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  • Su X i nuovi utenti dovranno pagare per scrivere

    Su X i nuovi utenti dovranno pagare per scrivere

    Elon Musk ha proposto una piccola tariffa annuale per i nuovi utenti di X per contrastare i bot. Iniziativa che ha suscitato polemiche e perplessità rispetto alle continue contraddizioni di Musk.

    Sta facendo molto discutere l’ultima uscita di Elon Musk, il proprietario di X. Anche se la cosa era già nell’aria da un po’. In pratica, in risposta a @xDaily, che il post di un account bot sulla possibilità per i nuovi utenti di pagare per scrivere, Musk ha confermato e rilanciato.

    Secondo il proprietario di Xuna piccola tariffa per l’accesso in scrittura dei nuovi utenti è l’unico modo per frenare l’implacabile assalto dei bot. L’attuale intelligenza artificiale (e le fattorie di troll) possono passare facilmente ‘sei un bot’“.

    Musk, in buona sostanza, sostiene che aggiungendo una tariffa minima – più o meno 1 dollaro l’anno – sarebbe l’unico modo per difendersi dall’assalto dei bot.

    1 dollaro l’anno su X per i nuovi utenti

    L’iniziativa, in verità, era stata lanciata qualche mese fa in Nuova Zelanda e Filippine. I nuovi utenti pagando 1 dollaro l’anno possono quindi pubblicare contenuti, mettere “mi piace”, ripubblicare, rispondere, aggiungere ai segnalibri e citare i post. Se non si paga, appena effettuata l’iscrizione, si può soltanto leggere e seguire account.

    In un altro post, Musk specifica che questa iniziativa di pagare 1 dollaro l’anno (anche se la cifra non è stata confermata) svanisce una volta trascorsi 3 mesi.

    Quindi, per evitare di pagare sarebbe sufficiente restare a guardare, quindi leggere, e seguire gli account che si preferiscono per la durata di 90 giorni. Dopo di che, trascorsi i 3 mesi, si potranno effettuare tutte le azioni consentite di base, senza pagare nulla.

    Teniamo in considerazione il fatto che al momento questa è una ricostruzione senza alcuna conferma. Anche se molto vicino a quello che potrebbe effettivamente essere. Situazione che è quasi la normalità tutte le volte che si parla di X.

    Iniziativa contrastante

    Ovviamente tutto questo ha creato molte polemiche. Il dibattito tra gli utenti si è acceso.

    Anche perché, molti di voi forse lo ricorderanno, Musk stava per mandare all’aria l’acquisizione di Twitter proprio perché riteneva che la piattaforma fosse invasa da bot.

    All’epoca Musk riteneva che la quota di bot fosse superiore al 5% del totale degli utenti iscritti su Twitter. E per questo stava per mandare all’aria tutto.

    x nuovi utenti pagamento elon musk franzrusso 2024

    Ricorderete anche quando i risposta ad una serie di tweet di Parag Agrawal, allora CEO, Musk rispose con la emoji della cacca (💩).

    Alla fine, Musk acquisisce comunque Twitter, sapendo bene che la quota di bot era inferiore ma, oltretutto, completa l’acquisizione senza la due diligence.

    X, i bot e l’acquisizione di Musk

    Significa che Musk ha acquisito Twitter senza effettuare una valutazione chiara di quelli che sono i rischi e i benefici che comporta una operazione come quella comportava.

    Ora, da quando Musk è diventato proprietario della piattaforma il fenomeno dei bot è aumentato a dismisura.

    E si tratta di bot che nella maggior parte dei casi hanno la spunta blu. Significa che sono account che hanno aderito ad una tariffa Premium. Di fatto sfruttando tutte le opzioni che lo status consente. Quindi anche maggiore visibilità, soprattutto nelle risposte a post.

    Sembra davvero singolare che Musk credi di contrastare questo fenomeno aggiungendo una piccola tariffa per i nuovi utenti.

    Ci sarebbe da aggiungere anche che buona parte di questi bot sono usati da una parte politica molto vicina allo stesso Musk, e questo non è certamente un mistero.

    Musk e le sue posizioni contraddittorie

    Vuol dire quindi che ora Musk intende guadagnare anche su questo fenomeno?

