chan, oggi “Welcome to the Internet“, con oltre 2 milioni di fans su cui vengono pubblicati post capaci di raggiungere fino a 80 mila likes e centinaia di migliaia di condivisioni. Tanto per fare un esempio che la ricerca evidenzia come tale.

    Molti di voi si saranno certamente imbattuti in esempi di spam su Facebook, ne siamo certi. Ebbene quello che evidenzia la ricerca è che spesso il modo più efficace (per lo spammer, ovvio) è quello di associare al testo un’immagine seguita da uno short url, link accorciati cone servizi come Bit.ly o Tinyurl.com. Così facendo si rende irriconoscibile l’indirizzo verso cui verrete indirizzati. Sei fate un attimo mente locale, quante volte ci è capitato? Moltissime si presume, ma comunque, occhio.

    La ricerca ha anche permesso di scoprire dei siti in cui gli spammer propongono di creare fanpage fake al fine di indurre gli utenti di Facebook a cliccare sui link.

    Ma il dato sorprendente è il valore economico che questo business può realizzare.

    Coloro che pubblicano spam vengono pagati con una media di 13 dollari per post, per quanto riguarda le pagine con circa 30.000 fan, fino a una media di 58 dollari per quanto riguarda le pagine con più di 100.000 fan” ha detto De Micheli al Guardian. “Se consideriamo questi due estremi, le pagine abbiamo analizzato generano un gettito di 18.000 messaggi al giorno, quindi calcolare i ricavi per post – con un range che va da 13 a 58 dollari, per 365 giorni l’anno”

    Questo da vita ad una forbice compresa tra gli 87 milioni di dollari e i 390 milioni di dollari. Di conseguenza facendo una media ponderata della cifra, viene fuori che il giro di affari dello spam su Facebook è di oltre 200 milioni di dollari l’anno.

    Ora il network degli spammer si estende veramente a macchia d’olio. Infatti la ricerca rileva che molti gestori di fanpage, create per la vendita di spam, possono aggiungere altre pagine fan tra i loro preferiti. Di conseguenza, gli spam sellers aggiungono tra le loro pagine preferite altre pagine che vendono spam, o altra pagine gestite da amici conosciuti proprio attraverso forum di spam. A questo punto il circolo vizioso è avviato.

    La ricerca rileva anche che sono state 30 mila le pagine coinvolte nel postare spam e tutti hanno un numero di fans superiore ai 30 mila.

    Ma come si distingue uno spam da un contenuto che non è spam?

    Ecco uno screenshot che evidenzia bene la differenza e quello su cui da oggi dobbiamo fare più attenzione:

    ricerca-Fanpage-Facebook-spam-esempi

    Qui invece vediamo un esempio di spam in una pagina:

    ricerca-Fanpage-Facebook-spam

     

    Infine, vediamo il potenziale per lo spam su Facebook in rapporto ad altra piattaforme.

    ricerca Fanpage Facebook-luoghi-condivisione-spam

    Come vedete dall’immagine in alto, analizzando uno dei tanti url e nello specifico uno che porta ad un programma affiliato a Chacha.com, si nota che i clicks su Facebook sono stati quasi 90,000 rispetto ai 54 su Twitter.

    Tutto lo studio dimostra come in effetti agendo con sistemi veramente poco leciti gestiti con meccanismi in terze parti, su Facebook lo spam oltre che essere eccessivamente invasivo, è anche in grado di generare un volume di affari enorme, anche troppo.

    E’ ovvio che a questo punto Facebook, di fronte a questa ricerca, debba necessariamente fare la sua parte e prendere coscienza del fatto che il fenomeno spam su Facebook esiste eccome. E comunque sia, come abbiamo detto già all’inizio, è bene fare sempre attenzione su quello che si clicca!

    Vedremo cosa accadrà!

