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  • Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero rivela un cambio di paradigma ormai in atto. Le aziende storiche valgono meno delle startup tech. Una riflessione sul significato del valore di un’azienda nell’era dei dati e del digitale.

    È la notizia di cui ormai si parla da giorni, soprattutto in Italia, ma non solo.

    Ferrero, uno dei marchi italiani più forti al mondo, ha annunciato l’acquisizione di Kellogg’s per una cifra che si aggira attorno ai 3 miliardi di dollari. Sì, proprio 3 miliardi.

    Una cifra che, a prima vista, può apparire importante, ma che nel contesto attuale del mercato globale, dominato da valutazioni vertiginose nel settore tech e digitale, suona come molto bassa, se non addirittura “ridicola”.

    E questo non per sminuire il valore dell’acquisizione. Ma solo per spiegare quello che è il contesto odierno. Che è poi lo scopo di questa riflessione.

    Infatti, se mettiamo questa cifra accanto ad acquisizioni recenti di startup tecnologiche o piattaforme digitali con pochi anni di vita, la sproporzione è talmente evidente da non poter essere ignorata.

    E non è solo una questione di numeri. È una questione di tempo/storia, di percezione e di proiezione nel futuro.

    La storia di un’azienda e la velocità del presente

    Kellogg’s è un’azienda nata nel 1906. Ha attraversato guerre mondiali, boom economici, cambiamenti di abitudini alimentari e rivoluzioni di mercato.

    È diventata sinonimo di “cereali a colazione” in tutto il mondo. Eppure oggi, nel 2025, il suo valore sul mercato risulta essere meno della metà di quanto Microsoft ha pagato per LinkedIn nel 2016.

    Una cifra che risulta venti volte più bassa di quanto Meta ha speso per WhatsApp nel 2014. E oltre sessanta volte più bassa dell’acquisizione di Activision Blizzard da parte di Microsoft nel 2022.

    Questa sproporzione non è casuale. È il segnale di un cambiamento profondo nella gerarchia del valore. Le aziende tradizionali non vengono più premiate per la loro solidità, per la loro storia o per la loro presenza capillare sul territorio.

    Oggi, ciò che conta è la capacità di intercettare il presente e generare futuro.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Ferrero e Kellogg’s, il valore della storia non basta più

    Alcune recenti acquisizioni nel mondo digital e tech

    Per rendere chiara la dimensione di questa trasformazione, basta osservare alcune delle acquisizioni digital e tech più significative degli ultimi anni:

    • Instagram, con 13 dipendenti e nessun modello di business sostenibile, fu acquisita da Meta nel 2012 per 1 miliardo.

    • WhatsApp, app gratuita, nel 2014 fu valutata 19 miliardi.

    • LinkedIn, il social network professionale, fu acquistato da Microsoft nel 2016 per 26 miliardi.

    • Activision Blizzard, colosso del gaming, è passato a Microsoft per 68,7 miliardi.

    • E nel 2023, Figma, una giovane startup per il design collaborativo, stava per essere acquistata da Adobe per 20 miliardi (poi l’operazione è saltata per motivi antitrust).

    In questi casi, non contano i capannoni, i camion, le filiere o i dipendenti.

    Ma vale, soprattutto, la capacità di scalare, raccogliere dati, diventare infrastruttura dell’attenzione.

    All’opposto, le grandi acquisizioni nel settore industriale, seppur solide, raccontano una storia diversa:

    • LVMH ha acquistato Tiffany per 15,8 miliardi, pur essendo un marchio con oltre 180 anni di storia.

    • InBev ha acquisito Anheuser-Busch nel 2008 per 52 miliardi, cifra che oggi suona più alta solo perché avvenuta in un tempo ancora favorevole all’industria tradizionale.

    • E oggi, Ferrero acquisisce Kellogg’s per 3 miliardi, ottenendo marchi storici, infrastrutture produttive e una base consolidata di consumatori.

    Il confronto è impietoso: le aziende storiche valgono meno del sogno di un’idea digitale scalabile.

    I dati sono più importanti del petrolio

    Abbiamo accennato ai dati, poco più sopra. Allora val la pena ricordare come i dati siano davvero importanti. L’esempio che segue ci aiuta a focalizzare meglio il tema.

    Nel 2017 una celebre copertina dell’Economist titolava: “Il bene più prezioso del mondo non è più il petrolio, ma i dati.” Era una fotografia esatta del passaggio di paradigma che stavamo vivendo, e che oggi è diventato realtà quotidiana.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Copertina Economist

    A differenza del petrolio, i dati non si esauriscono. Si moltiplicano. E, soprattutto, non richiedono impianti fisici o infrastrutture complesse per essere estratti e venduti, ma bastano, volendo semplificare, un algoritmo, una piattaforma, un’app.

    Le aziende tech hanno costruito il loro valore sulla capacità di raccogliere, interpretare e monetizzare questi dati.

    Non è un caso che le valutazioni più alte degli ultimi anni siano andate proprio a imprese che non producono nulla di fisico, ma che controllano flussi immateriali: attenzione, comportamento, interazioni. E quindi, potere.

    Il Valore oggi è questione di prospettiva

    Nel nuovo paradigma del mercato, ciò che si valuta non è quello che l’azienda ha costruito nel tempo, ma quello che potrà generare nei prossimi 6, 12, 24 mesi.

    Kellogg’s ha costruito la propria realtà in oltre un secolo, consolidando presenza industriale, filiere e riconoscibilità globale.

    Figma (come qualsiasi azienda dello stesso settore e innovativa), invece, in appena quattro anni ha saputo imporsi come riferimento per la collaborazione digitale.

    Due storie incomparabili per natura e per epoca, ma che agli occhi del mercato si valutano con lo stesso parametro. Ossia, la capacità di intercettare il futuro.

    Questa dinamica rende chiaro che il valore simbolico, culturale, produttivo o economico costruito nel tempo non è più sufficiente. Le aziende storiche si trovano a dover ridisegnare la propria traiettoria.

    O si reinventano, o diventano parte di chi ha già agganciato il treno della trasformazione.

