Categoria: Intelligenza Artificiale

In questa categoria troverete articoli su Intelligenza Artificiale e Machine Learning, soprattutto su come queste tecnologie stanno evolvendosi, con esempi concreti

  • Ecco ChatGPT Agent, come usarlo e a cosa serve

    Ecco ChatGPT Agent, come usarlo e a cosa serve

    Con il lancio di ChatGPT Agent, OpenAI apre una nuova fase della sua intelligenza artificiale: quella dell’azione autonoma. Si tratta di un agente che legge, decide, agisce. E cambia il nostro rapporto con il web.

    La presentazione era nell’aria, anzi era attesa avendo più volte OpenAI sostenuto che il lancio sarebbe stato entro l’estate. E così è stato.

    Ieri sera ora italiana, 17 luglio 2025, OpenAI ha presentato ufficialmente ChatGPT Agent, una nuova funzione integrata nel servizio ChatGPT che segna un passaggio decisivo nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale generativa. Ma non si tratta soltanto di un aggiornamento: è l’inizio di una fase in cui i modelli di AI non si limitano più a rispondere, ma agiscono. Non solo generano, ma operano.

    Con questo rilascio, OpenAI introduce una forma concreta di Agent AI, sistemi progettati per compiere azioni autonome all’interno di un ambiente digitale per conto dell’utente.

    È un cambio di paradigma che modifica il nostro modo di interagire con la tecnologia, di lavorare. Ma anche di interagire con il web, con le nostre solite operazioni online.

    Ecco ChatGPT Agent, come usarlo e a cosa serve
    Ecco ChatGPT Agent, come usarlo e a cosa serve

    Cosa fa ChatGPT Agent

    ChatGPT Agent è un’estensione del modello GPT-4o che permette all’IA di eseguire compiti complessi in autonomia. Non ci troviamo più davanti a un assistente passivo che attende istruzioni dettagliate.

    L’utente fornisce un obiettivo e l’agente lo raggiunge eseguendo una sequenza di azioni logiche, concatenate, spesso multi-step.

    In pratica, l’agente può:

    • navigare sul web (leggere pagine, cliccare link, accedere a contenuti);

    • scrivere e inviare email tramite Gmail;

    • aggiornare file su Google Drive;

    • compilare moduli, completare registrazioni, eseguire prenotazioni;

    • utilizzare strumenti di produttività (fogli di calcolo, calendari, presentazioni);

    • eseguire codice, interagire con terminale e browser.

    Il tutto avviene in background, mentre l’utente può continuare a lavorare o semplicemente attendere un aggiornamento.

    ChatGPT Agent tiene memoria del contesto in cui sta operando, sa riprendere una conversazione interrotta e, soprattutto, è in grado di auto-correggersi. Infatti, se un passaggio dovesse fallire, proverebbe a risolverlo autonomamente prima di chiedere supporto.

    Come funziona: Deep Research e Operator

    La forza di ChatGPT Agent si basa su due componenti già noti, ora unificati e potenziati:

    • Operator: consente al modello di interagire con strumenti esterni, simulando una vera interfaccia grafica, cliccando, compilando, navigando all’interno di un ambiente controllato.

    • Deep Research: è la modalità che permette all’agente di eseguire ricerche complesse su web, raccogliendo, filtrando, valutando le informazioni trovate, con una logica orientata al risultato e non più alla singola risposta.

    Si tratta quindi di una struttura ibrida, dotata di un “computer virtuale” che opera autonomamente: può accedere al browser, al terminale, a file locali e a integrazioni cloud. E soprattutto può “lavorare per te” mentre l’utente è impegnato su altro.

    Chi può usarlo e come accedervi

    La funzione è disponibile da subito per gli utenti ChatGPT Pro. Sarà rilasciata progressivamente anche per i piani Team, Enterprise e Education. Gli utenti del piano Plus potranno testarne alcune funzionalità a capacità limitata (come già accade con GPT-4o), mentre l’uso completo sarà possibile su richiesta o tramite aggiornamento dell’abbonamento.

    Va detto che, per ora, l’uso dell’agente è soggetto a limiti di prompt mensili (fino a 400 per il piano Pro), e alcune funzionalità, come l’accesso a file esterni o API private, richiedono autorizzazioni esplicite.

    Per l’abbonamento Plus il limite dei prompt mensili è 40.

    Cosa cambia per il lavoro (e per il web)

    L’impatto di ChatGPT Agent sul lavoro quotidiano è potenzialmente enorme. Significa poter automatizzare task ripetitivi (report, e-mail, organizzazione); delegare flussi complessi (prenotazioni, gestione documenti, confronto offerte); risparmiare tempo su attività a basso valore aggiunto; gestire azioni tra più strumenti senza doverli aprire manualmente.

    Ma l’effetto più interessante, in questo contesto, riguarda il web stesso.

    Con ChatGPT Agent, diventa possibile che una porzione significativa del traffico web sia generata da agenti automatizzati, che leggono, valutano, cliccano, e persino comprano, al posto nostro.

    Per i siti web significa, quindi, riconsiderare l’ottimizzazione dei contenuti (dal punto di vista SEO); introdurre meccanismi di autorizzazione selettiva (robots.txt, API, autorizzazioni granulari); confrontarsi con un nuovo tipo di utente operativo.

    Nel senso che fa azioni di lettura dei contenuti da una pagina, click su altri link, compilazione di moduli. Tutte azioni che faremmo noi e che da oggi si possono “delegare”.

    Agent AI, passaggio da modello a sistema

    L’idea di “Agent AI” non è nuova, ma con questo lancio assume una forma finalmente tangibile. Gli agenti non sono più prototipi in ambienti di ricerca, ma strumenti operativi pronti a entrare nella quotidianità di professionisti, aziende e privati.

    Un Agent AI è, per definizione, un’entità:

    • orientata a uno scopo (goal-oriented);

    • capace di pianificare e agire;

    • dotata di memoria temporanea;

    • in grado di interagire con ambienti e strumenti esterni;

    • responsabile di portare a termine una sequenza di azioni anche complesse.

    Non parliamo solo di automazione. Parliamo della capacità di ragionare, decidere e adattarsi. E, in prospettiva, parliamo anche di un primo passo verso l’intelligenza artificiale come compagno operativo, che affianca l’uomo nelle decisioni e non solo nella scrittura.

    Tra opportunità e nuove responsabilità

    È inevitabile che un salto di questa portata comporti anche nuove sfide. Le principali riguardano sicuramente la sicurezza e supervisione. ChatGPT Agent richiede conferme per procedere con azioni sensibili, ma la responsabilità resta dell’utente. Trasparenza: gli agenti devono poter essere tracciati, monitorati, eventualmente bloccati; serve quindi una grande dose di fiducia e capacità di controllo.

    Accesso ai dati, gli agenti leggono e analizzano informazioni. Ma dove finiscono questi dati? Chi li gestisce? Per quanto tempo?

    Siamo di fronte ad una svolta

    Con ChatGPT Agent, OpenAI porta l’intelligenza artificiale in una nuova fase. Quella dell’azione autonoma, della possibilità di delegare attività cognitive, dell’automazione adattiva. Un modello che non si limita a pensare, ma adesso agisce.

    Siamo di fronte, o meglio iniziamo ad essere di fronte, ad una nuova forma di interazione uomo-macchina, in cui l’AI non è più solo un’interfaccia, ma diventa un’entità attiva nel nostro ecosistema digitale.

    E questo inizia davvero a cambiare tutto. Il lavoro, il web, la produttività, persino la fiducia nei sistemi.

    Evidentemente questo è solo un primo passo, vedremo come tutto questo evolverà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

  • Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    Dopo 130 giorni si chiude l’incarico di Elon Musk nel governo USA alla guida del DOGE. Un esperimento tra riforme mancate e crisi aziendali, che ridefinisce i confini della sua leadership pubblica.

    Elon Musk ha ufficialmente concluso il suo incarico governativo con un annuncio pubblicato sulla piattaforma X.

    Un messaggio essenziale, nel quale ha ringraziato per l’opportunità ricevuta e sottolineato l’impegno profuso nel promuovere l’efficienza del governo federale.

    Una chiusura che segna la fine di un’esperienza breve ma densa di implicazioni politiche, economiche e non senza polemiche.

    Elon Musk e DOGE, incarico a tempo

    L’incarico, come previsto dalla normativa federale statunitense, era stato concepito sin dall’inizio come temporaneo. Musk era stato inquadrato come special government employee, una figura prevista per consentire a personalità esterne al governo di collaborare su obiettivi specifici per un massimo di 130 giorni all’anno.

    Il suo mandato si è concluso proprio allo scadere di questo limite. Ma la sua uscita arriva anche dopo settimane segnate da crescenti tensioni all’interno dell’amministrazione.

    Durante i quattro mesi trascorsi alla guida del DOGE, il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, Musk ha lanciato un programma ambizioso di tagli alla spesa pubblica.

    Ecco perché Elon Musk lascia l'amministrazione Trump
    Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    DOGE, un piano molto ambizioso

    L’obiettivo dichiarato era ridurre 2.000 miliardi di dollari di sprechi nel bilancio federale. Ma l’effettivo risparmio ottenuto si è fermato a circa 150 miliardi. Il divario tra l’intenzione iniziale e il risultato finale ha evidenziato quanto sia complesso intervenire nella macchina statale con logiche da impresa tecnologica, se non da startup.

