X ha presentato alla Commissione UE le misure correttive sul sistema di verifica della spunta blu, tre mesi dopo la multa di 120 milioni di euro per violazione del Digital Services Act.
Tre mesi dopo la prima sanzione della storia ai sensi del Digital Services Act, X ha comunicato a Bruxelles le misure correttive sul sistema delle spunte blu. La Commissione UE valuterà se le proposte sono sufficienti a risolvere il problema del design ingannevole che aveva portato alla multa di 120 milioni di euro.
La decisione di X sulla spunta blu dopo la multa dell’UE
La Commissione ha fatto sapere che valuterà attentamente le proposte prima di pronunciarsi. Questo significa che la partita non è ancora chiusa. Infatti, Bruxelles potrebbe accettare le misure, chiedere modifiche, o ritenerle insufficienti.
Ma il fatto stesso che X abbia presentato un piano correttivo, invece di impugnare la sanzione, rappresenta un cambio di rotta rispetto alla retorica dello scontro che aveva caratterizzato la reazione iniziale di Musk.
X cede all’UE sulla spunta blu, in arrivo le misure correttive dopo la multa DSA
Perché la spunta blu di X viola il Digital Services Act
Come già ricordato, il problema centrale riguarda il cambiamento di significato della spunta blu senza un adeguato cambiamento del simbolo visivo.
Quando la piattaforma si chiamava ancora Twitter, la spunta blu certificava che un account apparteneva davvero alla persona o all’organizzazione dichiarata. Era un sistema gratuito, gestito dalla piattaforma, che verificava l’identità prima di assegnare il simbolo.
Dopo l’acquisizione da parte di Musk nel 2022, la spunta blu è diventata un servizio a pagamento accessibile a chiunque sottoscrivesse un abbonamento X Premium. La Commissione Europea ha stabilito che questo costituisce un dark pattern, ovvero un design ingannevole vietato dall’articolo 25 del DSA.
Quindi, X ha mantenuto lo stesso simbolo pur cambiandone radicalmente il significato, sfruttando l’associazione logica consolidata negli utenti tra spunta blu e identità verificata.
La decisione della Commissione, resa pubblica a fine gennaio grazie al rilascio da parte della House Judiciary Committee statunitense, descrive la trasformazione in termini precisi: X è passata da un sistema di conferma proattiva ed ex ante dell’identità, a uno in cui lo status verificato viene distribuito ad abbonati anonimi, con un approccio almeno parzialmente reattivo agli abusi di impersonificazione.
La multa di 120 milioni e le tre violazioni contestate
La sanzione di 120 milioni di euro, comminata il 5 dicembre 2025, lo ricorderete, riguardava tre violazioni distinte degli obblighi di trasparenza previsti dal Digital Services Act. La prima, quella sulla spunta blu, aveva un termine di 60 giorni per la presentazione delle misure correttive. Le altre due, relative all’opacità del registro pubblicitario e al mancato accesso ai dati per i ricercatori, avevano un termine di 90 giorni.
Si tratta della prima sanzione della storia applicata a una Very Large Online Platform (VloP) ai sensi del DSA. L’importo, calcolato sulla base della natura delle violazioni, della loro gravità e della loro durata, è stato definito dalla Commissione come modesto ma proporzionato, ben al di sotto del massimo previsto dal regolamento che può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo.
La scelta di X di presentare misure correttive invece di impugnare la sanzione in tribunale rafforza la credibilità del DSA come strumento di applicazione delle norme.
Per la Commissione UE, la posta in gioco era alta: una lunga battaglia legale avrebbe potuto esporre debolezze procedurali, rallentare l’applicazione delle norme, dare argomenti a chi sostiene che l’UE regola troppo e innova troppo poco.
Invece, almeno su questo fronte, si è arrivati a una forma di adeguamento. Non significa che il DSA abbia vinto in modo definitivo. Significa che il primo vero test del regolamento europeo sui servizi digitali si è concluso con una piattaforma che sceglie di conformarsi piuttosto che resistere.
Le tensioni tra USA e UE sulla regolamentazione delle piattaforme
Questa svolta tecnica non cancella le tensioni politiche tra Washington e Bruxelles.
A dicembre, il vicepresidente americano J.D. Vance aveva attaccato duramente la decisione della Commissione, parlando di attacco alla libertà di parola e alle aziende americane. La retorica dello scontro tra modello europeo di regolamentazione e visione americana di libertà digitale resta accesa.
Ma una cosa è la retorica pubblica, un’altra sono le scelte operative. La decisione di X di adeguarsi piuttosto che resistere suggerisce che il costo di ignorare le regole europee è considerato troppo alto, anche per chi ha le risorse per sostenere battaglie legali prolungate e anche in un momento di forte tensione politica transatlantica.
Cosa resta da capire sul futuro della spunta blu in UE
La Commissione non ha comunicato tempi per la valutazione delle misure proposte da X. Non sappiamo se la piattaforma intenda modificare il sistema delle spunte blu solo per gli utenti europei o a livello globale. E non sappiamo se il cambiamento sarà sostanziale, con un ritorno a forme di verifica dell’identità, o se si limiterà a interventi sull’interfaccia per chiarire il significato del simbolo.
Restano aperte anche le altre indagini su X. La Commissione UE sta ancora esaminando la gestione dei contenuti illegali e il funzionamento dell’algoritmo di raccomandazione, con particolare attenzione ai rischi di radicalizzazione. Su questi fronti non sono ancora state raggiunte conclusioni preliminari.
Per ora, quello che possiamo dire è che il primo round tra X e il DSA si è concluso con un adeguamento, invece di uno scontro. Resta da vedere se questa scelta segna un cambio di strategia duraturo o si tratta di una pausa tattica. Molto probabile che X, e quindi Elon Musk, abbia agito sapendo bene che il mercato UE resta ancora importante per la piattaforma.
La Commissione UE ha deciso di aprire un’indagine sulle immagine di nudo generate dall’intelligenza artificiale Grok. L’indagine si estende anche ai sistemi di raccomandazione basati sull’intelligenza artificiale di xAI. X rischia sanzioni fino al 6% del fatturato globale.
Era una questione di tempo e quel tempo è arrivato oggi. Infatti, la Commissione Europea ha aperto un’indagine formale su X per la diffusione di materiale sessualmente esplicito generato dal chatbot Grok.
Ma questa volta la posta in gioco è decisamente più alta. Non si tratta più di spunte blu ingannevoli o di registri pubblicitari incompleti. Si parla di deepfake non consensuali che coinvolgono donne e minori; di immagini generate a un ritmo industriale; di una tecnologia rilasciata senza i filtri minimi necessari a prevenirne l’abuso.
La UE apre un’indagine su X per le immagini di nudo di Grok
Le parole di Bruxelles non lasciano spazio a interpretazioni
Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione responsabile per sovranità tecnologica, sicurezza e democrazia, ha usato parole senza mezzi termini. I deepfake sessuali non consensuali di donne e bambini rappresentano “una forma violenta e inaccettabile di degradazione”.
E ha aggiunto che l’indagine servirà a determinare “se X ha rispettato i propri obblighi legali ai sensi del DSA, oppure se ha trattato i diritti dei cittadini europei, inclusi quelli di donne e minori, come danni collaterali del proprio servizio”.
Danni collaterali. È un’espressione che chi segue questa vicenda da settimane sa bene a cosa si riferisce. Perché è esattamente quello che è successo.
Come avevo illustrato all’inizio di gennaio nell’articolo sulle migliaia di immagini di nudo generate da Grok, le stime indicavano che Grok stava generando circa 6.700 immagini sessualizzate all’ora, un ritmo 84 volte superiore a quello degli altri cinque principali siti specializzati in questo tipo di contenuti. L’85% delle immagini generate era di natura sessuale. E le vittime non avevano alcuno strumento per difendersi.
L’indagine si allarga ai sistemi di raccomandazione
C’è un secondo aspetto dell’annuncio di oggi che merita attenzione. La Commissione ha anche esteso un’indagine già in corso, avviata a dicembre 2023, per verificare se X abbia valutato e mitigato correttamente tutti i rischi sistemici legati ai suoi sistemi di raccomandazione.
In particolare, i regolatori vogliono capire quale sarà l’impatto del passaggio al nuovo sistema basato interamente su Grok.
A ottobre 2025 Musk aveva annunciato che entro poche settimane tutte le euristiche manuali sarebbero state eliminate, lasciando all’intelligenza artificiale il compito di analizzare e raccomandare contenuti. Quel codice è ora pubblico su GitHub, e la transizione è completata. Ma una cosa è pubblicare il codice, un’altra è garantire che il sistema non amplifichi contenuti dannosi o illegali.
La Commissione ha chiarito che X potrebbe dover affrontare misure provvisorie se non apporterà modifiche significative al proprio servizio. È un avvertimento che non era mai stato formulato in questi termini.
La risposta tardiva di xAI
La difesa di X si basa su quanto comunicato a metà gennaio. La società ha dichiarato di aver implementato misure tecniche per impedire all’account Grok su X di consentire la modifica di immagini di persone reali in abbigliamento succinto.
Ha inoltre limitato la creazione di immagini ai soli abbonati paganti e bloccato la generazione di questo tipo di contenuti nelle “giurisdizioni dove è illegale”, senza però specificare quali siano queste giurisdizioni.
Come avevo scritto nell’analisi su Grok e la spunta blu che non rende sicura la generazione di immagini, spostare la funzionalità dietro un paywall non è una misura di sicurezza. Significa in buona sostanza, avallare la monetizzazione dell’abuso. La spunta blu non funziona come filtro morale, e i dati lo dimostrano. Lo ricordiamo ancora una volta, l’utente che ha chiesto a Grok di manipolare l’immagine della donna uccisa a Minneapolis era un abbonato verificato.
Il contesto internazionale si fa sempre più ostile
Ma l’UE non è la sola a procedere in questa direzione. Anche Regno Unito, India, Malesia e altri paesi stanno conducendo indagini parallele.
In Francia, la procura di Parigi ha esteso un’indagine su X per includere accuse secondo cui Grok sarebbe stato usato per generare e diffondere materiale pedopornografico. In California, il governatore Newsom ha chiesto al procuratore generale di indagare su xAI.
E proprio nel Regno Unito, dove il governo UK ha varato la legge contro i deepfake di Grok, si è compiuto un passo decisivo. La nuova norma prevede pene detentive fino a due anni per chiunque generi deepfake intimi non consensuali, a prescindere dall’intento di condividerli. Diventa illegale anche la distribuzione di software di “denudazione”. E le piattaforme rischiano sanzioni fino al 10% del fatturato globale annuo attraverso l’Online Safety Act.
Il Regno Unito si posiziona così come il primo mercato occidentale a criminalizzare l’intero ciclo di vita del deepfake, dalla progettazione del software alla sua distribuzione, fino alla generazione della singola immagine.
Cosa succede ora
L’indagine della Commissione valuterà se X ha correttamente valutato e mitigato i rischi associati all’implementazione delle funzionalità di Grok nell’Unione Europea. Il DSA impone alle piattaforme di grandi dimensioni di identificare, analizzare e mitigare i rischi sistemici derivanti dai propri servizi.
Se la Commissione dovesse concludere che X ha violato questi obblighi, le sanzioni potrebbero arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo.
Assumendo che il fatturato globale 2025 di X è, secondo le stime, di 2,9 miliardi di dollari, il 6% sarebbe in sostanza 174 milioni di dollari. Vale a dire, circa 146,5 milioni di euro.
Ma c’è di più. La multa di dicembre, 120 milioni di euro, era stata definita dalla stessa Commissaria Virkkunen come “modesta ma proporzionata”. Questa nuova indagine riguarda violazioni di natura completamente diversa.
