Categoria: InSideWeb

Rubrica dove si analizza il modo in cui ci poniamo verso la comunicazione digitale in generale e quali aspetti emergono che meritano di essere analizzati.

  • What’s on your mind? Ovvero, cosa raccontiamo di noi su Facebook

    What’s on your mind? Ovvero, cosa raccontiamo di noi su Facebook

    Il video di Shaun Higton, “What’s on your mind?”, ha fatto molto discutere sulla rete e sui social media e ha ottenuto finora 8 milioni di visualizzazioni. Il tema di fondo è: quanto c’è di vero in quello che raccontiamo della nostra vita su Facebook? E perchè si sente l’esigenza di raccontare un’altra vita, piuttosto che quella che si vive ogni giorno? La riflessione che segue cerca di dare alcune risposte a queste domande

    Nel momento in cui scrivo questo post, il video “What’s on your mind?”, cortometraggio scritto e diretto da Shaun Higton , ha raggiunto le 8 milioni di visualizzazioni. A testimoniare che il tema riguarda tutti noi. E sono state molte le persone che conosco e stimo sul Web che lo hanno commentano. Si parla di distorsione della realtà, di alter ego fittizi.

    Alessandro Scuratti scrive: “Siamo davvero sicuri che tutto ciò che gli altri postano (e che noi postiamo) sui Social Network sia la verità? Non è che vogliamo presentarci meglio di quel che siamo?“. Giuliano Ambrosio e Alessandro Cosimetti si chiedono quali siano i meccanismi per cui tendiamo a raccontare sui Social una vita non del tutto reale.

    Mi unisco a loro ai loro interrogativi, cercando di approfondirne il perché. Perché proprio su Facebook – luogo pubblico di condivisione – vogliamo dimostrare di avere una vita più bella e felice di quella che abbiamo?

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    L’uomo è un essere relazionale

    Bastk pensare a quanto abbiamo bisogno di confrontare ciò che abbiamo e ciò che siamo con quello che sono e hanno gli altri: un bisogno quasi primario, oggi. In grandissima parte, tutto questo è sano, molto sano: siamo nati per confrontarci. Cresciamo in una famiglia che ci dà i punti di riferimento e i valori per il presente e il futuro, usciamo dalla famiglia per dialogare, discutere, fare paragoni. Ci innamoriamo e creiamo altre famiglie, altri valori, altre storie. Alcune hanno un lieto fine, altre no.

    La natura del confronto smette di essere sana e buona quando gli altri arrivano a condizionarci a tal punto da spingerci a essere diversi, o almeno mostrarci diversi da quello che siamo.

    Una domanda, però: sono gli altri che ci condizionano o sono le aspettative che ci siamo creati, aspettative più o meno istituite dalla società?

    Non ho una risposta univoca, ma so una cosa certa: se ci fosse davvero un nemico – qualcuno o qualcosa a cui dare la colpa di tutto questo condizionarci – il problema sparirebbe. Un nemico si può sconfiggere o decidere di non ascoltarlo. Diventa tutto più complicato, invece, se i condizionamenti ce li diamo noi. Se, in qualche modo, il nemico è dentro di noi. Mi spiego meglio.

    Vincere le gare, superare gli altri nelle competizioni, avere ragione nelle discussioni, essere più belli e più bravi, confrontare la propria vita con quella degli altri è qualcosa che ci fa stare bene. Fino a che, però, rispettiamo un limite. E il limite è quel punto in cui la smettiamo di guardare gli altri – o di guardarci con gli occhi degli altri – e iniziamo, semplicemente, a guardare dentro di noi. Il confronto è crescita, la crescita è vita. Lo scopo della vita, però, non è vincere La Gara, ma Stare Bene.

    Questo è il punto.

    Questo è l’obiettivo primario della nostra vita: stare beneE si sta bene soltanto quando le cose dentro di noi vanno bene. Sufficientemente bene. Quando troviamo il tempo e il coraggio di guardarci dentro e capire se si sta bene o no. Trovare tempo, spazio interiore, forza d’animo per occuparci di noi è il primo passo. Qielli successivi verranno più facili: comprendere cosa possiamo fare di più per la nostra vita, volerci più bene, essere persone più soddisfatte.

