Categoria: News

In questa categoria si trovano articoli che parlano di comunicazione, condivisione, social media, social network. Insomma, tutto ciò che riguarda il web 2.0 e di come si sta evolvendo

  • X introduce il supporto alle passkey sulle app iOS

    X introduce il supporto alle passkey sulle app iOS

    X, quella che era Twitter, introduce le passkey nelle app iOS, offrendo un’autenticazione più sicura. Questa tecnologia, adottata anche da Apple, Google e altri, rappresenta un passo avanti nella sicurezza digitale.

    Come sappiamo bene, la sicurezza online è diventata una priorità assoluta. Anche se ancora molti faticano a comprenderlo. Ecco perché la notizia di X (quello che era prima Twitter) che ha introdotto il supporto per le passkey nelle sue app iOS rappresenta, comunque la si pensi, un dato da registrare. Da segnalare che la funzionalità è attiva indipendentemente dal proprio account Premium (quello a pagamento).

    Questa decisione segue l’eliminazione del supporto per l’autenticazione a due fattori (2FA) via SMS per gli utenti non Premium l’anno scorso.

    Verso un futuro senza password

    La decisione di X di adottare le passkey è stata influenzata da una serie di fattori. Il contesto vede  una crescente preoccupazione per le violazioni della sicurezza online. Sappiamo che gli attacchi informatici sono all’ordine del giorno. Dunque è necessario creare un sistema di autenticazione più robusto.

    X passkey ios 2024 franzrusso

    X, come altre piattaforme digitali, ha dovuto affrontare diverse violazioni della sicurezza, inclusa la nota violazione, di qualche settimana fa, dell’account della U.S. Securities and Exchange Commission, che ha messo in luce le vulnerabilità dei sistemi di sicurezza tradizionali.

    Il perché della mossa di X

    L’introduzione delle passkey da parte di X non è solo una risposta alle sfide di sicurezza. Ma potrebbe essere letto anche un tentativo di anticipare le esigenze future degli utenti.

    Le passkey offrono una soluzione più sicura e comoda rispetto alle tradizionali password, integrando metodi di autenticazione biometrica come Face ID o Touch ID. Questo passaggio è in linea con la tendenza dell’industria tecnologica verso sistemi di autenticazione più sofisticati.

    Cosa comporta la scelta delle passkey

    L’implementazione delle passkey da parte di X potrebbe dare luogo a diverse conseguenze.

    Per gli utenti, significa una maggiore facilità d’uso e una sicurezza rafforzata. Per quanto riguarda il grande tema della sicurezza, questo approccio rappresenta un passo avanti verso la riduzione della dipendenza dalle password. Come si sa, notoriamente vulnerabili a tecniche di phishing e altri attacchi informatici.

    Cosa sono le passkey

    Le passkey sono essenzialmente chiavi di accesso digitali che sostituiscono le tradizionali password. Basate sulla tecnologia WebAuthn e sviluppate in collaborazione con enti come la FIDO Alliance, Apple, Google e Microsoft, le passkey generano una coppia di chiavi crittografiche, una pubblica e una privata, per ogni account. Questo metodo riduce significativamente il rischio di accessi non autorizzati e attacchi di phishing, poiché la chiave privata non viene mai condivisa con il servizio online.

    Queste le altre piattaforme su cui sono usate le passkey.

    • Apple: la casa di Cupertino ha introdotto il supporto per le passkey in iOS 16, iPadOS 16.1 e macOS Ventura, permettendo agli utenti di utilizzare questa forma di autenticazione sicura su iPhone, iPad e Mac.
    • Google: il colosso di Mountain View ha implementato le passkey nei suoi servizi e sistemi, inclusi gli account Google, offrendo così un metodo di autenticazione sicuro e conveniente.
    • Microsoft: il colosso di Redmond è un altro attore importante che supporta le passkey, facilitando un accesso sicuro ai propri servizi e applicazioni.
    • PayPal: l’azienda dei pagamenti ha adottato le passkey, permettendo ai suoi utenti di accedere ai servizi di pagamento online in modo più sicuro e senza password.
    • eBay: il colosso di vendita online si è mosso verso l’autenticazione senza password, integrando le passkey per migliorare la sicurezza degli account utente.
    • Dashlane: noto gestore di password, ha implementato il supporto per le passkey, fornendo un ulteriore strato di sicurezza per la gestione delle credenziali.
    • Best Buy: il grande rivenditore di elettronica ha adottato questa tecnologia, consentendo ai clienti di accedere ai propri servizi online in modo più sicuro.

    Altri casi oltre a quello della SEC

    Il caso della SEC su X non è un’isolata eccezione. Altri esempi di violazioni includono attacchi passati alla storia.

    Come quello che coinvolse proprio Twitter nel luglio del 2020 con la truffa dei bitcoin. In quell’occasione vennero violati gli account di personalità come, tra gli altri, Apple, Biden, Obama, Bill Gates e di Elon Musk anche. In quel caso, gli account vennero utilizzati per pubblicare un messaggio che promuoveva l’indirizzo di un portafoglio Bitcoin con la promessa di raddoppiare i pagamenti in cambio.

    Al momento non si sa se, e quando, le passkey approderanno anche sull’app Android di X.

  • Meta permetterà agli utenti UE di scollegare i propri account

    Meta permetterà agli utenti UE di scollegare i propri account

    Meta annuncia modifiche per gli utenti UE seguendo il Digital Markets Act. Maggiore autonomia nell’uso di servizi come Facebook e Instagram, e nuove opzioni di privacy e pubblicità.

    Nell’ambito del crescente impegno per la conformità alle normative europee, Meta ha annunciato una serie di modifiche per gli utenti dell’UE, dello Spazio Economico Europeo e della Svizzera.

    Queste modifiche, in risposta al nuovo Digital Markets Act (DMA), introdurranno una maggiore flessibilità e scelta per gli utenti nel gestire le loro informazioni attraverso i vari servizi offerti da Meta, tra cui Facebook, Instagram e Messenger.

    Meta e nuove scelte per gli utenti UE

    In vista della conformità al DMA, entro il 7 marzo 2024, Meta comincerà nelle prossime settimane ad offrire agli utenti UE opzioni inedite per gestire le loro esperienze digitali.

    Ciò include la possibilità di scollegare i propri account Instagram e Facebook e di utilizzare Facebook Messenger in maniera autonoma, senza l’obbligatorietà di un account Facebook collegato.

    Meta DMA utenti UE 2024 franzrusso.it

    Impatto sul Marketplace e Gaming di Facebook

    Gli utenti di Facebook Marketplace e Facebook Gaming avranno l’opportunità di scegliere se utilizzare questi servizi in associazione con le loro informazioni Facebook.

    La scelta di non utilizzare le informazioni dell’account Facebook principale per questi servizi potrebbe comportare una riduzione delle funzionalità offerte. Come specifica Meta.

    Opzioni di Pubblicità e Abbonamento

    In linea con le nuove regolamentazioni, Meta offre agli utenti la possibilità di utilizzare Instagram e Facebook con annunci pubblicitari. Oppure di sottoscrivere un abbonamento per eliminare gli annunci pubblicitari.

    Questa scelta, introdotta a novembre 2023, permette agli utenti di decidere se le loro informazioni vengano utilizzate a fini pubblicitari.

    Che cos’è il DMA e cosa prevede

    Il DMA è una legislazione dell’Unione Europea mirata a regolamentare i mercati digitali. L’obiettivo primario è quello di promuovere la concorrenza equa e l’innovazione, prevenendo comportamenti anti-concorrenziali da parte delle grandi piattaforme online, designate come “gatekeeper”.

    Le aziende designate come “gatekeeper” sono essenzialmente grandi aziende tecnologiche che hanno un impatto significativo sul mercato interno e fungono da intermediari cruciali per gli utenti e le imprese.

    DMA e “gatekeeper”

    I “gatekeeper” sono soggetti a una serie di obblighi e divieti. Questi includono la proibizione di pratiche come il favorire i propri servizi rispetto a quelli dei concorrenti; l’uso di dati raccolti su piattaforme per scopi anti-concorrenziali; e restrizioni sull’interoperabilità con servizi di terze parti.

    Il DMA mira a facilitare l’interoperabilità tra diversi servizi e piattaforme. Consentendo ad esempio che servizi di messaggistica diversi possano comunicare tra loro.

    Le aziende che non rispettano le norme del DMA possono essere soggette a pesanti sanzioni, che possono arrivare fino al 10% del fatturato globale annuo.

