Categoria: InSideWeb

Rubrica dove si analizza il modo in cui ci poniamo verso la comunicazione digitale in generale e quali aspetti emergono che meritano di essere analizzati.

  • Web e Social Media: l’Ascolto vuole Interazione

    Web e Social Media: l’Ascolto vuole Interazione

    L’Ascolto è prima di tutto un’apertura al dialogo e all’interazione. Un processo difficile perché richiede empatia e capacità di non giudicare, anzi, di apprendere quello che ascoltiamo mettendo a tacere i nostri schemi mentali. Quando questo avviene, nasce il vero rapporto umano e la vera Innovazione, sul Web e nella vita reale.

    E’ esperienza comune: camminiamo per strada e incontriamo una persona conosciuta.
    “Ciao! Come stai?” – “Bene, grazie. E tu?”
    Ascoltiamo veramente la sua risposta? No.
    O meglio, solo se ci sono rapporti di amicizia vera.
    Altrimenti la sentiamo, magari reagiamo alle sue parole, mostriamo partecipazione, ma la nostra testa è altrove. Si tratta banalmente di un Non-Ascolto.
    Mancano Attenzione e apertura al Dialogo.
    Ovvero, l‘intenzione di dare il via a un’Interazione e a un Confronto.
    Questo è un semplicissimo esempio per dimostrare quanto sia complessa, in realtà, l’attività mentale dell’Ascolto.

    ascolto social media web

    Riflettiamo insieme.
    Se dovessimo, così, su due piedi, dare una definizione di Ascolto lo definiremmo molto probabilmente come un’attività statica.
    A sé stante. Meglio dire unidirezionale.
    Una persona parla, l’altra ascolta.
    E non c’è assolutamente nulla di superficiale in questo processo.
    L’Ascolto realizza uno dei nostri cinque sensi, fondamentale per conoscere, apprendere e tradurre la realtà percepita in emozioni e nozioni. Intelletto e sentimento.
    Se stiamo seguendo un corso che ci interessa molto – ad esempio – siamo fortemente concentrati e ascoltiamo in silenzio. Non è il momento di fare domande, non è il momento di abbassare la soglia dell’attenzione.

    Quello che, tuttavia, ci sfugge spesso è il fatto che, nonostante inizi in maniera unidirezionale, l’Ascolto è un processo nato per interagire.
    Comunichiamo ai nostri neuroni quello che sentiamo e, in questo modo, diamo vita a un processo creativo e interattivo con la realtà. Tra orecchio e neuroni avviene un fulmineo scambio di informazioni: l’Ascolto è il primo approccio col mondo esterno, insieme alla vista.
    La percezione di noi stessi si sviluppa tramite questo apprendimento.
    Attraverso l’Ascolto impariamo il linguaggio, senza il quale l’interazione con l’ambiente è assai difficoltosa.
    “Per imparare la parola mamma, il bambino sente il suono mamma, per esempio “vieni dalla mamma”. Usando sempre questa frase, vede il movimento delle labbra e l’oggetto mamma.
    Lui non associa subito il significato di mamma con la realtà, ma lo fa la con la ripetizione degli eventi.” – da Wikipedia.

    Se è attraverso l’Ascolto che apprendiamo il linguaggio e, progressivamente, formiamo la nostra Identità, sostenere che non si tratti di un’attività esclusivamente passiva è fondamentale.
    Certo Ascoltare vuol dire lasciare tempo e modo all’Altro di parlare. Comporta umiltà e comporta rispetto. Concentrazione sul mondo al di fuori di sé.
    Silenzio.

    Sul Web e sui Social Network in particolare scrivere (parlare) ha senso solo se si viene letti (ascoltati).
    Qualsiasi persona lavori in Rete ha, tuttavia, uno scopo bene preciso: creare relazioni.
    Ci si aspetta, quindi, che dopo la fase iniziale segua una fase di comprensione, di metabolizzazione delle informazioni ricevute. E che si ottenga poi una risposta. Un feedback.
    E’ esattamente quella risposta, e il ciclo di interazioni che comincerà, la vera natura di ciò che si chiama Ascolto Attivo.
    I feedback degli altri sono essenziali per capire se si è stati compresi. Se siamo riusciti a esprimerci in maniera adeguata, abbastanza bene perché – appunto – l’ascolto generi spontaneamente un commento e un dialogo.

    Il filosofo J. Krishnamurti, a questo proposito, sottolinea come la nostra comunicazione si limiti troppo facilmente.
    “Se nell’ascoltare chi vi parla interpretate le parole secondo le vostre simpatie e antipatie, le parole diventano quella prigione in cui la maggior parte di noi sfortunatamente resta intrappolato“.
    Significa che è necessaria un’apertura all’Ascolto che non ricalchi i propri schemi mentali già definiti, ma sia capace e pronta a modellarsi su nuove emozioni e nozioni.

    Davanti a chi ascoltiamo dobbiamo svuotare i nostri pensieri, i nostri convincimenti definiti dalle esperienze individuali pregresse: solo se siamo liberi di comprendere quello che veramente il nostro interlocutore dice, allora, Ascoltare acquisiste un reale significato.
    Possiamo non essere d’accordo con l’interlocutore, naturalmente, e questo a volte è un bene perché dà spontaneamente vita a una discussione in cui entrambe le parti, alla fine, avranno appreso qualcosa.
    La condizione necessaria rimane quella di spogliarci dalle convinzioni iniziali.

    A questo punto risulta chiaro quanto L’Ascolto Interattivo sia difficile.
    Anzi, si tratta di uno dei processi psichici più difficili dell’essere umano.
    Tuttavia, l’Ascolto Interattivo è anche una delle forme più intelligenti ed efficaci di comunicare, soprattutto sul Web, dove vengono a mancare le percezioni di orecchie e occhi e tutte le informazioni del Linguaggio Non Verbale.
    Eppure, i feedback che chi ascolta sa dare a chi parla costituiscono una realtà essenziale per la crescita personale, lo sviluppo della produttività sul lavoro e la nascita di nuove forme di Innovazione.
    Perché nasce Innovazione dove c’è spazio per l’incontro di opinioni, cervello libero e creativo.

    Parliamo, infine, dell’Ascolto Empatico.
    Tutt’altro che unidirezionale.
    E’ ciò che che ci permette di metterci nei panni altrui, di condividerne le sensazioni, creando un circolo virtuoso in cui chi parla si sente una persona migliore solo perché è apprezzato e chi ascolta apprende preziose informazioni ed emozioni.
    La nemica maggiore dell’Ascolto Empatico è l’istintiva tendenza dell’ascoltatore a pensare subito a cosa rispondere, invece di accogliere veramente ciò che l’altro dice.
    Sul Web e sui Social Media, questo assomiglia tanto a chi commenta un post senza averlo letto! 
    E’ una mancanza di umiltà e una tendenza a giudicare, sempre e comunque, ciò che ci impedisce di leggere e/o ascoltare prima di rispondere.
    A venirci incontro è l’Intelligenza Emotiva. La capacità di riconoscere, accogliere, utilizzare e gestire tutto il mondo delle emozioni umane per evolverci, superare le difficoltà e risolvere la gran parte dei problemi che si instaurano tra gli individui all’interno di un’Interazione.

    Non saper ascoltare ci rende aridi.
    Un pericolo ben maggiore di quello di metterci alla prova accettando di Ascoltare Attivamente ed Empaticamente il nostro interlocutore senza preconcetti.
    E di sapergli rispondere o inviargli feedback di comprensione tali da far nascere e crescere un vero rapporto umano.

  • Ridi! Migliorerà il tuo lavoro sul Web

    Ridi! Migliorerà il tuo lavoro sul Web

    Ridere è una delle attività più sane e più serie dell’Uomo. L’Ironia sconfigge lo Stress, sviluppa l’Intelligenza, aumenta l’Adattamento e migliora la Comunicazione. La risata è qualcosa di innato, che purtroppo crescendo perdiamo, come perdiamo l’abitudine al Gioco. Col risultato di ridurre la spontaneità, l’elasticità mentale e la creatività.