Infatti, non si tratta di trasparenza pubblicitaria o di accesso ai dati per i ricercatori, pur sempre temi di una certa rilevanza. Si tratta della diffusione di contenuti che, nelle parole dei regolatori UE, costituiscono “una forma di violenza”.
La scelta di Musk di posizionare Grok come un’intelligenza artificiale “spicy”, con meno restrizioni, si scontra ora con un ecosistema normativo che non concede più sconti.
Il vero vantaggio competitivo per chi sviluppa intelligenza artificiale, oggi, non risiede nella libertà assoluta di generare qualsiasi contenuto. Ma risiede nella capacità di costruire sistemi sicuri per design.
Anche questo concetto, proprio in virtù dell’apertura di queste indagini, è utile ribadire.
Le aziende che sapranno garantire che la loro tecnologia non possa essere usata come arma di aggressione digitale saranno quelle in grado di operare in un mercato che, da oggi, ha regole molto più stringenti.
E questa è forse la lezione più importante di questa vicenda. Le conseguenze delle scelte di progettazione ricadono sempre su qualcuno. E quando ricadono sulle vittime, lo Stato interviene.
La Commissione UE multa X, la piattaforma di Elon Musk, per €120 milioni. Si tratta della prima sanzione della storia ai sensi del DSA. Tre le violazioni: spunta blu ingannevole, assenza di trasparenza pubblicitaria, mancato accesso ai ricercatori.
Dopo oltre due anni di indagini, la Commissione Europea ha inflitto oggi, 5 dicembre 2025, la prima multa della storia ai sensi del Digital Services Act (DSA). A riceverla è X, la piattaforma di Elon Musk.
Si tratta di una decisione attesa, che seguo su questo blog da aprile scorso, quando il New York Times anticipò l’imminenza della sanzione, e che si inserisce in un contesto di tensioni crescenti tra Bruxelles e Washington.
Una decisione che, al di là della cifra, modesta se rapportata al patrimonio di Musk, stimato in oltre 450 miliardi di dollari, segna un precedente storico per la regolamentazione delle piattaforme digitali in Europa.
L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli
Le tre violazioni accertate: spunta blu, pubblicità e ricercatori
La prima, e forse la più significativa, riguarda il design ingannevole della spunta blu. Quella che un tempo era il simbolo – gratuito – di verifica delle identità ufficiali è diventata, sotto la gestione Musk, un servizio a pagamento. Il problema, secondo i regolatori europei, è che un account con la spunta blu potrebbe non essere più un utente reale, ma un bot. Questo espone gli utenti a truffe e manipolazioni, minando la fiducia nella piattaforma.
La seconda violazione riguarda l’opacità del registro pubblicitario. Il DSA impone alle piattaforme di mantenere un archivio pubblico di tutte le inserzioni pubblicitarie, con dettagli su chi le ha pagate e a quale pubblico erano destinate. Questo strumento serve a ricercatori e utenti per individuare truffe, pubblicità ingannevoli e campagne di influenza coordinate. Il registro di X, secondo la Commissione, è compromesso da barriere di accesso e eccessivi ritardi nell’elaborazione delle richieste.
La terza violazione riguarda il mancato accesso ai dati pubblici per i ricercatori. X avrebbe eretto “barriere non necessarie” per impedire agli studiosi di accedere ai dati della piattaforma, ostacolando di fatto la ricerca indipendente sulla disinformazione e sulla manipolazione dell’informazione.
La posizione della Commissione: “Modesta ma proporzionata”
A presentare la decisione è stata Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia. La Commissaria si è così espressa: “Ingannare gli utenti con le spunte blu, oscurare le informazioni sulla pubblicità e chiudere le porte ai ricercatori non hanno posto online nell’UE. Con questa prima decisione di non conformità al DSA, riteniamo X responsabile di aver minato i diritti degli utenti e di aver eluso la trasparenza”.
La Commissaria ha poi risposto alle accuse di censura arrivate dagli Stati Uniti: “È molto importante sottolineare che il DSA non ha nulla a che fare con la censura. Non siamo qui per imporre le multe più alte. Siamo qui per assicurarci che la nostra legislazione digitale venga applicata. Se rispetti le nostre regole, non ricevi multe. È così semplice”.
La multa, ha precisato Virkkunen, è stata calcolata sulla base della natura delle violazioni, della loro gravità in termini di utenti UE coinvolti e della durata delle inadempienze. Una sanzione “modesta ma proporzionata“, ben al di sotto del massimo previsto dal DSA, che può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo.
Le tempistiche: 60 e 90 giorni per adeguarsi
X ha ora 60 giorni per comunicare alla Commissione come intende risolvere il problema del design ingannevole delle spunte blu, e 90 giorni per presentare un piano per risolvere le criticità del registro pubblicitario e dell’accesso ai dati per i ricercatori.
Il mancato adeguamento potrebbe comportare ulteriori sanzioni.
È importante sottolineare che questa decisione riguarda solo una parte dell’indagine su X. Restano aperte altre due procedure. Nello specifico, una sulla gestione dei contenuti illegali e sulle misure per contrastarli; l’altra sull’algoritmo di raccomandazione, con particolare attenzione alla radicalizzazione terroristica e alle campagne elettorali. Su questi fronti, la Commissione non ha ancora raggiunto conclusioni preliminari.
La reazione del vicepresidente Usa, J.D.Vance
La tensione tra Washington e Bruxelles si era già manifestata prima ancora che la multa fosse annunciata. Il vicepresidente americano J.D. Vance ha pubblicato su X un post al vetriolo: “Circolano voci che la Commissione UE multerà X per centinaia di milioni di dollari per non aver praticato la censura. L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per spazzatura“.
Rumors swirling that the EU commission will fine X hundreds of millions of dollars for not engaging in censorship. The EU should be supporting free speech not attacking American companies over garbage.
Non è la prima volta che Vance si scaglia contro la regolamentazione digitale europea.
A febbraio di quest’anno, durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aveva definito i Commissari europei “commissari dell’UE”, evocando la polizia politica sovietica. Un linguaggio che tradisce una visione profondamente diversa del rapporto tra piattaforme digitali, libertà di espressione e responsabilità.
La decisione, come già altre volte ricordato, arriva peraltro in un momento delicato per le relazioni transatlantiche, già sotto pressione per le questioni commerciali e per la guerra in Ucraina.
Fonti europee hanno precisato che la politica americana non ha influenzato la decisione, e che il ritardo di due anni nell’arrivare alla sanzione è dovuto alla volontà di costruire un caso giuridicamente solido, anticipando un probabile ricorso da parte di X.
Il contesto: da Twitter a xAI, la trasformazione di una piattaforma
Per comprendere il significato di questa sanzione, è utile fare un passo indietro.
Come ricorderete, lo abbiamo raccontato qui su InTime Blog, Musk ha acquisito Twitter nell’ottobre 2022 per 44 miliardi di dollari, ribattezzandola X e avviando una radicale ristrutturazione. Un ribaltamento totale della piattaforma a suon di tagli massicci al personale, revisione degli algoritmi, monetizzazione della spunta blu.
A marzo 2025, X è stata acquisita da xAI, la società di intelligenza artificiale fondata da Musk nel 2023. L’operazione, interamente in azioni, ha valutato X 33 miliardi di dollari (45 miliardi, meno 12 miliardi di debito) e xAI 80 miliardi.
Una fusione che, nelle parole di Musk, punta a “combinare dati, modelli, potenza di calcolo, distribuzione e talento” per costruire “una piattaforma che non si limiti a riflettere il mondo, ma che acceleri attivamente il progresso umano”.
Questa integrazione rende la multa odierna ancora più significativa. La sanzione è stata emessa nei confronti di Musk e xAI, che ora possiede X. E apre scenari inediti sulla regolamentazione delle piattaforme che integrano social media e intelligenza artificiale.
Una sanzione che era attesa
Questa sanzione non arriva inattesa per chi legge InTime Blog.
Ad aprile, analizzavo gli scenari possibili sulla base delle anticipazioni del New York Times, che parlava di una multa potenziale superiore al miliardo di euro.
A maggio, raccontavo la lettera di venti eurodeputati alla Commissaria Virkkunen, che dopo 500 giorni dall’apertura dell’indagine chiedevano risposte concrete su bias algoritmico, disinformazione e rischi per la democrazia.
Oggi quelle risposte, almeno in parte, sono arrivate. La sanzione è inferiore alle previsioni, certo, ma il messaggio dell’UE è chiaro: le regole valgono per tutti. Anche per l’uomo più ricco del mondo.
In quali paesi del mondo X è effettivamente vietata
In queste ore, dopo la multa comminata dall’UE a X per la violazione del DSA, come abbiamo visto, in 3 precisi ambiti, è scattata la narrazione secondo cui l’Unione Europea censura la libertà di parola.
E, ovviamente, non è vero. La multa non c’entra con la libertà di espressione.
Ma questa è l’occasione per fare chiarezza e per sapere dove al momento X è davvero vietata, e per quale motivo.
Ecco i paesi in cui X è vietata:
PAESI IN CUI X È ATTUALMENTE VIETATA
Paese
Data del ban
Motivazione
Cina
giugno 2009
Controllo politico dopo le rivolte nello Xinjiang. Blocco di tutte le piattaforme social straniere per prevenire influenze estere e contenuti “politicamente sensibili”
Iran
2009
Elezioni presidenziali contestate. Blocco per impedire la diffusione del dissenso e controllare la narrativa governativa
Corea del Nord
2016
Controllo totale dell’informazione. Accesso a internet limitato a pochi funzionari di alto rango
Turkmenistan
2008
Controllo totale dell’informazione. Accesso solo tramite intranet statale “Turkmenet”. Blocca anche Facebook, YouTube, WhatsApp
Russia
marzo 2022
Invasione dell’Ucraina. Roskomnadzor mantiene il blocco perché X non ha rimosso oltre 1.300 contenuti “vietati” (critiche alla guerra, contenuti anti-governativi)
Myanmar
febbraio 2021
Colpo di stato militare. Blocco per reprimere il dissenso e controllare il flusso di informazioni
Venezuela
agosto 2024
Proteste post-elettorali contro Maduro. Ban iniziale di 10 giorni, poi esteso a tempo indefinito. Motivazione ufficiale: “incitamento all’odio, al fascismo e alla guerra civile”
In molti, proprio in queste ore stanno, paragonando l’UE alla Corea del Nord. Solo che alla luce della realtà tutto questo suona come un cortocircuito che spiega molte cose.
Cosa comporta la multa a X
Questa prima sanzione ai sensi del DSA rappresenta un test cruciale per la credibilità della regolamentazione europea sulle piattaforme digitali.
Per la prima volta, l’Unione Europea dimostra di essere disposta a passare dalle parole ai fatti, sanzionando una delle piattaforme più influenti al mondo e sfidando apertamente le pressioni politiche americane.
La partita, va detto, è tutt’altro che chiusa. Musk ha già annunciato l’intenzione di contestare eventuali sanzioni in tribunale, e le altre indagini su X restano aperte.
Ma una cosa è certa. Questo passaggio finirà per inasprire le relazioni Usa-UE in un delicato momento storico. Una parte politica americana, molto consistente, spingerà affinché l’amministrazione Trump adotti iniziative in risposta a questa multa.
Quindi c’è da attendersi, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane una reazione da parte degli Usa che non sarà solo rumorosa.
Il debutto di “Info sul tuo account” su X, pensato per rendere più trasparenti i profili, ha prodotto confusione, errori, localizzazioni imprecise. Si è quindi riacceso il dibattito sul ruolo della piattaforma nella lotta alla disinformazione. Ecco tutto quello che è successo.
