Autore: Franz Russo

  • UE, piano da 200 miliardi per recuperare il ritardo sulla IA

    UE, piano da 200 miliardi per recuperare il ritardo sulla IA

    L’UE lancia InvestAI, un piano da 200 miliardi di euro per colmare il divario nell’IA rispetto a USA e Cina. Previste gigafactory con chip avanzati e investimenti pubblici e privati per la crescita del settore.

    L’Unione Europea ha finalmente deciso di fare sul serio sull’Intelligenza Artificiale. Con un piano di investimenti da 200 miliardi di euro, Bruxelles vuole colmare il divario che la separa da Stati Uniti e Cina nella corsa alla costruzione dei modelli di IA sempre più avanzati.

    Il progetto, chiamato InvestAI, prevede finanziamenti pubblici e privati per lo sviluppo di gigafactory dell’IA, strutture pensate per addestrare i modelli più complessi grazie a chip di ultima generazione.

    Piano ambizioso per recuperare il ritardo sull’IA

    L’Europa, come già ricordato, ha assistito da spettatrice agli ultimi grandi sviluppi nel settore dell’IA. Il lancio di ChatGPT da parte di OpenAI nel 2022 ha scatenato una corsa agli investimenti senza precedenti, con le big tech statunitensi e cinesi che hanno rapidamente monopolizzato il settore.

    Il nuovo piano europeo punta a cambiare le carte in tavola, mirando a posizionare l’UE come un attore centrale in questo scenario.

    UE, piano da 200 miliardi per recuperare il ritardo sulla IA
    UE, piano da 200 miliardi per recuperare il ritardo sulla IA

    Lo ha annunciato Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, durante l’AI Action Summit di Parigi.

    Vogliamo che l’Europa sia uno dei continenti leader nell’intelligenza artificiale, e questo significa abbracciare una vita in cui l’IA sia ovunque“, ha dichiarato.

    Nel dettaglio, il piano prevede 50 miliardi di euro di finanziamenti pubblici da parte della Commissione Europea, a cui si aggiungono 150 miliardi di euro provenienti da un consorzio di investitori privati, tra cui nomi di spicco come Blackstone, KKR & Co ed EQT.

    Questo mix di fondi pubblici e privati mira a rendere il progetto sostenibile nel lungo periodo e a stimolare l’innovazione su larga scala.

    Ursula von der Leyen parigi AI Summit 2025
    Ursula von der Leyen A-Parigi AI Summit 2025/Reuters

    Le nuove gigafactory per sviluppare l’IA

    Uno degli elementi chiave del piano InvestAI è la creazione di gigafactory dell’IA, strutture progettate per addestrare i modelli di intelligenza artificiale più sofisticati.

    Questi impianti saranno dotati di circa 100.000 chip avanzati, un numero quattro volte superiore rispetto a quello delle fabbriche attualmente in fase di realizzazione.

    L’obiettivo è: fornire all’Europa un’infrastruttura tecnologica all’altezza dei colossi americani e cinesi.

    Attualmente, gran parte dei modelli IA più potenti al mondo vengono sviluppati negli Stati Uniti, grazie all’accesso esclusivo a tecnologie avanzate fornite da aziende come Nvidia, Microsoft e OpenAI. Con le gigafactory, l’Europa punta a costruire un ecosistema autonomo e competitivo.

    A dicembre, Bruxelles aveva già selezionato diversi consorzi per la creazione di sette fabbriche di IA, e altre cinque saranno annunciate a breve.

    La Commissione finanzierà questi impianti attraverso un mix di sovvenzioni e investimenti in capitale, con l’obiettivo di attrarre sempre più imprese del settore.

    La competizione sull’IA a livello globale

    L’iniziativa europea arriva in un momento di grande fermento nel mondo dell’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti hanno recentemente annunciato Stargate, un’iniziativa da 100 miliardi di dollari, destinata a costruire data center per OpenAI, con la possibilità di raggiungere 500 miliardi di dollari entro il 2029.

    Il progetto vede coinvolti giganti come SoftBank, Oracle, Arm e Nvidia, che stanno spingendo al massimo lo sviluppo dell’IA generativa.

    Anche la Cina non è rimasta a guardare. DeepSeek ha recentemente sconvolto il settore IA che, nonostante l’uso di chip meno avanzati rispetto ai rivali statunitensi, riesce comunque a competere con le tecnologie americane.

    Questo ha sollevato un interrogativo strategico: è davvero necessario spendere cifre astronomiche per restare competitivi?

    L’UE, con il suo piano da 200 miliardi di euro, sembra aver dato una risposta chiara a questa domanda. Per recuperare terreno, non basta aspettare: bisogna investire su larga scala.

    Le sfide che attendono InvestAI

    Nonostante l’ambizione del progetto, le sfide da affrontare non sono poche. Il finanziamento iniziale per InvestAI verrà ricavato da programmi già esistenti dell’UE, ma sarà fondamentale il supporto degli Stati membri per garantire una continuità nel tempo.

    Inoltre, il piano prevede una struttura finanziaria a livelli, con quote di investimento caratterizzate da differenti livelli di rischio e rendimento.

    Un altro aspetto critico è la fornitura di chip avanzati. L’Europa dipende ancora fortemente dai produttori americani e asiatici per le tecnologie di base, e questo potrebbe rappresentare un collo di bottiglia per lo sviluppo delle gigafactory.

    La Commissione dovrà quindi lavorare per costruire una filiera di produzione interna, riducendo la dipendenza da fornitori esterni.

    Infine, resta aperta la questione della regolamentazione. L’UE ha adottato il primo AI Act, una normativa che impone regole stringenti sull’uso dell’intelligenza artificiale. Ma riuscirà questa regolamentazione a convivere con l’enorme spinta agli investimenti? Trovare un equilibrio tra innovazione e regole sarà una delle sfide cruciali per il futuro dell’IA in UE.

    In conclusione, l’Unione Europea ha lanciato il guanto di sfida agli Stati Uniti e alla Cina nel settore dell’intelligenza artificiale.

    Il futuro ci dirà di InvestAI

    Il piano InvestAI è il tentativo più ambizioso mai realizzato prima per costruire un’infrastruttura tecnologica in grado di competere a livello globale.

    Ma la strada è ancora lunga. Oltre agli investimenti, serviranno collaborazioni strategiche, una visione chiara e una capacità di esecuzione efficace.

    Se l’Europa riuscirà a trasformare questo piano in realtà, potrà finalmente ambire a un ruolo di primo piano nel futuro dell’intelligenza artificiale.

    Come in tutte le cose, il tempo saprà dirci se questa è la mossa giusta per colmare il divario con i giganti mondiali.


    [L’immagine di copertina e quelle che sono allegate alle condivisioni sui canali social del post sono state realizzate da @franzrusso attraverso il modello di IA generativa Dall-E 3]

     

  • Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA

    Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA

    Elon Musk tenta di acquisire OpenAI con un’offerta ostile da 97,4 mld$, ma Sam Altman la rifiuta nettamente. Tra rivalità, cause legali e strategie, lo scontro diretto tra i due è destinato a peggiorare. In mezzo c’è il controllo della IA.

    Quando ieri, 10 febbraio 2025, in Italia era serata inoltrata è arrivata l’ennesima mossa di Elon Musk. A scriverne per primo è stato il Wall Street Journal.

