L’election day del 3 novembre negli USA ha portato 41 quesiti locali sui centri dati in dieci Stati. Tra divieti, nuovi controlli e possibili ritardi, vediamo quali conseguenze potrebbero esserci per l’IA e per l’Unione Europea.
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L’intelligenza artificiale sta incontrando un limite che non riguarda la potenza dei modelli o la disponibilità di capitali, ma la possibilità di costruire le infrastrutture necessarie al suo sviluppo. Negli Stati Uniti, le elezioni del 3 novembre hanno portato questo conflitto dentro le urne. In diverse comunità i cittadini hanno approvato restrizioni ai grandi centri dati, mentre in Stati decisivi per gli investimenti sono stati eletti governatori favorevoli a controlli più severi.
Non è una bocciatura dell’intelligenza artificiale in quanto tale. È una contestazione del modo in cui vengono distribuiti i costi della sua crescita, soprattutto per energia, acqua, territorio e risorse pubbliche. Ed è una questione che riguarda anche l’Unione europea, impegnata ad aumentare la propria capacità di calcolo.
Referendum sui data center, dove si è votato e cosa è successo
Secondo la ricognizione di Ballotpedia, il 3 novembre erano in programma 41 consultazioni locali sui centri dati in dieci Stati. Ventotto quesiti proponevano divieti, moratorie o ulteriori obblighi; tredici avrebbero invece facilitato lo sviluppo degli impianti oppure espresso orientamenti favorevoli. Non si trattava, dunque, di 41 referendum tutti contrari ai centri dati. Il numero maggiore era concentrato in Ohio, con 21 quesiti in 18 amministrazioni locali, seguito dall’Illinois con sette, dal Maine con quattro e dal Kansas con tre.


In Ohio, i primi risultati raccolti da Fortune indicano che almeno 14 comunità avevano approvato divieti o altre restrizioni. A Trenton il divieto di grandi centri dati ha ottenuto circa l’80% dei voti, a Sunbury è passata la misura contro gli impianti con una richiesta elettrica superiore a 25 megawatt e a Pataskala è stato approvato un divieto per i grandi centri dati. A Granville, secondo i risultati preliminari riportati dalla stampa statunitense, i favorevoli alle restrizioni sono stati circa l’82%; a Sunbury circa il 78%.
A Perry oltre l’87% degli elettori ha sostenuto obblighi di garanzia economica per gli sviluppatori che chiedono agevolazioni fiscali. A Wilmington circa l’80% ha respinto quattro modifiche urbanistiche che avrebbero consentito un progetto. Ad Ashville il voto ha respinto un accordo relativo a un impianto già in costruzione. Sono esiti diversi sotto il profilo giuridico: un divieto, una bocciatura urbanistica e una condizione per ottenere sgravi fiscali non producono gli stessi effetti.
La lista delle località dell’Ohio in cui erano previsti quesiti per vietare o limitare fortemente i centri dati comprende Conneaut, Defiance, Granville, Grove City, Hubbard, Monroeville, Oregon, Pataskala, Piqua, Sunbury, Trenton, Upper Sandusky e Urbana.
Altre consultazioni hanno interessato Monroe, Sprigg, Wilmington, Ashville e Perry. Al momento della pubblicazione delle prime ricostruzioni non erano ancora disponibili risultati completi e certificati per ogni quesito, compresi quelli di Oregon. Per questo non sarebbe corretto attribuire una percentuale definitiva a tutte le località.
Il risultato in Texas potrebbe rallentare i progetti per l’IA
Alle consultazioni locali si aggiunge il risultato delle elezioni per i governatori. In Texas, Gina Hinojosa ha sconfitto Greg Abbott proponendo una sospensione delle nuove autorizzazioni fino all’approvazione di norme a tutela delle comunità e delle utenze domestiche. Il Texas è uno dei principali poli statunitensi dei centri dati e aveva attirato investimenti molto consistenti, tra cui un programma da 40 miliardi di dollari annunciato da Google.
Secondo le stime raccolte da Bloomberg, circa 13 gigawatt di nuova capacità progettata in Texas potrebbero essere esposti a ritardi o modifiche. I cantieri già dotati delle autorizzazioni essenziali avrebbero prospettive diverse rispetto a quelli ancora privi di permessi ambientali. Per alcuni progetti gli analisti ipotizzano rinvii da dodici a diciotto mesi; per altri uno spostamento verso Stati più disponibili a ospitarli. Si tratta di valutazioni, non di cancellazioni già deliberate.
Anche in Ohio, Georgia e Pennsylvania la regolazione dei centri dati ha assunto un ruolo nella competizione elettorale. Le posizioni dei governatori, tuttavia, non coincidono e non autorizzano a parlare di un blocco nazionale già deciso.
La questione è se nuovi controlli, obblighi per gli investitori e tempi più lunghi per i permessi modificheranno il ritmo con cui le grandi aziende possono ampliare le proprie infrastrutture.