    Un momento di rottura si è verificato con la pubblicazione della nuova legge di bilancio proposta dal presidente Trump, che ha previsto una spesa complessiva superiore a 6 trilioni di dollari. Musk ha criticato la manovra, ritenendola contraria alla missione del DOGE e accusandola di aggravare il deficit federale. La sua affermazione – “può essere grande o bella, ma non entrambe” – ha sintetizzato un dissenso ormai evidente.

    Elon Musk e il difficile momento delle sue aziende

    Nel frattempo, le sue aziende affrontavano un periodo difficile.

    Tesla ha registrato un calo dei profitti pari al 71% nel primo trimestre del 2025, accompagnato da un crollo delle vendite.

    Gli investitori hanno reagito negativamente, percependo l’impegno politico di Musk come una fonte di distrazione e instabilità.

    Per non parlare poi delle tensioni aziendali generate dalle posizioni politiche tenute da Musk in questi mesi. In molte occasioni ci sono state speculazioni che parlavano di malumori degli investitori di Tesla intenti a cercare un nuovo CEO.

    Elon Musk e il suo esperimento governativo

    La conclusione dell’esperienza governativa non rappresenta solo la chiusura di un ruolo formalmente a tempo, ma anche la fine di un esperimento. Musk ha provato a estendere la propria influenza alla sfera istituzionale, portando dentro le logiche del potere pubblico l’approccio rapido e semplificato della cultura tech.

    L’esito, almeno in questa fase, è stato parziale. La struttura federale ha mostrato resistenza, le tensioni interne hanno prevalso e le sue aziende hanno sofferto.

    Con il ritorno a tempo pieno alla guida delle sue imprese, Musk archivia una parentesi che non ha riformato l’apparato statale, ma ha contribuito a ridefinire i confini della leadership contemporanea. Una leadership che si muove tra tecnologia, mercato e rappresentazione pubblica, generando nuove tensioni tra ciò che si intende per efficienza e ciò che significa visione nel concreto.

    La sua uscita dal governo, pur essendo prevista, assume oggi un significato evidente. Il ritorno a una dimensione imprenditoriale che resta centrale nella narrazione globale, ma segnata, in questa fase, da un bilancio governativo in chiaroscuro.

  • Cos’è AI Mode di Google e come cambia la ricerca online

    Cos’è AI Mode di Google e come cambia la ricerca online

    Google ha lanciato AI Mode. L’intelligenza artificiale cambia la ricerca online e trasforma l’accesso alle informazioni. Da Search Engine a Answer Engine. Ecco cosa cambia per utenti e creator di contenuti.

    Google ha lanciato ufficialmente AI Mode, una nuova modalità di ricerca che in effetti segna un passaggio epocale per l’esperienza utente.

    Se fino a ieri per fare le nostre ricerche ragionavamo per parole chiavi e ci affidavamo a una lista di link da esplorare, oggi Google ci propone direttamente una risposta generata dall’intelligenza artificiale. Pronta, contestualizzata e apparentemente completa.

    Un cambio di paradigma che potrebbe sembrare tecnico, ma che in realtà ci riguarda direttamente, come creatori di contenuti e come fruitori del motore di ricerca.

    L’ingresso di Gemini 2.0 nella ricerca

    L’elemento chiave di questa trasformazione è il modello Gemini 2.0, presentato durante il Google I/O 2025. Tutto si basa sui nuovi modelli Gemini 2.5 Pro e Gemini Flash.

    Non è semplicemente l’ultimo aggiornamento del sistema. Siamo di fronte a un salto di generazione. Un’intelligenza artificiale multimodale, capace di elaborare e combinare testi, immagini e (presto) anche audio e video.

    Questa IA non si limita solo a trovare e restituire contenuti, ma interpretarli, riorganizzarli e restituirli sotto forma di risposta sintetica generata automaticamente, all’interno della pagina di ricerca.

    Cos'è AI Mode di Google e come cambia la ricerca online
    Cos’è AI Mode di Google e come cambia la ricerca online

    Un cambiamento visibile, da Search Engine a Answer Engine

    Con AI Mode, la classica SERP, quella che è la la pagina dei risultati cambia volto. In alto, sopra i link tradizionali, compare un blocco interattivo che sintetizza la risposta alla domanda dell’utente. A volte è un riepilogo, altre volte una comparazione, altre ancora una vera e propria spiegazione in stile conversazionale.

    Si tratta di un cambiamento che avviene prima ancora di cliccare su qualcosa. Google non mostra più dove trovare l’informazione, ma decide direttamente cosa mostrarci. Questo sulla base della selezione delle fonti sulla base di un valore che oggi diventa sempre più importante, che è quello dell’Autorevolezza.

    Possiamo affermare che si passa da una logica “Search Engine” a quella “Answer Engine”. La ricerca si basa sulla domanda e il risultato della ricerca sarà un testo esaustivo in chiave conversazionale.

    Senza più bisogno di approfondire visitando link esterni.

    Cosa cambia per i creator

    Questo nuovo approccio comporta una riflessione urgente anche per chi lavora nel mondo dei contenuti.

    Se Google mostra una sintesi generata da IA direttamente in SERP, gli utenti cliccheranno meno sui siti web. E quei contenuti, scritti da professionisti, giornalisti, blogger e aziende, rischiano di diventare solo materiale grezzo per l’addestramento e la sintesi.

    La classica ottimizzazione SEO potrebbe non bastare più. L’obiettivo non è solo “essere trovati”, ma essere assorbiti, rielaborati e, si spera, citati.

    Una sfida notevole per chi fa dell’accuratezza e della qualità il proprio punto di forza.

    La leva della trasparenza

    Un altro punto critico riguarda la trasparenza. Le risposte fornite da AI Mode non sempre (e non in grande evidenza) includono le fonti in modo esplicito e completo. L’utente riceve una risposta senza sapere da dove proviene davvero.

    Il concetto di fiducia passa quindi attraverso il contenuto che Google ci presenta come affidabile, perché ritenuto “Autorevole”. Ma val la pena sempre fare un minimo di approfondimento e di confronto.

    E in un tempo in cui il rischio disinformazione è alto, affidare tutto a una sintesi automatica può diventare un terreno scivoloso.

    AI Mode, un assistente nella ricerca online

    Google ha sempre cercato di presentarsi come uno strumento neutrale, al servizio dell’utente. Ma con l’introduzione di AI Mode, si trasforma anche in un assistente proattivo, in grado di anticipare, suggerire e decidere per noi.

    Il confine tra assistenza e mediazione si fa sempre più sottile. Il rischio è quello di non porci più domande complesse, accontentandoci di risposte confezionate, semplici, coerenti.

    Restare sempre consapevoli

    L’AI Mode di Google è già attivo per molti utenti e destinato ad espandersi rapidamente. Dietro l’entusiasmo per l’innovazione, c’è la necessità di restare consapevoli di cosa comporta questo cambiamento. Dal ruolo delle fonti, alla visibilità dei contenuti, fino al modo in cui costruiremo il nostro pensiero critico.

    Forse stiamo entrando in una nuova era della conoscenza, più veloce ma anche più guidata. E il punto non è resistere, ma capire come restare protagonisti in questo nuovo scenario dettato dalla IA.

    [Immagine di copertina realizzata da Franz Russo utilizzando il modello di IA Generativa Chatgpt-4o]

  • La IA e il lavoro umano, i casi Duolingo e Klarna

    La IA e il lavoro umano, i casi Duolingo e Klarna

    Duolingo taglia il lavoro umano, Klarna lo reintegra. Due scelte opposte e una verità, e cioè che l’IA da sola non basta. Due casi della stessa medaglia del rapporto tra uomo e macchina.

    Sicuramente ricorderete il caso Duolingo, di cui abbiamo parlato. L’azienda, nota per l’apprendimento delle lingue, ha scelto di diventare una realtà AI-first, decidendo di non rinnovare le collaborazioni esterne, in particolare con traduttori e revisori, per affidarsi completamente all’intelligenza artificiale nella produzione dei contenuti.

    Un passaggio netto per l’azienda, per cui l’IA diventa asse strategico per crescere, ridurre tempi e costi, e dare continuità alla visione dell’azienda. Ai collaboratori interni viene proposta formazione e coaching per aggiornare le competenze e gestire, di fatto, il controllo umano a valle del processo automatico. Ma è chiaro fin da subito che il centro della produzione si è spostato verso la macchina.

    Questo caso ha fatto discutere. Perché, da quando l’intelligenza artificiale generativa è entrata in scena in modo dirompente, si è tornati ciclicamente su un riflesso condizionato: la macchina sostituirà il lavoro umano?

    Ma la situazione attuale è ben diversa da questa narrazione semplicistica. No, la macchina non può sostituire l’uomo. Non oggi. E probabilmente, non domani.

    Ridurre il dibattito a uno scontro secco tra uomo e macchina, senza considerare il contesto, la complessità e le responsabilità, significa perdere una parte importante della riflessione. Ed è proprio qui che si inserisce il secondo caso di cui voglio parlarvi oggi. E cioè Klarna.

