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  • Addio Papa Francesco, primo vero papa dell’era dei social media

    Addio Papa Francesco, primo vero papa dell’era dei social media

    Addio a Papa Francesco, primo Papa dell’era digitale, ha saputo usare il web e i social per comunicare con semplicità, autenticità e visione fino all’ultimo.

    Nel giorno di Pasquetta, il 21 aprile 2025, muore Papa Francesco.
    Quello che possiamo definire, senza esagerare, il primo Papa dell’era dei social media.

    Nonostante il primo account social — @Pontifex su Twitter — fosse stato inaugurato da Benedetto XVI nel dicembre 2012, è stato poi lui, Papa Francesco, a dare voce e corpo alla comunicazione digitale. A usare davvero le piattaforme per parlare al mondo.

    Si è affacciato sul mondo social con naturalezza, semplicità, coerenza. Ha compreso, forse prima di molti altri, che per parlare davvero al mondo — soprattutto ai più giovani — bisognava saper ascoltare, dialogare, comunicare. Anche online.

    Durante tutto il pontificato, non ha mai avuto paura degli strumenti digitali.
    Non li ha mai demonizzati. Anzi, li ha accolti e benedetti. Letteralmente.

    “Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti”,
    aveva detto nel 2014. E non a caso definì il web “un dono di Dio”.

    Un dono, certo, se usato responsabilmente. Un mezzo potente per costruire ponti, non per erigere muri.

    Nel 2022, Papa Francesco disse:

    L’uso dei media digitali, in particolare dei social media, ha sollevato una serie di gravi questioni etiche che richiedono un giudizio saggio e attento da parte dei comunicatori e di tutti coloro che hanno a cuore l’autenticità e la qualità delle relazioni umane.
    L’educazione ai media, la creazione di una rete tra i media cattolici e il contrasto alle menzogne e alla disinformazione”.

    Parole che dimostrano quanto fosse profondamente sensibile ai temi etici legati alla comunicazione digitale.

    E quanto credesse in un uso consapevole degli strumenti, per contrastare le derive della disinformazione.

    Addio Papa Francesco, primo vero papa dell'era dei social media
    Addio Papa Francesco, primo vero papa dell’era dei social media

    Il primo Angelus “social” e il primo tweet

    Lo aveva capito fin da subito, Papa Francesco.

    Nel marzo 2013, a pochi giorni dalla sua elezione, il primo Angelus fu anche il primo Angelus davvero “social”. Le sue parole, pronunciate in Piazza San Pietro con quella forza gentile che lo ha sempre contraddistinto, furono condivise, commentate, rilanciate. In rete. In tempo reale.

    E pochi giorni dopo arrivò anche il suo primo tweet ufficiale: semplice, diretto, umano.
    Segnava l’inizio di un nuovo modo di comunicare il messaggio della Chiesa.
    Nessuna distanza. Nessun filtro. Solo parole che parlavano al cuore.


    Un Papa cercato e seguito online

    Nel 2013, lo stesso anno della sua elezione, Papa Francesco fu il personaggio più cercato su Google in Italia.
    E nel report annuale di Twitter, il suo nome figurava tra i più citati al mondo.

    Segnali chiari. Il mondo voleva ascoltarlo. Voleva leggerlo.
    Voleva seguirlo, in ogni parola, in ogni gesto.

    La rete diventava così uno spazio di prossimità, dove il suo messaggio arrivava più lontano, più velocemente, a più persone.


    L’indulgenza plenaria online

    Nell’estate del 2013, durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco scrisse un’altra pagina storica:
    fu concessa l’indulgenza plenaria anche a chi seguiva l’evento attraverso i social media.

    Un messaggio forte. Un gesto che riconosceva il valore spirituale di una partecipazione digitale, non solo fisica.

    Ancora una volta, il digitale non era visto come un ostacolo, ma come estensione del dialogo e della condivisione.


    Il Giubileo raccontato sui social media

    Quando, nel 2015, si aprì il Giubileo straordinario della Misericordia, i social media si trasformarono in strumenti essenziali per raccontare, condividere, vivere quel momento.

    L’hashtag #GiubileodellaMisericordia fu tra i più usati in Italia nei giorni dell’apertura della Porta Santa: oltre 17.500 conversazioni in poche ore.

    Era la prova concreta di quanto il messaggio di Papa Francesco trovasse eco nel linguaggio dei nostri tempi.


    Un Papa amato sul web

    Come raccontato proprio qui su questo blog, nel 2014 Papa Francesco era stato il personaggio più amato del web.

    Con oltre 49 milioni di citazioni online tra marzo e novembre 2013, e una media di 1,7 milioni di ricerche mensili su Google.

    Non era solo popolarità. Era una sintonia nuova con chi cercava un messaggio di speranza, di misericordia, di pace. Anche online.


    Un messaggio fino all’ultimo

    Papa Francesco ha continuato a comunicare fino all’ultimo.
    Con lo stesso stile. Con la stessa voce: chiara, gentile, accogliente. Ha parlato ai giovani. Ha parlato agli esclusi. Ha parlato a chi è lontano dalla Chiesa, ma non dalla vita.

    E ha usato anche il web e i social media per farlo.

    Con umiltà, senza retorica, senza paura. Con autenticità.


    La sua eredità digitale e umana

    Il ricordo di Papa Francesco, oggi che ci lascia, è anche il ricordo di un modo nuovo di essere presenti nel mondo. Di una comunicazione che ha saputo incontrare l’altro anche attraverso uno schermo.

    Non è stato solo il primo Papa dell’era dei social. È stato il primo a viverla davvero, con coerenza e visione.

    E in questo tempo incerto, il suo esempio resta.

  • Rapporto Censis 2024: l’Italia tra crescita del digitale e superficialità

    Rapporto Censis 2024: l’Italia tra crescita del digitale e superficialità

    Il Rapporto Censis Comunicazione 2024 analizza l’evoluzione digitale in Italia: dati su internet, piattaforme digitali, IA e la crisi della lettura. Sperando in un futuro più consapevole.

    La presentazione del Rapporto Censis è uno di quei momenti che servono a confermare o ribaltare (cit.) la situazione. Sinceramente, non è un momento che serve per scoprire nuovi trend, no. Questo è uno di quei momenti dell’anno per capire se tutto quello che abbiamo osservato nell’ultimo anno trova conferma o meno.

    E, da ciò che risulta dal Rapporto Censis Comunicazione 2024, molti dei dati sono confermati. Anche con una visione più ampia. Ed è proprio questo lo scopo per parlare di questo importante rapporto.

    Ovviamente, ci concentreremo sui dati che riguardano Internet, l’informazione digitale e le piattaforme digitali. Ma useremo anche gli altri dati del rapporto per fare un veloce confronto con quelli che sono, appunto, di nostro interesse.

    Internet sempre più parte del quotidiano degli italiani

    Negli ultimi 12 mesi si è consolidato l’uso di internet tra gli italiani, con una percentuale di utenti che ha raggiunto l’89,1%, registrando un aumento di 1,1 punti rispetto all’anno precedente. Questo dato evidenzia una stretta correlazione con l’utilizzo degli smartphone, che coinvolge l’88,2% della popolazione, e con quello dei social media, pari all’82,0%.

    Ad oggi i tre quarti delle persone anziane e i quattro quinti dei soggetti meno istruiti hanno familiarità con strumenti connessi in rete. Questo per evidenziare quando la rete sia sempre più parte del quotidiano degli italiani.

    Ci informiamo attraverso lo smartphone

    E parlando di “quotidiano”, il Rapporto Censis Comunicazione 2024 evidenza come 4 italiani su 5 (l’83,7%) si informano attraverso il proprio smartphone.

    Tra questi, il 37,9% degli utenti preferisce svolgere ricerche mirate, mentre il 28,2% consulta più fonti per ottenere una visione più ampia e dettagliata.

    Il 25,4% legge articoli completi direttamente sullo smartphone, e il 13,2% si limita invece a leggere solo i titoli.

    Rapporto Censis 2024: l'Italia tra crescita del digitale e superficialità

    Sempre più visualizzatori

    Una parte del pubblico, pari al 12,3%, presta attenzione anche ai commenti dei lettori e follower, mentre il 12,1% si concentra principalmente sui video, con una prevalenza tra i giovani di età compresa tra 14 e 29 anni (16,7%).

    Solo l’8,1% si ferma alle immagini, un dato che sale al 9,7% nella stessa fascia giovanile.