    In casi di reiterata non conformità, le sanzioni possono essere ulteriormente incrementate.

    Il DMA, dunque, rappresenta un cambiamento significativo nel modo in cui l’UE regola i mercati digitali. È visto come un passo avanti per garantire un ambiente digitale più equo e aperto, favorendo la concorrenza e l’innovazione.

    Allo stesso tempo, pone nuove sfide per le grandi aziende tecnologiche, che sono chiamate a rivedere molte delle loro pratiche commerciali e strategie di mercato.

    Quali sono le aziende “gatekeeper”

    Ogni azienda designata come gatekeeper è tenuta a presentare una relazione sulla conformità entro sei mesi dalla sua designazione ufficiale. In questo caso, entro il 7 marzo. Questo documento dovrà illustrare in che modo l’azienda si sta adeguando alle regole e agli obblighi imposti dal DMA.

    DMA gatekeeper franzrusso.it
    I gatekeeper designati dal DMA dell’UE

    Successivamente, la Commissione Europea pubblicherà sintesi non riservate di ciascuna relazione di conformità. Questo passaggio garantisce un livello di trasparenza pubblica e permette un esame esterno delle azioni intraprese dai gatekeeper per rispettare le regole del DMA.

    La Commissione Europea ha designato ufficialmente sei aziende come “gatekeeper” secondo il Digital Markets Act (DMA) il 6 settembre 2023. Queste aziende sono:

    • Alphabet Inc.
    • Amazon.com Inc.
    • Apple Inc.
    • ByteDance Ltd.
    • Meta Platforms, Inc.
    • Microsoft Corporation

    DMA e l’impegno di Meta

    Queste modifiche riflettono l’impegno di Meta nel conformarsi alle normative europee per promuovere una maggiore equità e concorrenza nel mercato digitale.

    Meta ha espresso il suo supporto per gli obiettivi del DMA e si è impegnata a garantire che i suoi prodotti nell’UE siano conformi e offrano valore agli utenti.

    Come detto prima, nelle prossime settimane gli utenti riceveranno notifiche che illustreranno le nuove opzioni disponibili.

  • Threads permette ora di nascondere “Mi piace” e condivisioni

    Threads permette ora di nascondere “Mi piace” e condivisioni

    Threads introduce la funzione per nascondere i “Mi piace” e condivisioni. Il tentativo è quello di spostare l’attenzione dalla quantità alla qualità dei contenuti. E al benessere mentale degli utenti eliminando lo stress dei like.

    I social media stanno vivendo un momento particolare, e non è iniziato adesso. La frammentazione è cominciata ormai mesi fa e sta mettendo in evidenza tante problematiche. Come lasciarsi trasportare dal numero di like, come se fossero l’unico metro di misura della propria esistenza. Un atteggiamento eccessivo.

    Ed ecco che le stesse piattaforme da tempo hanno cominciato ad attivare iniziative volte a superare la logica dei like e delle condivisioni.

    Una di queste è proprio portare attenzione al benessere degli utenti. Cominciando ad allentare la pressione che deriva dall’essere dipendenti dal numero dei like e dalle condivisioni.

    threads nasconde mi piace condivisioni franzrusso

    L’”economia dei like“, come la avevamo definita, ha generato stress, ansia, insoddisfazione. Allora, è sempre positivo mettere in evidenza, anche piccole, ma significative, che provano a superare questi problemi.

    La novità di Threads

    Da qualche giorno Threads, piattaforma approdata in UE nel dicembre scorso, ha introdotto una funzionalità che permette agli utenti di nascondere i conteggi dei “Mi piace” e delle condivisioni sui propri post.

    Questa mossa è da vedersi nel solco delle iniziative a cui facevamo riferimento prima. E quindi fare in modo che gli utenti interagiscano sui social media in maniera più salutare. E spingere verso un’esperienza online più controllata – da parte degli utenti – e personalizzata.

    In merito ai disagi provocati da un uso ossessivamente orientato all’apparire sui social media, e quindi legando la propria esistenza a fattori numerici, val la pena offrire qualche dato.

    I social media e la salute mentale

    Sono diversi gli studi che hanno evidenziato gli effetti potenzialmente dannosi dell’uso dei social media sulla salute mentale. Questi includono l’insoddisfazione dell’immagine corporea, il rischio di dipendenza e il coinvolgimento nel cyberbullismo. Comportamenti di “phubbing” (ignorare gli altri a favore del cellulare) e impatti negativi sull’umore.

    L’uso eccessivo ha portato ad un aumento della solitudine, alla paura di perdere qualcosa (FOMO – Fear Of Missing Out). E anche ad una ridotta soddisfazione e benessere soggettivo della vita. Gli utenti a rischio di dipendenza dai social media spesso segnalano sintomi depressivi e bassa autostima.

    Nonostante alcuni benefici attraverso interazioni sociali online gratificanti, è necessario sensibilizzare sui rischi associati all’uso eccessivo dei social media. Questi possono influenzare negativamente la salute degli utenti.

    È importante promuovere un uso più sano dei social media orientato a rendere più evidenti i rischi, al fine di generare esperienze sempre più bilanciate, sicure e salutari su queste piattaforme.

    Threads, approccio verso l’Utente

    Come dicevamo, Threads ha rilasciato di recente una funzione che consente agli utenti di nascondere i “Mi piace” e le condivisioni su ogni post. Questa opzione, estesa giàai post su Instagram, indica una tendenza emergente nell’industria dei social media: il passaggio da un ambiente dominato da metriche pubbliche a uno più focalizzato sul benessere dell’utente.

    Contesto: cambiamenti nel panorama dei social media

    Nel 2019, Instagram ha iniziato a rilasciare, sotto forma di test, l’opzione per permettere agli utenti di nascondere il contatore dei “Mi piace”, un esperimento che ha rivelato segnali positivi nel ridurre la pressione sociale e migliorare l’esperienza dell’utente.

    Una situazione che ha poi incoraggiato l’implementazione di funzionalità simili in altre piattaforme. E ora è il turno di Threads, restando sempre in casa Meta.

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    Trovate la funzionalità andando su Impostazioni>Privacy>Nascondi numero di “Mi piace e condivisioni”>Nascondi “Mi piace”.

    Threads e l’impatto sul benessere degli utenti

    La rincorsa ai like, sempre più ossessiva; l’esibizione ostentata di numeri ha finito per concentrare l’attenzione sulla quantità piuttosto che sulla qualità dei contenuti. Questo ha provocato come effetto l’impoverimento stesso del contenuto e, di conseguenza, della stessa relazione.

    Elemento spesso poco considerato è che la stessa metrica, il conteggio dei like, non ha molto valore perché non garantisce l’effettivo coinvolgimento da parte degli utenti. Rappresenta solo un insieme di numeri che, per quanti alti siano, non rispecchiano appieno l’azione in sé.

    Threads e Instagram: sinergia sempre più stretta

    Ora, sapendo che Threads si basa su Instagram, ci crea anche in questa occasione un legame sempre più stretto tra le due piattaforme. Gli utenti possono ora gestire la visibilità dell’engagement in modo coerente su entrambe le piattaforme, garantendo una maggiore coerenza nell’esperienza di condivisione.

    Threads prova a diventare piattaforma autentica

    Il passaggio a un ambiente più centrato sull’utente e meno focalizzato sui numeri rappresenta un cambiamento ormai necessario nella nostra interazione con gli altri, all’interno delle piattaforme social media.

    Con l’introduzione di questa funzionalità, Threads conferma le indicazioni generali della piattaforma madre. Anche se si tratta di due piattaforme diverse, è opportuno che anche Threads si ponga come luogo libero da schemi orientati alla esaltazione dell’immagine.

    Questo perché Threads è il luogo del contenuto, o prova ad esserlo. E ciò diventa ancora più vero se questa piattaforma si pone ancora come alternativa a Twitter.

  • Aziende e IA generativa nel 2024 alla prova del marketing

    Aziende e IA generativa nel 2024 alla prova del marketing

    Nel 2024, l’IA generativa trasformerà il marketing. Diversi dati mostrano già un’adozione del 60% da parte delle aziende. In rilievo la personalizzazione, le sfide sulla privacy e la formazione.