    La IA e il lavoro umano, i casi Duolingo e Klarna
    La IA e il lavoro umano, i casi Duolingo e Klarna

    Caso Klarna, un passo indietro per fare chiarezza

    Klarna, azienda svedese attiva nel settore dei pagamenti online, è diventata nota anche per il suo sistema di dilazione integrata al checkout. Ma la notizia che ci interessa è un’altra. Dopo un anno e mezzo di utilizzo intensivo dell’IA nel servizio clienti, con un’efficienza dichiarata del 75%, l’azienda fa un passo indietro.

    Tutto il customer care era stato affidato a un assistente virtuale basato su OpenAI, in grado di gestire richieste in oltre 35 lingue. Un’infrastruttura che, sulla carta, funzionava alla perfezione.

    Ma l’esperienza ha mostrato un’altra realtà. L’aumento delle lamentele da parte degli utenti, un calo della qualità del servizio e, soprattutto, l’assenza di empatia. Perché sì, l’intelligenza artificiale non è empatica.
    E l’empatia, nel servizio clienti, non è un optional.

    Alla luce di tutto questo, Klarna ha rivisto la sua strategia. L’intelligenza artificiale non viene abbandonata, ma affiancata da un ritorno dell’interazione umana, con l’obiettivo di garantire un’assistenza più completa, capace di rispondere anche ai casi più delicati o complessi.

    Un ribaltamento che porta a dire che non è l’uomo a cedere il passo all’IA, ma ancora oggi è l’IA ad avere bisogno dell’uomo per funzionare davvero.

    L’IA non è cosciente e non potrà sostituire l’essere umano

    In una delle puntate di ConversazioniAI, il format che conduco ogni lunedì alle 19 insieme a Federica Attore, è intervenuta la scienziata Mirella Mastretti, esperta di intelligenza artificiale. E in modo molto chiaro ha ricordato un punto fondamentale. L’IA non è in grado di sostituire l’uomo. E non lo sarà nel prossimo futuro.

    Perché? Perché non ha consapevolezza di sé, non ha coscienza, non ha desideri né intenzioni.
    E il giorno in cui dovesse acquisirli, ipotesi puramente teorica al momento, parleremmo di qualcosa di molto diverso da ciò che oggi intendiamo per “intelligenza artificiale generativa”. Un giorno che, allo stato attuale, non è affatto realistico.

    Due facce della stessa medaglia

    I casi di Duolingo e Klarna ci raccontano la stessa storia da due punti di vista opposti.
    Da una parte, la macchina che avanza, sostituendo il lavoro umano. Dall’altra, la macchina che si ferma, riconoscendo i suoi limiti.

    Entrambe le aziende stanno cercando la strategia più efficace per integrare l’IA nei propri processi. Non è una questione ideologica. Si tratta di una questione di sostenibilità, di efficienza, ma anche di qualità, fiducia, empatia, relazione.

    Ecco perché serve un approccio più profondo, più lucido e meno superficiale.
    Non basta dire “funziona” o “non funziona”. Ogni azienda, e ogni professionista, è chiamato a valutare come adottare l’IA nel modo più responsabile e controllato possibile, mantenendo il presidio umano come elemento indispensabile.

    Perché la verità è più semplice di quella che siamo portati a considerare. L’IA generativa ha ancora, e lo sarà ancora a lungo, bisogno dell’intelligenza umana.
    E questo, al netto di ogni entusiasmo tecnologico, è un dato di fatto.

  • Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica

    Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica

    Con l’elezione di Papa Leone XIV si apre una nuova fase per la Chiesa. Da osservare quale sarà il rapporto del nuovo pontefice con IA, digitale ed etica dopo l’eredità di Papa Francesco.

    Ieri, 8 maggio 2025, la Chiesa cattolica ha voltato pagina. La fumata bianca, apparsa alle 18:07 dalla Cappella Sistina, ha annunciato al mondo che il nuovo Papa, eletto dopo due giorni di Conclave, è Robert Francis Prevost, ora Leone XIV, primo Pontefice della storia proveniente dagli Usa, da Chicago per la precisione.

    Un nome che richiama Leone XIII, il Papa che con l’enciclica Rerum Novarum diede inizio alla Dottrina sociale della Chiesa, con un’attenzione esplicita alla dignità del lavoro.

    E oggi, in un mondo segnato dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, non è un richiamo casuale.

    Questo passaggio di testimone rappresenta un momento simbolico, ma anche molto concreto, per riflettere su come la Chiesa affronterà le grandi trasformazioni in corso, a partire da quelle che riguardano le tecnologie emergenti, il digitale e l’IA.

    Temi, come sappiamo, che Papa Francesco ha sempre affrontato con grande lucidità e responsabilità etica, lasciando un’impronta ben visibile in ogni suo intervento pubblico sull’argomento.

    Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica
    Papa Leone XIV di fronte alle sfide di IA, digitale ed etica

    L’attenzione costante di Papa Francesco al digitale e alla IA

    In un articolo pubblicato su questo blog in occasione del suo addio, ho definito Papa Francesco come il primo vero Papa dell’era dei social media.

    Non solo per l’uso attivo dei canali digitali, ma per la capacità di comprenderne i meccanismi, le derive e le potenzialità. Durante il suo pontificato, ha parlato apertamente delle dinamiche di polarizzazione che attraversano le piattaforme, del rischio di esclusione digitale, e più di recente, della necessità urgente di una governance etica dell’intelligenza artificiale.

    Proprio nel 2023, Papa Francesco aveva indicato l’IA come una delle grandi sfide morali del nostro tempo, sottolineando la responsabilità collettiva nel suo sviluppo. La scelta del tema dell’IA e della pace per la Giornata Mondiale della Pace 2024 ne è stata una chiara conferma. Un Papa che ha saputo tenere insieme spirito e tecnologia, etica e futuro.

    Papa Leone XIV: un nome evocativo

    Il cardinale Prevost, ora Leone XIV, non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’IA da Papa. Ma ci sono già alcuni segnali che meritano attenzione.

    La scelta del nome – Leone – non è solo un omaggio a un predecessore, ma un gesto carico di significato. Come ha dichiarato il direttore della Sala stampa vaticana, Matteo Bruni, la scelta richiama esplicitamente “gli uomini, le donne e i lavoratori” in un’epoca segnata dall’intelligenza artificiale, in riferimento al pensiero sociale di Leone XIII.

    Inoltre, da cardinale, Prevost ha mostrato attenzione alle questioni sociali e morali del nostro tempo, intervenendo anche attraverso i social media.

    In particolare, ha dimostrato di comprendere la complessità dell’uso pubblico della parola in rete, prendendo posizione contro semplificazioni pericolose e retoriche identitarie.

    Una sensibilità che, se traslata nel ruolo di Pontefice, potrebbe tradursi in una visione chiara sul ruolo delle tecnologie nei rapporti umani e nella costruzione di comunità.

    La sfida di una Chiesa che cammina anche nel digitale

    Siamo ancora all’inizio di questo nuovo pontificato, ma è già evidente che la posta in gioco non riguarda solo il futuro della Chiesa, bensì il suo rapporto con un mondo radicalmente trasformato dal digitale.

    Le piattaforme digitali, l’intelligenza artificiale generativa, i modelli linguistici, gli algoritmi che condizionano l’informazione e le relazioni, sono oggi questioni politiche che toccano anche le comunità spirituali.

    Sarà interessante vedere se Leone XIV manterrà quell’atteggiamento di apertura critica e dialogante che ha caratterizzato Papa Francesco, oppure se darà una nuova impronta, magari più orientata alla concretezza dell’azione sociale e alla protezione della dignità umana nell’era degli automatismi.

    L’eredità di Francesco potrebbe continuare

    Papa Francesco lascia un’eredità forte sul fronte della comunicazione, della responsabilità etica e della presenza consapevole nel digitale. E oggi, con Leone XIV, si apre una fase nuova che potrebbe consolidare quanto fatto finora o reinterpretarlo alla luce delle sfide future.

    In ogni caso, sarà fondamentale continuare a osservare da vicino le parole e i gesti di questo nuovo Papa rispetto all’innovazione tecnologica, alla giustizia sociale e al ruolo dell’informazione.

    Perché oggi, più che mai, la spiritualità si misura anche nella capacità di saper affrontare criticamente il presente digitale.

  • Il Lavoro e l’Intelligenza Artificiale: il caso Duolingo

    Il Lavoro e l’Intelligenza Artificiale: il caso Duolingo

    Duolingo ha annunciato una svolta “AI-first”: meno collaboratori esterni, più automazione nei processi e nuovi criteri per assunzioni e valutazioni. Un segnale concreto di un cambiamento profondo nel rapporto tra IA e lavoro umano. Cosa comporta davvero questa decisione?

    Duolingo, popolare piattaforma per l’apprendimento delle lingue, ha comunicato ai dipendenti un importante cambio di rotta: la società diventerà “AI-first” (cioè darà priorità all’intelligenza artificiale) e smetterà gradualmente di utilizzare collaboratori esterni per i compiti che l’IA è in grado di svolgere​.

    L’annuncio, diffuso dal co-fondatore e CEO Luis von Ahn in un’email interna poi pubblicata su LinkedIn, sottolinea la necessità di “ripensare gran parte del nostro modo di lavorare” nell’era dell’IA​.