    Fu proprio Sigmund Freud a regalarci una perla di saggezza: “Scherzando si può dire tutto, anche la verità”
    Il che non significa affatto prendere in giro i punti deboli e i limiti delle personalità altrui.
    Scherzare qui equivale a Ridere, a fare dell’Umorimo sensato, a imparare soprattutto l’Autoironia.
    Forme elevatissime di Intelligenza Umana.
    Perché chi sa prendersi in giro o fare dell’umorismo è capace di elasticità mentale, di plasmare i pensieri, di avere tra le mani le redini di un problema per poterlo risolvere.
    Chi sa ridere ha una capacità di Adattamento alla realtà superiore alla norma.

    E’ vero anche che Ridere comporta una serie di effetti fisiologici estremamente positivi: l’aumento del Cortisolo e di Endorfine, responsabili del nostro buon umore, ma anche una maggior ossigenazione nel sangue e la distensione della muscolatura non volontaria.
    Si può senz’altro dire, inoltre, che Patologie Fobiche e Ossessive del carattere impediscono generalmente la capacità di ridere e, proprio per questo, si cristallizzano e tendono a cronicizzarsi.
    Al contrario, chi ha una buon livello di Autostima ricorre più facilmente alla risata, perché ha coscienza di avere un sufficiente controllo sugli eventi della vita.
    Estroversi e Introversi non hanno livelli differenti di Umorismo: cambia solo il modo di fare ironia. Talvolta risulta -paradossalmente – che proprio gli introversi sono quelli capaci di far ridere di più. E questo succede perché la loro modalità di pensiero è più sottile.

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    Dunque Ridere aumenta la flessibilità della mente.
    E’ anche scientificamente provato che questo processo riduce fortemente il livello di qualsiasi tipo di stress. 
    Come si ossigena il sangue, ridendo, si ossigena anche l’intelletto.
    Si riesce con maggior facilità ad uscire dalla famosa Confort Zone, per osservarci dall’esterno.
    E dall’esterno i problemi si ridimensionano sempre. Dall’esterno siamo capaci di cambiare prospettiva, di spezzare il circolo vizioso della comunicazione quando questa diventa inefficace e sterile.
    Si ridà vita e potere alla Comunicazione.
    Sul Web, sui Social Media e, allo stesso modo, nella realtà quotidiana.

    Una Comunicazione migliore porta sempre a relazioni più felici.
    Ridere
    , dunque, è un importante facilitatore dei rapporti sociali.
    E’ indubbio che le persone dotate di Autoironia sono più ascoltate, come se la risata permettesse momentaneamente di sospendere le gerarchie di lavoro e dare un messaggio di comune partecipazione.
    Ridere unisce. Rafforza il gruppo. 
    Di più: rende complici.
    E questi sono gli ingredienti fondamentali per creare interazioni felici, nel lavoro sul Web e nella realtà quotidiana.
    L’apertura mentale, inoltre, è generalmente considerata sintomo di fantasia, creatività e immaginazione. Altri ingredienti che regalano marce in più alla comunicazione e alla viralità dei contenuti.

    Da bambini tutti quanti ridiamo molto più spesso e senza pensarci.
    La risata è un comportamento innato e solo successivamente, nella storia della società così come nella nostra storia privata, lentamente smettiamo di ridere.
    Certo: perché non c’è da scherzare, si sta lavorando.
    E lavorare è ben diverso dal Giocare, dove prevale l’ironia e l’apertura mentale.
    Abbiamo smesso di ridere così come abbiamo smesso di giocare. Con le parole, con i nostri stessi difetti e con i limiti posti dallo stress e dal nervosismo. Per la velocità della vita e del lavoro, sostituendo la lamentela al progetto.
    Ci blocchiamo davanti a un problema molto più facilmente, siamo meno pronti a reagire.
    Andiamo in apnea, e solo la risata è la soluzione per riemergere e tornare a respirare.
    Ridere è una cosa seria.
    Plasma il nostro carattere, inconsapevolmente riduce i difetti, torna a dare il vero potere all’Intelligenza Umana che, prima di tutto, vuole poter essere autentica.
    Genuina come una risata.

    L’effetto esplosivo del mettersi a ridere è paragonabile all’abilità di smuovere i confini.
    Quelli che ci poniamo interiormente da soli e quelli che ci pone la realtà.
    Smettendo di giocare pensiamo di essere diventati adulti, ma la realtà è che progressivamente – senza accorgercene – abbiamo accettato di assumere un solo, rigido ruolo.
    Il “Gioco dei Ruoli” che facevamo da bambini è tutt’altra cosa.
    Era quel decidere ogni volta che identità assumere, chi essere, cosa voler fare. Cambiando senza paura.
    Era quel “facciamo che io adesso sono…” che ci dicevamo da piccoli, giocando.
    Trasformandoci nella fantasia nei personaggi più disparati, solo per il puro spirito di sperimentare ruoli diversi, viaggiare con la mente, capire.
    Crescere. Siamo diventati grandi anche grazie a questo gioco.
    Liberatorio ed esplosivo.

    Se oggi ci spaventano le difficoltà quotidiane, proviamo ansia e soffriamo di eccessivo stress è perché, forse, quell’esperienza di gioco e di trasformazione di sé non l’abbiamo vissuta abbastanza.
    La rigidità del nostro carattere non dipende, naturalmente, dal numero di risate che facciamo.
    E’ nello spirito positivo, creativo, immaginario, costruttivo e aperto al dialogo che si riconosce la capacità di Ironia.
    La capacità di non camminare muovendosi sempre sugli stessi passi, ma avanzando nell’avventura della nostra vita.
    Che muta, cambia in continuazione, e deve poterlo fare per essere vera Vita e non un semplice, rassicurante rifugio mentale e fisico che accomuna, purtroppo, chi si esprime solo lamentandosi e delegando le redini della propria vita.

    A chi?
    Procrastiniamo troppo spesso la nostra vita.
    Perché? Chi o che cosa aspettiamo?
    Una riflessione che invito tutti a fare, ciascuno a suo modo, eppure magari prendendosi tutti anche un po’ in giro.

  • Il Problem Solving sul Web e sui Social Media

    Il Problem Solving sul Web e sui Social Media

    Il Problem Solving è un insieme di processi essenziali da eseguire con ordine. La Psicologia può essere di grande aiuto con alcuni consigli pratici che portano non solo a risolvere il problema, ma anche a gestire il nostro mondo emozionale, a migliorare le relazioni e imparare a comunicare con più efficacia. Sul Web e sui Social Media così come nella vita reale.

    Che la Psicologia possa aiutare solo nella teoria è uno stereotipo ormai superato.
    E se così non fosse, ecco alcuni consigli pratici per la Soluzione dei Problemi, sul Web, sui Social Media e nella vita reale.
    “Non si possono risolvere i problemi di oggi con lo stesso modo di pensare che li ha generati ieri”, sosteneva lo scienziato e filosofo Ervin Laszlo.
    Da qui si può iniziare a riflettere. Facendo, anzi, un ulteriore passo indietro.

    Perché si parli di Problem Solving – da Wikipedia“l’insieme dei processi atti ad analizzare, affrontare e risolvere positivamente situazioni problematiche” – è necessario prima di tutto Definire il Problema.
    Primo consiglio: Circoscriverne i limiti per comprenderne la gravità.
    Questo è il primo passaggio che aiuta concretamente a capire quali risorse siano necessarie per la soluzione, ad esempio se si può essere aiutati da altre persone o se si tratta di un problema personale più o meno inconscio.
    Una distinzione in sé già difficile da fare, poiché la maggior parte dei problemi con gli altri nasce o, per lo meno è influenzata, da cause interiori.

    problem solving social media

    Secondo consiglio: imparare ad Ascoltarsi.
    Dandosi tutto il tempo necessario perché la Risposta emerga da sé.
    Facendo Silenzio.
    Saranno in molti in questo momento a voler dare opinioni più o meno rigide o accomodanti.
    Ecco, rifiutiamo qualsiasi giudizio altrui.
    Mettiamo a tacere tutti: è solo del Silenzio che abbiamo bisogno ora.
    Stress, insicurezza, paura di parlare in pubblico, incapacità di cambiare, eccessivo rigore verso se stessi, bassa autostima e difficoltà di comunicazione.
    Queste sono alcune delle cause più frequenti che, se non ascoltate, portano a problemi concreti e ad errori, in misura maggiore sui Social Media dove si è esposti pubblicamente in tempo reale e la “voce” risuona amplificata.
    La marcata tendenza delle persone a esprimere – sempre e comunque – la propria opinione, inoltre, non aiuta a capire quando la risposta ai nostri problemi è solamente dentro di noi.
    L’incomunicabilità e la non comprensione sono il risultato assicurato di un’interazione che non è un vero dialogo e non è un confronto, bensì l’incontro di due monologhi paralleli.

