In questa categoria troverete articoli su Intelligenza Artificiale e Machine Learning, soprattutto su come queste tecnologie stanno evolvendosi, con esempi concreti
Meta AI debutta in Europa e Italia, precisamente in 41 paesi. Integra le piattaforme Meta senza usare dati utenti, rispettando GDPR. Segna l’evoluzione dei social media verso ecosistemi più intelligenti. Le piattaforme digitali si evolvono.
Al momento, sarà attivo in 41 paesi, risponderà in italiano e si integrerà nelle piattaforme di Meta: Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger.
Un lancio atteso, ma non privo di limitazioni, che riflette il rispetto delle norme europee sulla privacy e offre uno spunto per riflettere sulla trasformazione dei social media.
Il modello di Meta AI distribuito in Europa non utilizza i dati degli utenti di Facebook e Instagram, una scelta obbligata per conformarsi al GDPR e all’AI Act, entrato di recente in vigore. Non permetterà la generazione di immagini né sfrutterà le conversazioni degli utenti per generare contenuti in risposta alle loro richieste.
Meta AI arriva anche in Italia, la IA cambia i social media
Si tratta di restrizioni che spiegano il ritardo nell’espansione europea. A giugno 2024, Meta aveva già pianificato il debutto di Meta AI in Unione Europea, ma le istituzioni, in particolare l’Autorità irlandese per la protezione dei dati, avevano imposto un fermo, richiedendo il rispetto di una serie di regole. Ora, dopo mesi di adeguamenti, l’assistente è pronto a operare.
Come si usa Meta AI?
Meta AI sarà accessibile in diversi modi all’interno delle piattaforme Meta:
Su Instagram e Messenger, l’AI potrà essere attivata nei messaggi diretti.
Nei gruppi WhatsApp, gli utenti potranno menzionare @MetaAI per porre domande e ricevere risposte contestualizzate.
Nei commenti su Facebook, Meta AI potrà essere interpellata per fornire approfondimenti.
Sul sito meta.ai, l’assistente sarà disponibile come chatbot.
L’icona blu di Meta AI segnalerà chiaramente la sua presenza, e per attivarlo basterà digitare @MetaAI seguito da una richiesta.
Gli esempi di utilizzo più comuni? Si potrà chiedere all’AI di fornire informazioni in tempo reale all’interno di conversazioni su WhatsApp o di intervenire in discussioni su Instagram e Facebook.
Per attivarlo, comparirà un’icona blu nei messaggi di Instagram e nei gruppi WhatsApp, oppure basterà scrivere “@MetaAI” seguito da un prompt, una richiesta esplicita. L’intelligenza artificiale risponderà a domande o interverrà nelle conversazioni, come chiedere suggerimenti in un gruppo WhatsApp o fornire informazioni rapide su Instagram. Ogni contenuto generato da Meta AI sarà chiaramente identificato, in linea con le disposizioni dell’AI Act.
Le piattaforme digitali cambiano con la IA
Questa novità non è solo un aggiornamento tecnologico, ma la dimostrazione di un cambiamento profondo nelle piattaforme digitali. L’intelligenza artificiale non è più confinata a un algoritmo che decide cosa mostrare, il cosiddetto “algoritmo del proprietario”, che sempre più spesso privilegia i contenuti graditi alla piattaforma stessa, trascurando gli interessi reali degli utenti.
Ora, l’AI diventa un elemento attivo nella generazione di contenuti all’interno delle conversazioni tra utenti. Meta AI alimenterà un’ulteriore chiusura degli spazi digitali, trattenendo gli utenti all’interno delle piattaforme con risposte immediate e personalizzate, rafforzando il fenomeno delle bolle informative.
MetaAI e l’addio al fact-checking
Il lancio di Meta AI coincide con un altro sviluppo significativo: Meta ha abbandonato il fact-checking tradizionale e sta testando, negli Stati Uniti, le Community Notes, un sistema che affida agli utenti la validazione delle informazioni nei post. Questo approccio arriverà anche in Italia e vedrà probabilmente un ruolo per l’intelligenza artificiale.
In Europa, va precisato, le regole sulla privacy limiteranno l’impatto di queste innovazioni, mantenendo un equilibrio tra tecnologia e protezione dei dati.
Le piattaforme digitali, con Meta AI, si trasformano in assistenti in tempo reale e motori di ricerca integrati. Gli utenti potranno interrogare l’AI senza uscire dalle app, un modello che espanderà il loro ruolo oltre la semplice comunicazione.
Guarda il video
In futuro, Meta AI potrebbe generare contenuti automatici, incluse immagini, come già accade fuori dall’Unione Europea.
L’esempio di Grok su X
Un esempio parallelo è X, dove Grok, l’AI di Elon Musk, interviene direttamente nelle conversazioni quando richiamato con “@Grok”, rispondendo su argomenti specifici. A differenza di Grok, che opera come un bot con una sezione dedicata e un’app stand-alone negli Stati Uniti, Meta AI si integra nativamente nelle conversazioni, un aspetto che sottolinea la direzione verso una presenza sempre più pervasiva dell’AI.
Le piattaforme social media, con la IA da strumenti ad assistenti
Questo cambiamento ridefinisce le piattaforme digitali, nate come strumenti per connettere gli utenti, ma ora sempre più orientate a diventare ecosistemi autonomi.
Lo sviluppo di Meta AI in Italia dipenderà da come gli utenti lo accoglieranno: sarà un intervento minimo, senza impatto sulle conversazioni, o un elemento centrale nella loro evoluzione?
Nei prossimi mesi, osserveremo come tutto questo si inserirà nel nostro contesto e quale percorso prenderà.
Google celebra la Giornata Internazionale della Donna 2025 con un Doodle dedicato alle donne nelle STEM, ricordando c’è ancora molto da fare per colmare il divario.
Come ogni anno, anche oggi 8 marzo 2025, Google dedica un Doodle speciale alla Giornata Internazionale della Donna, un momento che celebra i contributi delle donne in ogni ambito della società.
Il doodle che accompagna il Doodle mette in evidenza: un atomo (fisica); una doppia elica di DNA e una provetta (biologia e chimica); un teschio fossile (paleontologia e archeologia); e un’astronauta (esplorazione spaziale).
Il doodle di Google per le donne STEM
Si tratta di simboli che rappresentano in modo efficace e visivo l’importanza dei contributi femminili nei vari settori STEM, celebrando la loro presenza e i loro risultati. Evocando il loro impatto straordinario sulla scienza e sulla tecnologia.
Giornata Internazionale della Donna: il Doodle Google dedicato alle STEM
Google, attraverso questo Doodle vuole lanciare un messaggio chiaro per il futuro, richiamando l’attenzione su un tema ancora critico: la presenza femminile nel settore STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics).
La scelta di Google non è casuale, ma riflette la necessità di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla presenza femminile nelle discipline STEM, un ambito in cui la partecipazione delle donne è ancora inferiore rispetto a quella maschile.
Ricorderete l’articolo che avevo dedicato proprio al divario, tra donne e uomini, proprio parlando di intelligenza artificiale.
Un divario rischia di tradursi in tecnologie meno inclusive, con algoritmi e sistemi che riflettono pregiudizi e stereotipi esistenti.
Il divario tra donne e IA
I dati ci dicono, infatti, che solo il 22% dei professionisti dell’Intelligenza Artificiale sono donne. Se restringiamo l’analisi alla produzione scientifica, la situazione peggiora: appena il 13,83% degli autori di pubblicazioni AI sono donne e solo il 18% dei relatori nelle principali conferenze internazionali sul tema è di sesso femminile.
La scelta di Google di dedicare questo Doodle alle donne nelle STEM diventa così un’occasione importante non solo per celebrare ma anche per sensibilizzare tutti su questi temi.
Per contrastare l’attuale situazione, è necessario un impegno continuo da parte di istituzioni, aziende e organizzazioni educative per aumentare la partecipazione femminile, attraverso iniziative concrete come borse di studio, programmi di mentorship e campagne di sensibilizzazione mirate.
Solo attraverso un investimento reale nell’inclusione femminile sarà possibile assicurare un futuro più equo e tecnologicamente avanzato.
La diversità è un valore aggiunto fondamentale per l’innovazione. Ed è proprio l’innovazione, insieme alla passione e alla determinazione, che caratterizza il cammino di tante donne straordinarie, capaci di sfidare i limiti imposti da una società che, troppo spesso, fatica ancora a riconoscerne pienamente il talento.
La Giornata Internazionale della Donna è quindi anche un momento di riflessione sul presente e sul futuro.
Investire oggi nell’inclusione femminile in ambito STEM significa infatti investire nel progresso sociale e tecnologico di domani.
Ancora una volta Google, con un semplice Doodle, ci invita non solo a celebrare, ma soprattutto a riflettere.
Buona Giornata Internazionale della Donna a tutte e a tutti.
L’IA non è più solo un supporto, ma una forza autonoma che trasforma il business. Dalla creazione del software alla robotica, fino alla personalizzazione dei brand, la Technology Vision 2025 di Accenture mostra come affrontare questa rivoluzione.
L’Intelligenza Artificiale (IA) oggi non è più solo un’innovazione tecnologica, ma rappresenta la struttura portante attorno alla quale si costruiscono le strategie di business del futuro. Lo evidenzia Accenture nel nuovo report Technology Vision 2025, un’analisi approfondita delle tendenze digitali emergenti e del loro impatto sulle imprese a livello globale e in Italia.