    Nel 2024, il settore del marketing si appresta a vivere una trasformazione senza precedenti grazie all’avvento dell’Intelligenza Artificiale (AI) generativa. Una ricerca di Deloitte Digital ha rivelato che nel 2023, il 26% dei professionisti del marketing aveva già adottato l’AI generativa, con un ulteriore 45% che pianificava di farlo entro la fine del 2024.

    Questo cambiamento si deve all’aumento del 54% nel volume dei contenuti necessari. E alle sfide poste dalla crescente domanda da questo punto di vista.

    L’IA generativa, un tempo nicchia tecnologica, sta rapidamente diventando una forza trainante nel marketing, lo sappiamo. Con un ROI significativo del 12% riportato dai primi utilizzatori, l’IA generativa si sta dimostrando non solo efficiente dal punto di vista del risparmio di tempo, ma anche nel potenziamento delle strategie di marketing.

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    L’evoluzione dell’IA generativa nel Marketing

    Nel 2024, le previsioni di Gartner suggeriscono che l’80% dei professionisti creativi incorporerà l’AI generativa nel loro flusso di lavoro quotidiano. Dando vita a una nuova ondata di creatività  sempre più strategica.

    Una delle applicazioni più interessanti dell’IA generativa nel marketing è la capacità di portare la personalizzazione a un nuovo livello. Dalle campagne email iper-personalizzate ai chatbot, l’IA sta trasformando l’esperienza del cliente.

    IA generativa e personalizzazione nel Marketing

    L’analisi predittiva, guidata dall’IA, sta emergendo come uno strumento chiave nel marketing. Si stima che il mercato globale per l’analisi predittiva raggiunga i 28 miliardi di dollari entro il 2027. Una crescita significativa rispetto ai 10,5 miliardi del 2022. Questa tecnologia è impiegata per la segmentazione dei clienti, la valutazione dei lead e l’ottimizzazione delle campagne, offrendo previsioni sempre più accurate e approfondite.

    Una recente ricerca di Capgemini rivela che quasi il 60% delle organizzazioni sta implementando o esplorando le potenzialità dell’Intelligenza Artificiale (AI) generativa nel settore del marketing. Secondo la maggioranza dei dirigenti di area marketing (62%), l’AI generativa potrebbe significativamente potenziare la creatività umana, arricchendo le principali qualità come intuizione, emozioni e comprensione del contesto.

    IA e Marketing, farsi trovare pronti

    Le organizzazioni che investono in AI generativa per il marketing stanno dedicando circa il 62% del loro budget tecnologico a questa innovazione, vedendola come un catalizzatore per la creatività e l’innovazione nel settore.

    Il report del Capgemini Research Institute sottolinea che la metà delle organizzazioni ha già stanziato budget specifici per l’AI generativa nel marketing, e quasi la metà (47%) ha team dedicati all’implementazione della stessa.

    Con l’aumento dell’adozione dell’AI generativa, le aziende stanno investendo in modo proattivo nella governance e nella conformità dell’AI. Questo include il controllo dell’utilizzo dell’AI da parte dei dipendenti e la preparazione per le normative governative proposte o già in vigore.

    Entro il 2027, Gartner prevede che il 20% dei marchi si distinguerà scegliendo consapevolmente di non utilizzare l’AI nei propri prodotti e servizi. Questa strategia mira a soddisfare i mercati di nicchia che valorizzano i metodi tradizionali e l’elemento umano.

    Gartner prevede che entro il 2028, il traffico organico dei siti web subirà una diminuzione del 50% o più. A causa dell’ascesa delle ricerche potenziate dall’AI generativa.

    I modelli multimodali, che combinano diversi tipi di dati, sono in rapida ascesa. Google, con l’introduzione di Gemini, ha mostrato cosa possono offrire questi modelli in futuro. Parallelamente, si assiste a una proliferazione di modelli open source.

    IA generativa e Marketing, le sfide sulla formazione

    L’impiego dell’AI generativa anche nel marketing presenta delle sfide.

    Una delle principali è la gestione dei dati e la privacy. Con l’incremento della raccolta dati per alimentare gli algoritmi di AI, le aziende devono assicurarsi di rispettare le normative sulla privacy e garantire la sicurezza dei dati dei clienti.

    Un’altra sfida è l’autenticità del contenuto generato dall’AI. C’è il rischio che i contenuti creati automaticamente possano apparire impersonali o non completamente allineati con il messaggio del brand.

    Infine, una sfida significativa è rappresentata dall’adattamento delle competenze professionali: il personale di marketing deve acquisire nuove competenze tecnologiche per poter utilizzare efficacemente gli strumenti di AI generativa, un processo che richiede tempo e investimenti in formazione.

    E a proposito di formazione, è utile citare di nuovo la ricerca di Capgemini. Secondo quest ricerca, la maggior parte delle organizzazioni (il 63%) è consapevole del fatto che la domanda di competenze relative all’IA generativa nel marketing superi di gran lunga l’offerta.

    Per colmare questo gap di competenze e sfruttare appieno il potenziale dell’IA generativa nel marketing, le aziende stanno implementando strategie interne ed esterne. In media, il 53% delle organizzazioni sta pianificando di offrire formazione sull’AI generativa ai propri team di marketing nei prossimi sei mesi, con le aziende di Paesi Bassi, India, Australia e Stati Uniti più propense a implementare queste iniziative.

    Anche settori come quello dei media, assicurativo, automobilistico e life science mostrano un impegno superiore alla media nell’offrire formazione sull’AI generativa ai loro team di marketing.

    IA generativa e Marketing, la sfida del futuro

    Affrontare queste sfide sarà cruciale per le aziende che desiderano sfruttare al meglio le opportunità offerte dall’AI generativa nel marketing.

    L’IA generativa sta trasformando il panorama del marketing in modi inimmaginabili solo pochi anni fa. Dai modelli multimodali e open source alla personalizzazione estrema e alla governance dell’AI, le aziende devono navigare in questo nuovo paesaggio con cautela e innovazione.

    La sfida per i marketer sarà quella di rimanere al passo con queste rapide evoluzioni, adottando strategie che sfruttino al meglio le potenzialità dell’AI generativa, mantenendo al contempo un impegno etico e responsabile verso i consumatori e la società.

  • Addio Artifact, chiude dopo meno di un anno l’app di notizie su IA

    Addio Artifact, chiude dopo meno di un anno l’app di notizie su IA

    Artifact, l’app di notizie basata su intelligenza artificiale creata dai fondatori di Instagram, chiude dopo meno di un anno, sollevando domande sul futuro dell’informazione digitale.

    Artifact, l’app di notizie alimentata da intelligenza artificiale, chiude dopo poco meno di anno dal suo lancio. Alla luce di tutto, forse l’app è stata lanciata con ambizioni elevate.

    Ideata dai cofondatori di Instagram, Kevin Systrom e Mike Krieger, mirava a rivoluzionare il modo in cui consumiamo le notizie. Facendo affidamento sull’intelligenza artificiale. Infatti, sono stati implementati algoritmi sofisticati, simili a quelli di TikTok.

    L’annuncio della chiusura è stato dato da Kevin Systrom sul blog ufficiale di Artifact: “Abbiamo creato qualcosa che piace a un gruppo ristretto di utenti, ma abbiamo concluso che l’opportunità di mercato non è abbastanza grande da giustificare un investimento continuo in questo modo“.

    Artifact prometteva un’esperienza di lettura personalizzata, selezionando contenuti basati sul tempo trascorso dall’utente su determinati argomenti.

    Artifact tra ambizioni e innovazione

    L’app combinava le funzionalità di un social network con quelle di un aggregatore di notizie. Offrendo un feed di notizie personalizzato.

    Artifact chiude dopo meno di un anno franzrusso.it

    La sua IA si adattava alle preferenze di lettura degli utenti, aprendo nuovi orizzonti nel campo dell’informazione digitale. Si distingueva per l’assenza di clickbait, concentrandosi invece sulla qualità e sull’affidabilità dei contenuti, proponendo una varietà di prospettive politiche.

    Artifact e gli algoritmi

    Gli algoritmi di Artifact erano stati progettati per apprendere dalle interazioni degli utenti, adattando il feed di notizie in base agli interessi mostrati.

    Questo significava che più un utente leggeva articoli su un certo argomento, più l’app proponeva contenuti simili. Creando un’esperienza di lettura altamente personalizzata.

    L’IA prendeva in considerazione le preferenze dell’utente per offrire un feed di notizie sempre più affine ai suoi gusti personali, sfruttando tecnologie avanzate come il sistema Transformer di Google per elaborare i testi in modo indistinguibile da quello umano

    Si trattava quindi di un approccio diverso dai modelli basati su clic o interazioni superficiali. Puntando invece su un engagement profondo e sostenuto.