    In altre parole, i piccoli aggiustamenti ai metodi tradizionali non bastano più. Occorre una revisione più radicale dei processi per sfruttare appieno le nuove tecnologie.

    Nella comunicazione ai dipendenti, von Ahn ha delineato alcune misure concrete per guidare questa transizione “AI-first”​:


    • Stop a collaborazioni esterne: Duolingo smetterà di usare collaboratori esterni per le attività che possono essere gestite dall’IA​.



    • IA come requisito nelle assunzioni: l’uso efficace dell’IA diventerà un fattore valutato nelle nuove assunzioni​.



    • Valutazioni di performance con l’IA: l’abilità di utilizzare l’IA inciderà anche sulle revisioni delle performance dei dipendenti esistenti​.



    • Assunzioni solo se l’IA non basta: nuovi inserimenti in organico (headcount) saranno approvati solo se un team non può automatizzare di più il proprio lavoro​.



    • Riorganizzazione dei processi: ogni area dell’azienda lancerà iniziative specifiche per cambiare alla radice il modo di operare, integrando l’IA dove possibile​.


    Lavoro e intelligenza artificiale, il caso duolingo
    Lavoro e intelligenza artificiale, il caso duolingo

    Le motivazioni di Duolingo: efficienza e mission aziendale

    Luis von Ahn tiene a precisare che questa svolta non significa disinteressarsi delle persone. “Duolingo resterà un’azienda che ha a cuore i propri dipendenti… non si tratta di rimpiazzare i Duos (n.d.r.: i membri del team) con l’IA”, ha scritto il CEO, usando il nomignolo interno per indicare i dipendenti​.

    L’obiettivo dichiarato è piuttosto “rimuovere colli di bottiglia” e liberare il potenziale del personale, permettendo ai team di “concentrarsi su lavoro creativo e problemi reali, non su compiti ripetitivi”​. Per riuscirci, l’azienda promette formazione, mentorship e strumenti AI adeguati a tutti i livelli, così che i dipendenti possano aggiornare le proprie competenze.

    Dal punto di vista strategico, Duolingo vede nell’IA un mezzo per accelerare la sua mission educativa. “L’IA non è solo un incremento di produttività. Ci aiuta ad avvicinarci alla nostra missione”, afferma von Ahn​.

    La piattaforma offre corsi in decine di lingue e per insegnare efficacemente ha bisogno di una quantità enorme di contenuti, dagli esercizi alle traduzioni. Creare tutto manualmente richiederebbe anni: “farlo a mano non è scalabile… senza l’IA ci vorrebbero decenni per offrire questi contenuti a tutti i nostri studenti. Abbiamo il dovere di fornire loro questo materiale il prima possibile”​.

    In quest’ottica, l’adozione di sistemi AI serve a scalare l’offerta didattica in modo rapido, raggiungendo più utenti senza sacrificare la qualità dell’insegnamento. L’azienda paragona questa scelta a quando, nel 2012, decise di puntare tutto sul mobile prima di altri: allora fu la chiave del suo successo, e oggi la nuova piattaforma da cavalcare è l’Intelligenza Artificiale​.

    La collaborazione con ChatGPT

    Negli ultimi anni la società ha integrato diverse soluzioni di IA generativa all’interno della sua app per migliorare l’esperienza utente. Già a marzo 2023, ad esempio, Duolingo ha annunciato una partnership con OpenAI per sfruttare GPT-4, lanciando un piano in abbonamento chiamato Duolingo Max.

    Oltre alle funzioni rivolte direttamente agli studenti, Duolingo sta usando l’IA anche dietro le quinte, per creare e tradurre i contenuti didattici. Un portavoce dell’azienda ha confermato che Duolingo ha intensificato gli investimenti in strumenti di AI generativa come ChatGPT e ora li impiega per produrre contenuti a un ritmo molto più veloce di prima​.

    In concreto, la società ha iniziato a generare automaticamente frasi, dialoghi ed esercizi nella lingua di destinazione, attività che in precedenza richiedevano il lavoro paziente di traduttori e linguisti umani. L’IA viene addestrata sul vasto patrimonio di dati linguistici di Duolingo e poi supervisionata da esperti in carne e ossa per assicurare che le traduzioni e gli esempi siano accurati e naturali.

    Proprio questa automazione ha consentito a Duolingo di ridurre il bisogno di traduttori umani esterni, aprendo la strada al taglio dei contratti annunciato di recente. Von Ahn ha citato come “una delle migliori decisioni recenti” quella di aver sostituito un processo lento e manuale di creazione dei contenuti con uno alimentato dall’IA, grazie al quale si possono proporre materiali che prima avrebbero richiesto anni di lavoro​.

    Inoltre, l’IA sta sbloccando nuove funzionalità: il CEO ha rivelato che stanno sviluppando funzionalità innovative (come una modalità “Video Call” educativa) che prima erano “impossibili da realizzare senza le capacità dell’AI”​.

    Impatto su lavoratori interni ed esterni: nuove competenze

    La scelta di abbracciare l’AI-first ha ricadute dirette sul personale di Duolingo, sia interno che esterno.

    Sul fronte degli impiegati a tempo indeterminato, l’azienda assicura che nessuno perderà il posto in favore di un robot. L’idea è di far evolvere i ruoli, non di eliminarli. Anzi, i vertici insistono che i loro “Duos” (dipendenti) sono e saranno valorizzati, liberati dai compiti noiosi e supportati nel l’apprendimento delle nuove tecnologie.

    È chiaro che le nuove assunzioni saranno più selettive. D’ora in poi chi entra in azienda dovrà dimostrare di saper sfruttare l’IA come acceleratore del proprio lavoro, poiché questa abilità diventa un’aspettativa di base (lo stesso concetto è stato ribadito di recente anche dal CEO di Shopify​).

    Anche le valutazioni del personale esistente cambieranno. Usare l’IA efficacemente farà parte dei criteri di performance, spingendo tutti a integrare questi strumenti nel flusso di lavoro quotidiano. In sintesi, in Duolingo il collaboratore ideale è destinato a diventare un “operatore aumentato dall’IA”, capace di moltiplicare la propria produttività affiancando al proprio know-how umano le capacità delle macchine.

    Diverso è il discorso per i lavoratori esterni e collaboratori a progetto, che sono i primi a subire i tagli.

    Già a fine 2023 Duolingo ha concluso anticipatamente o non rinnovato circa il 10% dei contratti di traduttori freelance​, riducendo sensibilmente i team che si occupavano di localizzazione dei corsi. L’azienda ha tenuto a precisare che non si è trattato di veri e propri “licenziamenti”, ma di mancati rinnovi al termine naturale dei contratti a tempo​tech.co.

    Ciò non toglie che il risultato sia stato un alleggerimento dell’organico esterno: meno traduttori umani e più traduzioni affidate all’IA.

    Un ex-collaboratore, che aveva lavorato per Duolingo per cinque anni, ha raccontato in un post diventato virale su Reddit come il suo team di quattro traduttori sia stato ridotto a due persone dopo questa svolta strategica​.

    I pochi traduttori rimasti ora hanno principalmente il compito di revisionare i contenuti generati dall’intelligenza artificiale, controllando che siano accettabili e correggendo eventuali errori​.

    Questa testimonianza illustra bene la nuova situazione. L’IA produce la bozza iniziale di esercizi e traduzioni, mentre l’occhio umano interviene come supervisore di qualità.

    Per i lavoratori coinvolti, interni o esterni che siano, la transizione non è indolore. Adattarsi significa acquisire competenze completamente nuove, cambiare abitudini e — comprensibilmente — affrontare l’incertezza sul proprio futuro professionale.

    Duolingo insiste che il cambiamento sarà positivo e di stimolo per i dipendenti, ma c’è chi teme che, in prospettiva, una volta superati i “colli di bottiglia” iniziali, l’azienda possa scoprire di poter fare a meno di un numero crescente di persone. Del resto, la politica sulle nuove assunzioni (“prima prova con l’IA, poi eventualmente aggiungi una persona”) fa intuire che la crescita dell’organico umano rallenterà, puntando invece su soluzioni automatizzate.

    Allen & Company Annual Conference Draws Media And Tech Leaders To Sun Valley
    Luis von Ahn, cofounder e CEO Duolingo

    Reazioni e opinioni: entusiasmo per l’innovazione o rischio per il lavoro?

    La notizia della svolta AI-first di Duolingo ha scatenato dibattiti accesi all’esterno, tra esperti del settore, utenti e gli stessi collaboratori coinvolti. Sui social media e forum online molte voci si sono levate criticando l’azienda per la decisione di sostituire i traduttori con “robot”.

    Nel thread Reddit citato in precedenza, la maggioranza dei commenti esprimeva sdegno per l’operato di Duolingo, mostrando solidarietà verso i contrattisti lasciati a casa​. Alcuni utenti hanno accusato la piattaforma di tradire la propria filosofia, dal momento che Duolingo ha sempre fatto leva su contenuti creati (e voci registrate) da madrelingua umani per garantire autenticità nelle lezioni.

    Affidarsi ora alle traduzioni automatiche potrebbe, secondo questi critici, indebolire la qualità didattica e l’affidabilità percepita del prodotto.