    Infine, il 5,2% degli utenti commenta o scrive post, il 4,6% li condivide, e il 3,7% utilizza lo smartphone per informarsi ascoltando podcast.

    In base a queste abitudini, gli utenti possono essere distinti in lettori e visualizzatori.

    Sebbene i visualizzatori siano ancora una minoranza, il loro numero è in forte crescita, grazie all’influenza delle piattaforme basate su contenuti visivi (come Instagram, Telegram e TikTok) e alla sempre minore abitudine di leggere testi lunghi.

    Sempre meno abituali a leggere testi lunghi

    Attenzione a questo ultimo dato. Il Rapporto Censis evidenzia un trend già noto, ma val la pena sottolinearlo. La progressiva diminuzione dell’abitudine a leggere testi lunghi riflette il cambiamento nei consumi culturali, spinti dalla preferenza per contenuti rapidi e visivi.

    Questo trend, favorito dalle piattaforme digitali, produce effetti evidenti a lungo termine sulla capacità di approfondimento e sulla qualità del dibattito pubblico che si osserva sul web e sulle piattaforme.

    Si legge sempre meno in Italia e i dati del rapporto sono una conferma triste di ciò che già sappiamo. I quotidiani cartacei venduti in edicola, che nel 2007 erano letti dal 67,0% degli italiani, sono calati al 22,0% nel 2023 (con una differenza pari a -3,4% in un anno e a -45,0% in quindici anni).

    Anche il numero di utenti che accedono ai quotidiani online è in calo, attestandosi al 30,5% degli italiani, con una diminuzione del 2,5% rispetto all’anno precedente.

    Invece, l’utenza dei siti web d’informazione generici rimane stabile al 58,1%, lo stesso valore del 2022, ma con un incremento del 21,6% rispetto al 2011.

    Nel 2023, si interrompe il calo di lettori di libri: il 45,8% degli italiani legge volumi cartacei, con un aumento del 3,1% rispetto all’anno precedente, anche se il dato segna una flessione del 13,6% rispetto al 2007. Inoltre, il 5,3% degli italiani si affida agli audiolibri.

    Tra le piattaforme, in calo X e crolla Snapchat

    Tra i giovani di età compresa tra 14 e 29 anni, l’uso delle piattaforme online mostra una solida affermazione.

    WhatsApp è la più utilizzata, raggiungendo il 93,0% degli utenti, seguita da YouTube con il 79,3%, Instagram con il 72,9% e TikTok con il 56,5%.

    Alcune piattaforme registrano una lieve contrazione: Facebook scende dal 51,4% nel 2022 al 50,3%, Spotify cala dal 51,8% al 49,6%, mentre X/Twitter registra una diminuzione dal 20,1% al 17,2%.

    Anche Telegram registra una flessione significativa, passando dal 37,2% al 26,3%, e Snapchat crolla dal 23,3% all’11,4%.

    LinkedIn, invece, mantiene una quota del 9,6%.

    Il Rapporto Censis Comunicazione 2024 prende in esame anche l’Intelligenza Artificiale.

    Per gli Italiani la IA avrà impatto sul lavoro

    Attualmente, i software per la generazione di immagini sono utilizzati dall’8,4% degli italiani, mentre quelli per la creazione di testi, come ChatGPT e strumenti simili, coinvolgono l’8,2% della popolazione.

    Nonostante questi dati, il 65,5% degli italiani teme che l’IA avrà un impatto devastante sull’occupazione, sostituendo le persone con computer e chatbot.

    D’altra parte, il 37,4% vede un’opportunità: l’intelligenza artificiale potrebbe liberarci dai lavori monotoni e ripetitivi, consentendo di dedicarsi maggiormente ad attività creative.

    Inoltre, il 55,9% prevede che l’IA porterà significativi miglioramenti nelle cure mediche, mentre il 45,4% ritiene che i benefici principali riguarderanno la ricerca scientifica e il 44,5% si aspetta progressi in ambito sanitario, sia per la diagnosi che per le terapie.

    La maggioranza degli italiani, pari all’82,0%, considera indispensabile l’introduzione di regole precise per limitare le applicazioni dell’IA, mentre solo il 18,0% si oppone a tali regolamentazioni.

    Conclusione

    Il Rapporto Censis Comunicazione 2024 ci offre uno spaccato utile della società italiana, evidenziando come l’evoluzione digitale abbia trasformato le nostre abitudini e i nostri strumenti di informazione.

    Se da un lato l’accesso a internet e l’uso delle piattaforme digitali sono diventati elementi centrali nella vita quotidiana, dall’altro emergono questioni cruciali legate: alla qualità del consumo culturale; al declino della lettura e all’affermarsi di modalità di fruizione sempre più rapide e visive.

    Questi cambiamenti rappresentano una sfida enorme per la capacità di approfondimento e il dibattito pubblico su cui sarebbe necessaria più di una riflessione. Ma allo stesso tempo offrono opportunità inedite per innovare i modi in cui produciamo e condividiamo conoscenza.

    La diffusione dell’intelligenza artificiale, tra timori e aspettative, ci pone davanti a domande etiche e regolamentari fondamentali, segnando un nuovo confine tra progresso tecnologico e responsabilità.

    Guardare al futuro con consapevolezza significa cogliere questi segnali non solo come semplici dati, ma come indicazioni di un percorso da intraprendere, dove il digitale non sia solo consumo, ma anche occasione di crescita culturale e sociale.

    In questo contesto, il ruolo di ciascuno di noi rimane centrale: utenti, lettori e cittadini, sempre più consapevoli, che possono ancora fare la differenza.

    [L’immagine di copertina è realizzata da @franzrusso utilizzando strumenti di IA Generativa]

     

  • Charity washing e il caso Chiara Ferragni-Balocco

    Charity washing e il caso Chiara Ferragni-Balocco

    Il caso “Chiara Ferragni-Balocco” può essere indicato come un esempio di charity washing. E le sue ripercussioni nelle PR e nella gestione delle crisi, evidenziano l’importanza della Trasparenza e della Responsabilità.

    Ormai da qualche giorno nel nostro paese non si parla d’altro che del caso Chiara Ferragni-Balocco. E questo è dovuto al fatto che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) in Italia ha inflitto una pesante multa, sia a lei che alla Balocco, per pratica commerciale scorretta. E anche perché domenica la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si è scagliata contro la Ferragni additandola, sostanzialmente, come modello da non seguire.

    Questo caso ha dentro di sè tanti aspetti che vanno dalla comunicazione, alla gestione della reputazione, alla gestione della crisi che ne è generata. Un caso che ha mostrato come un caso come questo, di cui Selvaggia Lucarelli si era occupata già lo scorso anno, in realtà evidenzia un fenomeno che sta prendendo sempre più piede nell’era dei social media. Ed è il charity washing.

    E prima di passare a vedere meglio il caso “Chiara Ferragni-Balocco”, è opportuno soffermarsi sul sgnificato di charity washing.

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    Cosa significa “charity washing”

    Con il termine “charity washing” ci si riferisce a una pratica adottata da alcune aziende, organizzazioni o celebrità che consiste nell’utilizzare attività caritatevoli o donazioni a scopi benefici per deviare l’attenzione da pratiche eticamente discutibili o per migliorare la propria immagine pubblica, senza un effettivo impegno verso cause sociali o ambientali.

    Questo fenomeno è simile al più noto “greenwashing“, dove le aziende cercano di apparire più ecologiche di quanto non siano realmente.

    Nel contesto del charity washing, un’azienda potrebbe, ad esempio, donare una piccola parte dei propri profitti a enti benefici, promuovendo ampiamente queste azioni attraverso campagne di marketing, mentre contemporaneamente mantiene pratiche lavorative o di produzione dannose, come sfruttamento del lavoro, inquinamento o comportamenti non etici.

    O, ancora, un’azienda potrebbe far credere di effettuare una donazione attraverso operazioni di marketing mirate, mentre, al contrario, tiene per sè l’intero guadagno generato dalla operazione stessa, devolvendo solo una piccolissima parte in beneficenza.

    Questa pratica può essere considerata problematica perché può trarre in inganno i consumatori o il pubblico, facendo loro credere che l’azienda sia più impegnata socialmente o eticamente di quanto non sia in realtà. Inoltre, può anche distogliere l’attenzione da questioni importanti che richiedono un’azione più sostanziale e concreta.