Il rapporto di quest’anno – il 25° annuale di Accenture – è incentrato sull’idea di un’IA sempre più autonoma, capace di agire per conto delle persone, e pone al centro una questione cruciale: la fiducia nelle performance dell’IA come condizione fondamentale per realizzarne appieno il potenziale.
L’IA generativa e gli agent autonomi stanno infatti ridefinendo il modo in cui le aziende operano e crescono, diventando alleati strategici per produttività e innovazione.
Al contempo, senza un adeguato livello di fiducia da parte di dipendenti e clienti, le organizzazioni rischiano di non sfruttare queste nuove capacità – non a caso, l’88% dei dirigenti italiani ritiene fondamentale comunicare chiaramente la strategia aziendale sull’IA per rafforzare la fiducia dei propri dipendenti.
Nonostante tutto, emerge anche un gap da colmare: solo il 46% dei leader in Italia prevede di rendere accessibili strumenti di IA generativa ai lavoratori nei prossimi tre anni, evidenziando la necessità di maggiore consapevolezza e pianificazione per integrare l’IA nelle organizzazioni.
Il report Accenture identifica quattro trend chiave che delineano questa nuova era digitale dominata dall’IA autonoma. Si va dall’esplosione dell’AI nei sistemi informatici (“Big Bang Binario”) alla personalizzazione dell’AI come nuovo volto del brand, dall’integrazione dei modelli generativi nella robotica fisica fino alla collaborazione virtuosa tra AI e forza lavoro umana.
In questo articolo analizziamo in dettaglio ciascuno di questi trend, con un focus particolare sul contesto italiano: quali opportunità economiche si prospettano, quali aziende e settori possono trarre vantaggio da queste tendenze, e quali sfide dovranno affrontare le imprese italiane per abbracciare la trasformazione tecnologica in atto.
Technology Vision 2025, la IA è una forza autonoma
Big Bang Binario: l’IA espande i sistemi e rivoluziona l’automazione
Il primo trend evidenziato è denominato “Il Big Bang Binario”, a indicare un punto di svolta in cui l’IA genera un’espansione esponenziale dei sistemi digitali, trasformandone radicalmente natura e sviluppo. Grazie ai foundation model (modelli di AI di base, addestrati su enormi quantità di dati) e alla diffusione dell’IA generativa, le aziende stanno sperimentando un vero big bang tecnologico: la crescente autonomia degli agent digitali accelera la creazione di nuovo software, riduce i costi e i tempi di sviluppo e rende la tecnologia più accessibile tramite il linguaggio naturale.
In altri termini, l’IA sta passando da strumento di automazione a protagonista nella progettazione e nell’esecuzione dei sistemi software stessi.
Questo fenomeno – il “Big Bang Binario” – sta portando verso un ecosistema IT fondato su tre pilastri: abbondanza (molti più sistemi e soluzioni digitali creati con facilità), astrazione (interfacce più intuitive, come la conversazione in linguaggio naturale, che democratizzano l’uso della tecnologia) e autonomia (sistemi in grado di agire e ottimizzarsi quasi da soli). Le tradizionali applicazioni statiche lasciano il posto ad architetture basate sulle intenzioni e a sistemi composti da molteplici agenti AI capaci di interagire fra loro e con gli utenti.
In questo contesto, le imprese più lungimiranti stanno già ampliando la propria visione oltre le implementazioni immediate dell’IA, per cogliere il cambiamento profondo nelle fondamenta tecnologiche. Ad esempio, i codice generato dall’IA sta innalzando il ruolo degli sviluppatori a ingegneri di sistemi, mentre agent autonomi consentono agli utenti di interagire con software complessi semplicemente dialogando.
Si tratta di una trasformazione che offre opportunità uniche di competizione: chi adotta per tempo queste innovazioni potrà godere di vantaggi in termini di velocità di innovazione e flessibilità dei sistemi. Il 77% dei dirigenti a livello globale concorda che gli agenti AI rivoluzioneranno il modo di creare applicazioni e sistemi digitali, e molti riconoscono che presto dovremo costruire ecosistemi digitali “tanto per gli agenti AI quanto per le persone”.
In Italia, in particolare, si prevede un forte impatto: il 33% dei top manager italiani stima un incremento significativo di produttività grazie all’adozione di agenti AI, e ben l’85% ritiene che questi strumenti ridefiniranno i sistemi digitali aziendali nei prossimi anni.
In pratica, stiamo entrando in un’era di “abbondanza digitale” in cui sarà molto più facile e rapido sviluppare nuovi servizi basati sull’IA; le decisioni che i leader prendono oggi su come implementare queste tecnologie determineranno la competitività delle loro aziende nel prossimo decennio.
Dal Big Bang Binario derivano anche nuove responsabilità. Se le tecnologie odierne sono un mezzo e non un fine ultimo, le imprese devono prepararsi fin d’ora a gestire ecosistemi popolati da agenti autonomi in modo sicuro e affidabile.
Accenture sottolinea l’importanza di preservare la fiducia durante questa transizione: occorre implementare meccanismi di monitoraggio dell’AI, definire chiare linee guida di governance e addestrare i sistemi a decisioni trasparenti, così da allineare l’autonomia dell’IA con gli obiettivi di business e la fiducia degli utenti.
Le aziende italiane all’avanguardia si stanno già muovendo in questa direzione; le altre dovranno rapidamente adeguarsi, definendo una strategia su come integrare gli agenti AI nel proprio digital core (il nucleo digitale dei processi) e iniziando a sperimentarli in progetti pilota.
In sintesi, il Big Bang Binario prospetta un futuro imminente in cui i sistemi saranno molto più numerosi, potenti e autonomi – una grande opportunità per chi saprà evolvere i propri modelli tecnologici e organizzativi in tempo.
Technology Vision 2025 Accenture
Il tuo volto in futuro: l’AI come nuova identità di marca
Il secondo trend, chiamato “Il tuo volto in futuro”, riguarda la personalizzazione dell’IA e l’identità del brand. Man mano che le aziende integrano chatbot e assistenti virtuali nelle interazioni con i clienti, si pone una domanda strategica: qual è la personalità della tua AI? Oggi molte esperienze basate su AI generativa sono piuttosto generiche – basti pensare ai vari assistenti virtuali e bot conversazionali che, utilizzando modelli linguistici di larga scala (LLM) simili, tendono ad avere tutti lo stesso tono “neutro”. Questo rischia di diluire l’identità del brand e offrire ai clienti un’esperienza impersonale.
Accenture evidenzia quindi la necessità di differenziarsi attraverso l’AI, sviluppando agenti conversazionali e assistenti virtuali che riflettano i valori, il linguaggio e lo stile unici di ciascun marchio. In altri termini, l’AI del futuro non dovrà essere anonima, ma diventare una sorta di ambasciatore digitale del brand.
Dotare l’AI di una “voce” e una personalità coerente con il marchio può rafforzare il legame con i consumatori e costruire una nuova forma di fiducia. Ad esempio, un’assistente virtuale di una banca potrebbe parlare con il tono rassicurante e autorevole tipico di quell’istituto, mentre il bot di un’azienda di moda adotterà uno stile più vivace e creativo, in linea con il brand.
Questa personificazione dell’AI offre alle aziende un nuovo terreno su cui competere: l’80% dei dirigenti teme che LLM e chatbot possano rendere tutte le interazioni col cliente simili tra loro, ma al contempo il 77% è convinto che si possa risolvere il problema creando proattivamente esperienze AI “personificate”, infondendo nell’AI elementi distintivi del brand (cultura, valori, tono di voce).
In Italia la sensibilità su questo tema è ancora maggiore: il 94% dei dirigenti italiani concorda sull’importanza di sviluppare AI personalizzate, con una personalità in linea con il brand, e considera prioritario nei prossimi tre anni creare assistenti AI capaci di rappresentare al meglio l’identità aziendale.
Inoltre, quasi tutte le aziende (95%) riconoscono che definire e mantenere una personalità coerente per i propri agenti AI diventerà cruciale nel prossimo triennio.
Le implicazioni pratiche di questo trend sono significative. Le imprese dovranno investire nella progettazione della “user experience” conversazionale, andando oltre la pura funzionalità tecnica: tone of voice, carattere, persino un volto o avatar per l’assistente virtuale – ogni elemento contribuirà a rendere l’AI riconoscibile e allineata al marchio.
Ciò comporta nuove sfide, come bilanciare la creatività con la coerenza (garantire che l’AI non esca dai binari della brand identity) e assicurare che l’AI personificata agisca in modo etico e affidabile, perché qualsiasi errore o comportamento inappropriato avrebbe un impatto diretto sulla reputazione aziendale.
Su quest’ultimo punto, il 77% dei dirigenti italiani afferma che la propria organizzazione dovrà impegnarsi proattivamente nel creare un rapporto di fiducia tra l’AI personificata e i clienti– ad esempio, essendo trasparenti sul fatto che si sta interagendo con un agente automatizzato e monitorandone attentamente le prestazioni.
In definitiva, “Il tuo volto in futuro” suggerisce che ogni azienda avrà la sua AI con un volto e una voce unici, e che questa diventerà parte integrante dell’esperienza cliente, al pari di un venditore in carne e ossa o dell’interfaccia di un’app. Le imprese italiane che sapranno sfruttare l’IA per esprimere la propria identità potranno differenziarsi nettamente nel mercato, offrendo esperienze su misura e rafforzando la propria brand equity nell’era digitale.