    Altri osservatori, pur dispiaciuti per la perdita di posti di lavoro, hanno inserito la vicenda in un contesto più ampio. “Vedremo storie del genere quasi ogni giorno. Renderà tutto molto più difficile per le persone che cercano di costruirsi una carriera” commenta amaramente un utente, alludendo al fatto che il trend di rimpiazzare lavoratori con alternative più veloci ed economiche basate sull’IA sta diventando generalizzato​.

    Il dibattito è aperto. Da un lato c’è chi accoglie con entusiasmo l’uso dell’IA per aumentare l’efficienza e liberare la creatività umana dai lavori noiosi; dall’altro c’è chi mette in guardia dai rischi sociali (disoccupazione, precarizzazione, perdita di competenze artigianali) e dai limiti attuali dell’IA stessa, che non può ancora sostituire pienamente il giudizio e la sensibilità umana.

    Implicazioni per il settore tech e il futuro del lavoro con l’IA

    L’approccio “AI-first” sposato da Duolingo solleva interrogativi importanti sul futuro del lavoro nell’industria tecnologica (e non solo). Se un tempo l’automazione minacciava soprattutto impieghi manuali o di catena di montaggio, l’avanzata dell’IA generativa punta direttamente a mansioni cognitive e creative, come scrivere testi, tradurre, programmare, progettare grafica e persino prendere decisioni basate su dati.

    Il caso Duolingo mostra che le aziende sono sempre più disposte a ridefinire i ruoli professionali attorno a ciò che l’IA sa fare meglio, assegnando alle persone compiti dove il valore aggiunto umano è insostituibile (strategia, creatività, empatia, supervisione qualitativa).

    In quest’ottica, potremmo assistere alla nascita di nuovi profili professionali, come l’esperto in prompt e IA (il cui lavoro è guidare e controllare i sistemi intelligenti), ma anche alla scomparsa graduale di figure tradizionali qualora le macchine dimostrino di poterle rimpiazzare in modo soddisfacente.

    Per il settore tech, abbracciare l’IA in modo così pervasivo può portare un salto di produttività e innovazione. Duolingo, ad esempio, conta di sviluppare funzionalità didattiche rivoluzionarie e di moltiplicare i contenuti offerti grazie all’IA, guadagnando un vantaggio competitivo.

    Anche altre aziende che adotteranno un modello simile potrebbero riuscire a offrire prodotti migliori a costi minori, beneficiando di algoritmi instancabili che lavorano 24/7. Si delinea un possibile scenario in cui le aziende “snelle” potenziate dall’IA diventano la norma: organici ridotti all’osso ma altamente specializzati, coadiuvati da un esercito silenzioso di agenti artificiali. Questo potrebbe mettere pressione sulle aziende più tradizionali, costrette a tenere il passo per non rimanere escluse dal mercato.

    D’altro canto, le implicazioni sociali di questa trasformazione non possono essere ignorate. Se molte imprese seguissero la strada di Duolingo, interi settori potrebbero veder calare la domanda di lavoro umano.

    I lavoratori dovranno puntare sempre più sulla formazione continua per acquisire competenze complementari all’IA; le aziende dovranno investire in riqualificazione del personale e gestire con responsabilità le transizioni, evitando approcci puramente estrattivi; le istituzioni potrebbero dover aggiornare le normative sul lavoro e i sistemi di welfare per far fronte a un mondo in cui la carriera di una persona potrebbe essere più volatile e interdipendente dalle disruption tecnologiche.

    In conclusione, il “caso Duolingo” offre uno sguardo su ciò che sarà sul futuro prossimo. Da una parte, l’innovazione spinta dall’IA promette strumenti educativi più efficaci, servizi più accessibili e un mondo in cui le persone sono libere dai lavori più tediosi. Dall’altra, il rapporto fra lavoro e IA entra in una fase delicata, in cui sarà fondamentale trovare un nuovo equilibrio. La sfida è valorizzare l’apporto insostituibile dell’essere umano pur accogliendo i benefici dell’automazione.

    L’equilibrio non è scontato e si costruirà attraverso scelte come quelle di Duolingo, che funge da laboratorio di questa convivenza tra lavoratori in carne e ossa e intelligenze artificiali.

    Il modo in cui l’azienda gestirà questa transizione – e come risponderanno i suoi utenti e dipendenti – potrà fornire indicazioni preziose a tutte le realtà che si apprestano ad affrontare la medesima sfida.

  • Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    OpenAI sta pensando ad un proprio social media. Tra rivalità con Elon Musk e bisogno di dati, ecco perché potrebbe cambiare il panorama delle piattaforme digitali.

    Se davvero OpenAI realizzasse la sua piattaforma digitale, come si racconta in queste ore, allora sì che sarebbe uno stravolgimento delle piattaforme digitali, in particolare del panorama dei social media per come lo conosciamo oggi.

    L’dea di OpenAI di un suo social media

    Il primo a darne notizia è stato The Verge che ha lanciato un suo articolo con una notizia importante: OpenAI, la società guidata da Sam Altman che ha creato ChatGPT, starebbe pensando a una piattaforma digitale in stile X.

    La piattaforma – guarda caso – è proprio quella di Elon Musk. E fra poco spiego cosa intendo per “guarda caso”.

    Perché un social media proprio adesso?

    Perché OpenAI starebbe pensando a una mossa del genere? E soprattutto: quale sarebbe la finalità per un’azienda di intelligenza artificiale?

    Prima di rispondere a queste domande, riavvolgiamo un attimo il nastro e torniamo indietro di qualche anno.

    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media
    Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media

    Un po’ di storia: dal 2015 a oggi

    Siamo nel 2015, anno in cui nasce OpenAI come associazione senza scopo di lucro, con l’obiettivo di rendere l’intelligenza artificiale accessibile e utile a beneficio dell’umanità.

    Tra i fondatori, c’era anche Elon Musk. Le cose vanno bene fino al 2018, quando Musk, stanco della leadership di Altman – secondo le informazioni che abbiamo – decide di uscire dal progetto. Se ne va, sbattendo la porta.

    Poi conosciamo tutti l’evoluzione: Musk acquista Twitter nell’ottobre 2022, e nel frattempo i rapporti con OpenAI si fanno sempre più tesi.

    Le tensioni con Musk e la nascita di Grok

    Gli screzi tra i due non si sono mai sopiti. Anzi, si sono accentuati con la crescita di ChatGPT e con la trasformazione di OpenAI in azienda a scopo di lucro, una svolta non da poco. In parallelo, Elon Musk sviluppa xAI e poi Grok, il chatbot integrato su X.

    Le tensioni si aggravano fino ad arrivare a cause legali. Proprio recentemente, OpenAI ha denunciato Musk, e la battaglia giudiziaria è in corso.

    L’offerta di Musk e la risposta di Altman

    A febbraio di quest’anno, Elon Musk ha provato a rilanciare. Ha offerto 97 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una mossa per riportarla alle origini, secondo lui.

    Altman ha risposto via X: “No, grazie. Semmai compreremo noi X per 9,7 miliardi”. Una battuta, forse, ma alla luce di ciò che sappiamo oggi, potrebbe nascondere molto di più.

    Anche Meta spinge sull’AI, e OpenAI risponde

    Quando Meta ha lanciato il suo Meta AI, Altman ha commentato: forse è arrivato il momento che anche OpenAI abbracci i social media. Tutti segnali che portano nella stessa direzione.

    OpenAI contro X?

    E adesso arriva questa notizia. Appunto, OpenAI potrebbe entrare direttamente nel mercato delle piattaforme digitali, in concorrenza diretta con X.

    Perché proprio ora?

    Primo: per la rivalità ormai conclamata con Elon Musk. Secondo: perché X sta consolidando la sua posizione e OpenAI potrebbe inserirsi proprio in questo contesto.

    I dati, il vero obiettivo di OpenAI

    Ma la motivazione più importante è un’altra. ChatGPT ha bisogno di dati. Ha bisogno di dataset sempre più grandi per migliorare. E qual è il modo più diretto per reperire dati, anche in tempo reale? Una piattaforma sociale, come appunto X.

    Come fa Meta AI, che si nutre di dati pubblici degli utenti, nonostante l’opposizione. Come fa Grok, che accede a dati condivisi su X. OpenAI potrebbe fare lo stesso, se avesse una propria piattaforma.

    Un esempio concreto: Studio Ghibli e action figures

    Basti pensare al recente trend delle immagini generate in stile Studio Ghibli o alle action figures AI: se questi contenuti venissero condivisi su una piattaforma OpenAI, che tipo di dati ne emergerebbero?

    Dati preziosi per addestrare i modelli, che diventerebbero sempre più efficaci, più evoluti. L’intelligenza artificiale si nutrirebbe di questi contenuti.

    Pe un social media servono infrastrutture

    Chiaramente, entrare nel mercato delle piattaforme digitali non è un gioco. Servono server, infrastrutture, investimenti. OpenAI è già attrezzata, ma dovrà fare di più.

    E soprattutto dovrà progettare una piattaforma con un livello di engagement molto elevato, se vuole distinguersi in un mercato ormai segnato dall’“algoritmo del proprietario”.


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    E se OpenAI ci riuscisse?