    Il caso Chiara Ferragni-Balocco, primo grande caso di charity washing

    E, quindi, un caso emblematico di charity washing è quello che coinvolge Chiara Ferragni e l’azienda Balocco. Da notare che si tratta di fenomeni ancora molto esigui ma in grande crescita. Questo di Chiara Ferragni-Balocco diventa un caso, al momento unico per la sua risonanza e rischia, proprio perché primo grande caso, di essere ricordato negli anni a venire. Segno che ci vorranno azioni concrete e costanti per riuscire a riabilitare l’immagine della celebrità coinvolta e dell’azienda stessa.

    Per fare un esempio, anche se non si tratta di charity washing, in Italia come gestione della crisi di comunicazione nell’era dei social media resta ancora vivo il ricordo del caso “Patrizia Pepe”.

    Nel 2022, l’influencer Chiara Ferragni e l’azienda Balocco lanciarono una campagna per la vendita di un pandoro di Natale brandizzato. L’iniziativa suggeriva che parte del ricavato sarebbe stata donata a un ospedale pediatrico per la ricerca sul cancro, il Regina Margherita di Torino. Ma si è scoperto poi che nessun contributo diretto derivava dalle vendite​​​​.

    Il video di scuse e gli errori

    Il video di scuse pubblicato da Chiara Ferragni su Instagram – a distanza di due giorni dalla mula comminata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) – è stato molto criticato per il suo approccio. L’aspetto trasandato e i riferimenti alla famiglia sono stati interpretati come tentativi di guadagnare empatia e legittimazione, piuttosto che come una sincera ammissione di errore​.

    Ora, questo caso delinea alcuni elementi che val la pena citare.

    1. Mancanza di trasparenza: se non viene chiaramente comunicato quanto della somma raccolta sarà effettivamente donato alla beneficenza, il pubblico può essere indotto a credere che la maggior parte o tutti i proventi vadano a sostegno della causa.
    2. Promozione personale vs supporto effettivo alla causa: se l’iniziativa viene utilizzata principalmente come strumento di marketing o per migliorare l’immagine pubblica dell’individuo, piuttosto che per fare una differenza significativa per la causa supportata, ciò può essere visto come un esempio di charity washing.
    3. Disallineamento tra dichiarazioni e azioni: se viene promessa una certa percentuale di donazione e poi non viene rispettata, ciò solleva questioni di fiducia e integrità.

    Tutti e tre questi elementi sono presenti nel caso “Chiara Ferragni-Balocco”.

    Dal punto di vista degli errori commessi in questo caso, sicuramente è mancata la Trasparenza. Un aspetto fondamentale che deve animare sempre qualsiasi tipo di comunicazione intenda portare avanti.

    Caso Chiara Ferragni-Balocco, beneficenza e guadagni

    E poi, Balocco ha effettuato un unico pagamento di 50.000 euro all’ospedale mesi prima del lancio del pandoro Ferragni, rendendo quindi le vendite del prodotto irrilevanti per ulteriori donazioni. Balocco, come noto, ha ricevuto una multa di 420.000 euro per questa pratica ingannevole.

    Chiara Ferragni e le sue società hanno ricevuto 1 milione di euro dalla Balocco per l’iniziativa di branding e le attività promozionali, senza effettuare pagamenti personali all’ospedale.

    Il video di scuse – arrivato comunque troppo tardi – contiene in realtà diversi elementi che vanno rilevati.

    Nel video Chiara Ferragni appare con un aspetto trasandato, un chiaro tentativo di suscitare empatia, in netto contrasto con la sua immagine pubblica solitamente molto più curata.

    Inizialmente, Chiara Ferragni si era limitata a protestare contro la multa, affermando che avrebbe fatto appello. La decisione di pubblicare un video di scuse dopo alcuni giorni rappresenta un cambiamento significativo nel suo approccio, suggerendo una strategia comunicativa pianificata.

    Il tono del video ha mostrato un tentativo di posizionarsi come vittima, una tattica spesso usata per ottenere simpatia e comprensione. Ma anche questo aspetto è stato molto criticato per la sua mancanza di autenticità.

    Strategia di Crisis Management

    Ora, di fronte a questo caso, che continuerà ad animare le conversazioni sui social media e che sarà citato in molte lezioni di comunicazione per i prossimi anni, possiamo provare ad indicare alcuni accorgimenti da adottare sempre in casi come questi e non solo.

    Si parla quindi di dotarsi di una strategia di comunicazione che possa affrontare eventuali momenti di crisi, quella che viene definita come PR Crisis Management.

    • Trasparenza: essere chiari su come e in che misura le iniziative benefiche sono sostenute finanziariamente.
    • Separazione tra attività commerciale e scopo benefico: distinguere nettamente le attività commerciali da quelle benefiche.
    • Verifica delle Informazioni: Assicurarsi che le informazioni promosse siano accurate e verificabili.
    • Evitare manipolazione emotiva: non usare tattiche che possano essere percepite come manipolatorie o insincere.
    • Rispetto della Privacy: essere cauti nel coinvolgere familiari, in particolare i minori, nelle comunicazioni pubbliche.
    • Coerenza dell’Immagine: mantenere un’immagine coerente che non contrasti drasticamente con la realtà.
    • Monitoraggio dei Media e dei Social Media: monitorare attentamente i media tradizionali e i social media per comprendere la percezione pubblica e rispondere in modo appropriato.
    • Responsabilità: assumersi la responsabilità delle proprie azioni – e delle proprie parole – senza scaricarle su altri.
    • Comunicazione Tempestiva: rispondere prontamente alle critiche o ai problemi, evitando ritardi.
    • Valutazione Post-Crisi: dopo la crisi, valutare l’efficacia della risposta e apportare miglioramenti al piano di crisis management.
    • Ricostruzione della Reputazione: lavorare a lungo termine per ricostruire la reputazione attraverso azioni coerenti e comunicazioni positive.

    Il caso “Chiara Ferragni-Balocco” evidenzia le sfide etiche e comunicative che le aziende, così come le celebrità e gli influencer e le figure pubbliche affrontano nell’era dei social media. È un monito per tutte le organizzazioni sulla necessità di un impegno autentico nelle iniziative di beneficenza e sulla gestione chiara e onesta delle crisi.

  • Negli spot di Natale vince il Brand con una storia

    Negli spot di Natale vince il Brand con una storia

    Il Natale è anche il momento in cui il consumatore è assalito da annunci pubblicitari di ogni tipo. Ma come dimostra lo studio di Kantar, oggi vince il brand che sa comunicare emozionando con una storia.

    Il Natale è sempre un momento di grande coinvolgimento, ma è anche un momento in cui il consumatore è letteralmente assalito da annunci pubblicitari di ogni tipo. Una massa di pubblicità che inonda qualsiasi media allo scopo, ovviamente, di attirare attenzione sui prodotti nel momento dell’anno in cui le persone, tendenzialmente, sono portate a fare più acquisti.

    Ma c’è da fare una considerazione a proposito ed è quella che ormai l’utente, il consumatore, è sempre più attento alle emozioni, ad una storia. La sua propensione è rivolta al brand che riesce a suscitare un’emozione, al brand che sa associare una storia e sa raccontarla.

    Brand, suscitare emozioni

    Una considerazione, questa, che trova conferma nell’ultimo studio di Kantar che ha evidenziato che le marche per distinguersi devono essere in grado di suscitare emozioni, differenziarsi e rimanere coerenti alla propria identità. Una modalità che i brand potrebbero adottare anche in qualsiasi periodo dell’anno.

    Negli spot di Natale vince il Brand con una storia

    Secondo lo studio, che ha analizzato i copy natalizi attualmente in onda in Italia, Nutella è la top performer. Lo storico vasetto del brand di Alba, nella sua versione natalizia, ispira la giovane protagonista dello spot a passare un momento di condivisione con la nonna, come citato dal payoff “L’amore è il regalo più prezioso”. Tutti gli elementi più tradizionali che contraddistinguono il Natale, come la famiglia, l’inclusione, la condivisione e la convivialità, sono raccontati attraverso una storia che riesce ad emozionare.

    Negli spot di Natale vince il Brand con una storia

    Al secondo posto si piazza Pan di Stelle che “Risveglia il sogno di Natale” attraverso la voce narrante della giovane protagonista che ci guida nella riscoperta della magia della festività all’interno di un mondo Pan di Stelle già riconosciuto.