    E poi, era stato lo stesso Musk a dire, dieci giorni prima, che uno dei modi per contrastare il fenomeno dei bot era proprio l’utilizzo della IA.

    Di certo, da qualsiasi punto si guardi questa vicenda, l’evidenza è chiara a tutti. Nonostante la narrazione esaltante, ed esaltata, dei grandi successi raggiunti dalla piattaforma – che non trovano conferma – la piattaforma naviga in acque non tranquille.

    Non esiste un adeguato controllo sui bot. Non esiste perché X non ha mezzi a sufficienza per contrastare questo fenomeno, avendo licenziato quasi l’80% dei dipendenti della vecchia società.


    Leggi anche:

    Ecco la situazione di X: numero di utenti e engagement

     

    E questo è un dato di fatto, non un’opinione.

    A tutto questo va aggiunto che nei giorni scorsi gli utenti Premium avranno a disposizione Grok, la IA generativa di xAI (altra società di Musk) che presto potrebbe essere usato per realizzare post.

    In UE l’uso di Grok non è ancora abilitato. X stessa ha avanzato la richiesta alle autorità e ancora non ci è alcuna risposta. Probabile che non sarà possibile.

    Ecco, questa vicenda mostra anche i continui capovolgimenti di opinione da parte di Musk. Capace di passare da un parere ad un altro, senza considerare tutto ciò che c’è stato in precedenza. Una modalità che mira a creare confusione invece di aiutare a comprendere meglio.

     

  • Twitter, Elon Musk e il braccio di ferro sui bot

    Twitter, Elon Musk e il braccio di ferro sui bot

    La relazione tra Twitter e Elon Musk è sempre più complicata. Il futuro proprietario della piattaforma sfida in pubblico Parag Agrawal, CEO della società, a dimostrare che i bot siano davvero meno del 5%. Ma il suo vero interesse non è questo.

    Sin dall’inizio di questa storia, abbiamo sempre sostenuto che questa tra Twitter e Elon Musk sarebbe stata una relazione rischiosa. E purtroppo così è.

    Le vicende di questi ultimi giorni e di queste ultime ora, confermano ancora una volta che il destino di Twitter è legato alla sorte di Elon Musk.

    Vale la pena fare comunque un passo indietro e cercare di capire cosa è successo negli ultimi giorni e che significato avranno questi stessi fatti.

    Come certamente ricorderete, Elon Musk qualche giorno fa, riprendendo dei dati già pubblicati da Twitter a inizio del mese di maggio, disse di avere dei dubbi sul fatto che gli account spam/bot su Twitter fossero davvero al di sotto del 5%, facendo pensare che questo potesse costituire un problema.

    Già quella stessa affermazione mise in difficoltà il titolo Twitter in borsa, difficoltà che sono poi seguite nei giorni successivi.

    Twitter Musk bot

    In risposta alle affermazioni del fondatore della Tesla, l’attuale CEO di Twitter, Parag Agrawal, ha voluto fare un chiarimento su Twitter con diversi tweet. Il succo del discorso di Agrawal è che gli account sono meno del 5%, dato noto da almeno otto anni, e che questo stesso dato sarebbe difficile da rilevare da terze parti proprio perché esistono dei dati che non possono essere trasferiti all’esterno. Tra questi il modo in cui Twitter intende riconoscere come attivo un account. Era un ragionamento corretto e, ripetiamo, sufficientemente noto ai più. Figurarsi a chi aspira a diventare il proprietario della piattaforma.

    Per tutta risposta, Elon Musk risponde con la emoji della cacca. Si avete letto bene, quella. A sottolineare la grande statura del personaggio.

    Per tutta risposta, e veniamo al termine di questa nostra breve sintesi, Elon Musk ha sfidato pubblicamente Parag Agrawal a rendere noto il modo in cui la piattaforma sostiene di avere al suo interno meno del 5% di account spam/bot.

    Di fronte a questa “sfida”, sorgono diversi dubbi, anche troppi. Ma restiamo su quelli più evidenti.

    Il primo dubbio riguarda il fatto che è davvero singolare che l’uomo più ricco del mondo, con un patrimonio personale di circa 250 miliardi di dollari, decida di acquisire una piattaforma come Twitter per 44 miliardi di dollari (diventando, così restanti le cose, una delle acquisizione più costose nel panorama dei social media) senza effettuare una doverosa “due diligence”.