    Circoscritto il problema e comprese le cause dentro di noi, si avrà davanti un nemico che non può più scappare.
    Ecco il terzo consiglio: dare un Nome agli stati d’animo.
    Aiuterà immediatamente a togliere forza al problema.
    Non ne saremo più in balia. Potremo anzi prenderlo in giro, dargli le definizioni e le etichette più impensate.
    Riderne.
    E Ridere è come avere già vinto.
    Ora non è più il momento di chiedersi “perché”, né di ricordarci il passato e lamentarsi.
    Ormai si è diventati forti abbastanza da prendere le redini del problema e renderlo qualcosa di molto più semplice.
    L’Umorismo è la forma più creativa dell’Intelligenza.
    Secondo soltanto all’Autoironia.

    Proviamoci: prendiamo in giro i nostri stessi problemi.
    Non permettiamo agli altri di farlo, ma facciamolo noi.
    Sconfiggeremo quel giudizio interiore che zittisce la nostra spontaneità, nasconde l’autenticità della nostra autostima e aumenta il livello eccessivo di stress.
    Ridere, allora, è come respirare di nuovo dopo una lunga, lunghissima apnea.
    Ancora oggi, nella nostra società, siamo portati a pensare che ridere nelle situazioni critiche o complesse sia sintomo di immaturità e superficialità. La realtà è che ci sono delle forti distinzioni e, soprattutto, che ridere è una vera forma di Terapia.
    Al contrario del continuo rimuginare, l’umorismo spezza le fissazioni mentali che portano ansia e stress, oltre a produrre nel nostro organismo un numero maggiore di ormoni benefici per il sistema immunitario e cardiaco.

    Ci sono, poi, delle Parole che fanno male. A chi le pronuncia (scrive) e a chi le ascolta (legge).
    Questo potrebbe innescare un processo esplosivo, soprattutto nella Comunicazione sul Web e sui Social Media.
    I problemi nella Comunicazione portano sempre a Interazioni infelici.
    Si crea una rottura là dove la Relazione potrebbe essere, invece, un nutrimento per le persone coinvolte.
    E poi non è per nulla facile porvi rimedio.
    La Coerenza della nostra Immagine sul Web ne viene intaccata, più o meno fortemente. Perché dietro a queste “parole errate” c’è sempre un Atteggiamento sbagliato della persona che comunica.

    Ecco, quindi, il quarto consiglio. La comunicazione risente delle Emozioni. Impariamo a Parlarne.
    C’è una differenza abissale, sul Web come nella vita reale, fra dire “sei scemo” piuttosto che “stai facendo lo scemo”, perché Essere e Fare sono due condizioni totalmente opposte.
    Dire “non mi ascolti” piuttosto che “non mi sento ascoltato” mette in gioco emozioni come l’Empatia, caratteristica fondamentale di una comunicazione efficace e di una relazione soddisfacente.
    Non è affatto solo una questione di educazione.
    “Essere scemi” comporta una valutazione di disistima.
    “Non essere ascoltato” rafforza l’insicurezza personale.
    Se al contrario il “Voglio” sostituisce il “Devo” il livello di stress diminuirà all’istante.

    Esiste un altro modo – il quinto consiglio di Problem Solving – che funziona sempre per Gestire le Emozioni: prenderne Coscienza.
    Velocità, poco tempo, troppe cose da dire e da fare in privato e in pubblico.
    Lo stress rende inefficace il lavoro.
    La comunicazione perde il suo spirito brillante e la sua potenza, non raggiunge più il cuore dell’ascoltatore
    .

    Il quinto consiglio viene direttamente dalla mia storia personale.
    Ve lo racconto così come l’ho vissuto.
    Nell’infanzia credo di essere stata una delle bambine più disordinate che si possano immaginare.
    Quel “rimetti a posto la stanza” era una specie di incubo, ogni sera: non sapevo da dove incominciare.
    Era fare peggio ogni volta, non trovare mai le cose che servivano, non sapere come placare mia madre e non finire con le sue urla.
    Finché mia madre non s’inventò il Gioco del Primo Cassetto.
    Io avevo quattro cassetti vicino al mio armadio.
    Il gioco era quello di buttare nel primo cassetto tutto quello che non sapevo che posto avesse in realtà.
    Usare il primo cassetto come “il cassetto del disordine puro”:
    un misto di bambole, cartoncini, disegni, matite e pezzi di pongo. Tutto dentro, lì, nel primo cassetto.
    Era l’unica regola del gioco. Usare solo e soltanto il primo cassetto come contenitore della “spazzatura”.
    Passarono poche settimane. Il primo cassetto restò un disastro, ma il secondo, il terzo e il quarto diventarono perfettamente ordinati. Meticolosamente, direi.

    Avevo imparato una lezione essenziale: lo stress, la confusione mentale, l’indecisione e l’insicurezza sono sentimenti da accettare.
    L’importante è imparare a Gestirli perché non diventino un danno talmente profondo da rivoltarsi contro noi stessi e diventare un Problema irrisolvibile.

  • Internet e i Social Network: quanto male fanno alla Memoria?

    Internet e i Social Network: quanto male fanno alla Memoria?

    Oggi non potremmo più fare a meno dei nostri device e delle piattaforme Social per ricordarci tutto. Siamo facilitati dai motori di ricerca e dalle notifiche. La nostra Memoria conserva, tuttavia, dei Ricordi che appartengono alla nostra Personalità: perdere questi sarebbe come smarrire la nostra Essenza Umana.

    Se perdiamo il nostro cellulare, siamo persi noi.
    Se non facciamo il back up dei dati del nostro pc e li perdiamo, perdiamo noi.
    Non è nulla di nuovo.
    Lavoriamo con la tecnologia e questa è la prima cosa da fare: salvaguardare gli strumenti che conservano il nostro lavoro e le informazioni della nostra vita.
    Spostando il nostro lavoro e il nostro pensiero su device, computer, o molto più semplicemente su piattaforme Web, abbiamo sottoscritto un tacito accordo, moltissimo tempo fa.
    Non abbiamo solo accettato di fornire i nostri dati personali.
    Di più: abbiamo delegato alla Rete una delle funzioni più artistiche e intelligenti del nostro cervello.
    La Memoria.

    internet memoria social network

    Quando è successo? Non potremmo dirlo.
    Di sicuro progressivamente, giorno dopo giorno, ma comunque in un processo inesorabile.
    E come sempre non si tratta di incolpare in qualche modo Internet o i Social Network, ma di essere consapevoli di quanto potenti siano questi mezzi di comunicazione e di usarli al meglio.

    Il dibattito su quanto Internet faccia bene alla nostra Intelligenza, all’intelletto e alle emozioni – Intelligenza Razionale ed Emotiva – è sempre aperto.
    E personalmente credo sia giusto che rimanga così. Aperto.
    Perché solo parlandone e continuando a discuterne possiamo rimanere coscienti del Costo sociale e culturale, ma anche intellettivo ed emotivo, che stiamo pagando.
    Un Costo decisamente alto.

    Che cos’è la Memoria?
    Secondo la definizione di Wikipedia si tratta della “capacità del nostro cervello di conservare informazioni.”
    Una funzione psichica e mentale che ci permette di assimilare, ritenere e richiamare – sotto forma di ricordo – le informazioni apprese durante l’esperienza intellettiva e sensoriale.
    Si tratta di un esercizio intellettivo, dunque, ma anche puramente psichico.
    E’ questa conservazioni di nozioni e di emozioni che ci permetterà di formare nel tempo la nostra Esperienza, la nostra Cultura, le Associazioni Psichiche e, di fatto, la formazione della nostra Personalità.
    Qui si aprono capitoli immensi di discussione, a partire dalle Teorie della Psicologia che posizionano intorno ai nostri 4 anni di età i primi ricordi che influenzano il nostro carattere.