    Negli spot di Natale vince il Brand con una storia

    Terzo posto per Pringles spicca con l’originale copy “Pop play it” utilizzando l’ironia tipica dell’umorismo anglosassone e del brand: risulta vincente la trovata di usare il prodotto nel contesto natalizio.

    Il Brand e i valori: inclusione e diversità

    La centralità del brand/prodotto all’interno della storia è un fattore essenziale soprattutto in un contesto natalizio che per sua natura è poco differenziabile. E i winner in questo ambito sono ancora i copy Pan Di Stelle e Nutella, seguiti da Disney che tratta il Natale con valori legati ai temi di Inclusion & Diversity in pieno stile disneyano.

    Alla luce di questi studio, si può ben affermare che l’assenza di un ruolo di marca chiaro e coerente nel racconto, si riscontrano performance negative.

    Tratto comune a molte comunicazioni di successo è anche la presenza di un forte brand purpose associato al tema natalizio all’interno di storie fortemente apprezzate anche grazie ad elementi creativi come la musica, i personaggi, il ritmo e lo stile.

    In questa selezione emergono quelle comunicazione che evidenziano i Valori che un brand abbraccia e che appartengono alla sua storia, facilmente riconoscibili dal consumatore.

    Oltre a Pan di Stelle e Nutella, fin qui già citati, si distinguono anche gli spot di Coca Cola, OVS per Save the Children, Dr Schär e Amazon.

    La grande sfida per i brand

    La grande sfida per i brand, specie in un periodo molto affollato come quello del Natale, è quella di  emergere e distinguersi per catturare in modo positivo l’attenzione dei consumatori e creare predisposizione verso la marca. Il segreto è quindi quello di emozionare con una storia.

    Analizzando le pubblicità natalizie, è evidente – e questo vale per tutti i copy a prescindere dal momento natalizio – come non sia sufficiente generare emozioni all’interno di un piacevole narrative: è fondamentale che i consumatori siano in grado di ricollegare la storia al brand“, afferma Stéphanie Leix, Head of Media and Creative di Kantar. “Alcuni risultati del nostro studio potrebbero sorprendere: dietro un’apparenza di un copy wow, possono comparire delle criticità che solo il confronto con il consumatore può far emergere”.

    Per realizzare questo studio, Kantar ha intervistato 3.000 consumatori italiani (18-65 anni, 50% donne e 50% uomini) attraverso la soluzione Link Now di Ad Testing di Kantar Marketplace.

  • Coca-Cola, dalla Visibilità alla Relazione con il Cliente al centro

    Coca-Cola, dalla Visibilità alla Relazione con il Cliente al centro

    Coca-Cola inizia una nuova era in termini di Comunicazione e Marketing, ma soprattutto una nuova era che mette al centro il Cliente. Di conseguenza, i prodotti sono sempre più in linea con le esigenze del Cliente stesso. E lo dimostrano i nuovi prodotti lanciati sul mercato, sempre più a basso contenuto di zuccheri.

    Coca-Cola è un brand che tutti conosciamo, un brand con 130 anni di storia che Interbrand rileva essere nel 2015 il terzo “best brand” al mondo, dopo Apple e Google. Per la sua caratteristica, Coca-Cola nella sua storia ha mostrato sempre di poter interpretare le diverse epoche vissute, e lo fa ancora oggi. In un momento in cui la comunicazione si fa sempre più diretta con il consumatore, ecco che Coca-Cola decide di cambiare il suo paradigma comunicativo, passando da una comunicazione orientata alla Visibilità, ad una comunicazione orientata alla Relazione. E i social media in questo nuovo paradigma per l’azienda giocano un ruolo fondamentale.

    Un passaggio epocale per Coca-Cola che si rifletterà ovviamente sui prodotti che saranno lanciato nel prossimo futuro, ma anche nei prodotti che saranno lanciati prossimamente. E gli asset su cui il brand di Atlanta lavorerà sono:

    • riduzione dello zucchero;
    • ampliamento della gamma di prodotti;
    • confezioni di formato ridotto;
    • una comunicazione fatta di informazioni sempre più chiare e accessibili.

    La riduzione degli zuccheri nelle bevande è un tema che sta a cuore a Coca-Cola e nel pieno rispetto dei consumatori e delle loro esigenze, e in appoggio alle raccomandazioni delle istituzioni sanitarie mondiali tra cui l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), Coca-Cola sta mettendo in atto interventi in questa direzione realizzando azioni concrete per incoraggiare i consumatori a controllare l’assunzione di zuccheri: perché se assumere un po’ di zucchero va bene, una quantità eccessiva di zucchero non fa bene a nessuno. In Italia, come a livello globale, Coca-Cola sta quindi puntando su versioni di prodotto a ridotto, basso e nullo contenuto calorico e sta espandendo la sua gamma di prodotti con queste caratteristiche

    conferenza stampa coca-cola italia

    Coca-Cola Life ne è un esempio: lanciata sul mercato italiano nel 2016, quest’anno viene rilanciata con il 50% di calorie in meno con zucchero ed estratto di stevia (grazie al 50% di zuccheri in meno rispetto alla maggior parte delle bevande cole zuccherate in Italia). Ma Coca-Cola Italia non si ferma qui e, a fianco della nuova Coca-Cola Life, presenta Coca-Cola Zero Zuccheri Zero Calorie, Coca-Cola Gusto Limone Zero Zuccheri Zero Calorie e Sprite.

    coca-cola novità 2017

    Evguenia Stoitchkova coca-cola italiaA conferma di tutto questo, come dichiarato da Evguenia Stoitchkova, direttore generale di Coca-Cola Italia, nel 2016 Coca-Cola ha investito il 60% in più in prodotti a basso contenuto di zuccheri e oltre un terzo dei prodotti commercializzati in Italia nel 2016 erano basso contenuto di zuccheri. Il 15% delle Coca-Cola vendute nel nostro paese è rappresentato da varianti a contenuto calorico ridotto, basso o nullo, una tendenza in crescita anno su anno.

    annalisa fabbri coca-cola italiaCon l’introduzione nel 2016 di ‘Taste the feeling‘, la campagna marketing a supporto della strategia ‘One Brand’, abbiamo investito il 60% in più in pubblicità nelle varianti a ridotto, basso o nullo contenuto calorico” dichiara Annalisa Fabbri – Direttore Marketing di Coca-Cola Italia. “L’introduzione di Taste the Feeling ha reso possibile l’estensione del valore globale e il fascino iconico di Coca-Cola a tutti gli altri marchi, così da unire la grande famiglia Coca-Cola sotto il brand della bevanda numero uno al mondo”.

    Sempre per offrire ai consumatori ulteriore possibilità di scelta, Coca-Cola Italia è stata una delle prime aziende a investire nei formati più piccoli, e continuerà a farlo negli anni a venire con una strategia di business e commerciale che punta su mini lattine e confezioni di formato ridotto che forniscano la giusta quantità di bevanda e che aiutino i consumatori a gestire l’assunzione giornaliera di zucchero: Coca-Cola Original Taste, Coca-Cola Zero Zuccheri Zero Calorie, Coca-Cola Life, Fanta e Sprite saranno infatti disponibili in formati più piccoli (da 150, 200 e 250 ml). Scopo di questa operazione è fornire un ulteriore strumento ai consumatori per tenere d’occhio la quantità di calorie assunte quotidianamente e scegliere il formato e il gusto che più si adatta a ogni momento della giornata.

    E per onorare l’autenticità che contraddistingue da sempre Coca-Cola, l’azienda conferma il suo impegno a informare correttamente i suoi consumatori, anche grazie a una politica di etichettatura trasparente.

    E proprio in tema di trasparenza:

    Crediamo che siano i genitori a dover scegliere l’alimentazione dei propri figli, educandoli a conoscere gli alimenti e operare delle scelte sulla base delle proprie necessità” continua Annalisa Fabbri. “Per questo non indirizziamo campagne di comunicazione ai bambini al di sotto dei 12 anni di età, non comprando spazi pubblicitari nelle fasce orarie e sui mezzi di comunicazione in cui il pubblico minore di 12 anni di età costituisce più del 35%, in linea con il codice di Assobibe – la nostra associazione di categoria – e secondo le indicazioni di Unesda”.

    Insomma, Coca-Cola da il via ad una nuova era, più attenta ai consumatori e ai suoi prodotti. Un grande cambio di strategia che dimostra grande attenzione ai propri consumatori, oggi sempre più soggetti attivi.