Quello che doveva essere un passo avanti verso la trasparenza e verso la lotta alla disinformazione, si è rivelato un mezzo pasticcio.
Annunciata da settimane, alla fine X ha lanciato il fine settimana appena trascorso la funzione “Info sul tuo account”. Immediatamente dopo si è innescata una serie di situazione che dimostrano quanto sia complesso portare trasparenza in un ambiente dove l’autenticità è merce sempre più rara.
Nel giro di 48 ore dalla sua attivazione, la funzione è stata temporaneamente disattivata, poi riattivata con modifiche sostanziali, mentre migliaia di utenti si sono ritrovati a scoprire che account con centinaia di migliaia di follower, che si presentavano come “patrioti americani”, erano in realtà gestiti da Paesi lontani migliaia di chilometri dagli Stati Uniti.
Il caso più eclatante ha coinvolto addirittura l’account del Dipartimento di Sicurezza Nazionale statunitense, con screenshot diventati virali che lo mostravano come “basato in Israele” prima che la funzione sparisse improvvisamente nella notte di venerdì scorso, 22 novembre 2025.
X, la trasparenza e il pasticcio sulle info dei profili
Come si è arrivati a Info sul tuo account
Come dicevo all’inizio, la funzionalità era arrivata già il 14 ottobre 2025, quando Nikita Bier, responsabile prodotto di X dal luglio di quell’anno, aveva anticipato l’intenzione della piattaforma di apportare una maggiore trasparenza sui profili. Intento assolutamente lodevole.
La fase di test era partita sugli account dei dipendenti X, con l’obiettivo dichiarato di aiutare gli utenti a verificare l’autenticità dei contenuti che visualizzano quotidianamente e limitare l’influenza delle cosiddette “troll farm”.
La funzione, accessibile toccando la data di iscrizione visibile sui profili, mostra una serie di informazioni fino a quel momento nascoste: il Paese o la regione da cui l’account viene utilizzato prevalentemente; la data di creazione dell’account; il numero di volte in cui è stato cambiato il nome utente con l’indicazione dell’ultimo cambio; e la modalità attraverso cui l’app è stata scaricata originariamente (App Store statunitense, Google Play, web e così via).
Il meccanismo tecnico si basa sull’analisi degli indirizzi IP aggregati e sui dati dello store da cui è stata scaricata l’applicazione. X ha anche predisposto un sistema di avvisi per segnalare quando vengono rilevate connessioni attraverso proxy o VPN, mostrando un’icona a scudo con la dicitura che il Paese o la regione potrebbero non essere accurati.
Come si sa, gli utenti hanno la possibilità di modificare le impostazioni sulla privacy, scegliendo se mostrare il Paese specifico o solo la macro-regione geografica (Europa, Asia, Africa).
Questa opzione, inizialmente pensata per tutelare utenti in Stati dove la libertà di espressione è limitata, è stata poi estesa a tutti gli utenti. In ogni caso, come precisato da Bier, l’attivazione dei controlli sulla privacy viene evidenziata sul profilo stesso, creando un ulteriore livello di segnalazione che potrebbe alimentare sospetti.
Lancio globale e l’immediato caos
Quando la funzione è stata attivata a livello globale, sabato 22 novembre, si è scatenato un prevedibile parapiglia. Utenti di ogni orientamento politico hanno iniziato a verificare la posizione geografica di account con cui interagivano da anni, scoprendo incongruenze spesso clamorose.
I dati emersi nelle prime ore di utilizzo hanno mostrato situazioni e scenari sorprendenti.
L’account MAGANationX, con quasi 400.000 follower e che si presenta come “voce patriottica del popolo americano”, è risultato basato in Europa orientale al di fuori dell’Unione Europea.
IvankaNews_, account dedicato a Ivanka Trump con quasi un milione di follower, è apparso localizzato in Nigeria. Altri profili molto seguiti che promuovono contenuti pro-MAGA sono stati identificati in Bangladesh (account “America First” con 67.000 follower), Thailandia (Dark Maga con 15.000 follower), Marocco e Macedonia.
Ma il fenomeno non ha risparmiato neanche l’altro lato dello spettro politico. Un account che si presentava come “democratico orgoglioso” e “cacciatore professionale di MAGA”, con 52.000 follower, è stato localizzato in Kenya.
L’account “Republicans Against Trump”, con quasi un milione di follower, è risultato basato in Austria, anche se successivamente la localizzazione è cambiata in USA con l’avviso di possibile uso di VPN.
Il caso più eclatante, però, è stato quello dell’account del Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. Venerdì mattina hanno iniziato a circolare screenshot e video che mostravano l’account come “basato a Tel Aviv, Israele”.
La funzionalità è stata disattivata bruscamente venerdì sera, alimentando dubbi sul fatto che X avesse ritirato lo strumento proprio per sopprimere la controversia legata all’account governativo.
Il DHS ha inizialmente risposto con un meme che mostrava Trump con espressione stupita, senza confermare né smentire, per poi pubblicare domenica una smentita ufficiale affermando che l’account è sempre stato gestito esclusivamente dagli Stati Uniti.
Nikita Bier ha respinto con forza le speculazioni, definendo le affermazioni “fake news” e spiegando che la funzione era stata temporaneamente disattivata “perché il Paese di creazione dell’account era inesatto per un sottoinsieme molto piccolo di account vecchi, a causa di intervalli IP cambiati nel tempo”.
Bier ha inoltre precisato che le informazioni sulla posizione non erano (e non lo saranno) disponibili per gli account verificati grigi (governativi e istituzionali), e che i post che mostravano il contrario erano stati etichettati come “media manipolati”.
Cinque ore dopo ha pubblicato un laconico “ho bisogno di un drink”, sintomo della pressione che si stava accumulando.
Quando la funzione è stata riattivata domenica mattina, X aveva già operato modifiche significative. L’informazione sul Paese di creazione originale dell’account era stata rimossa completamente, lasciando solo la posizione corrente basata, rispetto a quello che è stato diffuso inizialmente.
Gli account istituzionali con spunta grigia ora mostrano solo la data di creazione e quella di verifica, senza alcuna indicazione geografica, con l’eccezione dell’account DHS che è l’unico profilo governativo a mostrare “Stati Uniti” come posizione.
Le cause tecniche delle imprecisioni sono molteplici. L’uso di VPN o proxy può alterare la localizzazione rilevata. Gli indirizzi IP dinamici, i servizi di hotspot mobile e connessioni di tipo satellitare possono generare dati geografici errati.
Gli intervalli di indirizzi IP cambiano nel tempo, rendendo obsolete le informazioni di localizzazione storica per account creati anni fa. Viaggi internazionali e trasferimenti di residenza creano ulteriore complessità.
Appena attivata ho personalmente verificato diversi casi problematici. Il mio stesso account è stato segnalato come “probabilmente collegato via VPN” quando così non era e non è mai stato. Con il risultato di generare un’informazione completamente errata. Vero è che la mia posizione è in Italia.
Ma c’è di più. Profili che si dichiaravano italiani risultavano attivi stabilmente nel Sud-Est asiatico. E da ui si potrebbe creare una lista lunghissima di account.
Di fronte a questa funzionalità, molto valida nel suo intento, va assunto un atteggiamento attento. Proviamo ad immaginare due esempi.
Come approcciare alla funzionalità
Un account creato nel 2023, localizzato in India, con decine di cambi di username in pochi mesi e contenuti esclusivamente anti-Unione Europea presenta tutti i segnali di un’attività non autentica.
Invece, un profilo del 2011 con posizione sempre in Italia, verifica dal 2017 e attività coerente nel tempo lascia immaginare che sia un utente reale.
Bier ha riconosciuto che persistono alcune imperfezioni che dovrebbero essere risolte entro martedì 25 novembre, sottolineando che “se qualche dato è scorretto, verrà aggiornato periodicamente in base alle migliori informazioni disponibili” e che questo avviene “con una pianificazione ritardata e randomizzata per preservare la privacy”.
Le implicazioni politiche
Al di là degli aspetti tecnici, la funzione ha riacceso un dibattito, mai sopito in realtà, sull’effettiva portata dell’interferenza straniera nelle conversazioni politiche online.
Secondo le verifiche condotte da diversi analisti nelle prime ore di attivazione della funzione, decine di account con follower che vanno dalle decine di migliaia al milione sono risultati basati in Paesi diversi da quelli che i loro contenuti suggerivano.
Il Centre for Information Resilience aveva già segnalato durante le elezioni statunitensi del 2024 l’uso di account basati in Europa orientale o Russia per amplificare il movimento MAGA. La nuova funzione ha finito per rivelare informazioni alimentando ancora di più sospetti rispetto ad alcuni account.
Quando un utente ha chiesto a Grok, il chatbot di IA integrato in X, se il fenomeno riguardasse entrambi gli schieramenti politici, la risposta è stata: “I recenti aggiornamenti di X con le etichette dei Paesi hanno evidenziato diversi account pro-Trump/MAGA come basati all’estero, spesso in Russia. Le ricerche mostrano meno report di account democratici esposti in questo evento specifico, anche se operazioni di influenza straniera hanno storicamente preso di mira entrambi gli schieramenti politici“.
Recent X updates with country labels have highlighted several pro-Trump/MAGA accounts as foreign-based, often Russian. Searches show fewer reports of Democrat accounts exposed in this specific event, though foreign influence ops have targeted both political sides historically,…
La vicenda solleva questioni più profonde sulla natura stessa della trasparenza nelle piattaforme digitali. Uno strumento pensato per aumentare la fiducia ha finito per generare confusione, alimentato teorie di complotto e potenzialmente danneggiato la reputazione di account segnalati erroneamente.
Il problema fondamentale è che la trasparenza imperfetta può diventare addirittura più dannosa della stessa opacità.
Quando un sistema di verifica presenta margini di errore così evidenti ma viene percepito come affidabile, le conseguenze possono essere gravi.
Un utente segnalato come “probabilmente collegato via VPN” quando non lo è subisce un danno reputazionale ingiustificato. Un giornalista che lavora legittimamente dall’estero rischia di essere etichettato come troll. Un account governativo erroneamente localizzato in un altro Paese innesca enormi dubbi infondati.
La dinamica ricorda altri tentativi di introdurre meccanismi di verifica su larga scala che si sono rivelati problematici.
Le etichette automatiche di Facebook sui contenuti legati al cambiamento climatico hanno generato falsi positivi su articoli scientifici. I sistemi di moderazione automatica di YouTube hanno ripetutamente colpito contenuti legittimi mentre lasciavano passare violazioni evidenti. La differenza è che in questo caso la classificazione geografica tocca direttamente la sfera dell’identità e dell’opinione politica.
C’è poi il rischio di abuso dello strumento stesso. Utenti malintenzionati hanno iniziato a utilizzare la funzione per campagne di delegittimazione mirata, pubblicando screenshot di localizzazioni geografiche per screditare avversari politici. Tutto questo senza verificare se i dati fossero accurati o se ci fossero spiegazioni legittime (come persone che lavorano temporaneamente all’estero o che hanno creato account durante viaggi).
La possibilità di modificare le impostazioni per mostrare solo la regione invece del Paese specifico introduce un ulteriore livello di ambiguità. Se un utente sceglie di mostrare “Asia” invece di un Paese specifico, questo viene evidenziato sul profilo, creando di fatto un segnale che può essere interpretato negativamente anche quando la scelta è legittima per ragioni di sicurezza personale.
Quale trasparenza è possibile nelle piattaforme digitali?
