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  • Adolescenti e Social Network, sempre più dipendenti

    Adolescenti e Social Network, sempre più dipendenti

    L’Australian Psychology Society australiana si pone come osservatorio annuale dei disturbi che la Dipendenza dai Social Network crea negli adolescenti. Rispetto a soli cinque anni fa, oggi più del 60% dei giovani soffre di livelli eccessivi di Stress e di Depressione. Il dato più preoccupante che emerge dalla nuova ricerca è che non si cerca aiuto, ma si usa la Dipendenza stessa come auto-terapia.

    Dei disturbi legati alla Dipendenza da Internet o della Sindrome di FOMO (Fear of Missing Out) abbiamo già scritto.

    Oggi, tuttavia, una nuova ricerca dell’Australian Psychology Society, mette in luce quali sono i dati reali di questi effetti negativi tra gli adolescenti.
    Si tratta della quinta edizione annuale della National Stress and Wellbeing Survey australiana, che si pone come osservatorio “fotografico” della salute mentale e, più in generale, del benessere psicofisico dei giovani oggi.

    Il primo dato rilevato, tra chi vive costantemente connesso, è
    l’eccessivo livello di Stress e di Ansia.
    Più della metà degli adolescenti che leggono in continuazione i Tweet e gli Status degli amici pensano di non divertirsi abbastanza.
    Non soltanto di “perdersi qualcosa mentre sono sconnessi”, ma proprio di essere inferiori ai coetanei.
    Il Complesso di Inferiorità produce conflitti interiori di Insicurezza e Paura, spesso talmente profondi da raggiungere la Depressione.

    adolescenti-social-network

    “Vi è una concordanza molto forte fra le ore trascorse sulla tecnologia digitale e i più alti livelli di Stress e di Depressione”, dichiara il rapporto australiano.
    Rispetto a 5 anni fa – quando furono riportati i dati della prima Ricerca – oggi quasi il 60% degli adolescenti intervistati dichiara di avere grossi problemi a dormire e a esporsi in pubblico dopo aver passato in rassegna i siti dei Social Network.
    E qui troviamo un dato contraddittorio molto interessante.

    Se da un lato è proprio la continua connessione virtuale a provocare Depressione e Ansia, dall’altro una persona su due dichiara di ricorrere proprio ai Social Media per calmarsi e ritrovare equilibrio.
    Si tratta della metà degli adolescenti intervistati contro una proporzione del 37% di cinque anni fa.
    Si può senz’altro dire che più della metà – quasi il 60% – dei giovani si ammala a causa di una continua connessione, ma al tempo stesso ricerca questa connessione come auto-terapia.

    E’ questo, a nostro parere, il dato più preoccupante.
    Nessuno dei soggetti intervistati ricorre a una terapia o chiede aiuto, neppure chi è più facoltoso o chi è più istruito e ha avuto un’ambiente famigliare sereno e facilitante. Neanche chi ha contemporaneamente un altro impiego, quindi sarebbe portato a occuparsi d’altro.
    Il dato è preoccupante perché la Dipendenza non può che auto-alimentarsi, se si avvia un processo di auto-terapia.
    Esattamente come un circolo vizioso e maligno che non può trovare soluzione all’interno di sé.

    La Ricerca dell’Australian Psychology Society continua rendendo noti gli ultimi dati.
    Il 72% degli intervistati è consapevole che lo Stress ha impatto sulla propria salute fisica, ma anche se è consapevole e arriva a lamentare veri e propri stati di Angoscia non ricorre ad alcun aiuto terapeutico.
    Anzi.
    E’ provato che chi soffre maggiormente è molto più vulnerabile a diventare soggetto di Dipendenza da alcool, fumo, droghe leggere e, soprattutto, gioco d’azzardo.
    In proporzioni molto più alte rispetto ai coetanei – conclude la Ricerca – “ricorrere ai Social Media per alleviare lo Stress è simile alla maniera in cui le persone scommettono con i videopoker”.

    Alla base c’è senz’altro il bisogno di rimettersi al centro, rispetto agli altri e – inconsciamente – rispetto a se stessi.
    E per questo ci si gioca tutto, si rischia tutto.
    Si corre il rischio, si cerca e si ha bisogno del rischio perché si ha la necessità di “uscire da se stessi”.
    I Social Network rappresentano l’occasione perfetta per essere “altro” rispetto a quello che realmente siamo: più importanti, più apprezzati, famosi e, forse, più amati.
    Si cade nella Dipendenza per il bisogno di non sentire un vuoto, il vuoto che – a questo punto – i Like e i Retweet colmano facilmente.
    Alla ricerca di un’immagine di noi che ci piaccia di più, ci si perde in un circolo insano di aspettative e delusioni di cui i Social Network non sono la cura, ma solamente il veicolo di un malessere interiore.

  • Parlar male del collega su Facebook senza nominarlo è diffamazione

    Parlar male del collega su Facebook senza nominarlo è diffamazione

    Le espressioni ingiuriose utilizzate nel proprio profilo su Facebook e dalle quali è possibile individuare il destinatario, anche se non viene indicato il nome, integrano il reato di diffamazione, indipendentemente dalle conseguenze che ne derivano. E’ questo il principio interessante, di sicura attualità, espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 16712, depositata il 16 aprile 2014.

