Categoria: News

In questa categoria si trovano articoli che parlano di comunicazione, condivisione, social media, social network. Insomma, tutto ciò che riguarda il web 2.0 e di come si sta evolvendo

  • Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri

    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri

    Threads lancia gli allegati di testo fino a 10.000 caratteri, disponibili su mobile e web. Una funzione che cambia l’uso della piattaforma. Ecco come funziona, vantaggi, svantaggi e utilità per creator e utenti.

    C’è una esigenza ricorrente sulle piattaforme digitali, sin dalla loro nascita ormai avvenuta più di 20 anni fa. E riguarda lo spazio da riempire con pensieri e parole, come direbbe qualcuno.

    Già, pensieri, considerazioni, frasi che spesso e volentieri hanno preso forma in spazi più o meno ampi. Anzi, sin dai primi tempi in spazi assai ridotti, poi via via con spazi sempre più crescenti.

    E nonostante la trasformazione delle piattaforme, il tema dello spazio in cui scrivere è rimasto sempre centrale.

    Parliamo di questo tema perché la novità che ha introdotto la società di Zuckerberg sulla piattaforma nata per la forma scritta è degna di nota.

    Meta, infatti, ha annunciato una novità importante per Threads: a partire da ieri, 4 settembre 2025, è possibile allegare ai post blocchi di testo fino a 10.000 caratteri.

    Una scelta che cambia il modo in cui la piattaforma può essere utilizzata, avvicinandola a uno spazio capace di ospitare non solo conversazioni rapide ma anche contenuti più strutturati. Addirittura c’è chi comincia a parlare di blogging su Threads.

    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri
    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri

    Fino ad oggi Threads permetteva un massimo di 500 caratteri. Uno spazio breve, certo, ma non comparabile al vero sforzo di sintesi a cui ci aveva abituato Twitter, unico fin dai suoi esordi: prima con il limite di 140 caratteri, poi ampliato a 280.

    Nel panorama delle piattaforme digitali, anche Bluesky si muove su questa linea, mantenendo il tetto a 300 caratteri.

    Da questo punto di vista, i 500 caratteri di Threads apparivano già un terreno più comodo per scrivere post meno compressi.

    Ma ora, con gli allegati da 10.000 caratteri, si passa a un livello completamente diverso.

    Come funziona l’allegato di testo su Threads

    Per usare questa funzione non serve alcuna attivazione particolare.

    Quando si scrive un nuovo post, sotto al campo principale compare l’opzione per allegare un testo. Una volta selezionata, si apre un editor dedicato che consente di scrivere fino a 10.000 caratteri.

    Il testo allegato viene salvato come un blocco a parte. Quindi, non occupa spazio nel corpo del post, che resta sempre limitato a 500 caratteri, ma viene mostrato subito sotto come un riquadro compatto.

    L’utente che legge vede un’anteprima e può toccarla per aprire l’intero contenuto.

    All’interno dell’allegato si possono usare formattazioni (grassetto, corsivo, sottolineato, barrato) e i link aggiunti diventano cliccabili. In questo modo si possono costruire testi ben organizzati, leggibili e con riferimenti esterni facilmente accessibili.

    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri
    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri – esempio

    Vantaggi e svantaggi di questa novità su Threads

    L’estensione a 10.000 caratteri offre indubbi vantaggi. Prima di tutto permette a creator, giornalisti e professionisti di condividere contenuti completi senza spezzarli in più post o rimandare a piattaforme esterne.

    È un passo che semplifica l’esperienza d’uso e che valorizza chi ha la necessità di argomentare.

    Ma ci sono anche possibili limiti. Un flusso di testi molto lunghi potrebbe rendere meno immediata la lettura, allontanando chi è abituato a contenuti rapidi e sintetici.

    La sfida di Meta sarà quindi bilanciare l’introduzione di questi strumenti con l’identità stessa della piattaforma, nata per favorire la conversazione veloce.

    E poi, come visto altrove, c’è la tendenza a far rimanere tutti i contenuti all’interno della piattaforma, rendendo minima la tendenza a cliccare su link esterni.

    Quest’ultima considerazione è tuttavia quasi stiracchiata perché resta sempre valida la condivisione con link. Ma ove mai prendesse piede questa modalità per cercare di rendere visibili i propri contenuti, pubblicati su altri siti o blog, per renderli più visibili, ecco che il problema del “de-link” si presenterebbe eccome.

    A chi può essere utile

    Questa funzione si rivela interessante per i creator che già oggi utilizzano Threads come spazio per divulgare e approfondire.

    Newsletter, interviste, riflessioni personali o analisi possono infatti essere pubblicate senza compromessi. Anche le aziende e le organizzazioni possono trovarne beneficio: presentazioni di progetti, annunci articolati o report trovano un formato adatto, evitando di frammentare il contenuto o rimandare a documenti esterni.

    Per tutti gli altri utenti, invece, l’utilità dipenderà dall’abitudine personale. C’è chi preferirà ancora post brevi e immediati, e chi invece coglierà l’occasione per raccontare esperienze o opinioni in modo più completo.

    Threads e allegato lungo senza costi aggiuntivi

    A differenza di quanto avviene su altre piattaforme che riservano le funzionalità avanzate agli abbonati, Meta rende disponibile questa novità a tutti gli utenti senza costi aggiuntivi.

    Un segnale chiaro che rafforza la strategia di allargare la base d’uso di Threads, puntando sulla qualità e sulla varietà dei contenuti.

    La possibilità di allegare testi fino a 10.000 caratteri rappresenta una svolta che segna la crescita di Threads.

    La piattaforma, nata per offrire un’alternativa a X, amplia ora il proprio raggio d’azione, offrendo strumenti che intercettano l’esigenza di comunicare in modo più completo.

    Resta da capire se gli utenti accoglieranno questa novità come un’opportunità per arricchire le proprie conversazioni o se continueranno a privilegiare la brevità.

    Threads prova a scrollarsi di dosso l’etichetta di social “breve”, proponendosi luogo capace di ospitare anche contenuti che richiedono tempo e attenzione. Vedremo se sarà così.

  • Creator in Italia nel 2025, consapevolezza ma pochi guadagni

    Creator in Italia nel 2025, consapevolezza ma pochi guadagni

    Il report Kolsquare 2025 fotografa la professione del Creator in Europa. In Italia pochi guadagni, forte divario di genere, ma attenzione crescente a valori e responsabilità.

    Possiamo dire che nel 2025 la professione del Creator non è più una nicchia. Col tempo è diventato un mestiere, resistendo anche alla parabola degli influencer.

    Già, è una professione che permette di esprimersi a chi ha qualcosa da dire, con serietà e competenza, senza per forza inseguire e rincorrere l’economia dei like. Ma, allo stesso tempo, è una professione fragile.

    Uno degli aspetti che interessa da sempre, quando si parla di Creator, riguarda il loro guadagno. Una voce che è spesso relativa e mai uniforme, in quanto dipende da tanti aspetti.

    Ma se ne torna a parlare da qualche settimana per via di un interessante report che fa un quadro abbastanza preciso di quella che è la situazione attuale dei Creator, evidenziando anche altri aspetti.