    Si intende con il termine due diligence, ci perdoneranno gli esperti se usiamo essere così generici, una valutazione chiara di quelli che sono i rischi e i benefici che comporta la definizione di una acquisizione. Elon Musk decide di comprare Twitter senza fare questa operazione.

    Lui sostiene di aver proceduto all’acquisizione basandosi sui dati depositati presso la SEC, ricordiamolo ancora una volta, la Consob americana.

    Il secondo dubbio riguarda proprio quello che pensava Elon Musk sui bot. La sua acquisizione l’ha portata avanti al grido di “renderò Twitter un posto migliore liberandolo dai bot“. Adesso sembra quasi che il problema gli sia scoppiato tra le mani dopo aver chiuso l’accordo, facendo quasi sembrare che lui non ne sapesse nulla.

    Intanto, la sua strategia per contrastare i bot non è stata mai molto chiara. Ha sempre detto che vuole rendere Twitter una piazza dove regna la libertà di espressione. E in qualche occasione ha aggiunto anche che per lui tutti dovrebbero avere un segno di spunta, differenziando i personaggi pubblici, proprio per individuare meglio i profili bot.

    Elon Musk sapeva benissimo dei bot su Twitter quando ha firmato l’accordo, con una penale da 1 miliardo di dollari e nelle settimane successive alla firma dell’accordo non è successo nulla di nuovo.

    Il suo interesse è quello di abbassare il prezzo di Twitter per pagare meno dei 44 miliardi di dollari offerti, ossia 54,2 per azione.

    Dopo le sue uscite, il titolo adesso vale 37,2 dollari, ben lontano dai 51 dollari dall’inizio della sua scalata. Praticamente Twitter ha perso il 23,2% in meno di 1 mese. Un capolavoro.

    Un tale capolavoro che ha comportato il calo dei 28% del titolo Tesla, sempre nell’ultimo mese, titolo fondamentale per Elon Musk per poter affrontare l’acquisizione.

    Il problema è poi che, a fronte di tutto quello che è successo negli ultimi giorni, il CdA di Twitter ha ribadito che l’accordo resta valido e che Elon Musk deve completare l’acquisizione a 44 miliardi di dollari così come pattuito in fase di definizione dell’accordo.

    Non conviene a Elon Musk portare tutta la vicenda in tribunale, perché la vicenda é piuttosto chiara. Ma lui non perde tempo a confondere le acque e a confondere gli utenti, facendo passare lui come vittima di un raggiro. E in questo, come si sa è bravissimo.

    Solo che stavolta rischia grosso, così come rischia grosso anche Twitter. Purtroppo.

  • Twitter riduce a 400 il numero di account da seguire al giorno

    Twitter riduce a 400 il numero di account da seguire al giorno

    Nel tentativo, avviato ormai da qualche mese, di rendere la piattaforma un luogo sempre più sano, Twitter ha deciso di ridurre a 400 il numero di account da seguire al giorno. Prima il limite era di 1000 circa. Questo per limitare il fenomeno di spam e di bot che genera un corto circuito vanitoso che non porta a nulla.

    Sapevate che Twitter permetteva di seguire 1.000 utenti al giorno? Forse no, anzi molto probabilmente no. Bene, se non lo sapevate prima, dimenticatelo, perché da oggi il limite si riduce a 400 al giorno, meno della metà. Tutto questo per continuare la strategia iniziata ormai qualche mese fa, nel tentativo di rendere Twitter un luogo sempre più sano, libero da spam e da bot che attivano quel corto circuito vanitoso e vacuo che si manifesta sulla piattaforma, e non solo su questa (ogni riferimento a Instagram è puramente voluto!).

