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  • Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Instagram lancia Instants, nuova app per foto effimere senza filtri, partendo da Italia e Spagna. È l’ennesimo tentativo di Meta di sfidare Snapchat dopo oltre dieci anni di tentativi falliti.

    Cambia il mondo, ma a distanza di 10 anni Mark Zuckerberg resta ancora in fissa con Snapchat.

    E come già visto in passato, pur di riuscire a riproporre una funzionalità sulla sua piattaforma, ecco che la copia, la integra nelle sue app principali.

    È una strategia che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, sempre con lo stesso obiettivo sullo sfondo e, soprattutto, con lo stesso bersaglio. Ovvero, Snapchat.

    E seguendo questa stessa logica ecco che arriva Instants, la nuova app stand-alone che Instagram ha lanciato ieri, 23 aprile 2026.

    E si tratta di un test di un’app che parte da due paesi nello specifico, ossia Italia e Spagna.

    Una volta aperta, l’app si apre sulla fotocamera e permette di inviare foto che scompaiono dopo una singola visualizzazione, promettendo una condivisione senza ritocchi.

    Promette quasi esattamente quello che già promette Snapchat dal 2011.

    Ma a guardar bene, è una modalità che ricorda molto anche BeReal, non so se la ricordate ancora.

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall'Italia e dalla Spagna
    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    Instants, condivisione effimera senza filtri

    L’app Instants promette di condividere momenti reali senza alcun tipo di modifica. Niente filtri, niente ritocchi, una foto che la persona a cui la inviate può vederla una sola volta prima che poi sparisca.

    L’immagine, infatti, resta disponibile per 24 ore, poi sparisce definitivamente. L’idea, almeno nelle intenzioni, è quella di spingere una condivisione più grezza, meno strutturata, più vicina alla conversazione quotidiana che al post costruito per il feed.

    Nulla di originale, sia chiaro, lo si ricordava anche prima.

    Il funzionamento è costruito per impedire quasi ogni forma di editing. Una foto si scatta con un solo tocco, non è possibile caricare immagini dalla galleria del telefono, si può usare esclusivamente la fotocamera interna dell’app.

    L’unica modifica permessa è l’aggiunta di testo sopra l’immagine. Tutto il resto è precluso. La condivisione, poi, avviene con i propri follower o con la lista “Amici più Stretti” e le liste sono sincronizzate tra le due app, quindi non va ricostruita da zero la propria cerchia.

    Meta ha accompagnato il lancio con una dichiarazione: «Per dare alle persone modi a bassa pressione per connettersi con gli amici, stiamo testando un’app chiamata Instants per condividere foto e video casuali nel momento. Stiamo esplorando più versioni di Instants per vedere cosa piace, e ascolteremo la nostra comunità

    Il linguaggio insomma è quello del test aperto, non del lancio definitivo.

    Tanto per essere più precisi, Instants non nasce dal nulla, ma è la versione rinominata e resa autonoma di Shots, la funzione che Meta aveva provato dentro Instagram nel 2025.

    Shots aveva le stesse caratteristiche di Instants, quindi nessun filtro, una sola visualizzazione e poi l’immagine spariva. Funzionava, ma funzionava dentro un’app che ormai è percepita come vetrina e non come spazio di conversazione privata. E quindi, adesso, il tentativo è quello di estrarla dal contesto in cui era nata e darle una vita propria.

    Perché il test di Instants parte dall’Italia e dalla Spagna

    Il fatto che l’esperimento cominci in Italia e in Spagna non è casuale. Si tratta di due mercati europei di dimensione intermedia, con un uso molto intenso dei social media e con un pubblico giovane relativamente attivo su piattaforme di condivisione visual.

    Sono mercati, possiamo dirlo, abbastanza reattivi per offrire dati significativi su test come questi, ma non così centrali da rendere un fallimento irreparabile sul piano reputazionale.

    C’è da aggiungere poi che Snapchat, in Italia e in Spagna, non ha mai davvero sfondato. La sua penetrazione in questi paesi è storicamente inferiore rispetto agli Stati Uniti o al Regno Unito, dove invece è radicato soprattutto tra il pubblico adolescente.

    Partire da questi due paesi significa, in pratica, provare il prodotto su un terreno dove il concorrente principale è più debole e dove i più giovani tendono a usare Instagram e WhatsApp come strumenti primari di conversazione privata e visual.

    Va detto, poi, che l’Italia e la Spagna condividono anche una caratteristica demografica e culturale che Meta conosce bene: un uso molto diffuso di Instagram come infrastruttura di messaggistica informale, ben oltre la funzione originaria di vetrina. In questo senso, Instants si innesta su un’abitudine già consolidata, provando a strutturarla con un’app dedicata.

    L’identità agganciata a Instagram e il nodo dei più giovani

    Instants eredita il grafo sociale di Instagram, ovvero la rete dei contatti che abbiamo già costruito sull’app madre. Da un lato, questo aiuta il lancio, perché non richiede all’utente di ricostruire la propria cerchia di amici da zero, come ricordavamo prima.

    Dall’altro, però, si porta dietro proprio quello che i più giovani cercano di evitare quando usano Snapchat, ossia mescolare la conversazione privata e l’identità pubblica.

    Snapchat ha avuto successo, in fondo, anche per questa ragione. È stato percepito come uno spazio separato, dove la propria identità non era il profilo costruito, ma un luogo più leggero in cui parlare con pochi amici selezionati.

    Instants, invece, entra in scena con il profilo Instagram già addosso. E questo, per molti adolescenti, potrebbe rivelarsi un problema più che una soluzione.

    Ecco perché Instagram lancia Instants dall'Italia e dalla Spagna
    Ecco perché Instagram lancia Instants dall’Italia e dalla Spagna

    La vecchia ossessione di Zuckerberg contro Evan Spiegel

    Per capire perché Meta insista, dopo oltre dieci anni, su questo stesso terreno, bisogna tornare indietro al 2013.

    In quell’anno, come riportato dal Wall Street Journal, Mark Zuckerberg offrì tre miliardi di dollari per comprare Snapchat. Evan Spiegel, l’allora giovane CEO dell’azienda, rifiutò. Spiegel ha raccontato in seguito che Zuckerberg, di fronte al no, sembrò prendere la cosa sul piano personale.

    Da quel momento, Meta ha provato sistematicamente a erodere il territorio di Snap con una serie di cloni e varianti. È arrivato Poke, app stand-alone lanciata sempre nel 2013 e chiusa diciassette mesi dopo. È arrivato Slingshot, provato nel 2014 e spento dopo soli sei mesi. Sono arrivati i Quick Updates di Facebook nel 2016, pensati per spingere la condivisione rapida. Nessuno di questi esperimenti ha mai davvero funzionato.

    L’unica eccezione, come ricorderete, sono state le Stories di Instagram, lanciate nel 2016 con una formula di scadenza a ventiquattro ore che ricalcava in modo piuttosto evidente il formato di Snapchat. Quelle hanno funzionato, eccome.

    E hanno finito per rallentare la crescita di Snap per anni, diventando una parte centrale dell’esperienza di Instagram. Ma il punto è proprio questo, le Stories su Instagram hanno funzionato perché integrate nell’app principale, non perché lanciate come prodotto separato.

    Perché Meta rilancia proprio adesso

    Ma perché Meta sceglie di muoversi di nuovo in questo modo, e soprattutto, perché lo sceglie proprio adesso?

    La risposta più plausibile ha a che fare con lo stato di salute dell’avversario. Snap, la società madre di Snapchat, sta attraversando una fase decisamente difficile. La crescita della piattaforma si è fermata e in alcuni mercati è addirittura arretrata. A inizio aprile di quest’anno, Snap ha annunciato il licenziamento del 16% della sua forza lavoro e il CFO si è dimesso.