    Non è colpa di Facebook se fingiamo di essere più belli e di avere una vita migliore

    E benvenute le foto dei matrimoni, dei bimbi con un dentino soltanto, dei momenti felici degli altri – mille amici sconosciuti -. Benvenuti i selfie divertenti, gli status pieni di dichiarazioni amorose, i successi professionali dichiarati pubblicamente. Non prendiamoci in giro: se Facebook non ci fosse, sarebbe solo un po’ più difficile sapere com’è la vita degli altri. Troveremmo, però, certamente altri modi – altri mezzi di comunicazione – per soffrire d’invidia, per credere che il treno giusto sia passato solo per gli altri, che il nostro sia già passato e non ritorni più.

    Facebook potenzia il nostro esibizionismo perché lo spara in aria e lo rende evidente

    Tutto è lì sotto agli occhi di tutti, in tempo reale. Con modi di comunicare diversi, tuttavia, noi uomini non saremmo diversi. Avremmo lo stesso una gran paura di guardarci dentro per chiederci come stiamo davvero. Saremmo comunque pronti a mentire, conformarsi agli altri, imitare gli altri.

    Per non essere da meno? Forse. Per non assumerci la responsabilità di prendere la nostra vita in mano, anche. Per non avere la costanza e la determinazione di scegliere quello che siamo, quello che abbiamo e quello in cui crediamo.

    Troviamo in Facebook piccole soddisfazioni e grandi confronti e impariamo, guardando la nostra di vita, a stare bene soltanto.

    Difficile, ma ne vale la pena, non credete?

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  • Sui Social Network come nella vita reale: l’obiettivo è piacere

    Sui Social Network come nella vita reale: l’obiettivo è piacere

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    Social Network e vita reale. L’obiettivo che ci poniamo sempre è quello di piacere agli altri, ma riusciamo sempre ad essere noi stessi nel relazionarci con gli altri anche sui Social Network? Un tema che riguarda la nostra sfera lavorativa e soprattutto la nostra sfera personale

    Sui Social Network, proprio come nella vita reale, abbiamo un obiettivo principale: piacere agli altri.
    Quanto ci condizioni veramente – questo dover piacere – dipende dal nostro carattere, ma non è una questione tanto semplice.

    L’altro giorno parlavo del mio compagno con un’amica e mi è venuto spontaneo dire: “mi sono innamorata di lui così com’è. Perché dovrei cercare di cambiarlo?”. E’ stata la mia amica a farmi notare quanto importanti siano queste parole.

    Uomini e donne, allo stesso modo, si incontrano, si piacciono e scoprono i reciproci difetti dopo il tempo congelato dell’infatuazione. Tempo congelato – lo chiamo -, perché nel pieno della cotta iniziale non siamo obiettivi: il cervello lavora poco e le emozioni ci convincono che tutto è perfetto.

    I difetti saltano fuori dopo un po’, e meno male, perché è allora che inizia il vero confronto.
    Più o meno esplicitamente, in ogni confronto c’è sempre lo stesso interrogativo di base: “posso piacerti davvero per quello che sono?“.
    Nella vita reale, soprattutto superati i 30, i più arrivano a dire “sono fatto così, prendere o lasciare”.
    A parte il fatto che sono proprio queste le persone che poi cambiano maggiormente per poter piacere – paradosso umano – stiamo parlando dell’essenza di qualsiasi relazione. Poter essere liberamente se stessi.
    Di più. Piacere esattamente per quello che siamo.
    Oppure sentirsi inadeguati, non belli, non capaci, non all’altezza – a prescindere da qualsiasi siano le reali aspettative del nostro prossimo.

    I bambini hanno un bisogno vitale d’essere amati senza condizioni. In mancanza di un amore incondizionato non possono crescere sicuri di sé.
    Anche l’innamorato, il marito: se non lo si ama per quello che è  – e gli si comunica “ti amo quando…”, “ti amo se…” -, il rapporto non va lontano.
    Nel nostro lavoro e sui Social Network, le cose cambiano molto.
    Esistono delle regole e delle condizioni da rispettare: rimanere se stessi è difficile. Soprattutto è quasi impossibile piacere per ciò che si è.

    Viviamo lavorando in un mondo fatto d’infrastrutture sociali, di pregiudizi, di ipocrisie tollerate da tutti.
    E’ il mondo del marketing, della pubblicità: non importa quanto si finge, l’importante è vendere o attrarre il lettore. L’importante è piacere lì, al lavoro, poi tanto si torna a casa e ci si può togliere la maschera. Se si è fortunati!