    Twitter con questa decisione vuole mettere fine ad un fenomeno che, spesso, “avvelena” la piattaforma. Si parla quindi di quel fenomeno che in tanti attivano, nella speranza di vedere aumentare il numero dei follower, per poi vantarsi di avere tanto seguito. Il trucco, come forse già saprete, è molto semplice: ci comincia a seguire un folto numero di account, prima era appunto di mille al giorno, in attesa che questi poi restituissero il “favore”. E una volta fatto, magari, si leva anche il follow, proprio per mettere in evidenza il proprio seguito. Una pratica che si può definire vanitosa, povera di contenuto, e quindi “spammosa”, fastidiosa, molto.

    twitter bot api

    E come forse già saprete, e questo è il punto che vuole colpire Twitter, esistono poi delle piattaforme, dei bot, che permettono il follow automatico a tappeto, per attivare quella strategia. Pensate che prima questa pratica veniva accompagnata anche dal DM (messaggio privato) contemporaneo. Questa pratica è stata resa inattiva ormai da qualche anno. E’ quindi un modo di fare fastidioso che nulla ha a che fare con l’idea della piattaforma, quella di informarsi, di condividere contenuti per costruire delle Relazioni. No, questo modo di fare ha come scopo solo quello di apparire.

    https://twitter.com/TwitterSafety/status/1115308523901079557

    https://twitter.com/TwitterComms/status/1105912054123106304

    E ora, con questa decisione, viene seriamente ridimensionato. Una decisione che segue quella di un paio di mesi fa, quando Twitter decise di sospendere tre applicazioni che permettevano, appunto, il follow/unfollow selvaggio.

    Anche se, possiamo dirlo, il numero di 400 account che si potrebbero seguire al giorno resta ancora un po’ alto.

    Twitter, attraverso un suo portavoce, ha spiegato a TechCrunch di aver esaminato il comportamento relativo al follow a vari livelli, dopo di che è stato deciso il limite dei 400 account come “ragionevole” che è “in grado di fermare il livello di spam raggiunto, senza danneggiare gli altri account”.

    Quella di Twitter è quindi una strategia di punta alla qualità e non alla quantità, con buona pace di tutti coloro che puntano alla vanità. Giusto?

  • Su Twitter i due terzi dei link sono condivisi da bot

    Su Twitter i due terzi dei link sono condivisi da bot

    Un recente studio di Pew Research ha evidenziato che su Twitter i bot sono molto più attivi degli account umani a condividere link. Dalla ricerca, effettuata nell’estate del 2017, emerge che il 66% dei tweet contenenti link viene condiviso da account automatizzati.

    In effetti non è un segreto che su Twitter i bot siano particolarmente attivi, è cosa abbastanza risaputa. Ma l’aspetto interessante dello studio di Pew Research, realizzato nell’estate del 2017, è che il 66% dei tweet contenenti link viene condiviso da account automatizzati. Quindi 2 tweet su 3. Attenzione, per non entrare in confusione, è molto facile infatti, non si parla di tutti i tweet condivisi, ma solo quelli contenenti link. E’ molto semplice infatti generalizzare e dire che “i due terzi de tweet sono condivisi da bot”, ma non è così come vedremo subito insieme.

    La ricerca ha esaminato 1,2 milioni di tweet con collegamenti URL per determinare in che percentuale avvenisse la condivisione dai bot su Twitter. Utilizzando Botometer e un programma per seguire ogni link condiviso fino alla sua destinazione, la ricerca ha poi isolato 2.315 siti tra quelli più condivisi. Da qui Pew Research è arrivata a queste conclusioni.

    twitter link bot getty images

    Come detto già in apertura del post, il 66% dei dei tweet con link vengono condivisi da bot e si parla di diverse tipologie di contenuti come contenuti per adulti, sport, contenuti commerciali e anche tweet che reindirizzano su twitter.com. Si può affermare quindi che gli account automatizzati sono più prolifici degli account umani nella condivisione di link.

    Di quel 66% di link condivisi da bot ci sono anche contenuti relativi a news ed eventi. Comunque in percentuale inferiore a quanto riscontrato per contenuti per adulti (90%), sport (76%) e prodotti commerciali (73%). Ma in misura superiore, invece, a quella dei siti che si occupano di celebrità (62%), organizzazioni o gruppi (53%) o collegamenti interni a Twitter.com (50%). Rimanendo sulle notizie e eventi attuali, quelli che hanno ottenuto una percentuale più bassa, del 57%, sono link a contenuti politici.