La risposta che emerge da questa vicenda è che la trasparenza non è un interruttore che si può semplicemente attivare. Ma è un sistema complesso che richiede precisione tecnica, capacità di comprensione e interpretazione del contesto e meccanismi di correzione.
Uno strumento di trasparenza difettoso non è solo inutile: è controproducente perché erode ulteriormente la fiducia che pretende di costruire.
X non è la prima piattaforma a offrire informazioni “su questo account”. Instagram ha una funzionalità simile da tempo, che mostra quando un profilo è stato creato e i pattern di crescita dei follower. Ma Instagram si limita a dati meno controversi e più facilmente verificabili.
La scelta di X di includere informazioni geografiche basate su dati IP, notoriamente imprecisi, rappresentava un rischio calcolato che si è rivelato del tutto sottovalutato.
Il contesto normativo europeo aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il Digital Services Act richiede alle piattaforme di grande dimensione di aumentare la trasparenza sui contenuti e di dare agli utenti strumenti per valutare l’affidabilità delle informazioni.
La vicenda si inserisce anche nella più ampia strategia di Elon Musk di trasformare X in un’”app per tutto” dove la fiducia è fondamentale. Come sottolineato da Bier, l’obiettivo è che durante eventi come elezioni o crisi internazionali, conoscere da dove proviene un account possa fornire un contesto preciso, simile alla firma che accompagna gli articoli nel giornalismo tradizionale. Ma il paragone regge solo se le informazioni sono accurate quanto quelle di una testata giornalistica verificata.
X, la trasparenza e il pasticcio sulle info dei profili
Cosa si impara da un esempio di trasparenza imperfetta
Cosa ci dice questa vicenda sul futuro della verifica dell’autenticità online
Innanzitutto, che non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. L’identificazione di bot e account inautentici richiedono l’analisi di molteplici segnali comportamentali, non solo della posizione geografica. La frequenza dei post, i pattern di interazione, la coerenza temporale del linguaggio, le reti di connessioni sono tutti elementi che, combinati, possono fornire un quadro più affidabile.
In secondo luogo, che la trasparenza deve essere accompagnata da meccanismi capaci di contestualizzare e correggere in tempo reale.
X ha dimostrato di poter reagire rapidamente disattivando e modificando la funzione, ma questo ha anche alimentato la percezione di censura e manipolazione.
Un sistema più maturo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio la possibilità per gli utenti di segnalare errori e di fornire spiegazioni contestuali verificabili.
Terzo, che gli effetti collaterali della trasparenza imperfetta possono essere significativi. La funzione ha generato ondate di campagne di delegittimazione reciproca, ha esposto potenzialmente utenti a rischi e ha alimentato narrazioni cospirazioniste molto difficili da smentire una volta diffuse.
Per ora, “Info sul tuo account” rimane quello che dovrebbe essere esplicitamente dichiarato: un indicatore, non una prova. Un primo tentativo di dare contesto, non una certificazione di autenticità.
Una indicazione da mettere insieme ad altri elementi di valutazione, non una sentenza definitiva. Se gli utenti lo useranno con questa consapevolezza critica, allora potrebbe essere utile.
Se invece verrà trattato come verità assoluta, paradossalmente potrebbe alimentare più confusione di quanta ne risolva. E questa, forse, è la lezione più importante di questo caotico weekend digitale.
[Le immagini originali sono state realizzare usando modelli di IA Artificiale Generativa, come Dall-E 3, Canva Magic Media, Gemini 3]
Dopo 500 giorni di silenzio dall’apertura dell’indagine europea su X, venti deputati UE scrivono alla Commissione: bias algoritmico, disinformazione e rischio per la democrazia al centro della lettera.
Sono passati 500 giorni da quando l’Unione Europea ha aperto un’indagine formale contro X, la piattaforma di proprietà di Elon Musk, per presunte violazioni del Digital Services Act (DSA). Da allora, silenzio. Nessuna comunicazione ufficiale, nessun provvedimento. Solo un’attesa che si fa ora sempre più difficile da giustificare.
“A partire da domani, 1° maggio 2025, saranno trascorsi esattamente 500 giorni dall’inizio dell’indagine, e la mancanza di un esito conclusivo risulta sempre più allarmante”, si legge nelle prime righe della lettera”.
Un documento diretto, dettagliato e ben strutturato, che rappresenta non solo un richiamo politico, ma anche una denuncia chiara su quanto sta accadendo all’interno di X.
X nel mirino dell’UE, la lettera dei deputati europei
Il contesto: un’indagine lunga e silenziosa
Il procedimento formale era stato annunciato dalla Commissione Europea il 18 dicembre 2023. Le violazioni contestate erano numerose: mancanza di trasparenza algoritmica, gestione opaca dei contenuti, disinformazione, e gravi carenze nel contrasto ai contenuti illegali.
A distanza di oltre un anno e mezzo, la situazione non solo non è cambiata, ma secondo numerose ricerche e inchieste giornalistiche sarebbe addirittura peggiorata. In aprile, il New York Times ha anticipato che la Commissione potrebbe comminare una multa da oltre 1 miliardo di euro, innescando una nuova fase di tensioni tra Bruxelles e Washington.
La lettera dei deputati europei si inserisce proprio in questo vuoto normativo e comunicativo, chiedendo risposte precise e immediate.
Le accuse: bias algoritmico, manipolazione politica, opacità
“Ricerche indicano un possibile bias algoritmico su X che favorirebbe in modo sproporzionato contenuti dell’estrema destra e amplificherebbe i post del proprietario della piattaforma.”
E non si tratta solo di Stati Uniti. La lettera denuncia anche interferenze nei processi elettorali europei, citando:
il sostegno pubblico di Musk al partito tedesco di estrema destra AfD;
una campagna di disinformazione contro il primo ministro britannico Keir Starmer;
la diffusione virale di fake news durante i disordini a Dublino nel novembre 2023;
la difesa pubblica di Musk del candidato romeno di estrema destra Călin Georgescu, squalificato per interferenze russe.
Tutti episodi che, messi in fila, delineano un pattern molto chiaro: X non è più solo una piattaforma neutrale, ma uno strumento che può distorcere il discorso pubblico e minare i processi democratici.
Le richieste: risposte concrete dalla Commissione
I deputati non si limitano a esprimere preoccupazione: chiedono risposte dettagliate e operative su otto punti fondamentali. Tra questi:
Trasparenza algoritmica – che risultati sono emersi dalle indagini tecniche inviate a X a gennaio 2025?
Valutazione dei rischi elettorali – è stato consegnato il report di rischio previsto dal DSA? Quali misure si intendono adottare prima del prossimo ciclo elettorale?
Misure provvisorie – la Commissione intende intervenire con sanzioni o sospensioni se X continuerà a disattendere le richieste?
Audit indipendente – l’audit esterno previsto è già stato avviato? Quando saranno resi pubblici i risultati?
Tempistiche procedurali – qual è il calendario previsto per i prossimi passaggi, fino a una decisione finale?
A queste domande se ne aggiungono altre di carattere generale, tutte volte a capire se la Commissione sia davvero pronta a far rispettare le regole del Digital Services Act.
Una questione che riguarda la tenuta democratica
La lettera si chiude con un richiamo forte ai principi fondanti dell’Unione Europea:
“L’integrità dei nostri processi democratici e l’applicazione delle normative europee sono in gioco. Confidiamo che la Commissione agirà con decisione per difendere questi principi.”
Difficile non condividere questo appello. Dopo 500 giorni di attesa, e con una mole crescente di indizi, inchieste e dati, la credibilità del DSA come strumento di regolazione dipende dalla risposta che Bruxelles sarà in grado di offrire.
In un contesto in cui le piattaforme digitali non sono più solo spazi di espressione, ma strumenti di potere, la richiesta dei deputati europei suona come un richiamo non solo al rispetto della legge, ma alla tutela della democrazia stessa.
Musk prevede di ridurre il suo ruolo al DOGE per Tesla, e ora i profitti crollano (-71%). Con l’appoggio di Trump non molla. La realtà rischia di frenare i suoi sogni marziani.
Elon Musk ha annunciato che ridurrà il suo impegno nel Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), l’ente voluto da Donald Trump per snellire la burocrazia statunitense.
Dietro questi numeri si nasconde anche il peso delle scelte e dell’atteggiamento di Musk, sempre più al centro di polemiche per le sue prese di posizione politiche e il suo uso, a volte spregiudicato, della sua piattaforma X.
Val la pena analizzare i fatti e capire cosa sta succedendo.
Musk, il passo indietro dal dipartimento DOGE
Durante una conference call con gli investitori di Tesla, Musk ha dichiarato che il suo lavoro al DOGE è “quasi completato” e che, a partire da maggio 2025, dedicherà solo uno o due giorni a settimana all’ente governativo, tornando a focalizzarsi su Tesla, SpaceX e X.
Secondo Reuters, Musk ha sottolineato che il suo ruolo di “dipendente governativo speciale” scadrà a fine maggio, dopo i 130 giorni previsti dal suo incarico.
La decisione non sorprende: il DOGE, guidato da Musk e dall’imprenditore Vivek Ramaswamy, ha già implementato riforme radicali, con tagli per oltre 140 miliardi di dollari, anche se alcune stime sono controverse.
Già negli ultimi giorni, Politico aveva riportato indiscrezioni secondo cui Trump era pronto a ridimensionare il ruolo di Musk, più orientato a diventare un consigliere informale.
La Casa Bianca e Musk avevano smentito un’uscita immediata, ma le pressioni degli investitori di Tesla, preoccupati per il calo delle vendite (-13% nel primo trimestre), sembrano aver spinto Musk a fare un passo indietro. “Tesla ha bisogno di me ora più che mai”, ha detto Musk, come riportato da Bloomberg.
Elon Musk riduce il suo ruolo al DOGE mentre Tesla crolla
Musk e il crollo dei profitti di Tesla, i numeri
Nel frattempo, i numeri parlano chiaro e non sono incoraggianti.
Tesla ha chiuso il primo trimestre del 2025 con un utile netto di 409 milioni di dollari, in calo del 71% rispetto agli 1,4 miliardi dello stesso periodo del 2024. I ricavi sono scesi del 9%, attestandosi a 19,3 miliardi di dollari.
Sempre secondo Reuters, il calo è dovuto a una combinazione di fattori: una domanda globale più debole per i veicoli elettrici, tagli aggressivi ai prezzi per stimolare le vendite e un aumento delle spese operative per progetti di intelligenza artificiale e robotica, come il robot Optimus e la guida autonoma.
La concorrenza, con rivali come il cinese BYD in forte ascesa, ha fatto il resto.
Musk e il suo atteggiamento sempre più polarizzante
L’immagine di Musk, sempre più polarizzante, potrebbe aver contribuito a generare questo momento difficile per Tesla.
Negli ultimi mesi, come ben sappiamo, il CEO ha fatto parlare di sé non solo per le sue imprese imprenditoriali, ma per una serie di comportamenti e dichiarazioni che hanno sollevato critiche in tutto il mondo.
Il caso più eclatante risale al 20 gennaio 2025, durante l’insediamento di Trump, quando Musk ha compiuto un gesto, braccio teso dopo essersi battuto il petto, interpretato da molti come un saluto fascista o nazista.
Media come Times of Israel hanno riportato le reazioni indignate, mentre l’Anti-Defamation League ha definito il gesto “maldestro” ma non intenzionalmente nazista. Musk, su X, ha respinto le accuse, parlando di “trucchi sporchi” e spiegando che voleva solo “dare il cuore al pubblico”. Eppure, il gesto è stato celebrato da gruppi estremisti come Blood Tribe, alimentando le polemiche.