    Ferrero e Kellogg's, il valore della storia non basta più
    Ferrero – Kellogg’s

    Ferrero consolida, mentre il tech colonizza

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero non è una mossa per fare disruption, ma un’azione di consolidamento.

    È una strategia coerente con una visione industriale, fondata sull’integrazione verticale, sull’espansione nei mercati chiave e sulla difesa del proprio perimetro competitivo.

    Il settore tech, invece, non acquisisce per consolidare, ma per colonizzare. E quindi piattaforme, dati, comportamenti.

    Non importa quanto sia solida un’azienda, se non è in grado di tenere il passo digitale, non è competitiva. E alla fine, viene inglobata.

    Le aziende storiche sono in svendita?

    Questa è la domanda più scomoda. Ma anche la più necessaria. Il caso Kellogg’s, come quello recente di Tiffany, o in passato di Motorola, Nokia, Yahoo, ci dice che essere iconici oggi non basta più.

    La reputazione non è più sufficiente a generare valore nel presente. Serve essere capaci di guardare oltre.

    E che la storia non è tutto, se non è accompagnata da innovazione vera.

    È questo che oggi dovrebbero interrogarsi tutte le imprese nate nel secolo scorso: quanto del loro valore è ancora riconosciuto? Quanto della loro narrazione è ancora rilevante?

    L’acquisizione di Kellogg’s da parte di Ferrero è molto più di un’operazione industriale.

    È un segnale forte. Il valore oggi non risiede solo e soltanto nella storia, come spesso siamo portati a credere. Ma nella capacità di leggere il presente e anticipare il futuro.

    Anche i marchi più iconici devono scegliere. Evolvere o scomparire. La solidità di ieri non basta più.

    Serve visione, velocità e una nuova grammatica del valore.

  • L’introduzione della IA generativa aumenta la produttività delle aziende

    L’introduzione della IA generativa aumenta la produttività delle aziende

    La ricerca di Deloitte rivela un’adozione crescente della Intelligenza Artificiale Generativa in Italia, con il 56% delle aziende che prevede un aumento della produttività.

    L’epoca che stiamo vivendo è caratterizzata da rapidi cambiamenti tecnologici. Una accelerazione che riguarda tutti. L’introduzione della Intelligenza Artificiale Generativa (GenAI) nel tessuto aziendale italiano segna un momento importante. Ed è questo il tema che ci apprestiamo ad affrontare.

    La recente ricerca di Deloitte, “State of Generative AI in the Enterprise: Now Decides Next“, ha evidenziato come, nei primi mesi del 2024, quasi la metà delle imprese italiane (47%) abbia notevolmente accelerato l’adozione di questa tecnologia, estendendone l’uso a tutte le funzioni aziendali e potenziando gli investimenti in infrastrutture tecnologiche.

    Questa crescente integrazione testimonia non solo una consapevolezza delle potenzialità offerte dalla IAG (Intelligenza Artificiale Generativa), ma anche una volontà di cambiamento che percorre trasversalmente vari settori industriali.

    IA generativa produttività aziende deloitte franz russo

    L’IA Generativa e l’aumento della produttività

    Lo studio, condotto su quasi 2.000 imprese appartenenti a sei settori diversi, rivela che un considerevole 56% delle organizzazioni prevede un incremento della produttività grazie alla Intelligenza Artificiale Generativa.

    Questo miglioramento non si limita solo all’efficienza dei processi, ma si estende anche al perfezionamento di prodotti e servizi offerti.

    Il 27% delle imprese intende utilizzare la IAG per migliorare la produttività e per ottenere una migliore efficienza in generale nei propri processi. Il 28% la applicherà per migliorare i propri prodotti e servizi. E solo il 18% delle aziende adotterà la IAG per ottimizzare i processi esistenti con l’obiettivo principale di ridurre i costi.

    Lorenzo Cerulli, GenAI Leader di Deloitte Central Mediterranean, sottolinea l’importanza strategica di questa tecnologia nel contesto di una prevista contrazione demografica in Italia: “Nel prossimo decennio, il nostro Paese si troverà a fronteggiare una carenza di forza lavoro. La GenAI rappresenta una risorsa innovativa capace di ottimizzare la produttività aziendale, sostenendo così l’Italia in questa sfida demografica.

    La IAG e l’acquisizione di talenti

    Dallo studio emerge anche che il 75% delle aziende interpellate prevede che nei prossimi due anni sarà necessario ripensare completamente le strategie di gestione e acquisizione dei talenti a causa dell’impatto della IA Generativa.

    Al contrario, il 37% delle imprese ammette di essere ancora poco preparato ad affrontare le sfide poste da queste innovazioni.

    Nonostante l’entusiasmo generale, una porzione significativa delle aziende (38%) non prevede cambiamenti sostanziali nel proprio organico nel prossimo anno. Dimostrando una cautela nell’approccio all’adozione della GenAI.

    I team di estendono per accogliere il cambiamento

    Ad ogni modo, il 39% si aspetta di espandere il proprio team, sfruttando le efficienze e le opportunità offerte dalla tecnologia.

    In conclusione, mentre il panorama aziendale italiano si avvicina sempre più a una piena integrazione della Intelligenza Artificiale Generativa, emerge un quadro di cauto ottimismo.

    Le aziende italiane sono chiamate a bilanciare l’innovazione con una gestione attenta dei rischi, preparandosi a un futuro in cui la tecnologia e l’essere umano dovranno trovare una nuova forma di equilibrio.

     

  • L’emergere del ruolo del responsabile IA nelle aziende

    L’emergere del ruolo del responsabile IA nelle aziende

    Si chiama Chief Artificial Intelligence Officer (CAIO), responsabile della Intelligenza Artificiale. Guida all’utilizzo della IA nelle aziende, contribuendo a costruire strategie adeguate e a creare una cultura aziendale più accogliente da questo punto di vista.

    Il contesto attuale ci disegna un panorama di piena trasformazione digitale, in cui irrompe in maniera evidente il fenomeno della Intelligenza Artificiale.