Un corpo per gli LLM: l’AI entra nel mondo fisico attraverso la robotica
Il terzo trend della Technology Vision 2025 è intitolato “Un corpo per gli LLM” (Large Language Models), e riguarda l’evoluzione della robotica grazie ai modelli generativi. Finora l’IA generativa è stata principalmente una tecnologia software (si pensi a chatbot, generatori di testo o immagini), ma ora sta estendendo la propria portata al mondo fisico.
In pratica, gli stessi avanzamenti che hanno permesso ai modelli di linguaggio di capire e generare testo stanno venendo applicati ai robot, dando origine a macchine più intelligenti e adattabili. I foundation model integrati nei sistemi robotici consentono infatti ai robot di apprendere nuovi compiti in modo molto più rapido e flessibile, senza la necessità di essere riprogrammati da zero per ogni nuova funzione.
Grazie all’IA generativa e alla capacità di comprendere istruzioni in linguaggio naturale, i robot possono interpretare meglio il contesto, interagire con gli esseri umani in maniera più intuitiva e affrontare situazioni complesse con maggiore autonomia.
Questa evoluzione sta rivoluzionando settori come la manifattura, la logistica e la sanità, aprendo nuove opportunità di collaborazione uomo-macchina. Ad esempio, in un magazzino logistico, si prospettano robot generici in grado prima di svolgere compiti vari e poi specializzarsi “al volo” in nuove mansioni, imparando dall’esperienza sul campo.
Nella produzione industriale, l’IA può dotare i bracci robotici di maggiore “intelligenza” per riconoscere oggetti o adattarsi a piccole variazioni nei pezzi da assemblare, riducendo fermi macchina e difetti.
In ambito sanitario, robot assistenti potrebbero apprendere procedure di assistenza ai pazienti o supporto in sala operatoria combinando visione artificiale e modelli linguistici (per seguire istruzioni del chirurgo in linguaggio naturale, ad esempio). In sintesi, stiamo passando da robot pre-programmati per compiti specifici a robot versatili e “generalisti”, dotati di un corpo fisico ma anche di un “cervello AI” addestrato su enormi dataset, capace di trasferire conoscenze da un ambito all’altro.
Queste prospettive sono entusiasmanti, ma pongono anche nuove sfide in termini di gestione e responsabilità. La maggior parte dei dirigenti si dichiara ottimista sulle potenzialità dei robot adattivi e intelligenti, ma al tempo stesso l’81% dei leader aziendali italiani segnala la necessità di ampliare l’applicazione dei principi di “IA responsabile” man mano che i robot verranno impiegati in contesti fisici.
In altre parole, più l’AI esce dallo schermo per entrare nel mondo reale, più diventa fondamentale garantire che il suo comportamento sia sicuro, etico e trasparente. Pensiamo alla sicurezza sul lavoro: robot più autonomi dovranno rispettare rigorosi standard per operare accanto alle persone senza rischi. Oppure al tema delle decisioni prese dai robot (ad esempio veicoli autonomi): è cruciale che siano comprensibili e allineate ai valori umani.
Le aziende dovranno quindi aggiornare le proprie politiche di governance dell’AI includendo i sistemi fisici, stabilendo regole chiare su controllo umano, privacy, e responsabilità in caso di malfunzionamenti. Un altro aspetto sarà l’accettazione da parte dei lavoratori: introdurre robot avanzati nei contesti produttivi richiederà formazione e change management, per far capire che questi strumenti sono alleati e non necessariamente minacce occupazionali.
Su questo fronte è incoraggiante notare che l’80% dei dirigenti crede che una collaborazione stretta e un apprendimento reciproco continuo tra persone e robot aumenterà la fiducia dei dipendenti verso le macchine.
In effetti, se i robot imparano dagli operatori umani e gli operatori imparano a sfruttare l’assistenza dei robot, si può instaurare un rapporto simbiotico positivo.
“Un corpo per gli LLM” ci proietta verso un futuro in cui le barriere tra digitale e fisico si assottigliano: i confini dell’AI si estendono oltre lo schermo, e le imprese italiane dovranno farsi trovare pronte ad abbracciare questa robotica di nuova generazione, cogliendone i benefici (efficienza, qualità, nuovi servizi) e gestendone responsabilmente i rischi.
Il nuovo ciclo di apprendimento: persone e IA crescono insieme
L’ultimo trend individuato da Accenture, “Il nuovo ciclo di apprendimento”, esamina come sta cambiando il rapporto tra IA e forza lavoro e il modo in cui si generano competenze nell’era dell’automazione avanzata.
Se in passato l’automazione tradizionale sostituiva l’uomo in compiti ripetitivi generando benefici una tantum (efficienza, costi ridotti), la nuova ondata di IA ha una caratteristica diversa: è in grado di apprendere e migliorare continuamente, instaurando con le persone un ciclo virtuoso di reciproco accrescimento.
In pratica, più le persone usano l’IA, più l’IA diventa efficace, e di conseguenza più le persone possono ottenere risultati migliori – creando un circolo di feedback positivo che incrementa nel tempo il valore sia per i singoli che per l’organizzazione.
Grazie all’IA generativa e agli strumenti cognitivo-assistivi, ogni dipendente può ormai disporre di un “copilota digitale” al proprio fianco, capace di fornire informazioni, automatizzare attività di routine e suggerire nuove soluzioni.
Questo significa che l’IA non si limita più ad automatizzare processi, ma sta ridefinendo il modo in cui i lavoratori apprendono nuove competenze e innovano sul lavoro.
Ad esempio, un analista di marketing può usare modelli di AI per esplorare enormi moli di dati e trovare idee di campagne creative, apprendendo a sua volta nuovi approcci dai risultati generati dall’IA; uno sviluppatore software junior può farsi assistere da un AI coding assistant (come GitHub Copilot) imparando dallo stile di codice suggerito e accelerando il proprio percorso di crescita.
L’IA diventa quindi un mentore virtuale oltre che uno strumento operativo. Accenture parla di “democratizzazione dell’innovazione”: rendendo accessibili tool avanzati a tutti i livelli dell’organizzazione, i dipendenti sono messi in condizione di contribuire attivamente alla crescita aziendale, non solo eseguendo compiti ma anche co-creando soluzioni insieme all’IA.
È importante sottolineare che questa evoluzione non elimina il ruolo umano, ma lo potenzia.
Le mansioni ripetitive e a basso valore aggiunto potranno essere automatizzate dall’AI, liberando tempo perché le persone si concentrino su attività più strategiche, creative e di relazione.
Il rapporto evidenzia come sia fondamentale gestire la transizione con trasparenza e coinvolgimento: i dipendenti devono comprendere la strategia dell’azienda sull’AI e sentirsi parte attiva del processo, così da non temere l’automazione ma abbracciarla come un’opportunità di crescita.
A livello globale, 80% dei leader indica come priorità garantire fin da subito una traiettoria positiva nelle relazioni tra persone e AI, prevenendo derive di timore o resistenza attraverso comunicazione e formazione adeguate.
Sul fronte delle competenze, la sfida è enorme: occorre riqualificare il personale su larga scala.
Dall’indagine Accenture emerge che il 73% dei dirigenti italiani considera essenziale investire nella formazione dei dipendenti sugli strumenti di IA nei prossimi tre anni, così da assicurarsi che la forza lavoro sia pronta a sfruttare appieno il potenziale tecnologico e a operare in sinergia con le nuove AI.
Questo dato va letto insieme a un altro insight significativo: il 95% dei leader aziendali prevede che i task svolti dai dipendenti cambieranno in modo moderato o significativo nei prossimi 3 anni, spostandosi verso attività a maggior valore aggiunto.
In Italia però solo una minoranza delle aziende ha già intrapreso programmi strutturati di upskilling sull’AI, il che indica un ritardo da colmare. Le imprese dovranno attivare percorsi formativi agili e continui, integrando l’AI training nelle normali attività (ad esempio, affiancando ai team dei coach interni o creando comunità di pratica sull’uso dell’AI). Alcune organizzazioni stanno anche valutando l’inserimento di metriche di “AI readiness” nelle valutazioni di performance, per incentivare il personale ad adottare gli strumenti AI messi a disposizione.
In sintesi, “Il nuovo ciclo di apprendimento” dipinge un futuro in cui l’IA diventa parte integrante della forza lavoro, elevandone le capacità invece di limitarle. Per le imprese italiane, ciò si traduce nell’opportunità di avere team più agili, creativi e produttivi, a patto di investire da subito nelle persone.
La sfida culturale è far comprendere che uomini e macchine non sono in competizione a somma zero, ma possono alimentarsi a vicenda: l’IA impara dagli utenti umani e ne amplifica le potenzialità, mentre i lavoratori traggono beneficio dall’AI e ne guidano l’evoluzione con feedback continui.
Chi saprà realizzare questa collaborazione virtuosa avrà un vantaggio competitivo notevole, traducendo l’innovazione tecnologica in reale valore di business.
Impatto economico per l’Italia: dati e opportunità
Dai quattro trend analizzati emerge chiaramente un messaggio: l’IA, se adottata strategicamente, può diventare un volano di crescita economica per l’Italia. Accenture stima che l’integrazione pervasiva dell’Intelligenza Artificiale nei processi produttivi e nei servizi potrebbe tradursi in un incremento del PIL italiano fino a 15 miliardi di euro nei settori tradizionali del Made in Italy nei prossimi anni.