    Il report “Voices of the Creator Economy 2025”, pubblicato da Kolsquare in collaborazione con NewtonX, fotografa con lucidità questo equilibrio instabile. E lo fa con un approccio europeo, raccogliendo i dati di 783 creator professionisti con almeno 5.000 follower in otto Paesi chiave: Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi e Paesi Nordici (Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia).

    Un’indagine che va oltre le vanity metrics e mostra come anche la creator economy ha i suoi squilibri, le sue disuguaglianze.

    Dalla disparità di reddito tra uomini e donne, alle nuove forme di pressione online, dalle condizioni lavorative, alla percezione dei valori condivisi.

    Vediamo cosa ci racconta questa fotografia. E soprattutto, cosa ci dice dell’Italia.

    Creator in Italia nel 2025, consapevolezza ma pochi guadagni
    Creator in Italia nel 2025, consapevolezza ma pochi guadagni

    I Creatori in Europa: dati generali

    Lo studio ha coinvolto 783 creator con oltre 5.000 follower in otto Paesi europei. La distribuzione geografica del campione è la seguente:

    Paese Numero di creator coinvolti
    Germania 139
    Francia 136
    Regno Unito 121
    Paesi Nordici 94
    Italia 89
    Spagna 78
    Paesi Bassi 68
    Belgio 58

     

    Quanto guadagnano i creator in Europa

    Il primo dato che salta all’occhio riguarda i redditi. In media, il 74% dei creator guadagna meno di 1.000 euro al mese, una cifra che rende difficile parlare di sostenibilità economica per molti di loro.

    In Germania si registra la media più alta, ma anche il divario retributivo di genere più marcato: gli uomini guadagnano in media il 25% in più delle donne.
    Il Regno Unito, invece, presenta un paradosso: solo il 22% dei creator è attivo a tempo pieno, ma è anche il Paese con il più alto tasso di trolling online: il 30% dei creator britannici ha subito molestie o attacchi verbali sui social.

    In Francia, la situazione è altrettanto complessa:

    • il 77% dei creator lavora in autonomia
    • solo il 30% si definisce ben pagato
    • il 69% accetta scambi in prodotti (barter) al posto del pagamento in denaro
    • i creator francesi danno priorità a tre valori: equità, reputazione del marchio e impatto positivo.

    Il profilo dei Creator italiani nel 2025

    E in Italia? Dei 783 creator coinvolti nello studio, 89 sono italiani. Un campione che consente di delineare un identikit molto preciso, e per certi versi disarmante.

    Un lavoro… ma per pochi

    • solo il 35% dei creator italiani lavora a tempo pieno come creator
    • il 56% gestisce la propria attività da solo, senza collaboratori né supporto organizzativo
    • il 38% ha una seconda attività per integrare il reddito.

    Guadagni bassi, molto bassi

    • il 74% guadagna meno di 1.000 euro al mese
    • solo il 5% supera i 3.000 euro mensili
    • il 17% guadagna tra 1.000 e 2.000 euro
    • il restante 4% si colloca tra 2.000 e 3.000 euro.

    Questi dati confermano che per la maggior parte dei Creator italiani la creazione di contenuti non è una fonte di reddito sufficiente a garantire autonomia economica.

    La consapevolezza di essere Creator

    Eppure, l’impegno e la consapevolezza sono alti:

    • il 62% si identifica come “content creator” (e non come influencer)
    • il 70% sceglie collaborazioni con brand che ne condividano i valori
    • il 40% dice no a collaborazioni anche ben pagate se non coerenti con i propri principi
    • il 58% si definisce attento all’impatto sociale dei propri contenuti
    • il 32% ha rifiutato almeno una volta un contratto per motivi etici.

    Il Creator italiano, secondo questi dati, mostra un forte senso di responsabilità, e cerca, anche se tra mille difficoltà, di costruire una narrazione per quanto possibile coerente, rispettosa e autentica.

    Confronto Italia-Europa

    Il report di Kolsquare permette anche un confronto diretto tra l’Italia e gli altri Paesi analizzati:

    Indicatore
    Italia
    Francia
    Germania
    Regno Unito
    Media Europa
    % di creator a tempo pieno 35% 42% 44% 22% ~40%
    % che guadagna meno di 1.000€/mese 74% 70% 65% 76% 74%
    % con seconda attività 38% 35% 33% 40% ~36%
    % che lavora da solo 56% 77% 60% 65% ~64%
    % che accetta collaborazioni non pagate 69% (barter) 69% 58% 63% ~65%
    % che rifiuta brand non etici 40% 36% 34% 30% ~35%

     

    L’Italia è in linea con la media europea sul piano della precarietà, ma si distingue per una maggiore attenzione etica nelle collaborazioni, un dato che può diventare leva competitiva.

    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Gender gap nella creator economy: tra disparità e invisibilità

    Uno dei nodi più delicati che il report mette in evidenza è il divario di genere. Una disuguaglianza economica che attraversa l’intera creator economy europea, spesso sottovalutata o ignorata, ma che emerge in maniera netta nei dati del 2025.

    In Germania, ad esempio, il gender pay gap è il più evidente: gli uomini guadagnano in media il 25% in più delle donne, a parità di follower e contenuti.

    Un dato che, oltre a colpire per l’entità, mostra quanto anche un settore percepito come “nuovo” e “democratico” possa riprodurre schemi strutturali di disuguaglianza.

    Ma il problema non è solo economico. È anche di accesso alle opportunità e di tutela.

    Secondo il report:

    • il 60% delle creator ha dichiarato di aver subito episodi di trolling, molestie o commenti sessisti sui propri profili
    • le creator segnalano maggiore difficoltà nel farsi pagare il giusto dai brand rispetto ai colleghi uomini
    • le creator sono anche meno presenti nei contratti a lungo termine e nei contenuti sponsorizzati ad alto budget

    In Italia, sebbene manchino dati disaggregati per genere nel dettaglio, il quadro tracciato dalle interviste indica che le disparità si riflettono anche sul mercato locale:

    • le creator italiane tendono a lavorare di più in autonomia
    • accettano più spesso collaborazioni in modalità barter (scambio merce),
    • sono meno presenti nei progetti con brand internazionali, dove i budget sono più elevati.

    Tutto questo accade mentre il 62% dei creator italiani si identifica come “content creator” e non “influencer”, sottolineando un desiderio di riconoscimento professionale che però si scontra ancora con bias strutturali.

    Il gender gap, dunque, non è un effetto collaterale. È parte integrante del sistema. E la sua persistenza rischia di compromettere non solo l’equità, ma la stessa credibilità del settore come nuova forma di lavoro e professione.

    Una Creator Economy in bilico

    Quello che emerge dal report è una fotografia strutturata, a tratti contraddittoria. Il lavoro del creator è sempre più presente nel tessuto economico e culturale europeo, ma è ancora sottopagato, instabile e spesso invisibile nei diritti.

    In Italia, più che altrove, emerge un’idea di professione non ancora pienamente riconosciuta, ma che si fonda su valori forti, visione e dedizione personale.

    Un paradosso tutto italiano: si guadagna poco, si lavora tanto, e si tenta di farlo bene.

