Tag: aziende

  • Neolaureati e aziende dei sogni: Fs la più ambita, Google terza

    Cesop Communication rende noti i risultati del  Best Employer of Choice 2015, la classifica delle aziende più desiderate come luogo di lavoro dai giovani neolaureati italiani. Ferrovie dello Stato è la più ambita, al secondo posto ENI e al terzo si piazza Google.

    In un momento in cui si parla molto di giovani e lavoro ecco che questa indagine condotta da Cesop Communication, Best Employer of Choice 2015, giunto alla tredicesima edizione, assume una certa importanza rivelandoci i desideri, dal punto di vista del luogo lavorativo, dei giovani neolaureati italiani. Guardando la classifica dei luoghi preferiti riusciamo a comprendere meglio quali siano i desideri dei giovani laureati italia, cioè riuscire a lavorare in un multinazionale, solida. E anche Google comincia a risalire guadagnando due posizioni rispetto alla classifica dello scorso anno. Ricordiamo che l’azienda di Mountain View è stata eletta a livello globale il miglior luogo di lavoro del 2014.

    azienda-luogo-lavoro_2015

    Come detto, i giovani neolaureati italiani mostrano una preferenza per aziende come Ferrovie dello Stato, prima in questa classifica, azienda nata nel lontano 1905, che nel 2013 ha realizzato un fatturato di 8,3 miliardi di euro e che, sempre dati riferiti al 2013, conta 69.425 dipendenti. Un’azienda storica che ha attraversato molte fasi storiche della nostra storia e che dal 2011 è diventata SpA. E a quanto pare i giovani restano ancora affascinati da questa azienda.

    In seconda posizione troviamo un’altra grande azienda italiana, la ENI, quella che fino allo scorso anno, sempre all’interno della stessa indagine, era scelta dai giovani neolaureati come prima. Fondata da Enrico Mattei nel 1953, oggi l’azienda è una multinazionale da 154 miliardi di fatturato (2014) con 82.300 dipendenti.

    In quarta posizione troviamo la prima banca in classifica, BNL – Gruppo BNP PARIBAS, e in quinta troviamo il Gruppo Mondadori. Apple, l’azienda di Cupertino dal valore di 700 miliardi di dollari, la troviamo in sesta posizione. In settima troviamo un’altra grande multinazionale italiana, la Ferrero. Enel è in ottava, la Ferrari in nona e Sky in decima posizione.

    classifica-aziende_luogo-lavoro_giovani

     

    La ricerca condotta su un campione rappresentativo di 2.500 neolaureati in cerca di lavoro, ci offre anche altre informazioni. I settori produttivi che attraggono di più i giovani neolaureati sono consulenza e revisione aziendale (23,1%) che ritorna ad essere tra i più preferiti; media e comunicazione (20,7% con particolare apprezzamento da parte dei neolaureati in materie umanistico/giuridiche) e industriale manifatturiero e trasporti (18,4%). Ultimo in classifica è luxury & fashion (3,3%) che da tempo sta perdendo interesse tra i giovani neolaureati.

    Il 57,3% del campione sarebbe disposto a trasferirsi all’estero per lavorare, opzione vista come opportunità per “migliorare le proprie conoscenze e competenze”. Il 42,7% lo farebbe in quanto ritiene che in Italia non ci siano opportunità per i giovani.

    Allora che ne pensate di questa classifica? Qual è la vostra opinione, raccontatecela tra i commenti.

  • Cresce ma a rilento l’uso dei Social Media nelle aziende italiane

    Cresce ma a rilento l’uso dei Social Media nelle aziende italiane

    SocialMediAbility-aziende-italiane-ricerca

    Ecco i risultati della terza edizione dell’indagine dell’Osservatorio sui Social Media dell’Università IULM di Milano che fotografano la SocialMediAbility delle aziende italiane nel 2013. In sintesi, cresce l’utilizzo dei Social Media rispetto al 2011, ma a rilento e la gestione degli stessi è ancora caratterizzata da poca consapevolezza

    Lo scorso anno a proposito dell’indagine “Il SocialMediAbility delle Aziende Italiane” avevamo sottolineato come il rapporto tra le aziende italiane e l’utilizzo dei Social Media fosse ancora un “rapporto da costruire“. E oggi con i nuovi dati di cui vi parliamo oggi, presentati ieri pomeriggio presso l’Università  IULM di Milano, relativi all’edizione 2013 dell’indagine, si può dire che questo rapporto è in crescita, ma ancora a rilento. Significa che da un lato ci sono segnali positivi dell’utilizzo di questi strumenti da parte delle aziende italiane, ma la caratteristica della “poca consapevolezza” nell’utilizzo degli stessi persiste, aspetto più volte segnalato su questo blog e che questa interessante indagine ci conferma. Ma vediamo adesso in dettaglio la ricerca e la relativa infografica, molto esaustiva.

    Il SocialMediAbility valuta sinteticamente aspetti sia quantitativi che qualitativi della presenza social dell’azienda/brand, sulla base di tre diverse dimensioni: l’orientamento 2.0, la gestione/cura dei diversi canali social, e l’efficacia delle azioni adottate.

    L’indagine, promossa dall’Executive Master in Social Media Marketing & Web Communication, e realizzata dai ricercatori dell’Osservatorio Social Media IULM tra febbraio e settembre del 2013, ha preso in esame lo stesso panel di 720 aziende italiane monitorato nelle precedenti edizioni (120 per settore, ulteriormente segmentate al loro interno per dimensioni: 40 grandi, 40 medie e 40 piccole), appartenenti a 6 diversi settori: alimentare, arredamento, banche, hospitality, moda, pubblica amministrazione. Dalla ricerca, realizzata anche grazie alla piattaforma di monitoraggio “Social Listening” di Blogmeter, emergono, tra l’altro, i seguenti risultati:

    socialmediability-aziende-italiane-risultati

    • la percentuale delle aziende che utilizza almeno un social media per attività di comunicazione e marketing passa dal 49,9% del 2011 al 63,8% nel 2013
    • tale incremento è soprattutto il risultato della sempre maggiore penetrazione di tali canali nelle aziende più grandi, per le quali i social media costituiscono ormai ambienti “imprescindibili”. Mentre nella precedente rilevazione era il 57,3% delle stesse a gestire almeno un social media, nel 2013 tale percentuale è salita all’81,1%. Una crescita che allarga il divario già registrato negli anni precedenti nell’uso dei social media tra le grandi (da un lato) e le piccole e medie realtà (dall’altro) il cui ricorso a tali mezzi è aumentato di solo il 7% circa rispetto al 2011.
    • resta inoltre ancora largamente ambivalente il rapporto che le aziende mostrano di avere con tali canali dato che solo il 41% del totale dei casi esaminati rimanda ai propri ambienti social attraverso link presenti sul sito.
    • Facebook si conferma il canale più popolare, scelto dal 75% delle aziende che hanno attivato almeno un social media (rispetto al 71,1% del 2011)