    Non mi sorprenderebbe se OpenAI riuscisse davvero nel suo intento: realizzare una piattaforma digitale che alimenti il suo modello ChatGPT, che attiri utenti, ma che allo stesso tempo sia guidata da logiche di controllo algoritmico.

    Non sarebbe nulla di nuovo, anzi: sarebbe perfettamente in linea con quello che stiamo già osservando in molte piattaforme.

    Altman ci sta pensando, ma non c’è nulla di ufficiale

    L’idea c’è, l’intento pure. Ma non ci sono ancora notizie ufficiali. Sam Altman sta raccogliendo feedback all’interno dell’azienda per capire se il progetto è davvero fattibile.

    Non è solo una questione finanziaria: si tratta di comprendere come posizionarsi in un contesto dove X, Meta e altre stanno già giocando le loro carte.

    Una sfida che cambierebbe tutto

    Una mossa del genere farebbe saltare i nervi a Elon Musk, e sarebbe uno scenario che varrebbe la pena osservare da vicino. Perché cambierebbe davvero tutto.

    Continuerò a raccontarvi ciò che succede. Se volete condividere pensieri e opinioni, lo spazio per farlo è aperto. E ci aggiorniamo alla prossima.

  • Immagini IA, ChatGPT 4o e rischio disinformazione

    Immagini IA, ChatGPT 4o e rischio disinformazione

    ChatGPT 4o ora consente di generare immagini di personaggi famosi in contesti realistici, ma mai avvenuti. Un passo avanti che solleva rischi concreti di disinformazione visiva. Ecco cosa sta cambiando, come riconoscerlo e perché serve essere responsabili.

    Restando sul tema di intelligenza artificiale, vi sarete accorti anche voi che ultimamente si è potenziata la possibilità di generare immagini. E di generare queste immagini anche con personaggi noti, personaggi pubblici, personaggi famosi, politici… e addirittura ritrarli in situazioni che prima non era possibile fare.

    Mi riferisco in particolare all’aggiornamento di ChatGPT, che ha potenziato il modello 4o al punto da far generare, da riuscire, da permettere agli utenti di generare immagini che prima non era possibile fare.

    Ci concentriamo sempre sulle capacità dell’intelligenza artificiale, di questi modelli che sono sempre più aggiornati, sempre più potenti, ma non ci soffermiamo mai sul fatto che prima non era possibile fare una cosa, e invece oggi è possibile farlo.

    Immagini IA, ChatGPT 4o e rischio disinformazione
    Immagini IA, ChatGPT 4o e rischio disinformazione

    Quali immagini può generare oggi ChatGPT 4o

    Come appunto questa, che in realtà definisce ancora di più la vicinanza tra ciò che era lecito fare e ciò che in realtà è un rischio, un potenziale rischio di disinformazione che è alla portata di tutti.

    Perché questo?

    Perché in realtà le immagini sono, l’abbiamo visto anche in questi giorni, il contenuto più facilmente condivisibile, più facilmente condiviso sulle piattaforme, e che facilmente può diventare anche virale.

    Lo diventa nel momento in cui noi abbiamo la possibilità di ritrarre personaggi noti, famosi. Faccio l’esempio di Trump che è sulla spiaggia di Copacabana con Elon Musk a bere un drink. Una situazione che prima su ChatGPT non era possibile fare e che adesso invece è alla portata di tutti.

    Trump Musk spiaggia copacabana ChatGPT 4o franz russo
    Trump Musk spiaggia copacabana ChatGPT 4o realizzata da Franz Russo

    Sono quelle situazioni in cui abbiamo questa sorta di voglia di vedere personaggi famosi in situazioni che molto probabilmente non vivrebbero mai, e che difficilmente sarebbero ritratte in quella situazione.

    Questo significa che, in realtà, anche noi potremmo essere al centro di quel contenuto. E quindi, avendo la possibilità di poter ritrarre e permettendo anche agli utenti la possibilità di generare immagini come queste, nulla vieta che un giorno ci possa essere un Franz Russo, tanto per fare un esempio, che si trova in un determinato luogo, con una determinata situazione, ma in realtà tutta quell’immagine non esiste.

    Il confine tra immagini reali e false è sempre più sottile

    Quindi il confine tra ciò che è possibile, che è realistico, e ciò che è in realtà una potenziale disinformazione, si sta avvicinando sempre di più.

    Ma perché ChatGPT arriva a trasferire questo senso di responsabilità un po’ più verso gli utenti?

    La questione è molto semplice, ed è di natura commerciale.

    Il caso Grok 3 di xAI

    Sul mercato dell’intelligenza artificiale esiste già Grok 3, la terza versione di questa intelligenza artificiale realizzata da xAI, che è una delle società di Elon Musk.

    Grok si trova all’interno della piattaforma X, e permette fin dall’inizio, da quando è stata generata la prima versione, di generare immagini che ritraggono personaggi famosi anche con un limite sempre più alto, con un’asticella sempre più alta, con possibilità di ritrarre personaggi famosi sempre più alla portata di chiunque.

    L’immagine di Papa Francesco col piumino bianco

    Ricordate quando nel 2023 si realizzarono quelle immagini con Papa Francesco, il famoso piumino? Ebbene, quell’immagine lì oggi ChatGPT la fa tranquillamente.

    Papa Francesco piumino IA franz russo
    Papa Francesco piumino generata con la ChatGPT 4o da Franz Russo

    L’immagine del falso arresto di Trump

    Oppure un’altra famosa immagine di Donald Trump circondato da poliziotti che cerca di fuggire a un possibile arresto: ebbene, quell’immagine ChatGPT oggi la realizza tranquillamente, senza nessun problema.

    Donald Trump falso arresto generato con la IA
    Donald Trump falso arresto generato con ChatGPT 4o da Franz Russo

    Questo significa che il confine, ripeto, di quello che noi possiamo generare rispetto a una potenziale disinformazione, si sta sempre di più assottigliando, sempre di più avvicinando. Non si riconosce più il rischio di quello che riusciamo a generare.

    Ci sono addirittura delle immagini, tipo Bill Gates con una birra in mano, realizzata da me su ChatGPT, che alcuni strumenti di verifica, come Illuminarty, addirittura fanno fatica a definire se sia un’immagine realistica, umana, oppure se sia generata da intelligenza artificiale.

    Bill Gates con birra in mano realizzata con Chatgpt-4o da Franz Russo
    Bill Gates con birra in mano realizzata con Chatgpt-4o da Franz Russo

    Questo già ci dice molto di come effettivamente anche questi strumenti di verifica possono essere utili o addirittura affidabili.

    Piccoli suggerimenti per riconoscere immagini IA

    Per cercare poi di offrire qualche suggerimento su come accorgerci del fatto che queste situazioni, alcune immagini, possono sembrare artefatte, ecco alcuni dettagli:

    • lo sfondo, magari un po’ confuso;

    • scritte non precise;

    • mani, che erano un grande problema per DALL·E 3;

    • oppure la pelle, che è sempre perfetta, molto liscia, e quindi già di per sé ti porta a pensare che sia un’immagine artefatta, anche se in alcuni casi anche questo dettaglio è in netto miglioramento,

    • o addirittura l’esposizione della luce, che in alcuni contesti è quasi irrealistica: quel tipo di luce difficilmente può essere naturale.

    Oppure ancora, cercare di avvalersi sempre della ricerca inversa, quindi utilizzare motori di ricerca – ad esempio Google Immagini – sottoponendo i contenuti per avere una risposta dal motore di ricerca sul fatto che quell’immagine sia stata già utilizzata in altri contesti o meno.

    Anche perché è capitato, anche di recente, che alcune immagini realizzate con intelligenza artificiale—quindi neanche con modelli di ricerca tanto evoluti, perché l’evoluzione l’abbiamo avuta molto molto di recente—siano stati confusi come contenuti realistici.

    Quindi il senso di responsabilità, da parte nostra, ormai è imprescindibile. Non possiamo che fare affidamento a quel senso di responsabilità, alla consapevolezza del fatto che stiamo utilizzando strumenti che in alcuni contesti possono generare contenuti potenzialmente di disinformazione.


    Guarda il video


    Anche la ghilbizzazione aiutare a confondere

    Anche lo stesso fenomeno della ghiblizzazione, di cui abbiamo parlato anche in un altro video, è uno di quegli elementi che ci porta a trasformare quella che è la realtà in un contesto diverso: più armonioso, più pastellato, più colorato, più dolce.

    Ma anche quello diventa una situazione per mascherare altre situazioni irrealistiche. Condividerle in un contesto completamente diverso, anche quello è un potenziale rischio di disinformazione.

    meme ghiblizzazione franz russo
    Celebre meme con ghiblizzazione

    Quindi, rispetto anche alla potenzialità, al modo in cui noi possiamo effettivamente affrontare questo, è sicuramente importante conoscere meglio i modelli. E quindi avvalerci di quella competenza, AI Literacy, conoscenza approfondita dei modelli. Dobbiamo prestare attenzione su come utilizziamo questi modelli e per cosa li vogliamo usare.

    Che sia per uso personale, per lavoro, per tutte le attività che facciamo, dobbiamo prestare sempre molta attenzione e affidarci a un senso di responsabilità. Chiederci sempre:
    qual è la motivazione che mi porta a usare questo modello?
    Cosa voglio davvero fare?