Parliamo di comparti come il manifatturiero, l’agroalimentare, il tessile-moda, l’arredamento – ambiti in cui l’Italia è storicamente forte e dove l’AI può portare innovazione nei prodotti e nelle catene del valore.
Ad esempio, nel manifatturiero made in Italy (dalla meccanica di precisione all’automotive), l’adozione di robotica avanzata e sistemi di AI per la gestione della produzione potrebbe aumentare significativamente la produttività e la qualità, rafforzando la competitività delle nostre imprese sui mercati globali.
Allo stesso modo, nel settore moda e lusso, l’AI generativa può accelerare la progettazione creativa e personalizzare l’esperienza di acquisto, mentre nell’agroalimentare algoritmi intelligenti ottimizzano le filiere e garantiscono tracciabilità, migliorando sia l’efficienza che la sostenibilità.
Un altro ambito di investimento è quello dei software di AI generativa aziendale (ad esempio piattaforme di analisi dati aumentata, assistenti virtuali interni, tool di progettazione supportata dall’AI): adottare per prime queste soluzioni permette alle aziende di migliorare l’efficienza operativa e sviluppare nuovi prodotti/servizi prima della concorrenza.
Secondo un’altra ricerca Accenture, quasi il 70% degli executive globali ritiene che l’AI porti una nuova urgenza di reinventare i modelli operativi e i sistemi aziendali, data la velocità con cui si sta diffondendo rispetto a qualunque tecnologia precedente.
L’Italia non fa eccezione: chi saprà cavalcare l’onda dell’AI autonoma potrà colmare parte del gap di produttività che storicamente separa il nostro Paese da altri competitor europei.
Va evidenziato che le PMI italiane, ossatura del tessuto economico nazionale, potrebbero essere tra le principali beneficiarie della democratizzazione dell’IA. La Technology Vision 2025 sottolinea la crescente accessibilità dell’AI anche per le imprese di piccole e medie dimensioni, grazie a costi decrescenti e soluzioni cloud pronte all’uso.
Questo significa ridurre il divario tecnologico tra grandi e piccoli attori: ad esempio, oggi anche una PMI manifatturiera può permettersi un sistema di visione artificiale per il controllo qualità, o una PMI commerciale può implementare un chatbot sul proprio e-commerce con investimenti contenuti.
La conseguenza sarà un’innovazione più diffusa in tutti i settori, con miglioramenti che vanno dall’ottimizzazione dei processi interni fino alla creazione di nuovi modelli di business data-driven. Secondo Accenture, settori come la sanità potranno essere trasformati migliorando l’assistenza ai pazienti e accelerando la ricerca medica grazie a sistemi diagnostici AI e analisi predittive, mentre nei servizi finanziari l’AI potrà migliorare la valutazione dei rischi, la personalizzazione dei prodotti e il contrasto alle frodi.
Nel retail, l’AI renderà possibili esperienze d’acquisto iper-personalizzate e una gestione più efficiente degli inventari; nell’industria energetica, sistemi di AI aiuteranno a bilanciare le reti e integrare le fonti rinnovabili.
Insomma, ogni comparto avrà le sue applicazioni chiave dell’AI e trarrà vantaggi specifici – aumento dell’efficienza, riduzione dei costi, miglior servizio al cliente, o magari la creazione di servizi completamente nuovi prima impensabili senza l’AI.
Per concretizzare questo impatto economico positivo, sarà determinante la capacità delle aziende italiane di passare dalla consapevolezza all’azione. I dati del report mostrano un quadro incoraggiante sul fronte della consapevolezza (molti leader riconoscono l’importanza dell’AI e ne hanno compreso i trend principali), ma evidenziano anche aree in cui bisogna accelerare: in particolare, dotarsi di una visione strategica di lungo periodo e investire nelle risorse umane.
Teodoro Lio AD Accenture Italia
Le opportunità ci sono e sono significative – dal boost di produttività interno fino a nuove offerte per i clienti – ma richiedono un cambio di passo nella trasformazione digitale delle nostre imprese, affinché l’IA diventi parte integrante del modello operativo italiano. Come ha dichiarato Teodoro Lio, Amministratore Delegato di Accenture Italia, “per le aziende italiane l’IA rappresenta un imperativo strategico in grado di innovare i modelli di business, ottimizzare le operations e migliorare l’esperienza dei consumatori”, ma per sfruttarne a fondo il potenziale occorre integrarla efficacemente in tutti i processi aziendali, accelerare gli investimenti e colmare il gap di competenze, rafforzando al contempo il patto di fiducia verso questa rivoluzione tecnologica che deve avere l’uomo alla guida.
In queste parole c’è la sintesi di ciò che l’AI può fare per l’economia italiana (innovare, far crescere PIL e produttività) e di ciò che l’Italia deve fare per l’AI (investire, formare, fidarsi e governare il cambiamento).
Sfide e opportunità per le imprese italiane
L’adozione diffusa dell’Intelligenza Artificiale pone dunque una serie di sfide che le imprese italiane dovranno affrontare, ma anche molteplici opportunità da cogliere. Da un lato, come abbiamo visto, c’è l’urgenza di sviluppare strategie chiare e lungimiranti per integrare l’AI nei modelli di business; dall’altro c’è la promessa di notevoli benefici in termini di efficienza, innovazione e crescita. Vediamo i punti principali:
Definire una strategia chiara e olistica per l’AI: una prima sfida è passare dai progetti pilota estemporanei a una visione strategica complessiva. Il report di Accenture mette in guardia le aziende: l’IA pervaderà ogni area (operazioni, relazione con i clienti, prodotti, forza lavoro) e occorre quindi un approccio coordinato. Le imprese italiane sono chiamate a disegnare una roadmap di adozione dell’AI
Coltivare la fiducia e gestire il cambiamento culturale: come evidenziato, la fiducia è il fattore abilitante numero uno. Le aziende devono lavorare su due fronti. Internamente, vincere lo scetticismo o la paura dei dipendenti verso l’automazione, coinvolgendoli attivamente. Comunicare in modo chiaro gli obiettivi dell’AI (l’88% dei manager sa che deve farlo) e dimostrare con i fatti che l’AI può migliorare il lavoro di tutti aiuta a creare un clima di fiducia e collaborazione.
Formazione e skill gap: una sfida cruciale, come discusso, è dotare la forza lavoro delle competenze necessarie per utilizzare e governare l’AI. In Italia molte imprese accusano un ritardo nella formazione digitale: ad esempio, solo il 20% circa delle aziende ha formato almeno un quarto del proprio personale sulle tecnologie AI. Il rischio è di avere a disposizione potenti strumenti di AI che però rimangono sottoutilizzati per mancanza di know-how. Accenture evidenzia che il 68% dei dirigenti avverte la necessità di migliorare le competenze e riqualificare i dipendenti (inclusi quelli con disabilità) all’uso di strumenti AI. La buona notizia è che c’è consapevolezza: il 73% dei leader intende investire in questo ambito. L’opportunità da cogliere è quella di costruire una workforce “AI-proficient”.
Adeguare infrastrutture e processi: un aspetto spesso sottovalutato, ma essenziale, è l’aggiornamento dell’infrastruttura tecnologica e dei processi aziendali per accogliere l’AI. Le aziende italiane dovranno investire in dati, cloud e architetture modulari.
Innovazione responsabile e normativa: infine, una sfida trasversale è assicurare un’innovazione responsabile, in linea con normative e aspettative sociali. La regolamentazione sull’AI è in divenire (si pensi al progetto di EU AI Act in Europa) e le aziende dovranno mantenersi al passo, adeguando i propri sistemi agli standard di legge. Chi muove primi passi può addirittura contribuire a plasmare queste normative attraverso best practice settoriali. L’attenzione all’etica, alla trasparenza e all’inclusività dell’AI non deve essere vista solo come un obbligo, ma come un’opportunità per distinguersi.
L’Accenture Technology Vision 2025 traccia un panorama nel quale l’Intelligenza Artificiale sarà sempre più il motore dell’impresa del futuro.
I quattro trend – Big Bang Binario, Il tuo volto in futuro, Un corpo per gli LLM e Il nuovo ciclo di apprendimento – delineano insieme un mondo in cui l’AI permea ogni dimensione del business: dai sistemi informatici che diventano autonomi e “intelligenti per default”, all’esperienza cliente personalizzata da assistenti virtuali con un volto amico; dalla robotica evoluta che fonde digitale e fisico, alla collaborazione simbiotica tra persone e agenti AI in ogni ufficio e reparto.
Per le aziende italiane, questo scenario rappresenta una sfida epocale ma anche una straordinaria chance di trasformazione e crescita.
Il filo conduttore che lega tutte le tendenze è la necessità di un cambio di paradigma nella gestione aziendale.
Chi avrà la lungimiranza di investire in questa trasformazione oggi, potrà costruire l’impresa resiliente e competitiva di domani.
L’Italia ha tutte le carte in regola per essere protagonista in questo nuovo capitolo tecnologico: un tessuto imprenditoriale dinamico, eccellenze nella ricerca sull’AI e nella robotica, e settori di punta che potrebbero fare da traino nell’adozione (pensiamo alla robotica avanzata sviluppata nei nostri centri di ricerca, o alle sperimentazioni di AI nel campo medico).
Per massimizzare i benefici dell’AI, però, le imprese dovranno agire con un approccio equilibrato, che potremmo sintetizzare in alcune linee guida: visione, persone, tecnologia, fiducia.