    Il miliardario ha annunciato un’offerta ostile da 97,4 miliardi di dollari per acquisire la società no-profit che controlla OpenAI.

    Una mossa che arriva in un contesto già molto teso e che, in realtà, ha radici profonde nella rivalità tra Musk e Sam Altman, attuale CEO di OpenAI.

    Ma facciamo un passo indietro per capire meglio cosa sta succedendo.

    Il progetto AI di Trump senza Musk

    Lo scorso 21 gennaio 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il progetto “Stargate”, un’iniziativa da 500 miliardi di dollari per lo sviluppo di infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale. Il progetto vede la partecipazione di OpenAI, SoftBank, Oracle e altre grandi realtà tecnologiche, con l’obiettivo di costruire una rete di data center avanzati che sosterranno lo sviluppo dell’IA nei prossimi anni.

    Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA
    Annuncio del progetto Stargate

    La conferenza alla Casa Bianca ha visto protagonisti Sam Altman, Larry Ellison e Masayoshi Son, ma Elon Musk non era presente. Un’assenza che ha fatto molto discutere, considerando il ruolo che Musk ha oggi e che avuto in passato nella creazione di OpenAI.

    Secondo diverse fonti, questa esclusione sarebbe stata percepita come un affronto dal CEO di Tesla e SpaceX, spingendolo a rispondere con un’offerta ostile per acquisire il controllo di OpenAI.

    L’offerta ostile e la risposta tagliente di Sam Altman

    Elon Musk ha quindi deciso di tentare un vero colpo di mano con un’offerta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire il controllo della no-profit OpenAI Inc., che sovrintende l’azienda a scopo di lucro OpenAI LP.

    La proposta è stata rapidamente respinta da Sam Altman, che ha risposto su X (ex Twitter) con una provocazione:

    “No grazie, se vuoi compriamo Twitter a 9,74 miliardi di dollari.”

    Un chiaro riferimento all’acquisizione della piattaforma da parte di Musk per 44 miliardi di dollari nel 2022 e un modo per sminuire l’offerta.

    Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA
    Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA

    Cosa si intende per offerta ostile

    Un’offerta d’acquisto ostile è una proposta di acquisizione di una società fatta contro la volontà del suo consiglio di amministrazione. In altre parole, l’azienda che riceve l’offerta (in questo caso OpenAI) non è d’accordo con la vendita, ma l’azienda offerente (qui Elon Musk e il suo consorzio) cerca comunque di ottenere il controllo.

    Come funziona?

    Quando un’acquisizione è amichevole, l’azienda acquirente negozia con il consiglio di amministrazione della società bersaglio, e insieme trovano un accordo sui termini di vendita.

    Nel caso di un’offerta ostile, invece:

    • Acquisto diretto delle azioni sul mercato: l’azienda acquirente cerca di comprare un numero sufficiente di azioni direttamente dagli azionisti, spesso offrendo un prezzo più alto rispetto al valore di mercato per convincerli a vendere.
    • Proposta diretta agli azionisti (tender offer): Musk e il suo consorzio potrebbero fare un’offerta pubblica agli azionisti di OpenAI, bypassando il consiglio di amministrazione.
    • Sostituzione del management: se OpenAI avesse azionisti con diritto di voto, Musk potrebbe cercare di ottenere il controllo cambiando il consiglio di amministrazione.

    Perché Musk ha fatto un’offerta ostile?

    • Non ha il supporto della dirigenza di OpenAI, che è guidata da Sam Altman.
    • Vuole forzare la vendita, probabilmente per prendere il controllo della strategia aziendale.
    • Potrebbe essere una vendetta o una mossa strategica, considerando la sua rivalità con Altman e il fatto di essere stato escluso dal progetto “Stargate”.

    In sostanza, è una mossa aggressiva per ottenere il controllo di un’azienda che non vuole essere venduta.


    Musk e la causa contro OpenAI

    L’attacco di Musk a OpenAI non è un fulmine a ciel sereno. Già nel febbraio 2024, Musk aveva intentato una causa legale contro OpenAI, Altman e il presidente di allora, Greg Brockman, sostenendo che l’azienda avesse tradito la sua missione originaria. Secondo Musk, OpenAI era nata come una non-profit per il bene dell’umanità, ma con il tempo si è trasformata in un’azienda a scopo di lucro, legandosi sempre più strettamente a Microsoft.

    Musk ha sempre sostenuto una visione dell’IA come tecnologia aperta e controllata, mentre Altman ha spinto OpenAI verso una struttura più commerciale, raccogliendo miliardi di investimenti e consolidando il proprio ruolo.

    La causa intentata da Musk rappresenta quindi un ulteriore tassello di una lunga battaglia che arriva al suo punto più alto con l’offerta ostile.

    La posizione di Sam Altman e OpenAI

    Secondo The Hill, Altman ha ribadito che OpenAI non è in vendita e ha respinto l’idea che la società possa essere acquisita, definendo l’offerta di Musk come un’azione destinata a fallire. Il CEO ha sottolineato come l’azienda stia lavorando per garantire che l’intelligenza artificiale sia sviluppata in modo responsabile e che non intende cedere alle pressioni di Musk o di altri investitori.

    Inoltre, secondo Axios, Altman avrebbe avuto il sostegno unanime del consiglio di amministrazione di OpenAI, che ritiene l’offerta ostile non solo inaccettabile ma anche dannosa per la missione dell’azienda.

    Il board ha dichiarato che OpenAI continuerà a operare come entità indipendente, con una governance che privilegia la sicurezza e la trasparenza.

    Perché Musk vuole OpenAI?

    Se da una parte questa può sembrare una mossa dettata dall’ego e dalla rivalità personale, dall’altra non si può ignorare che OpenAI sia attualmente l’azienda più influente nel settore dell’intelligenza artificiale.

    ChatGPT ha rivoluzionato il settore della generazione di contenuti, e i continui sviluppi della sua tecnologia lo rendono uno strumento chiave per il futuro dell’IA.

    Musk, che ha già creato la sua startup xAI per competere nel settore, potrebbe voler riportare OpenAI alla sua visione originaria, oppure semplicemente fermare l’ascesa di un’azienda che sta diventando sempre più strategica per i suoi rivali, Microsoft in primis.

    Quali saranno le prossime mosse?

    Al momento, l’offerta ostile è stata respinta, ma Musk potrebbe provare a ottenere il controllo in altro modo, ad esempio cercando di convincere investitori e azionisti a sostenerlo. Nel frattempo, la battaglia legale tra Musk e OpenAI continua, e il futuro della società fondata nel 2015 sembra più incerto che mai.

    Di sicuro, questa vicenda non è solo una questione di business, ma riguarda il futuro dell’intelligenza artificiale e il suo ruolo nel mondo.

    Da oggi il futuro di OpenAI viaggia sulla via dell’incertezza.

    [L’immagine di copertina è stata realizzata da @franzrusso utilizzando due diversi modelli di IA generativa. Imagen 3 per lo sfondo con la scritta AI e Grok per la generazione dei due profili di Musk e Altman]

     

  • Donne e IA, un divario da colmare nel 2025

    Donne e IA, un divario da colmare nel 2025

    Le donne sono ancora sotto rappresentate nel mondo della IA, con conseguenze su equità e qualità dei modelli. Bias di genere e stereotipi già radicati si rafforzano. Serve più inclusione e consapevolezza per un’IA equa.