    socialmediability-aziende-italiane-social-media

    • si rileva comunque in crescita anche l’uso di Twitter, LinkedIn e YouTube (utilizzati rispettivamente dal 45,1%, dal 44,1% e dal 51,2% delle aziende presenti sui social media, rispetto al 39,8%, al 35,7% e al 32% del 2011) e di Google Plus (17,2%) e Pinterest (18,1%), non monitorati nelle rilevazioni precedenti;
    • la maggiore diffusione di tali canali a livello aziendale non è stata tuttavia accompagnata da un altrettanto significativo aumento dell’indice medio di SocialMediAbility che, sul totale dei 720 casi esaminati è passato, su una scala di valori da 0 a 10, dall’1,16 registrato nel 2011 all’1,91 del 2013 con un incremento decisamente modesto. Si riconferma la correlazione positiva tra dimensioni aziendali e indice di SocialMediAbility: al crescere delle dimensioni aziendali, cresce la “qualità” delle pratiche d’uso di tali canali.

    socialmediability-aziende-italiane-dimensioni

    In sintesi – dichiara il Prof. Guido Di Fraia, Direttore Scientifico del Master – la ricerca mostra che, da un lato, l’aumento della presenza sui canali social da parte delle aziende italiane sia la testimonianza di un sempre maggiore riconoscimento dell’importanza di presidiare questi canali. Dall’altro, i risultati ottenuti evidenziano anche come essi siano molto spesso gestiti in maniera ancora poco consapevole rispetto alle logiche comunicative e ai linguaggi specifici di ciascun canale. L’utilizzo strategico ed efficace dei social media per attività di comunicazione e marketing appare ancora appannaggio di un numero limitato di aziende.”

    La ricerca dunque si conferma fondamentale per avere un quadro completo su quante e come le aziende italiane usano i Social Media,ma questo quadro, sebbene sia cresciuto, dimostra ancora alcune tinte fosche che speriamo nell’edizione prossima possano sparire del tutto. A dire il vero non ne siamo proprio certi che ciò accada, ma anche se solo fossero un po’ meno fosche, sarebbe comunque un risultato positivo.

    Interessante, a nostro avviso, il dato circa l’aumento dell’utilizzo dei Social Media all’aumentare delle dimensioni dell’azienda. A conferma che è proprio sulle piccole aziende su cui si deve lavorare. Poi in un periodo come questo, nelle piccole aziende, l’investimento sui Social Media non viene spesso compreso appieno, venendo rimandato nel tempo. E il rischio è proprio quello di perdere delle occasioni, delle opportunità.

    Voi che ne pensate di questi dati? Vi sorprendono? Raccontateci le vostre impressioni.

    SocialMediAbility-Infografica-2013

    [divider]

     

  • L’Innovazione delle aziende italiane è nel segno della Mobility

    L’Innovazione delle aziende italiane è nel segno della Mobility

    Nonostante il periodo di crisi economica in corso, le principali aziende italiane sempre di più investono e si innovano nel segno della Mobility. Le imprese che li ritengono fondamentali passano dal 37% del 2012 al 50% del 2013; diventeranno 2 su 3 nel 2014.E’ quanto emerge dalla ricerca presentata oggi dell’Osservatorio Mobile Device & Business App della School of Management del Politecnico di Milano

    Nonostante lo scenario di contrazione economica in corso, il ruolo della Mobility a supporto dei processi di Business conserva – e addirittura rafforza – la propria rilevanza nelle “agende dell’innovazione” delle principali imprese italiane: “Nel 2013 un’impresa su due del nostro campione la ritiene una priorità alta o medio alta; diventeranno due su tre nel 2014”, afferma Andrea Rangone, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Mobile Device & Business App.

    Il 57% delle imprese ha già introdotto New Tablet per una o più famiglie professionali e il 35% utilizza già anche Business App, cioè applicazioni sviluppate specificatamente per i device mobili (tablet e smartphone in primis): nel breve-medio termine diventeranno, rispettivamente, il 90% e il 96%. Inoltre, il 58% delle imprese che hanno già introdotto delle Mobile Business App ha adottato anche una piattaforma di Enterprise Application Store, cioè un Application Store interno, aziendale, finalizzato alla gestione delle applicazioni e dei device mobili usati dal personale”.

    Le PMI sono restie a investire nell’IT ma 1 su 3 ha adottato i New Tablet, destinandoli nel 63% dei casi di adozione alla forza vendita. La penetrazione delle Mobile Business App si ferma però al 25% delle PMI e di queste solo un 46% ha adottato un Enterprise Application Store.

    È quanto emerge dalla fotografia scattata dall’Osservatorio Mobile Device & Business App della School of Management del Politecnico di Milano. I dati della Ricerca, presentata a Milano presso il Campus Bovisa in occasione del Convegno “Mobile Enterprise: tap your Business!”, illustrano il grado di adozione nelle grandi aziende e nelle PMI del trinomio composto dai nuovi Mobile Device, le Mobile Business App e gli Enterprise Application Store.

    Innovazione-Mobility-grandi-imprese

    Le risposte fornite da 200 capi dei sistemi informativi (Chief Information Officer o CIO) di grandi aziende sopra i 250 dipendenti mostrano come già il 57% di loro abbia introdotto New Tablet e il 62% si dichiari soddisfatto della scelta effettuata.

    Nelle grandi aziende, l’utilizzo dei New Tablet si è diffuso tra il top management: nel 2012, il 64% dei CIO li ha forniti a Executive & C-level (CCO, CEO, CFO, CSO) e un altro 12% li introdurrà nel breve periodo. Anche il Personale di Vendita in parte li sta già utilizzando (41% delle aziende, in crescita rispetto al 29% dello scorso anno) o li utilizzerà in futuro (16% a breve e 25% a medio/lungo), e la velocità di adozione per questa figura professionale risulta, negli ultimi tre anni, molto elevata.

    Le Mobile Business App più adottate in azienda vanno infatti a supportare questa categoria.

    Le App di Sales Force Automation, sviluppate (o personalizzate) ad hoc per supportare specifici processi di vendita e merchandising, sono utilizzate dal 59% delle aziende; mentre le App di Field Force Automation, sviluppate per supportare specifici processi operativi sul campo (manutenzione, trasporto, ecc.), si attestano al secondo posto con il 41% di diffusione. Le App di Personal Productivity, che permettono di visualizzare informazioni e report aziendali e produrre documenti, sono tra le App che verranno maggiormente adottate in futuro.