Visione: sviluppare piani chiari su come l’AI reinventerà i propri prodotti e processi, senza aver paura di ripensare i modelli di business (ad esempio, offrire servizi “as a service” basati su AI dove prima si vendeva un prodotto fisico).
Persone: mettere le persone al centro, formandole e coinvolgendole perché diventino parte attiva del cambiamento – l’innovazione di successo è fatta da persone che credono nel progetto.
Tecnologia: investire nelle piattaforme e nelle partnership giuste – poche aziende potranno fare tutto da sole, sarà importante collaborare con fornitori tech, università, ecosistemi di startup per integrare le migliori soluzioni AI in modo rapido ed efficace.
Fiducia: instaurare un clima di fiducia attorno all’AI, sia internamente che esternamente, attraverso la trasparenza, la responsabilità e l’attenzione all’etica. Questo manterrà l’innovazione su binari sicuri e socialmente accettabili, evitando contraccolpi.
L’Intelligenza Artificiale si candida a essere il fattore decisivo del successo aziendale nei prossimi anni.
Non si tratta più di chiedersi se adottare l’AI, ma come farlo al meglio e quanto in fretta.
Le aziende italiane che sapranno unire la tradizionale creatività e capacità di adattamento “made in Italy” con la potenza dell’AI, svilupperanno un vantaggio unico. Potranno creare prodotti innovativi, esperienze clienti memorabili e organizzazioni agili, in grado di prosperare anche in un contesto competitivo e in rapido mutamento.
Al contrario, chi resterà fermo rischierà di subire un progressivo declino, man mano che i concorrenti augmented dall’AI guadagneranno terreno. “L’IA non sostituirà gli esseri umani, ma gli esseri umani che sapranno usare l’IA sostituiranno quelli che non la sanno usare” – questa citazione, spesso ripetuta nel dibattito, riassume bene la posta in gioco.
Il futuro delle imprese sarà scritto dalla collaborazione uomo-macchina: investire oggi per costruire questo sodalizio virtuoso significa assicurarsi un ruolo da protagonisti nell’economia di domani.
E, come ci ricorda la Technology Vision 2025 di Accenture, il momento di agire è adesso.
BuzzFeed lancia l’idea di una nuova piattaforma social contro i modelli dominati dall’algoritmo del proprietario e dalla logica SNARF. Ma davvero è possibile una via alternativa che utilizzi la IA per alimentare creatività e connessioni autentiche?
Negli ultimi anni, il mondo dei social media è cambiato profondamente. Se inizialmente piattaforme come Facebook e Twitter nascevano per connettere le persone, oggi l’esperienza dell’utente è dominata da sistemi algoritmici che decidono cosa vedere e quanto tempo rimanere sulle piattaforme.
Il cuore di questa trasformazione è l’intelligenza artificiale, che governa i feed personalizzando i contenuti, ma spesso con l’obiettivo primario di trattenere l’utente il più a lungo possibile. Questo processo, apparentemente neutrale, nasconde in realtà una dinamica più complessa che ho definito “algoritmo del proprietario”.
Algoritmo del proprietario e SNARF: la via di BuzzFeed per i social media
Cosa si intende per Algoritmo del Proprietario
L’algoritmo del proprietario non lavora più per mostrare all’utente ciò che davvero gli interessa. Adesso è impostato per favorire i contenuti che meglio rispondono agli obiettivi strategici della piattaforma e, quindi, dei suoi proprietari.
Che si tratti di trattenere il pubblico sulla piattaforma, di penalizzare i link esterni o di spingere temi più polarizzanti, l’utente non è più al centro delle decisioni.
La proposta dei contenuti da seguire è nelle mani dei gestori della piattaforma, e l’algoritmo diventa lo strumento attraverso cui orientare e condizionare il comportamento delle persone.
È la formula perfetta per creare dipendenza: contenuti che stimolano reazioni forti, senso di urgenza, indignazione, paura, e che spingono l’utente a restare il più a lungo possibile.
SNARF
Un sistema che alimenta il cosiddetto doomscrolling, quella pratica ormai quotidiana di scorrere senza sosta il feed in cerca di nuovi stimoli e cose interessanti.
Cosa si intende per doomscrolling
Nel contesto delle piattaforme social dominate dagli algoritmi, è emerso un comportamento sempre più diffuso e riconosciuto: il doomscrolling. Il termine, nato dall’unione delle parole doom (rovina, catastrofe) e scrolling (scorrere), indica l’abitudine compulsiva di scorrere senza sosta il feed dei social media, consumando notizie e contenuti negativi o carichi di tensione emotiva.
È una spirale in cui l’utente viene risucchiato, continuando a cercare nuovi aggiornamenti, spesso legati a crisi, conflitti, emergenze o polemiche. Questa pratica non è casuale: gli algoritmi delle piattaforme favoriscono proprio i contenuti che suscitano emozioni forti, come rabbia, paura e indignazione, perché sono quelli che generano maggiore coinvolgimento.
Come risultato porta senso di ansia e stress crescente per l’utente, ma anche più tempo speso sulla piattaforma, esattamente ciò che l’algoritmo del proprietario si propone di ottenere.
Proprio da questa riflessione, e come reazione a questo modello, nasce l’iniziativa di BuzzFeed.
Il digital media storico, che ha già rivoluzionato in passato il giornalismo digitale, sta ora lavorando a una nuova piattaforma social basata sull’intelligenza artificiale, ma con un approccio diverso rispetto ai modelli dominanti.
Il futuro dei social media, l’idea di BuzzFeed
L’idea di BuzzFeed, nelle parole del CEO Jonah Peretti, è di creare una piattaforma che metta al centro la creatività e le connessioni umane, anziché favorire l’addiction da contenuti ottimizzati per l’engagement.
Una piattaforma che utilizza l’IA non per sostituire le persone o per spingerle a restare online, ma per dare strumenti nuovi alla creatività degli utenti.
Credo che questa proposta si collochi nello scenario come una possibile “terza via” rispetto agli attuali sviluppi del panorama social.
Infatti, oggi, vediamo da una parte le piattaforme storiche, come Meta, che affinano sempre più i loro algoritmi e provato ad introdurre personaggi generati dall’IA per popolare i feed e creare interazioni automatizzate. Sempre ai fini di generare maggiore tempo di utilizzo.
Dall’altra, esperimenti estremi come SocialAI, una piattaforma dove non ci sono esseri umani, ma solo bot di intelligenza artificiale che interagiscono tra loro.
L’idea di BuzzFeed sembra voler andare in una direzione diversa: non l’algoritmo del proprietario che decide cosa è meglio per te, non una piattaforma popolata da bot che simulano l’umano, ma un social che sfrutta l’IA come strumento per facilitare l’espressione, la narrazione interattiva, la sperimentazione di nuovi formati e la costruzione di connessioni autentiche tra persone.
La domanda da porsi al momento è: questa visione riuscirà a concretizzarsi? Oppure anche questa piattaforma finirà per cedere alla logica della retention e dell’engagement esasperato? In fondo, il mercato dei social media oggi si regge proprio su quei modelli che hanno fatto la fortuna dei grandi colossi.
Ci troviamo di fronte a una svolta importante: se l’intelligenza artificiale può essere utilizzata per rafforzare l’autonomia e la creatività delle persone, oppure se continuerà a essere lo strumento per consolidare il potere delle piattaforme sui comportamenti degli utenti.
Il futuro dei social media si gioca anche qui. Tra l’algoritmo del proprietario e la possibilità di restituire alle persone il controllo sulle proprie esperienze digitali.
L’UE lancia InvestAI, un piano da 200 miliardi di euro per colmare il divario nell’IA rispetto a USA e Cina. Previste gigafactory con chip avanzati e investimenti pubblici e privati per la crescita del settore.
L’Unione Europea ha finalmente deciso di fare sul serio sull’Intelligenza Artificiale. Con un piano di investimenti da 200 miliardi di euro, Bruxelles vuole colmare il divario che la separa da Stati Uniti e Cina nella corsa alla costruzione dei modelli di IA sempre più avanzati.
Il progetto, chiamato InvestAI, prevede finanziamenti pubblici e privati per lo sviluppo di gigafactory dell’IA, strutture pensate per addestrare i modelli più complessi grazie a chip di ultima generazione.
Piano ambizioso per recuperare il ritardo sull’IA
L’Europa, come già ricordato, ha assistito da spettatrice agli ultimi grandi sviluppi nel settore dell’IA. Il lancio di ChatGPT da parte di OpenAI nel 2022 ha scatenato una corsa agli investimenti senza precedenti, con le big tech statunitensi e cinesi che hanno rapidamente monopolizzato il settore.
Il nuovo piano europeo punta a cambiare le carte in tavola, mirando a posizionare l’UE come un attore centrale in questo scenario.
UE, piano da 200 miliardi per recuperare il ritardo sulla IA
“Vogliamo che l’Europa sia uno dei continenti leader nell’intelligenza artificiale, e questo significa abbracciare una vita in cui l’IA sia ovunque“, ha dichiarato.
Nel dettaglio, il piano prevede 50 miliardi di euro di finanziamenti pubblici da parte della Commissione Europea, a cui si aggiungono 150 miliardi di euro provenienti da un consorzio di investitori privati, tra cui nomi di spicco come Blackstone, KKR & Co ed EQT.
Questo mix di fondi pubblici e privati mira a rendere il progetto sostenibile nel lungo periodo e a stimolare l’innovazione su larga scala.