    In un quadro del genere, Meta vede un’opportunità.

    Se Snap è costretta a ridurre gli investimenti in promozione e a concentrare le risorse sul lancio dei suoi occhiali in realtà aumentata, ci sono mercati in cui la competizione si fa meno aggressiva. E in quei mercati, una nuova app che replica le stesse funzioni con dietro la potenza di fuoco di Meta potrebbe trovare uno spazio che altrimenti non avrebbe avuto.

    Italia e Spagna, da questo punto di vista, sono anche un campo di prova ideale, perché Snap è storicamente meno presente.

    Criticabile, ovviamente, ma va vista anche come una mossa di pressione competitiva. Meta non deve vincere dappertutto. In realtà, alla società di Zuckerberg basta rubare quote in quei paesi in cui Snap non è ancora radicato, o in quelli in cui sta perdendo terreno, per indebolire ulteriormente un concorrente già in difficoltà.

    Un tempismo che arriva forse troppo tardi

    Altra considerazione, restando sul tempismo, va fatta.

    L’onda della condivisione non filtrata, autentica, a bassa pressione, ha avuto il suo momento di grande popolarità qualche anno fa con BeReal, evocata prima. L’app francese che a un certo punto sembrava destinata a ridefinire il modo in cui i più giovani usano i social. Oggi, quella popolarità si è nettamente ridimensionata e BeReal non è più l’app che prometteva di diventare.

    Il punto è che Instants si inserisce in uno spazio che non è più in crescita come lo era due o tre anni fa. E qui entra in gioco un secondo problema, ancora più sostanziale: molti utenti, per la condivisione rapida e informale, usano già le Stories di Instagram.

    Sono utenti che hanno cioè uno strumento integrato nell’app principale che copre buona parte del bisogno a cui Instants risponde. Perché mai dovrebbero scaricare e gestire un’altra app?

    In teoria, Instants promette qualcosa di diverso dalle Stories, cioè la condivisione uno-a-uno o a piccoli gruppi senza pubblicazione sul feed pubblico.

    In pratica, però, per quella funzione esistono già i messaggi diretti di Instagram, WhatsApp, Messenger. Lo stesso bisogno è coperto, magari in modo meno elegante, da strumenti che l’utente ha già installati e aperti decine di volte al giorno.

    La storia dei cloni Meta e cosa ci dice davvero

    Se guardiamo la sequenza degli esperimenti Meta in chiave anti-Snapchat, il dato più interessante non sono i singoli tentativi, ma la continuità. Zuckerberg non ha mai smesso.

    Per oltre un decennio, la sua azienda ha dedicato risorse, tempo e ingegneri a un obiettivo che dal punto di vista industriale è marginale, perché Snap non è mai stato un concorrente diretto di Facebook o di Instagram. Lo è solo parzialmente, e solo su un segmento specifico di pubblico, quello più giovane.

    Eppure la persistenza è lì, visibile.

    Per Meta non si tratta solo di difendere il proprio mercato, ma di erodere quello degli altri fino a renderlo non più difendibile. Una cosa è costruire un prodotto migliore, un’altra è costruire tanti prodotti simili nella speranza che almeno uno attecchisca. Sono due strategie diverse, e quella che vediamo applicata qui è la seconda.

    Resta da vedere se Instants avrà un destino diverso dai suoi predecessori. La storia, in questo caso, suggerisce di no.

    Le app stand-alone di Meta pensate per sfidare Snapchat hanno quasi sempre fallito, e quando hanno avuto successo è stato perché integrate in un prodotto già esistente. Instants ripete esattamente lo schema che finora non ha pagato.

    La partita vera si gioca sugli occhiali connessi e IA

    Mentre Meta lancia l’ennesimo clone di Snapchat, il terreno vero dello scontro si è spostato altrove.

    Snap sta puntando tutto sui suoi occhiali in realtà aumentata, in arrivo nel 2026. Meta, dal canto suo, sta investendo pesantemente sull’intelligenza artificiale e su nuove infrastrutture, con il ventottesimo data center statunitense appena avviato.

    Le foto effimere, in questo scenario, sono quasi un campo di battaglia residuale.

    E allora la domanda è se valga davvero la pena, per Meta, insistere su un prodotto che probabilmente non cambierà gli equilibri di mercato. La risposta, forse, ha meno a che fare con la logica industriale e più con una dinamica che Meta ha costruito nel tempo. Quando un concorrente si indebolisce, allora ecco che si colpisce. Anche con un’app che, probabilmente, non verrà ricordata più tra qualche anno.

    In buona sostanza, un’azienda che controlla le principali app di messaggistica e social media del pianeta può permettersi di lanciare un prodotto derivativo dopo l’altro, finché uno non funziona. Ecco, chi non ha quelle dimensioni, semplicemente, non può.

    E questo è un aspetto del mercato digitale su cui, prima o poi, toccherà tornare. Il fatto che il primo banco di prova sia l’Italia ci riguarda da vicino, e ci offre una buona occasione per osservare la vicenda direttamente.

    Staremo a vedere, come sempre.

  • Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Mark Zuckerberg ha testimoniato davanti alla giuria del caso KGM. Una testimonianza a tratti molto tesa dove, in sostanza, Zuckerberg in modo netto ha anche sottolineato il suo potere all’interno di Meta. Un caso che tocca anche l’UE.

    Il 18 febbraio 2026, Mark Zuckerberg si è seduto sul banco dei testimoni del Los Angeles Superior Court, davanti a una giuria per il caso KGM. Si tratta di un processo storico per le piattaforme digitali

    Non era la prima volta che il fondatore di Meta rispondeva di fronte a un’istituzione: nel 2018 aveva già affrontato il Congresso americano, e in quell’occasione aveva persino chiesto scusa alle famiglie colpite dai danni dei social.

    Ma era la prima volta che Mark Zuckerberg lo faceva sotto giuramento, davanti a dodici giurati chiamati a decidere se Instagram sia una piattaforma dannosa.

    Il caso, come già ricordato, vede coinvolta KGM contro le piattaforme digitali, nello specifico Meta e YouTube.

    La protagonista di questa vicenda è Kaley, una ventenne californiana identificata negli atti giudiziari con le sole iniziali per tutelarla. Kaley ha iniziato a usare YouTube a sei anni; a nove era già su Instagram; a undici, secondo i documenti del processo, il suo profilo era attivo quotidianamente. La sua storia fatta di dipendenza digitale, depressione, pensieri suicidari è diventata il cuore di una battaglia legale che va ben oltre la sua vicenda personale.

    Un processo che vale 1.600 cause

    Il caso KGM è quello che negli Stati Uniti si chiama un “bellwether trial”, un processo-campione. Il suo esito potrebbe influenzare l’andamento di oltre 1.600 cause simili, già consolidate e in attesa di sentenza, oltre a più di 2.300 procedimenti paralleli depositati da genitori, distretti scolastici e procuratori generali statali.

    TikTok e Snap hanno già patteggiato prima dell’inizio del dibattimento e, quindi, restano in piedi Meta e Google, che risponde per YouTube.

    La tesi dell’accusa è semplice nelle parole, quanto complessa nelle prove: le piattaforme non sono strumenti neutrali ma prodotti progettati intenzionalmente per agganciare gli utenti più giovani, sfruttando le loro vulnerabilità neurologiche.

    Un “casinò digitale”, secondo la definizione usata dall’avvocato dell’accusa Mark Lanier. La difesa risponde che la complessità della salute mentale adolescenziale non può essere ridotta all’uso di un’app.

