Categoria: News

In questa categoria si trovano articoli che parlano di comunicazione, condivisione, social media, social network. Insomma, tutto ciò che riguarda il web 2.0 e di come si sta evolvendo

  • Facebook avvia i test dei tasti Reactions in Spagna e Irlanda

    Facebook avvia i test dei tasti Reactions in Spagna e Irlanda

    Esattamente un mese fa era bastato aver sentito pronunciare la parola “dislike” perchè la rete si scatenasse, ma il vero intento di Facebook era di introdurre i tasti empatia. E da quanto riporta Engadget ES, Facebook comincerà presto a testare i tasti “Reactions” in Spagna e in Irlanda. Saranno l’estensione del tasto “like”.

    Ricorderete certamente cosa successe circa un mese fa quando durante un Q&A with Mark uno dei presenti fece una domanda a Mark Zuckerberg se Facebook avesse mai considerato l’idea di introdurre un tasto alternativo al classico “like”, parlando di “dislike” per rendere meglio l’idea. La risposta del CEO del social network più usato fu quella di dire che era allo studio una sorta di “tasto empatia” in modo da dare possibilità all’utente di esprimersi andando oltre il like.

    facebook_reactions

    Ebbene, a distanza di qualche settimana quello studio a cui faceva riferimento Zuckerberg nel tradizionale incontro con i dipendenti a Menlo Park (tutti i venerdì presso la sede di Facebook) arriva la conferma che quello studio in effetti è qualcosa di più. Infatti Facebook sta per avviare dei test, in Spagna e in Irlanda già da domani, dei tasti “Reactions”, una serie di opzioni rappresentate da emojis che raffigurano diversi stati d’animo. E sono: Like, Love, Risata, Yay (approvazione), Wow (sorpresa), Triste e Arrabbiato. I tasti si attivano tenendo premuto il Like e dopo compaiono i vari bottoni.

    reactions-FB

    Il primo ad accorgersi di questo test è stato Engadget ES, la versione spagnola del popolare blog tecnologico, seguito quasi immediatamente da TechCrunch. Le voci si sono rincorse in maniera vorticosa e poi dopo qualche ora Facebook ha ufficializzato i test con un comunicato e lo stesso Zuckerberg ha dato conferma con un post su Facebook dove si vede un video che illustra il funzionamento dei nuovi tasti.

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    C’è già chi dice che sia la copia esatta di quelli usati da Path nel 2012, in effetti, come evidenzia proprio TechCrunch la somiglianza è evidente.

    La scelta di testare i “Reactions” prima in Spagna e in Irlanda è dettata dal fatto che gli utenti di questi due paesi non hanno amici in altri paesi, sono “isolati” da questo punto di vista. Ed è quindi più facile per Facebook fare dei test di questo tipo in contesti come questi.

    Come sappiamo, gli utenti in realtà non avrebbero mai voluto un tasto “dislike”, non avrebbe certo risolto il problema, ne avrebbe creato un altro. Ma certamente bisognerà attendere la fine di questi test per verificare se poi verranno estesi a livello globale.

    Ma voi che ne pensate? Credete che questi Reactions risolveranno il problema?

  • I come e i perché della vera Dipendenza da Internet

    I come e i perché della vera Dipendenza da Internet

    Si parla spesso di Dipendenza da Internet senza distinguerla dal fatto di rimanere costantemente connessi. La Dipendenza si basa su una necessità, e in questo caso, il bisogno è quello di poter vivere in un mondo quasi perfetto, che accetti i nostri limiti, rispetti le nostre aspettative e in cui sia facile vivere. Senza un confronto reale. E’ solo l’educazione al confronto, infatti, la chiave per guarire da questa Dipendenza.

    Smarphone e Tablet ormai entrano perfino nel nostro letto. Ci addormentiamo cercando le ultime notizie sul Web e ci svegliamo pensando già a leggere le email.

    A volte iniziamo a girare in Rete prima ancora di dire “ciao” a chi vive con noi. E arriviamo a strutturare il tempo della nostra giornata in base ai device che abbiamo a disposizione, per non rimanere troppo lontani da quello che succede lì, sul Web.
    Questo non vale solo per chi lavora su Internet, per chi ha la responsabilità della gestione di Social Network.
    Basta andare in giro e guardarsi attorno. In metrò, al bar, alla fermata dell’autobus, ma anche improvvisamente lì, fermi per strada.
    Se il cellulare suona – e sono scarse le possibilità che si tratti realmente di una telefonata – la nostra attenzione è istantaneamente catturata.

    dipendenza-internet

    Che esista una Dipendenza da Internet non è una novità per nessuno.
    Eppure non tutti sanno che già nel lontano 1995 il disturbo di Dipendenza dal Web rientrava nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali – il famoso DSM-IV – e veniva diagnosticato come una patologia comparabile alla Dipendenza da Gioco d’Azzardo.