    Ed è proprio da questa contraddizione che, forse, può nascere un’evoluzione più matura dell’ecosistema.

    Se alle metriche di engagement cominciassimo ad affiancare standard professionali, attenzione e percorsi di crescita sostenibili, potremmo davvero iniziare a parlare di economia dei creator.

    Ma è tutto da vedere.

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    [Immagini di copertina, e quelle usate sui canali social di Franz Russo e di InTime Blog, generate usando modelli di IA Generativa come Chatgpt-5 di OpenAI e Gemini 2.5 Flash Image] 

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  • Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali

    Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali

    Instagram continua a impostare i formati dei contenuti visual sempre più in verticale. Da qualche settimana il formato dei post che prima era 1080×1350 px è diventato 1080×1440 px. Vediamo cosa comporta.

    Il mese di agosto è stato per Instagram un mese di novità, tutte molte interessanti. Una in particolare, quella dei repost, l’abbiamo anche trattata qui su InTime Blog.

    Ma ce n’è una che forse è passata in sordina anche perché non annunciata in maniera ufficiale. E, sicuramente, addetti ai lavori e anche semplici utenti della piattaforma avranno già intercettato.

    Come ricorderete ad inizio anno avevamo scritto delle nuove dimensioni per i nuovi formati da usare su Instagram nel 2025. Un articolo molto letto e condiviso e per questo sempre grazie a voi lettori.

    Ma torniamo di nuovo sull’argomento perché, come dicevo, c’è una novità che va evidenziata.

    Cambia il formato dei post su Instagram

    E quindi, dopo aver introdotto a inizio anno il formato verticale da 1080×1350 pixel, la piattaforma ha deciso di uniformare il formato alle misure 1080×1440 pixel, cioè 3:4.

     

    Formato Dimensioni Utilizzo
    4:5 Verticale 1080×1350 px Standard fino a oggi
    3:4 Verticale 1080×1440 px Nuovo formato per i post, identico all’anteprima dei Reel

     

    Significa che i post adesso occupano più spazio verticale sullo schermo, la stessa altezza che fino a oggi era riservata all’anteprima dei Reel.

    Di conseguenza, le immagini statiche non solo guadagnano maggiore visibilità, ma si allineano ancora di più all’esperienza video, confermando la direzione intrapresa da tempo da Instagram. Vale a dire quella di dare priorità ai formati verticali e favorire contenuti che sappiano catturare l’attenzione in un feed sempre più veloce e affollato.

    Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali
    Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali

    L’informazione è circolata in queste settimane, su Threads e su Instagram ovviamente, dove alcuni utenti hanno iniziato a segnalare la novità.

    Complice anche il pieno periodo estivo la cosa è scivolata via senza molta attenzione, ma merita perché riguarda un aspetto importante, e quotidiano, del lavoro di chi crea contenuti.

    Ed è per questo che torno sull’argomento, dopo aver già trattato il tema delle nuove dimensioni dei formati su Instagram, edizione 2025.

    Vediamo cosa comporta il nuovo formato

    Il passaggio da 1350 a 1440 pixel di altezza può sembrare un dettaglio tecnico di poco conto. In realtà, avere novanta pixel in più significa conquistare più spazio visivo, quindi più possibilità che l’occhio dell’utente si soffermi sul contenuto.

    È un vantaggio competitivo in un contesto in cui ogni elemento, anche minimo, incide sull’engagement. E non va trascurato il fatto che questo nuovo formato avvicina ulteriormente i post statici ai Reel, rendendo il feed più coerente e uniforme.

    Dal punto di vista pratico, chi lavora con grafiche preimpostate dovrà, di nuovo, aggiornare i propri template e prestare maggiore attenzione alla cosiddetta “zona sicura”, mantenendo testi e loghi ben centrati per evitare che vengano tagliati o risultino poco leggibili.

    Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali
    Nuovi formati post Instagram 2025

    Il formato dei post è sempre più verticale

    Al momento, non tutti gli strumenti di scheduling sono ancora pronti a supportare questo formato, quindi sarà necessario verificare la compatibilità e fare test prima di pianificare contenuti in modo sistematico.

    Instagram, ancora una volta, dimostra di puntare decisamente sull’esperienza utente sempre più verticale.

    Con i 1080×1440 pixel, il feed cambia progressivamente volto e porta creator, brand e social media manager a ripensare le proprie strategie visive.

    È un cambiamento piccolo solo in apparenza, ma che ci ricorda come questo ecosistema digitale sia sempre in movimento e va monitorato costantemente.

  • Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia

    Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia

    Instagram lancia la funzione repost, permettendo agli utenti di rilanciare contenuti altrui nel feed. Un cambiamento che apre nuove prospettive per creator, aziende e strategie di visibilità.

    Dopo anni di attesa, possiamo dirlo, Instagram ha ufficialmente introdotto la funzione di repost. Si tratta di una novità che, potenzialmente, potrebbe cambiare le dinamiche della piattaforma, portando per la prima volta la possibilità di ripubblicare post e Reels di altri utenti nel proprio feed.

    Una mossa che ci dà qualche indicazione sulla direzione che Instagram vorrebbe prendere.

    Ma va detto, è un passaggio che mostra il tentativo della piattaforma di riattivare una dimensione più relazionale, in cui il valore di un contenuto può passare anche dalla condivisione da parte di altri utenti. Ma senza cambiare le logiche dell’algoritmo che restano centrali nella distribuzione dei contenuti nel feed.

    Cosa significa “repost” e come funziona su Instagram

    Con repost si intende la possibilità di condividere nel proprio profilo contenuti già pubblicati da altri, aumentando loro la visibilità che normalmente si avrebbe con un post originale.

    È una funzione che gli utenti attendevano da tempo, già largamente diffusa su altre piattaforme social media. E che ora fa il suo ingresso anche nell’ecosistema di Instagram.

    La dinamica è semplice. Quando si visualizza un Reel o un post pubblico, si può ora selezionare l’opzione per ripubblicarlo, individuabile dall’icona delle due frecce che formano un quadrato.

    Il contenuto comparirà nel feed dei propri follower e verrà archiviato in una nuova scheda “Reposts” all’interno del profilo. È possibile taggare altri utenti nel momento della ricondivisione, ma non è possibile aggiungere (ancora) un testo di accompagnamento.

    Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia
    Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia

    Perché repost su Instagram arriva ora

    Come ben sappiamo, Instagram non è nuovo a “copiare” funzionalità attive altrove e a riportarle sulla propria app. Le Stories da Snapchat, i Reels da TikTok, ora il Repost da X (ex Twitter) o TikTok ne sono la dimostrazione.

    Ma anche stavolta non si tratta solo di un banale “copia-incolla” di funzionalità. La scelta di introdurre i repost potrebbe inserirsi in un contesto più ampio in cui Instagram cerca di recuperare una componente relazionale, come si diceva all’inizio, che negli ultimi anni si è andata perdendo, prediligendo contenuti che “funzionavano” per l’algoritmo e meno per gli utenti.

    Con questa novità, la piattaforma vuole tornare ad essere un luogo in cui si prova a recuperare un certo tipo di ricondivisione più diretta.