    Un paio di giorni fa alcuni quotidiani hanno riportato la notizia che l’offesa sui social network è entrata nel diritto italiano. Sicuramente la sentenza citata negli articoli ha espresso un interessante principio in materia di diffamazione sui social network – ho parlato di questo argomento nel mio articolo “Diffamazione e sequestro preventivo del sito web, interviene la Cassazione”  -, ma si tratta di un provvedimento non recentissimo, ovvero della sentenza della Corte di Cassazione n. 16712, depositata il 16.04.2014. In ogni caso, la notizia diffusa è l’occasione per parlare nuovamente di questo argomento attuale e molto interessante, alla luce del caso che ha dato origine alla sentenza.

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    Diffamazione su Facebook: perchè secondo la Cassazione è reato pubblicare sui social network frasi ingiuriose anche senza indicare il nome del destinatario

    Vediamo, prima di tutto, i fatti che hanno dato origine alla sentenza di cui parlo in questo articolo: un maresciallo capo della Guardia di Finanza pubblica sul proprio profilo Facebook le seguenti frasi: “….. attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di collega sommamente raccomandato e leccaculo …. ma me ne fotto … per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie”. Il riferimento del maresciallo è a un collega che evidentemente era stato designato in sua sostituzione al comando della compagnia. Il collega sporge querela nei suoi confronti, e in primo grado viene condannato alla pena di tre mesi di reclusione militare – con i doppi benefici – per il reato di diffamazione pluriaggravata. In secondo grado, tuttavia, la Corte militare d’Appello ribalta la sentenza di primo grado e assolve l’imputato per insussitenza del fatto, poichè le frasi pubblicate da quest’ultimo non consentono di identificare colui al quale sono rivolte “non avendo l’imputato indicato il nome del suo successore, nè la funzione di comando in cui era stato sostituito, nè alcun riferimento cronologico”. In sostanza, quindi, non vi è prova che il maresciallo abbia volutamente “comunicato con più persone in grado di individuare in modo univoco il destinatario delle espressioni diffamatorie”.

    La sentenza viene impugnata davanti alla Corte di Cassazione. I giudici con l’ermellino osservano, prima di tutto, che la decisione della Corte d’Appello è contraddittoria rispetto alle affermazioni contenute nella sentenza. Il Giudice di secondo grado, infatti, ha affermato che vi è collegamento tra le espressioni negative “raccomandato” e “leccaculo” e la sostituzione, da parte del collega, al comando della compagnia della Guardia di Finanza. Ancora, ha affermato che la pubblicazione delle frasi sul profilo Facebook le ha rese di pubblico dominio, accessibili a chiunque sia registrato o effettui la registrazione sul popolare social network.

    La Suprema Corte sottolinea, poi, che, anche se non è stato indicato il nome del collega, la funzione e un riferimento cronologico, l’imputato ha utilizzato l’avverbio “attualmente” e la parola “collega”. Secondo la giursprudenza della Corte di Cassazione – viene citato quale precedente la sentenza n. 7410 del 20.12.2010 -, “ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa”. La diffamazione non è un reato che richiede il dolo specifico, ma è sufficiente che ci sia la consapevolezza che la frase o le frasi pronunciate ledano la reputazione di colui al quale ci si riferisce e la “volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche sotanto due”. Anche se la frase dovesse essere letta soltanto da una persona, la sostanza non cambia.

    Per questi motivi la Corte di Cassazione, con la sentenza 16712/2014, ha annullato la sentenza di secondo grado, rinviando ad altra sezione della Corte militare d’Appello affinchè, alla luce dei criteri sopra citati, proceda ad una nuova valutazione della sussistenza dell’elemento soggettivo e oggettivo della fattispecie contestata.

    Quanto sopra detto fa comprendere, ancora una volta, la potenzialità fortemente lesiva di quello che scriviamo e pubblichiamo sui social network, che chiunque – anche chi non conosciamo, e di ogni parte del mondo – può leggere e, magari, a sua volta “condividere” e diffondere. Ormai anche l’autorità giudiziaria ne ha preso atto: cerchiamo, pertanto, di prestare molta attenzione prima di premere il famoso tasto “invio”. Sui social network dovrebbe valere la famosa frase “scripta manent”.

    E voi, cosa ne pensate? Siete stati vittime di una situazione simile? Raccontateci le vostre opinioni ed esperienze nei commenti!

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  • Cyberstalking: dove non arriva la legge, arriva la Cassazione

    Cyberstalking: dove non arriva la legge, arriva la Cassazione

    Il Cyberstalking è un tema sempre più di attualità e, purtroppo, non più così raro. E di fronte a questo fenomeno crescente, la legge attuale ancora non lo contempla. In mancanza, interviene la Cassazione. Sarebbe il caso che in Italia si cominciasse ad emanare una legge ad hoc.

    Il cyberstalking – ovvero lo stalking caratterizzato dall’utilizzo delle nuove tecnologie quali la posta elettronica, la chat, la messaggistica istantanea, i social network, per molestare o perseguitare la vittima – è un fenomeno ormai non più così raro. Eppure l’art. 612 – bis c.p. non contempla questa ipotesi di reato (il comma 2 parla, genericamente, di ‘mezzi informatici o telematici’). Ecco che, allora, interviene la Corte di Cassazione la quale, con la sentenza n. 36894 del 11.09.2015, torna nuovamente ad occuparsi dell’argomento.