    Dopo l’approdo di ChatGPT di OpenAI, a dicembre 2022, di IA si parlato in maniera sempre più crescente. E non solo, quindi di IA generativa. Ma di IA come nuovo asset di trasformazione digitale per le aziende. Come grande opportunità da cogliere. Considerando, anche, i rischi.

    Di fronte a questo fenomeno dilagante serve comunque approcciare alla IA con consapevolezza. Sapendo che le opportunità si possono cogliere quando si approccia al fenomeno con desiderio di conoscenza e approfondimento.

    Ed è in questo solco che le aziende cominciano a considerare all’interno dei propri organigrammi le figure di responsabili della IA. Stiamo parlando dei Chief Artificial Intelligence Officer (CAIO). Una figura che si sta facendo sempre più spazio all’interno delle aziende.

    Proprio qualche giorno fa, LinkedIn ha fatto sapere che il numero di aziende con una posizione come capo della IA è quasi triplicato a livello globale, negli ultimi cinque anni.

    responsabile intelligenza artificiale CAIO franzrusso

    Come racconta il Financial Times, la figura ha subito una notevole attenzione dopo che la Casa Bianca, negli Usa, ha annunciato che le agenzie federali dovevano designare i responsabili dell’intelligenza artificiale “per garantire responsabilità, leadership e supervisione” della tecnologia.

    La figura del Responsabile della Intelligenza Artificiale  – CAIO

    Ma di cosa si occupa il responsabile della IA?

    Il Chief Artificial Intelligence Officer è responsabile della strategia e dell’implementazione dell’intelligenza artificiale all’interno dell’azienda.

    Si tratta di una figura strategica che non solo supervisiona lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie AI, ma è anche: incaricato di identificare nuove opportunità di business; migliorare l’efficienza operativa; gestire i rischi etici e di sicurezza associati all’IA.

    David Mathison, fondatore del primo “Summit del Chief AI Officer”, sottolinea che i candidati ideali necessitano di una “profonda comprensione della tecnologia IA, apprendimento automatico, scienza dei dati e analisi“, oltre a competenze in gestione del cambiamento e questioni legali.

    Il ruolo di CAIO si colloca al centro di una “battaglia dura per la specializzazione in IA”, come affermato da Fawad Bajwa di Russell Reynolds Associates.

    Questa posizione attira professionisti con una solida formazione in computer science e amministrazione aziendale, che combinano conoscenze tecniche con capacità di leadership e visione strategica.

    Lan Guan, CAIO di Accenture, afferma che il suo lavoro è “multidisciplinare e richiede una combinazione di solide conoscenze tecniche e acute conoscenze aziendali in campi [tanto diversi] come l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico, l’informatica, la statistica, l’analisi dei dati, l’etica, la conformità normativa, e competenze specifiche del settore“.

    Secondo la Guan, la tecnologia rappresenta “probabilmente solo il 35-40%” del lavoro: è a capo del Center for Advanced AI di Accenture, che sviluppa prodotti per i propri clienti. “Avere un background strategico e la capacità di gestire l’incertezza, [così come] di affrontare i potenziali compromessi è estremamente importante.”

    L’introduzione di una figura come il Responsabile per la IA in azienda diventa importante anche da un punto di vista della cultura aziendale. È un ruolo cruciale nell’evangelizzazione dell’IA, lavorando per allontanare le paure e aumentare l’accoglienza di queste tecnologie tra i collaboratori.

    Secondo Gartner, la responsabilità per l’intelligenza artificiale – allo stato attuale – spetta ancora in gran parte al Chief Technology Officer (CTO) e al Chief Information Officer (CIO), che, rispettivamente, portano avanti le iniziative legate alla IA nel 23% delle organizzazioni.

    Foundry rileva che solo il 21% delle aziende ha in programma di creare una posizione CAIO, sebbene tale sentimento sia più elevato tra gli intervistati nel settore sanitario (35%) e dell’istruzione (33%).

    Il responsabile della IA in azienda gestisce iniziative come workshop e presentazioni, amplificando i benefici dell’IA e facilitando un cambio culturale che vede l’IA non solo come uno strumento di lavoro ma come un potenziatore della creatività e dell’innovazione aziendale.

    Si tratta di un ruolo che avrà sempre più spazio all’interno delle aziende, diventando un vero punto di riferimento.

    Come in tutte le grandi novità, al momento, c’è chi reputa questo passaggio ancora non necessario. E c’è chi lo ritiene, invece, non più rinviabile.

    Bisognerà trovare una via di equilibrio e, lo vedremo, molte aziende seguiranno questa. Con l’introduzione di una figura che farà da riferimento per cercare di interpretare al meglio questa innovazione. Provando a dare concretezza alle tante opportunità che si presenteranno e cercando di mitigare e limitare i rischi che si riveleranno.

  • Il futuro delle aziende, quando Innovazione fa rima con Formazione

    Il futuro delle aziende, quando Innovazione fa rima con Formazione

    Il 2020 verrà ricordato anche come l’anno in cui il tessuto imprenditoriale, ad ogni livello, ha dovuto affrontare sfide forse mai conosciute prima. E la sfida si vince investendo sulla Formazione, per abbracciare l’Innovazione.

    Il 2020 verrà ricordato anche come l’anno in cui il tessuto imprenditoriale, ad ogni livello, ha dovuto affrontare sfide forse mai conosciute prima. L’emergenza sanitaria ha posto le aziende e le organizzazioni di fronte al fatto che l’unico modo per superare le difficoltà è investire in formazione e in innovazione.

    Non è un caso che Innovazione faccia rima con Formazione, e viceversa: sono due facce della stessa medaglia.

    Nel nostro piccolo, in questo periodo, abbiamo cercato di raccontare come le aziende hanno affrontato la pandemia da Covid-19 e tutto quello che ne è scaturito. Il momento iniziale è stato difficile! Nel giro di poco tempo le aziende italiane hanno dovuto affrontare una riorganizzazione del lavoro, ricorrendo allo smart working: modalità di lavoro da remoto a cui, si può dire, la maggior parte delle aziende non era preparata. Per mancanza di mezzi, di investimenti e anche di competenze.