Ursula von der Leyen A-Parigi AI Summit 2025/Reuters
Le nuove gigafactory per sviluppare l’IA
Uno degli elementi chiave del piano InvestAI è la creazione di gigafactory dell’IA, strutture progettate per addestrare i modelli di intelligenza artificiale più sofisticati.
Questi impianti saranno dotati di circa 100.000 chip avanzati, un numero quattro volte superiore rispetto a quello delle fabbriche attualmente in fase di realizzazione.
L’obiettivo è: fornire all’Europa un’infrastruttura tecnologica all’altezza dei colossi americani e cinesi.
Attualmente, gran parte dei modelli IA più potenti al mondo vengono sviluppati negli Stati Uniti, grazie all’accesso esclusivo a tecnologie avanzate fornite da aziende come Nvidia, Microsoft e OpenAI. Con le gigafactory, l’Europa punta a costruire un ecosistema autonomo e competitivo.
A dicembre, Bruxelles aveva già selezionato diversi consorzi per la creazione di sette fabbriche di IA, e altre cinque saranno annunciate a breve.
La Commissione finanzierà questi impianti attraverso un mix di sovvenzioni e investimenti in capitale, con l’obiettivo di attrarre sempre più imprese del settore.
La competizione sull’IA a livello globale
L’iniziativa europea arriva in un momento di grande fermento nel mondo dell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti hanno recentemente annunciato Stargate, un’iniziativa da 100 miliardi di dollari, destinata a costruire data center per OpenAI, con la possibilità di raggiungere 500 miliardi di dollari entro il 2029.
Il progetto vede coinvolti giganti come SoftBank, Oracle, Arm e Nvidia, che stanno spingendo al massimo lo sviluppo dell’IA generativa.
Anche la Cina non è rimasta a guardare. DeepSeek ha recentemente sconvolto il settore IA che, nonostante l’uso di chip meno avanzati rispetto ai rivali statunitensi, riesce comunque a competere con le tecnologie americane.
Questo ha sollevato un interrogativo strategico: è davvero necessario spendere cifre astronomiche per restare competitivi?
L’UE, con il suo piano da 200 miliardi di euro, sembra aver dato una risposta chiara a questa domanda. Per recuperare terreno, non basta aspettare: bisogna investire su larga scala.
Le sfide che attendono InvestAI
Nonostante l’ambizione del progetto, le sfide da affrontare non sono poche. Il finanziamento iniziale per InvestAI verrà ricavato da programmi già esistenti dell’UE, ma sarà fondamentale il supporto degli Stati membri per garantire una continuità nel tempo.
Inoltre, il piano prevede una struttura finanziaria a livelli, con quote di investimento caratterizzate da differenti livelli di rischio e rendimento.
Un altro aspetto critico è la fornitura di chip avanzati. L’Europa dipende ancora fortemente dai produttori americani e asiatici per le tecnologie di base, e questo potrebbe rappresentare un collo di bottiglia per lo sviluppo delle gigafactory.
La Commissione dovrà quindi lavorare per costruire una filiera di produzione interna, riducendo la dipendenza da fornitori esterni.
Infine, resta aperta la questione della regolamentazione. L’UE ha adottato il primo AI Act, una normativa che impone regole stringenti sull’uso dell’intelligenza artificiale. Ma riuscirà questa regolamentazione a convivere con l’enorme spinta agli investimenti? Trovare un equilibrio tra innovazione e regole sarà una delle sfide cruciali per il futuro dell’IA in UE.
In conclusione, l’Unione Europea ha lanciato il guanto di sfida agli Stati Uniti e alla Cina nel settore dell’intelligenza artificiale.
Il futuro ci dirà di InvestAI
Il piano InvestAI è il tentativo più ambizioso mai realizzato prima per costruire un’infrastruttura tecnologica in grado di competere a livello globale.
Ma la strada è ancora lunga. Oltre agli investimenti, serviranno collaborazioni strategiche, una visione chiara e una capacità di esecuzione efficace.
Se l’Europa riuscirà a trasformare questo piano in realtà, potrà finalmente ambire a un ruolo di primo piano nel futuro dell’intelligenza artificiale.
Come in tutte le cose, il tempo saprà dirci se questa è la mossa giusta per colmare il divario con i giganti mondiali.
[L’immagine di copertina e quelle che sono allegate alle condivisioni sui canali social del post sono state realizzate da @franzrusso attraverso il modello di IA generativa Dall-E 3]
Elon Musk tenta di acquisire OpenAI con un’offerta ostile da 97,4 mld$, ma Sam Altman la rifiuta nettamente. Tra rivalità, cause legali e strategie, lo scontro diretto tra i due è destinato a peggiorare. In mezzo c’è il controllo della IA.
Il miliardario ha annunciato un’offerta ostile da 97,4 miliardi di dollari per acquisire la società no-profit che controlla OpenAI.
Una mossa che arriva in un contesto già molto teso e che, in realtà, ha radici profonde nella rivalità tra Musk e Sam Altman, attuale CEO di OpenAI.
Ma facciamo un passo indietro per capire meglio cosa sta succedendo.
Il progetto AI di Trump senza Musk
Lo scorso 21 gennaio 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il progetto “Stargate”, un’iniziativa da 500 miliardi di dollari per lo sviluppo di infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale. Il progetto vede la partecipazione di OpenAI, SoftBank, Oracle e altre grandi realtà tecnologiche, con l’obiettivo di costruire una rete di data center avanzati che sosterranno lo sviluppo dell’IA nei prossimi anni.
Annuncio del progetto Stargate
La conferenza alla Casa Bianca ha visto protagonisti Sam Altman, Larry Ellison e Masayoshi Son, ma Elon Musk non era presente. Un’assenza che ha fatto molto discutere, considerando il ruolo che Musk ha oggi e che avuto in passato nella creazione di OpenAI.
Secondo diverse fonti, questa esclusione sarebbe stata percepita come un affronto dal CEO di Tesla e SpaceX, spingendolo a rispondere con un’offerta ostile per acquisire il controllo di OpenAI.
L’offerta ostile e la risposta tagliente di Sam Altman
Elon Musk ha quindi deciso di tentare un vero colpo di mano con un’offerta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire il controllo della no-profit OpenAI Inc., che sovrintende l’azienda a scopo di lucro OpenAI LP.
“No grazie, se vuoi compriamo Twitter a 9,74 miliardi di dollari.”
Un chiaro riferimento all’acquisizione della piattaforma da parte di Musk per 44 miliardi di dollari nel 2022 e un modo per sminuire l’offerta.
Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA
Cosa si intende per offerta ostile
Un’offerta d’acquisto ostile è una proposta di acquisizione di una società fatta contro la volontà del suo consiglio di amministrazione. In altre parole, l’azienda che riceve l’offerta (in questo caso OpenAI) non è d’accordo con la vendita, ma l’azienda offerente (qui Elon Musk e il suo consorzio) cerca comunque di ottenere il controllo.
Come funziona?
Quando un’acquisizione è amichevole, l’azienda acquirente negozia con il consiglio di amministrazione della società bersaglio, e insieme trovano un accordo sui termini di vendita.
Nel caso di un’offerta ostile, invece:
Acquisto diretto delle azioni sul mercato: l’azienda acquirente cerca di comprare un numero sufficiente di azioni direttamente dagli azionisti, spesso offrendo un prezzo più alto rispetto al valore di mercato per convincerli a vendere.
Proposta diretta agli azionisti (tender offer): Musk e il suo consorzio potrebbero fare un’offerta pubblica agli azionisti di OpenAI, bypassando il consiglio di amministrazione.
Sostituzione del management: se OpenAI avesse azionisti con diritto di voto, Musk potrebbe cercare di ottenere il controllo cambiando il consiglio di amministrazione.
Perché Musk ha fatto un’offerta ostile?
Non ha il supporto della dirigenza di OpenAI, che è guidata da Sam Altman.
Vuole forzare la vendita, probabilmente per prendere il controllo della strategia aziendale.
Potrebbe essere una vendetta o una mossa strategica, considerando la sua rivalità con Altman e il fatto di essere stato escluso dal progetto “Stargate”.
In sostanza, è una mossa aggressiva per ottenere il controllo di un’azienda che non vuole essere venduta.
Musk e la causa contro OpenAI
L’attacco di Musk a OpenAI non è un fulmine a ciel sereno. Già nel febbraio 2024, Musk aveva intentato una causa legale contro OpenAI, Altman e il presidente di allora, Greg Brockman, sostenendo che l’azienda avesse tradito la sua missione originaria. Secondo Musk, OpenAI era nata come una non-profit per il bene dell’umanità, ma con il tempo si è trasformata in un’azienda a scopo di lucro, legandosi sempre più strettamente a Microsoft.
Musk ha sempre sostenuto una visione dell’IA come tecnologia aperta e controllata, mentre Altman ha spinto OpenAI verso una struttura più commerciale, raccogliendo miliardi di investimenti e consolidando il proprio ruolo.
La causa intentata da Musk rappresenta quindi un ulteriore tassello di una lunga battaglia che arriva al suo punto più alto con l’offerta ostile.
La posizione di Sam Altman e OpenAI
Secondo The Hill, Altman ha ribadito che OpenAI non è in vendita e ha respinto l’idea che la società possa essere acquisita, definendo l’offerta di Musk come un’azione destinata a fallire. Il CEO ha sottolineato come l’azienda stia lavorando per garantire che l’intelligenza artificiale sia sviluppata in modo responsabile e che non intende cedere alle pressioni di Musk o di altri investitori.
