Categoria: InSideWeb

Rubrica dove si analizza il modo in cui ci poniamo verso la comunicazione digitale in generale e quali aspetti emergono che meritano di essere analizzati.

  • L’Aggressività sul Web: quando c’è e non si fa sentire

    L’Aggressività sul Web: quando c’è e non si fa sentire

    L’Aggressività è una caratteristica innata, nessuno ne è esente. Diventa particolarmente pericolosa, tuttavia, quando viene repressa, non sfogata in maniera consona, ribaltata sul prossimo per non assumersene la responsabilità. Ne deriva un comportamento dannoso soprattutto nella Comunicazione in Rete, dove lo scambio e il confronto si tramutano in ambigua violenza.

    L’Aggressività è una caratteristica innata di ogni essere vivente.
    Un istinto fondamentale con cui nasciamo e di cui possiamo solo, nel tempo, imparare a governarne la potenza e indirizzarne la strada.
    Senza necessariamente attenersi alle teorie di Sigmund Freud – il primo che la ipotizzò come pulsione sessuale e di autoconservazione – tutti noi cresciamo con questo elemento distintivo.
    L’Aggressività è una dinamica estremamente complessa, che ha basi biologiche e psichiche, e che in qualità di istinto primario viene chiamato in causa in ogni manifestazione di conflitto o violenza.
    Tutti noi, certamente, siamo stati vittime di un qualsiasi genere di comportamento aggressivo, e tutti noi, certamente, possiamo riconoscere nei nostri stessi gesti manifestazioni di aggressività, rabbia, rancore, desiderio di vendetta o cattiveria.
    Nessuno ne è esente.
    Tuttavia, la violenza che nasce se l’Aggressività non è controllata può anche non essere palese e diretta. Può essere un’Aggressività Passiva.

    aggressività web

    In Rete, l’Aggressività non esplicita è un ostacolo frequentissimo e particolarmente difficile da superare.
    Esistono molte forme per “fare del male” ai nostri interlocutori o ai nostri competitor, addirittura ai colleghi che non ci risultano, per così, dire simpatici.
    Le vittime di questa subdola forma di Aggressività avvertono con certezza l’ostilità e la cattiveria, senza per altro riuscire a difendersi. Non ci si può rivolgere direttamente a nessuno, non si capisce il motivo di una tale ritorsione e il risultato è sempre una disastrosa perdita di Autostima e di produttività.

    Analizziamo insieme come possa nascere e svilupparsi – addirittura rinforzarsi e auto-giustificarsi – questa forma di violenza a cui è tanto difficile sottrarsi.
    Nella Psicopatologia riconosciuta universalmente è descritto il Disturbo di Personalità Passivo-Aggressivo, in cui i soggetti appaiono tipicamente incapaci e remissivi, ma tale passività è messa in atto proprio per nascondere il desiderio di violenza ed evitare qualsiasi genere di responsabilità.
    Secondo il DSM-IV e V, il comportamento passivo-aggressivo si rende evidente attraverso la procrastinazione dello sfogo della rabbia e attraverso continue lamentele.
    Si nasconde l’ostilità, si arriva perfino a negarla e a rendersi agli occhi esterni vittime di accuse ingiustificate.
    La tensione sviluppata dalla componente aggressiva non trova sfogo, anzi, viene rimandata nel tempo e può finire per esercitarsi su soggetti del tutto ignari, perfino dopo mesi e anni.
    Come tutto ciò che provoca eccitazione ma non ha sfogo, l’Aggressività Passiva conduce a un’esasperazione di tutti i sentimenti ad essa legati: rabbia, rancore, macchinazione e inganno, attivazione di gesti e comportamenti violenti e/o cattivi.

    Uno degli aspetti più comuni nei Soggetti Passivo-Aggressivi è, quindi, proprio il gusto marcato per la vendetta, evitando tuttavia sempre di mostrarsi violenti.
    E si tratta sempre di una vendetta che spiazza: la persona che la subisce non comprende il perché di quest’atto aggressivo, dal momento che la rabbia è stata tenuta per tanto tempo repressa e nascosta sotto false spoglie.
    Tali soggetti riescono perfino egregiamente a calarsi nei panni della vittima stessa che, come tale, deve essere compatita.
    Da qui nasce la continua lamentela e la vittimizzazione costante.

    Naturalmente è pressoché impossibile collaborare o semplicemente confrontarsi a livello professionale con soggetti di questo tipo, perché la violenza repressa li rende particolarmente pericolosi per la loro sfuggevolezza e ambiguità.
    E dal momento che la Rete diffonde in tempo reale qualsiasi genere di comunicazione è particolarmente importante essere coscienti del loro comportamento.
    Saperli riconoscere.
    Sì, ma come?
    Innanzi tutto, non accettando o raccogliendo alcun tipo di provocazione.
    I soggetti che esprimono in maniera passiva la propria Aggressività sono particolarmente abili nel ribaltare le risposte che ottengono in offese, di cui loro stessi appaiono vittime, creando così un conflitto inspiegabile.
    Apparentemente inspiegabile. Poiché la causa di questo conflitto – come abbiamo visto – ha radici lontane: in una violenza repressa mai direttamente sfogata.

    Un altro tratto di personalità che ci fa riconoscere i soggetti Passivi-Aggressivi è il loro stile di comunicazione contraddittorio.
    E non solo contraddittorio.
    Nel loro linguaggio – nella loro scrittura – compaiono o sono implicite espressioni come: “Ma io scherzavo”, “Pensavo che lo sapessi”, “Sì, ma…”, “E’ quello che sto facendo”, “Non è certo colpa mia”, “Aspettavo te…”, etc.
    Sono espressioni che alludono ad omissioni, a colpe altrui, al desiderio di creare ansia negli altri, a un sarcasmo dallo sfondo offensivo, alla necessità di procrastinare nel tempo l’assunzione di qualsiasi responsabilità.
    L’inconcludenza sul lavoro e l’autodifesa esasperata – autodifesa per altro non richiesta – tradiscono anch’esse questo disturbo caratteriale

    L’Aggressività Passiva è un comportamento particolarmente “conveniente” rispetto a quello di assumersi la responsabilità di un’onesta discussione, che può provocare reali distacchi e prese di posizione.
    E proprio qui si trova il punto fondamentale.
    La capacità o meno di prendere decisioni, di esprimere opinioni, di scegliere.
    Perché una persona che mette in atto atteggiamenti Passivo-Aggressivi è indubbiamente una persona che non vuole scegliere, almeno non nell’immediato, almeno non per prima.
    Non si vuole esporre in prima persona, non vuole manifestare direttamente quello che pensa e che vuole.
    Tenta in tutti i modi di fare in modo che siano gli altri ad assumersi le sue responsabilità di giudizio e le sue azioni.
    E nel mondo odierno digitale, in cui il confronto di opinioni e la comunicazione è immediata, pubblica, trasparente come quella sul Web e sui Social Media, nulla c’è di più conveniente di non esporsi mai.
    Magari di metterla sempre sul ridere pur di non esprimere la propria opinione.

    Attenzione: non è affatto necessario – e non è mai richiesto per forza! – un confronto o un parere personale.
    La bellezza della comunicazione digitale sta nella libertà di esprimersi e di interagire, creando forme di collaborazione e regalandosi reciprocamente spunti di riflessione.
    Qualcosa che i soggetti che esprimono passivamente la loro Aggressività non sanno neanche cosa sia veramente.
    E, allora, per chi frequenta il Web ogni giorno – ma anche nella vita reale – scaturisce un interrogativo naturale.
    Tutta questa paura di manifestare qualcosa di sano e naturale come l’Aggressività non riconduce ad una esasperata forma di Debolezza caratteriale?

    L’Aggressività si può esprimere ogni giorno, in quanto nostro istinto innato, in infinite forme di comportamento civile, di confronto di idee e di comunicazione.
    In Rete, ancora più facilmente dal momento che la comunicazione è pubblica e gli interlocutori possono sommarsi l’un l’altro ciascuno con le proprie opinioni.
    E’ il soggetto che non ha alcuna forma di stima personale, di forza caratteriale, di struttura psichica interiore che, in realtà, necessita di rendersi vittima e carnefice insieme.
    E’ la Debolezza del suo carattere ciò che determina il mancato sfogo della sua Aggressività.
    E a causa di questa Debolezza, il soggetto reprime i sentimenti negativi per la paura di rimanerne schiacciato. Di restarne sconfitto. Di essere socialmente reietto.

    Come tutte le forme di comportamento ambiguo, anche il comportamento Aggressivo-Passivo è determinato da un’estrema insicurezza interiore.
    Ecco perché l’Aggressività non sfogata fa paura: non perché sia qualcosa di negativo in sé, ma perché diventa distruttiva reprimendosi nel tempo, e perché nasconde una debolezza con cui non sappiamo confrontarci.

    Un’ultima riflessione la lascio a voi, come un interrogativo.
    Secondo voi, esistono davvero le Persone Cattive?
    Non è che la Cattiveria è, per la maggioranza dei casi, una forma ambigua di Debolezza Umana?

  • Online e offline, il fallimento come momento per crescere e imparare

    Online e offline, il fallimento come momento per crescere e imparare

    Il Fallimento è concepito generalmente come qualcosa di negativo: la paura di Fallire può portarci a paralizzare le nostre azioni e renderci psicologicamente vulnerabili. Almeno finché non ci rendiamo conto che Fallire è una condizione comune per lo sviluppo e la crescita personale e lavorativa e non è affatto un opposto del Successo, ma un suo requisito.