  • Ecco i paesi con la più alta diffusione di smartphone al mondo

    Ecco i paesi con la più alta diffusione di smartphone al mondo

    Recentemente Mashable e Statista hanno realizzato uno studio su dati “Google – Our Mobile Planet” che evidenzia lo stato della diffusione degli smartphone nel mondo, nei primi tre mesi del 2013. La classifica rappresenta i 15 paesi con il tasso di penetrazione più alto. Al primo posto ci sono gli Emirati Arabi, 3 cittadini su 4 possiedono uno smartphone. In Italia, fuori dalla classifica, il tasso è del 41,3%, in crescita dal 2012

    I dati che Mashable e Statista hanno raccolto per stilare la classifica dei paesi con il più alto taso di diffusione degli smartphone nel mondo, tiene conto dei dati della piattaforma “Google – Our Mobile Planet” che traccia tutta una serie di dati molto interessanti. Ebbene, da questa classifica dei primi 15 paesi al mondo, l’Italia è fuori. Eppure abbiamo sempre detto che l’Italia è uno dei maggiori fruitori di dispositivi mobili per cittadino. In effetti è così, soprattutto se guardiamo il dato italiano con una diffusione nei primi tre mesi del 2013 che si attesta al 41,3% rispetto al 2012, quando era al 27,9%. Nei dati, è il paese, almeno in Europa (EU5: Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito), che fa registrare il tasso di crescita più alto. Di conseguenza, c’è da credere che se non alla prossima, forse già a quella successiva, l’Italia sarà certamente tra i primi 15.

    smartphone penetrazione EU5

    Tornando al dato rappresentato da Statista, in partnership con Mashable, la classifica che ne viene fuori offre spunti davvero interessanti. Intanto basta guardare la prima posizione dove troviamo gli Emirati Arabi. Forse ci saremmo aspettati qualche altro paese, ma sta di fatto che 3 cittadini su 4 negli Emirati Arabi possiedono uno smartphone. Infatti il tasso di penetrazione è del 73,8%. Al secondo posto, con il 73% di diffusione, troviamo la Corea del Sud e questa non è una sorpresa. I paesi asiatici, e lo abbiamo ricordato altre volte, da questo punto di vista sono in forte e costante crescita. E infatti, dopo l’Arabia Saudita (72,8%), troviamo un altro paese asiatico, Singapore (71,7%).

    smartphone-penetrazione-mondiale-statista

    Il primo paese europeo che troviamo in classifica è la Norvegia con il 67,5%, di fatto il primo paese in Europa con il più alto tasso. Poi al settimo la Svezia (62,9%). Il Regno Unito è non con il 62,2% e supera anche gli Stai Uniti che si piazzano al 13° posto con 56,4%. E questo ultimo dato è la vera sorpresa della classifica. Siamo certamente in tanti ad aver pensato che gli USA in una classifica del genere avrebbero fatto registrare un posto più alto. Ma evidentemente non è così.

    Quindi la classifica evidenzia un blocco di paesi tra il Medio Oriente e l’Asia che trainano la diffusione degli smartphone nel mondo. E non è un caso se infatti proprio dall’Asia arrivano anche in Europa app che trovano largo consenso di pubblico, basti pensare alla messaggistica.

    L’Europa è divisa a metà con i paesi del Nord più avanti degli altri. Il distacco tra Norvegia e UK è di oltre il 5%, poco meno la metà del tasso di crescita che ha visto il nostro paese. L’Italia, come dicevamo all’inizio si trova ancora molto distaccata dai 15, il distacco con la Spagna è di oltre il 14%, ma ha grosse potenzialità. Sarà quindi interessante vedere cosa succederà nei prossimi mesi.

    E voi che ne pensate?

  • Attacchi hacker dal SEA. Venti di Guerra Tecnologica

    Attacchi hacker dal SEA. Venti di Guerra Tecnologica

    La notte scorsa, ora italiana, il sito del New York Times ha subito un pesante attacco hacker da parte del SEA, Syrian Electronic Army, un’organizzazione vicina al regime di Assad che ha come obiettivo quelli di diffondere messaggi vicini al regime attraverso azioni come quelle ancora in atto. Infatti il sito del prestigioso quotidiano è ancora offline. Ma nello stesso attacco sono stati hackerati l’account Twitter, @nytimes, e anche altri siti. Si prefigura una Guerra Tecnologica?