  • Comunicazione sul Web: la Felicità a tutti costi e il Cinismo senza senso

    Comunicazione sul Web: la Felicità a tutti costi e il Cinismo senza senso

    La Comunicazione sul Web e in particolare sui Social Media tende ancora a farci cadere nella trappola dell’esibizionismo. Da una parte la Felicità a tutti i costi, dall’altra il Cinismo senza senso. E’ ora di cambiare: l’Era Digitale ci presenta piattaforme che oggi sono mature per poter confrontarsi e dialogare realisticamente per come siamo.

    Dopo alcuni mesi dal post di Franz Russo sul legame tra foto profilo e personalità torniamo a riflettere sulle tipologie di caratteri che si interfacciano sul Web.
    Abbiamo rivelato nel post precedente come dalla foto profilo – l’immagine di noi scelta per rappresentarci in Rete – emergano ben cinque caratteri distinti.
    L’Estroversione di una persona, che ama il confronto ed è aperta al dialogo; l’Amicalità, che si riconosce per l’allegria e la ricerca dell’accordo; la Coscienziosità, propria delle persone sorridenti, sì, ma con cautela; la Stabilità – ovvero la mancanza di Stabilità – propria di chi anche in foto difficilmente sa nascondere i suoi difetti e lati negativi; l’Apertura Mentale, che rivela un carattere stravagante, inusuale, ricco di emozioni contrastanti.

    Una ricerca recentissima della University of California Berkeley ha rivelato, ancora più in profondità, quanta e quale sia la disposizione e la tendenza dei soggetti a dimostrarsi “forzatamente felici” quando scrivono sul Web e, in particolar modo, sui Social Network.
    Lo studio universitario è avvenuto in questo modo: gli studenti sono stati fatti dividere in due gruppi.
    Al primo è stato fatto leggere un racconto dal finale felice e successivamente è stato fatto vedere anche un film dall’happy ending, mentre al secondo gruppo è stato fatto vedere solo il film.
    Il risultato della ricerca sembra paradossale: le persone che hanno letto anche il racconto felice hanno riportato emozioni – scrivendo poi sui Social Network i loro stati d’animo –  meno felici di quelle delle persone che avevano visto soltanto il film.

    comunicazione felicita cinismo

    Gli autori della ricerca hanno tratto le seguenti conclusioni: più si cerca la felicità, meno la si prova.
    Più la felicità è un’emozione forzata, più è falsa e va in contro ad aspettative inattese.
    E la ragione per cui avviene questo sta nell’inconscio umano: più la persona è forzata e si pone la felicità come obiettivo primario, meno facilmente la raggiungerà.
    Qui siamo arrivati a parlare di inconscio, ma le considerazioni sociali sono altrettanto preziose e valide.

    Società e Individuo si intrecciano fortemente in questo campo di analisi e vale sicuramente la pena soffermarsi a comprendere cosa voglia dire avere un’Aspettativa. Certo ne esistono di consce e di inconsce.
    Quelle consapevoli sono i nostri desideri, sono i nostri obiettivi, ciò a cui puntiamo.
    Quelle inconsce sono immagini che il nostro mondo interiore crea e che possono trarci fortemente in inganno.
    Sono percezioni fortemente legate al mondo emotivo, attraverso cui – come una lente focale – senza rendercene conto valutiamo noi stessi e il mondo.
    Spesso con pregiudizi, tramandati più o meno socialmente, o solo per ambizioni e pulsioni interiori all’individuo.
    Difficile e forse impossibile districare quello che è proprio solo del mondo interiore da tutto ciò che, fin da bambini, ci viene insegnato, mostrato, inculcato.
    In ogni caso, avere Aspettative è perfettamente naturale, anzi, rivela un carattere sano. E’ il limite di queste Aspettative che può farci ammalare, o renderci – in questo caso – infelici.
    A chi soffre di infelicità a causa di frustrazione per il mancato raggiungimento delle proprie aspettative, il consiglio migliore è sempre lo stesso: vivere nel presente. Accettare le emozioni che si provano. Accogliere fallimenti e successi in maniera il più possibile realistica.

    Se nella Comunicazione Sul Web e, soprattutto, sui Social Media, il nostro desiderio – la nostra Aspettativa – è quella di comparire motivati, sorridenti, amanti delle sfide, coraggiosi, positivi a qualunque costo, l’immagine che si proietta è certamente – almeno nel breve tempo – quella di una persona felice.
    Talmente felice da provocare invidia.
    I “Felici del Web” sono quelli che il lunedì mattina devono condividere sui Social Media la loro forza di spirito, l’entusiasmo e la buona volontà di cominciare una nuova settimana, che sicuramente sarà bellissima perché ogni nuova sfida è un’opportunità meravigliosa.
    A loro si oppongono Quelli del No. Quelli che non si vogliono svegliare, quelli che odiano tutto e tutti proprio perché è lunedì, e non ha molta importanza che obiettivi abbiano sul serio, quanto creare un coro di opposizione e di negatività.

    Certo questo è solo un banale esempio, ma se da un lato i Social Network stimolano moltissimo l’espressione della felicità – nelle sue forme più stravaganti: immagini, selfie, aforismi – dall’altro ecco che compare come protagonista anche il Cinismo.
    Ed è naturale che compaia: è la risposta inevitabile individuale e sociale, una presa di posizione spontanea tra i tanti cuoricini.

    Il Cinismo, per definizione, è l’atteggiamento di ostentata indifferenza e disprezzo nei confronti di valori morali e sociali.
    E già solo queste parole ci fanno riflettere: “ostentata”, esattamente come la Felicità a tutti i costi.
    Socialmente parlando, tuttavia, l’individuo cinico è considerato più forte di quello positivo e felice.
    Retaggi? Indubbiamente.
    Può essere sicuramente un atteggiamento di maggior forza se spinge l’individuo a guardare la realtà nuda e cruda e, partendo da questa visione, sviluppare soluzioni realistiche e innovative a problemi anche quotidiani.
    Molto più frequentemente, tuttavia, è un alibi dietro cui ci si nasconde.
    E diventa sarcasmo sterile che non produce interazione né alcun genere di confronto.
    Anche se – non possiamo nasconderlo – uno status che esprime “presa in giro” postato su Facebook è sicuramente più divertente da leggere, soprattutto alla fine di una giornata dura, perché diventa un gioco capace di ribaltare le regole del buon senso.

    Chi non è cinico è ingenuo? Molti lo pensano, anche senza dirlo.
    Eppure molti pensano anche che il cinismo sia uno manifesto modo di esporsi, di farsi vedere a tutti i costi, di essere esibizionisti.
    Esattamente come i “Felici a tutti i costi”.
    Allora la domanda essenziale sorge spontanea: sono Web e Social Network a portarci ad estremizzare così gli stati d’animo che condividiamo?
    Saremmo un po’ ipocriti nel dire di no.
    La velocità dell’espressione di sé, sui Social Media in particolare, contribuisce moltissimo a far risaltare le caratteristiche così marcate della comunicazione.
    E allora cosa ci può “salvare” nel nostro esprimerci e conversare su queste piattaforme?
    Cosa può salvaguardare la nostra reale voglia di comunicare?
    Una forma di realismo della nostra persona, una spontaneità che troppo spesso viene strozzata, un fermarsi a riflettere prima di scrivere o un non scrivere affatto.

    E se tornassimo indietro?
    Se tornassimo un attimo indietro nel nostro modo di comunicare sui Social Network, in realtà, faremmo un’enorme passo avanti.
    Tutti insieme.
    Perché nell’Era Digitale le conversazioni ormai sono mature a sufficienza da non aver bisogno di cadere in stereotipi.
    Siamo di fronte a nuove tecnologie digitali che avranno un impatto profondo prima di tutto sul lavoro e sull’Interazione Uomo-Macchina.
    I Social Network – come strumenti di comunicazione – oggi sono maturi a sufficienza per lasciare spazio a confronti di pareri spontanei, di caratteri diversi, di opinioni differenti e perfino opposte.
    Senza forzare la mano da nessuna delle parti.
    Nel Digitale vince la spontaneità.
    Siamo di fronte ad una rivoluzione che porterà a breve una produzione automatizzata e interconnessa.
    Vince l’essere se stessi confrontandosi con l’Intelligenza Artificiale e tutte le novità che verranno.
    Vince la non prevaricazione, la non forzatura: “Felicità a tutti i costi” e “Cinismo senza senso” perdono di valore come un soufflé che si smonta da sé.
    Semplicemente perché non sono veritieri.