    I CIO sono consapevoli dell’importanza di queste soluzioni: nel medio periodo il 96% avrà introdotto Mobile Business App in azienda: il 35% lo ha già fatto, ancorché siano destinate a una “piccola” parte dei dipendenti, e il 61% conta invece di introdurle in futuro (25% a breve e 36% a medio termine).

    Innovazione-Mobility-aziende---adozione-business-app

    Per la pubblicazione, installazione e aggiornamento delle applicazioni, il 58% delle aziende che ha già introdotto Mobile Business App ha adottato anche una piattaforma di Enterprise Application Store, che consente di controllare gli accessi, gestire il licensing e profilare gli utenti per garantire la sicurezza dei dati delle App e tutelare il rispetto delle policy aziendali.

    Anche l’attenzione verso il paradigma del «Bring Your Own Device» cresce sensibilmente in tutti gli attori coinvolti nella Ricerca: è, infatti, raddoppiato il numero di Grandi Imprese che permettono l’utilizzo di dispositivi personali per attività lavorative, passando dal 20% del 2012 al 45% del 2013, nonostante nel 63% dei casi i CIO non abbiano definito puntualmente una policy che regoli l’uso dei dispositivi personali. Approfondendo ulteriormente il tema, emerge come al momento solo il 6% dei dipendenti (esclusivamente Executive & C-Level) può scegliere e acquistare in autonomia il dispositivo mobile; un ulteriore 34% (anche un questo caso si tratta di Executive & C-Level) può scegliere il dispositivo, che verrà in seguito acquistato dall’azienda (modello «Choose Your Own Device»).

    Mobility e PMI

    Nel 2013 solo il 30% delle PMI Italiane attribuisce una priorità Alta o Medio Alta ai progetti di Mobility; nel 2014 questa percentuale aumenta solo marginalmente (37%).

    Tuttavia è elevata la diffusione di New Tablet: 1 PMI italiana su 3 ha adottato i modelli da 7” e 1 su 4 quelli con display da 9-10”. Nel 63% delle PMI che li ha introdotti, i destinatari sono il Personale di Vendita, mentre Executive e C-level non passano il 30%.

    Innovazione-Mobility-aziende-grandi-imprese

    Il fenomeno del “Bring Your Own Device” è accolto favorevolmente dalle PMI italiane come un metodo flessibile di gestione dei device nella relazione con dipendenti e collaboratori: il 56% delle PMI italiane consente infatti ai suoi dipendenti l’utilizzo dei propri dispositivi personali e, al contrario di quanto avviene nella Grandi Imprese, in molti casi (circa il 70%) sono state introdotte policy per regolare questo fenomeno.

    Risulta, invece, limitata l’adozione di Mobile Business App: solo il 25% delle PMI italiane le ha introdotte e il 6% lo farà a breve. Rispetto alle Grandi Imprese, la percentuale di “non interesse” aumenta, arrivando al 47% delle PMI.

    Innovazione-Mobility-pmi

    Di conseguenza anche gli Enterprise Application Store riscontrano un tasso d’adozione inferiore rispetto a quello delle Grandi Imprese: tra le PMI che hanno già introdotto Mobile Business App, il 46% (pari al 14% delle PMI italiane) ha già adottato una piattaforma per la loro gestione.

    Mobility e Start-Up

    Tuttavia c’è un altro ambito in cui delle piccole imprese stanno mostrando elevata dinamicità”, afferma Andrea Rangone, Responsabile Scientifico Osservatorio Mobile Device & Business App. “Sono le 878 startup che, a livello internazionale, operano nel Mobile e che, negli ultimi due anni, hanno ricevuto finanziamenti da investitori istituzionali; di queste, circa il 10% opera nel mercato delle soluzioni a supporto della Mobility aziendale”.

    La maggior parte delle Startup si occupa, da un lato, dello sviluppo di piattaforme di Mobile Security, App Management e Mobile Device Management (MDM), che consentono alle imprese di gestire da remoto il parco di dispositivi mobili e la sicurezza dei dati utilizzati; dall’altro sviluppa le App più apprezzate dai CIO, come quelle di Sales Force Automation e di Work Force Automation, oppure di Pesonal Productivity.

  • Social Business, ecco i 4 miti da sfatare

    Vi proponiamo oggi una bella riflessione di Richard Hughes, Director Social Strategist di Broadvision, sul Social Business e quelli che sono secondo lui i “miti” da sfatare. Hughes analizza tutti i punti essenziali su cui si fonda il fare business con i social media, evidenziando quella che di fatto è la realtà. Per questo vi invitiamo a leggerlo

    Se siete interessati a quali potrebbero essere i vantaggi di utilizzare un social network all’interno dell’azienda, avrete probabilmente letto vari articoli durante tutto il 2012 che affermavano che il social business  può rendere più felici, collaborativi  e produttivi i dipendenti. Probabilmente uno degli articoli che avete letto faceva riferimento all’indagine pubblicata a Luglio 2012 da McKinsey Global Institute. Dallo studio risultava che le tecnologie sociali utilizzate all’interno dell’azienda sono potenzialmente due volte più efficaci rispetto alle attività sui social media rivolte verso l’esterno, e che inoltre possono migliorare del 20-25% la produttività dei cosiddetti Knowledge Workers.

    Al contrario, nella prima metà del 2013, sono stati pubblicati diversi articoli che “dichiaravano morto” il social business o che quanto meno consideravano esagerati i suoi benefici. I sostenitori del social business potrebbero essere un po’ preoccupati da queste notizie, ma non è il caso di esserlo: nel ciclo di vita delle nuove tecnologie punti di vista contrastanti sono all’ordine del giorno.

    Gartner descrive accuratamente questo fenomeno nel suo modello chiamato hype cycle“. Il modello spiega che nel ciclo di vita delle tecnologie emergenti esiste

    • una prima fase in cui l’elemento di innovazione tecnologica spinge all’adozione (technology trigger), in seguito si verifica
    • un rapido picco generato da forti aspettative spesso esagerate (peak of inflated expectations), per poi
    • ridiscendere altrettanto bruscamente quando si realizza che i benefici promessi erano “gonfiati” o quanto meno difficili da raggiungere (trough of disillusionment).