    Il caso

    La fattispecie è la seguente: l’imputato, condannato in primo e in secondo grado per il delitto di atti persecutori, propone ricorso presso la Corte di Cassazione cercando di “minimizzare” la condotta posta in essere nei confronti della vittima e ottenere l’annullamento della sentenza impugnata. Il caso è piuttosto classico: due giovani hanno una relazione sentimentale e la donna rimane incinta. La relazione finisce e l’ex fidanzato non si rassegna, minacciando, perseguitando e ponendo in essere atti violenti nei confronti della donna. La particolarità sta nel fatto che, per essere più ‘efficace’, l’uomo crea profili falsi, a nome della vittima, sui social network frequentati da maniaci sessuali, i quali cominciano a contattare quest’ultima, credendola disponibile per i loro interessi.

    cyberstalking

    La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso perché la condotta sopra citata, insieme ai ripetuti episodi di minacce, persecuzioni e atti di violenza nei confronti della parte offesa (nei confronti dell’imputato, già condannato, si è reso in seguito necessario aggravare le misure cautelari), integrano senza ombra di dubbio il reato di stalking. Va precisato, peraltro, che l’utilizzo dei social network è particolarmente invasivo, a causa dell’innumerevole numero di utenti (anche malintenzionati) che possono visionare il profilo e mettersi in contatto.

    I precedenti giurisprudenziali

    La sentenza n. 36894/2015 è la terza decisione della Corte di Cassazione penale in materia di “cyberstalking”. La prima sentenza, che ha fatto da “apripista”, è la n. 32404 del 10.08.2010: in quell’occasione, l’imputato aveva trasmesso, tramite Facebook, un filmato che lo ritraeva durante un rapporto intimo con la vittima.

    Il 24.06.2011 la Suprema Corte deposita la sentenza n. 25488, nella quale ribadisce che anche l’invio di continui messaggi di minacce su Facebook, unitamente alle altre condotte persecutorie, integra il reato di stalking.

    Perché le sentenze sull’argomento che stiamo trattando sono così poche? Una motivazione potrebbe essere la circostanza che l’art. 612 bis c.p. prende in considerazione l’elemento soggettivo del danno psicologico causato nella vittima (la norma parla di “stato d’ansia o di paura”, nonché di “fondato timore per la propria incolumità” o di quella di congiunti o di persone con le quali la vittima ha un legame affettivo), e non l’elemento oggettivo della condotta in quanto tale.

    Visti i numerosi episodi che si stanno verificando, tuttavia, sarebbe forse il caso che il legislatore rivedesse la norma del 2009, adeguandola alla nuova realtà.

    Allora, cosa ne pensate?

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  • Facebook raggiunge 1 miliardo di utenti in un solo giorno

    Facebook raggiunge 1 miliardo di utenti in un solo giorno

    In un post Mark Zuckerberg, CEO e fondatore del più grande e usato social network del web, ha dichiarato che per la prima volta Facebook ha raggiunto 1 miliardo di persone connesse sulla piattaforma in un solo giorno. Tra i commenti al post c’è chi si congratula ed elogia Facebook e chi invece vorrebbe tornare al “vecchio mondo” prima del social network.

    Facebook è il più grande social network del web, un dato ormai difficile da mettere in discussione. E mentre qualche giorno fa, riportando alcuni dati dell’ultima ricerca di Pew Research che sottolineavano che ormai Facebook cresce (negli Usa, ma un po’ ovunque) sempre più lentamente restando saldamente il più usato, oggi scopriamo che in effetti Facebook è sempre più grande.

    facebook-1-milardo-in-un-giorno---franzrusso.it-2015

    E la conferma di quanto sia grande Facebook ce la da proprio il suo fondatore e CEO, Mark Zuckerberg, che in un post proprio su Facebook (e dove se no?) ha dichiarato che per la prima volta, nella giornata di lunedì, 24 agosto 2015, Facebook ha raggiunto 1 miliardo di persone connesse in un giorno solo. Un traguardo solo fino a poco tempo inimmaginabile, e non solo per Facebook stessa. Come sottolinea lo stesse Zuckerberg nel suo post

    Lunedì 1 persona su 7 sulla Terra ha usato Facebook per connettersi con i suoi amici e familiari”.

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    E’ un dato che impressiona solo a pensare a 1 miliardo di persone connesse tutte sulla stessa piattaforma, tutte intente a condividere e a connettersi con i propri contatti.

    Facebook riesce dunque, nonostante sia ormai saturo, a creare quelle condizioni per cui il coinvolgimento degli utenti sia sempre più alto e costante. Di certo hanno contribuito a questo risultato tutta una serie di progetti che Facebook ha attivato per effettivamente realizzare e portare la connessione in tutto il pianeta, basti pensare a Internet.org, ma è evidente che quel quel progetto di rendere il mondo sempre più “aperto e connesso” porta vantaggio anche a Facebook stesso.

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    Tra i commenti, per la maggior parte contenenti congratulazioni e complimenti a Zuckerberg per il grande traguardo raggiunto, si colgono anche esperienza come quella di Susan Chesney che sottolinea come Facebook fosse stato fondamentale per informare i suoi familiari durante il terribile Terremoto in Giappone del 2011.

    facebook-1-milardo-in-un-giorno-tarek---franzrusso.it-2015

    Ma c’è anche chi come Tarek Mahmoud dice che Facebook ha distrutto le nostre vite, tutto si vive in maniera virtuale e non più in modo reale e dice di voler tornare al “vecchio mondo” prima di Facebook. E al momento questo è il commento che ha ottenuto il maggior numero di like.

    Due facce della stessa medaglia.

    E voi che ne pensate, qual è il vostro pensiero a riguardo? Meglio adesso o prima senza Facebook?