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    Non sono mancati i disagi, nonostante la possibilità di poter lavorare da casa. Ma l’errore principale è stato quello di non aver compreso subito la portata dell’evento e non aver reagito con la prontezza che la situazione richiedeva. Mancavano le giuste competenze per affrontare una modalità di lavoro del tutto nuova. Del resto, fino a quel momento, solo 570 mila lavoratori italiani potevano ricorrere a questa modalità.

    Non vi era stato il tempo per formarsi con il lavoro da casa, che non vuol dire stare a lavorare con il computer dal salotto di casa (nel migliore dei casi), vuol dire organizzare il lavoro e gestire i processi di lavoro, vuol dire accedere ai programmi dal proprio pc, saper gestire i flussi proprio come se si fosse in ufficio.

    Sembra banale, ma per fare questo servono le competenze giuste, serve una conoscenza degli strumenti, dei software da usare, significa aver dimestichezza con il cloud e tutte le app.

    Come sempre succede, da una grande crisi possono derivare delle grandi opportunità, ma perché questo succeda bisogna essere preparati, bisogna essere formati e agire, per quanto possibile, in maniera preventiva. Ecco, se c’è una lezione che le aziende possono imparare da tutto quanto successo in questo anno, che non dimenticheremo facilmente, è che la preparazione, le competenze in situazioni difficili sono quelle che fanno la differenza.

    Fare Formazione per abbracciare l’Innovazione. Questo potrebbe essere un titolo, una frase che tutti dovremmo imparare e non dimenticare. Le competenze aiutano a superare i momenti di crisi, aiutano a risolvere i problemi, anche quando non previsti, e a guardare al futuro.

    Ma come possono fare le aziende per organizzarsi a formare i propri collaboratori?

    Semplice, affidarsi a chi sa come gestire queste situazioni e i processi formativi, in modo da trasferire alle organizzazioni le giuste competenze. Affidarsi a chi ha esperienza nel settore perché la formazione non è statica, ma in continua evoluzione.

    Il Cambiamento in atto, che coinvolge tutti i settori, ci ha insegnato che la formazione offre strumenti dinamici, adeguati al momento, per sapere guardare oltre.

    Si dice che il Covid-19 abbia permesso alle aziende di fare un salto in avanti come mai negli ultimi 30 anni, verso certi punti di vista. Solo che non tutte ne sono state capaci e non tutte hanno sapute cogliere il momento. Perché non avevano le competenze adatte.

    E ad essere più esposte a questa grande crisi e alla mancanza di competenze sono soprattutto le PMI, l’ossatura economica del nostro paese.

    Ecco perché oggi è meglio affidarsi a chi ha fatto della Formazione il proprio scopo, come, ad esempio, Fondartigianato: associazione riconosciuta, costituita da Confartigianato, CNA, Casartigiani, CLAAI, CGIL, CISL, UIL. Si tratta del primo Fondo autorizzato dal Ministro del Lavoro, con decreto del 31 ottobre del 2001 che ad oggi ha formato oltre 362 mila lavoratori con oltre 457 milioni di euro stanziati dal 2004 ad oggi, e con oltre 150 mila aziende aderenti per un totale di 560.000 dipendenti.

    Inoltre il 4 gennaio 2021 Fondartigianato ha pubblicato l’Invito 1°-2021 che mette a disposizione ben 32 milioni di euro per 7 linee di finanziamento, con diverse modalità di presentazione per tutto il 2021 concludendosi con l’ultima scadenza il 5 aprile 2022

    Numeri che da soli dicono dell’autorevolezza e dell’affidabilità del Fondo.

    In un momento di incertezza, affidarsi a chi sa indicare la strada verso il miglioramento delle competenze per il futuro è la scelta migliore. Basta solo saper cogliere le opportunità che un fondo come Fondartigianato offre.

    Per conoscere meglio Fondartigianato, gli Inviti a disposizione e come aderire, vi invitiamo a consultare il sito: fondartigianato.it.

    [In collaborazione con Fondartigianato]

  • Le aziende tech e social prendono posizione contro il razzismo

    Le aziende tech e social prendono posizione contro il razzismo

    Di fronte ai fatti di Minneapolis, con la morte di George Floyd che ha acceso proteste negli Usa, anche le aziende tech e social, e non solo, hanno deciso di prendere una posizione, manifestando la loro solidarietà alla comunità Black. Eccone alcune raccolte in questo articolo.

    Di fronte a situazioni di conflitti sociali le aziende spesso sono molto restie a prendere una posizione. Ma viviamo in un’era dove le persone vogliono sapere da quale parte stanno le aziende, i brand con cui negli anni hanno costruito una relazione. Lo vogliono sapere anche per comprendere meglio se la fiducia accordata viene ripagata anche i termini di valori condivisi. Parliamo di valori basilari.

    I fatti di Minneaopolis, la morte di George Floyd, soffocato da un poliziotto, hanno messo le aziende di fronte al fatto che fosse giunto il momento di prendere una posizione. Parliamo di colossi tech e social, di aziende che fanno della convivenza, dell’equità, del rispetto valori attorno ai quali, in buona parte dei casi, hanno costruito le proprie realtà.

    black lives matter aziende social franzrusso.it

    Bello, a nostro parere, il messaggio condiviso da Netflix che sabato ha twittato:

    Tacere è essere complici. Black Lives Matter. Noi abbiamo una piattaforma e abbiamo il dovere di parlare, nel rispetto dei nostri membri, dipendenti, creators e talenti neri“.

    In questo post vogliamo mostrarvi quello che forse in Italia non è stato ancora notato, e cioè che quasi tutti i brand tech e social hanno preso una posizione contro il razzismo, manifestando la loro solidarietà alla comunità Black e condividendo, in alcuni casi rimarcando anche, valori ormai acquisiti tra brand e utenti. Un messaggio di lealtà vero nei confronti d una comunità ma anche nei confronti del mondo intero.