    E’ vero, tuttavia, che nella successiva edizione del DSM del 2013 nacque la proposta di sottoporre questo disturbo -inizialmente etichettato come Psichiatrico – a nuove diagnosi sperimentali e, attualmente, la Dipendenza da Internet non può essere, per esempio, utilizzata a fini legali o assicurativi.
    Diversi studiosi affermano oggi con certezza che non si tratti di una vera e propria Patologia Psichiatrica ma di un Sintomo Psicologico, quindi sicuramente meno grave e più facile da curare.

    E’ importante sottolineare che la difficoltà nello stabilire i confini della diagnosi è data dal fatto che questa Dipendenza – quando è veramente tale – si unisce a altre forme di disagio mentale, come quella del Gioco Ossessivo, Disturbi della Personalità, Devianze Sessuali e Isolamento Sociale.

    Questo naturalmente non significa che i siti di gioco o i siti di incontri online siano fonte di pericolo in sé.
    La natura del mezzo di comunicazione non è mai determinante.
    Non è certo “colpa” di Internet o dei Social Network
    se oggi, ad esempio, è possibile avere relazioni con partner virtuali nascosti da un monitor.
    E’ vero, però, che la possibilità di mentire nascondendo la propria reale identità è divenuta più facile, e che – più frequentemente che nella realtà – si possono sviluppare forme insane di comportamento.

    Il concetto di Dipendenza ha una radice comune in tutte le sue forme, a partire da quella più nota alle sostanze stupefacenti o all’alcool.
    Alla base, c’è una mancanza che richiama il bisogno di una soddisfazione immediata.
    Il problema è che la forma di soddisfazione che si cerca non è quella definitiva, o lo è solo al momento. Solo per il tempo di mettere a tacere il bisogno, creando così quella ripetizione inesauribile di necessità che rende poi l’individuo prigioniero.
    Una mancanza, dunque, di nutrimenti fisico e psicologico, di affetto, di sicurezza, di approvazione sociale.

    La Tecnologia è innocente.
    E’ di fatto solo un immenso terreno fertile alla portata di tutti.
    Tutti: chi ci lavora, chi si informa, chi gioca, chi cerca tutt’altro e trova il vantaggio di eludere il confronto reale.
    E proprio qui si pone il confine. Il limite tra esigenze di lavoro, gioco, relazione e vera e propria Dipendenza

    Nella vita reale la possibilità e la capacità di confrontarsi con gli altri, di giocare, di amare e di trovare sicurezza interiore avviene in lunghi anni di crescita personale. Dall’età infantile in poi, dal rapporto coi genitori in poi.
    L’esperienza non può essere esclusa. Non possiamo non sbagliare, non cadere, rialzarci e imparare poi a camminare.
    L’educazione forma e aiuta. 
    Siamo inevitabilmente ogni giorno a mettere a (duro) confronto la nostra indole – quindi, i nostri desideri, sogni, speranze, aspettative, volontà, capacità e limiti personali – con il mondo reale che ci circonda.
    Che non è un mondo “costruito” per adattarsi al nostro carattere.
    La realtà c’è, siamo noi a dover imparare ad adattarci.

    Ecco: il mondo virtuale tende a illuderci che questo confronto possa non esserci.
    Che sia il mondo – virtuale – a doversi adattare a noi.

    Si possono eliminare i feedback negativi semplicemente bloccando una persona sulle piattaforme dei Social Media.
    Si ci può sentire onnipotenti – o comunque importanti e capaci – solo per un numero elevato di Like e di Follower.
    Si può filtrare quello che non ci piace o che non vogliamo tra i piedi, basta saper usare i motori di ricerca e avere qualche nozione di SEO.
    Se le aspettative reali sono troppo alte e non ci sentiamo adatti, Internet ci permette di mascherarci facilmente.