  • Ecco YourNations, il racconto del 6 Nazioni sui social network

    Ecco YourNations, il racconto del 6 Nazioni sui social network

    Nonostante gli italiani restino forti appassionati di Calcio, c’è da dire che negli ultimi anni è cresciuta anche la passione per il Rugby, il gioco a squadre più antico del mondo. Oggi vi presentiamo YourNations, la piattaforma che racconta come gli utenti hanno vissuto il 6 Nazioni attraverso i social network.

    Gli italiani sono appassionati di Calcio e questo è un dato di fatto ormai assodato. Ma c’è da dire che negli ultimi anni, complice soprattutto una nazionale che è cresciuta e maturata in maniera costante, il Rugby è uno sport che comincia ad appassionare gli italiani. D’altronde, il Rugby, lo sport di squadra più antico del mondo (nasce infatti nel 1823, anche se esistono testimonianze più antiche come il “calcio storico fiorentino”) è il padre degli altri giochi a squadre, Calcio compreso.

    Con l’aumentate della popolarità di questo sport nel nostro paese, soprattutto da quando la nostra nazionale è stata ammessa (dal 2000) al torneo più ambito per questa disciplina, ossia il 6 Nazioni, è cresciuto anche il legame con i social network. Basti guardare come le partite dell’ultimo torneo siano state seguite su Twitter, Facebook e Instagram per rendersene conto. Anche perchè le stesse squadre hanno cominciato ad usare i social media, Twitter in particolare, per conversare con i propri tifosi. Proprio in occasione dell’ultimo torneo avevamo dato qualche dato da questo punto di vista.

    Ma oggi vogliamo presentarvi di una piattaforma davvero interessante che siamo sicuri piacerà ai tanti appassionati di Rugby. Stiamo parlando di YourNations.org che ha raccolto, in occasione dell’ultimo 6 Nazioni, le storie che gli appassionati hanno condiviso sui social network come Instagram e Twitter, ad esempio.

    Una volta volta arrivati su YourNations.org troviamo i sei stadi che hanno ospitato le gare tra le varie squadre; una volta che clicchiamo su uno di questi, ad esempio, “Stadio Olimpico“, si apre una sezione con le date delle partite che si sono tenute nello stadio e di fianco troviamo:

    • Possessions: il numero di tweets condivisi dai tifosi di quella squadra, un po’ il “possesso tweets” del team;

    yournations-possessions-italia

    • Six Pics: tutte le foto condivise dagli utenti su Instagram, un modo per rivivere le emozioni che hanno provato i tifosi.

    yournations-six-pics-italia

    Se ad esempio, restando sullo “Stadio Olimpico”, cliccate sulla partita della nostra nazionale con la Francia (persa con un perentorio 29-0) noterete che, cliccato su Possessions, il tweet possession è del 60% e se cliccate su Six Pics vedrete lo spettacolo dell’Olimpico e comunque i volti sorridenti dei tifosi.

    Allora, tifosi di Rugby e non solo, visitate YourNations.org e poi raccontateci cosa ne pensate.

  • Rapporto Censis: italiani tra selfie, solitudine e social network

    Rapporto Censis: italiani tra selfie, solitudine e social network

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    E’ stato pubblicato oggi il 48° Rapporto Censis che fa una fotografia completa del nostro paese. E l’istituto rileva anche che gli italiani amano i social network: il 49% degli utenti web e l’80% degli utenti tra 14 e 29 anni. E cresce il fenomeno dei selfie, visto come una componente della solitudine degli italiani online

    Il 48° Rapporto Censis pubblicato oggi, oltre a fotografare un paese ancora in difficoltà e a “rischio deflazione delle aspettative”, ci offre anche un quadro del rapporto che gli italiani hanno con Internet in generale. Quelli che stiamo per vedere in effetti non sono dei dati così nuovi da destare sorpresa anche perchè è quello che usiamo raccontare un po’ qui sul nostro blog. Ma quello che balza agli occhi è che per la prima volta compare nel rapporto il riferimento esplicito al fenomeno dei “selfie” o dell’autoscatto come in effetti viene citato. Un fenomeno che il rapporto inquadra in quella che è la solitudine dell’utente internet italiano che trascorre da solo più di 5 ore al giorno. E questo vale per la quasi metà degli utenti web, cioè il 47%.

    Ma guardiamo qualche dato. Il Censis rileva che il 63,5% degli italiani usa internet. Ma il grande amore degli utenti italiani sono i social network, e questa è una conferma, non certo una novità. Il 49% degli utenti internet italiani usa il web solo per restare in contatto con i propri amici e condividere con loro i propri interessi e dedichiamo a questo 2 ore al giorno. La percentuale sale addirittura all’80% nella fascia di età che va dai 14 ai 29 anni, ossia la categoria più giovane degli utenti. In questo caso, proprio in relazione alla categoria più giovane, quando si scrive “social network” si legge Facebook. E propri riguardo al social network più grande del web, il Censis rileva che tra il 2009 e il 2014 gli utenti di Facebook con un’età compresa tra 35 e i 45 anni sono aumentati del 153%, mentre gli over 55 sono aumentati addirittura del 405%.

    Il rapporto ci dice anche che gli utenti italiani su Instagram sono circa 4 milioni, il che significa più o meno quanto quelli su Twitter. E questa, di per sè, è già una notizia.

    E adesso veniamo al momento dedicato ai selfie.