    Quello che su cui ci interessa fare chiarezza ora è che la Memoria si distingue in due tipi: a Breve e a Lungo Termine in base alla durata della ritenzione del ricordo.
    Perché nel mondo sempre più veloce in cui viviamo, con un flusso di informazioni costante e continuo e un’overload di dati, ricorriamo a Internet proprio per salvaguardare la nostra funzione intellettiva.
    Non potremmo mai ricordarci tutti i numeri di telefono dei nostri contatti.
    Non potremmo mai ricordarci tutte le date dei compleanni e degli anniversari.
    Non potremmo mai ricordarci come si scrivono tutte le parole difficili.
    E gli indirizzi, la lista della spesa, l’agenda degli appuntamenti…
    Deleghiamo il ricordo a motori di ricerca fenomenali, che in una manciata di secondi, recuperano l’informazione che vogliamo.

    Certo, è tutto più semplice.
    Io che non ho mai imparato a fare le divisioni ci metto un attimo a non fare figuracce.
    Mia madre è mille volte più brava di me a ricordarsi i nomi delle persone, per non parlare delle parole crociate.
    Una recente ricerca universitaria, per altro, conferma che più del 70% delle persone che quotidianamente usano Internet non conosce a memoria il numero di telefono del partner, mentre il 49% utilizza applicazioni e note sul device per ricordare password e numeri di sicurezza personali delle carte di credito e dei bancomat (PIN).

    La Memoria a Breve Termine non ci serve più.
    Abbiamo strumenti più affidabili del nostro stesso cervello per procedere nella vita quotidiana e nel lavoro quotidiano senza l’ansia di dover ricordare tutto.
    Possiamo concederci di non ricordare, perché in ogni caso recuperiamo le informazioni utili in pochissimo tempo.

    Grazie alla tecnologia oggi – e domani sempre di più con la Realtà Aumentata – si è realizzata un’Evoluzione culturale, sociale, intellettiva e psicologica che non avremmo mai raggiunto altrimenti.
    Che è esattamente quel Costo di cui parlavamo.
    L’altra faccia della medaglia, infatti, è che abbiamo progressivamente perso l’allenamento e la sensibilità che mantengono Umani i nostri Ricordi.
    E Ricordo fa rima con Essere Umano.
    Non con cercare su Google qualsiasi informazione che non ci torna in mente.
    Non con il condividere l’Accadde Oggi di Facebook.

    Ben altro discorso è parlare della Memoria a Lungo Termine.
    Ecco, perdere quella sarebbe decisamente un Costo eccessivo.
    Un Costo intellettivo e psicologico, ma anche sociale e culturale, che non ci possiamo assolutamente permettere.

    Perché vorrebbe dire alterare l’Essenza Umana, i Ricordi della propria Vita e non essere più capaci di Crescere.
    Perché solo grazie alla Memoria, ai processi di ritenzione e immagazzinamento delle informazioni vitali e ai processi di recupero e riconoscimento di queste informazioni, ognuno di noi nasce, cresce e costruisce Se Stesso.
    Solo grazie alla Memoria siamo noi stessi, autentici e genuini proprio per i ricordi che abbiamo. 

    Si tratta di quel passato che ha costruito il nostro presente, la nostra persona, la nostra realtà.

    I ricordi della Memoria a Lungo Termine fanno parte di noi, sono la nostra ricchezza. Sono la nostra storia.
    Perderla non equivale a perdere solamente un cellulare, ma a non riconoscere più se stessi.
    Né dentro né fuori dal Web.

     

     

  • Social Network e Web: benvenuta Autostima!

    Social Network e Web: benvenuta Autostima!

    L’Autostima è fondamentale sul Web e sui Social Network perché dà vita alla creatività, all’Innovazione e a una comunicazione efficace. E’ quel sentimento di adeguatezza interiore che ci fa sentire felici per quello che siamo. L’Autostima non si impara: dobbiamo soltanto permetterci di essere noi stessi.

    Quando pensiamo alle conseguenze negative di lavorare sul Web o di stare ore e ore sui Social Network, ci viene subito in mente la tanto citata FOMO, la Dipendenza, i Disturbi Depressivi che si creano soprattutto negli adolescenti. Ne abbiamo parlato recentemente qui: I Come e i Perché della vera Dipendenza da Internet – Adolescenti e Social Network, sempre più dipendenti – FOMO, più aumenta l’uso di Internet e più cresce il fenomeno.
    La depressione che può farsi strada dipende dal nostro sentirci inadeguati soprattutto a causa della quantità di Like, Condivisioni, Follower, Retweet.
    Crediamo di non essere all’altezza di chi fa il nostro stesso lavoro, ma lo fa con successo.
    Noi non valiamo così tanto. Nonostante ogni sforzo, anche dando il meglio di noi, non raggiungeremo mai il successo e i traguardi degli altri.
    Non saremo mai abbastanza bravi.

    social media autostima web franzrusso.it 2016

    Naturalmente, si tratta di un senso di inadeguatezza del tutto interiore.
    Non sono i nostri risultati a non valere, ma la percezione che noi stessi abbiamo di ciò che facciamo e di ciò che siamo.
    Chi decide l’altezza dell’ “asticella” del successo? L’altezza superata la quale finalmente possiamo essere soddisfatti e fieri di noi, sentirci vincenti?

    Possiamo nasconderci dietro a una risposta parzialmente vera: la società.
    Sì, è vero che la società – ancora nel terzo millennio – detta regole più o meno scritte su cosa sia vincere e su chi sia una persona vincente. Quel modello da imitare che non raggiungeremo mai.
    Tuttavia – al di fuori dei campi della Moda e del Business – cosa c’entriamo Noi, la nostra personalità, le nostre emozioni e aspirazioni con queste regole per ottenere il successo?

    La sfida, in altre parole, è quella di spostare l’asticella del valore in un campo di analisi diverso: quello di essere soddisfatti per quello che siamo.
    Sentirci all’altezza comunque. Godere di Autostima.
    L’Autostima è quel sentimento di adeguatezza interiore che trascende il giudizio altrui, le aspettative degli altri, le regole sociali dominanti. Ci fa stare bene così come siamo. Esattamente dove e come siamo e per quello che sappiamo fare.

    Si vive e si lavora al meglio di noi, se godiamo di Autostima.
    In particolare sul Web e sui Social Network, dove la Creatività è fondamentale, dove l’Innovazione nasce spesso dalla mente di un singolo per diventare progetto comune, dove la Comunicazione più efficace è quella in cui il lettore respira la sicurezza di chi scrive.
    Non si tratta di una sicurezza sempre dovuta a competenza.
    Molto più spesso chi scrive con successo – e ci porta a leggere il post fino alla fine – è chi riesce a catturare la nostra attenzione perché sa raggiungere e toccare le nostre emozioni.
    Comprendendo le nostre esigenze e provando empatia per le nostre esperienze.
    Non a caso, si tratta sempre di una persona che, a sua volta, è a proprio agio con se stessa e con le proprie emozioni, una persona che non ha paura di mettersi in gioco e ha una sicurezza emotiva sufficientemente forte da venirci incontro.

    L’Autostima non ha bisogno di discutere di adeguatezza o meno.
    E’ un fortino in cui i nostri ragionamenti e i nostri sentimenti si scambiano di ruolo e giocano senza timore di fallire.
    Non esiste un valore o un modello di successo: ci fortifica e ci rende felici di essere sempre e comunque all’altezza per quello che siamo.

    Felici. Ma che cosa vuol dire?
    La felicità è un’emozione che per lo più ci spaventa, perché abbiamo il timore di doverla pagare.
    Difficile che si parli di felicità, difficile soprattutto saperla definire.
    Si può essere felici per un attimo soltanto o si può intendere la felicità come soddisfazione di se stessi.
    Dunque, un sinonimo di Autostima.
    Descritta così, sembra un traguardo possibile. Più semplice di quello che si pensi.

    Sicuramente il primo passo sta nel non averne paura.
    La maggior parte degli esseri umani, paradossalmente, è invece spaventata dalla felicità.
    E poi?
    C’è un’altra parola che ricorre frequentemente quando si parla di Autostima: Aspettativa.
    Chi soffre di mancanza di Autostima è sempre il peggior giudice di se stesso.
    Duro, severo.
    Irrigidito da aspirazioni che si auto impone, che sono talmente vicine a quella Perfezione che blocca ogni movimento, ogni cenno di creatività, ogni gesto spontaneo.