Durante una diretta su X con la leader di AfD Alice Weidel, non ha contraddetto teorie revisioniste su Hitler, suscitando ulteriori critiche. La sua gestione di X, trasformata in un megafono per idee di destra e teorie controverse, ha alienato utenti e istituzioni.
Per citarne qualcuno, la vicepremier spagnola Yolanda Díaz, ad esempio, ha abbandonato la piattaforma in segno di protesta, mentre la Commissione Europea ha messo sotto osservazione X per possibili violazioni del Digital Services Act.
Questi episodi hanno avuto un impatto sulla percezione anche di Tesla. Come riportato da Reuters, il brand è fortemente associato alla figura di Musk, e le accuse di antisemitismo (come la condivisione di teorie cospirative su George Soros nel 2023) e il flirt con l’estrema destra hanno allontanato consumatori e investitori sensibili a questi temi.
“Il comportamento di Musk sta diventando un rischio per Tesla“, ha dichiarato un analista di Wedbush Securities a Bloomberg. La fiducia nel marchio ne ha risentito, soprattutto in mercati chiave come l’Europa, dove le polemiche politiche di Musk sono seguite con attenzione.
Cosa attendersi da Musk ora
La decisione di Musk di ridimensionare il suo ruolo al DOGE è un segnale che il tycoon è consapevole delle difficoltà di Tesla. In ogni caso, il danno reputazionale e le sfide di mercato non si risolveranno dall’oggi al domani.
La concorrenza nel settore delle auto elettriche è sempre più agguerrita, e Tesla deve ritrovare il suo slancio innovativo per recuperare terreno.
Musk, dal canto suo, dovrà dimostrare di poter bilanciare le sue ambizioni politiche con la leadership aziendale, evitando passi falsi che potrebbero ulteriormente erodere la fiducia degli stakeholder. Impresa quasi impossibile.
Intanto, il dibattito sul suo atteggiamento non accenna a placarsi. È sicuramente Musk a portare Tesla dov’è oggi, ma è anche la sua personalità controversa a metterla a rischio.
Di fronte ad una situazione del genere, c’è da star sicuri che Musk prenderà qualche provvedimento di convenienza sul momento. Ma in una prospettiva più ampia, in realtà, è pronto a non indietreggiare in alcun modo.
Orma ha assunto la consapevolezza che il suo ruolo all’interno dell’amministrazione Trump è appoggiato proprio dal presidente Usa. E fin quando questo sostegno c’è, per lui tutto va bene.
Solo che tutto questo, come abbiamo visto, deve fare i conti con la realtà. E Marte è ancora molto lontano dall’essere raggiunto.
Community Notes fa il suo debutto sulle piattaforme Meta, per ora solo in fase di test negli Usa. Il modello è analogo a quello adottato sulla piattaforma X. Esempio di partecipazione collettiva che potrebbe comportare molti rischi.
Community Notes ha fatto il suo debutto negli Usa proprio ieri, 18 marzo 2025.
Ora ci siamo. La fase di test è iniziata, per ora solo negli Stati Uniti. Segna un cambio di rotta nella gestione dei contenuti sulle piattaforme di Mark Zuckerberg. Ispirandosi esplicitamente a quanto già vediamo su X.
Meta lo ha comunicato in modo chiaro: da ieri, un gruppo selezionato di utenti americani può usare le Community Notes su Facebook, Instagram e Threads.
L’idea alla base delle Community Notes
L’idea è semplice: consentire agli utenti di aggiungere note a post con informazioni fuorvianti o incomplete, sul modello di X. Queste note diventano visibili a tutti solo se ricevono abbastanza valutazioni positive dalla comunità.
Si tratta, insomma, di una sorta di sistema di crowdsourcing che prende il posto del fact-checking di terze parti. Un passaggio che Zuckerberg aveva anticipato all’inizio dell’anno.
Le Community Notes di Meta, come quelle di X, sono uno strumento collaborativo. Gli utenti possono segnalare un post e aggiungere una nota con correzioni o informazioni aggiuntive, supportate da fonti verificabili.
Community Notes di Meta, al via il test negli Usa
La fase di test per ora negli Usa
Durante la fase di test, Meta monitorerà la creazione e la valutazione di queste note per capire se riescono a contrastare la disinformazione. Il sistema parte in modo graduale ma coinvolge tutte e tre le piattaforme principali: Facebook, Instagram e Threads.
Negli Usa, il programma di fact-checking tradizionale sarà abbandonato del tutto, una scelta non priva di rischi.
Community Notes di Meta, non ancora in Italia
Per ora, in Italia, le Community Notes non arriveranno. L’avvio dei test negli Usa lascia pensare che i tempi per un’estensione in Europa potrebbero non essere troppo lontani.
Questo approccio ha un lato positivo che mira ad affidare il controllo agli utenti, rendendo le piattaforme più aperta e partecipativa. Ma c’è un rovescio della medaglia, legato alle competenze e alla preparazione di chi valuta.
Non serve una conoscenza specifica per intervenire; basta partecipare a un sistema di valutazione collettiva per verificare i contenuti segnalati. E qui si apre un tema cruciale.
Il confronto con Community Notes di X
Rispetto a X, che conta circa 580 milioni di utenti registrati su un’unica piattaforma, Meta gestisce tre realtà ben più grandi: Facebook con oltre 3 miliardi di utenti e Instagram con oltre 2 miliardi, per non parlare di Threads.
Piattaforme di questa scala, se controllate dagli utenti, rischiano di ritrovarsi con valutazioni imprecise sui contenuti. E le conseguenze sono evidenti a tutti.
Su X, le Community Notes in alcuni casi riescono a trovare un punto di equilibrio – persino Elon Musk ha dovuto cancellare contenuti oggettivamente falsi dopo le segnalazioni. Ma molti sono i casi di valutazioni molto discutibili.
Rischio di diffondere informazioni poco affidabili
In molti casi, dimostrato da alcune ricerche recenti, le Community Notes su X hanno avuto un approccio limitato verso la disinformazione, concentrandosi solo sulla falsità oggettiva e trascurando il contesto storico, sociale, culturale, economico e politico che spesso accompagna le narrazioni malevoli.
Su Meta, con numeri così alti, questo fenomeno potrebbe amplificarsi. Il rischio è che informazioni vere vengano messe in discussione da gruppi di utenti con opinioni diverse o che si affidino a fonti errate, deviando il giudizio finale su un contenuto.
Uno degli aspetti critici, che vengono mossi anche nei confronti delle Community Notes di X, è che spesso queste valutazioni arrivano quando già il post ha raggiunto l’apice della sua visibilità. Di conseguenza, le valutazioni degli utenti potrebbero risultare davvero poco efficaci.
Per tutto questo che abbiamo visto finora, il sistema va monitorato con attenzione.
Non sappiamo ancora quanto durerà il test negli Usa né quando arriverà in Europa o in altri paesi. Quel che è certo è che si tratta di un momento importante, soprattutto nel contesto attuale.
Serve osservare come evolverà, perché se da un lato punta a ridurre la disinformazione, dall’altro potrebbe generare nuove sfide.
Qui in basso trovate il mio video podcast – lo trovate su YouTube – dove approfondisco questi aspetti.
Ieri, 10 marzo 2025, X ha subito tre down. Elon Musk ha accusato un attacco DDoS dall’Ucraina, ma mancano prove. Ecco cosa è successo in una giornata difficile per la piattaforma.
Ieri, 10 marzo 2025, la piattaforma X ha subito tre interruzioni di servizio nell’arco di poche ore, un evento che ha comportato non pochi disagi per centinaia di migliaia di utenti in tutto il mondo.
Le tre interruzioni, durate complessivamente oltre sei ore, rappresentano uno dei disservizi più gravi che si sono registrati nella storia recente della piattaforma.
X non ha rilasciato comunicati tecnici dettagliati, lasciando spazio alle dichiarazioni di Musk come unica fonte ufficiale.
X e il blackout, tra speculazioni e assenza di informazioni
L’ipotesi di Musk: un attacco DDoS dall’Ucraina
Durante l’intervista a Fox News, trasmessa quando in Italia era tarda serata, Musk ha descritto l’incidente come un “massiccio attacco cyber” orchestrato da un gruppo o uno Stato, sottolineando che gli indirizzi IP coinvolti proverrebbero dall’area ucraina.
L’ipotesi tecnica più accreditata, supportata anche da esperti del settore, è quella di un attacco Distributed Denial of Service (DDoS), una strategia che mira a sovraccaricare i server con un volume di traffico insostenibile, rendendo il servizio inaccessibile.
Jake Moore, Global Security Advisor di ESET, ha offerto un’analisi approfondita:
“Gli attacchi DDoS sono un metodo efficace per colpire un’azienda senza dover compromettere direttamente i suoi sistemi principali, permettendo agli autori di restare in gran parte anonimi. Questo rende la protezione ancora più complessa, soprattutto quando il contesto dell’attacco è sconosciuto e ci si può affidare solo a misure generiche di mitigazione.”
Moore ha aggiunto che gli hacker sfruttano sempre più dispositivi IoT per amplificare questi assalti, una tendenza in crescita che complica ulteriormente le difese.
Cosa sono gli attacchi DDoS
Un attacco Distributed Denial of Service (DDoS) è una tecnica usata dai cybercriminali per mettere fuori uso un servizio online, come un sito o una piattaforma, sommergendolo di richieste.
Immaginiamo un negozio preso d’assalto da migliaia di clienti fittizi che bloccano l’ingresso: i server, incapaci di gestire un traffico così intenso e artificiale, si bloccano, rendendo il servizio inaccessibile agli utenti reali.
Questi attacchi spesso sfruttano reti di dispositivi compromessi – dai computer ai dispositivi IoT come telecamere o router – coordinati per colpire il bersaglio contemporaneamente, rendendo difficile individuarne l’origine.
X e il down: al momento nessuna prova concreta, solo speculazioni
Nonostante le affermazioni di Musk, al momento non sono state pubblicate evidenze tecniche che confermino l’origine ucraina dell’attacco.
X non ha fornito log o dati sugli IP coinvolti, e la dichiarazione del suo proprietario resta al momento priva di riscontri ufficiali.
La situazione dunque lascia aperte diverse interpretazioni. Potrebbe trattarsi di una deduzione basata su analisi interne non ancora condivise; oppure di un’accusa deliberata, dettata da dinamiche geopolitiche.
Musk, noto per le sue posizioni controverse, ha avuto negli ultimi giorni attriti non di poco conto con l’Ucraina, soprattutto legati all’uso di Starlink nel conflitto con la Russia.
In ogni caso, senza un report dettagliato, la tesi dell’attacco da una zona ucraina resta semplice speculazione.
X e i precedenti casi di down
Non è la prima volta che X si trova ad affrontare blackout di tale portata.
In passato, la piattaforma è stata già bersaglio di attacchi DDoS e disservizi strutturali che, in alcuni casi, sono stati erroneamente interpretati come cyberattacchi mirati.
Sempre secondo Moore, “X è una delle piattaforme più discusse al mondo, il che la rende un bersaglio ideale per hacker che vogliono lasciare il segno. L’unica strategia efficace per contrastare questi attacchi è continuare ad anticipare l’imprevedibile e rafforzare costantemente le difese.”
La vulnerabilità di X potrebbe essere accentuata anche dalla sua crescente centralità nel dibattito pubblico.
La situazione attuale e maggiore sicurezza
Il down di X pone comunque diversi interrogativi.
È stato davvero un attacco coordinato dall’Ucraina, come sostiene Musk, o un problema tecnico amplificato dalla narrazione del suo proprietario? E se si trattasse di un DDoS, chi ne è responsabile?