    L’attacco hacker che è stato sferrato questa notte ha davvero dell’eccezionale ed è strettamente collegato all’attualità politico-internazionale di questi giorni. A tal punto che si può davvero inquadrare l’episodio in un contesto di “Guerra Tecnologica“. Infatti, quello che nei primissimi minuti sembrava un nuovo blackout tecnologico, come quello avvenuto due settimane fa, sul sito del prestigioso quotidiano americano, il New York Times, invece era un attacco hacker vero e proprio. A firmare questo attacco era il SEA, Syrian Electronic Army, un organismo vicino al regime del presidente siriano Assad che non è nuovo nel compiere questo tipo di azioni, ma certamente  è la prima volta che sferra un attacco di così grandi dimensioni.

    Abbiamo usato la parola firma non a caso, in quanto effettuando una verifica via DomainTools si vedeva bene che i DNS facevano riferimento proprio al SEA ed era stata violato anche il servizio di posta elettronica.

    NYTimes.com 27 agosto SEA

    La notizia è stata diffusa da Eileen Murphy, vice presidente del reparto Corporate Communications del New York Times, attraverso Twitter:

    Ma il giornale ha comunque provveduto a diffondere le notizie su quanto stava accadendo attraverso la proprio pagina Facebook, informando i lettori e anche attraverso l’account @nytimes. Un attacco di questo genere è per il New York Times assolutamente vitale, in quanto colpisce il giornale direttamente sui suoi interessi. Per il NYTimes avere il sito offline significa perdere soldi e parecchi, essendo sospeso il servizio di paywall. Stiamo parlando di un sito che ha qualcosa come 30 milioni di visitatori unici per mese. Ma il giornale ha comunque continuato a diffondere le notizie, accessibili a tutti, e lo sta ancora facendo essendo il sito ancora offline, da questo link. E dopo le insinuazioni dei primi minuti, dopo poco arriva la conferma che a sferrare l’attacco è stato il SEA con questo tweet:

     

    Come potete notare, l’attacco ha riguardato anche l’edizione inglese di Huffington Post, allegando le immagini che dimostravano la violazione dei DNS. Ma anche il servizio di immagini di Twitter twimg.com è stato attaccato e lo è tuttora e la conferma arriva da Twitter:

    Twitter Status attacco SEA twimg com

    Ma come mai tutti questi siti attaccati quasi contemporaneamente? La risposta è che il SEA è riuscito a violare Melbourne IT, società australiana che serve l’hosting proprio a questi stessi siti. Quindi da qui il SEA è entrato andando effettivamente alla ricerca di quello che voleva, puntando alla violazione dei DNS sei siti in questione. E la violazione non è cosa da poco che può risolversi in poco tempo, infatti ne abbiamo la viva conferma.

    Ora la domanda è, ma come è possibile? Come può succedere che si possa sferrare un attacco di queste dimensioni. Senza dilungarci troppo sugli aspetti tecnici, la questione qui è in termini di sicurezza, ovviamente, ma anche in termini di qualità dell’attacco stesso. Per spiegarci meglio, il SEA prima di questo episodio, come dicevamo nel post di questa notte, si era fatto conoscere per altri attacchi simili, limitatamente alla violazione di account Twitter, con lo scopo di veicolare messaggi pro Assad e notizie assolutamente false, come quando violò l’account dell’Associated Press qualche mese fa diffondendo notizie di esplosioni alla Casa Bianca e del ferimento del presidente Usa Obama.

    Adesso l’attacco è più sofisticato e mirato. A dimostrazione del fatto che ci si sta attrezzando anche ad una sorta di “Guerra Tecnologica“. E la situazione politico-internazionale di questi giorni, di fronte ad un ormai quasi certo attacco alla Siria promosso da Usa e Uk, in risposta all’uso di armi chimiche sulla popolazione da parte dell’esercito siriano, accentua e incendia la situazione.

    Bisognerà aspettarsi altri attacchi simili, se non più gravi? Si è attrezzati ad affrontare anche una minaccia di questo tipo?

