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  • Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    I documenti depositati nella causa Musk contro OpenAI rivelano messaggi privati tra i due CEO. Zuckerberg offrì supporto al DOGE e Musk propose un’offerta congiunta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una convergenza strategica che ribalta anni di rivalità pubblica.

    Mark Zuckerberg si è offerto di aiutare Elon Musk e il suo DOGE.

    Lo rivelano i documenti depositati venerdì scorso nell’ambito della causa che Musk ha intentato contro Sam Altman e OpenAI, e vale la pena soffermarsi un attimo perché racconta molto più di un semplice scambio di messaggi tra due miliardari.

    Vi ricordate dove li avevamo lasciati? Era il 2023, e i due si stavano organizzando per sfidarsi a duello, un combattimento che avrebbe dovuto tenersi addirittura al Colosseo, con l’allora ministro Sangiuliano che si era offerto come mediatore istituzionale per ospitare lo scontro del secolo.

    L’inizio della rivalità tra Zuckerberg e Musk

    Una rivalità che in realtà affondava le radici molto più indietro. Un esempio si ebbe nel 2016, quando l’esplosione di un razzo SpaceX distrusse un satellite Facebook che si trovava a bordo. Da quel momento in poi i due sono andati avanti con provocazioni reciproche e dichiarazioni al vetriolo.

    Eppure, nel corso dell’ultimo periodo, qualcosa è cambiato, e i documenti giudiziari ci permettono oggi di ricostruire la sequenza con una certa precisione.

    Il primo segnale risale al 13 dicembre 2024, quando Zuckerberg scrisse a Musk per avvisarlo personalmente che qualcuno aveva fatto trapelare la lettera con cui Meta chiedeva all’Attorney General della California di bloccare la transizione di OpenAI verso un modello for-profit. Una lettera in cui Meta sosteneva esplicitamente che Musk fosse “qualificato e ben posizionato per rappresentare gli interessi dei californiani” nella sua battaglia legale contro Altman.

    Zuckerberg e Musk, insieme nel segno di Trump

    Poi è arrivato il 20 gennaio 2025, il giorno dell’insediamento di Trump, e la scena che si è presentata agli occhi del mondo ha reso evidente ciò che stava accadendo.

    Musk, Zuckerberg, Bezos e Pichai sedevano insieme in prima fila, più vicini al nuovo presidente di molti dei suoi stessi consiglieri, gli unici non familiari in grado letteralmente di sussurrare all’orecchio di Trump o Vance dal palco.

    Ciascuno di loro aveva versato un milione di dollari per l’evento, e Zuckerberg aveva annunciato pochi giorni prima l’abbandono del fact-checking sulle piattaforme Meta, una svolta che segnava un allineamento politico ormai inequivocabile.

    Ma è il 3 febbraio 2025 che la convergenza diventa operativa, come riportano i documenti.

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici
    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    E uniti contro OpenAI di Sam Altman

    Alle 22:04, Zuckerberg scrive a Musk congratulandosi per i progressi del DOGE e offrendo supporto concreto: i suoi team sono pronti a rimuovere i contenuti che minacciano o fanno doxxing ai collaboratori di Musk. “Fammi sapere se c’è qualcos’altro che posso fare per aiutare”, conclude.

    Meno di mezz’ora dopo, Musk risponde con un cuore e rilancia: “Sei aperto all’idea di fare un’offerta per la proprietà intellettuale di OpenAI con me e alcuni altri?”. Zuckerberg propone di discuterne a voce, Musk dice che chiamerà la mattina dopo.

    Una settimana più tardi, il 10 febbraio, un consorzio guidato da xAI presenta un’offerta non sollecitata da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI, con l’obiettivo dichiarato di bloccare la sua trasformazione in società for-profit. Zuckerberg alla fine non firmò la lettera d’intenti e il board di OpenAI respinse l’offerta, ma il fatto che l’ipotesi sia stata contemplata racconta una storia che va ben oltre i rapporti personali tra i due.