    Quella che nel mondo di oggi si può considerare una vera e propria Dipendenza di Internet è, in realtà, assai meno diffusa di quanto si pensi.
    La si confonde essenzialmente con il comportamento di stare costantemente sul Web.
    La Dipendenza nasce, invece, quando si può stare bene solo se si è connessi.

    Si parla di Patologia in presenza evidente di Disturbi del Carattere, come la negazione stessa del disturbo, l’isolamento, la perdita dell’appetito, del sonno, di ogni altra relazione sociale.
    In questo caso, la Dipendenza dalla Rete può essere curata (o ridotta) essenzialmente con un’educazione all’utilizzo di questo potentissimo mezzo di comunicazione.
    Una educazione sentimentale e disciplinare che istruisca ciascuno di noi a comportarsi in modo corretto, a evitare comportamenti non etici e a rendere, invece, questo mondo di nuove comunicazioni più comprensibile, più creativo, più geniale, e – perché no – anche più divertente per tutti.

    Se innovare giustamente significa integrare novità complesse rendendole più facili e fruibili per ognuno di noi, Internet porta all’Innovazione: è la mancanza  di una educazione al suo utilizzo che porta ad ammalarsi.
    A creare una fusione non realistica e non vera del Mondo Reale col Mondo Virtuale.
    Una fusione dove certamente quest’ultimo rende tutto più facile e possibile, più bello, senza difetti, senza mancanze. Dove è perfino possibile la perfezione.

    Questo è il vissuto quotidiano di tutti nell’Era Digitale 2.0.
    In quella che ci aspetta – dell’Internet of Thinks e del Web 3.0 – tutti questi aspetti saranno ancora più marcati e decisivi.
    La domanda che sorge spontanea, a questo punto, è se siamo realmente preparati, maturi, quindi educati a sufficienza per affrontare un cambiamento così radicale di vita. 
    Da chi possiamo imparare un’esperienza sana all’uso dell’Internet del futuro e del Web 3.0? 

    Diteci la vostra!

     

     

  • I 5 anni di Instagram in un’Infografica GIF

    I 5 anni di Instagram in un’Infografica GIF

    Da pochi giorni Instagram ha compiuto 5 anni, è stata fondata infatti il 6 ottobre del 2010, un grande traguardo per l’app di photo sharing acquistata da Facebook nel 2012. E ripercorriamo le tappe e qualche dato con questa infografica in GIF. E, sempre in questi giorni, Instagram fa sapere quali sono i 5 account più seguiti al mondo: la prima è Taylor Swift.

    Da qualche giorno Instagram ha compiuto 5 anni, l’app di photo sharing che nel 2012 è diventata di proprietà di Facebook, è stata fondata precisamente il 6 ottobre del 2010 da Kevin Systrom e Mike Krieger. E per celebrare l’evento l’agenzia creativa irlandese One Productions ha realizzato questa infografica interamente in GIF, altrimenti denominata GIFographic. E scopriamo che ad oggi, in questi ultimi 5 anni appunto, le foto condivise su Instagram sono state ben 40 miliardi; ogni giorno ne vengono condivise ben 70 milioni. Il nome Instagram è in effetti la risultante di “Instant camera” e di “telegram“, un nome quindi che spiega al meglio il senso dell’app.

    instagram-5-anni-franzrusso.it-2015

    Come riportato nei giorni scorsi, Instagram ha da poco raggiunto un altro grande risultato, ossia il traguardo dei 400 milioni di utenti attivi al mese, arrivando a superare finanche Twitter, fermo appena sopra i 300 milioni di utenti. Un risultato che dimostra quanto sia usata l’app che continua a crescere in termini di utenti e di interesse da parte dei brand.

    Alcuni dati di questa speciale infografica sono noti, come appunto quelli relativi al fatto che il 70% degli utenti provenga da paesi al di fuori degli Usa e che il 53% degli utenti ha un’età compresa tra 18-29 anni. E come riporta anche l’infografica, in questi giorni scopriamo che i 5 account più seguiti al mondo sono 5 donne, quasi tutte appartenenti al mondo della musica. La più seguita è Taylor Swift con 49,9 milioni di followers, Taylor è anche la più seguita su Twitter. Al secondo posto si piazza Kim Kardashian con 48,3 milioni di followers; terza è Beyonce con 47,3 milioni di followers; quarta è Selena Gomez con 46,1 milioni di followers; e, infine, quinta è Ariana Grande con 44,8 milioni di followers. In effetti tutte superano i 40 milioni di followers e Taylor Swift è ormai vicina al traguardo dei 50 milioni. Tanto per fare un veloce paragone, Barack Obama ne ha “soli” 4,7 milioni.