    E imparare, anche noi utenti, a riconoscere sempre meglio queste immagini, a sapere che tipo di immagine abbiamo davanti, a saperle riconoscere ed evitare che diventiamo anche noi potenziali diffusori di disinformazione.

  • Meta AI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Meta AI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Meta AI è arrivata da poco in Italia. Ma ci sono due aspetti che vanno approfonditi: l’uso dei dati pubblici degli utenti e l’impossibilità di disattivare l’IA. In questo articolo provo a verificare le implicazioni, tra privacy, consenso. E anche un confronto con Grok di X.

    Come sapete, Meta AI è attivo anche in Italia da qualche giorno. È arrivato anche su WhatsApp, dove praticamente tutti gli utenti hanno visto questa iconcina circolare che, una volta attivata, risponde a delle domande e a dei problemi.

    Per cercare di chiarire il motivo di questa considerazione, che si basa essenzialmente su due elementi, provo ad essere un po’ più chiaro, per farvi entrare nella logica di ciò che dirò più tardi, soprattutto su questi due punti.

    Un assistente a tratti invadente

    Immaginiamo di essere in una grande stanza e di osservare ciò che accade, accompagnati da una persona che chiameremo il nostro assistente particolare.

    Quando abbiamo qualcosa da chiedere, ci rivolgiamo a questo assistente che risponde alle nostre domande in maniera molto precisa e dettagliata, offrendo anche la possibilità di approfondire successivamente.

    Intanto, continuiamo il nostro giro in questo palazzo osservando tutte le stanze: in ogni stanza c’è qualcosa che ci incuriosisce, e chiediamo al nostro assistente.

    Il problema è che questo assistente ci segue in continuazione, anche quando non lo interpelliamo: ci osserva, ascolta le nostre azioni, guarda con chi parliamo e ascolta cosa diciamo con le altre persone che incontriamo.

    Il problema sorge quando ci accorgiamo che questa presenza diventa, ad un certo punto, pesante e vorremmo mandarla via, ma non riusciamo a trovare un modo per farlo. Non c’è la possibilità, per così dire, di disattivarla.

    MetaAI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni
    MetaAI usa i nostri dati e non si può disattivare, alcune considerazioni

    Il primo problema di Meta AI: l’uso dei dati pubblici

    Ed è qui che entro sul tema, cercando di spiegare i due elementi cardine che riguardano Meta AI (e non solo).

    Intanto, MetaAI è presente in Unione Europea dal 20 marzo, dopo aver – per così dire – migliorato la sua aderenza, la sua compliance, al GDPR.

    Il GDPR, questo regolamento sulla protezione dei dati entrato in vigore in Unione Europea nel 2018, ha rivoluzionato il modo in cui vengono gestiti i dati.

    Ebbene, ci sono due aspetti che meritano attenzione.

    Il primo è che, inizialmente, avevo creduto che Meta AI non usasse i nostri dati per allenare la sua intelligenza. In realtà, le cose sono diverse. Se provate a chiedere a MetaAI, su Facebook, Instagram o WhatsApp, se utilizza i vostri dati, la risposta standard è: “No, non utilizzo i dati“. Tuttavia, la realtà è più complessa.

    Meta AI usa i dati pubblici degli utenti

    Meta AI usa i dati pubblici degli utenti: per “dati pubblici” intendo i post, le immagini e i commenti resi visibili a tutti. Questo significa che, per evitare di dare in pasto i nostri contenuti all’intelligenza artificiale, bisognerebbe passare in modalità privata. Nella modalità privata l’IA non riuscirebbe a prelevare i dati che non vogliamo rendere pubblici.

    Questo approccio non va proprio nella direzione del GDPR, il cui fondamento è il consenso informato e la capacità di controllo da parte dell’utente all’interno delle piattaforme digitali.

    Cosa c’è all’interno del Privacy Center

    All’interno del Privacy Center non è ben spiegato se e come si debbano pubblicare i nostri contenuti. Meta non dà spazio a questo aspetto; il link di riferimento, che fornirò in calce al video, spiega che se non volete che MetaAI utilizzi i vostri dati, dovete passare in modalità privata. Questa soluzione, però, può essere valida per alcuni e meno per altri.

    Parliamo di consapevolezza: è importante che, da un lato, la piattaforma fornisca l’informazione corretta e, dall’altro, che ciascuno adotti l’atteggiamento giusto nella condivisione dei contenuti. Solo in questo modo possiamo essere consapevoli e responsabili dell’uso dei nostri dati.

    Secondo problema di Meta AI: non può essere disattivata

    Il secondo elemento, che cozza maggiormente con il GDPR, è il fatto che l’intelligenza artificiale non può essere disattivata. Non esiste un tasto o un’opzione che permetta all’utente di scegliere se utilizzare o meno l’IA.

    L’unica cosa possibile, in assenza di una modalità di disattivazione, è di non utilizzarla: di non interpellarla, di non fare in modo che possa entrare nelle vostre conversazioni. Ma l’IA si alimenta delle richieste (i cosiddetti prompt), dei risultati e delle risposte, continuando a prelevare dati.

    Da tutte le piattaforme – Instagram, Messenger, WhatsApp e Facebook – le risposte pubbliche attingono anche ai risultati pubblici, senza possibilità di disattivare l’IA. Questo ulteriore elemento non collima con il GDPR, perché non offre la possibilità di scegliere.

    Il confronto con Grok di X

    Se volessimo fare un paragone, ci riferiremmo a Grok di X (la piattaforma che prima era Twitter, di proprietà di Elon Musk). Grok, che è l’IA di X, funziona in maniera simile: è integrato nella piattaforma, usabile anche senza abbonamento (con alcune limitazioni) fino alla versione Premium+. Anche Grok, comunque, utilizza di default i dati pubblici degli utenti, non appena si attiva un account.

    L’unica azione possibile è quella di andare nelle impostazioni della privacy, nella sezione dedicata a Grok, e disattivare l’opzione di raccolta dati pubblici. Attenzione: se si effettua questa operazione, Grok continuerà a utilizzare i dati già condivisi, mentre solo i dati futuri non verranno più prelevati.

    Un ulteriore elemento è la possibilità di eliminare la cronologia delle conversazioni con l’IA. Pur essendo un aspetto leggermente più in linea con il GDPR, sul consenso informato rimane comparabile a MetaAI.

    In sintesi, stiamo parlando di due esperienze molto simili che, da un lato, permettono un minimo di controllo. Anche Grok suggerisce, come ultima ipotesi, di passare in modalità privata per evitare che i propri dati vengano prelevati. Tuttavia, questo comporta una significativa riduzione nella visibilità e nelle condivisioni dei propri contenuti.

    Grok (X) Meta AI
    Opt-out disponibile ✅ Sì ⚠️ Sì, ma difficile da trovare
    Disattivazione IA ✅ Parziale (nessuna interazione) ❌ No
    Consenso esplicito ❌ No ❌ No
    Trasparenza IA ⚠️ Media ❌ Bassa
    GDPR compliance 🟡 In dubbio, ma più avanzato 🔴 Più problematico

    La IA entra nelle piattaforme digitali per cambiarle 

    Quindi, si tratta di un passaggio inevitabile: l’intelligenza artificiale sta entrando nelle piattaforme digitali e, come già anticipato in un mio video precedente, questo cambierà radicalmente il nostro modo di interagire non solo con le piattaforme ma anche tra di noi.

    Le relazioni e le conversazioni tra utenti saranno inevitabilmente influenzate dall’uso dell’IA. Dobbiamo farlo in maniera informata e consapevole, sapendo se i nostri dati saranno dati in pasto all’intelligenza artificiale e avendo la possibilità di scegliere, in linea con il consenso informato richiesto dal GDPR.

    Il GDPR poggia la sua intera esistenza su questo principio: anche se non c’è un obbligo esplicito, la dichiarazione di consenso dovrebbe far parte dell’esperienza dell’utente, permettendogli di scegliere se concedere i propri dati.

     

    Questi sono, in sostanza, i due elementi che rendono Meta AI un caso particolare.

    Adesso bisognerà osservare se Meta intende, in questo scenario globale – complicato da aspetti geopolitici, finanziari e normativi – adeguarsi pienamente al regolamento europeo. Vedremo anche come reagirà l’Unione Europea a questi due punti critici, soprattutto considerando le tensioni nei rapporti con gli Stati Uniti e l’eventuale questione dei dazi e della web tax che colpiranno le big tech.

    Non è uno scenario facile, e vedremo come evolveranno le cose. Ci interrogheremo se Meta AI diventerà più conforme al GDPR.

    Condividete le vostre esperienze e i vostri pensieri: se Meta AI è stata utilizzata, se eravate informati sull’uso dei vostri dati. Fatemelo sapere nei commenti.

     

  • Il mondo del lavoro nell’era della IA, secondo LinkedIn

    Il mondo del lavoro nell’era della IA, secondo LinkedIn

    Come sta cambiando il mondo del lavoro nell’era della IA? I dati diffusi da LinkedIn sulle skill professionali in crescita, ci aiutano a scoprire le competenze necessarie per affrontare questo grande cambiamento.