    Facciamo insieme un esercizio molto pratico.
    Proviamo a sostituire nel nostro linguaggio comune – parlato e scritto – la parola “dovere” con le parole “volere, scegliere, potere“.
    Chi gode di Autostima decide di sé e della propria vita e ne è per lo più soddisfatto.
    Sceglie lui quello che vuole.
    Sembra un esercizio sciocco, ma ci accorgeremo subito che non è per nulla facile.
    Il senso del dovere uccide il carattere spontaneo.
    E col tempo ce ne siamo anche fatti una ragione.
    O meglio, una giustificazione.
    Perché se dobbiamo comportarci in un determinato modo e dobbiamo rispettare regole e retaggi del passato, è molto più facile vivere la quotidianità.
    In fondo, basta fare il proprio dovere e saremo appagati.

    Ben altra responsabilità e ben altro coraggio sono necessari se decidiamo di ascoltare e mettere in gioco le nostre emozioni, la nostra creatività, il nostro istinto.
    Scegliere una strada piuttosto che un’altra implica una presa di coscienza del tutto diversa, dettata dalla nostra pura volontà, soggetta a possibili errori, fallimenti e giudizi esterni.
    Per poterlo fare occorre aver maturato un’Intelligenza Emotiva sufficiente ad essere profondamente convinti che sono le aspettative che si devono adeguare a noi, e non il contrario.

    E’ un esercizio di sentimenti: in realtà, non esiste forza senza debolezza.
    Così come non potremo mai essere soddisfatti di noi e felici se lasceremo le redini della nostra vita agli altri.
    Non serve affatto sforzarsi di essere più forti per provare Autostima.
    E’ tutto molto più conciliante, più realizzabile.
    Più facile.
    L’Autostima si basa sul nostro mondo interiore e su quello che vogliamo veramente.
    Non si impara.
    Non si adegua.
    Nasce da aspettative autentiche, che corrispondono alle nostre reali capacità e ai nostri sentimenti.
    Siamo unici al mondo proprio per quello che siamo.
    Dovremmo soltanto imparare a concederci di esserlo.

  • La Paura di un’Identità nuova nella vita e sul Web

    La Paura di un’Identità nuova nella vita e sul Web

    La Paura di cambiare ci rende impotenti ed è l’ostacolo che ci impedisce di passare da un’Identità ormai vecchia a una nuova, rinnovata, innovativa. Per farlo, dobbiamo attraversare l’incertezza: prendiamo la paura per mano e facciamo il primo passo. Anche cadendo, pur di diventare migliori.

    Esiste un aforisma perfetto per parlare di Trasformazione: “La vita è come un ponte: attraversalo pure, ma non costruirci mai una casa sopra”.

    Dico perfetto perché dà l’immagine immediata di quanto possa essere scivoloso il terreno del mutamento – e di cambiamento ho già scritto qui: La difficoltà del Cambiamento, fuori e dentro il Web.
    Rinnovare lo stile di vita, innovare le nostre abitudini, evolversi per migliorare sono passaggi indispensabili nella vita personale.
    E lavorando sul Web? Modificare il proprio team, rinnovare il blog, adottare strategie di Social Media Marketing del tutto diverse dalle precedenti. Leggere, leggere, leggere e imparare leggendo.
    Tutte situazioni da cui non ci possiamo tirare indietro. Soprattutto perché nel mondo dei Social Network le novità sono quasi quotidiane.
    Quel ponte, che sia solido o meno, lo dobbiamo per forza attraversare.

    paura cambiamento

    Tuttavia, ne abbiamo una grandissima Paura e la paura è il motivo per cui rimandiamo il cambiamento e rimaniamo fermi.
    E più passa il tempo più diventiamo immobili, fino a essere statici. Impotenti.
    Perché tanta Paura?

    Stiamo lasciando la nostra Zona di Confort per una strada nuova, che non possiamo sapere di preciso quanto sarà difficile, efficace e utile a noi e agli altri.
    Come spesso si è letto e scritto, fare il primo passo è la cosa più difficile.
    Almeno fino a quando non ti rendi conto che, se quel primo passo non l’avessi fatto, avresti avuto problemi molto seri.
    Altro aforisma perfetto: “Iniziare un nuovo cammino ci spaventa, ma dopo ogni passo ci rendiamo conto di quanto fosse pericoloso rimanere fermi”. (R. Benigni)
    Perché si perde la forza, si perde l’ispirazione e quella spinta interiore necessaria per costruire, creare, crescere. Dare nuovi frutti. Rimanere fertili.
    Avere successo.

    La nostra casa ha sempre gli stessi muri.
    Per quanto possiamo svegliarci energetici alla mattina, nulla cambia se non siamo noi a spostare i confini. E il passo più difficile è quello di aprire la finestra, la mente.
    Ascoltare, accettare di confrontarsi con pareri contrari, scambiare i propri panni con quelli degli altri. Tentare soluzioni diverse.
    Non è detto che la prima strada nuova sia quella giusta.
    Si cade.
    Ci si fa anche male.
    Ci si rialza e si riprova a rifare quel primo passo fuori di casa.
    Fino a che una sera, stanchi e un po’ provati, sentiremo una soddisfazione indescrivibile, che non abbiamo mai provato prima. Quella di esserci arricchiti.

    Nella nostra Identità – all’interno della nostra casa – abbiamo una struttura precisa e soprattutto solida. Comprovata.
    Carattere, reazioni, abilità, competenze specifiche, ma anche abitudini e condizionamenti.
    Possiamo mettere il pilota automatico quando siamo stanchi, con la certezza interiore che non ci saranno guai.
    Ogni nostra scelta è piuttosto prevedibile, perché è frutto di mille altre scelte più o meno uguali.
    E’ questo che ci rende sicuri.
    Protetti. Tranquilli.
    Questo non è per forza qualcosa di sbagliato. Diventa sbagliato quando viene meno l’arricchimento, la crescita sana, la felicità. Quindi il benessere personale e lavorativo.
    Allora ci si irrigidisce, si tende a mettere i problemi sotto al tappeto e ci si rifiuta di affrontare la realtà.
    Si arriva addirittura a preferire l’infelicità e il senso di inadeguatezza pur di non fare quel passo.
    Torno alla mia domanda iniziale. Perché tanta Paura di cambiare?

    Cambiare significa prima di ogni cosa perdere l’Equilibrio.
    Decostruirsi. Disfarsi di se stessi come si era fino a quel momento.
    Essere costretti – spesso molto in fretta – a distruggere quella Stabilità che avevamo e che, di fatto, era la nostra stessa Identità.
    Lo si fa per ricostruire un’Identità nuova, certo. Eppure quel momento di passaggio è vulnerabilità pura.
    Come quando arriva una tempesta: non si vede più niente, è necessario aspettare che tutto si calmi, si assesti e che la polvere si posi a terra prima di pretendere di vedere di nuovo la luce.
    “Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo”. (M.Gramellini)

    Sì, ma quanto è lungo questo attimo?
    Se perdiamo l’equilibrio siamo deboli, vulnerabili, fragili.
    Rischiamo di essere indifesi e attaccabili, quanto meno estremamente esposti.
    Ci hanno insegnato, invece, che non si piange, che non si deve mostrare il fianco, che se si cade si deve negare il dolore e rialzarsi più forti di prima.
    Professionalmente parlando, almeno.
    Non si mostra mai il lato debole di sé. Non si dice, non si fa.

    Ecco. Alle persone che amo, invece, io auguro di piangere se sentono male, di gridare, sfogarsi e sentirsi liberi di urlare.
    Alle persone che amo auguro di non negare mai il male che provano cadendo, perché non si ritrovino in fretta a indossare una maschera che è solo un falso scudo.
    Anche, e soprattutto, professionalmente parlando.

    I cambiamenti fanno paura perché abbiamo il terrore di perderci nel buio e nelle nostre debolezze.
    Tutte le nostre debolezze emergono per forza in quel momento di Squilibrio tra vecchio e nuovo.
    E’ necessario distruggere le certezze che hanno retto la nostra Identità passata.
    Rimetterci in gioco a carte scoperte, attraversando inermi un passaggio in cui non siamo noi a governare la via.
    La paura è benvenuta, direi.
    Fa parte delle emozioni che costruiranno la nostra nuova Identità.
    Perché avere paura è un segnale di allarme incredibilmente efficace. Non sbaglia un colpo nell’avvertirci di quello che non funziona.