    Durante lo scorso fine settimana, brand e CEO di aziende tech e social hanno espresso e manifestato il loro pensiero, spesso su Twitter, ma anche su Instagram, agganciandosi all’hashtag #BlackLivesMatter.

    E cominciamo da Twitter, uno dei primi brand social a manifestare solidarietà alla community Black, che venerdì scorso decide di cambiare la proprio foto profilo e quella di copertina, insieme alla bio che diventa semplicemente: #BlackLivesMatter.

    Twitter black lives matter

    Un messaggio simile a quello di Netflix lo ha condiviso poi anche Amazon, la società di Jeff Bezos:

    Più o meno lo stesso messaggio è stato condiviso anche da Prime Video, sempre su Twitter:

    E lo stesso Bezos ha poi postato su Instagram un messaggio rivolto ai leader e ai manager di aziende, invitandoli a leggere un articolo di Shenequa Golding, riportando il link nella sua bio e anche un breve brano:

    Ci mordiamo la lingua, inghiottiamo la rabbia e tratteniamo le lacrime per rimanere professionali, perché esprimere il dolore causato dalla morte di un nero è considerato meno professionale di quanto non lo siano gli uomini e le donne di colore che vengono effettivamente uccisi. Quindi, se potete, per favore, fate attenzione. I vostri dipendenti neri devono fare i conti con tante di queste cose“.

    https://www.instagram.com/p/CAzG5h8nWg5/?utm_source=ig_web_copy_link

    Tra le aziende che hanno manifestato solidarietà alla comunità nera, anche solo cambiando immagine di profilo e copertina su Twitter, ci sono anche:

    Instagram, che pubblica lo stesso messaggio sulla propria piattaforma, invitando gli utenti a raccontare e condividere storie con #shareblackstories:

    Instagram black lives matter

    Facebook

    Facebook black lives matter

    YouTube

    YouTube black lives matter

    La piattaforma della famiglia Google, condividendo un messaggio di solidarietà, fa anche una donazione di 1 milione di dollari per contrastare l’ingiustizia sociale:

    Square, l’altra società di Jack Dorsey:

    Square black lives matter

    E poi ci sono anche aziende come Nike che condivide anche un bellissimo video, condiviso anche da molte star come Michael Jordan, invitando tutti ad essere parte del cambiamento, cambiando il celebre claim “Just Do It”:

    Per una volta, non farlo. Non fingere che in America non ci sia un problema di razzismo“.

    Nike black lives matter

    Columbia Records

    Columbia Records black lives matter

    La società discografica, proprietà della Sony, manifestando la sua solidarietà alla comunità black, lancia per il 2 giugno il “Black Out Tuesday“, una giornata per riflettere e immaginare modi per proseguire insieme all’insegna della solidarietà:

    HBO ha cambiato il suo nome, per l’occasione, in #BlackLivesMatter:

    HBO Black Lives Matter

    Di seguito, alcuni comunicati che i CEO hanno condiviso per lo più su Twitter:

    https://twitter.com/TwitterTogether/status/1266173332140904449

     

    Anche Intel dona 1 milione di dollari per contrastare l’ingiustizia sociale:

    Don MacAskill, Flickr

    Qui l’articolo completo di Kathleen Hogan su LinkedIn.

    https://twitter.com/natfriedman/status/1266790816174882816

    Ecco, questo era quello che ci piaceva mostrare e raccontare. Le aziende prendono parte, superando, questo va detto, anche alcune contraddizioni interne, ma alla fine, ci mettono la faccia, come si dice.

    E voi che ne pensate? Se avete altro esempi, oltre a questi, segnalateci.

  • Innovazione dirompente: il 63% delle aziende è già disruptive

    Innovazione dirompente: il 63% delle aziende è già disruptive

    Un interessante studio di Accenture rileva che tra le aziende, anche italiane, la Disruption, l’innovazione dirompente, è già una realtà. Secondo lo studio, che ha sviluppato anche il Disruption Index, il 63% delle aziende affronta già attualmente livelli elevati di disruption e il 44% lo farà in un prossimo futuro.

    Parliamo spesso di Innovazione qui sul nostro blog, è uno dei grandi temi che ci piace affrontare in un momento storico in cui il processo di innovazione e di digitalizzazione è ormai a tutti i livelli. Spesso raccontiamo storie di aziende che, grazie all’intuizione e alla loro capacità di fare Innovazione concreta, sono riuscite a cogliere le opportunità che l’essere disruptive offre. Già, chissà quante volte avrete già sentito termini come appunto diruptive, disruption, vale a dire dirompente, travolgente, o meglio, non più arrestabile. Infatti è così, il processo di innovazione, di trasformazione digitale che le aziende stanno affrontando non è più arrestabile e il momento deve essere colto subito.

    Per avere un’idea complessiva su quanto le aziende sono davvero disruptive, vi presentiamo questo interessante studio di Accenture, azienda leader a livello globale nel settore dei servizi professionali, presentato in occasione del recente Mobile World Congress di Barcellona, che la disruption non è più da considerarsi un evento casuale, è, invece, un percorso che può essere identificato, compreso e anticipato.

    innovazione aziende disruptive

    Lo studio ha analizzato oltre 3.600 aziende, con un fatturato annuo di almeno 100 milioni di dollari, in 82 paesi (Itali compresa), sulla base di due parametri: livello attuale e suscettibilità futura alla disruption. Il quadro che ne viene fuori è chiaro, il cambiamento è divenuto parte integrante della quotidianità delle imprese: il 63% affronta già attualmente livelli elevati di disruption e il 44% lo farà in un prossimo futuro.

    innovazione dirompente aziende

    Nell’ambito della ricerca, Accenture ha sviluppato un “Disruption Index” identificando gli elementi chiave della disruption: la presenza e la penetrazione nel mercato di aziende innovatrici, la performance finanziaria, l’efficienza operativa, la vocazione all’innovazione delle società tradizionali, nonché la loro modalità di difesa dagli attacchi. L’indice rappresenta uno strumento utile per analizzare e capire i diversi settori industriali e consente alle imprese di individuare rischi e opportunità per poi elaborare la giusta risposta strategica.