    L’introduzione del repost sembra andare nella direzione di una maggiore visibilità dei contenuti e delle connessioni tra utenti. Un tentativo di far circolare i contenuti anche attraverso le scelte individuali, e non solo per effetto dell’algoritmo.

    Dove esiste già il repost (e cosa cambia per Instagram)

    Il concetto di repost non è nuovo. Su X (ex Twitter), è storicamente un elemento fondante. Il retweet ha trasformato la viralità in linguaggio.

    Su Facebook, la condivisione di post ha da sempre svolto una funzione simile, anche se meno codificata.

    Su TikTok, il pulsante per ripubblicare un video esiste già da tempo, con una logica simile: dare impulso a ciò che si considera rilevante, divertente o utile.

    Anche su Threads, la piattaforma testuale di Instagram, la funzione repost è presente fin dal lancio.

    Instagram si è mossa più lentamente.

    Per anni si è preferito rimanere assenti in questo ambito, lasciando che gli utenti si arrangiassero con altre soluzioni e, in alcuni casi, anche con app terze.

    Ora decide di inglobare questa dinamica direttamente nel suo sistema, dando uniformità a un comportamento già diffuso. E questo segna una svolta.

    Cosa cambia per utenti, creator e aziende

    L’introduzione del repost amplifica la portata organica dei contenuti. Un contenuto che viene ripubblicato da più utenti può circolare in modo molto più esteso, raggiungendo pubblici che altrimenti non avrebbero mai incrociato quel post. Per gli utenti, è un’opportunità per condividere contenuti interessanti e rilevanti.

    Per i creator è una nuova opportunità per rendere più visibili i propri contenuti. Ogni repost può potenzialmente generare nuovo interesse, follower, engagement. La logica premia i contenuti capaci di stimolare reazioni e condivisioni.

    Per le aziende, la funzione potrebbe diventare uno strumento strategico. I contenuti più efficaci potranno essere rilanciati direttamente dai clienti o dai dipendenti, generando un passaparola genuino. Inoltre, si aprono scenari interessanti per il branded content e per la valorizzazione dei contenuti generati dagli utenti (user generated content), con una distribuzione più fluida e integrata nella piattaforma.

    Instagram repost, una sfida alla saturazione

    In un momento in cui l’algoritmo di Instagram sembra faticare a proporre contenuti davvero rilevanti per ogni singolo utente, il repost rappresenta una sorta di filtro più umano.

    È l’utente stesso che prova a curare ciò che vale la pena vedere. Una dinamica che, se ben utilizzata, può ridurre la saturazione e restituire centralità alla relazione tra utenti, ridando slancio ai contenuti.

    Ma questo comporta anche delle responsabilità. Il rischio che la funzione venga usata solo per far circolare contenuti sensazionalistici o già virali, svuotando di significato la stessa funzionalità, è dietro l’angolo.

    Instagram repost, una funzione che mira a cambiare molto

    A prima vista potrebbe sembrare solo una nuova icona da cliccare, un dettaglio minimo. È una funzione semplice, ma potenzialmente significativa per l’uso quotidiano della piattaforma.

    La funzionalità del repost non rivoluzionerà Instagram, questo è sicuro. Ma introduce sicuramente una nuova possibilità che è quella di rilanciare contenuti altrui in modo nativo, senza passaggi esterni.

    Una funzione semplice, che potrebbe influenzare la circolazione dei contenuti, dando più spazio alle scelte degli utenti. Oltre a quelle dell’algoritmo, sia chiaro.

  • Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Agcom ha approvato il primo Codice di condotta Influencer. Si pongono regole chiare, obblighi di trasparenza, tutela dei minori. Sono previste sanzioni fino a 600 mila euro per chi viola le norme.

    L’Agcom ha approvato il nuovo Codice di condotta Influencer. Si tratta di un passaggio importante nel panorama digitale italiano, per non dire atteso.

    L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha deciso di intervenire ponendo in essere regole precise per mettere ordine in un settore, quello degli influencer, cresciuto rapidamente, ma spesso percepito come poco trasparente.

    A quali influencer si rivolge il Codice Condotta

    Le nuove disposizioni riguarderanno specificamente quegli influencer che hanno una notevole capacità di coinvolgimento sulla propria community, identificati chiaramente da Agcom come coloro che superano i 500.000 follower; oppure raggiungono almeno un milione di visualizzazioni mensili su piattaforme social o di video sharing.

    La scelta di queste soglie evidenzia una chiara volontà di incidere direttamente sui soggetti più rilevanti, lasciando però aperta la discussione su cosa accadrà ai micro-influencer, spesso altrettanto incisivi ma esclusi, per ora, da questo primo intervento.

    Gli Influencer rilevanti, secondo il nuovo regolamento, avranno un termine di sei mesi per iscriversi a un apposito elenco ufficiale istituito proprio da Agcom. Un passaggio burocratico ma importante. Per la prima volta, infatti, si definisce in modo formale chi svolge effettivamente il ruolo di influencer e con quali responsabilità.

    Responsabilità è infatti la parola chiave del nuovo Codice.

    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro
    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Gli Influencer e la Responsabilità

    Agcom equipara formalmente gli influencer più seguiti a emittenti televisive dal punto di vista editoriale. Un accostamento non casuale che implica precise responsabilità nei contenuti condivisi, dalla trasparenza pubblicitaria alla tutela dei minori, passando per il contrasto al linguaggio d’odio e il rispetto dei diritti d’autore.

    In sostanza, gli influencer non possono più considerarsi semplicemente creatori di contenuti liberi da vincoli editoriali. Al contrario, da oggi devono farsi carico di un ruolo attivo e consapevole nella comunicazione online.

    È un passaggio questo che è destinato ad avere un impatto sul settore. Soprattutto dopo i tanti casi degli ultimi anni che hanno portato a questo tipo di intervento.

    Codice condotta Influencer, sanzioni fino a 600 mila euro

    Le sanzioni previste in caso di violazioni non sono affatto trascurabili, con multe che possono raggiungere i 250.000 euro per le infrazioni generali e addirittura i 600.000 euro se vengono coinvolti i minori.

    Per ora l’accoglienza del provvedimento è stata contrastante. Se da un lato l’Unione Nazionale Consumatori ha apprezzato il Codice definendolo un progresso significativo nella lotta alla pubblicità occulta, il Codacons, invece, ha manifestato perplessità sulla soglia dei follower individuata dall’Agcom, ritenendola eccessivamente alta e quindi limitativa.

    Sono due modalità di pensiero che in questi giorni stanno emergendo sulle varie conversazioni sulle piattaforme.

    Al di là di quello che si pensa, è necessario sottolineare che questo è un passo necessario verso una maggiore maturità e consapevolezza del settore influencer in Italia. Un settore che in alcuni casi ha finito per creare situazioni al limite della correttezza professionale.

    Evidentemente, è un’opportunità per riaffermare il principio che essere Influencer, oggi,  comporta precise responsabilità, editoriali e sociali.

    Si apre ora una fase nuova nel nostro paese, che col senno di poi sarebbe dovuta iniziare già molto tempo prima.