    L’infografica ci indica anche che il post che ha ricevuto il più alto numero di like è quello della modella Kendall Jenner, la cui foto ha ricevuto 2,5 milioni di like in 5 settimane.

    Dal lato dei brand invece i post dei brand più seguiti hanno una media di 216 commenti e che Instagram comporta un livello di engagement per utente 58 volte quello realizzato su Facebook e ben 12o quello realizzato con Twitter. Inoltre, il messaggio più funzionale è quello di 138 caratteri, hashtag incluso, quindi meno di un tweet per intenderci. E che aggiungendo la location riferita al contenuto il livello di engagement potenziale cresce del 79%.

    Sapete qual è stato il primo post su Instagram? Eccolo riportato nell’infografica, era la foto di un golden retriever postato dal fondatore Kevin Systrom. E poi sono elencate tutte le funzionalità introdotte in questi anni, inclusa l’ultima che riguarda il formato rettangolare delle immagini.

    Insomma, c’è tutto quello che riguarda i 5 anni di Instagram appena trascorsi, in attesa di vedere le sorprese dei prossimi 5 anni.

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  • Parlar male del collega su Facebook senza nominarlo è diffamazione

    Parlar male del collega su Facebook senza nominarlo è diffamazione

    Le espressioni ingiuriose utilizzate nel proprio profilo su Facebook e dalle quali è possibile individuare il destinatario, anche se non viene indicato il nome, integrano il reato di diffamazione, indipendentemente dalle conseguenze che ne derivano. E’ questo il principio interessante, di sicura attualità, espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 16712, depositata il 16 aprile 2014.

    Un paio di giorni fa alcuni quotidiani hanno riportato la notizia che l’offesa sui social network è entrata nel diritto italiano. Sicuramente la sentenza citata negli articoli ha espresso un interessante principio in materia di diffamazione sui social network – ho parlato di questo argomento nel mio articolo “Diffamazione e sequestro preventivo del sito web, interviene la Cassazione”  -, ma si tratta di un provvedimento non recentissimo, ovvero della sentenza della Corte di Cassazione n. 16712, depositata il 16.04.2014. In ogni caso, la notizia diffusa è l’occasione per parlare nuovamente di questo argomento attuale e molto interessante, alla luce del caso che ha dato origine alla sentenza.

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    Diffamazione su Facebook: perchè secondo la Cassazione è reato pubblicare sui social network frasi ingiuriose anche senza indicare il nome del destinatario

    Vediamo, prima di tutto, i fatti che hanno dato origine alla sentenza di cui parlo in questo articolo: un maresciallo capo della Guardia di Finanza pubblica sul proprio profilo Facebook le seguenti frasi: “….. attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di collega sommamente raccomandato e leccaculo …. ma me ne fotto … per vendetta appena ho due minuti gli trombo la moglie”. Il riferimento del maresciallo è a un collega che evidentemente era stato designato in sua sostituzione al comando della compagnia. Il collega sporge querela nei suoi confronti, e in primo grado viene condannato alla pena di tre mesi di reclusione militare – con i doppi benefici – per il reato di diffamazione pluriaggravata. In secondo grado, tuttavia, la Corte militare d’Appello ribalta la sentenza di primo grado e assolve l’imputato per insussitenza del fatto, poichè le frasi pubblicate da quest’ultimo non consentono di identificare colui al quale sono rivolte “non avendo l’imputato indicato il nome del suo successore, nè la funzione di comando in cui era stato sostituito, nè alcun riferimento cronologico”. In sostanza, quindi, non vi è prova che il maresciallo abbia volutamente “comunicato con più persone in grado di individuare in modo univoco il destinatario delle espressioni diffamatorie”.

    La sentenza viene impugnata davanti alla Corte di Cassazione. I giudici con l’ermellino osservano, prima di tutto, che la decisione della Corte d’Appello è contraddittoria rispetto alle affermazioni contenute nella sentenza. Il Giudice di secondo grado, infatti, ha affermato che vi è collegamento tra le espressioni negative “raccomandato” e “leccaculo” e la sostituzione, da parte del collega, al comando della compagnia della Guardia di Finanza. Ancora, ha affermato che la pubblicazione delle frasi sul profilo Facebook le ha rese di pubblico dominio, accessibili a chiunque sia registrato o effettui la registrazione sul popolare social network.