Energia, acqua e territorio entrano nel costo dell’IA
Un centro dati richiede una disponibilità elettrica elevata e continuativa, impianti di raffreddamento e collegamenti alla rete. Quando la domanda cresce in territori già sotto pressione, diventano importanti le domande su chi finanzia gli adeguamenti della rete, sull’utilizzo dell’acqua e sulle compensazioni per gli abitanti. Le agevolazioni fiscali, inoltre, rendono necessario valutare non soltanto gli investimenti annunciati, ma anche i benefici effettivi per le comunità.
L’Agenzia internazionale dell’energia stima che i consumi elettrici mondiali dei centri dati possano avvicinarsi a 950 terawattora nel 2030, quasi il doppio rispetto al 2025. L’IA è una delle principali ragioni della crescita, ma la previsione comprende anche altri servizi digitali. L’espansione della capacità di calcolo dipende quindi dalla disponibilità di energia e reti, oltre che dai semiconduttori e dai capitali.
Quali conseguenze potrebbero esserci per l’Unione Europea
Le decisioni dei singoli Stati americani non cambiano direttamente la normativa dell’Unione europea. Potrebbero però influenzare i piani globali delle aziende che forniscono servizi di IA utilizzati anche da imprese, amministrazioni e cittadini europei. Se costruire nuovi impianti negli Stati Uniti diventasse più lento o costoso, le società potrebbero rivedere tempi, localizzazione e priorità degli investimenti. Non abbiamo ancora elementi per affermare che questo provocherà aumenti dei prezzi o un rallentamento immediato dei servizi in Europa.
La questione interessa direttamente Bruxelles perché la Commissione europea punta a rafforzare le infrastrutture di calcolo e, nel proprio piano per l’IA, indica l’obiettivo di almeno triplicare la capacità dei centri dati dell’UE nei prossimi cinque-sette anni, privilegiando impianti sostenibili. Il confronto americano anticipa dunque interrogativi che anche gli Stati membri dovranno affrontare, in particolare sulla compatibilità tra nuovi investimenti, disponibilità energetica e interessi locali.
Nell’UE esistono già obblighi di comunicazione sulle prestazioni energetiche e ambientali dei centri dati con potenza informatica installata di almeno 500 kilowatt, previsti dal regolamento delegato 2024/1364.
È un quadro diverso dai referendum americani, ma riguarda lo stesso problema di fondo: conoscere e misurare l’impatto delle infrastrutture prima di considerare l’espansione un beneficio automatico.
Lo sviluppo dell’IA passa anche dalle comunità locali
Il risultato del voto americano non dimostra che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si fermerà.
Mostra piuttosto che i tempi e le condizioni dell’espansione non possono essere stabiliti soltanto dalle aziende che finanziano i progetti. Le comunità chiedono di conoscere le conseguenze dei nuovi impianti e di partecipare alle decisioni che modificano il territorio.
Per l’Unione Europea è un segnale da tenere in considerazione. Costruire capacità di calcolo è una scelta industriale, ma allo stesso tempo richiede anche una politica energetica, regole trasparenti e un confronto con i cittadini.
La domanda, da qui in avanti, non sarà soltanto quanta intelligenza artificiale saremo in grado di sviluppare, ma a quali condizioni decideremo di farlo.


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