    Zuckerberg, Musk e Trump: una convergenza strategica

    Quello che emerge da questa ricostruzione è un quadro di convergenza strategica guidata da interessi comuni. OpenAI e Sam Altman rappresentano una minaccia esistenziale sia per xAI di Musk che per gli investimenti di Meta nell’intelligenza artificiale, e questo ha creato le condizioni per un allineamento che sarebbe stato impensabile solo due anni fa.

    A questo si aggiunge l’abbraccio condiviso dell’amministrazione Trump, con Meta che ha abbandonato le politiche di moderazione dei contenuti proprio alla vigilia dell’insediamento, e la consapevolezza che la transizione di OpenAI verso il for-profit minaccia entrambi i loro modelli di business.

    Un abbraccio che proprio in questi giorni ha trovato una nuova formalizzazione: mercoledì scorso Trump ha nominato Zuckerberg nel President’s Council of Advisors on Science and Technology, il panel che fornirà consulenza alla Casa Bianca su intelligenza artificiale e politiche tecnologiche.

    Dal duello al Colosseo all’offerta congiunta per OpenAI il passo è stato più breve di quanto chiunque potesse immaginare, e forse questo ci dice qualcosa su come funzionano davvero le dinamiche di potere nella Silicon Valley di oggi.

  • La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media

    La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media

    Una giuria di Los Angeles ha condannato Meta e YouTube per aver progettato piattaforme che creano dipendenza nei minori. È la prima sentenza di questo tipo nella storia. I 6 milioni di dollari di risarcimento sono una cifra simbolica, ma il principio che si afferma potrebbe cambiare per sempre il modo in cui pensiamo ai social media.

    Da anni si sostiene che i social media stanno cambiando, ed è vero. Ma molto spesso quando si fa questa affermazione non ci si rende davvero conto in cosa consista in questo cambiamento.

    Infatti, non sempre ce ne accorgiamo subito, perché il cambiamento vero raramente arriva con i titoli cubitali che ci aspetteremmo. Ma la data 25 marzo 2026 verrà ricordata per essere quello momento specifico in cui le piattaforme social media sono davvero cambiate.

    In un’aula di tribunale di Los Angeles, dodici persone comuni hanno stabilito qualcosa che nessuna istituzione, o quasi, era riuscita a stabilire prima: le piattaforme social possono essere ritenute responsabili per il modo in cui sono progettateNon per i contenuti che ospitano, ma per il design stesso.

    Come già raccontato su queste pagine, la sentenza riguarda una ragazza californiana, identificata con le iniziali K.G.M., che ha citato in giudizio Meta e Google. Come detto in altre situazioni, Kaley iniziato a usare YouTube a sei anni, Instagram a nove. Di fronte alla giuria ha raccontato di aver sviluppato depressione, dismorfismo corporeo, pensieri suicidi. Ma la cosa più importante non è la sua storia personale, per quanto drammatica, è il principio giuridico che questa sentenza afferma.

    La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media
    La sentenza del caso KGM segna la fine di un’era dei social media

    Il design dei social media provoca dipendenza

    Per decenni le piattaforme digitali sono state protette dalla Sezione 230 del Communications Decency Act, una norma americana che le esonera dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

    È stata la base giuridica su cui si è costruito l’intero ecosistema dei social media. Ma questa sentenza aggira completamente quel principio. Non accusa Meta e YouTube per i video visti dalla ragazza o per i post che ha letto. Invece li accusa per lo scroll infinito, per le notifiche che interrompono il sonno, per i filtri di bellezza che alterano la percezione di sé, per i loop di engagement progettati per trattenere gli utenti il più a lungo possibile.