    La nostra idea è che si altri attacchi ci saranno, ma allo stesso tempo si eleverà la guardia da questo punto di vista. Certo, in questi casi, è difficile definire con certezza le situazioni.

    E voi che ne pensate? Credere anche voi che ci troviamo di fronte ad un caso di “Guerra Tecnologica”?

    (l’immagine di copertina è di © lolloj su fotolia.com)

  • Il sito del New York Times è offline. Attacco hacker da parte del SEA?

    Il sito del New York Times è offline. Attacco hacker da parte del SEA?

    Da oltre un’ora il sito del New York Times è di nuovo off-line. A distanza di pochi giorni da un altro incidente simile, il sito del popolare quotidiano americano è di nuovo irrangiungibile. Però, va profilandosi l’ipotesi di un attacco hacker da parte del SEA, Syrian Electronic Army. Infatti il dominio adesso sembra appartenere proprio a questa sigla

    A distanza di pochi giorni dall’ultimo incidente che mise offline il sito del New York Times, il popolare e storico quotidiano americano, si ripete di nuovo la medesima situazione. Ma stavolta pare non si sia trattato di un incidente, ma invece va profilandosi col trascorrere dei minuti un attacco hacker da parte del SEA, Syrian Electronic Army, l’esercito tecnologico pro Assad.

    Il sospetto diventa più concreto quando si va a fare una banale verifica sulla registrazione del dominio nytimes.com. E da lì viene fuori quello che vedete nell’immagine in basso il dominio appare come se appartenesse proprio al SEA:

    NYTimes.com 27 agosto SEA

    E’ evidente che si tratti di un “attacco estermo” come lo hanno definito fonti del giornale ad una cronista di Bloomberg, Sarah Frier (@SarahFrier). Resta da chiarire se davvero dietro questo nuovo episodio ci sia davvero la mano del SEA e se fosse così potrebbe profilarsi una sorta di guerra tecnologica.

    L’episodio assume ancora più rilevanza proprio in quanto in queste ore il governo Usa insieme al governo Uk stanno organizzando un eventuale attacco militare in Siria, in risposta all’uso di gas nervino da parte del regime di Assad. La Comunità Internazionale mira ad un intervento in Siria che sia sotto il “cappello” dell’ONU. Mentre Usa e Uk puntano ad un attacco rapido e mirato, della durata massima di due giorni. E pare proprio che si vada in questa direzione.

    new york times attacco sea

    Intanto, come già accadde la volta scorsa,dalla fanpage del New York Times e l’account twitter @nytimes si contina a pubblicare le notizie. Anche in questo caso i social media svolgono un ruolo fondamentale nel cercare di mantenere un collegamento continuo coi propri lettori. Le notizie vengono pubblicate su questo link http://news.nytco.com/global/.

    Il SEA è un organismo “tecnologico” che si schiera a favore del regime di Assad e che è nato per pubblicare ondate di commenti a favore di Assad. I primi attacchi vennero effettuati su Facebook circa due anni fa. Ma si fa conoscere specie durante questi ultimi mesi dopo aver violato l’account di Reuters, in quel caso vennero diffuse notizie false sulla situazione siriana. Vittima è stata anche il sito di Al Jazeera e di recente è stato preso di mira, sempre su Twitter, l’account dell’Associated Press (AP), anche in quel caso diffondendo, come le esplosioni alla Casa Bianca con il conseguente ferimento del Presidente Obama.

    Ora, se fosse confermato, l’attacco al New York Times,  proprio in un momento davvero delicato per la situazione siriana, sembra prefigurare quelli che molti hanno già definito la “Guerra Tecnologica“. Vedremo quali saranno gli sviluppi.

     

  • Shared Album: finalmente tutte le foto del tuo matrimonio su Facebook!

    Shared Album: finalmente tutte le foto del tuo matrimonio su Facebook!