    Per decenni Big Tech ha goduto della protezione offerta dalla Section 230 del Communications Decency Act del 1996, una norma che esclude le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    Ma in questa occasione l’accusa ha adottato un’altra strada: aggirare il 230 applicando le leggi sulla responsabilità del produttore. Non si contesta quello che gli utenti pubblicano, ma come la piattaforma è stata progettata. È la stessa logica che negli anni Novanta ha trascinato in tribunale le grandi case del tabacco, se possiamo avanzare questo esempio.

    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM
    Ecco cosa ha davvero detto Mark Zuckerberg nel caso KGM

    Zuckerberg in aula: i documenti interni che scottano

    La testimonianza di Mark Zuckerberg è durata ore e ha riservato momenti di tensione evidente. L’avvocato Lanier ha costruito la sua strategia attorno ai documenti interni di Meta, portando in aula email e report che la società non avrebbe mai voluto vedere proiettati su uno schermo davanti a una giuria.

    Il primo elemento riguardava gli obiettivi di crescita.

    Lanier ha mostrato un’email del 2015 in cui Zuckerberg scriveva di voler aumentare del 12% in tre anni il tempo che gli utenti trascorrevano su Instagram. Il fondatore ha risposto di non ricordare se fosse un obiettivo ufficiale, aggiungendo che Meta cerca di creare servizi utili e che le persone continuano a usarli perché li trovano validi. Un’affermazione che, nel contesto del processo, è sembrata una risposta preparata per l’occasione.

    Più pesante il documento del 2020, che mostrava come gli undicenni avessero quattro volte più probabilità di tornare su Facebook rispetto agli utenti adulti. “Persone che si iscrivono a Facebook a undici anni?“, ha chiesto Lanier sarcasticamente. “Pensavo che non ne aveste.”

    Zuckerberg ha confermato che molti utenti mentono sull’età per accedere alla piattaforma, definendo la verifica “molto difficile”.

    Ma è il documento datato 2017 quello che ha lasciato meno margine di manovra al fondatore di Facebook poi diventata Meta.

    Un’email interna recitava testualmente: “Mark ha deciso che la priorità principale dell’azienda nel 2017 sono gli adolescenti“.

    Zuckerberg, incalzato, ha risposto che “il contesto suggerisce che sia corretto“, di fatto confermando il contenuto senza smentirlo. E un documento del 2018 riportava la frase: “Se vogliamo vincere in grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro da tweens“, cioè prima dei tredici anni, che è l’età minima prevista dalla stessa policy di Instagram.

    La strategia dei “tweens” e i filtri estetici

    Un altro capitolo della testimonianza nel caso KGM ha riguardato i filtri estetici di Instagram.

    Quando i propri esperti interni avevano segnalato che quei filtri, che modificano l’aspetto del viso, levigano la pelle, alterano i lineamenti, contribuivano a problemi di immagine corporea nelle ragazze giovani, Zuckerberg aveva deciso di non eliminarli.

    La sua spiegazione in aula, in sostanza, è stata: rimuoverli avrebbe significato fare una scelta paternalistica. “Abbiamo permesso alle persone di usarli se lo desideravano“, ha detto, “ma abbiamo smesso di raccomandarli attivamente“.

    Kaley usava spesso quei filtri. E la sua causa avanza la tesi che abbiano contribuito alla sua dismorfia corporea.

    Il momento più teatrale è arrivato quando Lanier ha fatto srotolare in aula, con l’aiuto di sei avvocati, un collage largo dieci metri con centinaia di selfie che Kaley aveva pubblicato su Instagram negli anni della sua dipendenza.

    L’avvocato ha chiesto a Zuckerberg di osservarli. Il suo account era mai stato monitorato per un uso così massiccio da parte di una bambina? Il CEO non ha risposto. Kaley ha assistito alla testimonianza dalla galleria del tribunale riservata al pubblico.

    Nel corso della deposizione, Zuckerberg è apparso visibilmente irritato. “Non è quello che sto dicendo“, “Stai fraintendendo le mie parole“, “Stai travisando quello che ho detto“, le sue risposte sono diventate più taglienti man mano che le ore passavano.

    Quando invece è toccato all’avvocato della difesa fare le domande, il tono si è fatto più disteso. Zuckerberg ha sostenuto che esiste un malinteso di fondo: più tempo trascorso sulla piattaforma non significa automaticamente più profitti, perché “se le persone non hanno una buona esperienza, perché continuerebbero a usarla?”.

    Zuckerberg e la conferma del suo potere su Meta

    Non sono mancati i momenti di tensione per Zuckerberg.

    Specie nel momento in cui gli avvocati hanno avanzato il dubbio che avesse mentito in una intervista al podcast di Joe Rogan, lo scorso anno, riguardo all’impossibilità che il CdA di Meta potesse mai licenziarlo.

    In quella occasione disse di non essere particolarmente preoccupato, ma di fronte agli avvocati ha risposto: “Se il consiglio volesse licenziarmi, potrei eleggere un nuovo consiglio e reintegrarmi”.

    Un messaggio chiaro e limpido. In sostanza Zuckerberg in aula ha voluto sottolineare il suo totale controllo di Meta. La sua non è una figura paragonabile a qualsiasi altro CEO, quindi sostituibile. Con quella frase Zuckerberg ha voluto marcare il concetto che la sua leadership all’interno di Meta è blindata e che il board non è un potere avverso all’interno dell’azienda. Tutt’altro.

    Meta è strettamente legata alle sorti di Mark Zuckerberg ed è un tema che assume una certa rilevanza in questo periodo in cui si parla sempre più della diretta responsabilità dei proprietari delle piattaforme, specie in UE.

    Ecco perché questo processo interessa anche l’UE

    Il caso KGM non è solo una storia americana. In Italia, in Germania, in Francia, in Spagna e nel resto dell’UE, il dibattito sulla responsabilità delle piattaforme nei confronti dei minori si è acceso in particolar modo nelle ultime settimane.

    Come abbiamo visto nei giorni scorsi, avanzano proposte di legge a difesa dei minori sulle piattaforme nei paesi UE e, in particolar modo, si fa strada il metodo Spagna che punta a mettere nel mirino proprio la responsabilità diretta dei proprietari delle piattaforme e dei senior manager.

    Una sentenza favorevole a Kaley potrebbe avere conseguenze anche oltre l’Atlantico, non tanto per effetto giuridico diretto ma per pressione politica e reputazionale.

    Sarebbe la conferma, dopo anni di dibattiti, che le piattaforme, e forse anche i proprietari, possono essere ritenute responsabili non solo per ciò che i loro utenti pubblicano, ma per il modo in cui sono state costruite per trattenerli.

    La giuria del Los Angeles Superior Court dovrà raggiungere un accordo con nove voti su dodici per emettere un verdetto. La sentenza è attesa entro fine marzo 2026.

    Nel frattempo, fuori dal palazzo di giustizia, genitori che hanno perso i loro figli a causa di dinamiche legate all’uso dei social media continuano ad attendere. Molti di loro tenevano in mano una foto dei propri figli che non ci sono più.

  • LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025

    LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025

    Per la prima volta LinkedIn diventa la piattaforma preferita dai Social Media Manager, superando Instagram. L’indagine francese 2025 riporta anche Facebook a chiudere il podio. In crescita TikTok. Ecco tutti i dati.

    Per la prima volta LinkedIn diventa la piattaforma più importante per i Social Media Manager. Non è un titolo a effetto, è il dato che apre l’indagine 2025 del Blog du Modérateur, realizzata insieme a Iconosquare e all’IIM Digital School, su un campione di 844 professionisti attivi in Francia tra il 24 giugno e l’11 agosto 2025.

    Un sorpasso che racconta un cambio di paradigma, se vogliamo. LinkedIn non è più soltanto un luogo di networking, ma diventa sempre più luogo di strategie editoriali, investimenti e conversazioni non solo professionali.