    Il rapporto rileva che gli utenti internet italiani trascorrono, per il 47%, più di 5 ore al giorno in solitudine e su questo punto il Censis fa un parallelo proprio con il fenomeno del selfie. Infatti si dice nel rapporto che il fenomeno è

    l’evidenza fenomenologica della concezione dei media come specchi introflessi in cui riflettersi narcisisticamente, piuttosto che strumenti attraverso i quali scoprire il mondo e relazionarsi con l’altro da se”.

    Insomma chi si fa i selfie è un narcisista, o che comunque questa pratica va inserita in una visione orientata alla solitudine piuttosto che alle relazioni. Qualche mese fa a proposito di selfie e adolescenti, avevamo pubblicato un sondaggio di LINE, con infografica, che rilevava che i giovani italiani fino a 15 anni di età, dichiaravano di scattarsi selfie più volte al giorno.

    A questo va aggiunto che sono ormai 7,4 milioni gli italiani che accedono a internet da Mobile, superando quelli che vi accedono da pc (5,3 milioni) o da entrambi (7,2 milioni).

    Insomma, adesso ci interessa davvero sapere cosa ne pensate di questi dati e se credete che questa visione della “solitudine” sia corretta oppure esagerata.

  • Intervista a Richard Stallman: Non si dovrebbe usare Facebook

    Intervista a Richard Stallman: Non si dovrebbe usare Facebook

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    Intervista a Richard Stallman a SIGEF 2014 a Ginevra. Il fondatore della Free Software Foundation ci dice che il software libero dovrebbe essere usato anche a Scuola, che lo Stato dovrebbe usare solo software liberi. Stallman considera Edward Snowden un eroe nazionale. E poi, parlando di social network ci dice che “non si dovrebbe mai usare Facebook

    Incontrare un personaggio di questa importanza mette sempre un po’ di nervosismo, visto anche il personaggio molto attento a quello che si dice durante l’intervista e saputo che sono italiano s’è messo a scherzare in italiano dicendomi subito che lui fa spesso scherzi, meglio indovinelli, in italiano da lui stesso ideati del tipo “Cosa fanno due sogni? Un bisogno!” oppure “Il nome perfetto per un autista? Guido Spesso”. Al SIGEF 2014, qui a Ginevra, incontro quindi il fondatore della Free Software Foundation (FSF) Richard Stallman, il primo a parlare di “software libero” già più di 30 anni fa, era infatti il 1983. Stallman è qui a Ginevra per parlare ovviamente di libertà, di software libero, di etica e di valori solidali, tutti temi che lui affronta quotidianamente in giro per il mondo durante le sue presentazioni. E’ una chiacchierata dove abbiamo spaziato molto, rimanendo sempre legati al concetto di software libero e di libertà.

    Partendo dal concetto di software libero, ossia la possibilità di modificare il codice sorgente, senza alcuna restrizione, per poi condividerlo con tutti, guardiamo a che tipo di implicazioni ha oggi il raffronto di questi due concetti e soprattutto che tipo di conseguenze ha generato oggi l’utilizzo di software proprietari. Tanto per chiarire, Richard Stallman ritiene che Edward Snowden sia un “eroe, perchè grazie a lui abbiamo scoperto quello che forse non avremo conosciuto mai”, si riferisce ovviamente allo scandalo NSA e PRISM.

    Ma partiamo quindi con le domande. Stallman ha una spilla sul petto con su scritto “Don’t be tracked, pay the cash”, un frase che esprime molto della sua filosofia.

    Signor Stallman, sono trascorsi ormai più di 20 anni da quando lei ha creato il progetto GNU. La domanda è, qual è lo stato del software libero e quale futuro immagina da questo punto di vista?

    Il progetto GNU è un sistema operativo ed esiste da 22 anni e successivamente è stato possibile aggiungere il programma Linux “liberato”. Ora, il sistema GNU deve essere compatibile e usato solo con software veramente liberi e non “proprietari”, altrimenti non si parlerebbe più di software libero. Ecco, il nostro compito è quello di combattere questa tendenza. Pensa che ci sono utilizzatori del software libero che non valorizzano il concetto della libertà in quanto tale e questo è un problema. Se viene meno questo concetto è poi facile farsi corrompere dall’idea del  software proprietario, perdendo di fatto “la sua propria libertà” (lo dice in italiano)”.

    Ora, guardiamo ad esempio Skype, programma proprietario, e quanto uno lo utilizza per chiamare di fatto invita l’altra persona ad utilizzare lo stesso software. Quando mi propongono una call via Skype io mi rifiuto perchè va contro la mia idea di libertà. Ad esempio uso Ekiga, un software libero, un programma programma compatibile con altri software liberi e che ti permette di chiamare in audio e anche in video. Altro esempio è LinePhone e i due sono assolutamente compatibili. Skype usa un codice segreto, quindi proprietario, e nei fatti implica che se due vogliono chiamarsi e uno dei due usa Skype, anche l’altro è costretto ad usarlo, un concetto contrario alla libertà.”

    Signor Stallman, libertà e privacy sono due facce della stessa medaglia. Edward Snowden è stato in grado di scoperchiare uno dei più grandi scandali, quello della NSA. E se non ci fosse stato lui molto probabilmente non avremmo saputo nulla. Qual è il suo pensiero a questo riguardo?