    Altro elemento che emerge dalla ricerca è che 9 link su 10 (89%), pubblicati da bot e non da umani, riportano a siti di aggregazione di notizie. Si tratta di quei siti che spesso riportano una schermata o un’immagine di una notizia ripresa da un altro sito con una descrizione ripresa dalla notizia originale.

    twitter link bot

    Ma veniamo all’elemento emerso dalla ricerca che, forse, risulta essere il più interessante. E cioè che un piccolo numero di bot molto attivi sono responsabili di una grande quota di link che riportano ad importanti siti di news e informazione. In pratica, 500 account bot più attivi erano responsabili del 22% dei collegamenti twittati a siti di informazione e attualità durante il periodo di ricerca. Dal confronto emerge poi che 500 account umani più attivi sono stati responsabili di solo il 6% dei link che riportano verso questi siti.

    Tanto per essere chiari, la ricerca non vuole mettere in evidenza che questo sia il male, anzi. Lo studio di Pew Research evidenzia che questi sono i bot buoni che non fanno altro che, in maniera automatizzata, aggornare gli utenti. La ricerca poi ne segnala qualche esempio positivo come quello di Netflix (@netflix_bot), della CNN (@attention_cnn), del Metropolitan Museum (@MuseumBot).

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    E’ quindi uno studio che si concentra sul mezzo, con interessanti indicazioni certo. Il problema è che certi bot rischiano poi di spingere il pubblico verso certe direzioni. Magari la prossima volta lo studio potrà mostrarci come gli account umani condividono i contenuti politici. I russi si sono serviti molto dei bot per esercitare la loro influenza, e non solo i russi. Lo scorso novembre Marc Owen Jones, professore dell’Istituto di studi Arabi e Islamici della Exeter University (UK), ha documentato come un’inondazione di account Twitter simili a bot abbia finito per amplificare un tweet del presidente Donald Trump a sostegno della leadership dell’Arabia Saudita.

    Insomma, che i bot siano particolarmente attivi su Twitter non è una novità, già lo scorso anno uno studio della University of Southern California aveva specificato che il 15% degli account sul totale fossero dei bot, ossia circa 48 milioni.

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  • Ecco Elen, il corporate chatbot di Enel su Facebook Messenger

    Ecco Elen, il corporate chatbot di Enel su Facebook Messenger

    Il mondo dei Bot è in continua evoluzione e anche Enel non vuole perdere questa grande opportunità di contatto. Ed ecco infatti Elen un chatbot dedicato alla comunicazione corporate su piattaforma Facebook Messenger.

    Il mondo dei Bot è in continua evouzione e pare che il 2017 sia addirittura l’anno per aprire una società bot, lo consigliava The Next Web qualche mese fa. E’ un mercato in grande evoluzione che fa leva, ovviamente, sul grande sviluppo che hanno avuto, e hanno ancora, le app di instant messaging. Proprio queste ultime hano superato nel 2015, in termini di utilizzo, le app dei 4 principali social network, come riportava Business Insider. E anche in Italia cominciano a svilupparsi chat bot con un assistente virtuale in grado di guidare l’utente ad un primo contatto.

    Enel chatbot Elen

    A dicembre scorso vi avevamo presentato quello che era il primo esempio realizzato da un portale e-commerce, Hurry, su Messenger ealizzato da un portale e-commerce, Hurry, su Messenger e oggi, invece, vogliamo parlarvi di Elen il chat bot di Enel, la prima utility, e una della prime aziende nel mondo, a lanciare un chatbot dedicato alla comunicazione corporate su piattaforma Facebook Messenger.

    Anhe Enel vuole quindi cogliere questa opportunità di contatto diretto, infatti l’impiego di Elen è quello di semplificare e digitalizzare la relazione quotidiana con i principali stakeholder (clienti, azionisti, dipendenti, media, ecc). Basta fornire al chatbot poche keyword per avere in cambio i contenuti più rilevanti (notizie) che raccontano l’impegno di Enel nel mondo. Grazie alla possibilità di attivare notifiche push è possibile restare informati su comunicati stampa, notizie e storie appena queste vengono pubblicate. Elen parla tre lingue: italiano, inglese e spagnolo; ed è in grado di rispondere alle domande legate all’organizzazione, come ad esempio «chi è il CEO di Enel?» (vedete in basso il nostro esempio) e alle sue attività, «cosa fa Enel a Larderello?», avvicinando l’azienda ai suoi stakeholder.

    enel elen messenger chatbotenel elen messenger chatbot

    Secondo Ryan O’Keeffe, Direttore della Comunicazione di Enel: «

    Digitalizzazione e Customer-Centricity sono due pilastri molto importanti della Strategia Industriale del Gruppo Enel. Il lancio di un canale di relazione su Facebook Messenger porta il nostro brand più vicino ai nostri stakeholder, e ci porta avanti nella trasfomazione digitale di Enel”.