La mancanza di trasparenza da parte di X alimenta il dibattito, mentre la piattaforma torna operativa senza chiarire davvero cosa sia accaduto.
Quel che è certo è che la sicurezza informatica resta una sfida cruciale e centrale per le grandi piattaforme digitali. Soprattutto, nel caso di X, quando queste diventano luoghi di scontro anche su temi delicati di strettissima attualità.
[L’immagine di copertina è stata realizzata da Franz Russo utilizzando un modello di intelligenza artificiale generativa]
X potrebbe tornare a valere 44 miliardi di dollari. La situazione della piattaforma di Elon Musk potrebbe evolvere, in virtù del contesto che è cambiato dall’elezione di Trump. Ecco un approfondimento sulla piattaforma che fotografa in modo dettagliato il momento attuale.
È innegabile, la piattaforma X di Elon Musk è sicuramente con il vento in poppa, come si dice, dall’insediamento di Trump. Un dato che corrisponde all’inizio del mandato di Musk da ministro dell’Efficienza Governativa dell’amministrazione Trump.
La piattaforma sta vivendo un momento apparentemente positivo. E forse non sorprende più di tanto. Infatti, tutto questo è un effetto di tante azioni che Musk ha messo in campo nei mesi scorsi.
X potrebbe essere sul punto di mettersi alle spalle alcune difficoltà economiche grazie a nuove manovre finanziarie, e spinge sempre più sull’integrazione dell’intelligenza artificiale e sulla monetizzazione dei contenuti.
In ogni caso, in questo contesto che volge al positivo, le preoccupazioni sull’imparzialità della piattaforma e sulla sua influenza politica restano più evidenti che mai.
Quello che segue è un dettagliato resoconto della situazione di X in questa fase. Un momento fare il punto sulla piattaforma, sulla strategia di Musk e sulla integrazione sempre più stretta con la IA.
Strategia che al momento sta portando le aziende a investire con nuove inserzioni.
In tutto questo, è di assoluta rilevanza il fatto che oggi Musk non è solo il proprietario della piattaforma, ma è anche a capo del Dipartimento dell’Efficienza Governativa dell’amministrazione Usa e uno degli uomini più vicini proprio al presidente Donald Trump.
Un ruolo questo che non può non generare delle conseguenze.
X, la sua evoluzione attuale e tutto ciò che c’è da sapere
Utenti e abbonamenti
X mantiene una base utenti ampia ma la quota di abbonati paganti è molto limitata. La piattaforma conta oltre 580 milioni di utenti attivi mensili nel mondo.
In ogni caso, gli utenti abbonati ai servizi Premium (inclusi i livelli Premium e Premium+) rappresentano solo una piccolissima frazione. Si stima che gli abbonati a pagamento siano nell’ordine delle centinaia di migliaia – ad esempio circa 650.000 utenti a inizio 2025 – ossia meno dello 0,2% degli utilizzatori totali. Persino analisi più ottimistiche (TechCrunch/AppFigures, fine 2023) indicavano circa 1,3 milioni di abbonati, pari allo 0,3% degli utenti, confermando in ogni caso che meno di 1 utente su 100 paga per i servizi premium. Di conseguenza, oltre il 99% degli utenti di X utilizza solo la versione gratuita.
Nel tentativo di aumentare gli abbonamenti, X ha introdotto da fine 2023 tre livelli di abbonamento (Basic, Premium e Premium+) con prezzi crescenti (rispettivamente $3, $8 e $16 mensili all’esordio).
Solo gli ultimi due livelli includono la spunta blu di verifica e funzionalità avanzate. A dicembre 2024 X ha annunciato un forte rincaro dei prezzi del piano Premium+ (fino a +37% in alcune aree): ad esempio negli USA il costo è passato da $16 a $22 al mese, nell’UE da 16€ a 21€.
In Italia, dopo gli adeguamenti e le commissioni dei negozi mobile, Premium+ costa circa 46,36 € al mese via web e 58 € via mobile (abbonamenti tramite app hanno un sovrapprezzo). Il piano Premium base da $8 (9,76€ da web e 11€ da mobile) è rimasto invece invariato.
La maggior parte degli abbonati resta sul livello Premium standard, mentre solo una minoranza opta per il più costoso Premium+ (che offre zero pubblicità e funzioni extra). In sintesi, gli utenti paganti sono pochissimi rispetto al totale, anche se X sta cercando di aumentarne il numero offrendo più servizi esclusivi (e alzando i prezzi dei tier più alti).
X, la situazione economica
Dal punto di vista finanziario, X vive una fase delicata. Dopo l’acquisizione di Musk, il fatturato pubblicitario è crollato: a metà 2023 Musk ha rivelato un calo di quasi 50% dei ricavi pubblicitari rispetto al periodo pre-acquisizione. Questo, unito agli ingenti debiti contratti per l’acquisto, ha mantenuto il flusso di cassa negativo nel 2023.
Twitter/X ha accumulato circa 13 miliardi di dollari di debito dall’operazione di leveraged buyout, con interessi annui stimati in 1,5 miliardi che rappresenta un peso notevole sui conti.)
Come noto, Musk ha tagliato drasticamente i costi (personale ridotto da ~7.500 a ~1.000 dipendenti, spese operative annuali tagliate da $4,5 mld a $1,5 mld) ma non è bastato, ancora, a riportare subito l’azienda in utile.
Nel 2024 la nuova CEO Linda Yaccarino ha lavorato per riconquistare inserzionisti e stabilizzare i ricavi, con qualche segnale positivo ma risultati ancora inferiori al passato.
Ricavi e inserzionisti: secondo analisi di terze parti, nel 2024 X ha generato circa $1,4 miliardi di ricavi pubblicitari negli Stati Uniti, in calo del 28% rispetto ai quasi $2 miliardi del 2023. A livello globale, si stima che il fatturato 2024 di X sia ben al di sotto dei circa $5 miliardi annui che Twitter realizzava prima di essere acquisito.
Nonostante il calo dei ricavi, il numero di inserzionisti attivi sulla piattaforma è addirittura aumentato: nel 2024 c’è stato un +15% di aziende che hanno investito in pubblicità su X rispetto all’anno precedente. Questo dato suggerisce che, dopo l’esodo iniziale di molti grandi sponsor nel 2022, X ha attirato nuovi inserzionisti (spesso medio-piccoli) per rimpiazzarli. Ad esempio, a fine 2024 ben 46 dei 100 top spender su X USA erano nuovi clienti che non investivano nel 2022.
In ogni caso, questi nuovi inserzionisti spendono mediamente meno dei grandi brand che hanno abbandonato: la spesa media per inserzionista è scesa, frammentando di più gli introiti. Il principale inserzionista su X nel 2024 (il colosso e-commerce cinese Temu) ha rappresentato solo il 3% della spesa pubblicitaria totale USA, mentre in passato singoli grandi clienti (es. automobili, tech) coprivano quote maggiori.
Elon Musk Donald Trump Casa Bianca 2025
In sintesi, X sta recuperando inserzionisti in numero, ma con budget medi più bassi, il che mantiene i ricavi pubblicitari sotto i livelli pre-Musk. Le aziende tradizionali restano caute: secondo stime Kantar, nel 2024 solo il 12% dei responsabili marketing globali si fidava delle ads su X, complice il timore per controversie e moderazione più blanda, e molte hanno ridotto la spesa.
A fronte di tutto questo, per compensare la debolezza dell’advertising, X sta puntando su nuove fonti di ricavo – abbonamenti (X Premium), dati e servizi finanziari – ma al momento la pubblicità rappresenta ancora circa 75% dei ricavi di X.
Gli abbonamenti Premium hanno contribuito per decine di milioni di dollari nel 2023, una cifra piccola rispetto alle perdite di introiti pubblicitari. Nel complesso, gli osservatori stimano che X abbia chiuso il 2023 in forte perdita operativa.
Verso fine 2024, Musk ha sostenuto (citando dati interni) che la società stava migliorando la redditività (EBITDA adjusted) rispetto al periodo precedente, grazie ai tagli di costi e alle nuove iniziative, ma senza fornire numeri precisi.
Va ricordato che X essendo una società privata non pubblica più bilanci ufficiali; le informazioni finanziarie trapelano solo tramite fonti secondarie o dichiarazioni dei vertici. Un indicatore del valore attuale percepito è dato da Fidelity (fondo investitore in X), che a dicembre 2023 ha svalutato la sua partecipazione in X di oltre il 60-70% rispetto al 2022, segnalando aspettative di valore molto ridotte.
Ma non è tutto qui, perché la situazione di X cambia radicalmente a cavallo tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025. Poche settimane in cui si rende più chiara la nuova amministrazione Usa, in cui Musk gioca, e giocherà, un ruolo di primissimo livello.
X e le trattative per nuovi finanziamenti
Elon Musk è attualmente impegnato nel tentativo di rafforzare la posizione finanziaria di X cercando nuovi investitori. Secondo Bloomberg, nel febbraio 2025 X è in trattative per raccogliere capitali freschi proponendo una valutazione di circa 44 miliardi di dollari, cioè la stessa cifra pagata da Musk per acquisire Twitter nell’ottobre 2022.
In pratica Musk punta a convincere nuovi partner a investire nella società senza sconti rispetto al prezzo originale di due anni fa. Si tratterebbe del primo round di finanziamento esterno da quando Musk ha preso il controllo di Twitter e l’ha portata fuori dalla Borsa.
Le trattative però non sono scontate. Da un lato, alcuni investitori vedono del potenziale non sfruttato in X: la recente vicinanza di Musk alla politica statunitense (ad esempio il suo allineamento con il candidato repubblicano Elon Musk, e il ruolo di X come piattaforma favorevole a posizioni conservatrici) avrebbe migliorato la percezione di X presso certi finanziatori, che sperano Musk possa spingere gli interessi delle sue aziende con l’aiuto del nuovo clima politico.
Questo “fattore Trump” ha generato un rinnovato ottimismo sulle prospettive di X, inducendo Musk a tentare la raccolta fondi proprio ora.
Collocazione del debito di X
Di recente, le banche finanziatrici dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk hanno venduto oltre 5,5 miliardi di dollari del debito legato a quell’operazione, liberandosi così di gran parte dell’esposizione.
In particolare, agli inizi di febbraio 2025 un consorzio guidato da Morgan Stanley ha collocato 5,5 miliardi di dollari in prestiti (parte dei 13 miliardi originari) presso investitori.
Questa tranche di debito (un prestito a termine garantito) è stata venduta al 97% del valore nominale, offrendo agli acquirenti un rendimento iniziale intorno all’11%.
Il fatto che sia stato piazzato appena sotto la pari (90-95 centesimi attesi, ma chiuso a 97) indica che le banche sono riuscite a limitare le perdite e, anzi, “probabilmente a vendere in profitto” rispetto al valore di carico. Tra gli acquirenti di questo debito figurano grandi investitori istituzionali come Pimco e Citadel, segno di un rinnovato interesse del mercato creditizio verso X.
Elon Musk Donald Trump
A questi 5,5 miliardi si è aggiunta pochi giorni dopo la vendita di un’ulteriore tranche da 4,74 miliardi di prestiti garantiti con scadenza 2029, collocati al 100% del nominale e a tasso fisso (~9,5% di interesse). Dopo queste operazioni, alle banche rimane in bilancio solo una porzione residua di circa 1,3 miliardi in prestiti non garantiti, la cui futura collocazione è ancora incerta.