    Facebook, senza sosta ormai, continua ad arricchire le funzionalità del social network. E ieri ha lanciato lo Shared Albums, ossia la possibilità di poter caricare immagini sullo stesso album creato e estendere agli amici, fino ad un massimo di 50, di poter contribuire a caricare immagini. Immaginate come sarebbe poter collezionare insieme agli amici le immagini di un matrimonio

    Nella mia bacheca è stata un’estate di matrimoni e vacanze (com’è ovvio per questo periodo dell’anno!).
    Il tormento degli sposi che si affannano alla ricerca delle foto mentre pronunciavano il fatidico “si”, si è fatto pressante, il tag multiplo agli amici per mostrare le foto delle vacanze insieme è diventato infestante. MagoZuck ci ha salvati da questo bailamme, a breve arriveranno gli “shared albums” o album condivisi per dirla in italiano.

    Questa nuova funzione permetterà a 50 amici di pubblicare le foto direttamente nell’album del matrimonio o delle vacanze da voi creato!

    Cosa cambia rispetto alla creazione dell’album che abbiamo attualmente a disposizione?
    Pochi semplici click, una volta creato l’album ci si trova nella parte inerente le informazioni relative a tale album, una volta caricate le foto in nostro possesso, si avrà la possibilità di selezionare “album condiviso”. A questo punto sarà sufficiente cercare e aggiungere fino a 50 amici di Facebook come “collaboratori” per l’album. Successivamente potrete impostare, come accade anche adesso, il grado di visibilità dell’album: pubblico, amici dei collaboratori o collaboratori; oltre a stabilire se i collaboratori potranno o meno invitare altri collaboratori per quell’album, oppure se è il caso che tale invito arrivi solo ed esclusivamente dal creatore dell’album.

    Facebook Shared Photo Albums

    Anche questo tipo di album è modificabile successivamente alla pubblicazione in qualsiasi momento utilizzando il link “modifica” per cambiarne il titolo, la descrizione, le impostazioni di privacy o i contributori. Sarà quindi possibile rimuovere dalla cerchia dei contributori quei parenti o amici che non hanno reso giustizia alle vostre fattezze! :)

    Attualmente la funzione è disponibile da lunedì per piccoli gruppi di utenti inglesi, ma a breve dovrebbe arrivare ovunque.
    Gli shared album non sono purtroppo disponibili per le pagine brand, forse a causa dell’eccessivo controllo che servirebbe per evitare catastrofi? Quali utilità potrebbe avere per una pagina brand? E’ lecita la limitazione a 50 utenti/amici collaboratori o dobbiamo aspettarci un’apertura maggiore a breve?

    E voi, quali album condividereste e perché? Io un’idea ce l’avrei…ma attendo i vostri commenti! :)

  • Come sarebbe la vita senza lo smartphone [Video]

    Come sarebbe la vita senza lo smartphone [Video]

    Come sarebbe vivere senza il nostro smartphone? E’ la domanda che accompagna il video realizzato da Charlene deGuzman, che ne è anche la protagonista, che mette in evidenza la forte dipendenza che tutti noi abbiamo ormai acquisito dall’uso dello smartphone, dal quale difficilmente ci separiamo

    Chissà quante volte guardando questo video vi sarete trovati nella stessa condizione, o forse neanche vi siete posti la domanda perchè vi siete comportati allo stesso modo, ossia senza mai abbandonare il vostro smartphone, in qualsiasi situazione vi troviate. E’ questo il tema del video, diventato ormai virale, “I forgot my phone“, che ha superato gli 8 milioni di visualizzazioni, per la precisione 8,407,959 in questo momento, realizzato da Charlene deGuzman (@charstarlene). Il video è la raccolta di tutte quelle situazioni, dalla più intima, alla più attesa, come può essere una proposta di matrimonio, che raccontano quanto siamo diventati ormai letteralmente dipendenti dall’utilizzo dello smartphone. Charlene racconta infatti la nostra dipendenza in un giorno un cui vi siete dimenticati il telefono. E allora vedete a quale livello di dipendenza sono arrivati il vostro o la vostra partner, i vostri amici, le persone che incontrate per strada. Insomma, tutti.

    smartphone I-Forgot-My-Phone---Charlene-deGuzman

    Vi ricordate quando cominciarono ad apparire i primi cellulari, qualche decina di anni fa, che venne fuori chi si lamentava del fatto che ormai diventava difficile fare una chiacchierata qualsiasi senza essere interrotti dalla suoneria, vuoi anche fastidiosa, di un telefono cellulare? Di sicuro ve lo ricordate. Ma adesso la situazione si complica. Perchè non solo non parliamo, o quasi, ma abbiamo l’irrefrenabile voglia di raccontare agli altri quello che stiamo facendo. O, e questo va ad aggiungersi, vedere gli altri cosa stanno facendo, in qualsiasi situazione. Appunto!