    In altre parole: il problema non è cosa c’è sulla piattaforma, ma è come funziona la piattaforma. È una distinzione sottile ma decisiva, e la giuria l’ha accolta. I documenti interni presentati in aula hanno mostrato che Meta sapeva esattamente cosa stesse facendo. Un memo aziendale recitava, traduco io: “Se vogliamo vincere alla grande con i teenager, dobbiamo portarli dentro come tweens”. Un altro documento stimava il valore economico di un tredicenne in circa 270 dollari, sulla base del fatto che gli utenti più giovani hanno una ritenzione a lungo termine molto più alta. La giuria ha visto questi documenti e ha tratto le sue conclusioni.

    6 milioni di dollari simbolici ma sono un precedente

    Diciamolo, sei milioni di dollari per aziende che valgono più di mille miliardi sono una cifra irrilevante e Meta non accuserà nemmeno il colpo.

    Ma non è questo il punto, il punto è che esistono oltre duemila cause simili solo in California, e più di diecimila a livello nazionale negli Stati Uniti. Questa sentenza era un test, quello che in gergo legale si chiama bellwether trial: un processo apripista che serve a capire se una certa teoria giuridica può reggere in tribunale.

    Il confronto che molti stanno facendo è con le cause contro l’industria del tabacco negli anni Novanta. È un parallelo che ha senso, fino ad un certo punto. Anche allora i documenti interni delle aziende dimostrarono che sapevano dei danni causati dal fumo. E anche allora la difesa si basò sulla responsabilità individuale del consumatore. Le prime sentenze furono simboliche, prima che l’intero sistema crollasse. Ma tra i due casi ci sono differenze importanti.

    Il tabacco causava danni fisici misurabili attraverso l’ingestione di una sostanza. Mentre la dipendenza da social media non è ancora riconosciuta ufficialmente come diagnosi clinica. E soprattutto: nessuno vuole abolire i social media, mentre abolire il fumo era un obiettivo ragionevole.

    Forse il parallelo più calzante è un altro, quello con la sicurezza automobilistica degli anni Sessanta. Le automobili non furono abolite, ad un certo punto ci si rese conto che andavano riprogettate con cinture di sicurezza, airbag e altri sistemi di sicurezza.

    Il principio che si affermò allora è lo stesso che potrebbe affermarsi oggi. Ossia, se un prodotto può essere reso più sicuro senza comprometterne la funzione, allora si deve fare in modo che lo diventi.

    I social media provocano dipendenza

    In aula è stata usata una parola che le piattaforme hanno sempre rifiutato: dipendenza.

    Una psichiatra di Stanford ha testimoniato che lo scrolling compulsivo attiva gli stessi circuiti cerebrali della ricompensa attivati dalle droghe, con brevi scariche di dopamina che addestrano gli utenti a cercare continuamente la prossima «meta». Gli studi di neuroimaging mostrano alterazioni cerebrali simili a quelle osservate nella dipendenza dal gioco d’azzardo.

    È un punto su cui vale la pena soffermarsi. Perché la difesa delle piattaforme si è sempre basata su un argomento apparentemente ragionevole: le persone scelgono liberamente di usare questi servizi, quindi la responsabilità è loro.

    Ma se il servizio è progettato specificamente per compromettere la capacità di scelta, allora l’argomento crolla. E questa è esattamente la tesi che la giuria ha accolto.

    La giuria ha anche stabilito che Meta e YouTube hanno agito con dolo, cioè con consapevolezza del danno, o con deliberata indifferenza verso le conseguenze delle proprie scelte progettuali. È una soglia giuridica particolarmente alta nel sistema americano. Non è stata una svista, è stata una scelta deliberata.

    Social media e dipendenza, il contesto UE e italiano

    Questa sentenza arriva dagli Stati Uniti, ma le sue implicazioni ci riguardano direttamente. L’Unione Europea ha già un quadro normativo avanzato con il Digital Services Act, che obbliga le piattaforme accessibili ai minori ad adottare misure per garantire privacy e sicurezza. Le linee guida della Commissione pubblicate nel 2025 raccomandano account dei minori impostati come privati di default, disattivazione di funzionalità che promuovono l’uso eccessivo come autoplay e notifiche notturne, divieto di pubblicità mirata ai minori. La Commissione ha già avviato procedimenti formali contro TikTok.