    Ma sarà interessante osservare come influencer, brand e utenti reagiranno a questo cambiamento.

    SCHEDA

    Codice Influencer Dettaglio
    Soglia di applicazione ≥ 500.000 follower o ≥ 1 milione di visualizzazioni/mese
    Iscrizione Obbligatoria a un elenco Agcom entro 6 mesi
    Regole chiave Trasparenza, anti-odio, tutela minori, diritti autorali
    Sanzioni Fino a 250.000 €, fino a 600.000 € in caso di violazione tutela minori
    Responsabilità Pari a quella delle emittenti televisive

     


    [L’immagine di questo articolo è stata generata artificialmente con il supporto di DALL·E, modello di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI, utilizzata esclusivamente per rappresentare in formato visual il tema trattato]

  • Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia

    Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia

    Meta, X e LinkedIn si oppongono e la questione si fa politica. L’Italia richiede il pagamento l’IVA alle piattaforme digitali, considerando le registrazioni degli utenti come transazioni imponibili.

    Nei mesi scorsi, attraverso le autorità competenti in materia, aveva richiesto alle piattaforme digitali il pagamento di Iva arretrata, per un ammontare di oltre 1 miliardo di euro.

    Ebbene, così come riportato da Reuters, le big tech proprietarie delle piattaforme digitali, quindi Meta, X e LinkedIn, si sono opposte impugnando la richiesta.

    Si tratta di un precedente in quanto per la prima volta il nostro paese non raggiunge un accordo e, di conseguenza, si cerca la sponda Bruxelles per fare in modo che le aziende paghino il dovuto.

    Di fatto, questa è una situazione che rischia di inasprire ancora di più i rapporti Usa/UE, già alle prese con la delicata situazione dei Dazi.

    La richiesta IVA sulle “transazioni imponibili”

    Come noto, in Italia l’IVA si applica su tutti i beni e servizi. Di conseguenza, nel caso delle piattaforme digitali, le autorità fiscali stanno cercando di estendere questa tassazione anche ai social media, considerando le registrazioni degli utenti come ‘transazioni imponibili’.

    Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia
    Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia

    L’Italia richiede quindi alle piattaforme digitali arretrati di Iva pari ad oltre 1 miliardo di euro. Nello specifico: 887,6 milioni di euro a Meta; 12,5 milioni di euro a X e circa 140 milioni di euro a LinkedIn.

    Successivamente all’avviso di accertamento inviato dall’Agenzia delle Entrate, quando erano già scaduti i termini, Meta, X e LinkedIn hanno presentato ricorso presso la corte tributaria di primo grado.

    La questione rischia di diventare politica

    Ora, la questione diventa politica perché le stesse piattaforme si aspettano che ci sia un intervento da parte dell’amministrazione Trump in loro difesa. E non è escluso che ciò accada visti i fatti di questi ultimi giorni riguardo ai dazi.

    E poi perché l’azione italiana potrebbe poi essere estesa a tutti i paesi UE a 27. Di conseguenza si potrebbe giungere ad una armonizzazione del provvedimento e portare le piattaforme digitali al pagamento delle tasse sulla base delle iscrizioni degli utenti in ciascun paese.

    Al momento solo Meta ha fatto una dichiarazione in merito. La società fondata e guidata da Mark Zuckerberg ha replicato di aver “collaborato pienamente con le autorità italiane”, ma di essere “fortemente in disaccordo con l’idea che fornire agli utenti l’accesso alle piattaforme online debba essere soggetto a IVA”.

    LinkedIn ha affermato di non avere “nulla da condividere al momento”. Mentre X, la piattaforma di Elon Musk, al momento non ha espresso alcun commento in merito.

    Vedremo come si svilupperà la vicenda che potrebbe ottenere un risultato non prima della primavera del 2026.

  • Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Meta non firmerà il Codice UE sull’IA. Una scelta che rischia di inasprire i rapporti con Bruxelles, mentre OpenAI e Mistral si dichiarano pronte a firmare. Cosa cambia dal 2 agosto 2025.

    A meno di un mese dall’entrata in vigore delle norme europee sull’intelligenza artificiale, Meta ha deciso di sfilarsi. Non firmerà il Codice di buona condotta per i modelli generativi promosso dalla Commissione Europea.

    Lo ha fatto sapere ufficialmente Joel Kaplan, vicepresidente globale per gli affari istituzionali del gruppo, con una dichiarazione chiara. Il Codice, nelle parole di Meta, sarebbe inutilizzabile e incompatibile con la realtà operativa delle aziende. Un ostacolo allo sviluppo, più che una guida, sostiene Kaplan.

    La decisione di Meta su AI Act dell’UE

    La decisione di Meta non è una sorpresa. L’azienda aveva già espresso scetticismo nei mesi precedenti, soprattutto di fronte all’impianto dell’AI Act, che entrerà pienamente in vigore il prossimo 2 agosto.

    Ma stavolta la presa di posizione è formale. Il Codice, secondo Meta, introdurrebbe obblighi che vanno oltre quanto previsto dal regolamento europeo, ampliandone l’ambito in modo non proporzionato rispetto alla cornice legale definita dall’AI Act.

    Il nodo è proprio questo.

    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa
    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Cosa prevede il Codice di condotta su IA dell’UE

    Il Codice di buona condotta è uno strumento volontario, pensato per accompagnare l’entrata in vigore dell’AI Act e offrire una via semplificata alla conformità.

    Firmarlo significa aderire a una serie di impegni trasparenti, come: pubblicare informazioni dettagliate sui dati di addestramento; descrivere in modo comprensibile le capacità e i limiti dei modelli; evitare l’uso di contenuti protetti da copyright non autorizzati; prevedere sistemi di sicurezza informatica e monitoraggio dei rischi, specialmente per i modelli ad alto impatto.

    Ma significa anche beneficiare di un percorso di conformità agevolato, evitando verifiche caso per caso.

    Rifiutare la firma, invece, comporta l’obbligo di dimostrare puntualmente la compatibilità con ogni requisito dell’AI Act, con un carico legale potenzialmente molto più pesante.

    Secondo la versione di Kaplan, tutto questo si tradurrebbe in un freno per lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale in Europa.

    Possibile contrapposizione UE-Usa

    Meta teme che la combinazione tra Codice e regolamento generi un clima normativo incerto e disincentivante. E chiede che anche il governo statunitense intervenga per tutelare la competitività delle aziende americane, indicando che l’impianto europeo possa rappresentare una minaccia sistemica per l’intero settore.

    La posizione delle altre aziende IA

    Nel frattempo, le posizioni degli altri protagonisti del mercato si stanno delineando.

    OpenAI ha annunciato l’intenzione di firmare il Codice, subordinando la firma all’approvazione definitiva del testo da parte dell’AI Board europeo. La società che sviluppa ChatGPT, in una dichiarazione pubblicata l’11 luglio sul proprio sito, ha spiegato che aderire rappresenta un passo strategico per consolidare la sua presenza in Europa.

    La firma del Codice offrirebbe maggiore certezza normativa, permetterebbe un dialogo più stabile con le autorità e costituirebbe una base condivisa per future evoluzioni regolatorie. In sostanza, per OpenAI si tratta di una mossa diplomatica quanto pragmatica.