    L’Intelligenza Artificiale sta trasformando il mondo, ma dietro le meraviglie della tecnologia si cela un problema ancora troppo poco dibattuto: la scarsa presenza delle donne in questo settore.

    Non si tratta solo di una questione di numeri, ma di un fenomeno che ha ripercussioni profonde sulla qualità e sull’equità dei modelli di IA che plasmano il nostro futuro.

    Il gender gap nel settore della IA

    I dati parlano chiaro. A livello globale, solo il 22% dei professionisti dell’Intelligenza Artificiale sono donne. Se restringiamo l’analisi alla produzione scientifica, la situazione peggiora: appena il 13,83% degli autori di pubblicazioni AI sono donne e solo il 18% dei relatori nelle principali conferenze internazionali sul tema è di sesso femminile.

    In Italia, il divario è ancora più marcato: le donne rappresentano solo il 16% degli sviluppatori, una percentuale inferiore alla media europea del 18,9%.

    Solo la Francia fa peggio dell’Italia con una presenza pari al 15%.

    Questa sotto rappresentazione ha un impatto diretto sulla progettazione e sull’applicazione dei modelli di Intelligenza Artificiale. Meno diversità significa, infatti, meno prospettive differenti nel processo decisionale. Con il rischio concreto di perpetuare discriminazioni e stereotipi.

    Donne e IA, un divario da colmare nel 2025
    Donne e IA, un divario da colmare nel 2025

    Il bias di genere nei modelli di Intelligenza Artificiale

    Quando un algoritmo viene addestrato su dati raccolti prevalentemente da uomini o progettati da team con scarsa diversità, il rischio di bias di genere diventa inevitabile.

    Recenti studi hanno dimostrato che i modelli di IA tendono a riprodurre e amplificare stereotipi di genere.

    Ecco alcuni esempi:

    • Gli assistenti virtuali come Siri e Alexa, tradizionalmente con voci femminili, vengono spesso programmati per essere docili e servizievoli, consolidando ruoli stereotipati.
    • Alcuni software di selezione del personale basati su IA hanno mostrato preferenze per candidati uomini, penalizzando le donne nei processi di assunzione.
    • Nella generazione di immagini basata su IA, professioni come “ingegnere” o “scienziato” vengono spesso associate a figure maschili, mentre ruoli come “insegnante” o “infermiere” sono prevalentemente femminili.

    Queste distorsioni non sono semplici anomalie, ma conseguenze dirette di un ecosistema tecnologico in cui la presenza femminile è limitata.

    Le donne si fidano sempre meno della IA

    La fiducia nell’IA è minata proprio da questi bias. Molte donne guardano con sospetto a queste tecnologie, temendo che possano rafforzare le disuguaglianze di genere invece di ridurle.

    Il rischio è che questa sfiducia allontani ulteriormente le donne dal settore tecnologico, creando un circolo vizioso in cui la scarsa rappresentanza alimenta modelli distorti e viceversa.

    Come rendere la IA sempre più equa e inclusiva

    Cosa si può fare per colmare questo divario? Alcune soluzioni sono chiare:

    • Più donne nei team AI: incentivare l’accesso delle donne alle discipline STEM e promuovere la loro partecipazione nei ruoli decisionali.
    • Dati più inclusivi: garantire che i dataset su cui vengono addestrati gli algoritmi siano rappresentativi dell’intera popolazione.
    • Maggiore consapevolezza: riconoscere e affrontare attivamente i bias nei modelli di IA, evitando che diventino la norma.

    L’Intelligenza Artificiale non è un’entità neutrale: è il risultato di scelte umane. E se vogliamo che sia davvero uno strumento di progresso per tutti, è fondamentale che queste scelte siano guidate dalla diversità e dall’inclusione.

    [L’immagine di copertina e quella che accompagna le condivisioni sui canali social è stata realizzata da @franzrusso utilizzando il modello di IA generativa Dall-E 3]

     

  • In Italia cresce la IA ma resta il ritardo con l’Europa

    In Italia cresce la IA ma resta il ritardo con l’Europa

    L’Intelligenza Artificiale in Italia cresce del 58%, con un mercato da 1,2 miliardi. Le grandi aziende investono ma resta il divario con l’Europa. Le PMI risultano essere ancora indietro.

    I dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano ci aiutano ad avere un quadro completo rispetto all’uso della IA nelle nostre aziende. E risultano anche interessanti per capire come i cittadini si pongono rispetto alla evoluzione dell’intelligenza artificiale in Italia. Vediamo insieme i dati.

    Nel 2024 il mercato dell’Intelligenza Artificiale in Italia ha raggiunto un nuovo massimo storico, toccando quota 1,2 miliardi di euro con una crescita del +58% rispetto al 2023. A trainare il settore sono soprattutto le sperimentazioni che includono l’AI Generativa, che rappresentano il 43% del valore totale, mentre il restante 57% è costituito da soluzioni di AI tradizionale.

    A fronte di questi dati, l’Italia però continua a essere l’ultimo tra otto Paesi europei per livello di adozione dell’AI, pur distinguendosi per la diffusione di strumenti di Generative AI pronti all’uso, come ChatGPT e Microsoft Copilot.

    In Italia cresce la IA ma resta il ritardo con l’Europa
    In Italia cresce la IA ma resta il ritardo con l’Europa

    Adozione dell’AI: grandi imprese avanti, PMI in ritardo

    Le grandi imprese italiane guidano il mercato: l’81% ha almeno valutato un progetto AI e il 59% ne ha già uno attivo.

    Ma il nostro Paese rimane in coda rispetto alla media europea, dove il 69% delle aziende ha adottato l’AI. Un dato incoraggiante è che una grande impresa su quattro ha già progetti a regime.

    D’altra parte, le PMI italiane mostrano ancora un ritardo. Infatti, solo il 7% delle piccole imprese e il 15% delle medie imprese ha avviato progetti AI.

    L’interesse c’è (58% delle PMI si dichiarano interessate), ma la mancanza di competenze e di una gestione adeguata dei dati rappresentano ancora un ostacolo.

    L’adozione di strumenti di Generative AI riguarda appena l’8% delle PMI.

    In Italia cresce la IA ma resta il ritardo con l'Europa
    Immagine fornita dall’Osservatorio Artificial Intelligence Polimi

    Italia leader nell’adozione di strumenti di Generative AI

    L’Italia si posiziona tra i primi Paesi per l’acquisto di soluzioni AI pronte all’uso: il 53% delle grandi imprese ha adottato strumenti di Generative AI, superando Francia, Germania e Regno Unito.

    Il 39% delle aziende che utilizzano questi strumenti ha riscontrato un aumento della produttività, anche se il 48% non ha ancora valutato l’impatto in modo quantitativo.

    In ogni caso, resta alta consapevolezza dei rischi: il 40% delle aziende ha introdotto linee guida per regolamentarne l’uso e il 17% ha vietato strumenti non approvati per evitare fenomeni di Shadow AI.