    “Soltanto chi fa, sbaglia”. Parto da un vecchio detto che non vuole giustificare con superficialità gli errori, ma comprenderli in una visione molto più ampia.
    Sono moltissimi gli aforismi sull’importanza di Fallire per imparare e per crescere, e indubbiamente, quello che io preferisco di più è quello di Samuel Becket: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio”.
    La concezione del Fallimento come elemento positivo nel percorso di creazione non è certo un concetto nuovo.
    Se ne parla spesso.
    Eppure tutti noi conviviamo (o abbiamo convissuto) con questa paura: sbagliare e rovinare il proprio lavoro e la propria immagine.
    Ciò che si è costruito con fatica: soprattutto la Reputazione di noi stessi creata in molto tempo.
    Rovinare tutto in un attimo, perché sbagliare è facilissimo. E il Fallimento può arrivare da un apparente minuscolo errore che si amplifica a dismisura, soprattutto sul Web, dove la comunicazione pubblica viaggia in tempo reale.

    successo fallimento

    Convivere con una paura è una condizione sicuramente critica per la nostra psiche, ma non è detto che sia del tutto negativa.
    Ci pone in costante allarme, ci fa stare all’erta, amplifica i nostri sensi e il nostro intuito e potenzia concentrazione, percezione e attenzione.
    Quindi, paradossalmente, la paura stessa può essere una leva su cui fare forza per spingerci più in alto.
    E’ lo stimolo che continuamente ci ricorda che non possiamo arrenderci, sederci sugli allori, e che siamo più o meno costantemente sotto esame.
    C’è un limite oltre il quale la paura, però, non può più essere utile. Anzi, si trasforma nel peggior nemico.
    Questo succede quando prende il sopravvento sulla nostra volontà, sui ogni pensiero, sul livello di sopportazione, e allora è capace di bloccare ogni nostra azione, paralizzarci, renderci impotenti e psicologicamente vulnerabili e infelici.
    Questo limite è assolutamente individuale: sta nella capacità che ognuno di noi ha di gestire le proprie emozioni.
    Ancora una volta, quindi, entra in gioco il concetto illuminante di Intelligenza Emotiva, ovvero la capacità di riconoscere, accettare e gestire il nostro mondo emotivo.
    Più maturiamo e sviluppiamo la nostra Intelligenza Emotiva, più alta sarà la soglia della sopportazione dello stress, più grande sarà la capacità di convivere con la paura e accettare che il Fallimento possa avere risvolti estremamente positivi.
    Perché stress, paura e fallimento diventano importanti sfide che accettiamo di raccogliere per metterci in gioco e migliorarci.

    Ci sono senz’altro emozioni dentro di noi che non sono affatto semplici da accettare, da ammettere di provare. E proprio questo è il punto più critico nello sviluppo dell’Intelligenza Emotiva.
    Pensiamo all’invidia, alla gelosia, al senso di rivalsa o vendetta, al sentimento di antipatia: tutte emozioni assolutamente normali da provare, ma che è necessario imparare a gestire al meglio per poter avere relazioni interpersonali felici e poter lavorare.
    Ecco: la paura di fallire è esattamente una emozione scomoda, che tormenta, che ci rende deboli, fino al momento in cui non la accettiamo e non impariamo a pensarla e viverla come una grandissima sfida per migliorare se stessi.
    Ed è più facile di quanto si pensi: un fallimento si tramuta velocemente in un’opportunità nuova di successo, e indubbiamente la strada di qualsiasi successo è lastricata di fallimenti.
    Troviamo insieme, allora, il percorso per arrivare al successo …continuando a fallire.

    Il primo passo da compiere, indubbiamente, è quello di capovolgere la visione comune del concetto di fallimento.
    E’ necessario imparare a pensare che il fallimento non è un mancato successo e che successo e fallimento non sono opposti fra loro.
    Fanno parte entrambi del percorso umano di crescita personale e professionale, e non esisterebbe successo se non ci fosse fallimento.
    La dote della Resilienza – la capacità di rialzarsi più forti di prima dopo un evento traumatico – è sicuramente un aiuto fondamentale, ma non è necessario fare “passi da gigante”.
    Quando si sbaglia – e si fallisce – si cade e ci si fa male: si possono creare ferite gravi e si può provare molto dolore.
    Ecco: l’indispensabile è lasciare tempo a questo dolore per emergere e sfogarsi.
    Qualsiasi dolore ha bisogno del suo tempo per guarire, e questo tempo va rispettato.
    E’ in questo tempo di maturazione del dolore che impariamo anche a volerci più bene: ad avere cura e stima dei nostri desideri, degli sforzi fatti, dell’impegno che dedichiamo al nostro lavoro.
    Solo prendendo questa Coscienza di Sé potremo davvero superare la delusione con la migliore predisposizione mentale.
    E convincerci finalmente che il fallimento non è una sconfitta che si oppone al successo, ma un vero e proprio requisito del successo.

    Il secondo passo da compiere è capire quali sono davvero le nostre ambizioni. La difficoltà dei risultati che ci prefiggiamo di raggiungere e la misura del realismo delle nostre aspettative.
    Si tratta di riformulare i propri progetti, dopo aver superato la delusione dell’insuccesso, per capire dove può essere nato l’errore che ha dato vita al fallimento e ricominciare a lavorare esattamente da lì.
    Chi non ha mai osato, sicuramente, non ha fallito mai.
    E questo non vuol dire che le nostre aspettative devono essere irrealistiche e troppo elevate, ma che il cammino deve continuare con maggior determinazione, consapevolezza e fierezza di sé.
    Un esercizio mentale importante può essere, allora, quello di visualizzare il raggiungimento completo del progetto, il progetto compiuto, e successivamente porsi tutti gli interrogativi sui possibili ostacoli a tale raggiungimento.
    E ancora: qualsiasi aspettativa ci poniamo può essere realistica, basta che suddividiamo in piccole parti il problema da risolvere.
    Può darsi, infatti, che affrontando un compito estremamente difficile, falliamo perché non facciamo “un passo alla volta”, una picola ma solida conquista alla volta.
    Prendere coscienza del nostro personale modo di affrontare i problemi della vita o del lavoro è già in se stesso un successo.
    E questo significa comprendere che ogni “no” è un passo in avanti per capire come arrivare al “sì”.
    Se capiamo i motivi del nostro insuccesso, abbiamo vinto su tutto.

    E se non ne capissimo i motivi o i motivi non dipendessero affatto da qualcosa che possiamo governare?
    Probabilmente questa è la situazione più comune.
    Eppure il processo di crescita personale è il medesimo.
    Lasciare alla nostra mente – e anche al nostro corpo – il tempo sufficiente per maturare la delusione o la ferita del fallimento, ricominciare a camminare sulla medesima strada con una mente diversa, una visione diversa dei nostri obiettivi, o scegliere di cambiare strada e ricominciare da capo.
    Raccogliere la sfida con rinnovata energia.
    In qualsiasi casi, è un successo: perché avremo vinto la paura di fallire e, forse, avremo capito realmente che ogni vera vittoria passa attraverso le mille sconfitte.

  • Social Recruiting: ciò che conta è la Motivazione

    Social Recruiting: ciò che conta è la Motivazione

    Ci sono tre domande fondamentali a cui saper rispondere per prepararsi con successo a un colloquio di lavoro: quello che sai già, quello che puoi fare e quello che vuoi davvero. Quest’ultima è la domanda essenziale, perché la Motivazione è tutto ciò che fa la differenza nel mondo odierno in cui il lavoro si trova attraverso i Social Network.

    Per prepararsi al meglio ad un colloquio di lavoro, oggi, non è più sufficiente il Curriculum Vitae.
    E’ dimostrato che la stragrande maggioranza dei recruiter non si basa sulla formazione e sugli studi del possibile nuovo candidato né su informazioni scritte.
    Se da un lato questo spiega il numero dei laureati senza occupazione, c’è da chiedersi davvero cosa conti per farsi assumere oggi da un’azienda.

    Sicuramente con il dilagare delle attività in Rete, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro avviene proprio sul Web.
    Basti pensare che oggi quasi il 90% dei selezionatori utilizza il Social Recruiting, informandosi attraverso i blog e i Social Network sull’identità del candidato.
    Poco più del 15% legge il CV e una percentuale analoga è quella riferita ai recruiter che si informano sui contatti professionali e sugli scambi di interazione sui Social Network del candidato.

    social recruiting motivazione

    Quando si ripete che l’uso dei Social Network, professionalmente parlando, deve oggi tener assolutamente conto di caratteristiche distintive come la credibilità, la trasparenza, la professionalità è anche perché la prima qualità che i recruiter cercano è l’affidabilità della reputazione online.
    Una reputazione che non si riflette solo nei post sui blog, ma anche nella qualità dell’immagine che si dà su tutti i canali social.
    La coerenza, lo stile di scrittura e interazione, la capacità di confrontarsi con detrattori o con argomenti spinosi, ma anche il carattere del candidato, le predisposizioni, le doti, l’abilità di assumersi rischi e responsabilità.
    Curare il proprio personal branding su blog e su Social Network significa prima di tutto, quindi, coltivare la propria rete di relazioni lavorative.

    Ci sono, tuttavia, tre domande fondamentali a cui il candidato deve sapere rispondere, oltre naturalmente a dover conoscere al meglio l’azienda a cui si propone.
    E dal punto di vista del recruiter la risposta a queste tre domande è molto più importante di tutte le ricerche che può fare sul Web riguardo al candidato.

    Cosa so già, cosa posso fare, cosa voglio fare.

    Cosa si sa fare è facile dirlo.
    Una volta che, attraverso il Social Recruiting, si è di fronte alla persona incaricata di assumerti o meno, basta forse solo tirare il fiato.
    Imparare ad essere il più semplici e diretti possibile.
    E’ la nostra genuinità che conta di fronte a questa domanda: perché la risposta è di per sé data dagli studi, dall’istruzione, dalla formazione e dalla cultura che abbiamo maturato.
    Qui il segreto non può che essere la sincerità.
    Qualsiasi bugia si svelerebbe in pochissimo tempo, senza darci più alcuna possibilità di recuperare la posizione di lavoro.
    Un “non lo so fare” non discrimina affatto il risultato di un’assunzione, anzi: circoscrive le reali abilità del candidato e semplifica qualsiasi futuro compito o relazione di lavoro.