    E questa direzione ha riflessi anche per quanto riguarda il nostro paese.

    I social che contano nel 2025

    Gli intervistati hanno valutato l’importanza delle principali piattaforme nel proprio lavoro. La classifica completa è questa:

    • LinkedIn 74%
    • Instagram 71%
    • Facebook 56%
    • TikTok 29%
    • YouTube 20%
    • Pinterest 12%
    • X 10%
    • Threads 6%
    • Snapchat 5%
    • Twitch 5%
    • Bluesky 4%.

    Da questa classifica si evince che quasi tre su quattro considerano LinkedIn importante per il proprio lavoro. Instagram si piazza al secondo posto ma resta vicinissimo e continua a essere forte sul pubblico giovane e sui formati.

    Facebook, dato per superato tante volte, si conferma terzo. E questo perché ha base utenti ancora molto grande e variegata. Diciamo che è ormai una piattaforma generalista. Ricopre un ruolo importante, quindi, per le campagne pubblicitarie.

    TikTok cresce ma rimane, per ora, un gradino sotto quando la domanda è “quale piattaforma è davvero importante per il tuo lavoro?”.

    YouTube arretra leggermente, mentre per X continua la discesa. La ricerca ricorda che nel 2022 Twitter era “importante” per il 40% dei SMM, mentre nel 2025 scende al 15% e, nella classifica di importanza, è indicato al 10%.

    Una situazione che finisce per spingere ad emergere piattaforme come Bluesky, anche se ancora poco diffuse.

    LinkedIn, la piattaforma digitale preferita dai Social Media Manager nel 2025
    LinkedIn, la piattaforma digitale preferita dai Social Media Manager nel 2025

    Social media, chi avanza e chi arretra

    Sulle dinamiche di crescita percepite le risposte convergono: TikTok è citato dal 56% come piattaforma “in progressione”, LinkedIn dal 50%, Instagram dal 45%.

    Sul fronte opposto, le piattaforme digitali in calo sono le stesse dell’anno precedente. Infatti, Facebook in calo del 56%, X 50%, Snapchat 22%.

    Nel caso di Facebook pesano soprattutto la moderazione più debole e l’aumento di contenuti generati da IA che riducono qualità e impatto nel feed.

    Su X ha inciso la gestione post acquisizione e la perdita di credibilità che molti professionisti segnalano come freno alla pianificazione.

    Contenuti organici: LinkedIn avanti, Instagram perde reach

    Dando un’occhiata ai risultati organici, il podio è stabile. E infatti notiamo LinkedIn 36%, Instagram 32%, Facebook 20%.

    Quasi la metà del campione preso in esame, però, dichiara di aver osservato una riduzione della reach su Instagram (49%).

    È una tendenza già emersa in altre rilevazioni e che obbliga a ripensare format, cadenza editoriale e commistione tra contenuti e sponsorizzazioni.

    Dietro il terzetto di testa si collocano TikTok al 7% e YouTube al 3% per performance organica.

    La ricerca francese riporta un dettaglio utile sulle Stories, che restano un formato chiave per stimolare interazioni. L’81% dei SMM le utilizza e, dentro questo universo, il 92% delle Stories viene pubblicato su Instagram. Facebook segue al 70% anche per effetto del cross-posting, mentre TikTok è citato all’11%.

    LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025
    LinkedIn, la piattaforma preferita dai Social Media Manager nel 2025

    Pubblicità, Meta resta la casa delle sponsorizzazioni

    Dal punto di vista della pubblicità, Instagram è usato per campagne dal 81% e Facebook dal 80% del campione. Poi arrivano LinkedIn 31%, TikTok 20%, YouTube 14%. In termini di resa, Facebook continua a essere indicato come il canale più efficace per i risultati a pagamento dal 45% degli intervistati, in calo di 5 punti, seguito da Instagram al 31%, in crescita di 3 punti.

    Interessante la dinamica dei budget. Il 42% dichiara una spesa annua almeno pari a 1.000 euro in social ads. Per il 36% il budget è cresciuto rispetto al 2024, per il 16% è diminuito (era il 13% l’anno precedente).

    Aumenta anche l’autonomia nella gestione: il 49% afferma di gestire interamente i budget pubblicitari, era il 47% un anno fa. Due segnali che raccontano maturità operativa e un maggiore controllo interno sulle performance.

    Il Video si conferma il formato del 2025

    Oltre il 90% dei professionisti pubblica video.

    Nella distribuzione per piattaforma guida Instagram all’81%, seguita da Facebook al 73% (in crescita rispetto al 71% del 2024), da LinkedIn al 60% con un +7 punti, e da TikTok al 42% con un +4.

    YouTube è l’unica piattaforma in lieve calo rispetto al 2024 (–2 punti), ma resta comunque utilizzata dal 50% dei CM. Il video, dunque, si consolida come linguaggio mainstream in ogni ecosistema, con LinkedIn che accelera e riconfigura feed e abitudini di fruizione anche in chiave B2B.

    Influencer marketing: potenziale ancora inespresso

    Solo il 32% dei community manager dichiara di lavorare con creator e influencer. Eppure il 76% ha un budget dedicato. La ripartizione è utile per comprendere la scala degli investimenti: 21% tra 100 e 1.000 euro annui, 34% tra 1.000 e 10.000, 12% tra 10.000 e 50.000, 4% tra 50.000 e 100.000, 5% oltre 100.000.

    Le piattaforme più usate per le campagne di influenza confermano la supremazia di Instagram all’87% (in calo di 4 punti), con TikTok al 45% in crescita di 3 punti.

    Seguono Facebook 22% (–2), YouTube 16% (–4), blog o sito del creator 12% (–3), LinkedIn 8% (+1), Twitch 4% come new entry, X 1% (–4).

    È un quadro che evidenzia come l’influencer marketing stia cambiando e, allo stesso tempo, come LinkedIn inizi a ritagliarsi uno spazio anche in questo ambito, coerente con la sua evoluzione verso un social media a tutto tondo.

    La logica dell’algoritmo del proprietario

    Il punto non è soltanto chi sta davanti in classifica.

    È la logica che guida le scelte dei professionisti. LinkedIn oggi consente di lavorare su contenuti che generano valore professionale misurabile: posizionamento, reputazione, relazione con stakeholder, opportunità commerciali.

    In un ecosistema dove l’algoritmo del proprietario orienta la distribuzione del contenuto verso priorità e narrative decise dal gestore della piattaforma, LinkedIn viene percepito come un ambiente relativamente più coerente con gli obiettivi dei CM. Non immune, ma più allineato a ciò che un professionista cerca quando investe tempo e budget. E quindi, esposizione qualificata, interazioni pertinenti, continuità.

    C’è un impatto anche sull’Italia.

    Il nostro mercato condivide la necessità di presidiare percorsi informativi più solidi e meno dipendenti dall’intrattenimento puro.

    Per aziende B2B, professionisti, PMI che devono costruire fiducia e autorevolezza, la centralità di LinkedIn non sorprende.

    Il dato francese, quindi, non va generalizzato in modo automatico e schematico, ma intercetta una tendenza che vediamo già da mesi. E quindi, più spazio a contenuti di utilità, più attenzione a formati informativi, maggiore disponibilità a sostenere la reach con investimenti mirati dove serve e quando serve.

    Una breve sintesi 

    LinkedIn sale al primo posto per importanza (74%) e guida l’organico, Instagram resta fortissimo ma perde reach per quasi metà del campione, Facebook continua a reggere grazie alle adv e alla scala dell’audience, TikTok è la piattaforma in maggiore progressione ma ancora meno centrale quando si parla di “importanza per il lavoro”, X arretra.