    La nascita di Artifact e il suo reale impatto

    La creazione di Artifact si inseriva in un contesto di crescente sfiducia verso i media tradizionali e la diffusione di fake news.

    L’intento di un feed curato da IA e personalizzato, in base agli interessi autentici degli utenti, rappresentava un’innovazione significativa rispetto alle dinamiche spesso critiche dei social network tradizionali.

    La sua apparizione sugli app store di Apple e Google ha suscitato interesse e attenzione, particolarmente nel campo giornalistico.

    Artifact e le motivazioni della chiusura

    Nonostante l’iniziale entusiasmo, meno di un anno dopo il suo lancio, i fondatori hanno annunciato la chiusura di Artifact.

    Secondo Systrom, l’app aveva conquistato un gruppo ristretto di utenti ma non aveva raggiunto una sufficiente ampiezza di mercato per giustificare ulteriori investimenti. Questa decisione rifletteva una dura realtà nel mondo delle startup tecnologiche, dove anche le idee più innovative possono fallire per motivi di mercato.

    La visione di Artfact

    L’intento di Artifact era di creare un nuovo paradigma per le piattaforme di notizie.

    Si proponeva di contrastare la polarizzazione e la disinformazione, offrendo una selezione bilanciata e di qualità. Il progetto ambiva a essere un punto di riferimento per un pubblico alla ricerca di un’informazione affidabile e diversificata, lontana dalle logiche spesso divisive e sensazionalistiche di altre piattaforme.

    Kevin Systrom Mike Krieger-co-fondatori Instagram Facebook
    Kevin Systrom e Mike Krieger

    Artifact e casi simili come Vine e Quibi

    Possiamo paragonare la situazione di Artifact a quella di altre startup innovative che hanno affrontato sfide simili.

    Ad esempio, Vine. Nonostante la sua popolarità, Vine ha incontrato difficoltà nella monetizzazione e nel mantenimento dell’interesse degli utenti.

    Quibi, d’altra parte, nonostante un lancio altamente pubblicizzato e investimenti significativi, ha chiuso dopo solo sei mesi a causa di una base di utenti e di un interesse del mercato inferiore alle aspettative.

    Questi casi evidenziano come, nonostante l’innovazione e un inizio promettente, il successo a lungo termine nel settore tecnologico dipenda da una serie di fattori complessi, inclusa la capacità di attrarre e mantenere un ampio pubblico​

    Il Futuro dell’Informazione

    La vicenda di Artifact evoca il tema più ampio del modo in cui reperire le informazioni in un’epoca di grande trasformazione digitale.

    La sua chiusura solleva interrogativi sulla sostenibilità di piattaforme innovative in un mercato dominato da giganti come Facebook o Google.

    Tuttavia, l’esperimento di Artifact rimane una testimonianza dell’incessante ricerca di nuove vie per un’informazione più equilibrata e personalizzata, un obiettivo ancora più rilevante nell’attuale panorama mediatico.

    Ma, restando per un attimo in più sulle parole di Systrom, sorge un’altra piccola riflessione.

    Sono parole che evocano la parola “fallimento”, senza mai pronunciarla del tutto. Tra l’altro questa parola fa parte del lessico della Silicon Valley e meno del nostro modo di pensare il business.

    Questo è un altro discorso.

    Artifact e il senso del fallimento

    Però Systrom dice chiaramente che le startup, per certi versi, difficilmente si pongono questi temi. E che spesso agiscono senza considerare che forse non è il caso di andare avanti quando il mercato ti lancia dei segnali.

    Nello specifico, le parole di Kevin Systrom sulla chiusura di Artifact sottolineano un aspetto cruciale nel mondo delle startup tecnologiche e delle app: l’importanza di un’ampia opportunità di mercato.

    Nel caso di Artifact, nonostante il gradimento da parte di un gruppo ristretto di utenti, la mancanza di un ampio mercato target ha reso insostenibile un ulteriore investimento nel progetto.

    Questo si può tradurre in vari fattori:

    Numero di utenti: se un’app non attrae un numero sufficientemente grande di utenti, il suo potenziale di crescita e di generazione di reddito resta limitato.

    Monetizzazione: senza un ampio mercato, diventa difficile monetizzare l’app tramite pubblicità, abbonamenti o altre forme di reddito.

    Investimenti e sviluppo: mantenere e sviluppare un’app richiede risorse finanziarie consistenti. Senza una prospettiva di ritorno economico adeguato, gli investitori sono riluttanti a sostenere ulteriormente il progetto.

    Concorrenza: in un mercato digitale affollato, dominato da grandi piattaforme come Google o Facebook, competere per attirare l’attenzione degli utenti è una sfida costosa.

    In conclusione, il caso di Artifact evidenzia come, nonostante l’innovazione e la qualità, il successo di un’app dipende fortemente dalla sua capacità di raggiungere e coinvolgere un ampio pubblico in un mercato altamente competitivo.

  • Il caso Substack, tra libertà di espressione e moderazione dei contenuti

    Il caso Substack, tra libertà di espressione e moderazione dei contenuti

    Si parla ormai da un po’ di tempo del caso Substack. E ora con l’addio di Platformer si allarga ancora di più. Appare sempre più evidente la sfida della libertà di espressione e la moderazione dei contenuti che le piattaforme digitali devono affrontare.

    Ormai il tema libertà di espressione è diventato sempre più dirompente. Tema che coinvolge tutta la dimensione digitale e non solo i social media. Il pensiero va alla piattaforma di Elon Musk, X (quella che prima era Twitter), che secondo il capo della Tesla dovrebbe essere il luogo dove ognuno ha la libertà di esprimersi. Senza regole, quello che vuole Musk.

    Per intenderci, libertà di espressione non è libertà di condividere contenuti d’odio e diffondere disinformazione. Eppure, restando per un attimo ancora su X, il percepito che arriva è proprio un luogo dove non ci siano regole e dove non esiste alcuna protezione.

    Tutto questo poi ha un prezzo.

    Ma adesso, in questi giorni e in queste ultime settimane, sta emergendo un altro caso che porta ancora all’attenzione il tema della libertà di espressione e la necessità di moderazione dei contenuti. Per evitare proprio che lo spazio digitale, che si vuole gestire e che si vuole proporre agli utenti come occasione di condivisione dei contenuti, diventi una sorta di terra di nessuno.

    E parliamo di Substack e del recente caso di contenuti estremisti e nazisti condivisi sulla piattaforma.

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    Andiamo con ordine, partendo da cosa è Substack, spiegano il caso che l’ha coinvolta e le ultime vicende che rischiamo di mettere in crisi la piattaforma.

    Come dicevamo, la piattaforma di newsletter Substack è recentemente diventata il fulcro di un acceso dibattito che tocca i nervi scoperti della libertà di espressione, della moderazione dei contenuti e del ruolo delle piattaforme digitali nel panorama mediatico contemporaneo.

    Questo caso mette in luce la complessa interazione tra diritti individuali, responsabilità editoriale e la crescente polarizzazione del discorso pubblico online.

    Il contesto della vicenda Substack e la moderazione dei contenuti

    Substack, nata come una piattaforma innovativa per newsletter, ha rapidamente guadagnato popolarità tra i giornalisti, blogger e scrittori che cercavano maggior libertà editoriale e un modello di business sostenibile, lontano dalle tradizionali dipendenze dalla pubblicità.

    La piattaforma permette agli autori di essere remunerati direttamente dai loro lettori attraverso abbonamenti, promuovendo un modello di finanziamento digitale che ha riscosso ampio interesse​​.

    Tuttavia, con la libertà viene anche la responsabilità.

    Substack si è trovata al centro delle critiche per aver ospitato contenuti estremisti, inclusi quelli di simpatizzanti nazisti, sollevando preoccupazioni sulle sue politiche di moderazione e sulla mancanza di azioni contro account che promuovono ideologie di odio​​​​.

    Substack e la vicenda di Platformer

    Recentemente, la piattaforma ha attirato l’attenzione dei media a seguito di una controversia specifica riguardante Platformer, una delle sue newsletter più popolari, gestita dal giornalista tech Casey Newton.