    In Italia il quadro è più complesso. L’età del consenso digitale è fissata a 14 anni e il Senato sta discutendo un disegno di legge per alzarla  e l’AGCOM ha approvato regolamenti sulla verifica dell’età. Inoltre, una class-action contro Meta e TikTok è stata promossa presso il Tribunale delle Imprese di Milano.

    A tutto questo si aggiunge che l’Istituto Superiore di Sanità stima circa 100.000 adolescenti italiani a rischio di dipendenza da social media. Ma l’approccio italiano resta orientato verso l’educazione digitale piuttosto che verso il divieto o la regolamentazione stringente. Staremo a vedere se questa sentenza americana cambierà qualcosa anche da noi.

    Cosa significa davvero questa sentenza per i social media

    Molti commentatori stanno dicendo che questa sentenza segna la fine dei social media. Non è così, e sarebbe sbagliato raccontarla in questi termini. Quello che questa sentenza segna è la fine di una certa idea di social media: quella in cui le piattaforme potevano progettare qualsiasi meccanismo di engagement senza doversi preoccupare delle conseguenze. Ecco, quella fase è finita.

    Ma c’è un altro aspetto su cui dovremmo riflettere, e che riguarda il futuro più che il passato. I social media che hanno causato i danni a KGM erano già pienamente algoritmici, progettati per massimizzare il tempo sulla piattaforma attraverso sistemi di raccomandazione e loop di engagement.

    Oggi quei sistemi si stanno evolvendo in qualcosa di ancora più pervasivo con l’intelligenza artificiale.

    Meta sta integrando chatbot basati su intelligenza artificiale generativa in Instagram e WhatsApp. Google sta facendo lo stesso con Gemini nei propri servizi. Sono prodotti progettati per creare conversazioni prolungate, relazioni continuative, interazioni che si ripetono giorno dopo giorno.

    Il principio affermato da questa sentenza, e cioè che il design di un prodotto digitale può essere considerato pericoloso se crea dipendenza, potrebbe applicarsi anche a questi nuovi sistemi.

    Se questa sentenza ci insegna qualcosa, è che non possiamo aspettare vent’anni per capire se questi nuovi prodotti stanno causando danni. Dobbiamo agire prima  e questa sentenza ci deve servire da monito. Perché i casi come quello della ragazza californiana potrebbero moltiplicarsi, e in forme ancora più gravi, se non interveniamo ora.

    La partita, va detto, è tutt’altro che chiusa. Meta e YouTube hanno annunciato che faranno appello e le prossime cause potrebbero avere esiti diversi.

    Ma qualcosa si è rotto nel rapporto tra le piattaforme e la società tutta. E difficilmente si potrà tornare indietro.

    Staremo a vedere come si evolverà questa storia.

  • Mark Zuckerberg presto parlerà su Cambridge Analytica e Facebook recupera a Wall Street

    Mark Zuckerberg presto parlerà su Cambridge Analytica e Facebook recupera a Wall Street

    Da giorni Mark Zuckerberg è sparito dalla circolazione, precisamente da quando è esploso il caso Cambridge Analytica. Negli ultimi giorni era nato l’hashtag #WhereIsMark su Twitter. Ma un portavoce di Menlo Park ha fatto sapere che il CEO e fondatore di Facebook parlerà nelle prossime 24 ore e il titolo FB a Wall Street inverte la rotta e comincia a guadagnare di nuovo: +3%.