    Accenture ha raggruppato le società coinvolte nello studio, appartenenti a 20 settori industriali, secondo quattro diversi livelli o stati di disruption:

    • Durabilità: Qui la disruption è evidente, ma non mette a rischio la sopravvivenza dell’azienda; i player tradizionali godono ancora di vantaggi strutturali e ottengono risultati rilevanti. Circa un quinto (19%) delle aziende intervistate ricade all’interno di questo stadio evolutivo dell’innovazione, tipicamente appartengono al settore della vendita e fornitura di parti in ambito automobilistico, a quello delle bevande alcoliche e al chimico.
    • Vulnerabilità: L’attuale livello di disruption è moderato, ma le aziende dominanti sono sensibili alla disruption futura a causa di sfide strutturali di produttività rappresentate, per esempio, dall’elevato costo del lavoro. Questo stato comprende un quinto (19%) delle aziende, tra cui quelle operanti nel settore assicurativo, sanitario e dei discount.
    • Volatilità: Caratterizzato da una disruption violenta e improvvisa; quelli che un tempo rappresentavano punti di forza si sono ora trasformati in debolezze. Le aziende in questo stadio (il 25% di quelle coinvolte nello studio) sono prevalentemente operanti nel comparto della tecnologia di consumo, come pure in vari settori di servizi: quello bancario, della pubblicità e dei trasporti.
    • Vitalità: La disruption è costante; le fonti di vantaggio competitivo sono spesso effimere in quanto emergono continuamente nuove aziende disruptive. Questo stadio comprende più di un terzo (37%) delle aziende, tra queste emergono fornitori di software e piattaforme, telecomunicazioni, media e high-tech, nonché le case automobilistiche.

    Secondo la ricerca, ad ognuna delle fasi sopra individuate corrisponde un diverso orientamento strategico:

    • nello stato di durabilità, le aziende devono reinventare le proprie attività tradizionali piuttosto che impegnarsi per preservarle. Ciò significa adottare provvedimenti per mantenere la leadership di costo all’interno del core business, per esempio rendendo le offerte non solo più economiche, ma anche migliori per i clienti.
    • Nello stato di vulnerabilità, le società devono rendere più produttive le proprie attività tradizionali e predisporsi a sfruttare le innovazioni future (proprie o dei concorrenti). Dovrebbero per esempio ridurre la dipendenza dalle immobilizzazioni e monetizzare le risorse sottoutilizzate.
    • Nello stato di volatilità, l’unico modo per sopravvivere è cambiare lo status quo in modo deciso, ma saggio. Le aziende tradizionali devo trasformare radicalmente il proprio core business e al contempo sperimentare nuove attività, facendo attenzione a trovare il giusto equilibrio: se infatti una svolta troppo repentina potrebbe rendere la situazione economicamente insostenibile, con un cambiamento troppo lento le aziende rischierebbero di diventare obsolete.
    • Nello stato di vitalità, le società devono mantenersi in uno stato costante di innovazione. Ciò comporta: aumentare la penetrazione di prodotti e servizi innovativi per i clienti esistenti e espandersi aggredendo mercati adiacenti o del tutto inesplorati, forti di un core business rivitalizzato e basato sull’innovazione.

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    Tenendo in considerazione i valori individuati dalla ricerca di Accenture, questi sono i settori inquadrati per il loro livello di innovazione. Notate come i settori del sofware e piattaforme, retail, media, comunicazione e anche automotive siano quelli che devono mantenere un livello di Innovazione “vitale”, devono fare Innovazione in maniera costante; i settori delle attrezzature industriali, chimici, beni di consumo sono nella zona “durabilità”, quella dove la tradizione si sviluppa grazie all’Innovazione, in un processo naturale; i settori infrastrutture e trasporti, energia, servizi postali sono nella zona “volatilità”, quello dove il cambiamento deve essere messo in atto ma in maniera equilibrata, il rischio di eccedere e di vanificare tutto è molto alto; infine, i settori banking, viaggi, salute, assicurazioni, utilities sono nella zona “vulnerabilità”, quella dove l’esigenza di Innovazione è più alta, con il rischio perdere le opportunità non avendo saputo sfruttare le proprie risorse.

  • Social Media e Aziende, la principale sfida resta la carenza di risorse

    Social Media e Aziende, la principale sfida resta la carenza di risorse

    Una recente ricerca, condotta da The Manifest e Smart Insights, evidenzia come una delle principali sfide che le aziende devono affrontare per adottare i social media all’interno del proprio business è la carenza di risorse, sia finanziare che risorse umane (26%). Per il 24% dei casi, invece, la principale sfida è l’assenza di una strategia.

    Trattiamo spesso il tema social media in chiave business qui sul nostro blog, cercando di offrire spunti e idee alle aziende, ai professionisti, ai marketer al fine di dare una panoramica sempre più ampia soprattutto per quelle che sono le sfide da affrontare. Ed è proprio in termini di sfide che vogliano parlarne oggi, presentandovi questa interessante ricerca di The Manifest, agenzia globale con sede a Whashington, e Smart Insights che hanno interpellato 344 social media marketer provenienti da aziende, B2B e B2C, con almeno 10 dipendenti, da Regno Unito (30%), Stati Uniti (22%), Australia (5%), India (5%) e Germania (3%).

    Certo, penserete, c’è poca Europa e niente dall’Italia, ma quello che davvero interessa è sapere come le aziende di tutto il mondo affrontano la sfida di rendere i social media strumenti di business sempre più efficaci e quali siano le difficoltà o le sfide che esse affrontano per realizzare questo obiettivo. Un tema che riguarda anche le aziende del nostro paese.

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    Prima di partire con i  risultati, va detto che il 52% degli interpellati ha dichiarato che i social media hanno contribuito ad aumentare i ricavi e le vendite delle aziende in cui collaborano.