    Cosa si intende per Shadow AI

    Shadow AI si riferisce all’uso non autorizzato di strumenti di Intelligenza Artificiale all’interno di un’azienda, senza che il reparto IT o la direzione abbiano il controllo su di essi.

    In pratica, questa situazione si presenta quando i dipendenti iniziano a utilizzare strumenti di Generative AI come ChatGPT, Copilot o altri software AI per il proprio lavoro senza seguire linee guida aziendali.

    Questo può creare diversi rischi, tra cui:

    • Perdita di dati sensibili: se si inseriscono informazioni aziendali riservate in un tool AI pubblico, queste potrebbero finire in mano a terze parti.
    • Mancanza di conformità: l’azienda potrebbe violare regolamenti come il GDPR o altre normative sulla protezione dei dati.
    • Incoerenza nei processi: se diversi dipendenti usano strumenti AI in modo indipendente, senza una strategia comune, i risultati potrebbero essere di qualità variabile e difficili da integrare.

    Per evitare il fenomeno dello Shadow AI, molte aziende stanno adottando policy interne, vietando l’uso di strumenti non approvati o creando soluzioni AI controllate e sicure.


    Le principali applicazioni dell’AI in Italia

    Le soluzioni più adottate dalle imprese italiane riguardano:

    • Data Exploration, Prediction & Optimization Systems (34%): sistemi per la previsione della domanda, ottimizzazione della logistica e rilevamento di attività anomale.
    • Text Analysis, Classification & Conversation Systems (32%): in forte crescita (+86%), grazie a sistemi di Retrieval Augmented Generation su normative e documentazione.
    • Recommendation Systems (17%): la Generative AI sta rivoluzionando questo settore, migliorando la capacità di interpretare le esigenze degli utenti.

    AI e Pubblica Amministrazione: segnali di crescita

    L’adozione dell’AI nella Pubblica Amministrazione sta crescendo rapidamente: oggi rappresenta il 6% del mercato, con un tasso di crescita superiore al 100%.

    Dallo scenario emerge che manca ancora una strategia chiara e strutturata per l’adozione su larga scala.

    IA e cittadini, tra entusiasmo e preoccupazioni

    Secondo i dati dell’Osservatorio, il 99% degli italiani ha sentito parlare di Intelligenza Artificiale, mentre l’89% conosce l’AI Generativa (+32 punti rispetto al 2023).

    Il 59% degli italiani ha un’opinione positiva dell’AI, un dato superiore a quello di Regno Unito (47%) e Francia (42%), ma con una flessione di -8 punti percentuali rispetto al 2023.

    Le principali preoccupazioni restano:

    • Manipolazione delle informazioni – (66%)
    • Perdita di posti di lavoro – (64%)
    • Violazione della privacy – (52%)

    Sul fronte lavorativo, solo il 17% dei lavoratori italiani valuta molto positivamente l’adozione dell’AI in azienda, un dato in linea con la Francia ma lontano dal 40% del Regno Unito.

    In Italia cresce la IA ma resta il ritardo con l'Europa
    Immagine fornita dall’Osservatorio Artificial Intelligence Polimi

    Ecosistema italiano: ricerca avanzata, ma fuga di talenti

    L’ecosistema italiano dell’AI mostra un mercato in espansione, ma evidenzia anche limiti strutturali. L’Italia si distingue per la qualità della ricerca scientifica, sostenuta da iniziative come la Fondazione FAIR, che ha ricevuto finanziamenti per 28,7 milioni di euro.

    Resta elevata però la fuga di talenti all’estero e le startup AI italiane faticano ad attrarre investimenti significativi.

    L’intelligenza artificiale in Italia sta crescendo rapidamente. Ma la vera sfida per il futuro sarà colmare il divario con gli altri Paesi europei e rendere l’AI un’opportunità concreta per tutte le aziende, non solo le grandi realtà.

    [L’immagine di copertina è stata realizzata da @franzrusso utilizzando il modello di IA generativa Dall-E 3]

  • Amazon torna su X e Apple ci pensa, illusione o ripartenza?

    Amazon torna su X e Apple ci pensa, illusione o ripartenza?

    Amazon ha ripreso a investire su X, mentre Apple ci sta pensando. Elon Musk, con il suo nuovo ruolo governativo, potrebbe generare nuovi sviluppi per la sua piattaforma. Ma è solo illusione o una ripartenza?

    Dopo mesi di tensioni e fughe di investitori pubblicitari, X – la piattaforma di Elon Musk, precedentemente nota come Twitter – potrebbe aver trovato una via d’uscita dalla crisi pubblicitaria che l’ha colpita a partire dalla sua acquisizione nell’ottobre 2022.

    Amazon e Apple, due tra le più grandi aziende del settore tecnologico, stanno valutando un ritorno sulla piattaforma, una mossa che rappresenta un’inversione di tendenza rispetto all’abbandono di massa che ha caratterizzato l’ultimo anno.

    La decisione arriva in un momento cruciale, tra il consolidamento del controllo di Musk sulla piattaforma, la sua crescente influenza politica e un progressivo miglioramento delle finanze di X.

    Ma questo ritorno degli inserzionisti è davvero un segnale di ripresa o è solo una strategia temporanea in attesa di scenari più favorevoli?

    La fuga degli inserzionisti e l’anno buio per X

    Quando Elon Musk ha acquisito Twitter per 44 miliardi di dollari, l’idea era quella di trasformare la piattaforma in un hub di libertà di espressione, riducendo le limitazioni imposte dalla precedente gestione.

    Ma questa visione ha rapidamente scontrato le aspettative delle aziende che investivano nella pubblicità su Twitter: marchi come Disney, IBM, Apple e Amazon hanno ritirato i loro investimenti, preoccupati dall’aumento dei contenuti controversi e dalla riduzione dei controlli sulla moderazione.

    Amazon torna su X e Apple ci pensa, illusione o ripartenza?
    Amazon torna su X e Apple ci pensa, illusione o ripartenza?

    Il punto di rottura si è verificato alla fine del 2023, quando Musk ha pubblicamente attaccato gli inserzionisti durante un evento al Festival Internazionale della Creatività di Cannes, accusandoli di voler controllare la piattaforma attraverso la leva finanziaria.

    Il messaggio era chiaro: X poteva sopravvivere anche senza pubblicità. Un’affermazione audace, ma difficilmente sostenibile sul lungo periodo.

    Il risultato è stato un crollo del fatturato pubblicitario di X, con le entrate in calo del 50% rispetto ai livelli pre-acquisizione. A quel punto, Musk ha dovuto ripensare la strategia, puntando sempre più sugli abbonamenti a pagamento per compensare la perdita degli introiti pubblicitari.

    Amazon e, forse, Apple tornano su X

    Secondo il Wall Street Journal, Amazon ha iniziato ad aumentare il proprio investimento pubblicitario su X, mentre Apple sta valutando un ritorno più deciso.

    Si tratta di una decisione che arriva in un momento delicato, in cui diversi elementi sembrano aver contribuito a un cambio di rotta. Li vediamo di seguito

    Miglioramento della situazione finanziaria di X

    Le banche che hanno finanziato l’acquisizione di Twitter da parte di Musk stanno preparando la vendita di circa 3 miliardi di dollari di debito della piattaforma.