    In molti si sono chiesti in questi giorni in cui è esploso il caso Cambridge Analytica che fine avesse fatto Mark Zuckerberg, CEO e fondatore di Facebook, di solito sempre molto presente sul suo social network. Un silenzio comprensibile, fino ad un certo punto. Zuckerberg ha sicuramente sentito il bisogno di avere tempo per raccogliere le idee e presentarsi al mondo per dare la sua versione, insieme ad una soluzione convincente. Ma ora sembra che Zuckerberg sia pronto per rompere il silenzio, un portavoce oggi ha riferito alla NBC che il CEO parlerà nelle prossime 24 ore. Ovviamente dovrà dare qualche spiegazione su quanto accaduto e rispondere alle tante richieste di chiarimenti che arrivano da ogni parte del mondo. In particolare, deve dare risposta al parlamento di Londra e quello europeo che lo hanno convocato per chiarimenti.

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    E, come avevamo previsto, è bastato che si diffondesse la notizia che Zuckerberg parlerà presto perchè il titolo FB in borsa invertisse la rotta. Infatti, il titolo dopo due giorni in cui ha ceduto circa 50 miliardi di capitazzazione, sta guadagnando adesso il 3%.

    facebook cambridge analytica wall-street

    Il silenzio di Zuckerberg, ma anche quello di alcuni dirigenti come Sheryl Sandberg, COO di Facebook, ha sicuramente pesato ulteriormente su una situazione ormai incandescente. Su Twitter in questi ultimi giorni, negli usa, impazza l’hashtag #WhereIsMark.

    Cosa dirà Mark Zuckerberg? Certamente dovrà cercare di riportare un clima di fiducia, operazione non facile, ma non impossibile. Dovrà per forza fornire qualche spiegazione ed essere convincente. Ricordiamo che in questi giorni Alex Stamos ha annunciato che abbandonerà Facebook entro agosto, è la prima testa che cade finora. serve riportare un clima di tranquillità e annunciare qualche operazione che sia di rottura con il passato. Zuckerberg deve farlo per far calare la pressione politica sulla sua azienda e per ridare fiato al titolo in borsa.

    Ovviamente riporteremo qui ciò che Zuckerberg dirà per commentarlo insieme a voi.

  • Facebook, nuovo crollo a Wall Street e il Parlamento UE convoca Mark Zuckerberg

    Facebook, nuovo crollo a Wall Street e il Parlamento UE convoca Mark Zuckerberg

    Facebook fa registrare un nuovo crollo a Wall Street anche oggi, perde adesso il 5,5%. E mentre il capo della sicurezza ha annunciato il suo addio entro agosto, il Parlamento Europeo convoca il CEO e fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, come annunciato dal presidente Antonio Tajani in un tweet.

    La giornata di ieri è stata nera per Facebook, che ha perso il 6,7% a Wall Street, e per quasi tutti i titoli tech che hanno chiuso in perdita, e la giornata odierna per l’azienda di Menlo Park non si annuncia tanto diversa. Il titolo FB apre a 167,47 dollari, dopo un massimo di 170, recuperando qualcosa, ha ripreso a scendere, facendo registrare adesso 163 dollari, con un calo del 5,5%. Si tratta quindi di un nuovo calo che riflette un’altra giornata difficile per Facebook iniziata con l’annuncio del prossimo addio di Alex Stamos, responsabile della sicurezza di Facebook, che abbandonerà del tutto l’azienda entro il prossimo mese di agosto, e dalla convocazione di Mark Zuckerberg da parte del Parlamento Europeo, come annunciato da un tweet del presidente Antonio Tajani.

    Un appunto per quanto riguarda gli altri titoli, buona parte fa registrare una lieve ripresa rispetto alla giornata di ieri, a parte un nuovo crollo di Twitter che perde l’8,2% (era arrivato a cedere anche 9,7%), vanificando quanto di buono aveva realizzato nelle scorse settimane. In calo ancora Snapchat che perde più del 3%.

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    cambridge analytica facebook gate wall street calo

    Come dicevamo all’inizio, Mark Zuckerberg è stato convocato dal Parlamento Europeo, lo riporta il tweet del presidente del parlamento, Antonio Tajani:

    https://twitter.com/EP_President/status/976119350112538629

    “Abbiamo invitato Mark Zuckerberg al Parlamento Europeo.” – scrive Tajani – “Facebook deve chiarire ai rappresentanti di 500 milioni di europei che i dati personali non vengono usati per manipolare la democrazia.”