    Anche Mistral AI, la startup francese sostenuta dal governo Macron, ha già fatto sapere che firmerà. La decisione rientra nella visione sovrana europea sull’IA e segna un allineamento netto rispetto agli obiettivi della Commissione.

    Al contrario, altre aziende statunitensi come Google (con DeepMind e Gemini) o Anthropic non si sono ancora espresse pubblicamente. L’adesione al Codice resta aperta, ma il silenzio suona come un segnale prudente, se non di diffidenza.

    Non mancano poi le critiche da parte delle grandi aziende europee. In una lettera inviata a Bruxelles a fine giugno, un gruppo di 44 imprese tra cui Airbus, Mercedes-Benz, Siemens e SAP ha chiesto di posticipare di almeno due anni l’applicazione dell’AI Act.

    Il timore condiviso è che la sovrapposizione tra le varie normative europee – AI Act, Data Act, Cyber Resilience Act – produca un quadro troppo rigido e incoerente, penalizzando l’innovazione e allontanando gli investimenti.

    Le regole entreranno in vigore il 2 agosto, senza rinvii

    La Commissione ha però ribadito che non ci saranno rinvii.

    Il primo agosto sarà pubblicata la lista ufficiale dei firmatari del Codice e dal giorno successivo le nuove regole per i modelli generativi entreranno pienamente in vigore. I prossimi mesi diranno se l’adesione sarà ampia oppure limitata.

    Ma intanto, con la decisione di Meta, il confronto si sposta su un piano più ampio. E cioè quello del rapporto tra le regole pubbliche e il potere decisionale delle grandi piattaforme. Che sono in mano a società private.

    Quindi, mentre l’UE tenta di governare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale con strumenti giuridici trasparenti e condivisi, le grandi piattaforme continuano a negoziare lo spazio della norma.

    Vedremo se alla fine Meta rivedrà la sua decisione.

  • Ecco ChatGPT Agent, come usarlo e a cosa serve

    Ecco ChatGPT Agent, come usarlo e a cosa serve

    Con il lancio di ChatGPT Agent, OpenAI apre una nuova fase della sua intelligenza artificiale: quella dell’azione autonoma. Si tratta di un agente che legge, decide, agisce. E cambia il nostro rapporto con il web.

    La presentazione era nell’aria, anzi era attesa avendo più volte OpenAI sostenuto che il lancio sarebbe stato entro l’estate. E così è stato.

    Ieri sera ora italiana, 17 luglio 2025, OpenAI ha presentato ufficialmente ChatGPT Agent, una nuova funzione integrata nel servizio ChatGPT che segna un passaggio decisivo nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale generativa. Ma non si tratta soltanto di un aggiornamento: è l’inizio di una fase in cui i modelli di AI non si limitano più a rispondere, ma agiscono. Non solo generano, ma operano.

    Con questo rilascio, OpenAI introduce una forma concreta di Agent AI, sistemi progettati per compiere azioni autonome all’interno di un ambiente digitale per conto dell’utente.

    È un cambio di paradigma che modifica il nostro modo di interagire con la tecnologia, di lavorare. Ma anche di interagire con il web, con le nostre solite operazioni online.

    Ecco ChatGPT Agent, come usarlo e a cosa serve
    Ecco ChatGPT Agent, come usarlo e a cosa serve

    Cosa fa ChatGPT Agent

    ChatGPT Agent è un’estensione del modello GPT-4o che permette all’IA di eseguire compiti complessi in autonomia. Non ci troviamo più davanti a un assistente passivo che attende istruzioni dettagliate.

    L’utente fornisce un obiettivo e l’agente lo raggiunge eseguendo una sequenza di azioni logiche, concatenate, spesso multi-step.

    In pratica, l’agente può:

    • navigare sul web (leggere pagine, cliccare link, accedere a contenuti);

    • scrivere e inviare email tramite Gmail;

    • aggiornare file su Google Drive;

    • compilare moduli, completare registrazioni, eseguire prenotazioni;

    • utilizzare strumenti di produttività (fogli di calcolo, calendari, presentazioni);

    • eseguire codice, interagire con terminale e browser.

    Il tutto avviene in background, mentre l’utente può continuare a lavorare o semplicemente attendere un aggiornamento.

    ChatGPT Agent tiene memoria del contesto in cui sta operando, sa riprendere una conversazione interrotta e, soprattutto, è in grado di auto-correggersi. Infatti, se un passaggio dovesse fallire, proverebbe a risolverlo autonomamente prima di chiedere supporto.

    Come funziona: Deep Research e Operator

    La forza di ChatGPT Agent si basa su due componenti già noti, ora unificati e potenziati:

    • Operator: consente al modello di interagire con strumenti esterni, simulando una vera interfaccia grafica, cliccando, compilando, navigando all’interno di un ambiente controllato.

    • Deep Research: è la modalità che permette all’agente di eseguire ricerche complesse su web, raccogliendo, filtrando, valutando le informazioni trovate, con una logica orientata al risultato e non più alla singola risposta.

    Si tratta quindi di una struttura ibrida, dotata di un “computer virtuale” che opera autonomamente: può accedere al browser, al terminale, a file locali e a integrazioni cloud. E soprattutto può “lavorare per te” mentre l’utente è impegnato su altro.

    Chi può usarlo e come accedervi

    La funzione è disponibile da subito per gli utenti ChatGPT Pro. Sarà rilasciata progressivamente anche per i piani Team, Enterprise e Education. Gli utenti del piano Plus potranno testarne alcune funzionalità a capacità limitata (come già accade con GPT-4o), mentre l’uso completo sarà possibile su richiesta o tramite aggiornamento dell’abbonamento.

    Va detto che, per ora, l’uso dell’agente è soggetto a limiti di prompt mensili (fino a 400 per il piano Pro), e alcune funzionalità, come l’accesso a file esterni o API private, richiedono autorizzazioni esplicite.

    Per l’abbonamento Plus il limite dei prompt mensili è 40.

    Cosa cambia per il lavoro (e per il web)

    L’impatto di ChatGPT Agent sul lavoro quotidiano è potenzialmente enorme. Significa poter automatizzare task ripetitivi (report, e-mail, organizzazione); delegare flussi complessi (prenotazioni, gestione documenti, confronto offerte); risparmiare tempo su attività a basso valore aggiunto; gestire azioni tra più strumenti senza doverli aprire manualmente.

    Ma l’effetto più interessante, in questo contesto, riguarda il web stesso.

    Con ChatGPT Agent, diventa possibile che una porzione significativa del traffico web sia generata da agenti automatizzati, che leggono, valutano, cliccano, e persino comprano, al posto nostro.

    Per i siti web significa, quindi, riconsiderare l’ottimizzazione dei contenuti (dal punto di vista SEO); introdurre meccanismi di autorizzazione selettiva (robots.txt, API, autorizzazioni granulari); confrontarsi con un nuovo tipo di utente operativo.

    Nel senso che fa azioni di lettura dei contenuti da una pagina, click su altri link, compilazione di moduli. Tutte azioni che faremmo noi e che da oggi si possono “delegare”.