    Questo segnale indica che, nonostante le difficoltà, X comincia a mostrare segni di stabilità e potrebbe aver migliorato la propria capacità di attrarre investitori.

    Musk e l’amministrazione Trump: una nuova alleanza

    La nomina di Elon Musk a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa nell’amministrazione Trump ha rafforzato il suo ruolo politico negli Stati Uniti.

    Questo potrebbe aver spinto aziende come Amazon e Apple a riconsiderare il loro rapporto con X, considerando il peso crescente che la piattaforma potrebbe avere nell’ecosistema digitale e politico americano.

    Il dilemma della visibilità pubblicitaria

    X, nonostante tutto, resta una piattaforma con una base utenti attiva, con oltre 500 milioni di utenti mensili secondo gli ultimi dati.

    Anche se la visibilità degli annunci su X è crollata negli ultimi mesi, il ritorno di alcuni inserzionisti potrebbe rilanciare l’interesse di altri brand.

    Ma non senza aver fatto prima opportune considerazioni.

    I rischi per Amazon, Apple e altri brand

    Sebbene il ritorno su X possa sembrare una mossa strategica, Apple e Amazon potrebbero esporsi a diversi rischi, tra cui:

    • Danno reputazionale: molti utenti e associazioni hanno criticato il modo in cui X gestisce i contenuti sensibili. Un’azienda che torna a fare pubblicità su X rischia di essere associata a un ambiente non proprio sicuro per il proprio brand.
    • Instabilità della piattaforma: X è ancora lontana dall’essere una piattaforma stabile dal punto di vista pubblicitario. Il modello di business basato sugli abbonamenti a pagamento non ha ancora dimostrato di poter compensare la fuga degli inserzionisti, e il futuro della piattaforma dipenderà molto dalla capacità di Musk di riconquistare la fiducia degli investitori.
    • Legami con la politica: il legame sempre più stretto tra Musk e l’amministrazione Trump potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se da un lato rende X un canale strategico per alcuni brand, dall’altro potrebbe alienare aziende che cercano di mantenere una neutralità politica.

    X può davvero tornare interessante per gli inserzionisti?

    Nonostante i segnali positivi, il mercato pubblicitario di X rimane fragile. La piattaforma deve ancora dimostrare di poter competere con giganti come Google e Meta, che offrono agli inserzionisti strumenti avanzati per la targetizzazione e il monitoraggio delle campagne.

    Inoltre, la gestione di Musk, spesso imprevedibile e poco incline al compromesso con le aziende, rappresenta un’incognita che molti marchi faticano ad accettare.

    Se Amazon e Apple dovessero consolidare la loro presenza pubblicitaria su X, questo potrebbe segnare un punto di svolta per la piattaforma. Tuttavia.

    Solo che è ancora presto per dire se questo rappresenti un’inversione di tendenza definitiva o solo un tentativo temporaneo di esplorare nuove opportunità pubblicitarie.

    Potrebbe essere un’illusione temporanea

    Il ritorno degli inserzionisti su X potrebbe rappresentare una vittoria per Elon Musk, ma la sfida più grande sarà mantenere questa fiducia nel lungo periodo.

    La piattaforma deve trovare un equilibrio tra la libertà di espressione tanto cara a Musk e le esigenze degli investitori pubblicitari, che cercano un ambiente attento alla brand safety per le proprie campagne.

    Se X riuscirà a dimostrare che la sua offerta pubblicitaria può essere efficace, potremmo assistere a un ritorno graduale di altri inserzionisti.

    Se invece l’ecosistema pubblicitario resterà instabile, il rischio è che questi primi segnali di ripresa si rivelino solo un’illusione temporanea.

  • DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    Da non averlo visto arrivare a non vederlo più il passo è breve. Il caso DeepSeek solleva nuovamente il grande problema di come gli utenti curano i propri dati.

    Da non averlo visto arrivare a non vederlo più il passo è davvero breve. Ed è quello che è successo a DeepSeek, almeno in Italia.

    Negli ultimi giorni, la rapida diffusione di DeepSeek, il nuovo modello di intelligenza artificiale cinese, ha scatenato un acceso dibattito sulla privacy.

    Molti utenti e commentatori hanno lanciato l’allarme, mettendo in guardia sui potenziali rischi per la sicurezza dei dati personali. E invitando a non scaricare l’app per evitare esposizioni indesiderate.

    Ma fermiamoci un attimo: il vero problema è solo DeepSeek, o stiamo dimenticando qualcosa di più grande?

    Il problema non è solo DeepSeek

    Ogni volta che emerge una nuova tecnologia, soprattutto se proveniente dalla Cina, il dibattito sulla privacy si riaccende. L’impressione è che questa preoccupazione sembra essere poco consapevole della situazione.

    Se un utente teme che DeepSeek possa accedere ai suoi dati, ma nel frattempo ha installato sul proprio smartphone applicazioni ben più invasive come TikTok, allora il vero problema non è la singola app. Ma la mancanza consapevolezza rispetto alla protezione dei propri dati personali.

    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati
    DeepSeek e il modo in cui gestiamo i nostri dati

    E dove sono i nostri dati?

    I nostri dati non sono custoditi in un luogo sicuro e isolato. Sono già ovunque nelle mani di aziende di tutto il mondo.

    Stati Uniti, Cina, India, Europa: chiunque operi nel settore digitale ha accesso a informazioni personali raccolte attraverso app, piattaforme digitali e servizi online.

    Se ci preoccupiamo di DeepSeek, dovremmo allora preoccuparci di ogni altra piattaforma che già raccoglie e utilizza i nostri dati quotidianamente.

    TikTok, un caso eclatante di raccolta dati

    Un esempio chiaro di questa scarsa consapevolezza è TikTok.

    Molti utenti allarmati da DeepSeek usano senza problemi TikTok, ignorando che si tratta di una delle app più invasive dal punto di vista della raccolta dati.

    Uno studio del 2023 ha rivelato che TikTok condivide il proprio SDK con circa 28.000 applicazioni.

    Questo significa che l’app non solo raccoglie enormi quantitativi di dati dai propri utenti, ma ha accesso anche alle informazioni provenienti da una rete vastissima di applicazioni che integrano il suo kit di sviluppo.

    In altre parole, i dati degli utenti finiscono in un ecosistema molto più ampio di quanto si possa immaginare.

    Inoltre, TikTok ha un livello di accesso ai dispositivi particolarmente elevato, soprattutto nella versione Android.

    Alcune analisi di esperti di cybersecurity hanno evidenziato come l’APK dell’app possa raccogliere informazioni dettagliate sul comportamento dell’utente, sui dispositivi utilizzati, sulla rete Wi-Fi e persino sui dati copiati negli appunti.

    Il vero problema: la mancanza di consapevolezza

    Il caso DeepSeek evidenzia un problema che va ben oltre il singolo modello AI. La vera questione non è tanto chi raccoglie i nostri dati, ma come noi stessi li proteggiamo (o meglio, non li proteggiamo).

    Infatti, spesso

    • accettiamo cookie e tracking senza leggere le informative;
    • creiamo account su siti e piattaforme digitali senza pensare alla condivisione dei dati;
    • concediamo autorizzazioni indiscriminatamente ad app che raccolgono informazioni ben oltre quanto necessario;
    • utilizziamo servizi gratuiti senza chiedersi quale sia il modello di business che li finanzia.