    La Suprema Corte sottolinea, poi, che, anche se non è stato indicato il nome del collega, la funzione e un riferimento cronologico, l’imputato ha utilizzato l’avverbio “attualmente” e la parola “collega”. Secondo la giursprudenza della Corte di Cassazione – viene citato quale precedente la sentenza n. 7410 del 20.12.2010 -, “ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa”. La diffamazione non è un reato che richiede il dolo specifico, ma è sufficiente che ci sia la consapevolezza che la frase o le frasi pronunciate ledano la reputazione di colui al quale ci si riferisce e la “volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche sotanto due”. Anche se la frase dovesse essere letta soltanto da una persona, la sostanza non cambia.

    Per questi motivi la Corte di Cassazione, con la sentenza 16712/2014, ha annullato la sentenza di secondo grado, rinviando ad altra sezione della Corte militare d’Appello affinchè, alla luce dei criteri sopra citati, proceda ad una nuova valutazione della sussistenza dell’elemento soggettivo e oggettivo della fattispecie contestata.

    Quanto sopra detto fa comprendere, ancora una volta, la potenzialità fortemente lesiva di quello che scriviamo e pubblichiamo sui social network, che chiunque – anche chi non conosciamo, e di ogni parte del mondo – può leggere e, magari, a sua volta “condividere” e diffondere. Ormai anche l’autorità giudiziaria ne ha preso atto: cerchiamo, pertanto, di prestare molta attenzione prima di premere il famoso tasto “invio”. Sui social network dovrebbe valere la famosa frase “scripta manent”.

    E voi, cosa ne pensate? Siete stati vittime di una situazione simile? Raccontateci le vostre opinioni ed esperienze nei commenti!

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  • I nostri tweet da mobile sono più egocentrici e negativi

    I nostri tweet da mobile sono più egocentrici e negativi

    Una recente ricerca della Goldsmith University di Londra, in collaborazione con il Bowdoin College e l’Università del Maine, pubblicata su Journal of Communication, ha rilevato che i nostri tweet sono più egocentrici e negativi da mobile, il 25% in più rispetto a quelli che mandiamo da desktop.

    E’ un dato che ognuno di noi ha una personalità ben definita e che questo si evidenzia anche attraverso i tweet. Ma quello che ha rilevato questa ricerca è qualcosa di più, sempre riferito al nostro modo di twittare. Una recente ricerca della Goldsmith University di Londra, in collaborazione con il Bowdoin College e l’Università del Maine, pubblicata su Journal of Communication, analizzando 235 milioni di tweet, raccolti in 6 settimane durante l’estate del 2013, ha evidenziato che i tweet inviati da mobile sono per il 25% più egocentrici e negativi di quelli che mandiamo da desktop. In pratica, non solo il contenuto che inviamo via tweet rispecchia quella che è la nostra personalità, ma la ricerca rileva, ed è il primo studio che evidenzia questa relazione, anche che ad influire sono anche i dispositivi che di solito utilizziamo proprio per twittare.

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    La ricerca poneva diverse domande, dal punto di vista del contenuto, sull’egocentrismo, sul linguaggio femminile/maschile, sui sentimenti negativi o positivi e, infine, da quali piattaforme usiamo twittare di solito.

    Le piattaforme non mobile che usiamo di solito sono web (21,6%), TweetDeck (1,5%; per quanto riguarda le piattaforme mobile di solito twittiamo da iPhone (25,2%), Android (19,2%), Blackberry (8,7%), iPad (2,1%), browser mobile (2,2%).

    Nell’analisi dei tweet, i ricercatori hanno rilevato che i tweet inviati da mobile non solo sono più egocentrici ma il rapporto tra egocentrismo e non egocentrismo è molto più alto per i tweet inviati da mobile rispetto a quelli inviati da altre piattaforme. I tweet inviati da mobile sono in media 2,5% più egocentrici di quelli inviati da piattaforme non mobile. E questa caratteristica la si evidenzia in particolari momenti della giornata. Ad esempio, i tweet sono meno egocentrici nelle ore del mattino, tra le 9 e le 10, mentre diventa più evidente delle ore pomeridiane e serali. In pratica, quando siamo pià concentrai sulle attività di lavoro o di studio tendiamo a restare concentrati su quello che facciamo, mentre nelle ore in cui siamo meno impegnati in attività, ecco che diventiamo più egocentrici e lo evidenziamo twittando da mobile. E se siamo fuori, tendiamo in generale a twittare di meno.