    Questa è la situazione attuale del social networking per le aziende, infatti tutte le tecnologie emergenti passano attraverso questa fase negativa. Nell’hype cycle, dopo questo periodo di disincanto vengono  le fasi più significative (slope of enlightenment e plateau of productivity) quando finalmente l’uso abituale della tecnologia inizia a dare veri risultati di business. Per raggiungere questa terra promessa di produttività bisogna superare la fase iniziale di eccessivo entusiasmo e l’inevitabile effetto negativo che ne consegue. Il modo migliore per arrivare rapidamente ad ottenere risultati di business è di imparare a riconoscere il picco iniziale e il conseguente contraccolpo.

    Ecco dunque quattro miti del social business spesso sfatati dalla realtà.

    I social network aziendali riscuotono più successo dove si lavora grazie alla condivisione di informazioni e dove i collaboratori, geograficamente dislocati, desiderano più apertura e trasparenza nel modo di lavorare. Certamente è possibile che il social networking possa decollare in aziende che hanno solo una o due di queste caratteristiche, ma è molto più difficile. Se tutti i collaboratori si trovano nello stesso ambito geografico, è molto probabile che le informazioni vengano scambiate verbalmente piuttosto che online. Per avere successo nell’uso del social networking, non è necessario che un’azienda abbia già impostato una cultura lavorativa più aperta e trasparente, ma se la stessa non è disposta a condividere le conoscenze tra i collaboratori, fallirà nel suo obiettivo.

    Mito: I social network per le aziende sostituiranno le email.

    Realtà: Questa affermazione è parzialmente vera, ma in modo diverso da quanto ci si aspetterebbe.

    Per molti sostenitori del social business, le email rappresentano “il male che deve essere sconfitto“, quindi c’è poco da meravigliarsi se gli scettici fanno notare che i social network generano un numero non indifferente di notifiche email. Tuttavia non è questo il punto. L’obiettivo è di spostare le discussioni tra collaboratori (per le quali le email sono poco adatte), e tutto ciò che riguarda la conoscenza aziendale, fuori dalle inbox verso i social network, garantendo una maggiore accessibilità. Di conseguenza, le email diventano un meccanismo di notifica e non più un archivio di conoscenze; per questo diventa irrilevante il numero di email inviate e ricevute.  

    Mito: Facebook (o Twitter) serve al business.

    Realtà: Non è così, ed è giusto che non lo sia.

    L’etichetta “Facebook per l’azienda” è inappropriata e pericolosa. Richiama immediatamente alla mente la condivisione di foto divertenti del proprio gatto e di scambi di battute spiritose tra collaboratori – è ovvio che, con queste premesse, i dirigenti di un’azienda difficilmente promuoveranno progetti “Social” sul luogo di lavoro. Le interazioni in Facebook e in Twitter sono, in genere, più estemporanee rispetto a quelle che avvengono tra collaboratori. Se vi perdete l’ultima foto di rito o la battuta di turno potete anche sopravvivere, se invece perdete istruzioni importanti su una scadenza da parte del vostro capo potreste subirne le conseguenze. Quindi il modo in cui sono costruite le relazioni tra utenti di un social network aziendale e il modo in cui i contenuti sono trasmessi e ricercati, deve essere molto diverso che su Facebook e Twitter.

    Mito: L’adozione del social business è virale.

    Realtà: Forse sì, ma non per molto tempo.

    Diversi anni fa, molti sostenitori del social business pensavano che i collaboratori di un’azienda avrebbero adottato gli strumenti di social business in modo virale: pochi individui avrebbero incominciato, gli altri avrebbero seguito il loro esempio e, come per magia, tutti sarebbero diventati utenti collaborativi e produttivi. E’ vero che in alcuni casi di successo è andata proprio così, ma per la maggior parte delle aziende è andata diversamente. In genere, quando una rete collaborativa parte dal modello “bottom up”, dopo un iniziale periodo di entusiasmo il suo utilizzo diminuisce o si trasforma  in un “Facebook aziendale” (irrilevante per il business). Perchè la piattaforma sociale possa dare i risultati sperati e possa realmente essere utilizzata per lavorare, la direzione aziendale deve inizialmente implementare una strategia ben precisa  che permetta di sfruttare al meglio la piattaforma tecnologica con dei chiari obiettivi aziendali.

    Allora, quali sono le vostre considerazioni? Quali altri miti a proposito di Social Business secondo voi andrebbero sfatati?

  • Brands & Social Media, analisi del settore Design [Infografica]

    Brands & Social Media, analisi del settore Design [Infografica]

    Secondo rapporto dell’Osservatorio Brand & Social Media, realizzato da Digital PR e OssCom – Centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica, dedicato ad indagare l’uso dei Social Media nelle aziende del settore Design, pubblicato oggi. Risultato? Le aziende del Design usano i Social Media in modo tattico non sfruttando le reali potenzialità

    Dopo l’interessante studio pubblicato un paio di mesi fa dedicato all’uso dei Social Media tra le aziende del settore Fashion, l’Osservatorio Brands & Social Media realizzato da Digital PR e OssCom – Centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica – pubblica il secondo report dedicato al Design in cui sono stati analizzati 17 fra i principali brand di interior e lighting design italiano.

    Stiamo parlando di un settore da sempre strategico per la nostra economia, il settore che tutto il mondo ci invidia. Quindi è utile vedere e analizzare i risultati di questa ricerca che ci danno il polso di come un settore così importante non sia ancora del tutto attivo dal lato della comunicazione sui Social Media. Come ormai si dice spesso, c’è ancora molto da fare.

    Ma vediamo nel dettaglio la ricerca.

    Leader di settore è Kartell, seguito a buona distanza da Calligaris e Luceplan. Kartell costruisce il suo successo puntando su una strategia chiara e riconoscibile in cui utilizza in modo curato e costante nel corso del tempo diversi social network, dove diventa una presenza riconoscibile per gli utenti.

    Il settore in generale presenta un utilizzo dei social media tattico piuttosto che strategico, ovvero improntato su singoli contenuti e iniziative anziché costruito portando avanti un progetto continuativo e coerente nel tempo. Ad eccezione dei brand che si posizionano meglio in classifica, ovvero Kartell, Calligaris, Luceplan, Cassina e Molteni & Co, infatti, i marchi analizzati sembrano adottare strategie social deboli e denotano una limitata consapevolezza delle potenzialità delle piattaforme in termini di promozione dei propri brand o come luogo in cui instaurare conversazioni con gli utenti.

    I brand e i loro prodotti appaiono presentati in due sostanziali modalità che emergono dai dati di ricerca come tipologie di contenuto più che consolidarsi in veri e propri stili: il “brand come designer” e il “brand come ambiente”. Nel primo caso si fa leva sull’originalità delle progettazioni dei designer e sulla loro figura, mentre nel secondo caso si punta a suggerire l’inserimento dei prodotti in un contesto o a suggerire delle idee interessanti dal punto di vista delle composizioni di interior design in funzione “ispirazionale”. In questa direzione spicca l’elevato numero di condivisioni dei contenuti pubblicati dai brand da parte degli utenti, utilizzati probabilmente come indicatori di una performance di gusto, come segnalazione di un desiderio, della richiesta di un consiglio o di un oggetto realmente posseduto.