  • Lo Sport educa anche la Comunicazione Online

    Lo Sport educa anche la Comunicazione Online

    C’è un’attività di cui si parla poco nel nostro lavoro, ma che è fondamentale per l’Educazione e la Formazione di un sano Comportamento sociale e virtuale: lo Sport. E’ grazie ad esso che impariamo la potenza della Motivazione e che riusciamo a vivere la Competizione con una Ambizione positiva, nel rispetto dell’avversario. Perché vincere o perdere non hanno più importanza se l’obiettivo è la Condivisione di valore e qualità.

    All’inseguimento del flusso ininterrotto di notizie, che viaggiano in Rete più veloci di noi, c’è un’attività che a pronunciarla pare estranea: lo Sport.
    In effetti, alla fine di una giornata – di una settimana – passata a correre lavorando, mettersi pure a fare fatica è l’ultimo dei nostri pensieri.
    Eppure, chi tra noi ha fatto sport da bambino – e chi ancora lo fa – sa che le passioni sportive regalano qualcosa che difficilmente si ritrova altrove.
    Un tipo di Motivazione che sprigiona Energia pura e che può solamente portare Soddisfazione, perché – nel vero senso sportivo – Vincere e Perdere smettono di essere importanti.

    sport-comunicazione

    Questo, a dire il vero, succede generalmente a livelli alti, nell’agonistica. Ma non è necessario fare gare, per rendersi conto di quanto lo Sport possa Educare il Carattere delle persone.
    E’ la Formazione di un individuo, e sarà la Formazione del suo Comportamento, del suo modo di gestire le emozioni, i fatti della realtà e, soprattutto, il suo modo di Comunicare.
    Anche in Rete.

    Il primo aspetto positivo dello sport è sicuramente questo: “insegnare” la Motivazione.
    E’ la passione di fare, di non aver paura di cadere perché ci si può rialzare.
    E’ quel fuoco che spinge a dare di più, a imparare sempre, a non fermarsi davanti agli ostacoli ma, anzi, vederli come sfide da superare.
    Con uno spirito positivo, perché una persona impegnata nello sport è sempre una persona più serena.
    Certo, la serenità si spiega perché girano le Endorfine.
    Con una intensa attività sportiva, questi ormoni possono aumentare la loro concentrazione nel sangue fino al 500%.
    Come non accorgersi dell’euforia di uno sportivo?
    Non occorre essere campioni: il benessere è una sensazione comune a chiunque pratichi lo sport, e non solo. L’aumento di endorfine nel sangue aumenta la resistenza al dolore, ha un effetto analgesico, ed è sicuramente la miglior cura per la riduzione dell’ansia, dello stress, dei disordini del sonno e dell’appetito.

    Ma non si tratta solo di Endorfine.
    Gli sport sono davvero tanti, dai più aggressivi ai più rilassanti, dai più intellettivi ai più fisici, da quelli di gruppo agli individuali. E ogni attività sviluppa attitudini diverse.
    Le emozioni che si provano si fissano nella memoria e proprio questa memoria va a costituire la base del nostro carattere. Un’esperienza di vita destinata a durare per sempre.
    Per questo, lo sport è la palestra migliore per educare e formare il carattere.

    Consideriamo un altro insegnamento positivo per il nostro comportamento: “imparare” a Competere.
    Siamo stati abituati a sentirci dire, da bambini, “non è importante vincere, ma partecipare”. Poi una volta sul campo questa frase perde di senso e ci sembra una presa in giro.
    C’è una sfida, ci sono dei concorrenti: è naturale che si voglia prevalere per arrivare primi.
    La rivalità nello sport è un dato essenziale, perché non si sta solo giocando.
    Ci sono, però, delle regole. Se non le si rispetta si è esclusi, espulsi. Ed è qui che nasce l’Ambizione sana e la sana Competizione.
    Carte scoperte, rispetto delle regole, trasparenza nell’opposizione, antagonismo nel rispetto dell’altro.
    Una delle più grandi lezioni di vita, quindi.
    L’Ambizione è qualcosa di molto positivo, se rispetta le regole della comunità.
    E’ la molla che ci fa dare il massimo, ci fa distinguere per le nostre qualità e ci fa perfino creare Innovazione, perché tutte le energie mentali e fisiche sono rivolte ad eccellere.
    A vincere, ma nella considerazione e nel riguardo di chi compete con noi, riconoscendo l’avversario come parte integrante e necessaria della nostra crescita.

    In squadra o da soli?
    Questa è una scelta personale. C’è chi dà il proprio meglio come “battitore libero” e chi preferisce le dinamiche di un Team.
    In entrambi i casi lo sport è una passione e in entrambi i casi c’è un nemico da combattere.
    La squadra avversaria, i limiti personali, che siano record da superare o avversari da lasciare dietro di noi.
    Si vince o si perde. Non ci sono vie di mezzo.
    Ci può essere una graduatoria, ma psicologicamente è nelle nostre aspettative che non c’è via di mezzo.
    E questa è un’altra importantissima lezione di vita.
    Se si è veramente delle persone sportive si vince e si esulta, sapendo che la vittoria non sarà per sempre. Perché ci saranno altre gare, perché ci saranno altri avversari.
    E’ in ogni singola volta che si dovrà vincere.
    Si esulta da vincitori con l’umiltà interiore di non prendersi troppo sul serio. Si innalza la Coppa e si piange di gioia, ma si sa che è una delle tante vittorie che ci aspettano.
    La strada è lunga, l’allenamento non finisce, lo sport non perdona chi si siede sugli allori.
    E se si perde?
    In fondo è la stessa cosa: non si perderà per sempre.
    Si perde e ci si sente sconfitti, naturalmente. Ma è proprio nell’educazione sportiva che si impara a ribaltare le sconfitte in vittorie, analizzando i punti deboli e individuando la strategia per superarli.
    Adattando l’allenamento che ricomincerà su nuove basi, con lo spirito di chi ha saputo perdere ma non è stato vinto.

    Saper perdere e saper vincere sono grandi doti che emergono sempre nella nostra Personalità.
    Non solo quando si gareggia davvero.
    Anche quando si cerca un equilibrio tra le parti, una comunicazione che persuada. Quando si ha bisogno di dare risposte. Ogni volta che ci si confronta con gli altri.
    Soprattutto sul Web e soprattutto sui Social Media, dove il fraintendimento è facile perché mancano gli occhi per guardare chi ci sta davanti.

    La Rete è un mezzo di comunicazione, sta a noi saperlo usare. Sapere anche che è uno strumento che amplifica i nostri messaggi e li fa rimbalzare ovunque in tempo reale. Riflettendo in modo trasparente la nostra capacità di competere, di essere ambiziosi, di vincere o perdere, di trovare ogni giorno nuova motivazione.
    Gli insegnamenti dello sport sono ancora più preziosi, quindi, sul Web, dove manca il linguaggio corporeo e certo le Emoticon non bastano.
    Impariamo dallo sport che vincere e perdere non hanno più valore, se il traguardo è la condivisione del valore e della qualità, se il confronto rimane il centro della crescita personale e della cultura umana.

  • Le Interazioni sul Web: ma chi ha cominciato?

    Le Interazioni sul Web: ma chi ha cominciato?

    Le Interazioni umane sono dettate da un tipo di causalità molto diverso da quello lineare causa-effetto, dove esiste un inizio e una fine. Si tratta di una Causalità Circolare, dove sono le nostre emozioni sottostanti a innescare le reazioni. Osservare dall’esterno questo processo ci aiuta a capire che ne siamo parte integrante e a porre un punto affinché la Comunicazione sia efficace per tutti.

    I processi che regolano le Interazioni e la Comunicazione sui Social Network sono lo specchio esatto di quanto succede nella vita reale, ma in un contesto assai più scivoloso.
    Perché è pubblico, perché è sotto gli occhi di tutti in pochi attimi, perché è amplificato e perché spesso è sfalsato dalla mancanza di una conoscenza reale delle persone.
    Abbiamo già parlato ampiamente di come i Social Network permettano, a chi lo vuole, di creare schermi e maschere di sé, o a addirittura personaggi ben lontani dalle persone che effettivamente stanno dietro ai monitor.
    Sappiamo bene che Web e i Social Network sono Mezzi di Comunicazione, e come tali non sono direttamente colpevoli degli errori. Siamo noi a dover imparare ad usarli.
    La messaggistica istantanea, che è esponenzialmente ogni giorno più diffusa, rende ancora più facile deviare le conversazioni, considerando che spesso sono solo le emoticon a far capire il nostro stato d’animo.

    comunicazione-interazioni

    Uno dei più importanti assiomi psicologici della Comunicazione, tuttavia, ci aiuta a comprendere l’importanza di conoscere la dinamica delle Interazioni.
    Non è possibile Non Comunicare.
    Ogni comportamento – perfino il silenzio e l’immobilità – è una Comunicazione.
    Proviamo, allora, a chiederci insieme quali implicazioni ponga questo principio, prima di tutto nella Comunicazione Virtuale.