    Che cosa si può fare è già un concetto più complesso.
    Significa saper valutare la propria capacità di apprendimento, la velocità nell’imparare mansioni nuove, l’abilità di acquisire nuove funzioni lavorative.
    Sta a noi saperlo.
    Chi è di fronte a noi difficilmente – anche attraverso il Linguaggio Non Verbale – riesce a capirlo.
    E’ qualcosa che trascende dall’attuale modo di comunicare o interagire, perché oltrepassa i limiti che abbiamo nel momento presente.
    E’ una proiezione di noi nel futuro che solo noi, comprendendo interiormente le proprie potenzialità, possiamo fare.
    Sicuramente, viene chiamata in causa in primo luogo la flessibilità e la dinamicità della nostra identità.

    Quanto, in altre parole, la nostra personalità può cambiare per adattarsi a qualcosa che non si è già acquisito, che ancora non si è sperimentato, ma si può imparare. E con quale efficacia, con quale velocità, con quale elasticità mentale possiamo saperlo solo noi, ascoltando le nostre paure e i nostri limiti.
    Siamo a che fare direttamente con i nostri blocchi e condizionamenti.
    Ci viene chiesto se siamo in grado di uscire dalla nostra Confort Zone e questa è una consapevolezza che possiamo avere solo noi.
    Non ha più importanza cosa siamo stati fino ad ora: la domanda che ci viene posta è se possiamo cambiare. Essere qualcos’altro e fare qualcos’altro.
    Un suggerimento: basta guardarsi indietro e ricordarci di quanti passi abbiamo fatto, in quanto tempo e con quale sforzo, per dare a noi stessi una risposta. Per essere consapevoli di cosa possiamo veramente fare della nostra vita.

    Ciò che, tuttavia, è veramente difficile è riuscire a capire cosa vogliamo fare. E, naturalmente, convincerne il recruiter.
    La domanda più difficile, la risposta più importante.
    Perché entra in gioco da protagonista uno dei comportamenti – inconsci e consci – principali dell’essere umano: la Motivazione.
    Non si può descrivere questo aspetto in poche parole. Tuttavia, si può dire senz’altro che nasce da una predisposizione interiore potentissima ed essenziale, capace di mettere in moto qualsiasi nostra azione.
    Dalle pulsioni agli istinti, dagli obiettivi alle ambizioni, conscio e inconscio creano questa caratteristica umana senza la quale si soccomberebbe, si fallirebbe, non si raggiungerebbe mai la meta prefissata.
    La motivazione è il motore dell’agire umano, quella molla che ne detta la direzione, ne spiega le scelte, completa l’apprendimento e realizza ogni aspirazione e desiderio.

    Nella storia della psicologia, la Teoria sulla Motivazione ritenuta ancora oggi più rilevante è quella della Piramide dei Bisogni dello psicologo statunitense Abraham Maslow.

    social recruiting piramide bisogni maslow

    Lo studioso identifica sei categorie di bisogni – le motivazioni, appunto -, che vanno dal più semplice al più complesso in una scala prettamente gerarchica. Se uno di questi bisogni non viene pienamente soddisfatto, l’individuo non sentirà l’esigenza di procedere alle motivazioni successive della scala.
    Alla base della Piramide ci sono, naturalmente, i Bisogni Fisiologici legati espressamente alla sopravvivenza dell’uomo.
    Al secondo posto c’è la necessità di Sicurezza, quindi di entrare in contatto con un gruppo che possa proteggere. Il Bisogno di Appartenenza al Gruppo si posiziona, tuttavia, solo al terzo gradino della Piramide, una volta che l’individuo si è già rassicurato di “esistere” per il resto della specie umana. Seguono i Bisogni di Stima e Riconoscimento: l’individuo è ormai parte integrante del gruppo e ora cerca un riscontro sociale e un’interazione.
    Più in alto nella scala, al quinto posto, l’individuo che ormai è diventato un essere relazionale cerca una sua Indipendenza.
    Sembra una contraddizione e non lo è.
    Il confine tra l’Io e il Noi è essenziale da marcare per poter realizzare interiormente una vera e propria autonomia, per potersi dare degli Obiettivi di Autorealizzazione.
    E’, infatti, proprio in cima alla Piramide dei Bisogni che l’uomo cerca di raggiungere le proprie ambizioni, di far avverare i propri sogni, di spingersi sempre più in là per sviluppare tutte le proprie potenzialità.

    Naturalmente, è a quest’ultimo livello della scala evolutiva che si fa riferimento quando si parla di sapere cosa si vuole fare durante un colloquio di lavoro.
    E’ quello che conta più di tutto, perché è in gioco la nostra Motivazione a realizzare i compiti proposti.
    Ciò che fa la differenza è l’abilità di convincere il recruiter della nostra determinazione a raggiungere la meta, a svolgere le mansione richieste e ancora di più: ad avere ambizioni personali.

    Buttare il cuore più in là, oltre le nostre paure di fallimento.
    Perché più in alto andiamo, più rischiamo di farci male.
    La paura e l’insicurezza sono naturali, sono l’altra faccia della medaglia.
    Il desiderio di evitare l’insuccesso e il dolore della delusione è inevitabile, ma inesorabilmente abbassa il livello delle aspirazioni.
    Purtroppo, la paura di fallire ha un odore che viene riconosciuto molto in fretta.
    Quindi in fretta è necessario imparare a dominarla.
    Controllarla, gestirla.
    E’ questa padronanza ciò che prima di tutto viene richiesto e ciò che determinerà l’assunzione.

    La passione non può prescindere dall’impegno.
    Questo significa davvero avere voglia di fare.
    E’ così che si cresce, che si ottiene un lavoro, che si conquista una meta: il meglio di noi dev’essere solo il punto di partenza.
    Velocità, competenza e potenza sono tutti valori solo da spostare. Più avanti ogni giorno.
    Perché tutti noi siamo nati con dei limiti e la nostra sfida è quella di superarli.

  • Sui Social Media i contenuti si leggono meno, ecco qualche spiegazione

    Sui Social Media i contenuti si leggono meno, ecco qualche spiegazione

    Meno del 70% degli utenti di Facebook legge veramente i contenuti di un post prima di condividerlo o commentarlo. Ci si ferma al titolo. Ci si ferma al nome dell’Influencer che l’ha scritto. E’ il risultato di uno studio che rivela una preoccupante superficialità individuale, sociale e culturale. Vediamo insieme quali possono essere le motivazioni psicologiche.

    The Science Post ha pubblicato un recente studio della Minnesota Academy of Science and Art, condiviso inizialmente da Matteo G.P. Flora, che conferma ciò che gli esperti del settore suppongono da tempo. Solamente il 70% (precisamente il 68,4%) degli utenti di Facebook legge veramente il contenuto di un post prima di aggiungere una reazione, un like, un commento o di farne una condivisione.
    Ci si ferma al titolo.
    Tant’è che l’articolo originario non riporta altre informazioni dopo la notizia. Ottenendo, a sua volta, un numero esorbitante di condivisioni: ad oggi più di 50 mila.

    Certo, chiunque abbia condiviso un post che conferma una ricerca esemplare e che procede con “Lorem ipsum dolor sit amet…” – il testo pseudo-casuale utilizzato da grafici, designer e programmatori – si è divertito.
    Ma a sua volta ha dato prova di quanto vengano letti solo i titoli e non i contenuti, dal momento che l’articolo procede in latino prendendosi beffe dell’originaria opera di Cicerone.
    Cerchiamo di approfondire le motivazioni di tale comportamento, per altro di quotidiana esperienza.

    contenuti facebook

    Sono tantissime, da un punto di vista sociale e psicologico, le cause di questo modo di “usare” i Social Network.
    Non si parla, infatti, solo di Facebook, ma di tutti i canali Social in cui i professionisti quotidianamente scrivono e vengono letti.
    Retweettati, condivisi e, ancora più gravemente, commentati.
    Si commenta ciò che non si è letto. Si commenta anche ciò che si è letto e non si è capito.
    Senza chiedere spiegazioni, senza approfondire da soli la materia, senza accettare e preferire il silenzio.

    Chiedere spiegazioni e chiarimenti all’autore di un post è un po’ come ammettere di non sapere tutto.
    E non dovrebbe essere assolutamente così?
    Se – come si prevede – il futuro dei Social Network e dei Blog andrà sempre di più verso la verticalizzazione, verso la ricerca di una nicchia di utenti interessati a un solo genere di argomento, vince proprio chi resta specializzato in una competenza distintiva, che appaghi un solo segmento di mercato.
    Ne consegue, quindi, che sapere tutto non solo è umanamente impossibile, ma in Rete è un atteggiamento perdente e disprezzabile.

    Il primo motivo – senza volersi addentrare nelle controversie del caso – è senz’altro legato al concetto di Influencer.
    Appena si trova il nuovo post di un Influencer parte di default il primo like e il primo commento.
    Di cosa stia parlando l’Influencer lo dice il titolo, e questo è sufficiente.
    Il 70% delle persone non va oltre al titolo, anzi, non va neppure oltre al nome dell’Influencer.
    L’Influencer sta al “gioco”?
    Sì, perché conosce perfettamente questo fenomeno e i suoi numeri aumentano.
    Aumenta l’engagment, buono o cattivo che sia.
    Quanti esprimano concretamente la loro frustrazione, pur garbatamente parlando, perché i commenti ricevuti non c’entrano nulla col contenuto lo lascio dire a voi.
    Personalmente – Influencer o meno – quando dai commenti mi accorgo che il mio post è stato veramente letto e compreso per prima cosa mi stupisco, e per seconda ringrazio.
    Ringrazio molto. Perché è solo allora che la mia pubblicazione sul Blog e su un Social Network ha avuto il senso atteso: l’interazione.
    L’interagire di opinioni anche contrastanti. Anzi meglio: ci si confronta e si impara reciprocamente qualcosa di nuovo.
    Si lavora per il giusto scopo: crescere, creare nuove idee, fare Innovazione.