    Edward Snowden lo considero un grande eroe del mio paese e anche durante le conferenze che teniamo in giro per il mondo lo celebriamo come un eroe nazione degli Stati Uniti D’America. Prima di Snowden se chiedevi ad un americano se la NSA lo stese ascoltando quello ti rispondeva “non credo perchè non faccio niente di interessante”, dopo che Snowden ha rivelato lo scandalo NSA invece lo stesso americano ti risponde “eh si, adesso lo so, spiano me come spiano tutti quanti”. Vede, oggi il livello attuale di sorveglianza diffusa nella società è incompatibile con i diritti umani, obiettivo è quello di ridurre ridurre il livello di sorveglianza diffusa. Quindi usare software libero, come sostengo da 30 anni, è il primo passo per assumere il controllo delle nostre esistenze digitali. Non possiamo fidarci del software non libero; la NSA sfrutta e addirittura crea debolezze nel software non libero per invadere i nostri computer e router. Il software libero ci garantisce il controllo dei nostri computer, ma non è in grado di proteggere la nostra privacy quando mettiamo piede su Internet. Se si desidera avere privacy non bisogna mai rinunciarvi: la protezione della privacy dipende innanzitutto da se stessi. Non bisogna fornire i propri dati a siti web, si deve utilizzare Tor e usare un browser che blocchi le tecnologie usate dai server per tenere traccia dei visitatori.” [Richard Stallman invita poi ad approfondire il suo pensiero su questa pagina, dove ha illustrato meglio il suo pensiero a riguardo]

    Il software libero, come lei ci ha spiegato, da a chiunque la possibilità di approfondire e condividere. Ma, secondo lei, cosa potrebbe fare lo Stato, quindi le istituzioni e la Scuola da questo punto di vista?

    Partiamo subito da un concetto molto chiaro e cioè che lo Stato dovrebbe utilizzare solo programmi liberi, lo Stato quindi, per rispetto al suo popolo, deve gestire anche l’aspetto informatico della società, deve gestire tutto quello che riguarda i computer, deve avere lo Stato il controllo totale dell’informatica. Altrimenti il rischio è quello di cadere nelle mani dei privati, quindi è lo Stato che deve avere il controllo su tutto questo aspetto.

     

    I programmi da usare devono essere liberi, tutti gli utenti dovrebbero usare software liberi, sia esso lo Stato o un libero cittadino. Anche la Scuola deve usare solo programmi liberi, in modo tale che la sua funzione sia quella di formare persone che siano consapevoli della libertà, che siano indipendenti, che siano quindi partecipi di una società digitale e libera. Quindi se la Scuola non prende in mano questa importante funzione succede che essa stessa insegna ai suoi ragazzi l’uso di software proprietari. In questo modo è la Scuola stessa che insinua nei ragazzi la dipendenza da programmi proprietari. Ovvero sia, gli studenti diventano dipendenti del proprietario del software.

    La missione generale della Scuola è quindi quella di insegnare questi programmi liberi, di essere leale allo spirito dell’educazione. La Scuola deve aprire alla conoscenza e se quella conoscenza non è accessibile, come succede con i software proprietari, viene meno la sua funzione. La Scuola diventa quindi nemica dello spirito dell’educazione e dell’istruzione.

    Chi volesse interessarsi di informatica deve conoscere i codici, leggerli, molto, e scriverli, molto. Quindi se non c’è accesso ai codici di software i ragazzi non conosceranno mai bene i codici. Quindi se non hanno conoscenza di codici non potranno mai scrivere il codice di un gran programma. So i programmi liberi consentono ai ragazzi di apportare piccole modifiche al software e questa è una possibilità di imparare.

    La questione più importante da questo punto di vista è quella morale. La scuola deve trasmettere lo spirito di buona volontà, l’abitudine di aiutarci fra di noi, aiutare gli altri. Ogni classe deve avere questa regola di aiuto reciproco. Bisogna condividere i software per insegnare, dare il codice sorgente agli studenti per che possano imparare. La Scuola deve seguire queste regole per dare sempre il buon esempio. Ci sono altre due sezioni del nostro sito che vi invito ad approfondire questa sull’Istruzione e questa sulla nostra filosofia.”

    Signor Stallman, cosa ne pensa del fenomeno dei Social Network e soprattutto di Facebook?

    Ci sono grandi differenze fra le reti sociali ed é importante non generalizzare. Twitter proprio per i tweets non é cattivo al contrario di Facebook che spia tutti quanti. Il tweet é pubblico quindi non si perde niente della propria vita privata nel fatto che la gente possa vedere quello che hai pubblicato. Invece Facebook che contiene delle informazione private, spia le persone.

    Su Twitter, una persona può avere più di un account, con il suo nome proprio oppure aprire un account anonimo. Si può decidere di avere vari conti: personale, professionale… Se ti connetti con Twitter via Tor, riesci a nascondere a Twitter che sei la stessa persona con vari account. Non é una bugia ma una scelta personale, una libertà che va conservata.

    Facebook invece é ingiusto, sopratutto con la politica restrittiva di avere soltanto un account col vero nome della persona. Bisognerebbe non utilizzare mai Facebook. E pensate che ci sono scuole che impongono agli studenti di creare account su Facebook. E poi succede che gli stessi studenti mi scrivono per chiedermi aiuto e su come fare per rifiutare questa politica. La scuola non deve mai rivelare i dati personali suoi studenti a delle aziende private.

    Ormai le persone usano sempre più spesso questi strumenti e con il messaggio di rendere ai propri utenti un servizio sempre migliore, rischiamo davvero di dare loro buona parte dei nostri interessi a queste aziende: (risposta lapidaria)

    Io no!”