    Questa leggerezza porta a una situazione paradossale. Ci si allarma per DeepSeek, ma nel frattempo si cedono dati a decine di altre piattaforme senza alcuna preoccupazione.

    La privacy è un problema di consapevolezza

    Se vogliamo davvero proteggere la nostra privacy, dobbiamo smettere di reagire in modo selettivo e impulsivo di fronte a nuovi attori digitali.

    Il problema non è solo la Cina, gli Stati Uniti o qualsiasi altra nazione che sviluppi tecnologia avanzata. Il primo problema è la nostra incapacità di gestire i dati in modo responsabile.

    È la nostra mancanza di consapevolezza e la facilità con cui cediamo informazioni sensibili senza riflettere sulle conseguenze a creare i primi grandi problemi.

    La vera sfida è allenarci a una gestione più responsabile della nostra identità digitale.

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

     

  • DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

    Dopo la richiesta del Garante della Privacy italiano verso DeepSeek e su come vengono trattati i dati degli utenti, l’app scompare dai market in Italia. Un caso?

    Nelle ultime ore, l’applicazione DeepSeek – il chatbot di intelligenza artificiale sviluppato in Cina e considerato uno dei principali concorrenti di ChatGPT – è scomparsa dagli store italiani di Apple e Google.

    Una rimozione improvvisa, che lascia aperti diversi interrogativi: si tratta di una decisione autonoma degli store o di una conseguenza della recente richiesta del Garante per la protezione dei dati personali?

    Il contesto: l’indagine del Garante della Privacy

    La rimozione di DeepSeek dagli store italiani arriva a poche ore di distanza dalla richiesta formale del Garante della Privacy italiano, che ieri, 28 gennaio 2025  ha avviato un’indagine sull’applicazione.

    L’Autorità ha chiesto a DeepSeek di fornire chiarimenti su come vengano raccolti, trattati e conservati i dati personali degli utenti, con particolare attenzione alla localizzazione dei server e alla possibile trasmissione delle informazioni in Cina.

    La richiesta del Garante è scaturita dall’attenzione crescente verso i chatbot basati su intelligenza artificiale generativa, specie quelli di origine cinese, che sollevano interrogativi sulla protezione dei dati e sulla trasparenza delle loro operazioni.

    La questione diventa ancora più delicata considerando che DeepSeek ha conquistato rapidamente una fetta di utenti europei, grazie alla sua capacità di offrire risposte articolate e modelli di interazione avanzati.

    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia
    DeepSeek non è più disponibile sugli app market in Italia

    Rimozione dagli store: coincidenza?

    Al momento, né Apple né Google hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla scomparsa di DeepSeek dai rispettivi store italiani.

    Per ora, il servizio web di DeepSeek rimane accessibile e gli utenti che avevano già scaricato l’app possono continuare a utilizzarla.

    Questa situazione solleva una domanda cruciale: la rimozione è stata una decisione autonoma delle piattaforme, una misura precauzionale presa dagli sviluppatori dell’app, oppure è il primo effetto dell’intervento del Garante italiano?

    Al momento, l’azienda dietro DeepSeek non ha commentato la questione, lasciando il campo a ipotesi e speculazioni.

    Casi precedenti e possibili sviluppi

    Non sarebbe la prima volta che un chatbot IA viene sottoposto a restrizioni per questioni di privacy.

    Basti pensare al caso di ChatGPT, che nel 2023 fu temporaneamente bloccato in Italia proprio su ordine del Garante della Privacy, fino a quando OpenAI non adeguò le proprie politiche di gestione dei dati.

    Se DeepSeek non fornirà risposte adeguate sulle modalità di gestione dei dati, potrebbe andare incontro a restrizioni simili.

    D’altra parte, se la rimozione fosse stata un atto volontario da parte degli sviluppatori, potremmo assistere a una modifica delle politiche dell’azienda prima di un eventuale ritorno negli store italiani.

    La stessa situazione del 2023 con ChatGPT

    Ma più passa il tempo e più si ha la certezza di essere di fronte ad una situazione analoga a quella del 2023. In quel caso venne resa inaccessibile la piattaforma web (non c’era ancora l’app di ChatGPT), nel caso di DeepSeek vengono disattivate le app.

    Altro elemento da considerare è che l’Italia, al momento, è l’unico paese al mondo ad aver preso questa misura.

    Cosa significa per gli utenti

    Per chi utilizzava DeepSeek tramite l’app, l’assenza dagli store non implica un’immediata impossibilità di accedere al servizio

    Questa vicenda solleva il tema più ampio della consapevolezza degli utenti rispetto alla gestione dei propri dati, specie quando si tratta di strumenti basati su IA generativa. Che proveremo ad approfondire più avanti.

    Resta da vedere se ci saranno sviluppi ufficiali, chiarimenti da parte degli store o della stessa DeepSeek.

    La sensazione è che questa sia solo la prima di una serie di mosse che definiranno il futuro del chatbot in Italia. Il dibattito sulla privacy e sulla sicurezza dei dati nell’era dell’intelligenza artificiale generativa è tutt’altro che concluso.

  • Instagram, le nuove dimensioni dei nuovi formati edizione 2025

    Instagram, le nuove dimensioni dei nuovi formati edizione 2025

    Instagram modifica la visualizzazione dei post nel profilo, adottando il formato verticale. Quindi, ecco le nuove dimensioni consigliate per post, caroselli, Reels e Stories nel 2025 con qualche piccolo suggerimento su come ottimizzare i contenuti.

    Instagram ha introdotto una modifica significativa alla griglia dei profili, spostando il focus dal classico formato quadrato a uno più verticale. Una scelta che non sorprende, ma che conferma una tendenza ormai chiara: la piattaforma di Meta vuole rendere i contenuti più immersivi e attraenti, specialmente per un pubblico che potrebbe trovarsi orfano di TikTok in caso di ban negli Stati Uniti.

    La transizione dal formato quadrato al verticale

    Per anni, Instagram ha basato la sua estetica sul formato 1:1, un retaggio dei primi tempi dell’app, quando la piattaforma si distingueva per il suo look da album fotografico digitale. Ma con la crescita esponenziale dei video brevi e l’ascesa di TikTok, il formato verticale è diventato lo standard per la fruizione mobile-first.

    Questo fenomeno viene spesso indicato anche con il termine “tiktokizzazione”.

    Già con l’introduzione dei Reels, Instagram aveva cominciato a spingere l’adozione del formato 9:16. Ora, con il ridisegno della griglia del profilo, anche i contenuti statici dovranno adeguarsi a un nuovo assetto, più in linea con la logica dello scrolling immersivo.

    Instagram, le nuove dimensioni dei nuovi formati edizione 2025
    Instagram, le nuove dimensioni dei nuovi formati edizione 2025

    Le nuove dimensioni ufficiali per i contenuti Instagram

    L’account Creators ha pubblicato, su Instagram e su Threads, le nuove linee guida aggiornate sulle dimensioni ideali per le immagini e i video nei post, nei caroselli, nei Reels e nelle Stories.