Effetti sulla stabilità finanziaria di X
La riuscita collocazione del debito di X segnala un miglioramento della fiducia degli investitori nella solidità e nelle prospettive finanziarie dell’azienda. Inizialmente, le banche erano rimaste “incagliate” con quei prestiti per quasi due anni, poiché le drastiche scelte di Musk (licenziamenti massicci e un approccio permissivo alla moderazione dei contenuti) avevano spaventato gli inserzionisti e fatto calare i ricavi, aumentando il rischio di default e deprimendo il valore di mercato del debito (si parlava di offerte intorno al 60% del nominale a fine 2022).
La situazione è cambiata a fine 2024: l’elezione di Donald Trump e il nuovo ruolo di Musk nell’amministrazione hanno alimentato ottimismo sugli affari di X, tanto che i finanziatori si sono detti più fiduciosi di trovare compratori per il debito.
Come abbiamo visto in precedenza, il collocamento quasi integrale dei 13 miliardi di dollari (a prezzi vicini alla pari) riflette dunque una maggiore stabilità finanziaria percepita: X oggi viene considerata meno a rischio di insolvenza, grazie alle prospettive di ricavi in miglioramento e alla presenza di investitori disposti a scommettere sul suo rilancio.
Va notato, nonostante tutto, che il costo del debito per X rimane molto elevato (si parla di cedole intorno al 9-11%), il che pesa sui conti aziendali.
In sintesi, la vendita del debito ha alleggerito le banche da un fardello rischioso e rappresenta un voto di fiducia del mercato verso X, pur lasciando l’azienda con oneri finanziari significativi.
X e l’impatto di Grok 3 sulla piattaforma
Una delle mosse strategiche di Musk per rilanciare X è l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno della piattaforma, tramite il chatbot Grok sviluppato dalla sua startup xAI.
Grok 3 è l’ultima versione di questo modello di AI generativa (LLM) e rappresenta il tentativo di Musk di competere direttamente con chatbot come ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e Gemini di Google.
Durante la presentazione di qualche giorno fa, Musk ha definito Grok-3 “l’AI più intelligente della Terra”, sostenendo che supera i modelli rivali (GPT-4, Google Gemini, DeepSeek V3, ecc.) in vari benchmark matematici, scientifici e di codifica.
Il modello Grok 3 vanta una capacità computazionale oltre 10 volte superiore al suo predecessore e introduce nuove funzionalità di “ragionamento” avanzato.
Ad esempio, è stato presentato un motore di ricerca interno chiamato DeepSearch, che consente al bot di analizzare in profondità le domande e cercare informazioni mirate prima di fornire la risposta.
L’obiettivo di Musk è posizionare Grok come un’alternativa potente e “estremamente veritiera, utile e curiosa” (queste le parole chiave di xAI) ai chatbot esistenti, integrandolo nell’ecosistema X per differenziarlo dagli altri social network.
In pratica, X sta diventando anche una piattaforma di AI conversazionale, sfruttando Grok come valore aggiunto esclusivo per i suoi utenti paganti.
Integrazione su X e lancio app stand-alone
Grok 3 è stato inizialmente reso disponibile all’interno di X per gli utenti Premium+. A partire da novembre 2023 (con Grok 1 e 2 in beta) fino a febbraio 2025 (Grok 3), gli abbonati Premium+ su X hanno accesso anticipato al chatbot avanzato direttamente dall’app X. Va detto che una versione beta è disponibile anche per gli utenti non abbonati.
Contestualmente, xAI ha deciso di espandere la portata di Grok lanciandolo anche come applicazione stand-alone separata da X. Da qualche giorno è stata rilasciata la app mobile di Grok per iPhone (iOS) su App Store, inizialmente in beta chiusa e poi aperta al pubblico.
L’app consente di utilizzare Grok anche a chi non è su X, tramite un abbonamento dedicato chiamato SuperGrok. Elon Musk ha annunciato che Grok sarà presto disponibile anche come app autonoma per macOS e Windows (per desktop).
Al momento, la versione Android dell’app è in pre-registrazione (con coming soon sul Play Store). Va notato che, per questioni normative (GDPR), l’app di Grok non è ancora utilizzabile in Europa.
xAI sta adeguando le policy privacy prima di lanciarla nell’UE. In Italia, ad esempio, l’app di Grok 3 non è disponibile, sebbene sia possibile pre-registrarsi sugli store per essere avvisati quando sarà accessibile.
Questa strategia multi-piattaforma (integrazione su X + app dedicate) indica la volontà di Musk di fare di Grok un prodotto a sé stante oltre che un servizio per arricchire X.
Elon Musk presentazione Grok 3
Impatto economico e modello di business
L’introduzione di Grok 3 su X potrebbe avere implicazioni economiche di rilievo. Innanzitutto, Grok funge da leva per aumentare il valore degli abbonamenti Premium+. L’accesso completo alle funzionalità avanzate di Grok 3 (risposte più approfondite, modalità “Think” e “DeepSearch”, utilizzo illimitato, modalità voce in arrivo, ecc.) è riservato agli utenti Premium+ (il livello più alto di X).
Questo significa che per sfruttare appieno l’AI di Musk all’interno di X, un utente deve sottoscrivere l’abbonamento più costoso.
Non a caso, l’aumento di prezzo di Premium+ è stato giustificato da X proprio con “la necessità di finanziare nuovi servizi per gli abbonati Premium+ e rendere il tier completamente senza pubblicità” – e tra questi nuovi servizi rientra evidentemente Grok.
Attualmente, un abbonamento Premium+ dà diritto all’uso illimitato di Grok su X senza costi aggiuntivi, mentre gli utenti gratuiti di X hanno accesso solo a Grok 2 (versione precedente) o a funzionalità limitate.
In parallelo, xAI ha lanciato il piano SuperGrok (separato da X) al costo di circa $30 al mese per chi desidera utilizzare Grok 3 tramite l’app stand-alone senza passare da X.
Dunque, Grok apre una nuova linea di ricavi per l’ecosistema di Musk: sia direttamente (abbonamenti all’app Grok per non-utenti X), sia indirettamente (maggiore attrattiva del piano Premium+ di X).
Nel breve termine, Musk sta promuovendo aggressivamente Grok 3 per stimolare l’adozione. Sempre qualche giorno fa, xAI ha annunciato che Grok 3 è disponibile gratuitamente per tutti, “per un breve periodo”.
Ciò significa che, per qualche settimana, anche gli utenti non abbonati possono provare la versione più avanzata dell’AI sia su X (selezionandola nel menu del chatbot) sia scaricando l’app dedicata, senza pagare.
Si tratta evidentemente di una mossa promozionale temporanea per far conoscere le capacità del chatbot e invogliare poi gli utenti a pagare per continuare ad usarlo. Terminata la promozione, solo i clienti paganti avranno pieno accesso: come ribadito da Musk, gli abbonati X Premium+ (46€ al mese da web e 58€ da mobile) o i sottoscrittori di SuperGrok (30$/mese) godranno di “accesso aumentato” a tutte le feature di Grok 3, comprese quelle future come la modalità voce.
Dunque l’impatto economico atteso dall’introduzione di Grok 3 è di rafforzare gli introiti ricorrenti di X: spingendo più utenti a fare l’upgrade a Premium+ nonostante il prezzo elevato (in virtù dell’AI esclusiva), e aprendo al contempo un flusso di entrate aggiuntivo tramite gli abbonamenti standalone all’AI per utenti esterni al social.
I primi effetti già si vedono: grazie anche a funzioni come Grok, le entrate da abbonamenti mobile di X nel 2024 sono più che raddoppiate (+128%) rispetto al 2023.
L’AI generativa è un tema caldo e molti utenti curiosi hanno pagato per provarla: l’offerta di nuovi tier (Basic/Premium+) e l’integrazione di Grok hanno reso l’abbonamento a X più attraente per chi cercava un’alternativa a ChatGPT, contribuendo a far salire i ricavi da utenti paganti.
In prospettiva, se Grok 3 dovesse affermarsi come tecnologia valida, X potrebbe ritagliarsi un posizionamento nel mercato: non più solo social network, ma piattaforma ibrida social+AI.
Ciò potrebbe attirare una nuova categoria di utenti e inserzionisti interessati all’intelligenza artificiale, oltre a giustificare prezzi premium per gli abbonati.
Ovviamente resta da vedere se la qualità di Grok sarà all’altezza dei concorrenti e se gli utenti saranno disposti a pagare cifre elevate (oltre 500€ l’anno) per queste funzionalità. Per ora, Musk sta investendo su Grok come asso nella manica per dare a X un vantaggio competitivo e una nuova fonte di reddito.
Se l’operazione dovesse avere successo, l’impatto economico potrebbe manifestarsi rilevante. Più abbonamenti Premium+ (quindi entrate stabili mensili maggiori) e una diversificazione del business di X oltre la sola pubblicità.
In caso contrario, rimarranno i costi di sviluppo dell’AI e il rischio che gli utenti continuino a preferire le alternative gratuite o più popolari (come ChatGPT). In sintesi, Grok 3 è sia un fattore di innovazione che una scommessa economica per X: nel breve termine sta aiutando a giustificare aumenti di prezzo e a spingere nuovi abbonamenti, mentre nel lungo termine punta a trasformare X in una piattaforma social/AI integrata, con benefici finanziari se il numero di utenti paganti dovesse crescere di conseguenza.
Elon Musk CPAC 2025
Ritorno degli inserzionisti su X
Gli inserzionisti stanno davvero ritornando su X?
Dopo l’ondata di abbandoni pubblicitari seguita all’acquisizione di Musk, si osservano segnali di ritorno dei grandi brand su X.
Ad esempio, Amazon ha ripreso a investire in pubblicità sulla piattaforma: a gennaio 2025 il colosso e-commerce ha notevolmente aumentato il budget pubblicitario su X, dopo averlo ridotto al minimo per oltre un anno a causa di timori legati ai discorsi d’odio.
Anche Apple, che nel 2023 aveva sospeso completamente le proprie campagne su Twitter/X, sta ora valutando un rientro: la società di Cupertino è in trattative per sperimentare nuovamente inserzioni sulla piattaforma.
In generale, diverse aziende tecnologiche, media e agenzie che avevano sospeso la pubblicità (in seguito a episodi controversi, come l’endorsement di Musk a un post antisemita nel 2023) stanno riavviando le campagne.
Tra i grandi marchi dell’intrattenimento, Disney – assieme ad altri come IBM, Comcast, Warner Bros. Discovery e Lionsgate – ha ripreso gli investimenti pubblicitari su X dopo circa un anno di boicottaggio.
Secondo diverse fonti, Disney e e le altre aziende hanno gradualmente riallocato budget su X verso la fine del 2024, in quello che viene visto come un “ritorno cauto” sulla piattaforma.
Lo stesso Elon Musk ha confermato e accolto con favore questo trend: a novembre 2024 ha dichiarato di “apprezzare enormemente” il ritorno dei grandi brand e ha ringraziato la CEO di X Linda Yaccarino e il suo team per aver ricostruito la fiducia e assicurato che la pubblicità venga mostrata in contesti sicuri per i marchi.
Andamento degli investimenti pubblicitari
Nonostante alcuni segnali positivi, il quadro generale degli introiti pubblicitari di X rimane complesso e in evoluzione. La fuga iniziale degli inserzionisti dopo l’ottobre 2022 ha causato un crollo significativo delle entrate: ogni mese del 2023 la piattaforma ha registrato incassi pubblicitari in USA inferiori di oltre il 55% rispetto all’anno precedente. Musk stesso ha ammesso che un boicottaggio protratto degli advertiser avrebbe potuto portare X alla bancarotta, evidenziando quanto fosse critica la situazione.
Nel corso del 2024 la tendenza sembra essersi parzialmente invertita: nuove aziende hanno iniziato a comprare spazi su X e alcune grandi imprese sono tornate, contribuendo ad ampliare la base di inserzionisti.