    I Social Media sono un terreno particolarmente scivoloso.
    Manca il rapporto fisico, si lavora protetti da uno schermo: quello che conta è quello che appare.
    Sappiamo benissimo che gli altri non conoscono e non vedono la persona, ma il personaggio.

    Personaggi che, a prescindere dalla quanto siamo popolari e pubblici, costruiamo noi stessi per poter piacere.
    Diventiamo così come ci vogliono. Cambiamo per piacere agli altri.
    Abbiamo un’immagine da gestire al meglio per ottenere successo.

    C’è chi è molto fortunato. Perché ha un carattere tale, o è talmente trasparente, da piacere al pubblico dei Social così com’è. Queste sono anche le persone che amano più di tutte  il nostro lavoro, perché sono libere.  E si divertono pure.

    Tutti gli altri trovano un compromesso.
    Voi, ad esempio, quanto vi sentite davvero voi stessi sui Social Media?
    Quanto siete disposti a fare finta, pur di piacere?

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  • Cyberbullismo, quando la violenza in rete è il linguaggio per farsi ascoltare

    Cyberbullismo, quando la violenza in rete è il linguaggio per farsi ascoltare

    Oggi il 34% del bullismo avviene online, soprattutto in chat, e per questo viene definito cyberbullismo. In Inghilterra, più di 1 ragazzo su 4, tra gli 11 e i 19 anni, è stato minacciato via e-mail o sms. In Italia, oltre il 24% degli adolescenti subisce prevaricazioni, offese o prepotenze dai coetanei

    CyberbullismoAmanda Todd era un’adolescente di 15 anni. Sicuramente meno protetta dall’ambiente familiare e scolastico di quanto sono i nostri figli. Si è tolta la vita il 10 ottobre. Il motivo del suicidio è stato attribuito al Cyberbullismo, ovvero a ripetute vessazioni che la ragazza ha subito via internet. La storiaccia risaliva a qualche anno prima, quando frequentava le videochat in cerca di nuove amicizie: a dodici anni, in una sera certo non programmata, cedette alle moine di uno sconosciuto, che la convinse a mostrare il seno in cam. Un gioco da ragazzi, probabilmente privo di quella la malizia che tante coetanee di Amanda mettono nei loro autoscatti pubblici o nelle sessioni in webcam con fidanzati virtuali. Ma da quel momento in poi lei cominciò ad essere ricattata. Di più, tormentata. La foto del topless di Amanda fu pubblicata in rete e – un anno più tardi – ritornò come icona di un profilo Facebook. L’equilibrio psicologico di Amanda precipitò, la depressione prese il sopravvento e tempo dopo la ragazza si tolse la vita.  (altro…)

  • CyberStalking, lo Stalking sul web e sui Social Network

    CyberStalking, lo Stalking sul web e sui Social Network

    Per “Stalking” si intende ogni tipo di minaccia o molestia ripetuta e assillante che produce nella vittima un grave stato di ansia e di paura. Tanto da costringere al cambiamento delle proprie abitudini di vita per ritrovare la libertà. Con la diffusione dei Social Network queste persecuzioni hanno trovato un terreno fertile. Ma sono ancora poche le persone che denunciano la violenza subita, in quanto si tratta di una violenza ambigua e difficile da dimostrare

    cyber, web, social network stalkingCon la nascita dei Social Media è cambiato il modo di parlare di sé. Siamo portati a raccontare molto di più i fatti personali e, con la geo-localizzazione, facciamo sapere pubblicamente dove siamo in tempo reale. Il computer, poi, ci trasmette un senso di falsa sicurezza. Lo usiamo da casa o nei luoghi a noi famigliari e anche per questo ci sentiamo protetti. E spesso non ci accorgiamo che le informazioni che condividiamo sulla nostra vita sono l’appiglio migliore per gli attacchi di chiunque sia intenzionato a infastidirci, spiarci o molestarci. Il web, come terreno fertile per curiosare nelle esistenze degli altri, ha diffuso così un reato di cui si parla sempre più spesso, ma a tanti ancora non è ben chiaro cosa sia. Lo Stalking.

    “Stalk” in inglese significa “appostarsi, inseguire” e descrive ogni tipo di minaccia o molestia ripetuta e assillante che produce nella vittima un grave stato di ansia e di paura. Una violenza a tutti gli effetti.