    E il video di Charlene deGuzman è quanto mai lo specchio di quello che è ormai la realtà quotidiana.

    Quindi, se vai a correre, c’è quello che s’è portato dietro il telefono perchè, nel mentre deve fare una telefonata. Ma non era meglio correre? Poi, c’è il pranzo con gli amici, state raccontando un momento della giornata mentre gli altri sono tutti lì con lo smartphone in mano e voi ad un certo punto vi sentite isolato. Ancora, c’è la festa di compleanno del vostro amico, dove tutti hanno in mano per immortalare l’evento, quasi disinteressati del fatto che sia la sua festa, ma con la voglia di farla vedere agli altri.

    Un momento topico è quando la protagonista si trova sull’altalena e di fianco una bimba che avrà avuto una decina d’anni che è intenta ad usare il suo smartphone. Vi è mai capitato di vedere una scena simile?

    Ma anche voi siete dipendenti del vostro smartphone come ci ha raccontato Charlene?

  • Twitter, ecco come scegliere l’hashtag che fa per te [Infografica]

    Twitter, ecco come scegliere l’hashtag che fa per te [Infografica]

    Twitter si può ben affermare che è la piattaforma che ha dato vita all’hashtag, #, ormai entrato in uso anche su Facebook dopo Google+, Vine e Pinterest. Ed essendo diventato strumento fondamentale per veicolare informazioni, conversazioni e anche campagne pubblicitarie, Twitter Uk ha pensato bene di dare qualche consiglio per creare un hashtag efficace

    Come forse i meglio informati sanno, o anche, per usare un’espressione che ci piace poco, i meno giovani, l’hashtag esisteva già prima che Twitter nascesse, veniva già usato all’interno di IRC, la prima vera chat su internet e serviva proprio a catalogare gruppi e argomenti. Ma la vera notorietà, se così si può dire, l’hashtag l’ha conosciuta con Twitter esattamente dal 2007 quando fece la sua comparsa in un tweet. Dal 2009 Twitter, vista la crescente diffusione, ha cominciato ad usarlo per raggruppare in maniera ordinata i messaggi e in seguito a questo passaggio nel 2010 creò i “trending topics”, ossia la lista degli argomenti più twittati della giornata catalogata anche per hashtag.

    Ma l’hashtag è diventato un potente strumento per veicolare conversazioni, informazioni, iniziative e anche campagne pubblicitarie. Durante l’ultimo SuperBowl molti brands lanciarano le proprie campagne con hashtag mirati come Pepsi con #PepsiHalftime, Toyota con #wishgranted e soprattutto Oreo che, anche senza utilizzare un hashtag specifico, riuscì ad agganciarsi al blackout dello stadio con “Power out? No problem“, riuscendo ad ottenere quasi 16 mila RTs:

    Ecco che Twitter UK, dal blog ufficiale di Twitter, ha pensato bene di dare degli utili consigli, raccolti nell’infografica che vedete in basso, per creare il miglior hashtag possibile per quella che è l’azione che vogliamo mettere in campo su Twitter.

    Prima di tutto è opportuno chiedersi il perchè usare un hashtag ed è utile anche fare un promemoria di quegli hashtag che gli utenti hanno maggiormente apprezzato, saranno un elemento distintivo nel mare di tweets che scorre sulla timeline ogni giorno.

    Altro consiglio è quello di associare l’hashtag a campagne già in atto come può essere una campagna televisiva, una campagna stampa o una campagna di direct-mail. Questo lo renderà memorabile.