    Vogliamo vivere da protagonisti la nostra unica vita? Prendiamo la paura per mano.
    Attraversiamo il ponte, impauriti, cadendo e sperando di non farci troppo male, e raggiungiamo la sponda opposta del fiume.
    Solo se avremo spazzato via tutto ciò che eravamo potremo costruire un nostro Sé – una nostra Identità – pronta ad adattarsi al nuovo.
    A diventare competitiva grazie a competenze innovative, emozioni vere, indole forte rinnovata.
    Solo se non restano retaggi personali e culturali vecchi, appassiti, potremo spiegare le ali e stupire i competitor nel nostro lavoro.

    Una farfalla non si guarda indietro per tornare bruco.
    Noi siamo già pronti per cambiare e fare quel passo che manca per spiccare il volo.
    Perché non usare la paura come segnale di quanto possiamo ancora migliorare nella nostra vita?

  • La difficoltà del Cambiamento, fuori e dentro il Web

    La difficoltà del Cambiamento, fuori e dentro il Web

    Con i propositi dell’Anno Nuovo, il Cambiamento diventa cruciale per molte delle nostre attività, sul Web come nella realtà. Cambiare è una delle azioni più difficili, perché è facilissimo trovare Soluzioni che, in realtà, creano ennesimi Problemi. E’ solo uscendo dal Sistema che potremo ottenere Cambiamenti vincenti.

    Finisce un anno e, come tutti gli anni, è tempo di bilanci.
    E non solo riguardo ai dati sul Web e sui Social Network, ma anche di bilanci nella nostra vita professionale e personale.
    Con la domanda implicita che facciamo a noi stessi: “ho sbagliato qualcosa?”, “cosa potevo fare di più?”.
    Non saremo sempre soddisfatti di noi, ma il bello è che ai bilanci seguono i propositi. Quelli dell’anno nuovo che verrà.
    Lo aspettiamo con ansia, l’anno nuovo.
    Perché è nell’anno nuovo che nella nostra vita avverrà quella svolta decisiva che aspettiamo da sempre e finalmente sarà tutto un successo.
    Eppure dovremmo saperlo, ormai, che il Cambiamento può partire solo da dentro di noi.
    Che non ci sono date, non ci sono ricorrenze, non ci sono successi se non siamo noi a voler dare un vero giro di volta alla nostra vita e diventare protagonisti.

    cambiamento

    Cambiare, tuttavia, è forse una delle azioni più difficili dell’essere umano, sia nei comportamenti in Rete che nella realtà.
    E questo succede perché siamo bravissimi non solo a complicarci la vita, ma soprattutto a cercare Soluzioni là dove non possono esserci che altri Problemi.
    E così accade che la Soluzione diventi il Problema, l’ennesimo problema, perché il comportamento umano è pieno di azzeccatissimi paradossi.

    Sul comportamento paradossale e sulla difficoltà di cambiare prendo in prestito la maggior parte delle citazioni del grande psicologo e filosofo Paul Watzlawick (1921 – 2007) nel suo libro “Change, sulla formazione e la soluzione dei problemi”, che consiglio vivamente di leggere per l’arguzia e la competenza dell’autore.
    Passare da un Problema ad un altro è la cosa più frequente che facciamo senza accorgercene.
    E di storielle ce ne sono all’infinito.
    Pensate ad un uomo che continua a battere le mani, implacabilmente, ogni dieci secondi. Interrogato da un estraneo sul perché di quel fanatico comportamento, risponde: <>
    <<Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti.>>
    <<Appunto!>>
    Ecco che il Problema che non esisteva si è creato da solo.

    Un altro caso esemplare è quello dell’uomo che cerca le chiavi di casa perse di notte.
    Le cerca sotto al lampione, in quel ristretto tondo di luce, e non le trova. Un passante gli consiglia di cercarle più in là… <>
    In questo caso, la Soluzione più logica diventa proprio il rafforzamento stesso del Problema.

    In entrambe le storie è, comunque, un’altra persona a suggerire la vera soluzione.
    Dall’esterno, i passanti ci guardano e non capiscono il ripetersi dei nostri errori.
    Sul Web, i lettori scuotono la testa di fronte ai nostri sbagli oppure ci spronano a dare di più.
    E’ in ogni caso da fuori che il Problema può trovare una Soluzione.

    Perché si ha una prospettiva diversa, perché può esserci oggettività, perché la lucidità di chi non è coinvolto – o smette di essere coinvolto – regala la possibilità di vedere i paradossi del nostro comportamento e, magari ridendone, riuscire a cambiarli.
    Il Sistema si cambia solo fuori dal Sistema.
    Questa è una legge comune, valida nelle nostre attività in Rete come nella vita quotidiana.
    Per Cambiare bisogna uscire dal Sistema.
    E’ così semplice che pare banale, ma è così difficile da realizzare che non ce la facciamo quasi mai da soli.

    In certe circostanze, inoltre, i Problemi sorgono semplicemente perché tenta di cambiare una difficoltà esistente nel modo errato.
    Pensate a due marinai su una piccola imbarcazione a vela.
    Entrambi si sporgono all’indietro – ognuno dalla propria parte – per cercare di tenere in equilibrio la barca e renderla stabile. Quanto più uno si sporge fuoribordo, tanto più l’altro è costretto ad allungarsi dall’altra parte per compensare l’instabilità.
    Eppure, ragionevolmente, la barca di per sé sarebbe perfettamente in equilibrio se gli sforzi acrobatici dei due marinai cessassero.
    In questo caso, è necessario che uno dei due personaggi si renda conto che il Problema si è venuto a creare proprio mentre ci si affannava a trovare la Soluzione.
    Comprendendo questo paradosso, si può uscire dal Problema, quindi smetterla semplicemente di tirare ciascuno dalla propria parte.
    I due marinai potranno veleggiare in perfetta stabilità solo ponendo fine agli illogici sforzi.

    Le Soluzioni che diventano Problemi sono generalmente di tre tipi.
    Nel caso degli elefanti, ad esempio, si cerca di cambiare la realtà quando non ce n’è assolutamente bisogno.
    Il Problema non c’è. Non serve una Soluzione e il Cambiamento non è necessario.
    Eppure la si continua a cercare, reiteratamente, al punto tale che alla fine il problema si crea.

    Nella storiella dell’uomo che cerca le chiavi sotto al lampione, invece, il Problema esiste eccome.
    Al contrario del caso precedente, non si cerca, tuttavia, la Soluzione.
    Si rimane chiusi dentro al Sistema e, da dentro il Sistema, non si può attuare alcun tipo di Cambiamento.

    Infine, la storia dei due marinai dimostra come facilmente, rimanendo chiusi nel Sistema come in un circolo senza fine, ricorriamo alla Soluzione sbagliata, ovvero tirare gli opposti sempre di più.
    Il Problema di stabilizzare la barca esiste, ma il Cambiamento è logico e facile appena si ritrova l’obiettività.

    Il Sistema chiuso da cui bisogna uscire per trovare la Soluzione a un Problema viene chiamato, spesso, Comfort Zone.
    E’ quell’area di azione in cui siamo perfettamente a nostro agio, talmente a nostro agio che ci comportiamo inconsciamente senza riflettere, in modo automatico, ripetendo quotidianamente gli stessi gesti.
    Ma se la realtà cambia – e cambia sempre – i nostri gesti devono cambiare.
    Se non lo fanno, nasceranno i problemi veri – di interazione, di comunicazione, di attività sul Web come nella realtà.

    Il paradosso umano sta nella difficoltà a trovare le Soluzioni, quando spesso basterebbe uscire da quella Comfort Zone, provare a fare altri gesti, diversi dal solito, e osservarne le conseguenze.
    Vale la pena di provare.
    Soprattutto con l’arrivo del nuovo anno, perché i buoni propositi abbiano più probabilità di avverarsi e noi possiamo realmente convincerci che si può e si deve Cambiare.

    Auguri cari a tutti, perché il Nuovo Anno sia pieno di felicissimi cambiamenti!

  • Il Tempo: la risorsa più rara e preziosa sul Web

    Il Tempo: la risorsa più rara e preziosa sul Web

    La vera ricchezza oggi, per chi lavora sul Web e non solo, è avere Tempo. Tempo da dedicare a sé e agli altri, tempo per imparare a giocare anche da adulti, per mantenere viva la nostra autenticità. E autenticità significa rimanere se stessi, genuini e soprattutto coerenti con quello che si dice, si pensa e si fa.