    Newton ha espresso preoccupazioni riguardo la presenza di materiale pro-nazista su Substack, mettendo in discussione le politiche di moderazione della piattaforma e minacciando di trasferire Platformer su un’altra piattaforma se Substack non avesse rimosso tali contenuti​​.

    E, di fronte alla incapacità di agire di Substack, Platformer lascia la piattaforma di newsletter per migrare nei prossimi giorni su Ghost, piattaforma di newsletter diretta competitor di Substack. “Abbiamo già visto questo film” – scrive Newton nel dare notizia del trasferimento di Platformer – “e non resteremo qui a guardare mentre accade di nuovo“.

    Il caso di Platformer evidenzia una questione critica: la presenza di contenuti pro-nazisti non è solo moralmente riprovevole, ma mina anche l’integrità e i valori etici della piattaforma.

    La simbologia e l’ideologia nazista, universalmente riconosciute come rappresentative di odio, violenza e discriminazione, sono in contrasto con i principi di una società democratica e aperta.

    La permanenza di tali contenuti su Substack non solo solleva interrogativi sulla capacità della piattaforma di garantire un ambiente sicuro e rispettoso per i suoi utenti, ma rischia anche di alienare una parte significativa del suo pubblico, che potrebbe vedere in questa incapacità di agire una tacita accettazione di ideali pericolosi e discriminatori.

    Il senso di Substack per la libertà di espressione

    La posizione di Substack in questa controversia riflette un dilemma più ampio che molte piattaforme digitali devono affrontare: come bilanciare la libertà di espressione con la responsabilità di moderare i contenuti.

    Substack ha sostenuto la libertà di espressione come principio fondamentale, argomentando che sostenere i diritti individuali e sottoporre le idee a un dibattito aperto è il modo migliore per privare le cattive idee del loro potere.

    La piattaforma ha adottato un approccio di moderazione relativamente passivo, promuovendo un pensiero di principio che privilegia il discorso libero, anche in presenza di contenuti controversi​​.

    Il comportamento di Substack, nella controversia, riflette un bilanciamento delicato tra promuovere la libertà di espressione e gestire i contenuti problematici. Secondo le dichiarazioni ufficiali della piattaforma, Substack pone un’enfasi significativa sulla libertà editoriale, sostenendo che la censura eccessiva può essere controproducente.

    substack founders franzrusso.it
    Substack founder, da sinistra: Hamish McKenzie, Chris Best (CEO) e Jairaj Sethi

    La società pensa che permettere un ampio spettro di voci, anche quelle non convenzionali o impopolari, sia essenziale per un dibattito pubblico robusto e variegato.

    Ma, alla luce di tutto, questa filosofia presenta sfide evidenti quando si tratta di contenuti che incrociano la linea dell’incitamento all’odio o alla violenza. La piattaforma si trova quindi di fronte al compito arduo di distinguere tra la protezione della libertà di espressione e la prevenzione di azioni dannose per i suoi utenti.

    Alla ricerca di un equilibrio tra libertà e moderazione

    La vicenda di Substack e Platformer solleva questioni fondamentali sul futuro del giornalismo, del blogging e dei media digitali in generale.

    Da un lato, la libertà di espressione è un pilastro della società democratica, essenziale per un dibattito pubblico sano e per alimentare il pluralismo delle idee. Dall’altro, l’assenza di una moderazione efficace può portare alla diffusione di discorsi d’odio e all’incitamento alla violenza. Finendo per alimentare un senso di sfiducia tra gli utenti e tra i lettori.

    Il caso Substack illustra la sfida di equilibrare questi principi in un’era digitale in cui le piattaforme online hanno un impatto significativo sul modo in cui riceviamo e interagiamo con le informazioni e le notizie.

    Come parte della società, ci troviamo a dover navigare all’interno di un territorio complesso, cercando di mantenere un equilibrio tra la salvaguardia della libertà di espressione e la necessità di una moderazione responsabile.

    Questo dibattito non è solo centrale per il futuro del giornalismo e per tutti colo che fanno informazione. Ma lo è anche per la definizione stessa di una società aperta e democratica nell’era digitale.

    Alcune domande che possono sorgere

    Alcune domande potrebbero sorgere, arrivati a questo punto. Ma come se ne esce allora da tutta questa vicenda? Qual è il punto di equilibrio tra libertà di espressione e capacità di intervento di fronte a contenuti che richiedono attenzione? Cosa è meglio fare in casi come questi?

    Ecco, cercare un equilibrio in queste situazioni è una sfida complessa che coinvolge diverse prospettive e valori. Ecco alcuni punti chiave che va la pena considerare:

    • Definizione di standard di moderazione: è fondamentale per le piattaforme come Substack definire chiaramente quali tipi di contenuti sono accettabili e quali no. Questi standard dovrebbero essere trasparenti, coerenti e applicati equamente. Allo stesso tempo, dovrebbero essere flessibili abbastanza da adattarsi all’evoluzione del discorso pubblico e alle normative legali.
    • Equilibrio tra libertà e responsabilità: mentre la libertà di espressione è un diritto fondamentale, è importante riconoscere che non è un diritto assoluto. Limitazioni responsabili sono necessarie per prevenire danni gravi, come l’incitamento all’odio o alla violenza. La chiave sta nel bilanciare la protezione della libertà di espressione con la prevenzione di danni reali.
    • Trasparenza e responsabilità: le piattaforme dovrebbero essere trasparenti su come prendono decisioni di moderazione e su come vengono applicate le loro politiche. Ciò include la pubblicazione di report di trasparenza e l’apertura a revisioni esterne o audit.
    • Protezione della diversità e del dissenso: è essenziale proteggere la diversità di opinioni e il diritto al dissenso. Le politiche di moderazione non dovrebbero soffocare le voci minoritarie o impopolari, ma piuttosto mirare a creare un ambiente in cui possano essere espressi pensieri diversi, in modo sicuro e rispettoso.
    • Uso della Tecnologia: l’uso di tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale può aiutare nella moderazione, ma deve essere affiancato da un controllo umano per comprendere il contesto e le sfumature.
    • Legislazione e normative: in alcuni casi, potrebbe essere necessario un intervento legislativo per definire limiti chiari e fornire linee guida sulle responsabilità delle piattaforme digitali, soprattutto in relazione ai contenuti dannosi o illegali.

    Non esiste una soluzione unica per questi complessi problemi. Le piattaforme, i legislatori, gli esperti di etica e i cittadini devono lavorare insieme per uscire da queste acque difficili, cercando sempre di equilibrare la libertà di espressione, garantendo maggiore protezione e la promozione di un ambiente digitale sano e rispettoso.

  • Influencer e Agcom, cosa dicono le nuove norme e qualche considerazione

    Influencer e Agcom, cosa dicono le nuove norme e qualche considerazione

    L’Agcom ha varato delle regole che riguardano gli influencer in Italia. Riguardano quelli con almeno 1 milione di follower. Si rischia di incorrere in multe fino a 600 mila euro. Rispetto a tutto questo, alcune considerazioni.

    Senza tanti giri di parole, la “stretta” di cui si parla tanto da parte di Agcom arriva dopo la vicenda Ferragni-Balocco. Vicenda che da poco ha visto l’iscrizione nel registro degli indagati di Chiara Ferragni e di Alessandra Balocco, CEO e presidente della Balocco SpA.

    La “stretta”, parola abusata dal linguaggio giornalistico, altro non è che un provvedimento, composto da linee guida, da parte dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), per regolamentare l’attività degli influencer. In risposta a casi come quello già citato Ferragni-Balocco, dove la natura pubblicitaria di alcuni contenuti non era stata chiaramente dichiarata.

    È pur vero che si tratta di una normativa che prende atto dell’evoluzione del panorama digitale che ha portato ad una crescente presenza degli “influencer” sui social media.

    influencer regole agcom considerazioni franzrusso.it

     

    Figure che, attraverso piattaforme come Instagram, YouTube e TikTok, hanno acquisito, nel corso del tempo, un potere significativo sulle decisioni d’acquisto dei consumatori. In più di un’occasione, sollevando questioni riguardanti la trasparenza e l’etica nella pubblicità.

    L’intento qui è quello di conoscere meglio questi provvedimenti adottai dall’Agcom, provare a dare un minimo di scenario a livello UE e provare a dare qualche risposta, nei limiti del possibile, che questo provvedimento pone in maniera indiretta.

    Le nuove regole di AGCOM rispetto agli influencer

    Le nuove linee guida di Agcom mirano a garantire che gli influencer rispettino le disposizioni del Testo unico sui servizi di media audiovisivi, con un focus particolare sulla trasparenza delle comunicazioni commerciali.