    Facebook si conferma come la piattaforma maggiormente utilizzata, presidiata da tutte le aziende analizzate. Questo settore mostra un uso limitato di piattaforme, concentrandosi su Twitter, Pinterest e YouTube, ma comparativamente differenziato anche utilizzando piattaforme di nicchia (come Vimeo e Flickr).

    Dalla ricerca emerge anche la pratica spontanea di produzione di User Generated Content per segnalare al brand un acquisto, la visita a un negozio o a un evento di settore come nel caso del Salone del Mobile di Milano.

    E’ importante notare – dichiara Nicolò Michetti, CEO di Digital PR – come un settore vivo come quello del design, caratterizzato da una eccellente e lunga tradizione italiana, sia uno dei meno attivi sui social media nel nostro paese. La situazione che emerge dai dati di ricerca presenta un netto stacco tra chi ha deciso di fare dei social un asset di comunicazione primario e chi li usa senza una chiara e articolata strategia. E’ un divario importante, sono sicuro che sarà uno stimolo ad approfondire e a esplorare le opportunità che rappresentano i social media, per supportare il business e per costruire relazioni con un bacino di utenti sempre più vasto e interessante.”

    La ricerca, che si propone di analizzare la comunicazione sui social media di alcuni dei più rilevanti brand nazionali e internazionali presenti sul mercato italiano, si avvale di una metodologia in grado di cogliere con precisione uno scenario comunicativo dinamico e sempre in evoluzione grazie a più di 60 diversi indicatori relativi alle variabili di esposizione, di coerenza e di interazione con il pubblico. Per questo report sono state selezionate 17 aziende italiane leader di settore, i cui social media sono stati analizzati nel mese di febbraio 2013.

    Brands-&-Social-Media---infografica---design

  • Engagement e Social Media, alcuni consigli da LivePerson

    Engagement e Social Media, alcuni consigli da LivePerson

    Engagement e Social Media sono ormai parole chiavi obbligate per le aziende che vogliono iniziare ad usare canali di comunicazione digitale. Spesso proviamo a dare suggerimenti per fare in modo che una strategia di comunicazione possa essere d’aiuto, ma oggi vi proponiamo dei consigli preziosi che ci da LivePerson, azienda leader di soluzioni di online engagement intelligente e in tempo reale

    Engagement, ossia essere coinvolgenti coi propri utenti/clienti, ha assunto ormai un valore di fondamentale importanza nell’intento di comunicare attraverso i Social Media. Sappiamo che tante aziende, oggi, scelgono di essere presenti sui social media, ma quante di queste seguono una strategia precisa? Quante si sono prefissate un preciso obiettivo da raggiungere? Quante si pongono il problema di come gestire al meglio i canali social e massimizzare il coinvolgimento degli utenti. Chi ci segue sa quanto teniamo a questo tipo di argomenti e spesso abbiamo provato a fornire dei suggerimenti, ma oggi facciamo nostri e ve li proponiamo i consigli di Mario Manzoli, Regional Sales Manager per l’Italia di LivePerson, fornitore leader di soluzioni di online engagement intelligente e in tempo reale. Alcuni vi saranno già noti e forse vi sembreranno anche scontati, ma val la pena di ricordarli. In complesso sono essenziali e precisi, vediamoli insieme.

    1. Scegli un social media e gestiscilo al meglio

    Se ancora non hai adottato una strategia di social engagement, può non essere facile decidere da dove cominciare: Facebook, Twitter, Linkedin, YouTube, Google+, Pinterest, Blogging… la cosa migliore è identificare il social network che più di altri possa aiutarti a raggiungere i tuoi obiettivi di business e il livello di engagement prefissato. Per far ciò sarà necessario fare qualche ricerca a monte, per comprendere che tipo di target utilizza ciascuna piattaforma e in che modo. In un secondo momento, sarà poi ovviamente possibile estendere la propria presenza ad altri canali, ma sceglierne uno e gestirlo al meglio è il modo migliore di cominciare.

    2. Crea un team dedicato

    Niente di peggio di un canale social che non interagisca con i suoi fan/follower o che ignori le loro domande. Non basta postare contenuti di tanto in tanto: i social vanno alimentati con regolarità e il dialogo con il pubblico è fondamentale. Allo stesso modo, se decidi di abbandonare un profilo precedentemente creato, ricordati di cancellarlo definitivamente: l’inattività non è mai percepita positivamente.

    3. Ascolta il web

    Monitorare quanto viene detto sul web è fondamentale: gli Alert di Google non bastano.  Cosa devi monitorare? Per prima cosa le parole chiave associate al tuo brand, ma non solo: segui anche ciò che viene detto sul tuo settore, sui tuoi concorrenti, sui vostri prodotti. Ascoltando la voce del web potrai comprendere meglio i tuoi utenti e garantire loro un’offerta più mirata.

    4. Stabilisci la social media policy interna

    E’ sempre bene esplicitare una serie di linee guida relative al comportamento che i dipendenti di un’azienda sono tenuti a seguire sui social. Ma attenzione: l’accento non va tanto posto sulle restrizioni, ma piuttosto su ciò che i dipendenti possono fare per contribuire a sviluppare una percezione positiva dell’azienda sul web.

    5. Mostra il volto umano del brand

    Per quanto possano amare il vostro brand, i clienti ricercano un contatto umano. Anche quando si comunica per conto di un’azienda, è bene far capire al pubblico chi c’è dietro l’account, specialmente nel caso di servizi di assistenza. Ad esempio, non è una cattiva idea quella di far firmare all’operatore un tweet o un post!

    6. Proteggi il brand

    Talvolta, le campagne social sfuggono di mano: basta ricordare alcuni #epicfail, come il caso Groupalia durante il terremoto in Emilia oppure l’hastag #McDstories. Qualunque sia la causa – personale poco competente o non adeguatamente formato oppure una scarsa pianificazione – è bene ricordarsi che il web è un amplificatore e che chi gestisce il profilo di un’azienda parla a nome del brand e non a nome proprio.

    7. Occhio al mobile

    Accertatevi che la vostra presenza sui social risponda anche ai bisogni degli utenti mobile, soprattutto se ancora non avete un’app o un sito ottimizzato. Ad esempio, poiché sempre più utenti utilizzano dispositivi mobili in-store, accertatevi che i vostri profili social siano anche in grado di supportare i consumatori in negozio.