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    E si muove anche il Parlamento Uk, la Commissione parlamentare britannica sulla Cultura, i Media e il Digitale ha chiesto a Mark Zuckerberg di comparire per un’audizione sullo scandalo relativo all’abuso dei dati di milioni di utenti che coinvolge Facebook e la società di consulenza politica Cambridge Analytica. Lo ha reso noto il presidente della commissione, Damian Collins, citando una sua lettera al patron del colosso Usa del web in cui si accusa il management dell’azienda di aver “ingannato” l’organismo in precedenti audizioni (fonte: Ansa).

    Insomma, accuse esanti e una situazione molto difficile per Facebook che potrebbe sbloccarsi proprio con le prossime audizioni del fondatore Zuckerberg. Le sue dichiarazioni potrebbero risollevare la situazione. Staremo a vedere.

  • Facebook cambia: sul News Feed le interazioni ora sono più rilevanti dei contenuti

    Facebook cambia: sul News Feed le interazioni ora sono più rilevanti dei contenuti

    A distanza di qualche giorno dalla pubblicazione del post con il proposito per il 2018 di “risolvere i problemi di Facebook”, Mark Zuckerberg in un post ha spiegato che da oggi il news feed comincerà a mettere in evidenza le notizie su parametri diversi. Da oggi le interazioni saranno più rilevanti dei contenuti.

    Sono passati solo pochi giorni da quando Mark Zuckerberg, fondatore e CEO di Facebook, in un post sulla sua piattaforma scrisse che il 2018 sarà per lui l’anno in cui risolvere i problemi che riguardano Facebook. In effetti il 2017 è stato un anno difficile per Facebook con la vicenda delle fake news, delle infiltrazioni dall’esterno, del Russia Gate. Insomma, i problemi non sono mancati davvero.

    facebook news feed interazioni contenuti

    In questa ottica si può anche spiegare il nuovo cambio di paradigma che riguarderà il news feed, ossia il cuore di Facebook. Come sappiamo, e come più volte lo stesso Zuckerberg ha ripetuto, obiettivo di Facebook è quello di connettere le persone sulla piattaforma al fine di trovare contenuti per loro rilevanti. Questo era la modalità con cui il news feed gestiva la rilevanza dei contenuti fino a ieri. Da ieri, così come spiegato dallo stesso Zuckerberg, la modalità cambia. Dalla rilevanza dei contenuti per gli utenti, si passa alla rilevanza delle interazioni. “Significative interazioni sociali”, così ha scritto Zuckerberg nel suo post.

    https://www.facebook.com/zuck/posts/10104413015393571

    Questo comporterà che i contenuti che vedremo più spesso in cime al nostro news feed saranno quelli che otterranno più commenti e più condivisioni, non basterà più quindi avere un numero elevato di like se poi non ci sono commenti a quel contenuto. E questo avrà delle ricadute, negative, anche sui contenuti editoriali e sui contenuti delle aziende. E’ forse questo un altro passo avanti verso quello di cui si parlava un paio di mesi fa a proposito di un doppio news feed? Sì, potrebbe essere, nel senso che Facebook alla fine potrebbe fare in modo che il feed “Esplora” diventi quello in cui si troveranno i contenuti delle pagine, quelle dei brand e quelli editoriali, separato da quello che riguarderà i contenuti condivisi dagli “amici”.

    In ogni caso, siamo di fronte ad uno dei cambiamenti più significativi che riguardano il news feed degli ultimi anni. Facebook comincerà quindi a rendere meno rilevanti contenuti virali ed editoriali, che di solito ottengono molti “like”, per enfatizzare di più i contenuti condivisi da persone a noi amiche, come ad esempio può essere un video di un nostro amico da New York, un tipico contenuto che mette “positività” alle persone e che realizza una notevole interazione. Vedremo quindi più aggiornamenti da parte di persone che fanno parte del nostro network.