    Le norme sono indirizzate agli influencer con almeno 1 milione di follower o con un engagement rate medio superiore al 2%.

    Tra le principali disposizioni:

    Trasparenza nelle comunicazioni commerciali: gli influencer devono chiaramente indicare la natura pubblicitaria dei contenuti che includono promozioni di prodotti o servizi.

    Tutela dei diritti fondamentali e dei minori: le linee guida includono misure specifiche per la protezione dei minori e il rispetto dei diritti fondamentali.

    Multe e sanzioni: in caso di violazioni, sono previste multe che variano da 10.000 a 250.000 euro per la mancata trasparenza pubblicitaria e da 30.000 a 600.000 euro per il mancato rispetto degli obblighi di tutela dei minori.

    Scenario normativo sugli influencer nell’UE

    La regolamentazione degli influencer non è un tema isolato in Italia ma si inserisce in un contesto più ampio a livello europeo.

    In Olanda, ad esempio, è stata introdotta una regolamentazione che si applica agli influencer con più di 500.000 follower, i quali devono rispettare le norme del Dutch Media Act, incluse regole specifiche sulla pubblicità e sulla protezione dei minori.

    Queste misure, che includono anche la possibilità di imporre multe significative, riflettono la volontà di garantire trasparenza e tutela dei consumatori nel digitale.

    In Francia, gli influencer che lavorano fuori dall’UE devono stipulare un’assicurazione di responsabilità civile, e sono soggetti a severe sanzioni, inclusi fino a due anni di carcere e multe fino a 300.000 euro per pubblicità ingannevoli o non dichiarate.

    Ovviamente, le misure adottate dall’Agcom hanno suscitato molta attenzione e anche qualche perplessità.

    Il limite di 1 milione di follower e i controlli

    Da quello che viene fuori dalla lettura di commenti e considerazioni, sui vari social e non, i due temi che interessano di più riguardano: il limite di 1 milione di follower e ci si chiede su quale base sia stata applicata questa scelta; chi controllerà l’operato degli influencer che rientrano in questa normativa con il potere di comminare multe così come previsto dalle linee guida.

    Allora.

    Il limite di 1 milione di follower per gli influencer in Italia è stato stabilito dall’AGCOM con l’obiettivo di concentrarsi su influencer o creator che generano reddito significativo attraverso accordi commerciali con produttori di beni e servizi o tramite la monetizzazione concessa dalle piattaforme. Questo criterio è stato adottato per distinguere tra coloro che svolgono attività di influencer in modo amatoriale e quelli che lo fanno professionalmente. La soglia di un milione di follower è stata scelta per riflettere un numero significativo di utenti in Italia, tenendo conto del contesto nazionale e della lingua italiana.

    Per quanto riguarda il controllo e l’applicazione delle sanzioni, le linee guida dell’Agcom prevedono un meccanismo di richiami e ordini volti alla rimozione o adeguamento dei contenuti non conformi.

    Inoltre, l’Agcom, in collaborazione con l’Antitrust, avrà il compito di monitorare e far rispettare queste linee guida.

    L’Agcom può imporre multe che variano da 10.000 a 250.000 euro per mancata trasparenza pubblicitaria e da 30.000 a 600.000 euro per il mancato rispetto degli obblighi di tutela dei minori.

    Inoltre, è previsto l’avvio di un Tavolo tecnico per l’adozione di un codice di condotta, che coinvolgerà anche soggetti non tradizionali nel perimetro normativo dell’Agcom.

    Le parole di Giacomo Lasorella, presidente Agcom

    Rispetto a tutto questo, in una intervista a La Repubblica, Giacomo Lasorella, presidente di Agcom, smentisce che le normative adottate siano in risposta al caso Ferragni-Balocco, “ci lavoriamo da più di un anno”.

    E poi, rispetto al limite di 1 milione di follower risponde: “Abbiamo bisogno di monitorare costantemente gli influencer. Non possiamo soltanto dettare dei comportamenti, è nostro dovere farli rispettare per davvero. È impensabile che l’Autorità pedini decine di migliaia di persone. È giusto concentrare la nostra attenzione sui pesci più grandi“.

    E ancora: “Il tetto del milione è quello che adottiamo in questa prima fase. Si tratta di una soglia sperimentale. Siamo pronti a cambiarla in qualsiasi momento perché le Linee guida non sono un atto statico, fermo, cieco. Saranno aggiornate. Infine mi aspetto che un infuencer, anche se più piccolo, abbia il buon senso di seguire la strada virtuosa che noi indicheremo con sempre maggiore chiarezza anche aprendo un tavolo tecnico“.

    Su chi deve intervenire in caso di eventuale violazione delle regole, Lasorella specifica: “La legge attribuisce a ogni autorità delle competenze molto chiare. Quando avvisterà una pratica commerciale scorretta, sarà l’Antitrust a muoversi. Come ha fatto sul caso del pandoro di beneficenza. La pratica commerciale scorretta è sua diretta competenza“.

    Rispetto a tutto questo, è necessario riportare anche qui alcuni dati recenti sul fenomeno dell’influencer marketing in Italia.

    Lo stato dell’influencer marketing in Italia

    Come evidenziato da UPA (Utenti Pubblicità Associati) gli investimenti fatti in Italia sull’influencer marketing nel 2023 ammontano a 323 milioni di euro, con un aumento del +10% sul 2022. E, rispetto al 2022, cresce anche la percentuale delle aziende che fa ricorso all’influencer marketing, passando dall’81% al 90%.

    In Italia il 71% degli utenti attivi sui social media, vale a dire oltre 27 milioni di italiani adulti tra i 18 e i 74 anni, segue almeno un influencer o i canali social di un brand editoriale. E qui si registra aumento del 17% rispetto al 2021.

    Sempre dagli ultimi dati, che avevamo riportato qui sul nostro blog, Chiara Ferragni è la più seguita dagli italiani e che anche nel nostro paese sta prendendo piede il fenomeno dei virtual influencer, seguiti da oltre 3 milioni di utenti italiani.

    Insomma. Sembra di capire che si tratta di una impalcatura normativa in divenire e che il fenomeno abbia già dimensioni abbastanza grandi da poter essere monitorato nella sua interezza. Da qui il limite di 1 milione di follower.

    Mancano i micro e i macro influencer

    In effetti, quando si parla di influencer marketing, si parla di migliaia di figure spesso capaci di essere molto coinvolgenti pur con un bacino di follower molto ridotto. Ed è proprio lì che spesso occorre monitorare bene.

    Ad esempio, le linee guida non prendo in considerazione l’esistenza di micro e macro influencer. I macro influencer sono quelli con più di 100 mila follower. Vale a dire qualche migliaio. Poi esiste un vero arcipelago di micro influencer, quelli con qualche decina di migliaia di follower che si muovono in maniera molto dinamica. E dove spesso ci sarebbe bisogno di monitoraggio.

    Tutto questo non viene considerato dalle linee guida.

    Il 50% degli intervistati afferma che gli influencer forniscono consigli preziosi ed esperti. In particolare per quanto riguarda i settori wellness (55%) e cucina (56%). Questo per fare un minimo di contesto rispetto a quello che è il grande tema dell’influencer marketing in Italia.

    Vedremo poi come evolverà l’attività di monitoraggio e controllo, e come avverrà l’intervento da parte dell’Antitrust.

    Influencer e normative. Un passo avanti

    L’adozione di queste normative evidenzia un crescente riconoscimento del ruolo influente degli influencer nella società e della necessità di regolamentare le loro attività per proteggere i consumatori, specialmente i più vulnerabili come i minori.

    Mentre l’approccio può variare tra i diversi paesi dell’UE, l’obiettivo comune è garantire che l’attività degli influencer sia esercitata in maniera responsabile e trasparente.

    Queste misure rappresentano certamente un passo verso un equilibrio tra la libertà di esprimersi con gli strumenti a disposizione grazie al digitale e la necessità di tutelare i consumatori da pratiche ingannevoli o occulte.

    In un’era caratterizzata da un rapido sviluppo tecnologico e da un cambiamento continuo nelle modalità di comunicazione, è fondamentale che anche le normative siano al passo con i tempi, assicurando che il digitale resti sempre uno spazio di opportunità, di sicurezza e fiducia per tutti gli utenti.