    8. State al passo con i tempi

    I social media evolvono alla velocità della luce anche grazie alla costante aggiunta di nuove feature e plug-in. Probabilmente, tra 5 o 10 anni il mondo dei social media sarà completamente diverso, il che significa che non solo è necessario stare al passo con le ultime novità ma anche – e soprattutto – lanciare uno sguardo al futuro!

    Allora che ne pensate?

  • Buzz e Astroturfing, le pratiche oscure del Social Media

    Ormai i brand hanno ben compreso il potenziale dei Social Media e l’importanza di usare questi potenti strumenti per la comunicazione digitale. Ma bisogna fare attenzione, perché di fianco a pratiche “lecite”, che si usano per “fare rumore”, ne esistono altre un po’ meno lecite che possono provocare effetti non proprio positivi. Vediamo quali sono

    La pratica più diffusa oggigiorno prima di fare un acquisto, è quello di effettuare una ricerca sulla rete per vedere cosa la gente, comune o autorevole, ne possano pensare a riguardo. Negli ultimi anni, le aziende l’hanno capito e si sono sempre più avvicinate allo strumento del “word wide web” per tentare di piegarlo alle proprie necessità di marketing.

    Nulla di male in questo, difatti da sempre si vedono “persone presumibilmente normali” dare pareri e giudizi positivi su determinati prodotti in determinati spot televisivi. C’è chi ci crede, chi gli basta vedere la “madre premurosa” che lava con l’ammorbidente XXX i pigiamini del figlio per farsi convincere. Poi c’è chi va a cercare altri pareri, e cosa c’è di meglio che siti e forum per avere il vero parere della gente comune?

    Ma c’è da chiedersi, sono veramente sinceri questi pareri?

    Le aziende sono lungimiranti e, consigliate adeguatamente, hanno capito che per far parlare di se devono scendere “tra il popolo digitale”, mettendosi alla loto mercé: difatti ora troviamo pagine Facebook, account Twitter e la presenza su altri svariati Social Network.

    Ma ci sono anche altre pratiche che “non si vedono” e che riescono ad avere un effetto diverso sulla rete.

    Il Buzz

    La più “tranquilla” di queste forme di comunicazione viene chiamata Buzz, la cui corrispondenza italiana è quella di “brusio”, nel quale viene semplicemente chiesto a siti e forum di parlare di un determinato prodotto. Il Buzz di per sé non ha nulla di negativo al suo interno, anzi se fatto in maniera adeguata è un ottimo modo per veicolare informazioni su di un prodotto o un qualcosa di nuovo, ma diventa negativo nel momento in cui chi viene interpellato viene anche retribuito per parlarne con la speranza che non lo faccia sfavorevolmente, fuorviando quindi quello che dovrebbe essere un giudizio oggettivo.

    L’Astroturfing

    L’altro metodo invece è chiamato Astroturfing ed è realmente malevolo ed “ingannevole”. Le aziende, o chi per loro, si celano sotto mentite spoglie, meglio se di blogger o siti/forum (e più recentemente anche Social Network) noti accondiscendenti, per manipolare quelli che sono i pareri delle persone. La stessa ADUC ha parlato di queste pratiche, attraverso un articolo dell’Avv. Deborah Bianchi, la quale illustra anche come queste pratiche, soprattutto le più scorrette, siano state riconosciute fraudolente ed addirittura sottoposte a sanzioni. In America, per esempio, si possono arrivare a pagare fino a 11.000 $ di sanzione.

    In Italia invece?

    Nella nostra nazione la forma più utilizzata è quella della Buzz, ma indubbiamente non mancano anche qui forme di Astroturfing e la Comunità Europea è corsa ai ripari emanando una normativa (fonte, articolo sopracitato dell’Avv Bianchi):

    Attualmente lo strumentario normativo di riferimento può individuarsi nella direttiva europea 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali (recepita in Italia dal D.Lgs. 146/07). L’art. 23, D.Lgs. 146/07 facendo riferimento alle pratiche commerciali ingannevoli contempla le “affermazioni non rispondenti al vero da parte di un professionista”. Nella fattispecie che ci interessa, le affermazioni non sono del professionista ma di un terzo (il blogger compiacente). Tuttavia con un’operazione ermeneutica estensiva si ritiene plausibile far rientrare sotto l’ombrello di questa disposizione i messaggi subliminali che corrono in rete.

    Casi interessanti che seguono una linea repressiva contro queste forme ingannevoli di comunicazione, si possono trovare invece in Francia ed in Inghilterra.

    La prima, con la legge per la fiducia nell’economia digitale (Lcen) stabilisce che

    tutta la pubblicità accessibile come servizio di comunicazione al pubblico on line deve rendere chiaramente identificabile la persona fisica o giuridica per conto della quale è realizzata”

    ed i trasgressori di tale legge incapperanno in una pesante sanzione economica che arriva a sfiorare i 40.000 € oltre che la possibilità di due anni di prigione.

    Esattamente come la nazione di Sua Maestà che ha dichiarato fuorilegge chiunque dovesse spacciarsi per cliente soddisfatto di un determinato prodotto senza averlo mai effettivamente provato, incappando in salatissime multe fino alla galera.

    Per concludere, come avrete capito, non abbiamo fatto altro che parlare di quelle che in italia vengono comunemente chiamate “marchette” e la domanda vera è:

    Vale veramente la pena di bruciare la propria reputazione?

  • Adv, App e Web, nel 2012 marketing e servizi passano dal Mobile

    Nei giorni scorsi è stato presentato un nuovo e interessante rapporto dell’Osservatorio Mobile Marketing & Service della School of Management del Politecnico di Milano, dal titolo “Mobile Marketing & Service: crederci per fare il salto!” che ci mostra un mercato in forte crescita che prosegue il trend molto positivo già delineatosi nel 2011

    Continua a crescere in Italia l’utilizzo del canale Mobile secondo la fotografia scattata dalla ricerca dell’Osservatorio Mobile Marketing & Service della School of Management del Politecnico di Milano. I dati della ricerca, presentata nei giorni scorsi a Milano presso il Campus Bovisa in occasione del Convegno “Mobile Marketing & Service: crederci per fare il salto!”, mostrano un mercato in forte crescita che prosegue il trend molto positivo già delineato nel 2011. I possessori di Smartphone, sul totale di chi ha un cellulare, passano da poco più del 40% nel 2011 a oltre il 50% nel 2012. Continua a crescere il numero di utenti mensili che si collegano ad Internet dal proprio Telefono cellulare/Smartphone (Mobile Surfer), che sono arrivati alla fine dell’anno a raggiungere i 20 milioni (fonte: Osservatorio Multicanalità, dicembre 2012) pari a due terzi degli utenti Internet mensili da Pc. Il 61% dei Mobile Surfer si collega a internet – tramite Applicazioni o siti Mobile – quotidianamente e almeno per un’ora (indagine condotta in collaborazione con Doxa).