    Grazie signor Stallman per la sua disponibilità.

    [buona parte dell’intervista è apparsa prima su Tech Fanpage]
  • In un sondaggio di Sermo, i medici Usa si dicono preoccupati per l’Ebola

    In un sondaggio di Sermo, i medici Usa si dicono preoccupati per l’Ebola

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    Sermo, il social network Usa dedicato ai medici, ha condotto in questi giorni un sondaggio sull’Ebola, dal quale risulta che il 75% dei medici Usa vieterebbe i viaggi dall’Africa Occidentale verso gli Stati Uniti. E c’è forte preoccupazione sul livello di preparazione del Dipartimento di Sicurezza Nazionale

    Sermo, il social network per i medici, nato nel 2006, ha condotto in questi giorni, precisamente dal 2 al 9 Ottobre, un sondaggio tra i medici americani riguardo all’Ebola, il virus che ad oggi ha fatto 9 mila vittime (secondo l’Ocse) in Africa e che ha provocato una vittima in Texas. Ed è notizia di oggi di un morto in Germania (fonte: repubblica.it), un medico sudanese che aveva contratto il virus in Liberia. Cresce quindi la preoccupazione in Europa e anche negli Usa, e attraverso questo sondaggio si comprende il livello di preoccupazione. Al sondaggio hanno risposto più di 1.300 medici iscritti al social network.

    Il 75% dei medici pensa che debbano essere vietati i viaggi dall’Africa Occidentale, zona da cui è partita l’epidemia, verso gli Stati Uniti e molti lamentano il non sufficiente livello di preparazione del sistema sanitario Usa per affrontare l’Ebola. E quello che risulta chiaro dal sondaggio  che gli stessi medici affermano di non sentirsi preparati e indicano Dallas come esempio. Inoltre chiedono al governo federale di intervenire con un cambio dei protocolli di monitoraggio che vada oltre la semplice misurazione della temperatura negli aereoporti.

    Il 91% afferma che il Dipartimento di Sicurezza Nazionale sta portando avanti i controlli in una maniera non adeguata e il 90% crede che il Dipartimento di Stato non stia condividendo in modo soddisfacente le informazioni circa la provenienza delle persone che arrivano dalle zone più colpite dall’Ebola.

    Il 56% dei medici Usa ritiene che l’esperienza di Dallas possa spronare le autorità e aumentare il livello di preparazione per meglio affrontare il virus.

    E ancora, il 33% dei medici sostiene di non aver ricevuto alcuna preparazione dagli organi preposti; il 57% non nutre molta fiducia nei Centri di prevenzione e controllo delle malattie.

    Ora, questo sondaggio ci da un po’ il quadro e il livello di preoccupazione negli Usa, rivelando una certa preoccupazione all’interno della comunità dei medici Usa e anche le lacune dei vari organi che dovrebbero affrontare questa situazione. Il fatto che la maggioranza dei medici creda che sia necessario impedire alle persone che provengono dalle zone africane più colpite dall’Ebola di entrare negli Usa, testimonia il livello di preoccupazione.

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  • Sui Social Network come nella vita reale: l’obiettivo è piacere

    Sui Social Network come nella vita reale: l’obiettivo è piacere

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    Social Network e vita reale. L’obiettivo che ci poniamo sempre è quello di piacere agli altri, ma riusciamo sempre ad essere noi stessi nel relazionarci con gli altri anche sui Social Network? Un tema che riguarda la nostra sfera lavorativa e soprattutto la nostra sfera personale

    Sui Social Network, proprio come nella vita reale, abbiamo un obiettivo principale: piacere agli altri.
    Quanto ci condizioni veramente – questo dover piacere – dipende dal nostro carattere, ma non è una questione tanto semplice.

    L’altro giorno parlavo del mio compagno con un’amica e mi è venuto spontaneo dire: “mi sono innamorata di lui così com’è. Perché dovrei cercare di cambiarlo?”. E’ stata la mia amica a farmi notare quanto importanti siano queste parole.

    Uomini e donne, allo stesso modo, si incontrano, si piacciono e scoprono i reciproci difetti dopo il tempo congelato dell’infatuazione. Tempo congelato – lo chiamo -, perché nel pieno della cotta iniziale non siamo obiettivi: il cervello lavora poco e le emozioni ci convincono che tutto è perfetto.

    I difetti saltano fuori dopo un po’, e meno male, perché è allora che inizia il vero confronto.
    Più o meno esplicitamente, in ogni confronto c’è sempre lo stesso interrogativo di base: “posso piacerti davvero per quello che sono?“.
    Nella vita reale, soprattutto superati i 30, i più arrivano a dire “sono fatto così, prendere o lasciare”.
    A parte il fatto che sono proprio queste le persone che poi cambiano maggiormente per poter piacere – paradosso umano – stiamo parlando dell’essenza di qualsiasi relazione. Poter essere liberamente se stessi.
    Di più. Piacere esattamente per quello che siamo.
    Oppure sentirsi inadeguati, non belli, non capaci, non all’altezza – a prescindere da qualsiasi siano le reali aspettative del nostro prossimo.

    I bambini hanno un bisogno vitale d’essere amati senza condizioni. In mancanza di un amore incondizionato non possono crescere sicuri di sé.
    Anche l’innamorato, il marito: se non lo si ama per quello che è  – e gli si comunica “ti amo quando…”, “ti amo se…” -, il rapporto non va lontano.
    Nel nostro lavoro e sui Social Network, le cose cambiano molto.
    Esistono delle regole e delle condizioni da rispettare: rimanere se stessi è difficile. Soprattutto è quasi impossibile piacere per ciò che si è.