    Chi fra noi lavora sul Web e non ha una vita scandita da un contratto di lavoro preciso, fa i conti quotidianamente con alcune risorse che sono sempre più scarse e, quindi, sempre più preziose.
    Prima di tutto, il Tempo.
    Lavoriamo e comunichiamo in Rete a qualsiasi ora, finendo per mangiare quando si può, addormentandoci quando si riesce e correndo a giorni alterni su treni sempre in ritardo.
    Sono in ritardo i treni – per eccellenza – ma siamo sempre in ritardo anche noi. Le scadenze del nostro lavoro non ci permettono di rilassarci e anche nei fine settimana – se non seguiamo corsi di formazione – siamo costantemente a controllare almeno le mail.
    Il tempo è la risorsa più preziosa oggi.
    E ormai anche l’equilibrio psicofisico lo sta diventando.

    tempo-web-social-media

    Perché insieme al tempo, anche lo spazio per noi stessi e per la nostra salute si riduce al niente.
    Le implicazioni sono moltissime.
    In primo luogo, si restringe quel luogo di Gioco che permette di mantenerci sani e rinnovare la nostra creatività.
    Si perde l’opportunità di ribaltare le priorità solite, guardando il nostro mondo da prospettive diverse, magari opposte, per cambiare orizzonte e metterci alla prova.
    Il Gioco, certamente, è un’altra delle fondamentali risorse umane che vengono meno quando manca il Tempo.
    E’ normale: stiamo lavorando e non si può scherzare.
    Eppure saper Prendere il Gioco Seriamente è una delle virtù più difficili dell’essere umano adulto.

    Significa sapere prendesi in giro, quindi sapere di non essere per forza i vincitori, e significa soprattutto aver imparato a gestire la propria posizione sociale in base alle circostanze.
    Farsi avanti, piuttosto che restare zitti, per esempio.
    Quanto ci infastidisce chi non sa ridimensionare la propria posizione quando cambia la realtà?
    Ecco: questo è qualcosa che si impara giocando, giocando seriamente, trovando quel tempo e quello spazio solo per se stessi in cui mettersi alla prova.

    Un altro gioco serio, molto serio, è imparare ad essere leggeri.
    Che è cosa ben diversa dall’essere superficiali: significa saper coltivare la propria influenza positiva, su se stessi e sugli altri.
    Significa – e questo è fondamentale per ciascuno di noi – trovare un modo di comunicare di grandissima efficacia.
    Giochiamo seriamente insieme: saremo più felici e ci sentiremo più compresi.
    Perché la comunicazione si trasforma in empatia, e per questo convince e persuade, perché fa sentire la nostra vicinanza psicologica a chi ascolta.

    Ecco: è il momento in cui tutti si tolgono la maschera. Non solo le maschere false e artefatte, ma anche quelle necessarie alla nostra professione.
    Ci si toglie la divisa, ci si toglie il camice, ci si toglie il badge col proprio nome e cognome più titolo aziendale.
    Ci si ritrova persone, semplicemente, e magari non ci si conosce o non ci si riconosce più.
    Eppure qualcosa di preziosissimo si è riconquistato: l’Autenticità.
    Ritrovare Tempo per noi e per gli altri ci separa dalla routine e ci pone di fronte a noi stessi, così come siamo.
    Nessun Personaggio. Solo Persone. Di più: Persone Autentiche.
    Facile? No, difficilissimo.
    Ci si trova davanti ai propri bisogni – pure a quelli molto scomodi – e soprattutto ai propri umori.
    E tutto questo viene immediatamente comunicato agli altri, senza difese, senza traduzioni. Senza abiti diversi dai nostri.
    Autenticità fa rima con Unicità, e non è un caso.
    Il nostro vero valore emerge proprio ora, quando il Tempo ci lascia la possibilità di parlare con la nostra voce, di pensare più in profondità, di riflettere su tutto quello che viviamo nel quotidiano, ma che nel quotidiano non facciamo in tempo a vedere.

    L’Autenticità un po’ ci spaventa, perché ci avvicina all’Inconscio. Non sappiamo bene cos’è, non sappiamo bene come gestirla.
    L’autenticità siamo noi, senza veli.
    Possiamo permetterci di darle spazio sul Web, dove lavoriamo, dove il terreno è delicato perché è grazie ad esso che portiamo a casa il pane?
    Si arriva perfino a considerare l’autenticità come un possibile danno alla professionalità.
    Ma è una stonatura fortissima: essere autentici vuol dire agire secondo la nostra vera interiorità e non c’è nulla di più attendibile dell’affidarci a quello che siamo realmente.
    Essere autentici significa essere genuini, essere finalmente coerenti con quanto si pensa, si dice e si fa.

    La capacità di Giocare da adulti ci permette di mantenere vivo lo spazio della Creazione e lesperienza infantile di dare vita al mondo, di poterlo plasmare.
    E’ concedersi il Tempo di mantenere vivo e creativo, dentro di sé, quel bambino onnipotente che crea il mondo.
    E davvero non c’è nulla di più forte al mondo che possa più renderci vitali e permetterci perfino di fare Innovazione.

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  • Lo Sport educa anche la Comunicazione Online

    Lo Sport educa anche la Comunicazione Online

    C’è un’attività di cui si parla poco nel nostro lavoro, ma che è fondamentale per l’Educazione e la Formazione di un sano Comportamento sociale e virtuale: lo Sport. E’ grazie ad esso che impariamo la potenza della Motivazione e che riusciamo a vivere la Competizione con una Ambizione positiva, nel rispetto dell’avversario. Perché vincere o perdere non hanno più importanza se l’obiettivo è la Condivisione di valore e qualità.

    All’inseguimento del flusso ininterrotto di notizie, che viaggiano in Rete più veloci di noi, c’è un’attività che a pronunciarla pare estranea: lo Sport.
    In effetti, alla fine di una giornata – di una settimana – passata a correre lavorando, mettersi pure a fare fatica è l’ultimo dei nostri pensieri.
    Eppure, chi tra noi ha fatto sport da bambino – e chi ancora lo fa – sa che le passioni sportive regalano qualcosa che difficilmente si ritrova altrove.
    Un tipo di Motivazione che sprigiona Energia pura e che può solamente portare Soddisfazione, perché – nel vero senso sportivo – Vincere e Perdere smettono di essere importanti.

    sport-comunicazione

    Questo, a dire il vero, succede generalmente a livelli alti, nell’agonistica. Ma non è necessario fare gare, per rendersi conto di quanto lo Sport possa Educare il Carattere delle persone.
    E’ la Formazione di un individuo, e sarà la Formazione del suo Comportamento, del suo modo di gestire le emozioni, i fatti della realtà e, soprattutto, il suo modo di Comunicare.
    Anche in Rete.

    Il primo aspetto positivo dello sport è sicuramente questo: “insegnare” la Motivazione.
    E’ la passione di fare, di non aver paura di cadere perché ci si può rialzare.
    E’ quel fuoco che spinge a dare di più, a imparare sempre, a non fermarsi davanti agli ostacoli ma, anzi, vederli come sfide da superare.
    Con uno spirito positivo, perché una persona impegnata nello sport è sempre una persona più serena.
    Certo, la serenità si spiega perché girano le Endorfine.
    Con una intensa attività sportiva, questi ormoni possono aumentare la loro concentrazione nel sangue fino al 500%.
    Come non accorgersi dell’euforia di uno sportivo?
    Non occorre essere campioni: il benessere è una sensazione comune a chiunque pratichi lo sport, e non solo. L’aumento di endorfine nel sangue aumenta la resistenza al dolore, ha un effetto analgesico, ed è sicuramente la miglior cura per la riduzione dell’ansia, dello stress, dei disordini del sonno e dell’appetito.

    Ma non si tratta solo di Endorfine.
    Gli sport sono davvero tanti, dai più aggressivi ai più rilassanti, dai più intellettivi ai più fisici, da quelli di gruppo agli individuali. E ogni attività sviluppa attitudini diverse.
    Le emozioni che si provano si fissano nella memoria e proprio questa memoria va a costituire la base del nostro carattere. Un’esperienza di vita destinata a durare per sempre.
    Per questo, lo sport è la palestra migliore per educare e formare il carattere.