    La dimensione della base dei potenziali clienti crea un terreno fertile per l’aumento dell’offerta pubblicitaria, che, infatti, viene percepita dai navigatori Mobile in maniera sempre più chiara e frequente: il 45% la nota spesso, il 39% qualche volta. Consistente è pure il numero di coloro che cliccano sugli annunci da Mobile: sono circa il 40%. Il 44% dichiara di cliccare per la presenza di un prodotto/servizio/App di suo interesse, il 31% è attratto da una promozione o sconto e il 20%  dalla creatività.

    Mobile-advertising---mercato

    Il balzo in avanti del Mobile salta all’occhio non solo guardando agli utenti, ma anche agli investimenti pubblicitaricrescono, infatti, del 55% (da 57 milioni di euro nel 2011 a 89 milioni nel 2012). Sale così dal 5 al 7% il valore del Mobile Advertising sul totale degli investimenti pubblicitari su Internet, valore che si stima arriverà al 10% nel 2013: in questo campo solo USA e UK fanno meglio dell’Italia, che supera, invece, di poco, Francia, Germania e Spagna. In termini di formati pubblicitari, crescono molto il comparto Search e il DisplayAdv su App e Mobile site.

    Nei prossimi anni, però, ci si rivolgerà con sforzi sempre maggiori anche allo sviluppo di formati graficamente più coinvolgenti, come i Rich media (banner interattivi e coinvolgenti, video HD a tutto schermo, ecc.) e a una maggior integrazione del Mobile ininiziative cross mediali con forti sinergie anche con “mezzi classici” come la Televisione (si pensi, ad esempio, a pubblicità simultanee e integrate su Tv e Smartphone, fenomeno noto con il nome di second screen).

    Nel corso del 2012 non cresce solo il Mobile Advertising ma, più in generale, aumenta la propensione delle imprese italiane verso l’utilizzo del canale Mobile per gestire sempre più attività di promozione e di gestione della relazione con il cliente.

    Mobile-advertising---settori

    Anche a causa della crisi economica, che ha portato le imprese italiane ad utilizzare in maniera massiva e più forte la leva promozionale, nel 2012 il Mobile è cresciuto come strumento a supporto di tali attività, sia tramite strumenti più consolidati ma ancora di grande valore (come gli Sms), sia attraverso quelli più innovativi (ad esempio, portando sulle App la carta fedeltà dematerializzata, la gestione della propria raccolta punti, il volantino cartaceo).

    Infine, il Mobile si è rivelato un canale efficace per offrire servizi a supporto dell’intero processo di acquisto (dalla fornitura di informazioni alla prenotazione, dall’acquisto all’assistenza post-vendita), non solo da parte delle imprese di servizi, ma anche di quelle retail. Gli obiettivi con cui il Mobile viene utilizzato non sono solo intangibili (aumento della customer experience), ma anche tangibili e misurabili (aumento delle vendite o riduzione dei costi): alcuni casi dimostrano chiaramenteche l’investimento in iniziative di Mobile Marketing & Service si può ripagare in un anno.

    Mobile-advertising---asset

    Mobile-advertising---app-site-branded

    E proprio per offrire meccaniche di promozione e servizi, le aziende investitrici stanno stabilendo una propria presenza su Mobile: circa il 60% delle imprese medio-grandi italiane dichiara di avere un Mobile site o una Mobile App e un ulteriore 30% circa sta valutandone l’introduzione. Dati che trovano conferma negli utilizzatori, visto che, guardando agli utenti che navigano da Cellulare, 3 su 4 hanno scaricato almeno un’App o accedono ai siti Mobile delle aziende investitrici e il 60% li usa di frequente.

    Se qualcuno dava per spacciati gli Sms allora deve un po’ ricredersi. Infatti non ci sono solo App e Mobile site nelle strategie delle aziende italiane, si conferma in forte crescita anche la comunicazione via Sms ai propri database clienti: nel 2012 sono stati utilizzati dalle aziende a fini di marketing o customer care quasi 2 miliardi di Sms.

    “Il Mobile Marketing & Service italiano è dunque in piena esplosione – spiega Marta Valsecchi, Responsabile della Ricerca – ma ha potenzialità di crescita ancora grandissime: si prevedono scenari incentrati principalmente su personalizzazione e geo-localizzazione dell’offerta, con sviluppo di prodotti e adv “su misura” per ogni singolo cliente. Proprio una delle novità più attese dall’intero settore è costituita dal Mobile Couponing, ovvero la possibilità di ricevere buoni sconto e promozioni direttamente sul proprio Smartphone. Questa opportunità suscita forte interesse non solo nelle imprese, ma anche negli utenti che in più del 50% dei casi dichiarano di voler ricevere coupon digitali sul proprio Cellulare, ritenendoli più comodi di quelli cartacei; circa il 30% li vorrebbe però profilati sui propri interessi, mentre il 22% gradirebbe la ricezione in prossimità dei punti vendita; solo l’11% non è interessato a riceverli.”

    Conoscere in dettaglio l’utente Mobile è sempre più importante per definire meccaniche di ingaggio efficaci.

    Il fermento osservato da parte delle aziende investitrici è ancora più evidente ed elevat ose si guarda alle aziende di filiera. A fianco delle imprese che tradizionalmente curano progetti di Marketing & Service per le aziende investitrici, sono, infatti, nate nel corso degli ultimi anni (con un forte incremento proprio nel 2012) molteplici startup specializzate in soluzioni di Mobile Marketing & Service. Ben il16% di tutte le startup finanziate in Italia in ambito ICT negli ultimi due anni offrono servizi innovativi di Mobile Marketing & Service.

    Se questa è la fotografia, molto positiva, del Mobile in Italia nel 2012, c’è da attendersi dunque un 2013 ancora più in crescita.