    Il bisogno di fare parte di un gruppo, di non essere esclusi dal gruppo è prevalente.
    Ecco la seconda motivazione.
    E’ un bisogno che, tuttavia, si scontra con un’altra esigenza umana fondamentale: quella di distinguersi dal gruppo.
    Far emergere la propria unicità.
    Sono le nostre due facce sociali e psicologiche e, ovviamente, si riflettono nel comportamento sui Social Network come in ogni modo di relazionarsi offline.
    Non condividere e soprattutto non commentare un post che è popolare è come non esistere per il mondo del Web.
    Non dire la propria è quindi non esistere. Una paura immensa: non vera, ma reale.
    Nulla di più falso, e – professionalmente parlando – di più sconveniente.
    Perché commentare fermandosi a leggere solo il titolo – che magari è una provocazione, e naturalmente è dettato da esigenze SEO – rivela in pieno la superficialità del proprio comportamento.

    Una superficialità estremamente dannosa a livello sociale e culturale, ancor più in un mondo come quello dei Social Network, dove il flusso di informazioni e di pubblicazioni è velocissimo e in cambiamento costante.
    Uno dei coautori dello studio, Arnaud Legout, sostiene infatti che

    Nella cultura di oggi, le persone formano le loro opinioni senza fare nessuno sforzo per andare più in profondità“.

    Una superficialità che psicologicamente parlando, tuttavia, si riconduce più che altro a una forte insicurezza personale.
    La maggior parte dei commenti non adeguati ai contenuti, infatti, riflette il bisogno di apparire e di ricevere approvazione sociale coi successivi like e commenti.
    Una carenza di autostima mascherata molto bene, dal momento che in ogni caso – e soprattutto su Facebook – ogni commento può diventare un gioco.
    E questo è sanissimo: l’ironia, l’autoironia, il mettere sul ridere e sdrammatizzare i post è fondamentale. E’ così che si instaurano le relazioni virtuali, che nascono amicizie che spesso si concretizzano offline.
    Il gioco è sempre qualcosa di estremamente sano, nel nostro lavoro come nella realtà.
    E non solo perché conduce alla creatività e al pensiero laterale, ma perché ci fa rimanere autentici.

    C’è una trappola, però.
    Un limite sottile quanto fastidioso e spinoso tra lo scherzare – lo scherzare lavorando – e la ricerca di una gratificazione personale.
    Che sia immediata.
    Nella comunicazione online, dove l’iperconnessione ha cambiato il modo di interagire, il bisogno di rinforzi positivi alla propria autostima si esprime proprio in una richiesta di riconoscimento immediato.
    E questo riconoscimento sui Social Network arriva effettivamente in tempo reale.
    Una soluzione magica per innalzare l’autostima?
    No. Perché la dimensione temporale delle interazioni è talmente fugace da non poter certo colmare vuoti o necessità personali non affrontate interiormente.

    Un’ulteriore riflessione riguarda la qualità delle emozioni che maggiormente spingono a commentare post non letti.
    Sono i titoli che rimandano ad espressioni di felicità, spensieratezza e positività quelli maggiormente condivisi, subito seguiti da quelli che generano, invece, ansia, paura e rabbia.
    Non solo si è in cerca di belle notizie, quindi, ma anche di mantenere aperto un canale che sia di sfogo all’aggressività.

    Ancora una volta, le motivazioni psicologiche del comportamento sui Social Network sono inscindibilmente legate al mondo emozionale.
    Sono le paure, le insicurezze, gli stati d’animo anche passeggeri a dettare il modo di vedere il mondo e lavorare.
    E la superficialità diventa, paradossalmente, un ottimo scudo per nascondere l’identità reale e proiettarne nel mondo una migliore.
    Una maschera che serve soltanto a se stessi e non certo al proprio successo professionale.

  • Il Valore aggiunto nel Marketing, da un’esperienza di Public Speaking

    Il Valore aggiunto nel Marketing, da un’esperienza di Public Speaking

    C’è un Valore aggiunto che oggi può rafforzare il Marketing ed è fondamentale in un mercato dove la competizione è serrata e i prodotti o servizi quasi comparabili. E’ il valore dei Sentimenti. La capacità di instaurare Relazioni con un Cliente che empaticamente diventa Persona. Ecco la mia esperienza di Public Speaking al Marketing Forum di Richmond Italia.

    Era da moltissimi anni che non mi capitava di parlare in pubblico: ai tempi mi occupavo di coaching in aula e di formazione sulla psicologia comportamentale e clinica.
    Grazie alla mia partnership con Francesco Russo e a questa mia rubrica #InSideWeb, sono stata contattata da Richmond Italia Srlun network che, da ben 26 anni, è specializzato nell’organizzazione di eventi business-to-business.
    Il lavoro di Richmond è quello di far incontrare la domanda e l’offerta in modo mirato, innovativo ed efficace, mantenendo sempre al centro i bisogni reali dei Marketing Manager.

    Si tratta di un’esperienza davvero unica: due giorni di conferenze, workshop e incontri di B2B, ma anche di momenti di relax, aperitivi e cene, in cui i Direttori Marketing e Comunicazione delle principali imprese italiane si conoscono, si confrontano e iniziano a cooperare.
    Nello splendore di Artimino – una tenuta Patrimonio dell’UNESCO in cui sorge l’antica Villa Medicea “La Ferdinanda”  si vive un’immersione totale: è lontano da scrivanie e interferenze esterne, dal quotidiano lavoro, che si realizza l’effettiva aggregazione di tutti i partecipanti, dai Delegates (Invitati) agli Exibitors (Società fornitrici) fino a noi Relatori.

    valore marketing artimino

    L’apertura plenaria di quest’anno – quindi il fil rouge di tutti i workshop che si sono tenuti – ha avuto come titolo: “Ragione e Sentimenti nel Marketing: dal valore aggiunto all’aggiunta di valori”.
    Quali siano, quindi, i valori che grazie ad Emozioni e Sentimenti possano spingere il Marketing più in alto, renderlo più umano e al tempo stesso vincente.
    Un esempio fra tutti è stata la presenza dell’Associazione Veronica Sacchiche lavora con soli volontari presso gli ospedali, praticando la ClownTerapia nata da Hunter “Patch” Adams.
    Sono stati distribuiti sacchi interi di nasi rossi, e li abbiamo portati tutti. Personalmente ne ho fatto ampia scorta anche per la famiglia.

    Ma che cosa c’entra – e questo è il punto – la terapia dei Clown nei raparti di malati cronici con il Marketing?
    Tantissimo. Tutto.
    E’ esattamente il valore aggiunto.
    E’ nell’interscambio di amore e divertimento che si dona la vita, si sorride e si fa sorridere di nuovo, si illumina il buio e la paura.
    E nel Marketing questo significa comprendere la necessità di Relazionarsi, rendere più efficace la Comunicazione, riuscire a Persuadere attraverso un rapporto salutare e vivo il Cliente-Persona.
    Il momento di gioco, sentimento e magia, in cui le persone coinvolte dimenticano il loro disagio, rimette in gioco la parte sana: parlando di Marketing, dunque, la Creatività, il Pensiero Laterale, la possibilità di Innovare.

    valore marketing artimino speaking

    Il Marketing acquista un immenso valore aggiunto non solo con la Ragione, ma soprattutto grazie al Sentimento delle Persone.
    “Possiamo tutti essere portatori sani di valori, poiché con le Competenze si fanno le cose, ma con i Valori si fa la Differenza“. E ancora “fa vendere più un grammo di Emozione che un chilo di Marketing” (Dott. Luciano Ziarelli, Smile Manager).

    Non abbiamo, quindi, bisogno tanto di imparare nuove Tecniche di vendita, quanto di potenziare l’Intelligenza Emotiva, imparando a reinterpretare le conoscenze che già abbiamo con nuova passione ed empatia.
    Come già scritto nel post “Ridi! Migliorerà il tuo lavoro sul Web”  l’espressione spontanea di emozioni – come una risata – è qualcosa di serissimo, perché riduce lo stress, aumenta la salute, e – riferendoci al Marketing – rende più efficace la Vendita, potenziando la Comunicazione Persuasiva.

    L’Economia della Conoscenza e il Rapporto Umano con il Cliente-Persona prendono il sopravvento nel mercato globale, nelle dinamiche di intermediazione e relazione tra i protagonisti dell’intera filiera, da chi ha l’idea a chi utilizzerà il prodotto o servizio che ne nascerà.
    Oggi, per le Aziende e Brand in serrata competizione e, al tempo stesso, sempre più comparabili fra loro per i servizi e prodotti offerti è il Valore aggiunto delle Relazioni Personali che assume un ruolo centrale per poter fidelizzare il Cliente.
    Conquistarlo.
    Certo ci vuole una grande preparazione professionale (Ragione), ma il cliente tornerà lì dove si è sentito capito, trattato lealmente e ascoltato con empatica partecipazione (Sentimento).
    Il Fattore Umano dato dall’Intelligenza Emotiva diventa indispensabile al Marketing.
    Esattamente quanto il valore di un Sorriso.

    Così, dopo vent’anni di Psicologia Clinica e solo quattro di scrittura di contenuti sul Web, mi sono trovata a sorridere anche io, mentre tenevo il mio workshop di fronte a Direttori Marketing di grandi aziende nazionali.
    E al di là del sorriso – 
    che mi è particolarmente spontaneo – ho vinto una sfida personale importantissima: l’ansia della prestazione.
    Tanti sorsi d’acqua, lentamente, e via.