    La ricerca evidenzia anche che il contenuto dei tweet che inviamo da mobile è anche più negativo, siamo quindi più propensi ad usare parole negative nei nostri tweet. E questo, spiegano i ricercatori, potrebbe essere per il fatto che l’acceso immediato da mobile consente aggiornamenti in tempo reale, di conseguenza siamo portati ad un racconto delle nostre esperienze davvero in tempo reale, quindi dei nostri sentimenti. I tweet negativi sono in percentuale più alti da mobile rispetto a quelli inviati da altre piattaforme. La ricerca evidenzia anche come i tweet siano negativi, da mobile e da desktop, anche al sabato sera. Anche se poi i picchi di negatività si registrano nelle prime ore del mattino, nella tarda serata e, specialmente da mobile, nelle ore diurne del lunedì e del martedì.

    Insomma, la ricerca studia un aspetto che finora non era stato esplorato e cioè che i dispositivi che utilizziamo per comunicare online, da mobile o da desktop, possono influire sul modo in cui comunichiamo. L’accesso in tempo reale garantito dal mobile ci spinge ad un racconto dei nostri sentimenti ormai in tempo reale, di conseguenza raccontiamo ciò che davvero stiamo vivendo. Il fatto che il contenuto sia per la gran parte egocentrico è un aspetto che rispecchia l’utilizzo di strumenti di comunicazione diretta, come appunto è Twitter, usiamo di puù parlare con il “me” e con l’”Io”.

    Allora, sorpresi da questi dati, che ne pensate?

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  • Schrems, la sentenza: il Safe Harbor è invalido

    Schrems, la sentenza: il Safe Harbor è invalido

    La CGUE ha emesso ieri la sentenza sulla questione pregiudiziale relativa alla causa proposta da Max Schrems e conosciuta come “Europe versus Facebook”: la decisione 2000/520 è invalida. Pertanto, l’Irlanda dovrà valutare se il trasferimento dei dati degli utenti di Facebook verso gli Stati Uniti deve essere sospeso “perchè tale paese non offre un livello  di protezione dei dati personali adeguato”.

    Ieri è stato il giorno della prima vittoria per Max Schrems, promotore della famosa causa Europe versus Facebook : la Corte di Giustizia Europea (CGUE) ha emesso la sentenza relativa alla questione pregiudiziale sollevata dalla High Court irlandese e, in accordo con le conclusioni dell’Avvocato Generale Yves Bot, di cui ho parlato nel mio articolo “Schrems vs Facebook: Bot, i singoli Stati possono fermare il trasferimento di dati“, ha stabilito che il Safe Harbor, adottato con la decisione n. 2000/520, è invalido. La decisione della CGUE, a mio parere non del tutto inattesa – le conclusioni dell’Avvocato Generale sono state davvero circostanziate -, apre uno scenario abbastanza complesso, del quale sarà molto interessante seguire gli sviluppi. Vediamo le motivazioni della sentenza della CGUE, le prime reazioni e le conseguenze del provvedimento.

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    Caso Schrems vs Facebook: le motivazioni della sentenza della CGUE

    La Corte di Giustizia Europea, nella sentenza relativa alla questione pregiudziale sollevata dall’Alta Corte dell’Irlanda nel corso del giudizio promosso da Max Schrems nei confronti del Data Protection Commissioner, fa una prima, importante precisazione: in data 27 novembre 2013  la Commissione ha adottato, al Parlamento Europeo e al Consiglio, una comunicazione dal titolo “Ricostruire la fiducia nel Flusso dei Dati UE – USA”, accompagnata da una relazione redatta in collaborazione con gli Stati Uniti e contenente i risultati del gruppo di lavoro sulla protezione dei dati, dopo la rivelazione dell’esistenza di programmi di sorveglianza negli USA che comportano la raccolta e il trattamento dei dati personali su larga scala. Nelle conclusioni della relazione – contenente un’analisi della legge degli USA, con particolare riguardo alle basi giuridiche dell’autorizzazione all’esistenza dei programmi di sorveglianza e alla raccolta e trattamento dei dati personali da parte delle autorità statunitensi – si legge che l’accesso in larga scala, da parte di agenzie di intelligence, ai dati trasferiti negli USA con il Safe Harbor da società come Google, Facebook, Apple, Microsoft e Yahoo – che hanno centinaia di milioni di clienti in Europa e trasferiscono i dati personali negli Stati Uniti per il loro trattamento – “solleva questioni gravi per quanto riguarda la continuità dei diritti alla protezione dei dati degli europei quando i loro dati sono trasferiti agli Stati Uniti”.