  • Gift, didattica e social media marketing [Infografica]

    Gift, didattica e social media marketing [Infografica]

    In un periodo di bilanci e di trend, ci sembra naturale porre l’attenzione su uno dei degli argomenti più evocati di fine anno, “il contenuto”. Poniamo quindi una serie di riflessioni a disposizione di chi si voglia confrontare sulla tematica del “cosa scrive un’azienda sui social network”? Uno spunto di conversazione sull’efficacia della comunicazione online che parte da un’esperienza ed un’osservazione personale

    Quando ho iniziato a studiare Social Media Marketing, nei webinar notturni di oltreoceano imperversava una parola chiave “gift“, una sorta di “do ut des” applicato alla presenza dei brand sui social network. In molti hanno identificato la chiave del word of mouth con il “regalare” qualcosa di tangibile per ottenere fan, follower o visibilità. Quel gift nel tempo si è trasformato nelle mie considerazioni in una sorta di Sacro Graal difficile da individuare, fino a diventare poi un’obbiettivo e trasformarsi nell’”aggiungere qualcosa”, “fare la differenza”, “contribuire”. Il contenuto diventa quindi mezzo fondamentale per andare in quella direzione, un fulcro introno al quale incentrare la propria strategia di marketing, un percorso verso il quale orientare le aziende che cercano risultati.

    Contenuto come mezzo, “gift” come fine, ROI come obbiettivo, Social Network come strumento.

    Seguendo questo schema mi sono chiesta se non fosse corretto tentare di intraprendere un percorso comunicativo “didattico” che avesse come argomento gli strumenti social. Ho provato quindi a strutturare una comunicazione su elementi che dessero un contenuto direttamente fruibile alla community di riferimento, per aumentare nell’utente il grado di comprensione degli strumenti e delle loro potenzialità, dandogli dei contributi utili per il suo percorso di autodidatta atto alla sperimentazione delle pratiche e degli strumenti stessi.

    Uno dei risultati è questa infrografica che è stata “tradotta” in italiano su richiesta di un utente che probabilmente sta cercando di comprendere meglio le possibilità di Facebook. Lo scopo è quello di avvicinare l’utente agli strumenti di social media marketing e nel contempo di fargli comprendere l’importanza delle strategie e delle competenze utili al raggiungimento degli obbiettivi.

    E’ ancora presto per poter parlare di risultati concreti ma qualcosa si è mosso.

    Pensate che questa teoria della didattica si possa applicare anche ad altri settori? Avete avuto esperienze simili?

    L’esigenza del “fai da te” è ancora molto viva e anziché svendere la propria professionalità inseguendo il cliente ideale, credo sia preferibile cercare di dare all’utente ciò di cui avesse bisogno, mettendo in piedi una serie di “gift” di contenuto, evitando l’aggressività del “se hai fatto così hai sbagliato” ma con la determinazione di chi sa quanto è complesso lo sviluppo quotidiano della propria professione di Social Media Marketer.

    checklist---social-media-marketing---infografica

  • Social Media, solo il 13% delle aziende li usa bene

    Social Media, solo il 13% delle aziende li usa bene

    In un recente sondaggio condotto da Nasdaq OMX e l’agenzia Ragan negli Usa viene rilevato che solo il 13% delle aziende intervistate ritiene di usare bene i Social Media, il 64% ritiene di dover imparare ancora molto. Facebook è lo strumento più usato, seguito da Twitter e da YouTube

    social_media_effortsSondaggio interessante quello che Nasdaq OMX ha condotto insieme all’agenzia americana Ragan allo scopo di vedere come le aziende Usa usano i Social Media per comunicare. L’indagine è stata condotta sulla base di 2.714 interviste coinvolgendo aziende della PA, Non profit e società con oltre 50 mila dipendenti, quindi parliamo di grandi organizzazioni aziendali. Ebbene  il risultato forse più interessante è che solo il 13% di queste aziende ritiene di usare bene i Social Media all’interno della propria organizzazione. Ma l’altro dato interessante è che il 64%, nettamente la maggioranza, afferma si di usarli ma di avere ancora molto da imparare. Il restante 23% si definisce newbie.

    Il motivo per cui quest aziende hanno cominciato ad utilizzare i Social Media all’interno della propria organizzazione sono diversi. Il primo, nell’87% dei casi, per aumentare la brand awarness, il secondo, nel 62% dei casi, per incrementare il traffico web, e il terzo, nel 61% dei casi, per migliorare la propria Reputazione.

    Dall’indagine viene fuori una certa discrepanza proprio nel cercare di rendere omogenea la strategia, l’azione da intraprendere sui Social Media per cercare di raggiungere l’obiettivo che ci si prefigge. In molti casi si è trattato di situazioni in cui è prevalsa una insufficiente preparazione all’uso dello strumento. Spesso hanno risposto di non riuscire a stare dietro alla grossa mole di informazioni da monitorare, di non riuscire a sfruttare al meglio la piattaforma che si sta usando. Ma anche le grosse aziende hanno problemi, in molti casi lamentano di non trovare tempo a sufficienza da dedicare ai SM e che in alcuni casi mancano delle strutture adeguate, nonostante gli sforzi.

    social_media_platformsTra gli strumenti più utilizzati, Facebook è di gran lunga quello più usato nel 91% dei casi; seguito da Twitter, 88%, da YouTube, 73% e da LinkedIn, 69%. Poi Google+, 33%, e Pinterest, 32%. Molti hanno anche risposto di usare Vimeo e di usare WordPress per il proprio blog aziendale. Tra questi strumenti, alcuni hanno segnalato anche Social Network molto localizzati come i russi Odnoklassniki, Mail.ru  e VKontakte, oppure come i cinesi Sina Weibo, Renren, e Youku. Pensate che in alcuni casi si è verificato un divieto d’uso di alcuni social network all’interno di qualche azienda e tra questi c’è anche Pinterest. E sempre per quanto riguarda Pinterest, in alcuni casi viene indicato, insieme ad Instagram, lo strumento su cui l’azienda punterà nei prossimi anni.

    Molti lamentano che ormai gli strumenti sono troppi e per questo non si riesce a starci dietro. Come abbiamo sempre sostenuto, è bene usare gli strumenti che più sono in linea con la strategia da seguire, ma sostenere che ci sono tanti strumenti e conviene usare sempre gli stessi non è corretto. Si rischia di non raggiungere in effetti il pubblico desiderato. Per questo conviene comunque provare ad usarli e poi sulla base di questo privilegiare quelli dai quali si ottengono maggiori risposte in linea con gli obiettivi.

    Da questo quadro si desume che nonostante i buoni propositi e investimenti, c’è ancora molto da lavorare. E’ necessario avere una formazione adeguata, altrimenti tutti gli sforzi saranno vani ed è comunque necessario, quando possibile, aumentare gli investimenti in tal senso.

    E’chiaro che questo sondaggio fa riferimento agli Usa, ma siamo sicuri che ci sono molte similitudini con il mercato italiano. Sarebbe il caso di conoscere meglio le proporzioni. E per far questo cominciate col raccontarci la vostra esperienza di uso dei Social Media nella vostra azienda.

Contatti