    Agent AI, passaggio da modello a sistema

    L’idea di “Agent AI” non è nuova, ma con questo lancio assume una forma finalmente tangibile. Gli agenti non sono più prototipi in ambienti di ricerca, ma strumenti operativi pronti a entrare nella quotidianità di professionisti, aziende e privati.

    Un Agent AI è, per definizione, un’entità:

    • orientata a uno scopo (goal-oriented);

    • capace di pianificare e agire;

    • dotata di memoria temporanea;

    • in grado di interagire con ambienti e strumenti esterni;

    • responsabile di portare a termine una sequenza di azioni anche complesse.

    Non parliamo solo di automazione. Parliamo della capacità di ragionare, decidere e adattarsi. E, in prospettiva, parliamo anche di un primo passo verso l’intelligenza artificiale come compagno operativo, che affianca l’uomo nelle decisioni e non solo nella scrittura.

    Tra opportunità e nuove responsabilità

    È inevitabile che un salto di questa portata comporti anche nuove sfide. Le principali riguardano sicuramente la sicurezza e supervisione. ChatGPT Agent richiede conferme per procedere con azioni sensibili, ma la responsabilità resta dell’utente. Trasparenza: gli agenti devono poter essere tracciati, monitorati, eventualmente bloccati; serve quindi una grande dose di fiducia e capacità di controllo.

    Accesso ai dati, gli agenti leggono e analizzano informazioni. Ma dove finiscono questi dati? Chi li gestisce? Per quanto tempo?

    Siamo di fronte ad una svolta

    Con ChatGPT Agent, OpenAI porta l’intelligenza artificiale in una nuova fase. Quella dell’azione autonoma, della possibilità di delegare attività cognitive, dell’automazione adattiva. Un modello che non si limita a pensare, ma adesso agisce.

    Siamo di fronte, o meglio iniziamo ad essere di fronte, ad una nuova forma di interazione uomo-macchina, in cui l’AI non è più solo un’interfaccia, ma diventa un’entità attiva nel nostro ecosistema digitale.

    E questo inizia davvero a cambiare tutto. Il lavoro, il web, la produttività, persino la fiducia nei sistemi.

    Evidentemente questo è solo un primo passo, vedremo come tutto questo evolverà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

  • Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero rivela un cambio di paradigma ormai in atto. Le aziende storiche valgono meno delle startup tech. Una riflessione sul significato del valore di un’azienda nell’era dei dati e del digitale.

    È la notizia di cui ormai si parla da giorni, soprattutto in Italia, ma non solo.

    Ferrero, uno dei marchi italiani più forti al mondo, ha annunciato l’acquisizione di Kellogg’s per una cifra che si aggira attorno ai 3 miliardi di dollari. Sì, proprio 3 miliardi.

    Una cifra che, a prima vista, può apparire importante, ma che nel contesto attuale del mercato globale, dominato da valutazioni vertiginose nel settore tech e digitale, suona come molto bassa, se non addirittura “ridicola”.

    E questo non per sminuire il valore dell’acquisizione. Ma solo per spiegare quello che è il contesto odierno. Che è poi lo scopo di questa riflessione.

    Infatti, se mettiamo questa cifra accanto ad acquisizioni recenti di startup tecnologiche o piattaforme digitali con pochi anni di vita, la sproporzione è talmente evidente da non poter essere ignorata.

    E non è solo una questione di numeri. È una questione di tempo/storia, di percezione e di proiezione nel futuro.

    La storia di un’azienda e la velocità del presente

    Kellogg’s è un’azienda nata nel 1906. Ha attraversato guerre mondiali, boom economici, cambiamenti di abitudini alimentari e rivoluzioni di mercato.

    È diventata sinonimo di “cereali a colazione” in tutto il mondo. Eppure oggi, nel 2025, il suo valore sul mercato risulta essere meno della metà di quanto Microsoft ha pagato per LinkedIn nel 2016.

    Una cifra che risulta venti volte più bassa di quanto Meta ha speso per WhatsApp nel 2014. E oltre sessanta volte più bassa dell’acquisizione di Activision Blizzard da parte di Microsoft nel 2022.

    Questa sproporzione non è casuale. È il segnale di un cambiamento profondo nella gerarchia del valore. Le aziende tradizionali non vengono più premiate per la loro solidità, per la loro storia o per la loro presenza capillare sul territorio.

    Oggi, ciò che conta è la capacità di intercettare il presente e generare futuro.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    Alcune recenti acquisizioni nel mondo digital e tech

    Per rendere chiara la dimensione di questa trasformazione, basta osservare alcune delle acquisizioni digital e tech più significative degli ultimi anni:

    • Instagram, con 13 dipendenti e nessun modello di business sostenibile, fu acquisita da Meta nel 2012 per 1 miliardo.

    • WhatsApp, app gratuita, nel 2014 fu valutata 19 miliardi.

    • LinkedIn, il social network professionale, fu acquistato da Microsoft nel 2016 per 26 miliardi.

    • Activision Blizzard, colosso del gaming, è passato a Microsoft per 68,7 miliardi.

    • E nel 2023, Figma, una giovane startup per il design collaborativo, stava per essere acquistata da Adobe per 20 miliardi (poi l’operazione è saltata per motivi antitrust).

    In questi casi, non contano i capannoni, i camion, le filiere o i dipendenti.

    Ma vale, soprattutto, la capacità di scalare, raccogliere dati, diventare infrastruttura dell’attenzione.

    All’opposto, le grandi acquisizioni nel settore industriale, seppur solide, raccontano una storia diversa:

    • LVMH ha acquistato Tiffany per 15,8 miliardi, pur essendo un marchio con oltre 180 anni di storia.

    • InBev ha acquisito Anheuser-Busch nel 2008 per 52 miliardi, cifra che oggi suona più alta solo perché avvenuta in un tempo ancora favorevole all’industria tradizionale.

    • E oggi, Ferrero acquisisce Kellogg’s per 3 miliardi, ottenendo marchi storici, infrastrutture produttive e una base consolidata di consumatori.

    Il confronto è impietoso: le aziende storiche valgono meno del sogno di un’idea digitale scalabile.

    I dati sono più importanti del petrolio

    Abbiamo accennato ai dati, poco più sopra. Allora val la pena ricordare come i dati siano davvero importanti. L’esempio che segue ci aiuta a focalizzare meglio il tema.

    Nel 2017 una celebre copertina dell’Economist titolava: “Il bene più prezioso del mondo non è più il petrolio, ma i dati.” Era una fotografia esatta del passaggio di paradigma che stavamo vivendo, e che oggi è diventato realtà quotidiana.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Copertina Economist

    A differenza del petrolio, i dati non si esauriscono. Si moltiplicano. E, soprattutto, non richiedono impianti fisici o infrastrutture complesse per essere estratti e venduti, ma bastano, volendo semplificare, un algoritmo, una piattaforma, un’app.

    Le aziende tech hanno costruito il loro valore sulla capacità di raccogliere, interpretare e monetizzare questi dati.