    Il video è ormai linguaggio trasversale, l’influencer marketing ha margine di crescita fuori dall’asse Instagram–TikTok, i budget pubblicitari sono più diffusi e più spesso gestiti in autonomia.

    Il sorpasso di LinkedIn non è un incidente di percorso e nemmeno di numeri. È il segnale di un cambiamento che si evidenza nel bisogno dei professionisti di andare alla ricerca di luoghi dove poter condividere contenuti utili, conversazioni rilevanti e risultati misurabili.

  • Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi

    Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi

    Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi mensili. Un traguardo che conferma la centralità della piattaforma all’interno delle app di Meta.

    Instagram ha raggiunto un nuovo traguardo storico: 3 miliardi di utenti attivi mensili. Lo ha annunciato Mark Zuckerberg, CEO di Meta, sottolineando come la piattaforma, acquisita nel 2012 per un miliardo di dollari, sia oggi uno dei pilastri centrali dell’ecosistema Meta.

    Con questo traguardo, Instagram si affianca a Facebook e WhatsApp, le altre due app di punta di Meta, che già da mesi avevano superato la stessa soglia.

    Per Zuckerberg si tratta di una conferma importante: “Che comunità incredibile abbiamo costruito qui”, ha scritto in un post sul suo canale Instagram.

    Instagram, dai 2 ai 3 miliardi di utenti

    L’ultimo aggiornamento ufficiale sugli utenti di Instagram risaliva all’ottobre 2022, quando l’app aveva appena superato i 2 miliardi di attivi mensili.

    Da allora Meta aveva deciso di non comunicare più regolarmente i numeri delle singole piattaforme, preferendo riportare solo il totale giornaliero delle persone che utilizzano la “famiglia di app”, cifra che a luglio 2024 aveva toccato i 3,48 miliardi.

    Oggi, con i 3 miliardi di utenti dichiarati, Instagram conferma una traiettoria di crescita che lo colloca al centro della strategia Meta. Non è più soltanto la piattaforma di condivisione di foto e video, ma un vero ambiente dove convergono creator, brand, aziende e community.

    Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi
    Instagram ha raggiunto i 3 miliardi di utenti attivi

    Il sorpasso su Facebook anche in Italia

    Solo qualche giorno fa, nei dati pubblicati nell’ambito del Digital Services Act, si è visto chiaramente come Instagram abbia superato Facebook in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, sia in termini di utenti mensili sia per capacità di attrazione delle fasce più giovani.

    Un segnale che conferma un cambio generazionale già in corso. Facebook resta un colosso, ma Instagram si impone sempre di più come la piattaforma di riferimento.

    La crescita globale annunciata da Zuckerberg si inserisce quindi in una tendenza più ampia, che vede Instagram non solo consolidarsi nel mercato internazionale ma anche assumere una posizione di leadership anche nel contesto europeo.

    Instagram, una piattaforma che guarda avanti

    Il futuro di Instagram sarà determinato dalla capacità di mantenere vivo questo equilibrio tra innovazione e centralità per gli utenti. Con i Reels e l’intelligenza artificiale, la piattaforma continua a ridisegnare la propria identità.

    E con 3 miliardi di persone collegate ogni mese, ha davanti a sé una responsabilità sempre maggiore nel definire il modo in cui ci informiamo, ci intratteniamo e costruiamo relazioni online.

    Un elemento, visto il panorama attuale, non da poco da gestire con molta responsabilità anche da parte nostra.

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    [Immagine realizzata da Franz Russo attraverso la IA generativa, utilizzando il modello ChatGPT-5]

  • Instagram cresce più di Facebook anche in Italia

    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia

    Instagram supera Facebook in Italia e in UE: cresce dieci volte più velocemente. I dati del Digital Services Act mostrano un cambiamento profondo nel panorama dei social media.

    Per anni Facebook è stato considerato il centro della vita digitale, la piattaforma madre dei social media. Oggi però i dati, pubblicati di recente, ci raccontano un’altra storia.

    Instagram cresce molto più di Facebook, addirittura dieci volte di più nei Paesi UE. Un dato rilevante, che segna una svolta nel panorama dei social media in UE.

    I dati sulla Trasparenza delle piattaforme Meta

    Le informazioni arrivano dai report semestrali che le piattaforme sono obbligate a pubblicare in base al Digital Services Act (DSA), il regolamento europeo che impone trasparenza su utenti attivi e moderazione.

    Tra gennaio e giugno 2025, Facebook ha totalizzato 263,6 milioni di utenti attivi mensili nell’UE, mentre Instagram ha raggiunto 281,8 milioni.

    Ma il dato più rilevante riguarda il ritmo di crescita: Facebook è cresciuto appena dello 0,65%, mentre Instagram ha registrato un +6,17%, dieci volte tanto.

    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia
    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia

    L’Italia al terzo posto in UE per crescita

    In Italia il sorpasso è evidente. Facebook conta 36,5 milioni di utenti attivi mensili, mentre Instagram raggiunge 41,7 milioni. La differenza è di oltre 5 milioni di persone, pari a un +14,2% rispetto a Facebook.

    Un dato che conferma come Instagram sia diventato oggi il punto di riferimento per milioni di utenti italiani, non più solo la piattaforma dei giovanissimi. Nel tempo, Instagram è diventato per molti uno spazio dove ci si informa, si interagisce con brand, creator e aziende.

    Germania e Spagna: il divario più ampio

    La crescita di Instagram è ancora più impressionante in Germania e Spagna:

    • in Germania, Instagram conta 47,2 milioni di utenti, contro i 32,9 milioni di Facebook; una differenza di 14,3 milioni, pari a un +43,4%.

    • in Spagna, Facebook registra 27,1 milioni di utenti, mentre Instagram arriva a 37,5 milioni; un sorpasso di 10,4 milioni, pari al +38,3%.

    • in Francia, invece, i numeri sono più vicini; Facebook 42,9 milioni, Instagram 43,7 milioni.

    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia
    Instagram cresce più di Facebook anche in Italia – La tabella

    Perché Instagram suoera Facebook

    Instagram è riuscito a evolvere.

    Negli anni ha assorbito formati da altre piattaforme, dalle Stories “copiate” da Snapchat ai Reels “presi in prestito” da TikTok. Fino a diventare un ecosistema capace di adattarsi a diverse modalità di consumo dei contenuti.

    Facebook, invece, è rimasto legato a un modello di interazione testuale e a un’immagine percepita come meno attuale. Non ha saputo attrarre le nuove generazioni, e oggi paga una crescita ferma e un pubblico che invecchia.

    In pratica, mentre su Instagram il cambio generazionale c’è stato e si vede, su Facebook non è mai avvenuto.

    La centralità del video breve su Instagram

    Il motore principale della crescita di Instagram è il video breve.

    I Reels, oggi estesi fino a tre minuti, rappresentano il cuore dell’esperienza e trattengono l’attenzione degli utenti. È su questo terreno che Instagram sfida direttamente TikTok, che in UE continua a crescere.

    Tra l’altro, i dati sulla Trasparenza di TikTok in seno al DSA certificano che la piattaforma ha raggiunto 200 milioni di utenti attivi mensili, in aumento rispetto ai 170 milioni precedenti.

    La competizione è aperta, ma Instagram ha consolidato la sua posizione, diventando la piattaforma centrale nell’ecosistema Meta.

    Una svolta generazionale

    Possiamo quindi dire che va delineandosi un panorama molto chiaro. E Facebook non è più il punto di riferimento in UE.

    Instagram ha preso il suo posto, diventando lo spazio privilegiato non solo per intrattenimento e relazioni con creator e brand, ma anche per informarsi e costruire il proprio racconto digitale.