    Come potete vedere nell’infografica i consigli sono articolati e seguono un filo logico dettato prima di tutto dalla creazione di un hashtag che sia facilmente comprensibile  agli utenti con l’obiettivo di poter raggiungere il maggior numero possibile di utenti. Sembra un’operazione semplice, ma non lo è. Bisogna trovare una o al massimo due keywords che diano il senso della campagna che vogliamo avviare e bisogna fare un’attenta analisi che quelle stesse keywords non siano già state utilizzate prima.

    Se intendete arricchire una discussione già esistente attorno ad un hashtag è bene pensare di aggiungere valore alla discussione stessa inserendo la promozione dei vostri prodotti e magari anche associando al stessa conversazione ad un evento che si sta per lanciare: questo, secondo i consigli di Twitter UK, è un’ottimo modo per fare una campagna attraverso quell’hashtag.

    Altro esempio. Se pensate di introdurre un hashtag magari associato ad un concorso è opprtuno che esso stesso sia ben legato con altre campagne di marketing in atto, senza le quali sarà poco probabile aumentare il reach della campagna stessa.

    Spesso ci si chiede se un brand deve dare vita a nuovi hashtag, invece di usare una parola o una frase che gli utenti già usano. Twitter UK sostiene che non è sempre così, ossia non è sempre necessario crearne di nuovi. Se le persone stanno già utilizzando un hashtag e attorno ad esso esistono già delle conversazioni, allora parte del lavoro è già fatto. Tutto quello che il brand deve fare è garantire valore aggiunto a quella conversazione. Quindi agganciare l’hashtag esistente, ma dare la propria impronta alle conversazioni. In questo modo si creerà un hashtag che dara vita a conversazioni efficaci.

    Ora vi lasciamo all’infografica e se avete domande da porre, dubbi scriveteli tra i commenti, ci piacerebbe davvero iniziare e arricchire una conversazione su questo argomento.

     hashtag migliore twitter infografica

  • Yahoo batte Google, non accadeva da cinque anni

    Yahoo batte Google, non accadeva da cinque anni

    Secondo quanto rilevato da comScore, nel mese di Luglio 2013 Yahoo! è risultato essere più più visitato di Google. In termini di visitatori unici, Yahoo! è stato visitato da quasi 197 milioni di persone, mentre Google si ferma a 192 milioni. Il dato è ancora più interessante se si pensa che questo non si verificava ormai dal 2008

    Immaginate cosa ha potuto esclamare Marissa Mayer, CEO di Yahoo! quando ha saputo di questo risultato, per lei in primis, eccezionale? Ovviamente “Yahoooooooo!“. Infatti, non ci poteva essere esclamazione di gioia più adatta di questa a sottolineare il fatto che Yahoo! ha battuto Google, il più grande motore di ricerca della rete. Stiamo parlando degli Usa, certo, ma la notizia è sensazionale comunque, proprio perchè si tratta di due rivali molto agguerriti. E agguerrita è stata certamente la conduzione dell’azienda da parte di Marissa Mayer, proprio ex di Google, tra l’altro, culminata nell’acquisizione della piattaforma di blogging Tumblr, acquisizione che fece molto discutere anche per il prezzo, ossia 1,1 miliardi di dollari.

    yahoo-logo

    Comunque, restando sulla notizia, Yahoo, secondo quanto rilevato da comScore, nel mese di Luglio 2013 è risultato essere, in termini di visitatori unici, il sito più visitato con quasi 197 milioni di visitatori. al secondo posto, si piazza Google, con 192 milioni di visitatori unici. Segue poi Microsoft, 179 milioni e 600 mila, e poi Facebook con 142 milioni di visitatori.

    Come ha sottolineato Marketing Land, questo dato non si registrava negli Usa dal 2008, ossia da 5 anni.

    yahoo google luglio 2013 comscore

    Pensate che nel mese di giugno Google era a 193 milioni e Yahoo! a 189 milioni; nello stesso periodo del 2012 Google era a 190 milioni mentre  era terza con 163 milioni di visitatori. Ora a vedere i dati odierni, si è trattato davvero di un bel balzo in avanti.