    Ho iniziato ogni workshop chiedendo agli Altri di presentarsi, per costruire una Community e non un’aula scolastica.
    Questo mi è servito anche per non rendermi conto di …aver già iniziato a parlare! Non c’era più bisogno di farmi coraggio.
    Ho, invece, scherzato tanto e riso anche, ma sempre insieme a chi mi ascoltava.
    Ho trovato essenziale lo spazio lasciato alle domande: una pausa che ha concesso il tempo a me di tirare il fiato e ha reso ancora più interattivi i partecipanti.
    Il dress code era piuttosto formale, quindi guardare con serenità diritto negli occhi ciascuno dei miei ascoltatori è servito a smorzare ogni etichetta e ad aprire quel canale potentissimo che è la Comunicazione Non Verbale.

    Certo il Web e i Social Network non sono il luogo per questo tipo di Comunicazione.
    La non presenza fisica azzera tempo e spazio.
    Ma lì, in aula, camminando lentamente verso chi mi ascoltava o semplicemente usando i gesti per sottolineare i concetti fondamentali del mio discorso, la Comunicazione Non Verbale ha vinto su tutto.
    Lo sguardo è un canale diretto: si capisce immediatamente chi ha dei dubbi e ci si ferma. Il battito delle ciglia batte il tempo della comprensione di chi ascolta.
    L’agiatezza degli ascoltatori si vede dalla postura, e significa successo: sei seguito con vero interesse, sei accolto con benevolenza.
    Lo stesso tono della mia voce è cambiato, migliorando, nei diversi workshop: non c’è bisogno di parlare a voce alta, è la fermezza del tono che conta.
    E un ultimo consiglio, se avete una platea grande e confusa: quando percepite di non venire ascoltati, o c’è troppo rumore, è sufficiente semplicemente tacere.
    Il silenzio è più forte di qualsiasi altro richiamo.

  • Quando lo smart working o essere freelance diventa strategia di vita

    Quando lo smart working o essere freelance diventa strategia di vita

    Quando la libera professione è una scelta, regala una libertà di cui è necessario assumersi anche la responsabilità personale. Perché in un mondo in cui la competizione si fonda sulla flessibilità, tra Smart Working e Freelance, ci sono rischi da non correre per preservare Autenticità, Creatività ed Efficacia lavorativa.

    Sul portale nazionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, lo Smart Working è definito come la nuova modalità di lavoro di un’azienda, nella quale le esigenze personali del lavoratore si conformano, in modo complementare, con quelle dell’intera organizzazione.
    Gli obiettivi fondamentali sono quelli di favorire le condizioni dei singoli, ma allo stesso tempo di innovare i servizi dell’impresa, rendendola – grazie a questa conciliazione – molto più competente sul mercato.

    Da una parte, dunque, le singole persone possono contare sia su orari sia su spazi nuovi di lavoro – in particolare fuori dagli uffici come è l’Home Working – e conciliare le esigenze personali, dall’altra parte l’azienda stessa ristruttura le dimensioni ambientali e il funzionamento e conta sullo sviluppo completo di tutte le sue potenzialità.
    Un risultato lavorativo uguale a prima? Si suppone e ci si aspetta che sia meglio di prima.

    smart working freelance lavoro

    E’ il potere della Flessibilità del lavoro: il concetto chiave su cui convergono sia Smart Working e Home Working aziendale sia una nuova forma di lavoro ormai conosciutissima, quella del Freelance e del Libero Professionista.
    Come scrive Francesco Russo nel suo post i dati rilasciati da Adecco Italia sulle assunzioni a tempo indeterminato nel 2015 evidenziano come, anche in Italia, comincino ad affacciarsi concetti come smart working e freelance.
    Nel 2020 negli USA si stima che già il 50% dei lavoratori sarà costituito da liberi professionisti, mentre in Italia da oggi a cinque anni “quando si chiede “come ti vedi fra 5 anni?” 3 su 4 (il 74% dei lavoratori) si vede come lavoratore dipendente, mentre solo il 22% risponde che svolgerebbe una professione autonoma”.

    Approfondendo il significato attribuito al lavoro, continua Francesco Russo: “il 42% degli intervistati vede il contratto a tempo indeterminato come una tutela e solo il 19% come una costrizione”.
    E questo, dal punto di vista psicologico, è un dato estremamente rilevante.
    Certo si sa che la stabilità lavorativa è la moneta di scambio, ma ci si chiede concretamente se la flessibilità sul lavoro possa realizzare uno stile di vita migliore.
    Più rispettoso delle condizioni umane e sentimentali – in termini di aspettative e qualità della vita -, meno stressante e anzi più aperto a una crescita professionale e personale.

    Purtroppo la libera professione non è sempre una scelta.
    Tuttavia, lo è sempre di più e – quando lo è – significa dover fare prima ancora una vera e propria scelta di vita.
    Spazio, tempo, priorità.
    Domeniche. Vacanze.
    Iniziare il lavoro di freelance o di libero professionista significa riguadagnare potere decisionale su queste variabili.
    E prendere decisioni, psicologicamente parlando, è sempre la via più difficile.
    Scegliere e decidere di sé implica necessariamente aver fatto prima almeno una pausa – magari solo interiore – sufficiente ad essersi ascoltati per capire cosa si vuole diventare da grandi. E non è affatto un giochetto da bambini.
    Decidere fa paura, perché la libertà fa paura.
    E fa paura perché la responsabilità cade tutta su di noi.

    Flessibilità lavorativa vuol dire imparare ad amministrare e coordinare il tempo e le mansioni da soli, ottimizzando la libertà di muoversi e diversificando le competenze, per realizzare al meglio il proprio potenziale intellettivo, conoscitivo e lavorativo.
    Piegarsi e non spezzarsi? L’elasticità è questo.
    Una condizione veramente difficile per la mente umana: per rimanere vigile e creativa al tempo stesso deve costantemente aggiornare le informazioni immagazzinate, ampliare e diversificare la precedente formazione e restare comunque aperta a ricominciare da capo.
    Ricominciare in altri ambiti, in altre modalità, e a volte proprio da zero.
    Senza che questo comporti un senso di fallimento.

    Esiste un limite nella nostra psiche che non va superato: quello di mettere a repentaglio la propria stabilità interiore e la natura della propria personalità.
    Il costo psichico sarebbe quello di una quota d’ansia quotidiana e un livello dello stress insuperabili da gestire, che a loro volta non possono che annientare tutti nostri sforzi.
    L’identità personale percepita è il caposaldo da conservare.
    Tutti noi abbiamo un‘immagine di quello che siamo, spesso incoscientemente alterata da vissuti precedenti o da ambizioni più o meno soddisfatte. E’ esattamente quell’immagine quella che va preservata.
    Al costo – non reversibile – di arrivare a una frammentazione del senso di sé.
    Esiste un nucleo di noi, la nostra Autenticità, che è il bene più prezioso che abbiamo.
    Lo riconosciamo – e lo riconoscono gli altri – nel nostro modo di parlare più spontaneo, nel nostro modo di pensare, usare il Linguaggio Non Verbale, confrontarsi rimanendo fedeli a se stessi. Coerenti.
    Coerenza non come concetto morale, ma come parametro per non smarrire se stessi.

    E’, quindi, necessario imparare ad adattarsi alla flessibilità.
    La dottoressa Mary-Anne Barclay, dell’Università del Queensland in Australia, ha condotto una ricerca in cui sono stati identificati i fattori di maggior rischio psicologico e sociale della flessibilità al lavoro.
    Secondo il suo team di ricerca (2013), i fattori cruciali da non perdere di vista sono il Controllo e la Gestione del Tempo, le Relazioni Interpersonali – soprattutto le relazioni di coppia – e le Risorse Fisiche e Nervose.

    In primo luogo i danni sulla salute: l’esaurimento di forze comporta non solo squilibri psicologici di ansia e stress, ma tende con facilità estrema a somatizzarsi, provocando alterazioni negative del sistema immunitario e digerente.
    L’affaticamento cerebrale comporta poi, anche se ostinatamente non vogliamo accorgercene, una diminuzione della concentrazione e della memorizzazione di nuove informazioni.
    Non solo si è più stanchi e più nervosi: si è anche più distratti e si produce di meno.

    Certo rimane il fatto che – nel lavoro autonomo – “più lavori e più guadagni”, e ovviamente è per questo che si tende a spingersi fino al limite delle proprie possibilità mentali e fisiche.
    Eppure quel limite va definito con una strategia di vita, che va rispettata esattamente come si rispettano le strategie lavorative.
    I vantaggi saranno moltissimi: gestire il tempo dedicato al lavoro rispettando gli intervalli necessari ai ritmi biologici (sonno/veglia e alimentazione) e al riposo mentale porta sicuramente ad avere una marcia in più, una volta rientrati.
    Si può sperimentare facilmente come, allontanandoci dal lavoro – dalla nostra continua connessione – possiamo ridimensionare con equilibrio i problemi, scoprire soluzioni, trovare un livello decisamente più alto di creatività e produrre di più.
    E molto utile è alternare il lavoro solitario con modalità di lavoro in spazi di Coworking, dove potersi relazionare, confrontare, stimolarsi a vicenda, ma dove è anche più facile fare una pausa per un caffè.

    Il lavoro autonomo si traduce, dunque, in una sfida: se da un lato viene scelto (quando viene scelto) per la libertà di autogestirsi e di conciliare lavoro e vita privata, dall’altro presenta rischi perfettamente riconoscibili.
    Assumerci la responsabilità di noi stessi, della nostra salute e del rispetto della nostra Autenticità, rimane il primo passo da fare.