  • OpenAI, ecco GPT Store e ChatGPT Team per il business

    OpenAI, ecco GPT Store e ChatGPT Team per il business

    OpenAI ha lanciato GPT Store e ChatGPT Team, portando l’IA personalizzata nelle aziende, migliorando l’efficienza e la gestione dei dati. Una innovazione che avrà impatti significativi sul futuro del lavoro e del business.

    Nell’era digitale, l’intelligenza artificiale (IA) continua a ridefinire il panorama tecnologico. L’ultimo lancio di OpenAI, ChatGPT Store, segna un altro passo avanti significativo, orientato alla personalizzazione. Vediamo insieme cosa si intende per ChatGPT Store, il suo scopo e le potenziali ripercussioni nel mondo del business. Insieme a Chat GPT Team.

    Cos’è GPT Store

    ChatGPT Store è una piattaforma innovativa sviluppata da OpenAI. La sua punta di diamante, ChatGPT Team, è una versione avanzata del popolare ChatGPT, personalizzata per l’uso aziendale.

    Questa versione consente alle aziende di implementare il potente strumento AI tra i propri dipendenti, garantendo al contempo la sicurezza e la privacy dei dati aziendali.

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    Il cuore di ChatGPT Team è la sua capacità di isolare e proteggere i dati aziendali. Ogni interazione con il chatbot rimane confinata all’interno dell’ecosistema aziendale, offrendo una soluzione di intelligenza artificiale sicura e privata.

    Il lancio di ChatGPT Team

    A un costo di 25-30 dollari per utente al mese (25 se si adotta un piano di abbonamento annuale), ChatGPT Team promette di migliorare l’efficienza, accelerare il flusso di lavoro e fornire supporto decisionale basato su dati.

    Da quando ha annunciato il programma GPT Builder, a novembre scorso, OpenAI ha dichiarato che sono stati creati dagli utenti più di 3 milioni di bot, chiamati GPT.

    GPT Store verrà distribuito agli utenti di ChatGPT Plus ed Enterprise, insieme agli abbonati a un nuovo livello chiamato Team. Già visibile anche in Italia.

    ChatGPT Team è una versione a pagamento di ChatGPT destinata a team più piccoli di circa 150 persone.

    Come ChatGPT Enterprise, ChatGPT Team offre l’accesso a GPT-4, DALL-E 3 e alla funzionalità Advanced Data Analysis di OpenAI, oltre al controllo sui dati.

    L’introduzione di GPT Store e ChatGPT Team segnano una ulteriore svolta nel modo in cui le aziende interagiranno con l’intelligenza artificiale. La personalizzazione e la sicurezza offerte da ChatGPT Team potrebbero rivoluzionare il posto di lavoro, aumentando la produttività e l’efficienza.

    Allo stesso tempo, questa innovazione solleva questioni importanti sulla dipendenza dalla tecnologia e sull’evoluzione dei ruoli lavorativi in un ambiente sempre più digitale.

    In conclusione, il lancio GPT Store e ChatGPT Team da parte di OpenAI è un chiaro indicatore dell’importanza crescente dell’IA nel mondo del lavoro e del business.

    Mentre ChatGPT Team promette di trasformare il modo in cui le aziende utilizzano la tecnologia, rimane da vedere come questa novità modellerà il futuro del lavoro e la gestione dei dati aziendali.

  • ETF e Bitcoin: gli effetti e il caso del falso post della SEC

    ETF e Bitcoin: gli effetti e il caso del falso post della SEC

    C’è molta attesa sulla decisione della SEC sugli ETF legati al Bitcoin. Decisione che potrebbe influenzare il mercato finanziario. In aggiunta a questo, c’è l’episodio del post non autorizzato su X. Ecco tutto quello che c’è da sapere.

    In questi giorni si parla molto di ETF e Bitcoin, in relazione alla decisione che la SEC degli Stati Uniti, l’equivalente della nostra Consob, che potrebbe prendere nella giornata di oggi. Una decisione che potrebbe cambiare lo scenario finanziario e creare un legame diretto tra valuta tradizionale e valuta elettronica.

    Una decisione che potrebbe avere effetti su tutte le altre valute elettroniche, non solo per i Bitcoin. Ecco perché se ne parla molto.

    Di seguito cercheremo di capire il significato di questa importante decisione. Partendo dal definire cosa si intende per ETF, cosa è il Bitcoin e cosa è successo nelle ultime ore a proposito di un post pubblicato senza autorizzazione che ha generato non poche polemiche tra la SEC e la piattaforma di Elon Musk.

    Allora, la notizia, come dicevamo prima, è che la U.S. Securities and Exchange Commission (SEC) possa approvare gli ETF legati al Bitcoin a breve. Questa aspettativa, vista la rilevanza di questa decisione, ha portato a un aumento significativo del prezzo del Bitcoin, raggiungendo i livelli più alti degli ultimi 21 mesi.

    ETF bitcoin effetti e la decisione SEC franzrusso.it

    Che Cos’è un ETF

    Come anticipato, cerchiamo di capirne di più, con un minimo di approfondimento attraverso tutte queste sigle.

    Un ETF (Exchange-Traded Funds) è un tipo di fondo di investimento che replica l’andamento di un indice, un bene, un paniere di asset o una strategia di investimento. A differenza dei fondi comuni di investimento, gli ETF sono negoziabili in borsa come le azioni.

    Gli ETF offrono ai piccoli e grandi investitori un modo relativamente semplice e meno costoso per diversificare il loro portafoglio.

    Per intenderci meglio, gli ETF sono come dei cestini di investimento. Immaginiamo di avere un cestino in cui puoi mettere diversi tipi di frutta (azioni, obbligazioni, ecc.). Questo cestino può essere poi acquistato o venduto, offrendo una varietà di frutti invece di dover comprare ogni frutto separatamente.

    Bitcoin e Criptovalute

    Non ci sarebbe bisogno di specificare molto, essendo la criptovaluta più nota, ma resta sempre utile un breve recap.

    Il Bitcoin è la prima e più nota criptovaluta, lanciata nel 2009. È una valuta digitale decentralizzata che utilizza la tecnologia blockchain per garantire transazioni sicure e anonime. Negli ultimi anni, il Bitcoin è diventato un asset di investimento popolare, sebbene rimanga sempre molto volatile.

    Anche in questo caso, procediamo ad una spiegazione di base dei Bitcoin.

    Il Bitcoin, lo sappiamo bene, è come il denaro elettronico. Invece di usare banconote o monete fisiche, si utilizza una versione digitale che può essere scambiata online.

    È come inviare un messaggio e-mail invece di una lettera cartacea.

    Visto che ci siamo, spieghiamo in maniera semplice anche la blockchain.

    La blockchain è un registro digitale che tiene traccia di tutte le transazioni di Bitcoin. È come un libro mastro che registra ogni movimento di denaro, ma in forma digitale e molto sicura.

    ETF legati al Bitcoin

    Cosa significa quindi tutta questa vicenda tra ETF e Bitcoin?

    Gli ETF legati al Bitcoin sono fondi che mirano a tracciare il prezzo del Bitcoin e offrono agli investitori un modo per partecipare all’andamento di questa criptovaluta senza possederla direttamente.

    Questo elimina la necessità di gestire wallet digitali e la complessità della sicurezza delle criptovalute.

    Investire in ETF su Bitcoin potrebbe essere un modo per diversificare i risparmi, aggiungendo un tipo di investimento che non è strettamente legato all’andamento di azioni e obbligazioni tradizionali.

    L’approvazione degli ETF legati al Bitcoin potrebbe portare a un significativo afflusso di capitali nel mercato delle criptovalute.

    Ad esempio, la Standard Chartered Bank stima che potrebbero esserci tra i 50 e i 100 miliardi di dollari di investimenti in ETF su Bitcoin nel corso dell’anno​.

    E poi, la febbre degli ETF su Bitcoin ha influenzato anche altre criptovalute.

    Per esempio, Ethereum (ETH) ha subito un calo rispetto al Bitcoin, raggiungendo il livello più basso in 32 mesi.

    La decisione della SEC su ETF e Bitcoin

    Evidentemente, come abbiamo brevemente visto, c’è molta attesa attorno a questa decisione. BlackRock, il più grande gestore di asset al mondo, si aspetta che la SEC approvi la loro domanda per un ETF su Bitcoin il 10 gennaio 2024, cioè oggi​​. La data di oggi è quindi vista come un momento chiave per tutto il settore.