    Il reato di Stalking è stato introdotto nel nostro Codice Penale recentemente, nel 2009, tra gli Atti Persecutori e viene punito con una reclusione che va dai 6 mesi ai 4 anni, con aggravamenti di pena se il reato viene commesso da un coniuge o da un individuo legato sentimentalmente alla vittima. Nel 55% dei casi, infatti, lo Stalking avviene all’interno di una relazione di coppia.

    La gelosia patologica è la molla che spinge al bisogno ossessivo di controllare il partner, un’ossessione che diventa vera e propria persecuzione. Lo Stalker il più delle volte, quindi, non è un estraneo, ma un conoscente, un amico, un collega, oppure la persona che si è amata, che cerca di ritornare alla precedente relazione o di stabilirne una nuova. Magari che vuole vendicarsi di un torto subito.

    E’ una persona che ha seri problemi di interazione sociale, ma generalmente ben dissimulati, e una aggressività che non riesce a gestire: imporre la sua presenza è l’unico linguaggio che conosce per farsi ascoltare.

    Gli individui affetti da veri e proprie malattie psichiatriche sono meno comuni tra gli Stalkers. In questo caso, c’è una perdita di contatto con la realtà e il comportamento persecutorio nasce dalla convinzione che esista veramente una relazione sentimentale con la vittima. Il disturbo di personalità borderline è riscontrato in sette su dieci di questi soggetti.

    Quando tutto questo avviene attraverso il web si parla di CyberStalking. La Cassazione ha confermato nel 2010 la condanna al carcere fino a 4 anni per chiunque infastidisca o minacci una persona anche attraverso il web. Mail ossessive, video e messaggi personali lanciati attraverso i Social Network non sono meno pericolosi di telefonate assillanti e appostamenti sotto casa.

    Lo Stalker difficilmente, infatti, passa all’aggressione fisica, e l’effetto che ottiene via internet è lo stesso che nella vita reale: la vittima viene gettata lentamente ma inesorabilmente in uno stato di terrore ed è costretta a cambiamenti radicali nel proprio stile di vita per riconquistare la sua libertà. Il reparto Analisi Criminologiche dei Carabinieri ha tracciato un identikit dello Stalker, che identifica 5 profili differenti in base ai loro comportamenti e alle dinamiche psicologiche.

    La prima tipologia di molestatore è stata definita “il Risentito”. Il suo comportamento è guidato dal desiderio di vendicarsi di un danno o di un torto che ritiene di aver subito, ed è quindi alimentato dalla ricerca di vendetta. Può diventare molto pericoloso, perché il suo rancore gli fa considerare i suoi comportamenti delinquenziali come giustificati. Perseguitare chi secondo lui gli ha fatto del male è un modo per ripristinare un senso di giustizia e, cosa ancora più grave, farlo sentire di nuovo padrone della realtà.

    C’è poi il “Bisognoso d’Affetto”, cioè lo Stalker che fa di tutto per convertire quello che è un civile e ordinario rapporto di quotidianità in una relazione amorosa. La sua ossessiva insistenza nasce dalla convinzione che prima o poi l’oggetto delle sue attenzioni capitolerà.

    Il “Corteggiatore Incompetente” è il meno dannoso, perché il suo inseguimento è in genere di breve durata. Si tratta per lo più di persone incapaci di avere relazioni soddisfacenti, e che risultano opprimenti e invadenti in modo abbastanza preterintenzionale. 

    Il “Respinto” è molto più pericoloso: spesso rifiutato realmente dalla vittima, vuole allo stesso tempo riconquistare la sua preda e vendicarsi dell’affronto subito. Oscilla tra i due desideri, manifestando comportamenti estremamente duraturi nel tempo, che non si lasciano intimorire dalle reazioni negative manifestate dalla vittima. La persecuzione che attua rappresenta per lui di per sé una forma di relazione, e in quanto tale egli si sente rassicurato. È la perdita totale di un legame che per lui sarebbe percepita come intollerabile.

    L’angoscia di abbandono è il tema predominante nella psicologia di questo tipo di Stalker: l’assenza dell’altro è vissuta come una minaccia di annullamento di sé stesso.

    La tipologia più rischiosa, tuttavia, è la quinta: quella del “Predatore”, il cui obiettivo è di natura essenzialmente sessuale. Sceglie tra le sue vittime persone per lo più indifese, le insegue e le spaventa fino a terrorizzarle. La paura che procura lo eccita, perché gli fa provare un senso di onnipotenza. Tra questi ultimi, vi si trovano spesso voyeur e pedofili.

    Ma come ci si può difendere dal terrore psicologico esercitato dagli Stalker?