    In un momento in cui si parla, quasi quotidianamente, di come cambierà il lavoro nell’era della IA, ecco che LinkedIn ci offre una bussola per orientarci tra i cambiamenti in atto.

    Con il recente rapporto Skills on the Rise 2025, la piattaforma di social business media più grande al mondo ha definito le 15 competenze che domineranno il mercato, negli Usa e in Europa, nei prossimi mesi.

    Anche se l’Italia non è citata esplicitamente, queste tendenze emerse parlano chiaro. L’intelligenza artificiale e le soft skills saranno il cuore del mercato del lavoro anche da noi.

    E c’è una sorpresa – o forse no – al primo posto: l’AI Literacy, ovvero la capacità di comprendere e utilizzare l’intelligenza artificiale.

    Si tratta di un segnale chiaro. Il futuro è già qui, e chi vuole rimanere competitivo deve imparare a parlare la lingua della IA.

    Un panorama in trasformazione

    Il dato che colpisce di più arriva da una previsione: entro il 2030 (dal 2015), il 70% delle competenze richieste per la maggior parte dei lavori sarà diverso da oggi.

    Non è fantascienza, ma una realtà spinta dall’adozione sempre più accelerata e capillare dell’IA in ogni settore.

    LinkedIn, analizzando i profili dei suoi utenti e le offerte di lavoro pubblicate, ha stilato una classifica che mescola hard e soft skills. E il messaggio è evidente: non basta più essere specialisti in un solo campo, serve una visione d’insieme.

    Dopo l’AI Literacy, troviamo competenze come la gestione del cambiamento, il pensiero critico e la leadership. Ma anche skill più tecniche come la gestione dei dati e la sicurezza informatica.

    Il mondo del lavoro nell’era della IA, secondo LinkedIn
    Il mondo del lavoro nell’era della IA, secondo LinkedIn

    Perché l’AI Literacy è la regina del 2025

    Non è un caso che l’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale sia in cima alla lista, un po’ ovunque.

    Oggi l’IA non è più un optional. Dalle aziende che ottimizzano i processi produttivi ai professionisti che usano tool come ChatGPT per scrivere report o analizzare dati, questa tecnologia sta ridefinendo il modo in cui lavoriamo.

    Ma attenzione, non si tratta solo di sapere “premere un pulsante”. L’AI Literacy significa capire come funzionano questi strumenti, interpretarne i risultati e integrarli in modo etico e strategico nel proprio flusso di lavoro. È una competenza trasversale, che tocca tanto il marketer quanto l’ingegnere. Tanto per chiarirci.

    Non solo tecnologia: il ritorno delle soft skills

    Accanto alle abilità tecniche, il rapporto di LinkedIn dà spazio a quelle che abbiamo sempre definito “soft skills” – e che oggi sono tutt’altro che secondarie.

    Comunicazione, problem solving e capacità di adattamento al cambiamento sono tra le protagoniste.

    Un esempio? La gestione del cambiamento, seconda in classifica, riflette la necessità di navigare in un contesto lavorativo sempre più fluido, dove le certezze di ieri non valgono più. È un invito a essere resilienti, un tema che torna spesso quando si parla di futuro del lavoro.

    La “competenza” del pensiero critico

    Tra queste si fa strada anche la capacità di “pensiero critico”. Ho già detto in altre occasioni che questa soft skill assume, e assumerà, uno spazio sempre più rilevante.

    In un mondo dove l’intelligenza artificiale (IA) domina i processi e i dati inondano ogni decisione, la capacità di analizzare, valutare e prendere decisioni consapevoli diventa una sorta di ancora di salvezza. Ma cosa significa davvero nel contesto europeo?

    L’IA può elaborare dati e suggerire soluzioni, ma non sa “pensare fuori dagli schemi” né mettere in discussione i propri output. Il pensiero critico serve a interpretare i risultati dell’IA, valutarne l’affidabilità e adattarli a contesti locali.

    Pensiamo a un responsabile marketing che usa un tool di analisi predittiva: senza la capacità di chiedersi “questi dati sono davvero rappresentativi?” o “questa strategia ha senso per il mio pubblico?”, l’automazione rischia di diventare un boomerang.

    Il pensiero critico entra in gioco come abilità per affrontare problemi complessi. Non si tratta solo di trovare risposte, ma di fare le domande giuste.

    In Europa, la digitalizzazione dei processi, la spinta verso modelli ibridi di lavoro e l’urgenza climatica stanno cambiando profondamente le priorità aziendali.

    Come cambieranno le competenze

    In questo scenario, secondo il World Economic Forum, entro il 2027 il 44% delle competenze dei lavoratori dovrà essere aggiornato, e oltre il 75% delle aziende in Europa ha dichiarato di voler investire in upskilling e reskilling nei prossimi due anni.

    Ma c’è di più: la conoscenza nei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) è oggi tra le skill in crescita in Germania e Regno Unito. È un segnale chiaro del ruolo che strumenti come ChatGPT, Gemini o Claude stanno giocando non solo nella creazione di contenuti, ma anche nei processi di decision-making, ricerca, assistenza e relazione con il cliente.

    L’IA non sostituisce, ma ridisegna

    Il dibattito su come l’intelligenza artificiale stia impattando il lavoro resta aperto. Se da una parte c’è chi teme la sostituzione, dall’altra emerge un’interpretazione più concreta e matura: l’IA non elimina il lavoro, ma lo ridisegna.

    Serve quindi un cambio di mentalità.

    I lavoratori che sapranno collaborare con l’IA, comprenderne la logica, sfruttarne le potenzialità nei contesti giusti, saranno più preparati ad affrontare un mercato del lavoro in continua evoluzione. Ecco perché l’AI literacy è diventata una skill diffusa non solo tra i tecnici, ma anche tra chi lavora nel marketing, nella comunicazione, nelle vendite, nel customer service.

    Differenze per paese

    LinkedIn adatta le classifiche in base alle specificità dei mercati del lavoro locali. Ad esempio:
    • India: la lista dà più peso a competenze tecniche come Code Review (2° posto), Debugging, e Prompt Engineering, oltre a soft skills come Creativity and Innovation (1° posto) e Strategic Thinking. AI Literacy è presente ma non al primo posto.
    • Germania: competenze legate all’ingegneria e alla manifattura (es. Software Design, Process Optimization) sono più prominenti, insieme a Cybersecurity, vista l’importanza della protezione dati nell’UE.
    • Francia: soft skills come Comunicazione e Adattamento salgono in classifica, insieme a Customer Engagement, per il focus su servizi e relazioni con i clienti.
    • Regno Unito: AI Literacy e Data Management sono alte, ma anche Regulatory Compliance emerge per via del contesto normativo post-Brexit.

    Una “media” delle 15 competenze

    Ecco una media delle competenze, considerando la frequenza con cui una competenza appare nelle prime posizioni tra i vari paesi e la sua rilevanza globale:
    1. AI Literacy – sempre tra le prime, fondamentale ovunque per l’impatto dell’IA.
    2. Communication – ricorre in tutte le liste, essenziale in contesti ibridi e multiculturali.
    3. Adaptability – alta priorità per la rapidità dei cambiamenti globali.
    4. Critical Thinking – valutata ovunque per risolvere problemi complessi.
    5. Creativity and Innovation – spicca in India e compare spesso altrove.
    6. Leadership – costante per guidare team in transizione.
    7. Problem Solving – universale, soprattutto in India e USA.
    8. Data Management – cresce con la digitalizzazione, rilevante in UK e Germania.
    9. Cybersecurity – priorità in Europa (es. Germania) e USA.
    10. Change Management – frequente per gestire trasformazioni aziendali.
    11. Process Optimization – importante in contesti industriali (es. Germania).
    12. Stakeholder Management – ricorre in India e UK per relazioni strategiche.
    13. Large Language Model (LLM) Development – specifica ma in crescita, specie in tech hub.
    14. Market Analysis – rilevante per strategie di business globali.
    15. Conflict Resolution – emerge in USA e Francia per dinamiche lavorative.

    Le competenze che contano nel 2025 per la IA
    Le competenze che contano nel 2025 per la IA

    Come cambierà il lavoro nei prossimi anni

    La trasformazione è già in atto. Le professioni stanno cambiando forma, alcune si ibridano, altre spariscono o si trasformano profondamente. Allo stesso tempo, ne stanno emergendo di nuove.

    Ciò che sta accadendo oggi non è solo un aggiornamento delle competenze, ma una ristrutturazione dei modelli professionali. Le organizzazioni più lungimiranti stanno già investendo per costruire team capaci di:

    • apprendere in modo continuo;

    • integrare strumenti digitali e umani;

    • gestire il cambiamento come una costante;

    • lavorare in contesti multiculturali e distribuiti.

    In tutto questo, torna centrale una visione più ampia della formazione: non più solo tecnica, ma culturale e umana. La capacità di imparare, di leggere la complessità, di agire con consapevolezza e senso critico diventa la vera risorsa scarsa del futuro.

    Alla fine per abbracciare il cambiamento non resta che imparare, imparare sempre. Studiare, approfondire per abbracciare il cambiamento.

    Guarda e ascolta il video

    [L’immagine di copertina, come quelle che accompagnano le condivisioni sui canali social media, è stata realizzata da Franz Russo usano il modello di generazione delle immagini Chatgpt-4o]

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