    Viviamo lavorando in un mondo fatto d’infrastrutture sociali, di pregiudizi, di ipocrisie tollerate da tutti.
    E’ il mondo del marketing, della pubblicità: non importa quanto si finge, l’importante è vendere o attrarre il lettore. L’importante è piacere lì, al lavoro, poi tanto si torna a casa e ci si può togliere la maschera. Se si è fortunati!

    I Social Media sono un terreno particolarmente scivoloso.
    Manca il rapporto fisico, si lavora protetti da uno schermo: quello che conta è quello che appare.
    Sappiamo benissimo che gli altri non conoscono e non vedono la persona, ma il personaggio.

    Personaggi che, a prescindere dalla quanto siamo popolari e pubblici, costruiamo noi stessi per poter piacere.
    Diventiamo così come ci vogliono. Cambiamo per piacere agli altri.
    Abbiamo un’immagine da gestire al meglio per ottenere successo.

    C’è chi è molto fortunato. Perché ha un carattere tale, o è talmente trasparente, da piacere al pubblico dei Social così com’è. Queste sono anche le persone che amano più di tutte  il nostro lavoro, perché sono libere.  E si divertono pure.

    Tutti gli altri trovano un compromesso.
    Voi, ad esempio, quanto vi sentite davvero voi stessi sui Social Media?
    Quanto siete disposti a fare finta, pur di piacere?

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  • Ma i Social Network possono danneggiare la nostra salute? [Infografica]

    Ma i Social Network possono danneggiare la nostra salute? [Infografica]

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    Ma possono i Social Network danneggiare la nostra salute? In realtà sono in tanti a misurarsi su questo problema e secondo una ricerca recente dell’Università di Salford, il 50% di coloro che vi hanno partecipato ha dichiarato che la loro vita è peggiorata proprio a causa di Facebook e di Twitter. Ma vediamo insieme questa interessante infografica

    Sul tema se e come i Social Network, e quindi è corretto dire anche i Social Media, possano dare disturbi e provocare danni alla nostra salute si dibatte da un po’. E qui sul nostro blog è un tema che abbiamo affrontato proprio trattando di FOMO, Fear Of Missing Out, cioè la paura di perdersi un evento o qualcosa si importante e questo problema prende piede anche sui Social Network, infatti si parla appunto di Social FOMO. Ma come già detto è un tema che continua ad essere sviluppato e interessa sempre molto per via del crescente uso chedei social network ne facciamo, un uso sempre più crescente. Noi italiani siamo tra i primi in Europa per uso quotidiano in termini di ore, 3 ore di media ogni giorno. E quindi, oggi vogliamo riproporci di nuovo la domanda, alla luce anche di nuove ricerche e di nuovi dati, grazie anche alla chiara infografica realizzata da Rodiola. Allora, i Social Network possono danneggiare la nostra salute?

    Partiamo dalla considerazione che il 65% degli utenti adulti si collega ai social network per un periodo totale di 23 ore per settimana, considerando anche il tempo trascorso con email ed altre forme di comunicazione digitale. Da qui il dato che vi trascorriamo almeno 3 ore al giorno, cioè il 14% della nostra giornata. Comunque, una fetta importante.

    Fatta questa premessa, veniamo all’ultima ricerca ad opera dell’Università di Salford, Manchester (Uk) dalla quale è venuto fuori che, sulla base di 298 partecipanti alla ricerca stessa, il 50% ha dichiarato che la qualità di vita e peggiorata proprio a causa dell’udo di Facebook e di Twitter. Dalla ricerca si evince anche che:

    • il 67% ha paura di perdersi qualcosa di importante se non connesso a sufficienza, e qui ritorniamo al Social FOMO di cui parlavamo prima;
    • il 38% degli utenti di età compresa tra 18-34 anni controllano i loro social network preferiti già appena svegli;
    • il 66% dichiara di addormentarsi con difficoltà proprio a causa di un uso massiccio dei social network;
    • il 25% dichiara di avvertire disagio, o difficoltà, nel non poter controllare il proprio profilo Facebook o la propria casella email.

    Ma anche una ricerca dell’Università di Harvard evidenzia problemi di salute per gli utenti proprio in relazione all’uso dei social network. Infatti da questa ricerca risulta che gli utenti, mentre sono collegati ai propri canali, attivano il “nucleus accubens“, ossia un sistema di neuroni che ha un ruolo importante tante nelle situazioni di piacere, quanto nelle dipendenze. Quindi i Social Network possono diventare una forma di dipendenza e come tale essere dannosi per la nostra salute.

    Ma esiste anche una ricerca, dell’Università della California, che ci dice che un eccesso dell’uso dei Social Network può provocare i seguenti disturbi:

    • Facile irritabilità;
    • Depressione;
    • Voyeurismo;
    • Narcisismo;
    • Schizofrenia;
    • Ansia.

    Insomma, se è vero che i Social Network possono portare dipendenza, è vero anche che possono provocare disturbi tali da essere davvero dannosi per la nostra salute. Ma, ricerche a parte, voi cosa ne pensate? Avete avvertito dei disagi oppure conoscete qualcuno che ha accusato problemi di questo tipo? Raccontateci le vostre esperienze, cercheremo di capirne meglio tutti.

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