    Facebook si pone quindi l’obiettivo di contrastare il “contenuto passivo”, quello caratterizzato da una forte valenza virale ma con scarse interazioni, ed enfatizzare il “contenuto attivo”, quello che, indipendentemente dalla sua carica virale, crea una forte interazione. Si tratta quindi di contenuti “positivi” quelli che Facebook vuole farci vedere di più.

    https://www.facebook.com/facebook/videos/10156988765141729/

    Dovremo quindi abituarci a vedere di più video e più contenuti che riguardano la vita personale.

    Ma siamo sicuri che questo possa davvero funzionare?

    Sono già stati sollevati dei dubbi riguardo a questo aspetto, soprattutto in relazione al fatto che, come già tutt’ora capita spesso, uno dei rischi è quello di enfatizzare contenuti sì personali ma che possano essere anche rivelarsi inopportuni. Provate ad immaginare, da questo ottica, quale sarà il nostro news feed da oggi al 4 marzo, quando ci saranno le elezioni politiche. Il rischio è quindi quello di mettere in evidenza anche contenuti di stampo ideologico o contenuti che non hanno ricevuto una adeguata valutazione (si, si parla ancora una volta di fake news), contenuti caratterizzati di solito da una scarsa valenza virale ma da una forte interazione. E in questi casi della positività proverbiale positività non vi è alcuna traccia.

    Insomma, ancora una volta Facebook prova a cambiare le regole cercando di “gestire” e regolare il modo in cui utilizziamo la piattaforma. Legittimo che sia così, ma il rischio è che questo vada ad uniformare una sola modalità di contenuto a scapito di contenuti editoriali e delle aziende (brand/professionisti/associazioni) che dovranno quindi confidare nella sola “promozione” dei propri contenuti.

  • Facebook fa discutere

    E’ inutile negarlo, comunque la si pensi Facebook fa discutere!

    lavorofacebooK1E questo secondo il mio modesto parere, accresce sempre di più il fenomeno. Qualche giorno fa ha fatto notizia che Poste Italiane, una delle più grandi aziende italiane, abbia preso la decisione di oscurare il sito di Facebook ai dipendenti perchè “distrae dal lavoro”. Pare che anche la Regione Lombardi e Veneto stiano pensando di adottare provvedimenti simili. Ma perchè si è arrivati a tanto? Come mai tutto ad un tratto in Italia, notoriamente apatico verso il web e suoi strumenti, Facebook diventa l’esempio di socialnetwork per eccellenza? Diamo qualche numero intanto: un anno fa gli iscritti su Facebook erano appena 160 mila, a settembre 2008 erano 4 milioni e 200 mila! Un vero e proprio boom! Allora perchè prendere provvedimenti di oscuramento quando gli italiani per una volta forse apprezzano il web? Forse una risposta la si può trovare nel fatto che come al solito di fronte ad una cosa nuova ci manca il senso della misura. Nel momento in cui ne veniamo a contatto vogliamo sapere tutto e subito, e poi, quando questa passerà di moda, gettarla via come fosse carta straccia. Questa può essere una spiegazione, ma non basta. Ad attirare gli italiani su Facebook è forse il desiderio di provare la sensazione di esplorare nuovi modi di fare amicizia, ritrovare vecchi amici (la vera motivazione che ha portato Mark Zuckerberg all’idea ingegnosa) e anche si sperimentare il web…forse.

    Luca De Biase, giornalista e caporedattore dell’inserto Nòva 24, inserto de il Sole 24 ore dedicato alla ricerca e all’innovazione, ha avviato un ‘indagine proprio per cercare di spiegare il fenomeno di Facebook, invitando tutti coloro che sono iscritti al sito di raccontare brevemente la loro esperienza. Attendiamo di vedere cosa uscirà da questa analisi, ma di sicuro su Facebook resta ancora molto da scoprire, e su questo blog lo faremo.

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