    È una svolta generazionale che ridefinisce le dinamiche della comunicazione online. Un sorpasso che non è solo nei numeri, ma nel linguaggio, nei formati e nella cultura digitale quotidiana degli utenti europei.

    Ascolta e guarda il video qui:

  • Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri

    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri

    Threads lancia gli allegati di testo fino a 10.000 caratteri, disponibili su mobile e web. Una funzione che cambia l’uso della piattaforma. Ecco come funziona, vantaggi, svantaggi e utilità per creator e utenti.

    C’è una esigenza ricorrente sulle piattaforme digitali, sin dalla loro nascita ormai avvenuta più di 20 anni fa. E riguarda lo spazio da riempire con pensieri e parole, come direbbe qualcuno.

    Già, pensieri, considerazioni, frasi che spesso e volentieri hanno preso forma in spazi più o meno ampi. Anzi, sin dai primi tempi in spazi assai ridotti, poi via via con spazi sempre più crescenti.

    E nonostante la trasformazione delle piattaforme, il tema dello spazio in cui scrivere è rimasto sempre centrale.

    Parliamo di questo tema perché la novità che ha introdotto la società di Zuckerberg sulla piattaforma nata per la forma scritta è degna di nota.

    Meta, infatti, ha annunciato una novità importante per Threads: a partire da ieri, 4 settembre 2025, è possibile allegare ai post blocchi di testo fino a 10.000 caratteri.

    Una scelta che cambia il modo in cui la piattaforma può essere utilizzata, avvicinandola a uno spazio capace di ospitare non solo conversazioni rapide ma anche contenuti più strutturati. Addirittura c’è chi comincia a parlare di blogging su Threads.

    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri
    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri

    Fino ad oggi Threads permetteva un massimo di 500 caratteri. Uno spazio breve, certo, ma non comparabile al vero sforzo di sintesi a cui ci aveva abituato Twitter, unico fin dai suoi esordi: prima con il limite di 140 caratteri, poi ampliato a 280.

    Nel panorama delle piattaforme digitali, anche Bluesky si muove su questa linea, mantenendo il tetto a 300 caratteri.

    Da questo punto di vista, i 500 caratteri di Threads apparivano già un terreno più comodo per scrivere post meno compressi.

    Ma ora, con gli allegati da 10.000 caratteri, si passa a un livello completamente diverso.

    Come funziona l’allegato di testo su Threads

    Per usare questa funzione non serve alcuna attivazione particolare.

    Quando si scrive un nuovo post, sotto al campo principale compare l’opzione per allegare un testo. Una volta selezionata, si apre un editor dedicato che consente di scrivere fino a 10.000 caratteri.

    Il testo allegato viene salvato come un blocco a parte. Quindi, non occupa spazio nel corpo del post, che resta sempre limitato a 500 caratteri, ma viene mostrato subito sotto come un riquadro compatto.

    L’utente che legge vede un’anteprima e può toccarla per aprire l’intero contenuto.

    All’interno dell’allegato si possono usare formattazioni (grassetto, corsivo, sottolineato, barrato) e i link aggiunti diventano cliccabili. In questo modo si possono costruire testi ben organizzati, leggibili e con riferimenti esterni facilmente accessibili.

    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri
    Su Threads si può scrivere fino a 10 mila caratteri – esempio

    Vantaggi e svantaggi di questa novità su Threads

    L’estensione a 10.000 caratteri offre indubbi vantaggi. Prima di tutto permette a creator, giornalisti e professionisti di condividere contenuti completi senza spezzarli in più post o rimandare a piattaforme esterne.

    È un passo che semplifica l’esperienza d’uso e che valorizza chi ha la necessità di argomentare.

    Ma ci sono anche possibili limiti. Un flusso di testi molto lunghi potrebbe rendere meno immediata la lettura, allontanando chi è abituato a contenuti rapidi e sintetici.

    La sfida di Meta sarà quindi bilanciare l’introduzione di questi strumenti con l’identità stessa della piattaforma, nata per favorire la conversazione veloce.

    E poi, come visto altrove, c’è la tendenza a far rimanere tutti i contenuti all’interno della piattaforma, rendendo minima la tendenza a cliccare su link esterni.

    Quest’ultima considerazione è tuttavia quasi stiracchiata perché resta sempre valida la condivisione con link. Ma ove mai prendesse piede questa modalità per cercare di rendere visibili i propri contenuti, pubblicati su altri siti o blog, per renderli più visibili, ecco che il problema del “de-link” si presenterebbe eccome.

    A chi può essere utile

    Questa funzione si rivela interessante per i creator che già oggi utilizzano Threads come spazio per divulgare e approfondire.

    Newsletter, interviste, riflessioni personali o analisi possono infatti essere pubblicate senza compromessi. Anche le aziende e le organizzazioni possono trovarne beneficio: presentazioni di progetti, annunci articolati o report trovano un formato adatto, evitando di frammentare il contenuto o rimandare a documenti esterni.

    Per tutti gli altri utenti, invece, l’utilità dipenderà dall’abitudine personale. C’è chi preferirà ancora post brevi e immediati, e chi invece coglierà l’occasione per raccontare esperienze o opinioni in modo più completo.

    Threads e allegato lungo senza costi aggiuntivi

    A differenza di quanto avviene su altre piattaforme che riservano le funzionalità avanzate agli abbonati, Meta rende disponibile questa novità a tutti gli utenti senza costi aggiuntivi.

    Un segnale chiaro che rafforza la strategia di allargare la base d’uso di Threads, puntando sulla qualità e sulla varietà dei contenuti.

    La possibilità di allegare testi fino a 10.000 caratteri rappresenta una svolta che segna la crescita di Threads.

    La piattaforma, nata per offrire un’alternativa a X, amplia ora il proprio raggio d’azione, offrendo strumenti che intercettano l’esigenza di comunicare in modo più completo.

    Resta da capire se gli utenti accoglieranno questa novità come un’opportunità per arricchire le proprie conversazioni o se continueranno a privilegiare la brevità.

    Threads prova a scrollarsi di dosso l’etichetta di social “breve”, proponendosi luogo capace di ospitare anche contenuti che richiedono tempo e attenzione. Vedremo se sarà così.

  • Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali

    Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali

    Instagram continua a impostare i formati dei contenuti visual sempre più in verticale. Da qualche settimana il formato dei post che prima era 1080×1350 px è diventato 1080×1440 px. Vediamo cosa comporta.

    Il mese di agosto è stato per Instagram un mese di novità, tutte molte interessanti. Una in particolare, quella dei repost, l’abbiamo anche trattata qui su InTime Blog.

    Ma ce n’è una che forse è passata in sordina anche perché non annunciata in maniera ufficiale. E, sicuramente, addetti ai lavori e anche semplici utenti della piattaforma avranno già intercettato.

    Come ricorderete ad inizio anno avevamo scritto delle nuove dimensioni per i nuovi formati da usare su Instagram nel 2025. Un articolo molto letto e condiviso e per questo sempre grazie a voi lettori.

    Ma torniamo di nuovo sull’argomento perché, come dicevo, c’è una novità che va evidenziata.

    Cambia il formato dei post su Instagram

    E quindi, dopo aver introdotto a inizio anno il formato verticale da 1080×1350 pixel, la piattaforma ha deciso di uniformare il formato alle misure 1080×1440 pixel, cioè 3:4.

     

    Formato Dimensioni Utilizzo
    4:5 Verticale 1080×1350 px Standard fino a oggi
    3:4 Verticale 1080×1440 px Nuovo formato per i post, identico all’anteprima dei Reel

     

    Significa che i post adesso occupano più spazio verticale sullo schermo, la stessa altezza che fino a oggi era riservata all’anteprima dei Reel.