  • Gli Ibridi Digitali: innovazione e mente aumentata

    Gli Ibridi Digitali: innovazione e mente aumentata

    Gli Ibridi Digitali sono quella fascia della popolazione digitale che si colloca tra il 1970 e il 1980. Benché sia una classe ristretta, è centrale ed essenziale nella costruzione della Conoscenza, della Cultura e delle elaborazioni relative alla Rete. Perché la Rete è nata con loro e con la loro Innovazione. Approfondiamo l’argomento insieme a Matteo Piselli.

    Abbiamo già parlato di come pensano e apprendono i Nativi Digitali, ovvero chi è nato e cresce oggi già con tutte le tecnologie digitali e l’utilizzo costante della rete.

    Approfondiamo ora quella che è stata, invece, l’evoluzione del pensiero e del modo di apprendere degli Ibridi Digitali, grazie all’intervento dell’esperto Matteo Piselli, Consulente, Teacher e Public Speaker specializzato in Cultura Digitale.
    << L’ibrido Digitale nasce tra il 1970 e il 1980, è un appassionato di tecnologia, ma ha dovuto aspettare molti anni per vedere la fantascienza diventare scienza.
    L’alba dell’epoca digitale domestica si può collocare nei primi anni Ottanta, quando i principali media cominciano a rendere accessibile la tecnologia alle persone comuni. Film come War Games (1983), dove un ragazzo patito d’informatica rischia di scatenare la Terza Guerra Mondiale con il suo PC, Tron (1982), primissimo esempio di CyberSpazio, Terminator (1984) che racconta la conquista del mondo da parte delle macchine e molti altri ancora, hanno contribuito a creare una generazione di affamati di tecnologia, cresciuti con desideri che si sono realizzati, ma troppi anni dopo.

    Le risorse tecnologiche a disposizione dei Nativi Digitali di oggi sono scontate e non riguardano più una piccola fetta della società, ma onestamente chi non ha potuto vivere l’evoluzione digitale dall’inizio non è in grado di apprezzarne a fondo i vantaggi, non ha i termini di paragone per farlo.
    L’ibrido Digitale ha avuto la possibilità di fare molte cose in due modi: analogico e digitale: fotografia, musica, film, libri, giochi, comunicazione, televisione, radio… per questo forse ha qualcosa in più da dire>>.

    ibridi digitali

    Si tratta, dunque, di distinguere non solo anagraficamente la società moderna: tra Nativi Digitali e Tardivi Digitali – chi ha incominciato a scoprire Internet e usare i Social Network da pochissimo – esiste una fascia considerevole di persone definite Ibridi Digitali, o anche Immigrati Digitali.
    Non si tratta di opposizioni né di rigide divisioni sociali.
    Gli Ibridi Digitali hanno grandi opportunità in più, ad esempio, quella di aiutare proprio i Nativi Digitali a comprendere il valore del tempo, dell’attesa, della comunicazione personale, della condivisione di emozioni vive.
    Anche, sì, delle inefficienze, dei tempi morti e delle lentezze.

    Facciamo insieme un piccolo passo indietro per capire meglio da un lato la grande innovazione fatta dagli Ibridi Digitali, dall’altro il necessario raggiungimento di una saggezza, cioè di un’educazione digitale estesa ad ogni età.

    Lo scrittore statunitense Marc Prensky, consulente e innovatore nel campo dell’educazione e dell’apprendimento, ha sostenuto in un libro famoso quanto controverso e discusso che sia ormai arrivato il tempo di mettere insieme ciò che è importante del passato con gli strumenti del futuro.
    In questo saggio, egli dimostra che un uso intelligente della tecnologia potenzia la mente e le sue abilità, piuttosto che inibirle.
    Gli Ibridi Digitali avrebbero, quindi, proprio una “mente aumentata”.
    Quando mente e tecnologia estendono reciprocamente i rispettivi potenziali, cambia di fatto il funzionamento cognitivo.
    La nostra capacità di pensiero logico-deduttivo e di pensiero laterale – quello che dà vita ad ogni forma di Creatività -, le conoscenze pregresse, le esperienze umane e le emozioni, nonché funzioni fondamentali come la Memoria, la Concentrazione, la Comunicazione Non Verbale e la capacità di Relazionarci dal vivo, possono combinarsi con possibilità tecnologiche oggi infinite.
    Col risultato di un’Innovazione sociale e personale esponenziale.

    Ciò che per Prensky è, tuttavia, fondamentale è trovare il giusto equilibrio: una vera e propria saggezza digitale, ovvero un’interconnessione tra umano e tecnologico che sia appropriata e formativa, per le nuove generazioni e per quelle più anziane degli IbridiDigitali.

    Il filo che corre lungo tutto il pensiero della Mente Aumentata è, ancora una volta, il modo: fa la differenza il modo di comprendere, di orientarsi, di utilizzare e di condividere, di saper porre dei paletti quando serve e imparare i giusti parametri di pensiero.
    Saper guardare oltre all’occorrenza immediata per capire quali siano le possibilità presenti e future che abbiamo.

    Gli Ibridi Digitali sono oggi una fascia ridotta, ma centrale ed essenziale nella costruzione della Conoscenza, della Cultura e delle elaborazioni relative alla Rete.
    L’ha vista nascere, quando ancora non era dominio di tutti perché non tutti avevano in mano già gli strumenti per capirla, usarla e relazionarla costantemente col mondo che c’era prima.
    Dai gettoni telefonici e i citofoni, certo non si pensava si arrivasse a fare “uno squillo così scendi di casa”.
    Dalla carta stampata e le imponenti (e bellissime) enciclopedie, certo non si immaginava potessero esistere motori di ricerca che in un lampo danno risposta a tutto.
    C’era anche “l’amico di penna”, con cui la scuola ti metteva in contatto perché abitava al di là del mondo.
    E si aspettavano le lettere, con le buste affrancate e ripiene di fotografie. Solo quando arrivava quella lettera tanto attesa sapevamo chi era e che volto avesse il nostro amico.
    Facebook? I compleanni ce li ricordavamo perché li segnavamo sul calendario e la nostra Memoria era certamente più sviluppata.
    Con i Social Network, oggi, abbiamo una Relazionalità diversa: è attraverso uno schermo che interagiamo con gli altri, conoscendo persone con cui scambiare pensieri, opinioni ed emozioni, senza più dare valore alla distanza fisica.
    Spazio e Tempo vengono scardinati da altre dimensioni: il RealTime e il filtro della non-presenza.

    Interagire attraverso uno schermo rende più facile l’espressione di idee e sentimenti, col rischio di perdere consapevolezza del necessario equilibrio tra pubblico e privato.
    La Comunicazione è immediata, assume modalità del tutto inedite e molto più dinamiche e fluide, sicuramente più efficaci.
    Col pericolo, però,  di un’interferenza continua nella nostra vita, tanto forte da risvegliare la necessità di nozioni sulla Privacy.
    L’iperconnessione rafforzata dall’uso dei dispositivi mobili e la tecnologia che arriva all’Intelligenza Artificiale hanno fatto e fanno paura a molti, come fossero la minaccia alla nostra manualità, alla nostra stessa capacità di pensare, creare e approfondire nozioni ed emozioni.
    E certamente fa impressione pensare che solo 30/40 anni fa il telefono non lo si poteva staccare dal muro o dal filo e, se si usciva di casa, non si era raggiungibili e basta.

    Le polemiche sulla distinzione tra generazioni si sono sprecate.
    Col pensiero comune implicito che i Nativi Digitali siano comunque quelli più veloci e chi è nato prima più imbranato e nostalgico.
    Tuttavia, se è il modo, la modalità di utilizzo di uno strumento, a fare la differenza quello che veramente occorre alla nostra Mente Aumentata è rafforzare ed estendere la Consapevolezza.
    Rafforzare ed estendere la formazione digitale.
    Perché solo attraverso una reale e concreta formazione digitale – quella saggezza di cui parlava Prensky – l’Innovazione trova un significato e può spingersi, senza fallire né perdersi nulla, oltre i nostri confini.

  • L’Innovazione nell’Era del Digitale: ecco come nasce

    Si parla sempre tanto di Innovazione, perfino a sproposito. In realtà, l’Innovazione è il risultato di un processo mentale e psicologico molto complesso, che mette in primo piano il Pensiero Divergente o Laterale. Innovazione Personale, di Gruppo e di un’intera Organizzazioni sono le tre dimensioni inscindibilmente intrecciate tra loro per poter raggiungere il successo.

    Di Innovazione si parla sempre più spesso, a volte perfino a sproposito.
    Tutto ciò che è Innovazione rimbalza sul Web e si diffonde più rapidamente che mai: si può dire che, nell’Era Digitale, Innovazione è una delle “parole” più amate e ricercate.
    Il processo psicologico dell’Innovazione, tuttavia, è qualcosa di molto complesso ed è continuo oggetto di studi da parte della Psicologia Sociale, che si interfaccia quotidianamente con una tecnologia in continua espansione ed evoluzione.

    Premessa fondamentale per capirne la natura è la sua definizione: 

    per Innovazione si intende l’introduzione di idee, processi o prodotti nuovi e utili che si possono applicare a tre dimensioni. Quella Individuale, quella di Gruppo e quella più ampia di un’intera Organizzazione.

    Queste tre dimensioni, per quanto distinte, sono tuttavia intrinseche tra loro.


    Come in una trama di tessuto.

    E’ un processo interattivo, dunque, quello che dà vita all’Innovazione: la creatività della singola persona s’interfaccia con le dinamiche sociali in modo costante e complesso, intendendo per Complessità l’elaborazione articolata e composita di pensiero e azione.
    Lo spirito creativo del singolo non è sufficiente per produrre Innovazione, ma rimane il punto di partenza per quell’incontro e scontro di idee che determinerà la nascita dell’Innovazione – la produzione, l’adozione e l’implementazione di idee e prodotti nuovi e utili -.