    Consideriamo un altro insegnamento positivo per il nostro comportamento: “imparare” a Competere.
    Siamo stati abituati a sentirci dire, da bambini, “non è importante vincere, ma partecipare”. Poi una volta sul campo questa frase perde di senso e ci sembra una presa in giro.
    C’è una sfida, ci sono dei concorrenti: è naturale che si voglia prevalere per arrivare primi.
    La rivalità nello sport è un dato essenziale, perché non si sta solo giocando.
    Ci sono, però, delle regole. Se non le si rispetta si è esclusi, espulsi. Ed è qui che nasce l’Ambizione sana e la sana Competizione.
    Carte scoperte, rispetto delle regole, trasparenza nell’opposizione, antagonismo nel rispetto dell’altro.
    Una delle più grandi lezioni di vita, quindi.
    L’Ambizione è qualcosa di molto positivo, se rispetta le regole della comunità.
    E’ la molla che ci fa dare il massimo, ci fa distinguere per le nostre qualità e ci fa perfino creare Innovazione, perché tutte le energie mentali e fisiche sono rivolte ad eccellere.
    A vincere, ma nella considerazione e nel riguardo di chi compete con noi, riconoscendo l’avversario come parte integrante e necessaria della nostra crescita.

    In squadra o da soli?
    Questa è una scelta personale. C’è chi dà il proprio meglio come “battitore libero” e chi preferisce le dinamiche di un Team.
    In entrambi i casi lo sport è una passione e in entrambi i casi c’è un nemico da combattere.
    La squadra avversaria, i limiti personali, che siano record da superare o avversari da lasciare dietro di noi.
    Si vince o si perde. Non ci sono vie di mezzo.
    Ci può essere una graduatoria, ma psicologicamente è nelle nostre aspettative che non c’è via di mezzo.
    E questa è un’altra importantissima lezione di vita.
    Se si è veramente delle persone sportive si vince e si esulta, sapendo che la vittoria non sarà per sempre. Perché ci saranno altre gare, perché ci saranno altri avversari.
    E’ in ogni singola volta che si dovrà vincere.
    Si esulta da vincitori con l’umiltà interiore di non prendersi troppo sul serio. Si innalza la Coppa e si piange di gioia, ma si sa che è una delle tante vittorie che ci aspettano.
    La strada è lunga, l’allenamento non finisce, lo sport non perdona chi si siede sugli allori.
    E se si perde?
    In fondo è la stessa cosa: non si perderà per sempre.
    Si perde e ci si sente sconfitti, naturalmente. Ma è proprio nell’educazione sportiva che si impara a ribaltare le sconfitte in vittorie, analizzando i punti deboli e individuando la strategia per superarli.
    Adattando l’allenamento che ricomincerà su nuove basi, con lo spirito di chi ha saputo perdere ma non è stato vinto.

    Saper perdere e saper vincere sono grandi doti che emergono sempre nella nostra Personalità.
    Non solo quando si gareggia davvero.
    Anche quando si cerca un equilibrio tra le parti, una comunicazione che persuada. Quando si ha bisogno di dare risposte. Ogni volta che ci si confronta con gli altri.
    Soprattutto sul Web e soprattutto sui Social Media, dove il fraintendimento è facile perché mancano gli occhi per guardare chi ci sta davanti.

    La Rete è un mezzo di comunicazione, sta a noi saperlo usare. Sapere anche che è uno strumento che amplifica i nostri messaggi e li fa rimbalzare ovunque in tempo reale. Riflettendo in modo trasparente la nostra capacità di competere, di essere ambiziosi, di vincere o perdere, di trovare ogni giorno nuova motivazione.
    Gli insegnamenti dello sport sono ancora più preziosi, quindi, sul Web, dove manca il linguaggio corporeo e certo le Emoticon non bastano.
    Impariamo dallo sport che vincere e perdere non hanno più valore, se il traguardo è la condivisione del valore e della qualità, se il confronto rimane il centro della crescita personale e della cultura umana.

  • Adolescenti e Social Network, sempre più dipendenti

    Adolescenti e Social Network, sempre più dipendenti

    L’Australian Psychology Society australiana si pone come osservatorio annuale dei disturbi che la Dipendenza dai Social Network crea negli adolescenti. Rispetto a soli cinque anni fa, oggi più del 60% dei giovani soffre di livelli eccessivi di Stress e di Depressione. Il dato più preoccupante che emerge dalla nuova ricerca è che non si cerca aiuto, ma si usa la Dipendenza stessa come auto-terapia.

    Dei disturbi legati alla Dipendenza da Internet o della Sindrome di FOMO (Fear of Missing Out) abbiamo già scritto.

    Oggi, tuttavia, una nuova ricerca dell’Australian Psychology Society, mette in luce quali sono i dati reali di questi effetti negativi tra gli adolescenti.
    Si tratta della quinta edizione annuale della National Stress and Wellbeing Survey australiana, che si pone come osservatorio “fotografico” della salute mentale e, più in generale, del benessere psicofisico dei giovani oggi.

    Il primo dato rilevato, tra chi vive costantemente connesso, è
    l’eccessivo livello di Stress e di Ansia.
    Più della metà degli adolescenti che leggono in continuazione i Tweet e gli Status degli amici pensano di non divertirsi abbastanza.
    Non soltanto di “perdersi qualcosa mentre sono sconnessi”, ma proprio di essere inferiori ai coetanei.
    Il Complesso di Inferiorità produce conflitti interiori di Insicurezza e Paura, spesso talmente profondi da raggiungere la Depressione.

    adolescenti-social-network

    “Vi è una concordanza molto forte fra le ore trascorse sulla tecnologia digitale e i più alti livelli di Stress e di Depressione”, dichiara il rapporto australiano.
    Rispetto a 5 anni fa – quando furono riportati i dati della prima Ricerca – oggi quasi il 60% degli adolescenti intervistati dichiara di avere grossi problemi a dormire e a esporsi in pubblico dopo aver passato in rassegna i siti dei Social Network.
    E qui troviamo un dato contraddittorio molto interessante.

    Se da un lato è proprio la continua connessione virtuale a provocare Depressione e Ansia, dall’altro una persona su due dichiara di ricorrere proprio ai Social Media per calmarsi e ritrovare equilibrio.
    Si tratta della metà degli adolescenti intervistati contro una proporzione del 37% di cinque anni fa.
    Si può senz’altro dire che più della metà – quasi il 60% – dei giovani si ammala a causa di una continua connessione, ma al tempo stesso ricerca questa connessione come auto-terapia.

    E’ questo, a nostro parere, il dato più preoccupante.
    Nessuno dei soggetti intervistati ricorre a una terapia o chiede aiuto, neppure chi è più facoltoso o chi è più istruito e ha avuto un’ambiente famigliare sereno e facilitante. Neanche chi ha contemporaneamente un altro impiego, quindi sarebbe portato a occuparsi d’altro.
    Il dato è preoccupante perché la Dipendenza non può che auto-alimentarsi, se si avvia un processo di auto-terapia.
    Esattamente come un circolo vizioso e maligno che non può trovare soluzione all’interno di sé.

    La Ricerca dell’Australian Psychology Society continua rendendo noti gli ultimi dati.
    Il 72% degli intervistati è consapevole che lo Stress ha impatto sulla propria salute fisica, ma anche se è consapevole e arriva a lamentare veri e propri stati di Angoscia non ricorre ad alcun aiuto terapeutico.
    Anzi.
    E’ provato che chi soffre maggiormente è molto più vulnerabile a diventare soggetto di Dipendenza da alcool, fumo, droghe leggere e, soprattutto, gioco d’azzardo.
    In proporzioni molto più alte rispetto ai coetanei – conclude la Ricerca – “ricorrere ai Social Media per alleviare lo Stress è simile alla maniera in cui le persone scommettono con i videopoker”.

    Alla base c’è senz’altro il bisogno di rimettersi al centro, rispetto agli altri e – inconsciamente – rispetto a se stessi.
    E per questo ci si gioca tutto, si rischia tutto.
    Si corre il rischio, si cerca e si ha bisogno del rischio perché si ha la necessità di “uscire da se stessi”.
    I Social Network rappresentano l’occasione perfetta per essere “altro” rispetto a quello che realmente siamo: più importanti, più apprezzati, famosi e, forse, più amati.
    Si cade nella Dipendenza per il bisogno di non sentire un vuoto, il vuoto che – a questo punto – i Like e i Retweet colmano facilmente.
    Alla ricerca di un’immagine di noi che ci piaccia di più, ci si perde in un circolo insano di aspettative e delusioni di cui i Social Network non sono la cura, ma solamente il veicolo di un malessere interiore.