    Lo studio della psicologia può aiutare le persone a evitare certe situazioni, ma la persecuzione messa in atto dagli Stalker è una violenza che molto spesso non si può prevedere. Che va affrontata con armi più potenti di un’analisi dei comportamenti. È il primo passo è indubbiamente quello di sensibilizzare la coscienza collettiva.

    La maggior parte delle persecuzioni non viene denunciata alle forze dell’ordine. Questo è un fatto reale. Ed è un fatto drammatico. Le violenze non vengono denunciate perché lo Stalking in sé è una pratica ambigua. Difficile da identificare e ancora di più da dimostrare.

    E così la vittima si sente angosciata anche dal timore di non poter essere concretamente difesa. Peggio, di non essere creduta. Denunciare il proprio persecutore aumenta, invece, paradossalmente la paura, perché la vittima si sente ancora più esposta. Una violenza sottile, reiterata, non pubblica, difficile da perseguire, e proprio per questo ancora più spaventosa. È quell’aurea di ambiguità e di morbosità assieme che rende lo Stalker così potente.

    La prima cosa da fare sempre è non negare il problema

    Purtroppo, il fatto stesso di non volersi considerare “vittima” è un altro deterrente a esporre denuncia. E così si “aiuta” lo Stalker. Riconoscere il problema, informarsi, comprendere i rischi, adottare le precauzioni consigliate sono i primi passi per ostacolare gli atti di molestia. Se la persecuzione consiste nella richiesta di iniziare o ristabilire una relazione indesiderata, è necessario essere fermi nel “dire di no”, in modo molto chiaro ma una volta sola.

    Qualsiasi altro sforzo per scoraggiare lo Stalker sarà letto inevitabilmente – e contrariamente a quanto voluto – come una manifestazione d’interesse. E in quanto tale, rafforzerà la persecuzione. E’ importante ricordare che i comportamenti di difesa personale più efficaci sono quelli più prudenti.

    Se le molestie avvengono attraverso messaggi su Facebook o su Twitter, ad esempio, è utile non rendere inattivo il proprio profilo. La frustrazione che si creerebbe nello Stalker aumenterebbe la sua violenza. La cosa migliore è creare un profilo alternativo, lasciando che su quello vecchio il molestatore possa continuare a scrivere.

    La rabbia e il terrore non aiutano purtroppo chi subisce lo Stalking. E’ necessaria una certa lucidità per raccogliere più dati possibili sulle molestie subite. Qualsiasi mail, messaggio pubblico e privato e tag su foto è una prova della violenza subita e fornisce indizi. La Polizia ne avrà bisogno.

    I Social Media sono nostri amici

    Li frequentiamo tutti i giorni e, per loro natura, ci permettono relazioni felici proprio perché azzerano le distanze e avvicinano le persone per interessi e gusti comuni. La violenza che le persone subiscono non smette di esistere solo perché i nuovi media hanno trasformato il modo di relazionarci con gli altri. Cambiano i modi, appunto, ma la psicologia umana rimane la stessa.

    I delinquenti rimangono quelli, con la stessa loro dinamica per mietere vittime. Neanche a dire che si sono evoluti, questi delinquenti. Hanno solo cambiato “mezzo” per reiterare la loro violenza. Hanno affinato gli strumenti. Oggi, la società si è fatta più attenta.

    Non ancora coraggiosa abbastanza da denunciare tutti gli atti di Stalking, ma abbastanza da voler divulgare una coscienza del rispetto. E della difesa personale attraverso forme lecite ed efficaci.

    E voi cosa ne pensate? Quanto vi spaventa lo Stalking che utilizza il web e i Social Network?

  • Twitter e le nuove tecnologie aumenterebbero l’ansia

    Twitter e le nuove tecnologie aumenterebbero l’ansia

    “Twitter è nocivo per la salute: aumenta l’ansia e riduce la fiducia in se stessi”. E’ quanto dice l’ultima ricerca made in UK, realizzata dalla Sanford University, in collaborazione con l’Ente di beneficenza Anxiety UKIl 53% degli intervistati dichiara che i Social Network hanno peggiorato la propria vita quotidiana