    Diverse importanti società di gestione degli investimenti, tra cui la già citata BlackRock, Fidelity e WisdomTree, hanno presentato domande per lanciare ETF legati al Bitcoin​​, segnalando un crescente interesse istituzionale verso questa classe di asset.

    Ovviamente, l’attesa decisione ha generato volatilità nel mercato, con il prezzo del Bitcoin che ha oscillato sensibilmente in risposta alle notizie e alle speculazioni.

    Brevemente, riassumiamo cosa potrebbe succedere dal punto di vista dei benefici e dei rischi che questa decisione potrebbe comportare.

    Benefici degli ETF su Bitcoin

    Accessibilità: gli ETF su Bitcoin consentono agli investitori tradizionali di accedere ai mercati delle criptovalute attraverso piattaforme e broker conosciuti.

    Semplicità: gli ETF eliminano la necessità di gestire la custodia del Bitcoin, un processo che può essere complesso e rischioso.

    Diversificazione: per gli investitori che cercano di diversificare i loro portafogli, gli ETF su Bitcoin offrono un’esposizione a un nuovo tipo di asset.

    Considerazioni e Rischi

    Volatilità: il Bitcoin è noto per la sua alta volatilità, che si riflette anche negli ETF correlati.

    Regolamentazione: il contesto normativo degli ETF su Bitcoin varia in base al paese, e le future regolamentazioni possono influenzare il mercato.

    Evoluzione del Mercato: il mercato delle criptovalute è in rapida evoluzione, il che può comportare rischi aggiuntivi e imprevedibilità.

    Ma non è tutto, perché quando in Italia era già sera inoltrata, si è verificato un episodio che ci dà la misura di quanto sia attesa questa decisione.

    E parliamo del post pubblicato senza autorizzazione sull’account X della SEC.

    Il 9 gennaio 2024, ieri, l’account X della U.S. Securities and Exchange Commission (SEC) è stato compromesso, che ha comportato la condivisione di un post (quello che prima si chiamava tweet) non autorizzato riguardante gli ETF (Exchange-Traded Funds) legati al Bitcoin​​.

    Il falso post della SEC su X

    Il post, rimasto online per circa 30 minuti prima di essere eliminato, annunciava, in maniera falsa, l’approvazione da parte della SEC degli ETF su Bitcoin per la quotazione in tutte le borse nazionali registrate negli Stati Uniti​​.

    La pubblicazione di questo falso annuncio ha causato un picco temporaneo nel prezzo del Bitcoin, che è salito vicino ai 48.000 dollari prima di scendere nuovamente a circa 45.700 dollari​​.

    La sicurezza dell’account è stata messa in discussione, soprattutto perché non era stata attivata l’autenticazione a due fattori al momento del compromesso​​. Infatti, l’account Safety di X ha comunicato, dopo la fine delle indagini preliminari su ciò che è potuto accadere, che l’account della SEC era stato compromesso, invitando ad adottare l’autenticazione a due fattori.

    In seguito a questo episodio, vi è stata una certa preoccupazione che l’approvazione degli ETF su Bitcoin potesse essere ritardata o negata a causa di questo episodio, anche se alcuni esperti del settore hanno espresso dubbi che l’incidente potesse influenzare l’imminente decisione.

    In conclusione, gli ETF su Bitcoin rappresentano un ponte significativo tra il mondo finanziario tradizionale e quello delle criptovalute.

    Come abbiamo visto, questa decisione potrebbe offrire vantaggi in termini di accessibilità e semplicità. Ma come ogni investimento, comporta dei rischi, soprattutto a causa della volatilità intrinseca del Bitcoin e delle incertezze normative. Vedremo cosa succederà rispetto all’annuncio di questa decisione.

  • OpenAI, impossibile non usare opere coperte da copyright

    OpenAI, impossibile non usare opere coperte da copyright

    OpenAI risponde al New York Times, dopo la querela per violazione del copyright dei giorni scorsi. Ammettendo che è impossibile non usare opere protette da copyright.

    Subito dopo Natale, lo scorso 27 dicembre, il New York Times aveva fatto sapere di aver querelato OpenAI, la società non profit che ha creato ChatGPT, per violazione del copyright.

    E oggi arriva la risposta di OpenAI.

    Partendo dal presupposto che il NYT non racconti tutta la storia, OpenAI sul suo blog scrive – sostanzialmente – che sarebbe “impossibile” costruire reti neurali di alto livello senza utilizzare opere protette da copyright. Questo perché l’utilizzo di materiali di pubblico dominio porterebbe a software AI di qualità inferiore.

    Le sfide legali legate all’IA

    Un recente rapporto di IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers), dei giorni scorsi, ha concluso che servizi di IA generativa, come Midjourney e DALL-E 3 di OpenAI, possono ricreare scene protette da copyright basandosi sui loro dati di addestramento, documentando casi di “prodotti copiati”​​​​.

    openai nyt impossibile non usare copyright franzrusso

    Resta quindi la questione, molto complessa, se questa pratica sia legale e se i fornitori di servizi IA rischiano responsabilità legale.

    Come sappiamo, OpenAI e Midjourney possono produrre materiali che sembrano violare il copyright, senza fornire informazioni agli utenti sulla provenienza delle immagini prodotte​​.

    Inoltre, è stato indicato da ricerche recenti, sempre su questo ambito, che ChatGPT di OpenAI può essere indotto a riprodurre testi di libri memorizzati in fase di addestramento​​.

    OpenAI ha dichiarato di credere che il suo addestramento su materiale protetto da copyright sia legale, ma riconosce che c’è ancora lavoro da fare per supportare e valorizzare i creator.

    OpenAI mantiene la sua posizione

    La società guidata da Sam Altman mantiene la sua posizione. Affinché i modelli di intelligenza artificiale possano apprendere e risolvere nuovi problemi, hanno bisogno di accedere a “l’enorme aggregato della conoscenza umana“.

    Ha ribadito che, sebbene rispettasse il diritto legale di possedere opere protette da copyright, ritiene che la formazione di modelli di intelligenza artificiale con dati provenienti da Internet rientri nelle regole di equo utilizzo, che consentono di riproporre le opere protette da copyright.

    In ogni caso, è sempre possibile bloccare l’accesso a servizi come ChatGPT semplicemente bloccandolo, inserendo un codice apposito all’interno del proprio sito.

    OpenAI e NYT, collaborazione possibile?

    Di fronte a questo scenario, OpenAI lascia comunque le porte aperte.

    La società di Altman ha detto che spera ancora di poter continuare i negoziati e arrivare a sigillare una partnership simile a quelle che ha stretto con Axel Springer e l’Associated Press. “Siamo fiduciosi per una partnership costruttiva con il New York Times e rispettiamo la sua lunga storia“, ha affermato la società.

    Ora, la questione legale attorno all’uso di materiale protetto da copyright nella formazione di modelli di intelligenza artificiale, come nel caso di OpenAI, è molto complessa.

    Dal punto di vista legale, le aziende si affidano alla difesa di “uso lecito”, argomentando che l’utilizzo di tali dati è necessario per lo sviluppo tecnologico.

    Diritto d’autore e utenti finali

    Questa posizione però si scontra con la realtà attuale. In quanto non è universalmente accettata e potrebbe portare a nuove sfide legali. Incluse potenziali cause legali e richieste di risarcimento danni.

    Per gli utenti finali, l’uso di strumenti IA basati su dati protetti da copyright potrebbe creare delle situazioni di incertezza. Se un utente genera contenuti che violano il copyright utilizzando questi strumenti, potrebbe trovarsi a fronteggiare questioni legali dal punti di vista personale. E sarebbe un bel problema.

    Le aziende come OpenAI cercano di mitigare questo rischio, adottando con termini di servizio che limitano la loro responsabilità. Ma la questione resta tutta aperta.

    La sfida è tra innovazione e protezione del diritto d’autore

    In conclusione, mentre le aziende di servizi di intelligenza artificiale operano in questo scenario tutto in divenire, è fondamentale per gli utenti comprendere i rischi associati alla generazione di contenuti utilizzando questi strumenti.

    Il caso NYT/OpenAI sottolinea l’importanza di un dialogo continuo tra sviluppatori IA, detentori di diritti d’autore e legislatori per definire chiare linee guida che bilancino innovazione e protezione dei diritti d’autore. Questa è la vera sfida di oggi.


    L’immagine di copertina è stata generata da ChatGPT di OpenAI con DALL·E 3

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