    Perché si parla di scontro?
    Questo è il punto fondamentale.
    Facciamo insieme un piccolo passo indietro.

    Lo psicologo statunitense Guilford fu uno dei primi a sostenere che il pensiero umano si divide in “Pensiero Convergente e Divergente”.
    Il Pensiero Divergente è un processo fluido ed estremamente flessibile, che va controcorrente, elaborando ipotesi dai punti di vista più disparati, uscendo dalla logica deduttiva consueta del Pensiero Convergente.
    La sua caratteristica distintiva è proprio quella di non adattarsi alla coerenza del Pensiero Convergente – che è conforme e logico -, e di spaziare in modo anticonvenzionale selezionando idee spesso contrastanti.
    Proprio per queste caratteristiche il Pensiero Divergente – più spesso chiamato Pensiero Laterale – è la fonte principale della Creatività.
    Sicuramente, tale pensiero è il più efficace strumento intellettivo che abbiamo per eliminare efficacemente i problemi e portare a una evoluzione e a uno sviluppo Innovativo.

    Si tratta, tuttavia, di un “pensiero ribelle”, che generalmente si scontra con opinioni e giudizi altrui proprio per la sua natura anticonformista.
    E questo scontro è fondamentale.
    Un noto studio orientale di Farh, Lee & Farh (2010), Task Conflict and Team Creativity rivela, infatti, quale sia il potere del Conflitto tra i membri di un team.
    I risultati emersi dalla ricerca dimostrano che un determinato grado di conflitto stimola a tal punto il Pensiero Divergente da ridurre il consenso prematuro, incrementare la creatività e, di conseguenza, giungere più facilmente all’Innovazione.

    Ci sono, tuttavia, due condizione ineludibili in questo processo.
    Perché il Conflitto possa davvero incrementare la produzione di idee nuove e utili deve poter essere “controllato”.
    Deve, cioè, raggiungere un livello ottimale di opposizione, senza sfociare in eccessive discordie che diventano sterili.
    La seconda condizione è che deve essere presente solo nelle fasi iniziali del ciclo di vita di un progetto innovativo.

    Una sorta di Brainstorming iniziale tra Pensieri Divergenti per poter “mettere in campo” tutte le sfaccettature possibili, tutte le possibili creazioni mentali, associazioni, congetture, punti di vista, intuizioni e ispirazioni.
    Tutte le risorse che abbiamo.
    E’ esattamente e soltanto nella fase iniziale di un ciclo di Innovazione che lo scontro dei pensieri è la situazione migliore per dare vita al Nuovo.
    Come avviene quando si sfregano due legni creando quell’attrito da cui nasce la scintilla e divampa il fuoco.

    Deve poterci essere un individuo singolo che possieda l’abilità necessaria a incoraggiare il Conflitto tra i membri di un gruppo salvaguardandone, tuttavia, la Costruttività del processo.
    Se non è un individuo singolo, “l’equilibrio dentro allo squilibrio” deve essere trovato in accordo dal Team stesso, gestendo produttivamente disaccordo e divergenza. 

    Nella fase successiva, una volta che ogni idea possibile è stata vagliata e confrontata, il Conflitto progressivamente diventa negativo per il procedere del lavoro.
    Perché se il Conflitto dura una volta che già sono state individuate le linee guida dell’Innovazione, la conseguenza immediata è il calo della motivazione delle persone coinvolte nel gruppo.
    Si è giunti, infatti, al momento in cui gli individui coinvolti devono poter trovare un nuovo accordo, su altre basi rispetto a quelle iniziali, ma in modo che sia possibile ripartire a collaborare positivamente per procedere sulla strada dell’elaborazione del processo di Innovazione.

    Di nuovo amici? Più che amici. Complici.
    Parti integranti di uno stesso processo che, come si è detto, ha la natura di un tessuto intrecciato.
    L’Individuo ha sviscerato ogni sua potenzialità, il Gruppo l’ha saputa gestire tra fase Conflittuale e Genio, l’Organizzazione può finalmente dichiararsi pronta all’Innovazione.

    A questo punto vorrei farvi un esempio eccellente di come funzioni alla perfezione il Pensiero Divergente – o Laterale – nella soluzione di indovinelli apparentemente irrisolvibili. Vi aprirà gli occhi.

    Un usuraio chiede al suo debitore in sposa la figlia come unica condizione per saldare i suoi debiti. Ad un patto: mettere in un sacchetto un sassolino bianco e uno nero e necessariamente estrarne uno soltanto.
    Nel caso venisse estratto il sassolino bianco, i debiti verrebbero annullati senza che la figlia venga ceduta in sposa. Il sassolino nero decreterebbe, invece, le nozze con l’usuraio.
    Il povero padre accetta e l’usuraio di nascosto butta nel sacchetto due sassolini neri. La figlia vede l’inganno, ma non può opporsi all’estrazione per poter saldare i debiti.
    Come se ne esce? Come può la ragazza salvare se stessa e il padre?
    Il Pensiero Convergente – logico e coerente – non riuscirebbe mai a trovare una soluzione dal momento che, di fatto, il sassolino bianco non c’è e l’estrazione è obbligatoria.
    Vagliando, tuttavia, qualsiasi ipotesi non deduttiva e utilizzando tutti i possibili punti di vista e di intuizione, il Pensiero Divergente apre le porte alla risposta vincente.

    Provate a farlo, anche voi. Utilizzate ogni vostra risorsa creativa, mettendo in gioco qualsiasi espediente intellettivo.
    Non ci riuscite?

    Ecco qui: la ragazza estrae uno dei due sassolini, che naturalmente è nero. Accidentalmente lo fa cadere, impedendo all’usuraio di distinguerlo da tutti i sassi della strada. Alle proteste dell’usuraio, la ragazza risponde che basta vedere quale sassolino è rimasto nel sacchetto: è nero, naturalmente, quindi per esclusione quello estratto non poteva che essere il bianco.
    Debiti annullati, matrimonio evitato.

    La soluzione è stata trovata.
    L’Innovazione è avvenuta?
    Non ancora, certo, ma si è evidenziato lucidamente il processo mentale e psicologico che la farà nascere.

  • Il Narcisismo sul Web: lo demonizziamo?

    Il Narcisismo sul Web: lo demonizziamo?

    Il Narcisismo, come modalità di comportamento e di comunicazione, emerge fortemente sul Web che sui Social Network, tanto che si dice che questa sia l’Era della Personalità Narcisistica. Che cosa sta dietro, tuttavia, ad un carattere narcisista? E’ giustificabile, secondo voi?

    Sul Narcisismo Digitale o, meglio, su quanto il Digitale ci renda più facilmente Narcisisti, è stato scritto moltissimo.

    In un’era in cui la nostra personalità e il nostro carattere sono proiettati nelle conversazioni sui Social Media e sugli articoli che pubblichiamo, la nostra identità è sempre più pubblica e, proprio per questo, è cambiata.
    Parliamo tutti, sempre più interconnessi, sempre più visibili.
    E anche chi non parla di sé si costruisce sul Web un’immagine molto precisa per chi legge e ascolta.
    Dichiariamolo apertamente: siamo nell’Epoca della Personalità Narcisistica, dell’auto-celebrazione, dei selfie, della focalizzazione su se stessi.
    Ma prima di tutto, cosa vuol dire Essere Narcisisti?

    narcisismo selfie web

    In realtà, il Narcisismo ha una vasta varietà di significati, che parte dalla Patologia Psichiatra fino alla semplice descrizione di un carattere sano.
    Talora perfino positivo, quando si intendere una buona stima di sé e una valutazione positiva del proprio Ego.
    E’ un carattere, tuttavia, che fondamentalmente si distingue per ben altro: scarsa empatia, vanità, presunzione.
    Una presunzione pericolosa nell’ambito sociale perché può trasformarsi da egocentrismo ad arroganza e livore.
    Altre caratteristiche fondamentali del Narcisismo consistono nel negare qualsiasi senso di responsabilità e/o di colpa e nel non sentire mai alcun rimorso.
    Le altre persone vengono considerate, più o meno consapevolmente, come mezzi per il successo personale, senza considerare il prezzo di questo atteggiamento, e questo induce il Narcisista ad amare e adulare i cosiddetti proseliti e a non accettare critiche.
    Neppure, ovviamente, quelle costruttive.

    Un carattere narcisistico difficilmente si integra nell’ambito sociale in cui è posto perché la sua superbia e altezzosità può sfociare facilmente in prepotenza.
    Gli studi rivelano che i soggetti con tali caratteristiche si ambientano e socializzano molto più fortemente con soggetti simili a loro.
    In un ambiente in cui prevale l’abbuffata di potere e l’egocentrismo, difficilmente i singoli si pesteranno i piedi l’un l’altro, proprio per poter continuare ad essere auto-riferiti e auto-centrati.

    Il Web è lo specchio ideale per ingigantire l’immagine di sé. La casa del Narcisismo, in un certo senso.
    E si può dire che il Narcisismo è il vero demone della società virtuale, che si sviluppa sul digitale e su Internet.
    Eppure c’è una riflessione importante da fare.

    Il Narcisista è di natura ipercritico nei confronti degli altri e tende alla svalutazione costante di chi s’interfaccia con lui.
    Naturalmente questa è una modalità del tutto disfunzionale nella creazioni di relazioni, sui Social Network e sul Web in particolare dove manca il Linguaggio del Corpo a compensare i rancori.
    Nulla di male – né di strano – se il Narcisista ci risulta fastidioso, indisponente, insopportabile, anche un po’ meschino.
    Perché non ha alcun diritto di porsi a giudizio di noi e delle nostre azioni.
    Eppure, quell’immagine grandiosa del Sé che si porta dietro è anche l’ombra della sua capacità di relazionarsi. O meglio, la dimostrazione della sua incapacità.
    Ecco la nota dolente.
    Stiamo toccando la verità inconscia della personalità narcisista.