    Questo è solo il primo passo di Enel sulla piattaforma di Facebook Messenger che vanta oltre un miliardo di utenti attivi nel mondo con una forte penetrazione proprio in quei paesi dove Enel è presente. Intendiamo evolvere questo ulteriore canale di comunicazione seguendo le linee del piano di comunicazione digitale del gruppo» riporta Isabella Panizza, Head of Global Digital Communications di Enel, che aggiunge: “dopo #EnelFocusOn e @EnelData su Twitter, continuiamo a spingere la nostra azione di comunicazione seguendo il tema dell’innovazione non solo nei contenuti ma anche nei modi in cui parliamo ai nostri pubblici”.

    Enel quindi segue l’evoluzione dell’azienda in ottica digitale, seguendo proprio quella strategia che avevamo conosciuto a settembre dello scorso anno quando Enel l’aveva presentata di fronte a diversi protagonisti del digitale italiano, #EnelFocusOn.

    Provate anche voi a chattare con Elene, potete farlo subito cliccando sull’icona messaggio dalla Pagina Facebook di Enel Group oppure andando all’indirizzo: https://www.messenger.com/t/EnelGroup.

  • Instagram costringe alla chiusura Instagress, servizio di follower bot

    Instagram costringe alla chiusura Instagress, servizio di follower bot

    Instagram ha iniziato le pulizie di Primavera e comincia a ripulire tutte quelle applicazioni e servizi che agiscono per conto degli utenti in modo automatico, per accrescere engagement e follower. Il primo a cadere è Instagress, come annunciato sul sito dello stesso servizio.

    Instagram ha iniziato le pulizie di Primavera, cominciando a ripulire tutte quelle applicazioni e servizi che agiscono per conto degli utenti in modo automatico, per accrescere engagement e follower. Il più usato di questi era proprio Instagress ed è, infatti, il primo a cadere, come annunciato sullo stesso sito del servizio. In pratica, Instagram vuole garantire un flusso naturale, organico per quel che riguarda le interazioni e senza che questo possa essere generato, ed alimentato, da applicazioni e servizi terzi. E costringe, per questo motivo, alla chiusura Instagress.

    instagress instagram bot

    Sul sito si legge infatti che il servizio ha “aiutato tanti nel viaggio si Instagram” ma, a quanto pare, contro la richiesta di Instagram non c’è nulla da fare, e quindi chiude i battenti e invita tutti coloro che stessero usando il servizio a richiedere il rimborso.

    Quello dei bot è di fatto un problema che piattaforme come Instagram devono prepararsi a gestire, specie per quel che riguarda servizi automatici come Instagress che di fatto, nel tentativo di aiutare l’utente a crescere la propria base utenti e ad incrementare l’engagement, quindi le interazioni, rischiava di “imbrogliare” Instagram stesso, trattandosi di dati “gonfiati” e non sempre veritieri.

    Instagress dà notizia della chiusura un po’ ovunque anche su Twitter con una GIF abbastanza eloquente. Tanti sono gli utenti che lamentano la chiusura del servizio, ma altrettanti si affrettano a chiedere quale possa essere il nuovo sotituto, segno che l’engagement “gonfiato” attira molto.

    Instagram inizia la sua azione di pulizia e non è escluso che anche altri servizi possano essere presi di mira. Fermo restando che Instagram deve anche guardarsi bene da tutte quelle app che rischiano poi di risultare delle vie di accesso per rubare le credenziali degli utenti, un fenomeno che è aumentato molto in questi mesi. Di recente ESET aveva scoperto 13 applicazioni che operavano in questo senso.