    Ansia e Social MediaE’ inglese l’ultima ricerca sugli effetti che Twitter ha sulla nostra salute. E i dati che emergono non sono confortanti, come si legge sempre più spesso. Twittare è dannoso perché aumenta l’ansia e riduce la fiducia in se stessi. La ricerca è riportata da The Telegraph: la Sanford University, in collaborazione con l’Ente di beneficenza Anxiety UK, ha condotto un sondaggio intervistando 298 persone. E il 53% di queste dichiara che i Social Network hanno peggiorato la propria vita quotidianaLa lamentela più frequente è l’aumento dello stress: due terzi degli intervistati dichiara di avere grosse difficoltà a rilassarsi da quando frequenta regolarmente il mondo sociale 2.0. Irrequietezza, insonnia, distrazione e difficoltà di concentrazione. (altro…)

  • Indagine Nielsen, la Disabilità in Rete

    Indagine Nielsen, la Disabilità in Rete

    Un’indagine condotta da Nielsen per AriSLA (Fondazione Italiana di ricerca per la SLA) e AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) mette finalmente in luce un tema di grande rilevanza sociale: la percezione della disabilità in rete. I dati sono stati raccolti e analizzati tra aprile 2011 e aprile 2012, attraverso NMIncite, uno strumento di ascolto del passaparola digitale che raccoglie e analizza più di 180 milioni di siti web, Blog e Forum

    Disabilità-in-ReteLa prima considerazione che emerge è che il web è in grado di potenziare il senso civico degli italiani. In rete, negli ultimi 12 mesi, sono stati pubblicati più di 70.000 messaggi sui temi legati alla disabilità. A parlarne sono prima di tutto giornalisti e blogger, pronti a diffondere notizie, proposte di legge e nuovi servizi, e naturalmente chi dalla disabilità è colpito da vicino. Parenti, educatori, care given e i disabili stessi. Ma non solo: i semplici cittadini sono sempre di più impegnati a denunciare i fatti di cronaca e ad esprimere il loro dissenso morale nei confronti degli atti di discriminazioni. Questo dato diventa più evidente quando si tocca il tema delle barriere architettonicheNell’ultimo anno sono stati pubblicati 6.000 messaggi, che affrontano direttamente i problemi dei parcheggi, dei mezzi pubblici di trasporto, delle condizioni delle strade e dell’accesso ai localiAttraverso il web vengono diffuse informazioni sui servizi e denunciati i disservizi, richiesto un confronto aperto con le Istituzioni e, non per ultimo, commentate le buone pratiche.

    E’ un dato che rassicura molto: la rete potenzia il senso civico degli italiani. La gente comune, pur non essendo direttamente coinvolta, è attenta e sensibile nel mostrare solidarietà e pronta a sanzionare i comportamenti scorretti e gli atti di inciviltà.

    Dove si parla di disabilità in rete?  

    Più su Twitter che su Facebook: il microblogging è più veloce e più attento, con il 14,1% dei commenti  rispetto al 9,7% di quelli pubblicati su Facebook. I Tweet più frequenti sono quelli di denuncia dei singoli episodi di disservizi e mal sanità.

    I Blog evidenziano uno specifico interesse sulla disabilità, raccogliendo il 42,4% delle pubblicazioni in rete. Nell’arco di un anno 22.400 blog hanno ospitato discussioni sulla disabilità. Emerge, tuttavia, una grande frammentazione della tipologia di notizie e di commenti e si tratta per lo più di Blog generalisti.

    I forum, circa 5.000, contengono il 32,7% delle discussioni e sono il luogo in cui si cerca soprattutto supporto affettivo e sociale in relazione alle difficoltà dirette o indirette causate dalla disabilità. Ed è qui che le donne si mostrano più sensibili e apprensive: sono loro che intervengono maggiormente per i problemi di disabilità dei bambini.

    Dall’analisi degli oltre 70 mila messaggi rilevati emerge che il web crea e diffonde non solo informazioni, ma una vera e propria “cultura sulla disabilità”.

    Grazie al Web si riesce a parlare più liberamente, si ha meno timore di toccare argomenti privati e socialmente poco considerati, certamente estranei all’agenda dei media tradizionali. C’è spazio per esprimere e dare valore a testimonianze toccanti, a storie di esperienze dirette, a temi inediti e questioni purtroppo ancora poco convenzionali. Si parla di disabilità e sesso, e ci si accorge finalmente che non è difficile parlarne, che sul web cadono i tabù.

    Il web accoglie e dà voce a tutti i desiderio di normalità: la distanza tra il mondo considerato “diverso” e la società si accorcia.