    Ecco di seguito un opportuno riepilogo:

    Post e caroselli

    • Formato verticale consigliato: 1080 × 1350 px (4:5)
    • Visualizzazione nella griglia del profilo: 1012 × 1350 px (3:4)
    • Nota: Solo la parte centrale dell’immagine sarà visibile nella griglia
    • Si possono ancora caricare immagini quadrate (1:1), ma verranno tagliate a 3:4 nella griglia

    Reels

    • Dimensioni standard: 1080 × 1920 px (9:16)
    • Anteprima nella griglia del profilo: 1080 × 1440 px (3:4)
    • Evitare testi o dettagli importanti nella parte superiore e inferiore, che potrebbero essere tagliati

    Stories

    • Formato consigliato: 1080 × 1920 px (9:16)
    • Zona sicura per testi e elementi chiave: 1080 × 1610 px
    • Evitare contenuti importanti nella parte superiore e inferiore, che potrebbero essere coperti da elementi UI di Instagram

    Come adattarsi al nuovo formato?

    Questi cambiamenti hanno un impatto diretto su professionisti della comunicazione, social media manager, creator, influencer e utenti comuni. Per garantire una visualizzazione ottimale dei contenuti, ecco alcuni consigli pratici:

    • Ripensare la composizione delle immagini: con il formato 4:5, elementi chiave devono essere centrati per evitare tagli indesiderati.
    • Ottimizzare anteprime e caroselli: creare immagini con il giusto margine per non perdere dettagli visibili nella griglia del profilo.
    • Evitare testi fuori dall’area indicata: specialmente nei Reels e nelle Stories, posizionare il testo nelle zone centrali per garantirne la leggibilità.
    • Testare l’impatto visivo prima di pubblicare: utilizzare anteprime e strumenti di editing per verificare la resa nel profilo.

    Instagram guarda al futuro, e a TikTok

    Questa spinta verso il formato verticale non è casuale. Con le incertezze legate al futuro di TikTok negli Stati Uniti, Meta sta chiaramente cercando di rendere Instagram ancora più competitivo come piattaforma di riferimento per video brevi e contenuti coinvolgenti. Il messaggio è chiaro: se TikTok dovesse essere bannato, Instagram vuole essere pronto ad accogliere i suoi utenti.

    Instagram ha già dimostrato di essere pronto a trasformarsi per restare competitivo. Per i creator e i brand, l’adozione rapida di questi nuovi formati potrebbe essere la chiave per rimanere visibili e rilevanti in un ecosistema social in continua evoluzione.

    Anche se tutto questo ha comportato diversi malumori nei giorni scorsi.

    Instagram nuove dimensioni infografica franz russo 2025
    Instagram nuove dimensioni infografica 2025
  • Non lo hanno visto arrivare: DeepSeek, l’IA open source

    Non lo hanno visto arrivare: DeepSeek, l’IA open source

    Non l’hanno visto arrivare. DeepSeek, un modello IA open-source sviluppato in Cina, ha sconvolto il mercato, mettendo in discussione il dominio di OpenAI e Google. Con costi ridotti e alte prestazioni, potrebbe ridefinire il futuro dell’IA generativa.

    Non l’hanno visto arrivare…Potrebbe essere questo il titolo per descrivere ciò che è successo e sta succedendo ancora.

    Come abbiamo visto, e raccontato, l’intelligenza artificiale generativa ha visto negli ultimi anni una corsa sfrenata, dominata principalmente dagli Stati Uniti con OpenAI, Google e Microsoft a contendersi il primato.

    Adesso un nuovo attore è entrato in scena e ha sconvolto il mercato. Si tratta di DeepSeek, un modello di intelligenza artificiale sviluppato in Cina, totalmente open-source e in grado di competere con i giganti occidentali.

    Il suo arrivo ha già avuto ripercussioni pesanti su Wall Street e potrebbe cambiare per sempre il panorama dell’IA generativa. Ma DeepSeek è davvero un “GPT killer”? E quali saranno le conseguenze di questa rivoluzione?

    Cos’è DeepSeek e perché è diverso dagli altri modelli

    DeepSeek è un modello di intelligenza artificiale generativa sviluppato da una startup cinese fondata nel 2023. A differenza di ChatGPT, Gemini e Copilot, DeepSeek-R1 è completamente open-source, il che significa che chiunque può scaricarlo, modificarlo e utilizzarlo senza costi.

    Questa è la prima grande differenza rispetto ai modelli statunitensi, che sono chiusi e proprietari, costringendo aziende e sviluppatori a pagare per il loro utilizzo.

    Un altro aspetto rivoluzionario è il costo di sviluppo: DeepSeek è stato realizzato con meno di 6 milioni di dollari, mentre OpenAI, Google e Microsoft investono miliardi nella loro infrastruttura di IA.

    Inoltre, a causa del divieto imposto dagli Stati Uniti sull’esportazione di chip avanzati in Cina, gli sviluppatori di DeepSeek hanno dovuto trovare soluzioni alternative, dimostrando che non servono necessariamente GPU Nvidia di ultima generazione per creare modelli AI di alto livello.

    Non lo hanno visto arrivare: DeepSeek, l'IA open source
    Non lo hanno visto arrivare: DeepSeek, l’IA open source

    L’effetto DeepSeek su Wall Street: una scossa per le Big Tech

    L’uscita di DeepSeek non è passata inosservata nel mondo della finanza. Le azioni di Nvidia sono crollate del 17% in un solo giorno, con una perdita di circa 680 miliardi di dollari di capitalizzazione, segnando la peggiore disfatta nella storia della borsa statunitense per una singola azienda.

    Anche altre Big Tech, come Microsoft, Alphabet (Google) e Meta, hanno subito un calo significativo.

    Il motivo? Se un modello come DeepSeek può essere creato con hardware più economico ed essere open-source, allora il dominio delle Big Tech sull’IA generativa potrebbe non essere più garantito.

    L’effetto domino potrebbe essere devastante per chi ha puntato tutto su un’intelligenza artificiale proprietaria. Fino ad oggi, il mercato ha dato per scontato che servissero investimenti miliardari per dominare il settore dell’IA.

    DeepSeek ha dimostrato che questa narrazione potrebbe non essere per sempre.

    Chi c’è dietro DeepSeek?

    DeepSeek è stato fondato da Liang Wenfeng, un imprenditore cinese con un background in ingegneria del software e intelligenza artificiale.

    Prima di lanciare DeepSeek, Liang aveva co-fondato High-Flyer, un hedge fund basato su algoritmi AI, che ha dimostrato come l’intelligenza artificiale potesse essere applicata con successo alla finanza.

    Nel 2023 ha deciso di fondare DeepSeek con un obiettivo ambizioso: rendere l’IA accessibile a tutti attraverso l’open-source, sfidando il modello proprietario imposto dagli Stati Uniti.

    Grazie ai finanziamenti di High-Flyer, DeepSeek è riuscita a sviluppare un modello di intelligenza artificiale avanzato con risorse limitate, sfidando i giganti della Silicon Valley con una filosofia completamente diversa.

    Ma DeepSeek è un GPT killer?

    La domanda che tutti si pongono è: DeepSeek può davvero mettere in crisi OpenAI e gli altri colossi dell’IA? La risposta è complessa.

    Sul piano tecnico, ChatGPT ha ancora alcuni vantaggi, come un’infrastruttura cloud avanzata e l’integrazione multimodale (testo, immagini, video, audio). Tuttavia, DeepSeek ha dimostrato che si può competere ad armi pari con meno risorse e con un modello open-source.