    Come in qualsiasi interazione nella quotidiana realtà, rarissimamente succede che uno solo degli interlocutori inizi lo scambio. Così, dal nulla.
    Uno scambio di parole, di accordi e disaccordi, di comportamenti.
    La Comunicazione ha una caratteristica affascinante quanto delicata: è soggetta a una causalità circolare.

    Abbandoniamo il pensiero che esista una causa cui segue un effetto in maniera lineare.
    La causalità lineare, molto più meccanica e fisica, rientra difficilmente nelle relazioni umane.
    Certo, è sempre possibile che all’improvviso qualcuno ci insulti o, viceversa, inizi a complimentarsi senza aver mai prima parlato con noi.
    Se però una persona ci tira un pugno in faccia, o ci bacia, forse – io me lo chiederei – qualcosa abbiamo fatto.
    Causa (= pugno o bacio) ed effetto (= stupore) non sono solo poco probabili, ma non convincono.
    A meno che non si entri nella PsicoPatologia delle Relazioni, che non è il nostro campo di indagine.

    La realtà di un’Interazione Circolare è più complessa, ma vale la pena comprenderla bene affinché la nostra Comunicazione sia vincente anche sul Web.
    Perché sia più facile da riconoscere, proviamo a porci come osservatori esterni di una conversazione.
    Essere all’esterno ci regala la prospettiva giusta, perché il mondo emozionale di chi non è direttamente coinvolto non solo è generalmente imparziale, ma sicuramente è meno potente.

    Ci accorgiamo, ad esempio, che Tizio espone la sua opinione e Caio la prende come un’offesa personale e ribatte a sua volta ponendosi in difesa. Tizio cade dalle nuvole e si chiede cosa stia facendo Caio, ma non rimane inerme e ribadisce con più forza la sua posizione.
    In un’Escalation di Comunicazione che esce da ogni schema previsto inizialmente.
    Questo forse significa che Tizio ha incominciato per primo (Causa) e Caio ha semplicemente risposto (Effetto)?
    Sembra.
    Eppure nelle Relazioni Umane e nella Comunicazione che ne intercorre molto difficilmente è così davvero.
    Quello che più consciamente è accaduto è che Tizio ha esposto la propria opinione già in risposta a reali o presunte aspettative di Caio, o di altri che non sono Caio. Tizio non ha iniziato per primo: ha risposto a sua volta.
    Strano?
    No. E’ prerogativa della Natura Umana, dove il Confronto non è mai facile. Perché vincono più frequentemente le aspettative, i desideri e la paura del giudizio, il bisogno di prevaricare e di tracciare il confine di sé.
    Più o meno coscientemente.

    In termini tecnici si parla, a questo punto, di Punteggiatura della Comunicazione Umana.
    Il porre, cioè, un punto da cui organizzare la successiva sequenza di eventi comunicativi.
    Se, infatti, non esiste una comunicazione che inizia nel senso assoluto del termine – quindi Tizio non è la causa – è pur sempre possibile fermare il processo della Comunicazione, almeno il tempo sufficiente perché gli interlocutori coinvolti si possano rendere conto di quanto sta accadendo.
    E diventare consapevoli che non c’è mai chi inizia e chi finisce, ma c’è un processo circolare, dove causa ed effetto si ripropongono e si scambiano le parti.

    Organizzare la sequenza delle Comunicazioni è particolarmente importante nella Comunicazione Virtuale. L’assenza del Linguaggio del Corpo e delle espressioni gestuali rende più difficile la comprensione delle Interazioni, soprattutto delle emozioni che spingono ad interagire e che, in ogni caso, sottostanno all’Interazione.
    Il Leader, per esempio, nella Cultura Occidentale ha uno Stile Comunicativo ben preciso, e ci sia aspetta che sia tale. Se però venisse a mancare il Seguace, non ci sarebbe più un Leader: la sua Comunicazione perderebbe ogni efficacia.
    Potremmo noi stabilire chi è più “importante” nella circolarità di causa-effetto che ha la Comunicazione?
    Il Leader o il Seguace detengono entrambi una posizione necessaria per coesistere.

    Tuttavia, proprio gli innumerevoli disaccordi che nascono nella Punteggiatura della Comunicazione sono i responsabili dei frequenti conflitti relazionali anche e soprattutto virtualmente.
    In altre parole, se sia Tizio che Caio rimangono convinti di essere stati vittima di una precedente offesa o polemica da parte dell’altro, il processo comunicativo è destinato all’ostilità. O almeno a un monotono scambio di messaggi assolutamente non costruttivi.
    <<Io mi comporto così perché tu mi offendi>> – <<Io ti offendo perché tu ti comporti così>>.
    La possibilità di risolvere una tale Comunicazione statica e polemica è pressoché impossibile dall’interno.
    E’ di nuovo il porci all’esterno della conversazione che ci può fa comprendere l’inutilità di tale processo, dove a litigare non sono le opinioni, ma più spesso le emozioni sottostanti.

    Per tornare a Comunicare in maniera costruttiva ed efficace è, quindi, necessario distaccarsi e darsi la possibilità di prendere coscienza di ogni processo circolare che si è messo in atto.
    Arrivando – con piena soddisfazione di tutti – a rinunciare alla pretesa che la serie circolare abbia realmente avuto un inizio.

    La parola a voi: cosa ne pensate?

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  • Per i Comunicatori italiani ok la Rete, ma è meglio il contatto personale

    Un’interessante ricerca, realizzata in occasione del Festival of Media Global, a Roma dal 6 all’8 Aprile 2014, ha evidenziato che i comunicatori italiani costruiscono le loro relazioni anche attraverso il networking, ma il contatto personale è ancora il preferito

    Il Festival of Media Global 2014, evento importante dedicato ai professionisti della comunicazione che quest’anno fa tappa a Roma dal 6 all’8 Aprile 2014, ha voluto indagare proprio per questa occasione come i “comunicatori”, ossia i professionisti della comunicazione italiani curano le loro relazioni, e in che modo, mettendoli a paragoni coi loro colleghi di Stati Uniti, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito. Lo studio ha intervistato oltre 200 professionisti tra advertisers e professionisti di agenzie di comunicazione.

    E diciamo subito, dando una prima estrema sintesi della ricerca, che per i comunicatori italiani, ma vale lo stesso per i colleghi europei, resta e gioca un ruolo importante il contatto personale, quindi la costruzione di relazioni che parta da contatto diretto tra le persone. Mentre i colleghi statunitensi nella costruzione delle loro relazioni professionali, si ispirano più spesso ai principi della “cultura online”, quindi dando più spazio all’online networking. E questo dato si riflette anche nel rapporto che loro gestiscono anche coi clienti.

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    E proprio in relazione alla caratteristica “personale”, i comunicatori italiani sostengono che il 25% delle nuove opportunità di business proviene proprio dall’attività di networking, quindi grazie alla Rete. Lo stesso dato lo si riscontra tra i loro colleghi del Regno Unito, mentre per i colleghi Usa si passa dal 10% al 25%. Per i professionisti della comunicazione francesi il networking permette loro di ottenere il 10% di nuove occasioni di business, mentre i tedeschi sostengono di ottenere dal 25% fino al 50% di nuove opportunità grazie al networking. Comunque il 36% dei professionisti, dei paesi presi in esame, sostiene di essere spinti ad usare la rete dalle loro stesse aziende.

    Altro dato interessante che emerge da questa ricerca, è che gli italiani, insieme ai colleghi spagnoli e britannici, preferiscono mantenere contatti per lo più all’interno di contesti locali, durante meeting. Ma nonostante tutto, anche nonostante il contatto diretto di gran lunga preferibile, l’online networking per i comunicatori italiani è comunque un fattore importante, al quale viene dedicato il 75% del tempo dedito alle relazioni usando gli strumenti della rete per accrescere le loro reti di contatti locali e globali. Il restante 25% è dedicato alle interazioni “face-to-face”. E in relazione a quest’ultimo aspetto, il momento migliore per gli italiani è quello del pranzo, piuttosto che la cena o un altro momento. Il momento del convivio si conferma per i professionisti della comunicazione italiani come momento importante anche per sviluppare relazioni professionali. Gli americani invece preferiscono eventi di settore oppure sviluppare relazioni davanti ad un drink.