    Si riesce a parlare di vacanze: si condividono le opinioni sui mezzi più adatti o gli accorgimenti per superare le difficoltà del viaggio e si segnalano le strutture più confortevoli. Si parla di mete non solo comode, ma anche esotiche, lontane e di viaggi avventurosi. Grazie alla condivisione di informazioni e di idee, i desideri diventano più realizzabili.

    Se della disabilità in rete si parla tanto, sulle malattie neuromuscolari e sulla SLA negli ultimi 12 mesi ci sono stati oltre 20.000 messaggi. Commenti e pubblicazioni sul web riguardanti queste malattie aumentano soprattutto in relazione ad annunci e scoperte scientifiche.

    La ricerca scientifica è il grande tema del web sulla SLA. Sono i progressi scientifici che destano maggiore interesse e dibattito, ad esempio l’annuncio della scoperta di un nuovo gene o di un nuovo strumento per migliorare la comunicazione dei pazienti. Anche in questo caso, i luoghi privilegiati di dibattito sono i Forum, su cui si registra il 40,7% delle notizie pubblicate, e i Blog con il 31,7%. Anche Twitter svolge un ruolo interessante: sul microblogging viene postato il 17% delle pubblicazioni online. Il popolo di Facebook anche in questo caso si mostra meno sensibile (7,7%).

    Dalle opinioni pubblicate in rete emerge, poi, una considerazione molto rilevante: la SLA sembra spaventare più dell’AIDS. Le difficoltà della diagnosi, l’impatto che questa malattia ha sulle condizioni di vita dei pazienti, la sofferenza fisica e psicologica, ma anche tutto quello che ancora non si sa e che è circondato da un alone di mistero terrorizza la gente.

    Cristina Papini, Research & Analytics Director di Nielsen, ha commentato i dati emersi da questa importante indagine:

    Il web dà voce non solo ai diretti interessati, ma anche ad una parte della società civile più attenta e sensibile, che si rivela sanzionante nei confronti delle pratiche e dei comportamenti scorretti. I comuni cittadini twittano, ad esempio, le cattive pratiche di altri cittadini o l’assenza di attenzione di istituzioni o di aziende”.

    E ancora:

    Sui Social Media emerge una spiccata libertà di espressione che consente finalmente la diffusione di una contro-cultura sulla disabilità stessa e che contrasta gli stereotipi sedimentati nell’immaginario collettivo. La disabilità viene finalmente testimoniata non solo come una privazione (parlando ad esempio delle barriere architettoniche e delle difficoltà a scuola o sul lavoro), ma viene raccontata da uomini e donne come vita quotidiana, fonte di problemi e di successi nel loro superamento”.

    Non possiamo che augurarci che la diffusione di questa Cultura sulla Disabilità, nata attraverso il web, possa consolidarsi nel tempo e riuscire ad affermarsi. Diffondendosi soprattutto nell’opinione della gente che ancora della disabilità conosce poco o non vuole parlare.

  • I Social Media rendono le donne capaci (finalmente) di dire quello che vogliono

    I Social Media rendono le donne capaci (finalmente) di dire quello che vogliono

    Nell’Era dei Social Media cambia il modo di comunicare che diventa più dinamico e soprattutto diretto. Se è vero come è vero che la Donna comunica meglio dell’Uomo, è anche vero che i Social Media danno modo alle Donne di esprimersi come vogliono, in modo sempre più schietto. E questo preoccuperebbe gli Uomini

    Social-Media-Donne-ComunicazioneNon è soltanto un luogo comune. Le donne parlano più degli uomini e usano un linguaggio molto diverso. Più articolato, più complesso, soprattutto meno diretto. Diciamo più contorto? Le donne frequentemente dicono una cosa sottintendendo altro – o tutt’altro -, e quasi sempre per loro parlare non è un modo solo per esprimere il proprio pensiero, ma anche per avere la certezza di essere ascoltate e valorizzate. Sarà un retaggio del cosiddetto sesso debole, uno stereotipo. Eppure per un uomo è difficile capire quello che una donna – soprattutto se è la propria donna – intende veramente dire quando dice qualcosa. Con la diffusione dei Social Media e il loro uso sempre più costante, sembra però che tutto questo stia cambiando. In meglio, certamente. (altro…)

  • L’appartenenza al Gruppo nell’Era dei Social Media

    L’appartenenza al Gruppo nell’Era dei Social Media

    Da un pò di tempo in rete sia parla di una nuova Sindrome. Si chiama FOMO, acronimo di Fear Of Missing Out, ovvero, secondo lo Urban Dictionary, il timore di perdersi un evento importante, una festa, un trend che sta andando per la maggiore. Che ci pare imperdibile magari proprio perché ce lo siamo persi