    Ma il vero pericolo per OpenAI, Google e Microsoft non è solo la tecnologia: è il cambio di paradigma che DeepSeek ha introdotto. Se un’IA di alta qualità può essere gratuita e accessibile a tutti, chi pagherà per i modelli proprietari?

    Le conseguenze potrebbero essere enormi, anche se siamo nell’ordine delle ipotesi:

    • Più aziende e sviluppatori potrebbero scegliere DeepSeek al posto di modelli proprietari.
    • Il mercato dell’IA potrebbe frammentarsi con più modelli open-source indipendenti.
    • Il dominio statunitense sull’IA generativa potrebbe indebolirsi, aprendo la strada a nuove alternative globali.

    Il futuro dell’IA generativa dopo DeepSeek

    DeepSeek ha già cambiato le regole del gioco e costretto le Big Tech a ripensare la loro strategia.

    Gli Stati Uniti dovranno decidere se regolamentare ancora di più l’IA o adottare un approccio più aperto per competere con l’ondata open-source.

    Nel frattempo, DeepSeek ha già dimostrato che l’IA generativa non è più un gioco solo per le multinazionali: il futuro potrebbe essere molto più decentralizzato e accessibile di quanto si pensasse fino a ieri.

    Una cosa è certa: il monopolio dell’IA è stato messo in discussione. Tutto nel giro di 48 ore.

     

  • I cambiamenti di Meta e le preoccupazioni degli inserzionisti

    I cambiamenti di Meta e le preoccupazioni degli inserzionisti

    Meta ha eliminato i fact-checker e allentato la moderazione. Gli inserzionisti cominciano a preoccuparsi, così come gli utenti. Da quello che sembra, si sta indirizzando sulla stessa strada di X.

    Negli ultimi anni, il tema della moderazione dei contenuti è diventato sempre più centrale per le piattaforme social. Il dibattito non riguarda solo la libertà di espressione, ma anche le implicazioni economiche e politiche di queste scelte. Meta sta seguendo la stessa strada di X? Dopo le ultime decisioni di Mark Zuckerberg, la preoccupazione cresce tra gli inserzionisti e gli utenti.

    Meta e il precedente di X di Elon Musk

    Quando Elon Musk ha acquisito Twitter, ora X, ha rivoluzionato le regole della piattaforma in nome della libertà di espressione. Ha eliminato parte delle restrizioni sulla moderazione, ha riammesso account precedentemente bannati e ha eliminato il programma di fact-checking. Il risultato? Un esodo di inserzionisti, preoccupati di vedere i loro marchi accostati a contenuti tossici. La piattaforma ha perso miliardi di dollari di entrate pubblicitarie, mentre Musk ha risposto attaccando pubblicamente i brand, alimentando ulteriormente la crisi.

    Oggi, un quadro simile potrebbe ripetersi con Meta. Mark Zuckerberg ha annunciato una serie di cambiamenti radicali nelle politiche di moderazione, riducendo le restrizioni sui contenuti e affidandosi maggiormente agli utenti per la regolazione della piattaforma.

    I cambiamenti di Meta e le preoccupazioni degli inserzionisti
    I cambiamenti di Meta e le preoccupazioni degli inserzionisti

    Nuove politiche di Meta: meno moderazione, più rischi?

    Una delle modifiche più significative è stata l’eliminazione dei fact-checker, sostituiti dal sistema delle Community Notes, una funzione ispirata a quella introdotta da Musk su X. Questo cambiamento implica un ridotto intervento diretto di Meta nella verifica delle informazioni, lasciando agli utenti la possibilità di segnalare e aggiungere contesto ai post controversi.

    Inoltre, Meta ha dichiarato che permetterà contenuti che in passato sarebbero stati rimossi, compresi quelli con affermazioni discriminatorie o borderline. Anche il concetto di hate speech è stato riformulato: invece di eliminare determinati contenuti, l’azienda adotterà un approccio più permissivo, intervenendo solo nei casi di offese di “alta gravità”.

    Ma la domanda che si pongono gli inserzionisti è: quanto questa nuova politica renderà la piattaforma un ambiente più sicuro per i brand?

    Gli inserzionisti sono preoccupati e il rischio di fuga

    Le prime reazioni dal mondo della pubblicità non sono incoraggianti. Gli advertiser temono che le loro campagne possano finire accostate a contenuti controversi, proprio come accadde su X.

    Nel 2020, brand come Unilever, Ford e Verizon sospesero temporaneamente le loro campagne pubblicitarie su Facebook a causa della gestione dei contenuti d’odio e della disinformazione. Oggi, con l’ulteriore riduzione della moderazione, il rischio di una nuova ondata di boicottaggi pubblicitari diventa concreto. Se gli inserzionisti iniziano a fuggire, Meta potrebbe trovarsi in una situazione simile a quella vissuta da X negli ultimi mesi.

    Anche gli utenti iniziano a lasciare Meta

    Se il rischio della fuga degli inserzionisti è elevato, altrettanto lo è quello degli utenti. Un segnale chiaro è arrivato da Valigia Blu, il progetto giornalistico guidato da Arianna Ciccone, che ha annunciato ufficialmente l’abbandono di Facebook e Instagram. Il motivo? Un ambiente sempre meno adatto alla diffusione di un’informazione affidabile, aggravato dall’allineamento di Zuckerberg alle posizioni politiche di Trump.

    L’uscita di Valigia Blu potrebbe essere solo l’inizio. Se anche altre testate indipendenti e realtà giornalistiche decidessero di seguire questa strada, Facebook e Instagram potrebbero perdere una parte significativa di utenti più attenti alla qualità dell’informazione.

    Meta e Trump: un allineamento pericoloso

    Un elemento che alimenta le preoccupazioni è avvicinamento di Zuckerberg alle posizioni di Donald Trump. La recente eliminazione dei fact-checker e l’allentamento delle restrizioni sui contenuti sembrano favorire un ambiente meno controllato, un aspetto che potrebbe beneficiare la propaganda politica e la disinformazione.

    Questa svolta potrebbe polarizzare ulteriormente la piattaforma, rendendola un ambiente meno sicuro per aziende e utenti. La stessa dinamica che ha portato X a diventare sempre più un social media dominato da dibattiti estremi e contenuti controversi.

    Meta potrebbe ripetere lo stesso errore di Musk

    Ad oggi, Meta ha ancora una posizione di vantaggio rispetto a X: il suo sistema pubblicitario rimane solido e la base utenti è ancora molto ampia. Tuttavia, il progressivo allentamento delle regole di moderazione potrebbe rivelarsi un boomerang.

    Se gli inserzionisti inizieranno a ritirarsi e gli utenti più attenti all’affidabilità dell’informazione migreranno verso altre piattaforme, il rischio di una X-bis diventerà sempre più concreto.

    Alla fine, la libertà di espressione senza moderazione non paga, perché porta a un Far West digitale da cui i brand e gli utenti tendono a scappare.

    Zuckerberg sta sottovalutando il problema o ha già calcolato il prezzo di questa trasformazione?

    Al momento, non abbiamo una risposta certa, ma questi segnali non sono da sottovalutare.