    Lo studio ha considerato LinkedIn come piattaforma online per stringere relazioni di business e la maggior parte dei professionisti della comunicazione italiani intervistati hanno tra i 100 e i 500 contatti, mentre la maggior parte dei colleghi di Stati Uniti, Francia, Spagna e Regno Unito hanno tra i 500 e i 1.000 contatti. I colleghi tedeschi invece di dividono tra 100 e 1.000 contatti.

    I comunicatori italiani hanno dichiarato che i loro contatti professionali si sviluppano tra 2 o 3 paesi massimo, mentre i colleghi di Stati Uniti, Francia e Germania dichiarano di sviluppare contatti in oltre 10 paesi. I colleghi di Spagna e regni Unito sviluppano i loro contatti tra 4 e 10 paesi. E se gli italiani, insieme ai tedeschi, francesi e spagnoli, dichiarano che i loro contatti si sviluppano tra le 50 e le 100 aziende, gli americani e i britannici invece sostengono che i loro contatti si sviluppano in oltre 100 aziende.

    La ricerca è molto interessante che ci fornisce spunti importanti, ma anche un quadro più chiaro di come i comunicatori italiani costruiscono e mantengono le loro relazioni professionali e, soprattutto, attraverso quali piattaforme. Per quanto riguarda i professionisti italiani, si nota in maniera abbastanza evidente un approccio ancora molto offline, ma la ricerca evidenzia anche un forte impegno a stringere relazioni professionali usando gli strumenti della rete.

    Il Festival of Media Global si tiene a Roma fino all’8 Aprile. Per consultare il programma delle giornate potete farlo direttamente sul sito del festival, mentre se volete restare aggiornati e seguire le conversazioni, @FestivalofMedia e l’account del festival su Twitter e #FOMG14 l’hashtag ufficiale.

  • LinkedIn non è ancora uno strumento di Comunicazione. E in futuro?

    LinkedIn non è ancora uno strumento di Comunicazione. E in futuro?

    linkedin-business-comunicazione-italia

    Una recente indagine di AxiCom Italia, una delle più importanti società di consulenza e comunicazione in Europa, ci offre uno spaccato su come giornalisti, operatori della comunicazione e blogger usino i Social Media per comunicare. Ne viene fuori che tra questi canali, LinkedIn si presta meno alla comunicazione, ma per il futuro le premesse sono buone

    I Social Media sono strumenti per comunicare e questo crediamo sia un concetto ormai acquisito. Ma questi strumenti non vanno considerati tutti allo stesso modo, ognuno di essi ha delle particolarità, delle caratteristiche che lo rendono perfetto per certi scopi e meno adatto per altri. Se inquadriamo il tema che vogliamo proporvi oggi da questo punto di vista, allora diventerà più semplice il motivo che sta alla base dell’indagine che AxiCom Italia, una delle più importanti agenzie di comunicazione e consulenza in Europa, ha voluto condurre nel nostro paese. L’indagine è stata effettuata tra operatori del settore, giornalisti e blogger che usano per le loro strategie di comunicazioni online questi strumenti. LinkedIn, tra i social media è forse lo strumento che più presenta caratteristiche particolari che lo rendono il social network professionale certamente più diffuso. Ma LinkedIn è uno strumento di interazione orientato al business networking, di conseguenza presenta alcuni limiti che dall’indagine risultato essere superabili nel prossimo futuro.

    Come sappiamo, la condivisione delle informazioni attraverso i SOcial Media favorisce, in questo conteso, ma non solo, l’interazione tra gli addetti del settore e conferisce valore aggiunto alla comunicazione agevolando il dialogo tra i professionisti, che sono, anche, utenti finali e potenziali clienti. L’affidabilità e l’attendibilità di canali come LinkedIn ben si prestano a veicolare determinati tipi di contenuti, avvalorati dal network di professionisti e di esperti di settore.

    In Italia, LinkedIn mostra ancora alcuni freni e non è ancora utilizzato appieno come strumento effettivo di comunicazione. Dalla ricerca, emergono tuttavia differenti opportunità. L’82% degli intervistati possiede un account LinkedIn, che utilizza regolarmente (60%). Tra questi, il 39% usa questo canale non solo per networking e avere visibilità dei propri contatti professionali (66%), ma come fonte di contenuti e spunti per la propria attività professionale, superando chi usa questo strumento per opportunità di lavoro (28%). Inoltre, emerge che il network di relazioni su LinkedIn non è composto solo da contatti personali e altri professionisti della comunicazione, ma anche da account aziendali (39%) e opinion leader (22%). Solo una minoranza (14%) considera questo canale non ancora maturo in Italia, mentre il 38% ha fiducia che si tratti solo di una questione di tempo.

    Oltre alla possibilità di interazione con l’azienda e altri professionisti (77%) e al contatto preferenziale con le imprese (63%), le pagine LinkedIn aziendali offrono come valore aggiunto nei confronti di stampa, blogger e altri utenti professionisti la possibilità di dialogo con operatori ed esperti del settore (50%), oltre che contenuti su misura (36%). Tra i contenuti ritenuti più interessanti emergono i punti di vista di esperti aziendali (74%), documenti in anteprima (52%), articoli a tema e news (30%).

    La qualità delle pagine e dei gruppi su LinkedIn esistenti è valutata sufficiente dal 57% dei partecipanti, annoverando tra i principali difetti e carenze la scarsa interazione (39%), la mancanza di aggiornamenti e di reattività nelle risposte (35%) e l’assenza di contenuti locali (30%). C’è quindi margine di miglioramento nella gestione di queste risorse, con un focus sulla qualità dei contenuti e un occhio di riguardo alla reattività e all’aggiornamento delle pagine, in modo da offrire un reale valore aggiunto agli utenti.

    Proseguendo con i dati dell’indagine, il 42% segue pagine aziendali LinkedIn in qualità di membro o moderatore, ma quasi la metà degli intervistati (47%) afferma di utilizzare ogni tanto le pagine LinkedIn come fonte. Emerge la convinzione che le aziende, specialmente se B2B, dovrebbero utilizzare LinkedIn per comunicare secondo il 69% dei partecipanti (e il 30% ritiene che questo sia valido anche per le aziende B2C).

    [dropcap]L[/dropcap]a comunicazione si evolve e i social media diventano uno strumento di comunicazione aziendale integrato sempre più diffuso e attendibile. In particolare LinkedIn, non solo nella considerazione di professionisti ed utenti, ma anche da parte di giornalisti e addetti della comunicazione,” afferma Chiara Possenti, country manager di AxiCom Italia. “I canali social di questo tipo possono essere utilizzati anche per facilitare lo scambio di informazioni all’interno di comunità chiuse. Articoli di esperti del settore, analisi di mercato, punti di vista tagliati su misura per il proprio audience, informazioni aziendali aggiornate e contenuti esclusivi possono valorizzare l’immagine aziendale e posizionarla al meglio per offrire valore anche a chi fa comunicazione.”

    E’ evidente che LinkedIn presenta dei limiti, ma sono limiti insiti alla natura stessa della piattaforma e siamo comunque d’accordo con l’idea che siano superabili. Ma c’è da dire anche che LinkedIn per certe acquisizioni come Pulse, ad esempio, avvenuta lo scorso anno, venne criticato in quanto stava forse orientandosi a diventare una media company che non a rimanere una business networking company. LinkedIn per sua stessa natura è un social network quindi uno strumento di comunicazione a pieno titolo. Certo, va adeguato al contesto che lo caratterizza, quindi la comunicazione che si fa attraverso questo canale va differenziata rispetto a quella che si attiva attraverso altri mezzi. Ma, detto questo, non vi è dubbio che LinkedIn abbia tutto l’interesse ad estendere i propri limiti, adottando strumenti di comunicazione più aperta con l’obiettivo di raggiungere nuovi utenti, l’importante è che modifichi la sua natura.

    Allora, che ne pensate voi utenti di LinkedIn di questa indagine? Anche voi riscontrate dei limiti? Raccontateci le vostre opinioni tra i commenti.

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