    Non è un caso che le valutazioni più alte degli ultimi anni siano andate proprio a imprese che non producono nulla di fisico, ma che controllano flussi immateriali: attenzione, comportamento, interazioni. E quindi, potere.

    Il Valore oggi è questione di prospettiva

    Nel nuovo paradigma del mercato, ciò che si valuta non è quello che l’azienda ha costruito nel tempo, ma quello che potrà generare nei prossimi 6, 12, 24 mesi.

    Kellogg’s ha costruito la propria realtà in oltre un secolo, consolidando presenza industriale, filiere e riconoscibilità globale.

    Figma (come qualsiasi azienda dello stesso settore e innovativa), invece, in appena quattro anni ha saputo imporsi come riferimento per la collaborazione digitale.

    Due storie incomparabili per natura e per epoca, ma che agli occhi del mercato si valutano con lo stesso parametro. Ossia, la capacità di intercettare il futuro.

    Questa dinamica rende chiaro che il valore simbolico, culturale, produttivo o economico costruito nel tempo non è più sufficiente. Le aziende storiche si trovano a dover ridisegnare la propria traiettoria.

    O si reinventano, o diventano parte di chi ha già agganciato il treno della trasformazione.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Ferrero – Kellogg’s

    Ferrero consolida, mentre il tech colonizza

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero non è una mossa per fare disruption, ma un’azione di consolidamento.

    È una strategia coerente con una visione industriale, fondata sull’integrazione verticale, sull’espansione nei mercati chiave e sulla difesa del proprio perimetro competitivo.

    Il settore tech, invece, non acquisisce per consolidare, ma per colonizzare. E quindi piattaforme, dati, comportamenti.

    Non importa quanto sia solida un’azienda, se non è in grado di tenere il passo digitale, non è competitiva. E alla fine, viene inglobata.

    Le aziende storiche sono in svendita?

    Questa è la domanda più scomoda. Ma anche la più necessaria. Il caso Kellogg’s, come quello recente di Tiffany, o in passato di Motorola, Nokia, Yahoo, ci dice che essere iconici oggi non basta più.

    La reputazione non è più sufficiente a generare valore nel presente. Serve essere capaci di guardare oltre.

    E che la storia non è tutto, se non è accompagnata da innovazione vera.

    È questo che oggi dovrebbero interrogarsi tutte le imprese nate nel secolo scorso: quanto del loro valore è ancora riconosciuto? Quanto della loro narrazione è ancora rilevante?

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero è molto più di un’operazione industriale.

    È un segnale forte. Il valore oggi non risiede solo e soltanto nella storia, come spesso siamo portati a credere. Ma nella capacità di leggere il presente e anticipare il futuro.

    Anche i marchi più iconici devono scegliere. Evolvere o scomparire. La solidità di ieri non basta più.

    Serve visione, velocità e una nuova grammatica del valore.

  • Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X

    Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X

    Dopo due anni difficili alla guida di X, Linda Yaccarino decide di dimettersi dal ruolo di CEO. Un addio che pone ulteriori interrogativi sul futuro della piattaforma. Non ci sono ancora nomi di possibili sostituti.

    Sono passati appena due anni dalla sua nomina a CEO di X e oggi Linda Yaccarino ha annunciato la sua intenzione di dimettersi.

    “Dopo due incredibili anni” – scrive la Yaccarino su X in un post in cui ha dato la notizia – “ho deciso di dimettermi dal ruolo di CEO di 𝕏”. Che siano stati incredibili bisogna darle atto che è vero.

    Portare avanti il suo ruolo con Elon Musk non è stato facile e solo la sua grande resilienza, ed esperienza, le ha permesso di non soccombere prima. Come in tanti si aspettavano.

    Yaccarino e i “vaffa” di Musk

    Ma Linda Yaccarino, forte della sua lunga permanenza in NBCUniversal, ha saputo destreggiarsi al meglio nonostante Musk le rendesse la vita difficile. Ricorderete certamente il grande “vaffa” rivolto agli investitori dopo che molte aziende avevano deciso di abbandonare X a causa dei contenuti sempre più polarizzanti, se non addirittura estremisti, propagati proprio da Musk. Una situazione che rischiò di mettere in difficoltà la stessa piattaforma.

    Proprio in quel momento ci si sarebbe aspettato il passo indietro della Yaccarino. E invece la CEO decise da quel momento in poi che quella era la “sua grande opportunità” e che quindi doveva avere pazienza e ricostruire i rapporti con le aziende (molte delle quali sue clienti in passato) deteriorati dalle continue e pesanti esternazioni del suo capo.

    Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X
    Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X

    “Gli sono immensamente grata – scrive ancora la Yaccarino nel suo post rivolgendosi a Musk – per avermi affidato la responsabilità di proteggere la libertà di parola, rilanciare l’azienda e trasformare X nell’app completa”.

    Tra le mille difficoltà che la Yaccarino ha dovuto affrontare con X, di certo anche la gestione del rapporto con Musk era parte importante del lavoro.

    Lavoro che alla fine, bisogna dirlo, ha premiato la tenacia della Yaccarino.

    Infatti, come già ricordato in altre circostanze, dopo la grande fuga gli inserzionisti come Amazon, Apple, per citarne un paio, sono tornate a fare nuovamente annunci pubblicitari su X.

    Migliora la situazione di X, ma non del tutto

    La società che detiene X, X Corp., nel corso degli ultimi mesi ha recuperato gran parte dei debiti accumulati ed è stata acquisita da xAI, la società di Musk che realizza il chatbot IA Grok (di cui oggi verrà annunciata una nuova versione Grok 4).

    Gli esperti sostengono che X stia recuperando terreno, migliorando la situazione anche se ancora al di sotto di quella del 2022 pre acquisizione.

    Le previsioni dicono che per il 2025 ci sarà una crescita, su base annua, dei ricavi pubblicitari di X del +16,5 % (16,5 %, pari a $2,26 mld globali) e +17,5 % negli Stati Uniti ($1,31 mld). Un rialzo importante dopo il tonfo del ­–51 % del 2023.

    X ancora centrale per le notizie e la politica

    La stessa piattaforma continua, nonostante tutto, ad essere centrale per la politica, per le notizie e per lo sport. Anche dopo la proliferazione di diverse alternative, alcune valide come Threads o Bluesky, X è ancora molto usata e si dice che abbia superato gli 800 milioni di utenti attivi.

    La situazione delle minacce legali da parte di Musk e di X ha sicuramente portato molte aziende di nuovo sulla piattaforma, anche se molte sono state riportate a bordo proprio dalla Yaccarino. Ma c’è ancora molto da fare.

    Desta qualche perplessità in fatto che la Yaccarino annuncia la sua uscita da X proprio quando Musk ha annunciato il suo nuovo partito “America Party” e proprio nello stesso giorno del grande annuncio di Grok 4.

    Al momento non si sa nulla di probabili successori. Tra i papabili potrebbero esserci nomi come Steve Davis, fidatissimo di Musk, o anche Nick Pickles. Lo sapremo nelle prossime ore o nei prossimi giorni.

    Sicuramente, chiunque prenderà il posto di Linda Yaccarino avrà un compito molto difficile da portare avanti. In un momento molto, ma molto, complicato.