    Di conseguenza, le immagini statiche non solo guadagnano maggiore visibilità, ma si allineano ancora di più all’esperienza video, confermando la direzione intrapresa da tempo da Instagram. Vale a dire quella di dare priorità ai formati verticali e favorire contenuti che sappiano catturare l’attenzione in un feed sempre più veloce e affollato.

    Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali
    Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali

    L’informazione è circolata in queste settimane, su Threads e su Instagram ovviamente, dove alcuni utenti hanno iniziato a segnalare la novità.

    Complice anche il pieno periodo estivo la cosa è scivolata via senza molta attenzione, ma merita perché riguarda un aspetto importante, e quotidiano, del lavoro di chi crea contenuti.

    Ed è per questo che torno sull’argomento, dopo aver già trattato il tema delle nuove dimensioni dei formati su Instagram, edizione 2025.

    Vediamo cosa comporta il nuovo formato

    Il passaggio da 1350 a 1440 pixel di altezza può sembrare un dettaglio tecnico di poco conto. In realtà, avere novanta pixel in più significa conquistare più spazio visivo, quindi più possibilità che l’occhio dell’utente si soffermi sul contenuto.

    È un vantaggio competitivo in un contesto in cui ogni elemento, anche minimo, incide sull’engagement. E non va trascurato il fatto che questo nuovo formato avvicina ulteriormente i post statici ai Reel, rendendo il feed più coerente e uniforme.

    Dal punto di vista pratico, chi lavora con grafiche preimpostate dovrà, di nuovo, aggiornare i propri template e prestare maggiore attenzione alla cosiddetta “zona sicura”, mantenendo testi e loghi ben centrati per evitare che vengano tagliati o risultino poco leggibili.

    Su Instagram le dimensioni dei post sono sempre più verticali
    Nuovi formati post Instagram 2025

    Il formato dei post è sempre più verticale

    Al momento, non tutti gli strumenti di scheduling sono ancora pronti a supportare questo formato, quindi sarà necessario verificare la compatibilità e fare test prima di pianificare contenuti in modo sistematico.

    Instagram, ancora una volta, dimostra di puntare decisamente sull’esperienza utente sempre più verticale.

    Con i 1080×1440 pixel, il feed cambia progressivamente volto e porta creator, brand e social media manager a ripensare le proprie strategie visive.

    È un cambiamento piccolo solo in apparenza, ma che ci ricorda come questo ecosistema digitale sia sempre in movimento e va monitorato costantemente.

  • Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia

    Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia

    Instagram lancia la funzione repost, permettendo agli utenti di rilanciare contenuti altrui nel feed. Un cambiamento che apre nuove prospettive per creator, aziende e strategie di visibilità.

    Dopo anni di attesa, possiamo dirlo, Instagram ha ufficialmente introdotto la funzione di repost. Si tratta di una novità che, potenzialmente, potrebbe cambiare le dinamiche della piattaforma, portando per la prima volta la possibilità di ripubblicare post e Reels di altri utenti nel proprio feed.

    Una mossa che ci dà qualche indicazione sulla direzione che Instagram vorrebbe prendere.

    Ma va detto, è un passaggio che mostra il tentativo della piattaforma di riattivare una dimensione più relazionale, in cui il valore di un contenuto può passare anche dalla condivisione da parte di altri utenti. Ma senza cambiare le logiche dell’algoritmo che restano centrali nella distribuzione dei contenuti nel feed.

    Cosa significa “repost” e come funziona su Instagram

    Con repost si intende la possibilità di condividere nel proprio profilo contenuti già pubblicati da altri, aumentando loro la visibilità che normalmente si avrebbe con un post originale.

    È una funzione che gli utenti attendevano da tempo, già largamente diffusa su altre piattaforme social media. E che ora fa il suo ingresso anche nell’ecosistema di Instagram.

    La dinamica è semplice. Quando si visualizza un Reel o un post pubblico, si può ora selezionare l’opzione per ripubblicarlo, individuabile dall’icona delle due frecce che formano un quadrato.

    Il contenuto comparirà nel feed dei propri follower e verrà archiviato in una nuova scheda “Reposts” all’interno del profilo. È possibile taggare altri utenti nel momento della ricondivisione, ma non è possibile aggiungere (ancora) un testo di accompagnamento.

    Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia
    Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia

    Perché repost su Instagram arriva ora

    Come ben sappiamo, Instagram non è nuovo a “copiare” funzionalità attive altrove e a riportarle sulla propria app. Le Stories da Snapchat, i Reels da TikTok, ora il Repost da X (ex Twitter) o TikTok ne sono la dimostrazione.

    Ma anche stavolta non si tratta solo di un banale “copia-incolla” di funzionalità. La scelta di introdurre i repost potrebbe inserirsi in un contesto più ampio in cui Instagram cerca di recuperare una componente relazionale, come si diceva all’inizio, che negli ultimi anni si è andata perdendo, prediligendo contenuti che “funzionavano” per l’algoritmo e meno per gli utenti.

    Con questa novità, la piattaforma vuole tornare ad essere un luogo in cui si prova a recuperare un certo tipo di ricondivisione più diretta.

    L’introduzione del repost sembra andare nella direzione di una maggiore visibilità dei contenuti e delle connessioni tra utenti. Un tentativo di far circolare i contenuti anche attraverso le scelte individuali, e non solo per effetto dell’algoritmo.

    Dove esiste già il repost (e cosa cambia per Instagram)

    Il concetto di repost non è nuovo. Su X (ex Twitter), è storicamente un elemento fondante. Il retweet ha trasformato la viralità in linguaggio.

    Su Facebook, la condivisione di post ha da sempre svolto una funzione simile, anche se meno codificata.

    Su TikTok, il pulsante per ripubblicare un video esiste già da tempo, con una logica simile: dare impulso a ciò che si considera rilevante, divertente o utile.

    Anche su Threads, la piattaforma testuale di Instagram, la funzione repost è presente fin dal lancio.

    Instagram si è mossa più lentamente.

    Per anni si è preferito rimanere assenti in questo ambito, lasciando che gli utenti si arrangiassero con altre soluzioni e, in alcuni casi, anche con app terze.

    Ora decide di inglobare questa dinamica direttamente nel suo sistema, dando uniformità a un comportamento già diffuso. E questo segna una svolta.

    Cosa cambia per utenti, creator e aziende

    L’introduzione del repost amplifica la portata organica dei contenuti. Un contenuto che viene ripubblicato da più utenti può circolare in modo molto più esteso, raggiungendo pubblici che altrimenti non avrebbero mai incrociato quel post. Per gli utenti, è un’opportunità per condividere contenuti interessanti e rilevanti.

    Per i creator è una nuova opportunità per rendere più visibili i propri contenuti. Ogni repost può potenzialmente generare nuovo interesse, follower, engagement. La logica premia i contenuti capaci di stimolare reazioni e condivisioni.

    Per le aziende, la funzione potrebbe diventare uno strumento strategico. I contenuti più efficaci potranno essere rilanciati direttamente dai clienti o dai dipendenti, generando un passaparola genuino. Inoltre, si aprono scenari interessanti per il branded content e per la valorizzazione dei contenuti generati dagli utenti (user generated content), con una distribuzione più fluida e integrata nella piattaforma.

    Instagram repost, una sfida alla saturazione

    In un momento in cui l’algoritmo di Instagram sembra faticare a proporre contenuti davvero rilevanti per ogni singolo utente, il repost rappresenta una sorta di filtro più umano.

    È l’utente stesso che prova a curare ciò che vale la pena vedere. Una dinamica che, se ben utilizzata, può ridurre la saturazione e restituire centralità alla relazione tra utenti, ridando slancio ai contenuti.