    Dalla ricerca emerge per il 26% dei marketers, quindi oltre un quarto degli interpellati, la prima vera grande sfida da affrontare è la carenza di risorse, in termini di risorse umane e finanziarie. Questa è una delle sfide principali che le aziende devono affrontare, un dato che vale anche per il nostro paese. E come si supera? Prima di tutto occorre che l’azienda intenda i social media come un vero strumento di marketing e ancora questo non succede ovunque. I social media sono strumenti per portare avanti azioni di marketing e, come tali, necessitano di persone e di risorse finanziarie adeguate. Un suggerimento, che viene anche dalla ricerca e da alcuni casi di studio, è quello di implementare strategie di Influencer Marketing. In assenza di risorse, il lavorare con influencer, mirati e affini con l’azienda, può essere una valida alternativa per superare la carenza di risorse e assicurarsi, grazie all’attività degli influencers che diffondono il messaggio dell’azienda, brand awarness e followers. Alternativa valida, certo, ma può non essere valida in alcuni contesti. Pensiamo al nostro paese, dove è difficile affrontare questi temi in un contesto di PMI. Ma non è detto che sia impossibile.

    social media sfide aziende

    Al secondo posto, delle principali sfide che i marketers devono affrontare per usare i social media all’interno dell’azienda in cui operano, troviamo l’assenza di una strategia al 24%, ossia quasi un quarto degli interpellati. Si tratta di un dato elevato e preoccupante. Significa che ci sono ancora aziende che non reputano i social media come strumenti per fare marketing, non li prendono ancora troppo sul serio. In questo contesto ci sarebbe piaciuto conoscere il dato italiano. E’ bene essere chiari, senza una strategia non si va da nessuna parte. Non ci può essere adozione dei social media come strumenti se non si ha ben di fronte che cosa si vuole ottenere. E cioè: quali siano gli obiettivi di business; quale sia il pubblico a cui si vuole mirare e quale sia il contesto dei competitors; quali siano i canali social media che meglio possono essere adeguati rispetto ad altri; quale sia il contenuto che si vuole diffondere; quali siano le risorse (torniamo alla prima sfida); quali siano gli strumenti per tracciare i risultati. Senza questi elementi non si va da nessuna parte, utili per capire la strategia da mettere in atto.

    Terza sfida principale riscontrata dai marketers è la costruzione di una community, anche questa sfida al 24%. Vero, è difficile costruire una community di followers al giorno d’oggi. Un problema che riscontrano molte aziende, per il semplice fatto che tutte, più o meno, agiscono allo stesso modo, senza far emergere cosa le distingue davvero dalle altre. In dato che oggi gli utenti notano e apprezzano di più, in un contesto di aziende molto affollato, è quel qualcosa in più, quel dato caratteristico che distingue ogni azienda, quell’elemento che porta l’utente a sceglierle. Non è facile, ma la strada per la costruzione di una community di followers passa anche da qui. E, soprattutto, non commettere l’errore di usare i social media come strumenti passivi, come può essere un manifesto, sperando che poi gli altri lo vedano. No, i social media sono strumenti attivi, bisogna andare a prendere le persone, bisogna guadagnarsi lo spazio, come scrivevamo qualche mese fa, e non comprarlo.

    Ecco, queste sono le tre sfide principali, quelle più sentite dai marketers interpellati dalla ricerca. A seguire troviamo il tracciare i risultati (17%), tema molto sentito anche nel nostro paese. Ebbene, i social media sono strumenti che ci permettono di raccogliere dei dati, questi devono poi essere analizzati, bisogna che ci siano strumenti che permettano di tracciare questi dati per avviare una strategia che abbia come obiettivo quello di investire sempre sulla relazione con i clienti, che è quello che maggiormente interessa.

    Questi sono i risultati più rilevanti che emergono da questa interessante ricerca che ci ha permesso, ancora una volta, di fronte alle sfide che sono emerse, di ritornare a rimarcare alcuni punti che riteniamo essere fondamentali, anzi, sono proprio “i fondamentali”, ossia le basi che servono per adottare al meglio i social media come strumenti di marketing.

    E coi che ne pensate?

     

  • Le aziende oggi lo spazio sui Social Media se lo devono guadagnare

    Le aziende oggi lo spazio sui Social Media se lo devono guadagnare

    Del fatto che le aziende hanno bisogno dei Social Media si è detto, e si continuerà a farlo come è giusto che sia, molto. Ma forse, in questo contesto, vale mettere in evidenza un principio troppe volte dato per scontato, ma mai chiarito del tutto. E cioè che oggi le aziende lo spazio sui Social Media se lo devono guadagnare.

    L’era dei Social Media che stiamo vivendo ha di fatto ribaltato il paradigma della comunicazione, da verticale a orizzontale, nel senso che oggi gli utenti possono partecipare ad una conversazione diretta, come mai prima. Se guardiamo il fenomeno dei Social Media in relazione alle aziende, è proprio questo quello che risalta prima di tutto. Le aziende hanno la possibilità di creare un coinvolgimento diretto con i propri utenti e, di conseguenza, gli utenti possono entrare in relazione diretta con i brand di riferimento. E’ sufficiente dare un’occhiata ad una recente analisi su come gli utenti usano i social media oggi per accorgervi che una delle principali attività è proprio quella di usare questi strumenti per entrare in contatto con in brand che piacciono si più. Un elemento nuovo questo, nella relazione tra utente e azienda/brand.

    Fin qui abbiamo parlato di concetti che sono, bene o male, noti a tutti. Non c’è nulla di nuovo in tutto questo. Vero?

    aziende social media guadagnare spazio

    Ma forse c’è qualcosa che spesso, e volentieri, la si dà come scontata, sbagliando. Nel considerare la costruzione di una presenza sui social media per un’azienda, impostando una strategia, pianificando tutti i passaggi che occorrono, è facile che ad un certo punto l’azienda stessa cominci ad usare un approccio non proprio in linea con quanto pianificato. Succede ancora troppo spesso. Allora, si lavora riesaminando la strategia, mettendo in evidenza tutte le esigenze, verificandole di nuovo, con l’obiettivo di renderla più chiara. Con l’obiettivo, come abbiamo più volte evidenziato, di puntare ad una strategia volta alla costruzione di una Relazione con gli utenti, l’aspetto che spesso manca. Manca perchè non viene percepito ancora come il vero obiettivo su cui puntare attraverso i Social Media.