    Molti hanno subito pensato che questo risultato fosse stato condizionato dall’acquisizione di Tumblr da parte di Yahoo!, ma da comScore hanno escluso che questo dato specifico abbia avuto alcuna influenza, trattandosi di un dato che viene fuori da una serie di fattori come anche lo stesso periodo preso in considerazione.

    Come dire, si potrebbe essere di fronte ad un caso. Ma sta di fatto che comunque sia la strategia della Mayer ha comunque riportato Yahoo a poter competere con Google quasi ad armi pari, almeno per quando riguarda l’advertising e quindi il settore search.

    Ora, tutti ad attendere i dati del prossimo mese per verificare la tenuta di Yahoo oppure se si sia trattato davvero di un caso. Staremo a vedere.

  • Tok.tv arriva in Italia e lancia Juventus Live

    Tok.tv arriva in Italia e lancia Juventus Live

    TOK.tv, la prima social tv che consente agli utenti di interagire via voce guardando un programma o un evento sportivo, arriva in Italia lanciando “Juventus Live”, l’app per iPhone e iPad dedicata a tutti i tifosi juventini ma anche a tutti gli appassionati di calcio

    TOK.tv, la prima Social Tv company fondata da Fabrizio Capobianco, con sede a San Francisco, arriva finalmente anche nel nostro paese e lo fa lanciando “Juventus Live”, l’app per iPhone e iPad che consentirà a tutti tifosi juventini, ma anche a tutti gli appassionati di calcio. Ma come funziona TOK.tv? TOK.tv permette di riscoprire l’esperienza e il divertimento di guardare un programma televisivo o un evento sportivo insieme con gli amici. Se è vero che il fenomeno della Social Tv e quindi del “second screen” è in forte crescita nel nostro paese, e ve lo documentiamo periodicamente, allora Tok.tvsarà certamente in grado di intercettare questo trend, offrendo un’esperienza nuova e diversa. Si perchè con TOK.tv non si scrive, ma si interagisce con gli amici via voce. Quindi è sicuro che quel momento importante che volete condividere coi vostri amici non lo perderete di certo, cosa invece possibile se dovete scrivere ad esempio un sms.

    tok.tv juventus live

    Come funziona Juventus Live

    Juventus Live permette ai tifosi juventini di riscoprire l’esperienza (e il divertimento) di guardare la partita insieme in TV. Infatti Juventus Live si parla con gli amici lontani, quindi immaginate l’esperienza di gridare tutti insieme al momento del gol, proprio come se foste nel vostro salotto di casa. E, aspetto non da poco, con Juventus Live non c’è bisogno di mandare un SMS al momento del rigore, perdendosi l’azione dopo.

    Inoltre, prima, durante e dopo la partita è possibile leggere le news sulla squadra, consultare le statistiche o salvare i momenti più belli vissuti con gli amici grazie alla Social Photo. E’ sufficiente premere un bottone e mettersi in posa: la foto sarà poi condivisibile su Facebook. Per non dimenticare mai più l’emozione di quel goal allo scadere del 90°.

    Siamo sicuri che questa app avrà un grande successo, proprio perchè, come dicevamo prima, mette insieme ingredienti fondamentali come la social tv e la Juventus, una delle squadre di calcio più amate in Italia e nel resto del mondo, seguita da milioni di tifosi. Pensate che la fanpage della Juventus su Facebook conta ben 6,8 milioni di fans.

    TOK.tv non è nuova in eventi sportivi. Infatti tra il 2012 e il 2013 TOK.tv ha lanciato TOK Baseball (tra le top 10 app della categoria “Sport” negli Stati Uniti), TOK Football. Non solo sport, però. Anche se finora unico esperimento non sportivo, TOK.tv ha anche lanciato TOK for Oscars, in occasione degli Oscars 2013.

    Vi abbiamo incuriosito abbastanza? Siete tifosi della Juventus o comunque appassionati di calcio? Seguite la social tv?

    Bene, allora visto che il campionato è ormai alle porte, scaricate lapp e poi venite a raccontarci la vostra esperienza e le vostre impressioni.

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