Un’analisi di Sensor Tower rivela che nel gennaio 2025 ben 46 dei 100 maggiori spender pubblicitari su X negli Stati Uniti erano marchi che non investivano affatto nel 2022, segno che la piattaforma sta attirando nuovi clienti pubblicitari per rimpiazzare (in parte) quelli persi.
Molti di questi nuovi inserzionisti appartengono a settori come l’e-commerce (ad esempio la già citata cinese Temu, risultata il primo advertiser nel 2024 con il 3% della spesa totale USA) o i servizi finanziari e di intrattenimento digitale (es. Robinhood, DraftKings, NFL, ecc.). Amazon stessa è rientrata nella top 10 degli investitori pubblicitari su X a inizio 2025, evidenziando come alcuni grandi spender storici stiano riaprendo i rubinetti.
Va detto, dal punto di vista dei ricavi totali, la ripresa è ancora parziale: stime indipendenti indicano che X ha chiuso il 2024 con circa 1,4 miliardi di dollari di ricavi pubblicitari negli USA, in calo di circa 28% rispetto al 2023 (anno che a sua volta aveva già visto un forte declino rispetto all’era pre-Musk).
In breve, X è riuscita a diversificare gli inserzionisti (più account attivi, +15% nel 2024 rispetto all’anno precedente), ma gli importi medi per inserzionista sono più bassi – complici budget ridotti e prezzi scontati – e il volume d’affari complessivo rimane distante dai livelli pre-acquisizione.
Fiducia del mercato nei confronti di X
La percezione di brand safety e affidabilità della piattaforma da parte degli inserzionisti sta migliorando solo gradualmente ed esistono ancora timori evidenti.
Da un lato, il ritorno di aziende del calibro di Disney, Amazon, Apple e altri suggerisce una rinnovata fiducia di alcuni grandi adv spender, favorita anche dagli sforzi di X nel garantire maggiore controllo sui contenuti accanto ai quali compaiono gli annunci (come testimoniato dall’attenzione pubblicamente espressa da Musk per “assicurarsi che la pubblicità appaia solo dove i brand lo desiderano”).
Inoltre l’ascesa politica di Musk e la vittoria di Trump hanno creato un clima percepito come più favorevole da determinati inserzionisti: alcuni nuovi inserzionisti potrebbero essersi avvicinati alla piattaforma proprio in seguito a questi eventi.
Dall’altro lato, molti marketer restano cauti.
In sintesi, il mercato pubblicitario sta dando a X segnali da decifrare: da un lato riconosce i progressi (con un lento ritorno dei budget e nuovi attori interessati), dall’altro continua a monitorare con prudenza l’evoluzione delle politiche di contenuto e l’atmosfera sul social, prima di impegnare risorse paragonabili a quelle di un tempo.
Ruolo politico di Elon Musk e impatto su X
All’indomani delle elezioni USA del 2024 Elon Musk ha assunto un ruolo ufficiale nell’amministrazione Trump, venendo incaricato di guidare il nuovo Dipartimento dell’Efficienza Governativa (in inglese Department of Government Efficiency).
Questo organismo – creato dal Presidente Donald Trump nel quadro delle sue iniziative di governo – ha la missione dichiarata di eliminare gli sprechi e ottimizzare la spesa federale, con l’obiettivo ambizioso di tagliare 2 trilioni di dollari dal bilancio pubblico.
Musk, in qualità di capo di questo dipartimento (soprannominato con ironia “DOGE” dall’acronimo inglese), è diventato a tutti gli effetti un consigliere influente della Casa Bianca e uno degli uomini chiave del nuovo esecutivo Trump.
Si tratta di un fatto senza precedenti: un imprenditore tecnologico ai vertici di un’iniziativa governativa di questa portata. La nomina riflette la reciproca stima tra Trump e Musk – Trump beneficia dell’immagine di innovatore e “tagliatore di costi” di Musk, mentre Musk ottiene un ruolo istituzionale di alto profilo – e segnala una stretta vicinanza politica tra i due.
Secondo osservatori finanziari, l’”ascesa politica” di Musk a braccio destro del Presidente ha avuto ricadute positive sulle aspettative per X: molti investitori hanno interpretato questa alleanza come un segnale che X potrebbe trarre vantaggi (in termini di traffico utente e allentamento delle pressioni normative), contribuendo a migliorare i ricavi della piattaforma.
Musk, DOGE e il rapporto coi brand
La situazione attuale mostra che i brand potrebbero iniziare a percepire un ambiente più stabile o propizio – forse perché vedono Musk più responsabilizzato e impegnato ad evitare ulteriori controversie che potrebbero riflettersi negativamente sul suo ruolo pubblico.
Non a caso, Musk negli ultimi tempi è apparso più attento alle istanze degli inserzionisti: ad esempio ha lodato pubblicamente il lavoro di Linda Yaccarino nel ricostruire relazioni di fiducia e nel garantire maggior controllo sulla posizione degli annunci, ringraziando “il team per aver fatto in modo che i contenuti pubblicitari compaiano solo dove gli inserzionisti vogliono”.
Ma questa linea collaborativa indica che Musk – pur rimanendo un sostenitore della “libertà di parola” a suo modo – riconosce l’esigenza di compromessi operativi (come strumenti di brand safety e dialogo con gli advertiser) per mantenere vivi i ricavi pubblicitari.
In altre parole, il suo nuovo ruolo istituzionale dovrebbe averlo spinto a moderare certe posizioni e a sostenere politiche più vicine alle aspettative dei grandi sponsor, nell’interesse di salvaguardare la salute finanziaria di X.
Anche se, a ben veder alcune uscite recenti (specie quelle legate al sostegno di AfD in Germania e la continua denigrazione della stampa), tutto questo rischia di essere solo un miraggio.
Va considerato che l’associazione stretta tra X, Musk e l’amministrazione Trump potrebbe rappresentare un’arma a doppio taglio nelle relazioni con alcuni brand.
La piattaforma rischia di essere percepita come politicizzata o schierata, il che potrebbe alienare inserzionisti più attenti a mantenere neutralità (soprattutto quelli i cui valori o pubblico mal tollererebbero un legame con ambienti trumpiani).
Alcune aziende potrebbero temere che eventuali politiche o dichiarazioni controverse di Musk in ambito politico si riflettano negativamente sull’ecosistema di X, riaccendendo preoccupazioni di brand safety.
Un esempio pre-nomina fu l’episodio in cui Musk attaccò pubblicamente gli inserzionisti “in fuga”, dicendo loro di *“andare a farsi ***”, gesto che destò scalpore. ragionevole aspettarsi che, con le nuove responsabilità governative, Musk eviterà uscite simili che metterebbero in imbarazzo sia X che l’amministrazione.
Finora, l’effetto della nomina sembra positivo sulle relazioni aziendali: la leadership di Yaccarino e l’attenzione di Musk a non compromettere il rapporto con gli sponsor hanno portato a un cauto ritorno di investimenti pubblicitari su X. I grandi brand stanno osservando se questa nuova fase “istituzionale” di Musk si tradurrà in maggiore stabilità e sostenibilità nella gestione di X.
In definitiva, se Musk riuscirà a bilanciare il ruolo politico con quello imprenditoriale, mantenendo un clima più consono ai grandi investitori pubblicitari, X potrebbe continuare a riconquistare quote del mercato adv.
Diversamente, eventuali derive polemiche o politiche potrebbero di nuovo incrinare la fiducia – forse – recuperata.
La situazione attuale vede Musk utilizzare la sua influenza politica per rilanciare X (ad esempio riportando sulla piattaforma figure e pubblico vicini all’amministrazione Trump, con benefici in termini di traffico e coinvolgimento), e questo appare ormai evidente.
Le prossime mosse di Musk – sia sul palco politico che su quello dei social media – saranno determinanti per capire se i grandi brand continueranno a investire su X con convinzione o se rimarranno sulla soglia, pronti a correggere il tiro al primo segnale di incertezza.
Meta annuncia l’arrivo delle Community Notes su Facebook, Instagram e Threads. Gli utenti potranno aggiungere note ai post per contestualizzarli, con regole precise. Funzionerà meglio del fact-checking?
Come ricorderete, l’annuncio fu fatto da Mark Zuckerberg qualche settimana fa, introducendo il sistema che sposta la responsabilità della verifica delle informazioni direttamente nelle mani degli utenti.
Questo segna la fine del tradizionale fact-checking gestito da organizzazioni indipendenti e porta con sé importanti implicazioni per l’informazione online.
Ma come funziona esattamente questo nuovo meccanismo e quali sono i rischi e le opportunità?
Come funzionane le Community Notes di Meta
Fino ad oggi, il fact-checking sulle piattaforme Meta avveniva attraverso una rete di verificatori indipendenti, che esaminavano post segnalati e decidevano se fossero fuorvianti o falsi. Applicando eventualmente avvisi di contesto o limitandone la diffusione.
Con le Community Notes, invece, tutto cambia. Il processo è decentralizzato, infatti saranno gli stessi utenti a proporre chiarimenti sui post e a determinarne l’affidabilità.
Come funzionano le Community Notes di Meta
Ma non tutti possono partecipare. Meta ha previsto specifici requisiti per diventare contributor alle Community Notes. È necessario: avere un account attivo da un certo periodo; rispettare le linee guida della piattaforma; mantenere un comportamento corretto.
Inoltre, ogni nota proposta è valutata attraverso un sistema di consenso che richiede l’approvazione di utenti con visioni diverse per evitare manipolazioni.
Un modello ispirato alle Community Notes di X
Se questo sistema vi suona familiare, non è un caso. Si tratta di un modello già implementato da X, la piattaforma di Elon Musk. Da tempo X ha abbandonato il fact-checking tradizionale a favore di un meccanismo di verifica basato sulla comunità.
E proprio X ha mostrato i limiti di questo approccio, con note che a volte rafforzano la disinformazione invece di contrastarla o che sono influenzate da gruppi organizzati.
Quali sono i rischi di questo sistema
La libertà di espressione è un valore fondamentale, ma lasciare la verifica dei fatti solo nelle mani degli utenti può aprire la strada a nuove forme di manipolazione.
Uno dei principali rischi è che le Community Notes siano poi usate per screditare fonti scomode o rafforzare narrazioni distorte, soprattutto se gruppi di utenti coordinati riuscissero a influenzarne il processo di approvazione.
C’è poi il problema della competenza. Ci si chiede infatti se gli utenti di Facebook, Instagram e Threads siano in grado di distinguere tra una fonte attendibile e una meno affidabile. Problema che tocca tutte le piattaforme digitali del resto.
O, forse, con questo sistema rischiamo di assistere a un sovraccarico di informazioni fuorvianti mascherate da ‘correzioni’ di contesto.
L’algoritmo del proprietario e la nuova direzione delle piattaforme
Il lancio delle Community Notes si inserisce in un quadro più ampio di trasformazione delle piattaforme social.
Come abbiamo già discusso in altre occasioni, siamo sempre più di fronte a una dinamica in cui le regole del gioco vengono definite dagli interessi dei proprietari, con cambiamenti che riflettono la loro visione piuttosto che una strategia condivisa per migliorare la qualità dell’informazione online.
Se da una parte questo modello punta a dare maggiore autonomia alla community, dall’altra pone interrogativi su come verrà gestita l’informazione in futuro e su quanto i social media vogliano davvero assumersi la responsabilità della lotta alla disinformazione.
[L’immagine di copertina e tutte quelle che accompagno le condivisioni sui canali social sono state realizzate da Franz Russo attraverso il modello di IA Generativa Dall-E 3]
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