    E allora, perchè parlare di cose forse sono già note a tutti. Per il semplice motivo che forse quel principio che spesso viene dato come scontato vale la pena di evidenziarlo, di metterlo come primo punto. E cioè che oggi le aziende lo spazio sui Social Media se lo devono guadagnare, non comprare. 

    Le aziende hanno da subito approcciato ai Social Media nella maniera sbagliata, pensando di usarli come avevano usato prima i giornali, la radio, la televisione. Strumenti dove compravano i propri spazi, di conseguenza la comunicazione attraverso questi media avveniva con dei filtri, gli strumenti stessi.

    Con i Social media tutto questo decade, non ci sono più i filtri che mettono “a riparo l’azienda” che a fanno sentire più al sicuro. No, non più. I Social Media non sono dei luoghi dove comprare lo spazio e attendere che accada qualcosa. Tutt’altro. Con questo non si vuole instaurare un clima di terrore, sia chiaro. Ma per le aziende l’idea di comunicare “senza un filtro”, spesso diventa elemento di distrazione.

    Il principio basilare è che stavolta le aziende lo spazio se lo devono guadagnare. E come? Condividendo contenuto, originale, che sia capace di trasmettere Valore agli utenti, al fine di costruire una Relazione.

    Condividere, Contenuto, Valore, Relazione – sono queste le parole chiavi.

    E voi che ne pensate?

  • Utenti e Aziende: mobile chat e SMS i servizi per comunicare

    Utenti e Aziende: mobile chat e SMS i servizi per comunicare

    Una ricerca a cura di Mobile Ecosystem Forum (MEF) ha rilevato che la comunicazione tra utenti e aziende è sempre più orientata ad usare i servizi Mobile. Condotta in 9 paesi, la ricerca evidenzia che il 65% degli utenti comunica con le marche via Messenger e via WhatsApp; si arriva al 76% considerando anche gli SMS a livello globale.

    I servizi di messaggistica possono arrivare a rivoluzionare la comunicazione, meglio la Relazione, tra utente/consumatore e azienda. A questo ci eravamo già arrivati, viste le volte che ci siamo interessati del tema e vista anche l’evoluzione e il ruolo che il fenomeno dell’instant messaging sta via via assumendo. Un ruolo sempre più importante e a conferma di tutto arriva l’interessante Mobile Messaging Report 2016, a cura di Mobile Ecosystem Forum (MEF), in collaborazione con Mblox e Ondevice Research. La ricerca, condotta in 9 paesi (Brasile, Cina, Germania, Francia, Regno Unito, India, Nigeria, Sud Africa e Usa) su un campione di 6 mila intervistati, evidenzia che il 65% degli utenti ormai comunica con le aziende via chat e si arriva al 76% considerando a livello globale anche gli SMS, che in effetti non sono morti del tutto.

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    A dimostrazione che gli SMS, seppure sempre più ai margini, giochino un ruolo ancora attivo nelle conversazioni tra utente e aziende, lo dimostra in fatto che i principali canali usati per costruire e mantenere relazioni in chiave business sono Facebook Messenger (56%), WhatsApp (52%) e gli SMS (42%). Le aziende stanno quindi considerando il Mobile come canae più diretto e immediato per dialogare con gli utenti, e questo è un dato.

    Quello che emerge dalla ricerca è che mobile app come Messenger e WhatsApp hanno messo un po’ ai margini un servizio storico, che dura da oltre 20 anni, come gli SMS e che gli utenti stessi sentono la necessità si instaurare una relazione più diretta. Un fenomeno che è conseguenza anche della grande penetrazione del Mobile un po’ ovunque.

    Mobile Messaging, uno sguardo all’uso per settori

    Ma nonostante questo gli SMS sono ancora lì e se guardiamo i settori che usano maggiormente questo strumento notiamo i servizi finanziari e banche sono quelli che li usano di più: 33% contro un 22% che fa uso di mobile chat. I retailers e gli e-commerce usano invece di più le app di mobile chat (24%) rispetto all’uso degli SMS (17%). Tra l’altro, proprio in relazione all’e-commerce, la ricerca rileva che il 23% dei clienti ha ricevuto una notifica sulla consegna della merce via SMS, mentre il 16% tramite mobile chat.

    Il settore che cresce di più in termini di comunicazione via mobile è quello sanitario, Health. A livello globale, il 15% degli utenti ha riveuto comunicazioni dagli operatori sanitari via SMS, il 12% invece ha ricevuto comunicazioni da mobile chat. I paesi dove si registra la percentuale più alta di utilizzo di mobile chat sono Uk e Usa, entrambi con il 19%.

    comunicazione messaggistica aziende ricerca

    comunicazione mobile messaggistica aziende

    Per quanto riguarda la conferma della password legata ad un servizio, a livello globale la comunicazione della stessa avviene per il 30% via SMS e per il 25% via mobile chat.

    Una curiosità che emerge dalla ricerca è che nonostante la grandissima diffusione di WhatsApp (anche nel nostro paese) questo servizio di proprietà di Facebook è in realtà snobbato negli Stati Uniti. Infatti, solo il 9% degli intervistati hanno dichiarato di usarlo, la maggior parte usa Messenger (65%) e gli SMS (31%). Il paese dove viene usato di più WhatsApp è il Sud Africa (82%), seguito da Brasile (76%) e dalla Nigeria (73%).

    E’ una ricerca che, nonostante non riguardi direttamente il nostro paese, è sicuramente interessante e indica quale sia l’evoluzione da questo punto di vista.

    E voi che ne pensate? Attraverso quali modi si sviluppa la vostra relazione con le aziende, via SMS o via mobile chat? Raccontateci la vostra esperienza.

    Per scaricare e consultare il report cliccate su questo link.

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