    Social-Media-FOMOQuesta paura non è certo nata sul Web, ma per loro natura i Social Network ne amplificano la risonanza. I siti Social come Facebook, Twitter, Foursquare e Instagram ci tengono in contatto reale, immediato: un click sul computer, l’applicazione Smartphone appena scaricata, ed ecco che possiamo sapere con esattezza dove sono e cosa stanno facendo gli amici, gli amici degli amici, i colleghi, i conoscenti. E perché no? La condivisione in rete di eventi, con un invito più o meno pubblico a parteciparvi, la pubblicazione della foto del locale alla moda, la notizia del party che sta facendo scalpore, è uno degli aspetti più divertenti e ludici dell’informazione On Web, a portata di tutti. Ma succede che, anche se siamo indaffarati a fare altro, anche se siamo già fuori con gli amici, o magari i nostri gusti sono diversi e a quel party non ci saremmo andati comunque, ci sentiamo esclusi. Ed è un sentimento fastidioso, irritante. Esattamente come fossimo stati tagliati fuori dal gruppo. (altro…)

  • Ma i Social Network possono diventare la rovina delle relazioni?

    Ma i Social Network possono diventare la rovina delle relazioni?

    Più del 20% delle coppie che oggi si separano motiva la decisione con i messaggi compromettenti scoperti su Facebook. Lo sostiene l’Associazione Italiana degli Avvocati Matrimonialisti. Da tempo i Social Network sono entrati nelle nostre case, ma non si ripete altro che sono un pericolo per le relazioni amorose. L’altro giorno, un noto blogger ha scritto la frase provocatoria: “I Social Network sono la tomba dell’amore”. Ma davvero?

    Relazioni-Social-MediaGeneralmente io ironizzo, perché per lavoro sui Social Media passo quasi tutta la giornata. Ma anche perché sono iscritta a Facebook da quando è arrivato in Italia, non lo uso per lavorarci e, anzi, ci posto pure foto e commenti personali. La prima cosa che mi verrebbe da rispondere, però, è che oggi non esistono più molte scuse per non sapere usare Facebook senza farsi scoprire, se proprio si vuole tradire il partner. Le impostazioni di privacy le conoscete tutti, vero? Ma facciamo un passo indietro. C’è una coppia che sta insieme da anni – l’età non conta, dicono le statistiche -. Lui o lei – anche il sesso non conta, anche se magari non ci credete – torna regolarmente a casa presto la sera, quindi accende il computer. Vede le foto di una persona affascinante, clicca sul Like e inizia uno scambio di battute in pubblico. Il giorno dopo – stessa scena – la battuta in pubblico si eclissa in un messaggio privato, e per diversi giorni va avanti così. Magari i due si fermano alle dichiarazioni platoniche e non s’incontreranno mai nella vita reale, ma lo stesso, quella coppia che sembrava tanto solida all’inizio si sgretola. (altro…)

  • Stare troppe ore sui Social Media comporta dei rischi?

    Stare troppe ore sui Social Media comporta dei rischi?

    E’ lecito porsi la domanda quali siano, se ce ne sono, i rischi nello stare sempre connessi attraverso il web e soprattutto attraverso i Social Media? Ce lo siamo chiesti e proviamo a dare una risposta, partendo dal fatto che ormai sono tante le ore di connessione continua per chi usa i Social Media e rispondendo che è sempre meglio un uso consapevole

    Social-media-addictedSono sempre di più le ore che trascorriamo sul Web e oggi i Social Media non sono soltanto uno strumento di comunicazione, ma prima di tutto un modo di relazionarsi con gli altri. Attraverso i Social Network facciamo quasi tutto: ricontattiamo vecchi amici, ne conosciamo di nuovi, cerchiamo impiego, ascoltiamo musica, condividiamo immagini. Lavoriamo. Per moltissimi di noi trascorrere online tante ore al giorno è la regola e i Social Media sono un luogo di lavoro. Un ufficio molto speciale, certo: i colleghi non sono mai gli stessi, i capi spesso siamo noi e quello che facciamo, per chi non è del mestiere, è difficile da comprendere. Sembra sempre che gli altri ti dicano “tu si che a lavorare ti diverti”. (altro…)