Il board ha dichiarato che OpenAI continuerà a operare come entità indipendente, con una governance che privilegia la sicurezza e la trasparenza.
Perché Musk vuole OpenAI?
Se da una parte questa può sembrare una mossa dettata dall’ego e dalla rivalità personale, dall’altra non si può ignorare che OpenAI sia attualmente l’azienda più influente nel settore dell’intelligenza artificiale.
ChatGPT ha rivoluzionato il settore della generazione di contenuti, e i continui sviluppi della sua tecnologia lo rendono uno strumento chiave per il futuro dell’IA.
Musk, che ha già creato la sua startup xAI per competere nel settore, potrebbe voler riportare OpenAI alla sua visione originaria, oppure semplicemente fermare l’ascesa di un’azienda che sta diventando sempre più strategica per i suoi rivali, Microsoft in primis.
Quali saranno le prossime mosse?
Al momento, l’offerta ostile è stata respinta, ma Musk potrebbe provare a ottenere il controllo in altro modo, ad esempio cercando di convincere investitori e azionisti a sostenerlo. Nel frattempo, la battaglia legale tra Musk e OpenAI continua, e il futuro della società fondata nel 2015 sembra più incerto che mai.
Di sicuro, questa vicenda non è solo una questione di business, ma riguarda il futuro dell’intelligenza artificiale e il suo ruolo nel mondo.
Da oggi il futuro di OpenAI viaggia sulla via dell’incertezza.
[L’immagine di copertina è stata realizzata da @franzrusso utilizzando due diversi modelli di IA generativa. Imagen 3 per lo sfondo con la scritta AI e Grok per la generazione dei due profili di Musk e Altman]
Le donne sono ancora sotto rappresentate nel mondo della IA, con conseguenze su equità e qualità dei modelli. Bias di genere e stereotipi già radicati si rafforzano. Serve più inclusione e consapevolezza per un’IA equa.
L’Intelligenza Artificiale sta trasformando il mondo, ma dietro le meraviglie della tecnologia si cela un problema ancora troppo poco dibattuto: la scarsa presenza delle donne in questo settore.
Non si tratta solo di una questione di numeri, ma di un fenomeno che ha ripercussioni profonde sulla qualità e sull’equità dei modelli di IA che plasmano il nostro futuro.
Il gender gap nel settore della IA
I dati parlano chiaro. A livello globale, solo il 22% dei professionisti dell’Intelligenza Artificiale sono donne. Se restringiamo l’analisi alla produzione scientifica, la situazione peggiora: appena il 13,83% degli autori di pubblicazioni AI sono donne e solo il 18% dei relatori nelle principali conferenze internazionali sul tema è di sesso femminile.
In Italia, il divario è ancora più marcato: le donne rappresentano solo il 16% degli sviluppatori, una percentuale inferiore alla media europea del 18,9%.
Questa sotto rappresentazione ha un impatto diretto sulla progettazione e sull’applicazione dei modelli di Intelligenza Artificiale. Meno diversità significa, infatti, meno prospettive differenti nel processo decisionale. Con il rischio concreto di perpetuare discriminazioni e stereotipi.
Donne e IA, un divario da colmare nel 2025
Il bias di genere nei modelli di Intelligenza Artificiale
Quando un algoritmo viene addestrato su dati raccolti prevalentemente da uomini o progettati da team con scarsa diversità, il rischio di bias di genere diventa inevitabile.
Gli assistenti virtuali come Siri e Alexa, tradizionalmente con voci femminili, vengono spesso programmati per essere docili e servizievoli, consolidando ruoli stereotipati.
Alcuni software di selezione del personale basati su IA hanno mostrato preferenze per candidati uomini, penalizzando le donne nei processi di assunzione.
Nella generazione di immagini basata su IA, professioni come “ingegnere” o “scienziato” vengono spesso associate a figure maschili, mentre ruoli come “insegnante” o “infermiere” sono prevalentemente femminili.
Queste distorsioni non sono semplici anomalie, ma conseguenze dirette di un ecosistema tecnologico in cui la presenza femminile è limitata.
Il rischio è che questa sfiducia allontani ulteriormente le donne dal settore tecnologico, creando un circolo vizioso in cui la scarsa rappresentanza alimenta modelli distorti e viceversa.
Come rendere la IA sempre più equa e inclusiva
Cosa si può fare per colmare questo divario? Alcune soluzioni sono chiare:
Più donne nei team AI: incentivare l’accesso delle donne alle discipline STEM e promuovere la loro partecipazione nei ruoli decisionali.
Dati più inclusivi: garantire che i dataset su cui vengono addestrati gli algoritmi siano rappresentativi dell’intera popolazione.
Maggiore consapevolezza: riconoscere e affrontare attivamente i bias nei modelli di IA, evitando che diventino la norma.
L’Intelligenza Artificiale non è un’entità neutrale: è il risultato di scelte umane. E se vogliamo che sia davvero uno strumento di progresso per tutti, è fondamentale che queste scelte siano guidate dalla diversità e dall’inclusione.
[L’immagine di copertina e quella che accompagna le condivisioni sui canali social è stata realizzata da @franzrusso utilizzando il modello di IA generativa Dall-E 3]
L’Intelligenza Artificiale in Italia cresce del 58%, con un mercato da 1,2 miliardi. Le grandi aziende investono ma resta il divario con l’Europa. Le PMI risultano essere ancora indietro.
Nel 2024 il mercato dell’Intelligenza Artificiale in Italia ha raggiunto un nuovo massimo storico, toccando quota 1,2 miliardi di euro con una crescita del +58% rispetto al 2023. A trainare il settore sono soprattutto le sperimentazioni che includono l’AI Generativa, che rappresentano il 43% del valore totale, mentre il restante 57% è costituito da soluzioni di AI tradizionale.
A fronte di questi dati, l’Italia però continua a essere l’ultimo tra otto Paesi europei per livello di adozione dell’AI, pur distinguendosi per la diffusione di strumenti di Generative AI pronti all’uso, come ChatGPT e Microsoft Copilot.
In Italia cresce la IA ma resta il ritardo con l’Europa
Adozione dell’AI: grandi imprese avanti, PMI in ritardo
Le grandi imprese italiane guidano il mercato: l’81% ha almeno valutato un progetto AI e il 59% ne ha già uno attivo.
Ma il nostro Paese rimane in coda rispetto alla media europea, dove il 69% delle aziende ha adottato l’AI. Un dato incoraggiante è che una grande impresa su quattro ha già progetti a regime.
D’altra parte, le PMI italiane mostrano ancora un ritardo. Infatti, solo il 7% delle piccole imprese e il 15% delle medie imprese ha avviato progetti AI.
L’interesse c’è (58% delle PMI si dichiarano interessate), ma la mancanza di competenze e di una gestione adeguata dei dati rappresentano ancora un ostacolo.
L’adozione di strumenti di Generative AI riguarda appena l’8% delle PMI.
Italia leader nell’adozione di strumenti di Generative AI
L’Italia si posiziona tra i primi Paesi per l’acquisto di soluzioni AI pronte all’uso: il 53% delle grandi imprese ha adottato strumenti di Generative AI, superando Francia, Germania e Regno Unito.
Il 39% delle aziende che utilizzano questi strumenti ha riscontrato un aumento della produttività, anche se il 48% non ha ancora valutato l’impatto in modo quantitativo.
In ogni caso, resta alta consapevolezza dei rischi: il 40% delle aziende ha introdotto linee guida per regolamentarne l’uso e il 17% ha vietato strumenti non approvati per evitare fenomeni di Shadow AI.
Cosa si intende per Shadow AI
Shadow AI si riferisce all’uso non autorizzato di strumenti di Intelligenza Artificiale all’interno di un’azienda, senza che il reparto IT o la direzione abbiano il controllo su di essi.
In pratica, questa situazione si presenta quando i dipendenti iniziano a utilizzare strumenti di Generative AI come ChatGPT, Copilot o altri software AI per il proprio lavoro senza seguire linee guida aziendali.
Questo può creare diversi rischi, tra cui:
Perdita di dati sensibili: se si inseriscono informazioni aziendali riservate in un tool AI pubblico, queste potrebbero finire in mano a terze parti.
Mancanza di conformità: l’azienda potrebbe violare regolamenti come il GDPR o altre normative sulla protezione dei dati.
Incoerenza nei processi: se diversi dipendenti usano strumenti AI in modo indipendente, senza una strategia comune, i risultati potrebbero essere di qualità variabile e difficili da integrare.
Per evitare il fenomeno dello Shadow AI, molte aziende stanno adottando policy interne, vietando l’uso di strumenti non approvati o creando soluzioni AI controllate e sicure.
Le principali applicazioni dell’AI in Italia
Le soluzioni più adottate dalle imprese italiane riguardano:
Data Exploration, Prediction & Optimization Systems (34%): sistemi per la previsione della domanda, ottimizzazione della logistica e rilevamento di attività anomale.
Text Analysis, Classification & Conversation Systems (32%): in forte crescita (+86%), grazie a sistemi di Retrieval Augmented Generation su normative e documentazione.
Recommendation Systems (17%): la Generative AI sta rivoluzionando questo settore, migliorando la capacità di interpretare le esigenze degli utenti.