    Ma questo comporta anche delle responsabilità. Il rischio che la funzione venga usata solo per far circolare contenuti sensazionalistici o già virali, svuotando di significato la stessa funzionalità, è dietro l’angolo.

    Instagram repost, una funzione che mira a cambiare molto

    A prima vista potrebbe sembrare solo una nuova icona da cliccare, un dettaglio minimo. È una funzione semplice, ma potenzialmente significativa per l’uso quotidiano della piattaforma.

    La funzionalità del repost non rivoluzionerà Instagram, questo è sicuro. Ma introduce sicuramente una nuova possibilità che è quella di rilanciare contenuti altrui in modo nativo, senza passaggi esterni.

    Una funzione semplice, che potrebbe influenzare la circolazione dei contenuti, dando più spazio alle scelte degli utenti. Oltre a quelle dell’algoritmo, sia chiaro.

  • Meta rischia di perdere Instagram e WhatsApp, ecco perché

    Meta rischia di perdere Instagram e WhatsApp, ecco perché

    Il processo antitrust che vede FTC contro Meta è senza dubbio storico. Al centro le acquisizioni di Instagram e WhatsApp, con l’obiettivo di separarle dall’azienda. Un caso che potrebbe cambiare il futuro dei social media.

    È iniziato in questi giorni, a Washington, uno dei più importanti, proprio per la sua natura, processi antitrust della storia recente.

    Infatti, si è di fronte ad un processo il cui risultato potrebbe cambiare radicalmente lo scenario dei social media. Quelle piattaforme digitali che ormai stanno plasmando le nostre esistenze.

    Il caso investe direttamente Meta Platforms, l’azienda guidata – e co-fondata – da Mark Zuckerberg, chiamata a rispondere in tribunale alle accuse mosse dalla Federal Trade Commission (FTC).

    L’obiettivo dichiarato dell’agenzia governativa per il commercio è quello di spezzare il colosso dei social media, forzando la separazione delle sue due più celebri acquisizioni, Instagram e WhatsApp.

    Una vicenda che rimette al centro del dibattito il tema della concentrazione di potere tecnologico e che potrebbe ridefinire, come dicevamo prima, il nostro rapporto con le piattaforme digitali.

    Meta rischia di perdere Instagram e WhatsApp, ecco perché
    Meta rischia di perdere Instagram e WhatsApp, ecco perché

    Una lunga battaglia che arriva in aula

    Le acquisizioni di Instagram nel 2012 e di WhatsApp nel 2014 sono state approvate all’epoca senza opposizioni rilevanti. Ma nel corso dell’ultimo decennio, la crescente preoccupazione per il potere esercitato dalle big tech ha spinto le autorità a rivedere il passato con occhi diversi.

    La vicenda ha origine nel dicembre 2020, quando la Federal Trade Commission avvia la sua prima azione legale contro Meta (allora ancora Facebook), accusandola di pratiche anticoncorrenziali legate alle acquisizioni di Instagram e WhatsApp.

    Dopo un primo rigetto nel 2021, la FTC presenta una versione aggiornata della denuncia che viene accolta, aprendo così la strada al processo odierno.

    Ricorderete anche che nel 2020 c’era Donald Trump alla Casa Bianca. I rapporti all’epoca tra il presidente Usa e il fondatore di Facebook non erano idilliaci.

    La FTC accusa Meta di aver agito in modo deliberato per soffocare la concorrenza, acquisendo quelle che già allora erano considerate minacce emergenti.

    A sostegno di questa tesi, l’agenzia ha portato in aula messaggi interni in cui Zuckerberg scriveva: “Meglio comprarli che competere”- Buy or bury.

    Un passaggio che potrebbe diventare il simbolo stesso del caso.

    Secondo la FTC, quelle acquisizioni non hanno avuto lo scopo di innovare, ma di impedire che altri potessero farlo. Una visione che, se accolta dal tribunale, potrebbe portare a una sentenza storica: la separazione forzata di Instagram e WhatsApp da Meta.

    In buona sostanza, FTC contesta a Meta il fatto che questa espansione dell’azienda e delle piattaforme è andata oltre

    La difesa: “Non siamo un monopolio”

    Dal canto suo, Meta respinge ogni accusa. La linea difensiva è chiara: il mercato dei social media è oggi più competitivo che mai. TikTok, YouTube, X (l’ex Twitter), iMessage e nuove piattaforme emergenti rendono lo scenario attuale molto diverso da quello del 2012.

    Meta insiste anche sul fatto che le acquisizioni abbiano prodotto valore per i consumatori. Instagram, ad esempio, ha evoluto le proprie funzionalità, introducendo Stories, Reels, funzioni di e-commerce e strumenti per creator che difficilmente avrebbe potuto sviluppare in autonomia. WhatsApp è diventata una piattaforma globale, sicura e affidabile anche grazie agli investimenti di Meta.

    La difesa punta inoltre il dito contro la revisione postuma delle acquisizioni: “All’epoca furono approvate, ora vengono messe in discussione. Come possono le aziende operare in un clima simile di incertezza normativa?”, è l’obiezione di fondo.

    Una partita anche politica

    Non è un caso che il processo arrivi in un momento delicato anche dal punto di vista politico. L’amministrazione Trump ha rimosso recentemente due commissari democratici dalla FTC, alterandone l’equilibrio interno. Contestualmente, Meta ha intensificato le attività di lobbying, cercando un’intesa che potesse evitare il processo.

    Ma l’attuale presidente della FTC, Andrew Ferguson, ha deciso di andare avanti, dichiarando l’intenzione di portare fino in fondo la battaglia legale. A presiedere il caso è il giudice James Boasberg, che in passato si era mostrato scettico verso alcune argomentazioni della FTC, ma ha deciso di non bloccare il procedimento, ritenendo le accuse meritevoli di un processo completo.


    Guarda il video


    Le parole di Sheryl Sandberg

    Il dibattimento si annuncia lungo e articolato. Era attesa la testimonianza di Mark Zuckerberg, ma anche quella di Sheryl Sandberg (ex COO di Meta) e di altri alti dirigenti dell’azienda.

    Alla Sandberg, nella sua prima comparsa davanti alla commissione, è stato chiedo conto delle email in cui si parlava di Google+, oggi non più attivo. Nel 2011 Google voleva fare pubblicità su Facebook del suo social network, ma dalle email risulta che la Sandberg abbia scritto: “Bloccherei Google”.

    Tutte frasi ed espressioni che in questi contesti vengono usate contro dalla controparte e che possono delineare scenari evocati proprio dalla controparte. La Sandberg è attesa di nuovo davanti al giudice.

    Verranno poi ascoltate anche aziende concorrenti come Snap, Pinterest e TikTok, chiamate a spiegare come l’influenza di Meta abbia modellato — o limitato — l’ecosistema dei social media.

    Il processo proseguirà nei prossimi mesi e si prevede che durerà fino a luglio 2025. Una sentenza che imponga lo spacchettamento di Meta rappresenterebbe un evento senza precedenti dai tempi delle storiche battaglie antitrust contro AT&T e Microsoft.

    Una questione che va oltre Meta

    Ma al di là del destino di Instagram e WhatsApp, questo processo è anche un banco di prova per la regolamentazione delle grandi piattaforme tecnologiche. Quali limiti deve avere il potere di aziende private nel plasmare le nostre interazioni digitali? Quando un’acquisizione diventa un abuso? E quanto possiamo contare sulle istituzioni per vigilare su un settore che si evolve più rapidamente delle leggi?

    Il processo FTC contro Meta non è solo una questione giuridica.

    Rappresenta un serio momento di riflessione sul futuro dell’equilibrio tra innovazione, concorrenza e libertà digitale. Una riflessione che ci riguarda tutti.

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