    L’immagine grandiosa è, in realtà, una vera e propria proiezione di sé irrealistica e ideale.
    La motivazione per cui questo avviene è spiegata dalla necessità che il Narcisista ha di compensare quella che è una visione di sé inconsistente, modesta, insicura e fragile.
    Opposta a tutto quello che noi possiamo immaginare relazionandoci con lui.
    Alla base dello sviluppo del Narcisismo c’è sempre una mancanza di accoglienza, di risposte amorose e di accettazione infantile.
    Il Narcisista è una persona debole, intollerante tuttavia della propria stessa debolezza.
    E quell’ipercritica che ha per gli altri, è in realtà un’ipercritica che rivolge a se stesso.
    Spessissimo, il Narcisista non riconosce affatto il proprio senso di fragilità e interiorità, perché si tratta di un processo di proiezioni interiori che rimane il più delle volte inconscio.
    Se se ne rendesse conto, considererebbe indubbiamente intollerabile la sua debolezza. Crollerebbe.

    Il Web e i Social Network in particolare, che sono nati per creare connessioni, far nascere relazioni, aprire il confronto tra persone che non si conoscono e vengono da realtà completamente diverse, rende difficilmente sopportabile la presenza del Narcisista. 
    Con lui non si riesce a stabilisce un dialogo bidirezionale, alla pari. Nessun confronto.
    Lui è il leone che tutti temono e il suo giudizio – ipercritico, appunto – azzera la natura stessa dei rapporti nella realtà virtuale. Se avesse in mano il nostro specchio – e non il suo – si vedrebbe non certo un leone, ma forse forse un micetto.

    Di fatto, tristemente, è proprio il Narcisista quello che soffre di più.
    Incatenato entro schemi mentali rigidissimi, dove regna solo la competizione e mai il confronto, e dove qualsiasi sua reazione è in realtà motivata da un profondo senso di inferiorità che non accetterà mai.
    Il Narcisista è una vittima?
    In un certo senso sì, perché l’ostinata negazione dei sentimenti lo condanna a desolanti rapporti manipolatori e inautentici.
    E’ giustificabile per questo?

    Da un punto di vista evolutivo e patologico, certamente sì. L’adulto narcisista è un bambino che non ha mai avuto un amoroso riconoscimento dalla figura materna.
    Eppure, senza addentrarci in questi studi psicopatologici, il Narcisista fa male. Ferisce gli altri perché li usa.

    Se tutto questo è già difficile da gestire nella realtà quotidiana, sul Web diventa quasi impossibile, per la natura stessa dei rapporti virtuali.
    Naturalmente questa riflessione non vuole convincere nessuno a stimare una persona che ha le caratteristiche relazionali e psicologiche del Narcisista. Tuttavia, lo si può capire meglio, alla luce di questa riflessione.
    E riconoscere le dinamiche inconsce del carattere umano è, sempre, l’unica arma che abbiamo perché le nostre relazioni virtuali siano positive, diano vita ad un confronto reale e, perché no, ad una vera e propria Innovazione.

  • I Nativi Digitali pensano e apprendono diversamente

    I Nativi Digitali pensano e apprendono diversamente

    Chi nasce e cresce con le tecnologie digitali e con l’utilizzo costante della Rete – ovvero i Nativi Digitali – sviluppa geneticamente un modo di pensare e di apprendere molto diverso da quello delle generazioni precedenti. I dibattiti della Neuroscienza sono aperti e accesi. Ecco le ultime novità.

    In un articolo di Panorama del 4 aprile 2016 si legge che i Nativi Digitali pensano diversamente rispetto alle generazioni precedenti.
    In particolare, sanno più cose, la loro modalità di ragionare è più libera da schemi e preconcetti, ma si dimostrano molto più fragili alle dipendenze.
    In altre parole, chi nasce oggi e cresce con le tecnologie digitali – Internet, computer, tablet, smartphone -, su cui è possibile utilizzare le più diverse applicazioni in tempo reale, sviluppa geneticamente anche un modo di pensare del tutto nuovo.
    Questa teoria, naturalmente, è supportata da evidenze delle Neuroscienze, che mostrano come oggi siano maggiormente sollecitate aree cerebrali diverse rispetto alle generazioni precedenti (Immigrati Digitali).

    E’ dimostrato che i Nativi Digitali, quasi costantemente iperconnessi, non presentano una correlazione tra il numero di ore di esposizione alla Rete e l’aumento del quoziente intellettivo. Non sono più intelligenti?
    Lo sono diversamente.
    Imparano ciò che nel momento presente è utile e, soprattutto, lo imparano molto più in fretta, creando purtroppo in questo modo alcuni vuoti.
    Non si tratta, infatti, più di una crescita intellettiva progressiva, non si sviluppa una cultura basata su esperienze graduali di vita.
    E’ come se ogni esperienza, e quindi ogni cognizione ed emozione correlata, risultasse alla fine a sé stante. Molto più disorganizzata di quello che succedeva nel processo di apprendimento di una volta.

    nativi digitali innovazione social media

    Il pensiero dei Nativi Digitali tende ad abbandonare strutture logico-deduttive e lineari.
    E’ come se il loro pensiero si formasse prendendo altre strade, diversi circuiti neuronali, in cui di certo prevale la modalità emozionale del momento. L’interesse del real time.
    E c’è di più.
    I Nativi mostrano di avere un sapere più vasto, quasi enciclopedico, ma meno approfondito.
    Ciò accade perché quello che si impara lo si vuole condividere subito col gruppo – ovvero sul Web e sui Social Media – perché è lì che in realtà si appaga il desiderio di conoscenza.

    La velocità di apprendimento e di pensiero logico-emotivo pare ridotta a un tempo talmente insufficiente che le informazioni, le emozioni e le esperienze non riescono ad essere strutturate e immagazzinate nella Memoria (ne ho scritto qui: Internet e i Social Network: quanto male fanno alla Memoria?)
    E questo avviene per due sostanziali motivi.
    Il primo è la comodità e l’immediatezza di recuperare informazioni dalla Rete, tale per cui viene a mancare lo sforzo intellettivo di fare ricerca ed esplorare, di analizzare e dedurre. Non a caso, i ragazzi nati dopo il 1990 vengono perfino chiamati “Generazione Google”.
    Vuoi sapere qualcosa? Il primo device che hai a disposizione ti fornirà la risposta.
    Te lo dimentichi? Nessun problema, lo rintracci nuovamente in Rete.
    Il secondo motivo, come si è detto, è il fatto che si perde il desiderio più o meno conscio di formarsi una cultura, che si tratti di un corso di studi piuttosto che dell’abitudine a leggere libri e romanzi.
    Il comportamento che prevale diventa quello della condivisione col gruppo, della pubblicazione del proprio pensiero, dell’esposizione alla Rete e ai Social Media, con la tendenza a mettere in secondo piano il concetto di crescita personale e, soprattutto, di Privacy.

    Non tutti gli studiosi, tuttavia, sono d’accordo e il dibattito si accende soprattutto riguardo alla Plasticità Cerebrale, ovvero la capacità di Modulare l’Intelligenza in base alle diverse situazioni e alla capacità di apertura mentale, dialogo, scambio di informazioni per un miglior adattamento della specie umana.
    Uno dei pionieri in questo campo della Neuroscienza sostiene, infatti, che la stimolazione cerebrale continuativa e potenziata – gli input della Rete – porta ad un vero e proprio ispessimento di precise aree sensoriali del cervello.
    E’ come se le aree della corteccia cerebrale si modifichino in base al numero e alla frequenza delle stimolazioni. Cresce il numero dei neuroni?

    Questi studi sono essenziali per la Fisiologia Umana, dal momento che mettono in discussione completamente uno dei principi fino ad oggi incontrastato, ovvero quello dell’impossibilità di modificare il numero dei neuroni dopo la nascita e, in particolar modo, dopo i primi tre anni di vita.
    La vecchia concezione di un numero fisso di neuroni – cellule che una volta morte non possono più rigenerarsi – viene ribaltata dall’ipotesi della Neuro-Plasticità, ovvero la supposizione che il cervello – sia di bambini che di adulti – possa cambiare, riorganizzandosi continuamente in base agli stimoli ricevuti e aumentando di fatto il numero stesso dei neuroni.

    Si aprono aree di studio di Neuroscienza immense e di particolare delicatezza.
    Quello che è bene sottolineare è che i processi del pensiero e dell’apprendimento, frutto delle stimolazioni sensoriali sul cervello, tornano ad essere al centro degli esami di laboratorio proprio grazie all’evidenza di quanto sia mutato l’intelletto dei Nativi Digitali.

    La domanda che umanamente sorge spontanea, alle persone delle generazioni precedenti, è quali siano i pericoli – se ci sono pericoli – nella modalità di pensare e apprendere dei Nativi Digitali.
    La mia personale opinione è che ci possano essere rischi, ma soprattutto opportunità.
    Ad una sola condizione: che le generazioni precedenti ai Nativi Digitali riescano a dare loro una formazione adeguata cosicché l’utilizzo della tecnologia non risulti un esercizio passivo, ma un attiva forma di apprendimento e di educazione culturale, in cui il soggetto è protagonista attivo e consapevole.
    Si tratta di una vera e propria istruzione all’utilizzo di Internet in tutte le sue forme.

    L’iperconnessione non è malvagia in sé: si dibatte perfino sui suoi vantaggi nello sviluppo della corteccia cerebrale.
    Diventa malvagia se subita, patita come forma sociale dominante.
    Formazione ed educazione – nonostante i Nativi Digitali sembrino sempre più in gamba – è l’unica soluzione vincente per il futuro delle nuove generazioni.