AI e Pubblica Amministrazione: segnali di crescita
L’adozione dell’AI nella Pubblica Amministrazione sta crescendo rapidamente: oggi rappresenta il 6% del mercato, con un tasso di crescita superiore al 100%.
Dallo scenario emerge che manca ancora una strategia chiara e strutturata per l’adozione su larga scala.
IA e cittadini, tra entusiasmo e preoccupazioni
Secondo i dati dell’Osservatorio, il 99% degli italiani ha sentito parlare di Intelligenza Artificiale, mentre l’89% conosce l’AI Generativa (+32 punti rispetto al 2023).
Il 59% degli italiani ha un’opinione positiva dell’AI, un dato superiore a quello di Regno Unito (47%) e Francia (42%), ma con una flessione di -8 punti percentuali rispetto al 2023.
Le principali preoccupazioni restano:
Manipolazione delle informazioni – (66%)
Perdita di posti di lavoro – (64%)
Violazione della privacy – (52%)
Sul fronte lavorativo, solo il 17% dei lavoratori italiani valuta molto positivamente l’adozione dell’AI in azienda, un dato in linea con la Francia ma lontano dal 40% del Regno Unito.
Ecosistema italiano: ricerca avanzata, ma fuga di talenti
L’ecosistema italiano dell’AI mostra un mercato in espansione, ma evidenzia anche limiti strutturali. L’Italia si distingue per la qualità della ricerca scientifica, sostenuta da iniziative come la Fondazione FAIR, che ha ricevuto finanziamenti per 28,7 milioni di euro.
Resta elevata però la fuga di talenti all’estero e le startup AI italiane faticano ad attrarre investimenti significativi.
L’intelligenza artificiale in Italia sta crescendo rapidamente. Ma la vera sfida per il futuro sarà colmare il divario con gli altri Paesi europei e rendere l’AI un’opportunità concreta per tutte le aziende, non solo le grandi realtà.
[L’immagine di copertina è stata realizzata da @franzrusso utilizzando il modello di IA generativa Dall-E 3]
Da non averlo visto arrivare a non vederlo più il passo è breve. Il caso DeepSeek solleva nuovamente il grande problema di come gli utenti curano i propri dati.
Molti utenti e commentatori hanno lanciato l’allarme, mettendo in guardia sui potenziali rischi per la sicurezza dei dati personali. E invitando a non scaricare l’app per evitare esposizioni indesiderate.
Ma fermiamoci un attimo: il vero problema è solo DeepSeek, o stiamo dimenticando qualcosa di più grande?
Il problema non è solo DeepSeek
Ogni volta che emerge una nuova tecnologia, soprattutto se proveniente dalla Cina, il dibattito sulla privacy si riaccende. L’impressione è che questa preoccupazione sembra essere poco consapevole della situazione.
Se un utente teme che DeepSeek possa accedere ai suoi dati, ma nel frattempo ha installato sul proprio smartphone applicazioni ben più invasive come TikTok, allora il vero problema non è la singola app. Ma la mancanza consapevolezza rispetto alla protezione dei propri dati personali.
DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati
E dove sono i nostri dati?
I nostri dati non sono custoditi in un luogo sicuro e isolato. Sono già ovunque nelle mani di aziende di tutto il mondo.
Stati Uniti, Cina, India, Europa: chiunque operi nel settore digitale ha accesso a informazioni personali raccolte attraverso app, piattaforme digitali e servizi online.
Se ci preoccupiamo di DeepSeek, dovremmo allora preoccuparci di ogni altra piattaforma che già raccoglie e utilizza i nostri dati quotidianamente.
TikTok, un caso eclatante di raccolta dati
Un esempio chiaro di questa scarsa consapevolezza è TikTok.
Molti utenti allarmati da DeepSeek usano senza problemi TikTok, ignorando che si tratta di una delle app più invasive dal punto di vista della raccolta dati.
Questo significa che l’app non solo raccoglie enormi quantitativi di dati dai propri utenti, ma ha accesso anche alle informazioni provenienti da una rete vastissima di applicazioni che integrano il suo kit di sviluppo.
In altre parole, i dati degli utenti finiscono in un ecosistema molto più ampio di quanto si possa immaginare.
Inoltre, TikTok ha un livello di accesso ai dispositivi particolarmente elevato, soprattutto nella versione Android.
Alcune analisi di esperti di cybersecurity hanno evidenziato come l’APK dell’app possa raccogliere informazioni dettagliate sul comportamento dell’utente, sui dispositivi utilizzati, sulla rete Wi-Fi e persino sui dati copiati negli appunti.
Il vero problema: la mancanza di consapevolezza
Il caso DeepSeek evidenzia un problema che va ben oltre il singolo modello AI. La vera questione non è tanto chi raccoglie i nostri dati, ma come noi stessi li proteggiamo (o meglio, non li proteggiamo).
Infatti, spesso
accettiamo cookie e tracking senza leggere le informative;
creiamo account su siti e piattaforme digitali senza pensare alla condivisione dei dati;
concediamo autorizzazioni indiscriminatamente ad app che raccolgono informazioni ben oltre quanto necessario;
utilizziamo servizi gratuiti senza chiedersi quale sia il modello di business che li finanzia.
Questa leggerezza porta a una situazione paradossale. Ci si allarma per DeepSeek, ma nel frattempo si cedono dati a decine di altre piattaforme senza alcuna preoccupazione.
La privacy è un problema di consapevolezza
Se vogliamo davvero proteggere la nostra privacy, dobbiamo smettere di reagire in modo selettivo e impulsivo di fronte a nuovi attori digitali.
Il problema non è solo la Cina, gli Stati Uniti o qualsiasi altra nazione che sviluppi tecnologia avanzata. Il primo problema è la nostra incapacità di gestire i dati in modo responsabile.
È la nostra mancanza di consapevolezza e la facilità con cui cediamo informazioni sensibili senza riflettere sulle conseguenze a creare i primi grandi problemi.
La vera sfida è allenarci a una gestione più responsabile della nostra identità digitale.
Dopo la richiesta del Garante della Privacy italiano verso DeepSeek e su come vengono trattati i dati degli utenti, l’app scompare dai market in Italia. Un caso?
Una rimozione improvvisa, che lascia aperti diversi interrogativi: si tratta di una decisione autonoma degli store o di una conseguenza della recente richiesta del Garante per la protezione dei dati personali?
L’Autorità ha chiesto a DeepSeek di fornire chiarimenti su come vengano raccolti, trattati e conservati i dati personali degli utenti, con particolare attenzione alla localizzazione dei server e alla possibile trasmissione delle informazioni in Cina.
La richiesta del Garante è scaturita dall’attenzione crescente verso i chatbot basati su intelligenza artificiale generativa, specie quelli di origine cinese, che sollevano interrogativi sulla protezione dei dati e sulla trasparenza delle loro operazioni.
La questione diventa ancora più delicata considerando che DeepSeek ha conquistato rapidamente una fetta di utenti europei, grazie alla sua capacità di offrire risposte articolate e modelli di interazione avanzati.
DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia
Rimozione dagli store: coincidenza?
Al momento, né Apple né Google hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla scomparsa di DeepSeek dai rispettivi store italiani.
Per ora, il servizio web di DeepSeek rimane accessibile e gli utenti che avevano già scaricato l’app possono continuare a utilizzarla.
Questa situazione solleva una domanda cruciale: la rimozione è stata una decisione autonoma delle piattaforme, una misura precauzionale presa dagli sviluppatori dell’app, oppure è il primo effetto dell’intervento del Garante italiano?
Al momento, l’azienda dietro DeepSeek non ha commentato la questione, lasciando il campo a ipotesi e speculazioni.
Casi precedenti e possibili sviluppi
Non sarebbe la prima volta che un chatbot IA viene sottoposto a restrizioni per questioni di privacy.
Basti pensare al caso di ChatGPT, che nel 2023 fu temporaneamente bloccato in Italia proprio su ordine del Garante della Privacy, fino a quando OpenAI non adeguò le proprie politiche di gestione dei dati.
Se DeepSeek non fornirà risposte adeguate sulle modalità di gestione dei dati, potrebbe andare incontro a restrizioni simili.
D’altra parte, se la rimozione fosse stata un atto volontario da parte degli sviluppatori, potremmo assistere a una modifica delle politiche dell’azienda prima di un eventuale ritorno negli store italiani.
La stessa situazione del 2023 con ChatGPT
Ma più passa il tempo e più si ha la certezza di essere di fronte ad una situazione analoga a quella del 2023. In quel caso venne resa inaccessibile la piattaforma web (non c’era ancora l’app di ChatGPT), nel caso di DeepSeek vengono disattivate le app.
Altro elemento da considerare è che l’Italia, al momento, è l’unico paese al mondo ad aver preso questa misura.
Cosa significa per gli utenti
Per chi utilizzava DeepSeek tramite l’app, l’assenza dagli store non implica un’immediata impossibilità di accedere al servizio
Questa vicenda solleva il tema più ampio della consapevolezza degli utenti rispetto alla gestione dei propri dati, specie quando si tratta di strumenti basati su IA generativa. Che proveremo ad approfondire più avanti.
Resta da vedere se ci saranno sviluppi ufficiali, chiarimenti da parte degli store o della stessa DeepSeek.
La sensazione è che questa sia solo la prima di una serie di mosse che definiranno il futuro del chatbot in Italia. Il dibattito sulla privacy e sulla sicurezza dei dati nell’era dell’intelligenza artificiale generativa è tutt’altro che concluso.
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