    In merito, al caso Schrems, la CGUE osserva che, ai sensi dell’art. 25 della Direttiva 95/46, i trasferimenti dei dati personali verso un paese terzo possono avvenire a condizione che quest’ultimo garantisca un adeguato livello di protezione dei dati personali – anche se il preambolo del considerando 56 della Direttiva sopra citata afferma che tali trasferimenti sono necessari per l’espansione del commercio internazionale -. Il considerando 57 della medesima Direttiva stabilisce, peraltro, che devono essere vietati i trasferimenti di dati pesonali verso i paesi terzi che non garantiscono un livello di protezione adeguato.

    La Corte aggiunge che la Commissione può adottare, sulla base dell’art. 25 della Direttiva 95/46, una decisione che constata che un paese terzo assicura un adeguato livello di protezione; gli Stati membri devono adottare le misure necessarie per conformarsi a questa decisione e non possono adottare misure contrarie. La decisione della Commissione può essere dichiarata nulla dalla Corte di Giustizia Europea ma, in ogni caso, non possono essere impediti i reclami – per la tutela dei propri diritti e libertà circa il trattamento dei propri dati personali – da parte di coloro i cui dati personali sono stati trasferiti o possono essere trasferiti a un paese terzo, ai sensi dell’art. 28 della Direttiva. In caso contrario, sarebbe negato il diritto di presentare una richiesta di tutela dei propri diritti fondamentali alle autorità di vigilanza nazionali, garantito dall’art. 8 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. La decisione della Commissione – nel caso specifico la decisione 2000/520 – non impedisce, inoltre, che l’autorità di vigilanza di uno stato membro possa esaminare la richiesta di una persona relativa alla tutela dei propri diritti e libertà con riguardo al trattamento dei dati personali trasferiti in un paese terzo nel quale la medesima afferma che la legge e la prassi in vigore non garantiscono un livello di protezione adeguato.

    Schrems, infatti, afferma – come sottolineato anche dall’avvocato Bot nelle sue conclusioni – che ha dubbi sulla validità della decisione 2000/520 (condivisi dal giudice del rinvio). La CGUE, esaminato il provvedimento, osserva che l’art. 1 della decisione appena descritta non ha indicato che gli Stati Uniti assicurano, di fatto, un adeguato livello di protezione in virtù della propria legislazione o degli impegni internazionali; di conseguenza, non rispetta i requisiti richiesti dall’art. 25 della Direttiva 95/46 – letto alla luce della Carta dei Diritti Fondamentali della UE – ed è, quindi, invalida. Analogamente, il primo comma dell’art. 3 della decisione in questione va inteso nel senso che nega alle autorità di vigilanza nazionali il potere di verificare se la decisione della Commissione che ha constatato che un paese terzo garantisce un adeguato livello di protezione è compatibile con la tutela della privacy, dei diritti fondamentali e delle libertà degli individui. Poichè gli articoli 1 e 3 della decisione non possono essere separati dagli articoli 2 e 4 della medesima decisione e dagli allegati, la loro “invalidità incide sulla validità della decisione nel suo complesso”.

    Alla luce di tutte queste considerazioni, la CGUE ha stabilito che la decisione 2000/520 – il c.d. Safe Harbor – è invalida.

    Il caso Schrems e la sentenza della CGUE: le reazioni e le conseguenze

    La sentenza della CGUE ha, ovviamente, scatenato moltissime reazioni. Nel corso della conferenza stampa, il Commissario per la Giustizia Vera Jourova ha dichiarato che la UE sta studiando, già dal 2013, un nuovo accordo con gli USA per la gestione e lo scambio dei dati personali. Ha aggiunto che la Commissione europea presenterà, nelle prossime settimane, un piano per dare attuazione alla sentenza della Corte di Giustizia. Il vicepresidente della commissione europea Frans Timmermans ha precisato che “La sentenza è un passo importante verso il rafforzamento del diritto degli europei alla protezione dei dati personali” e che “in queste settimane incontreremo le autorità nazionali per la protezione dei dati personali e insieme a loro discuteremo come applicare questa sentenza”. Il portavoce di Facebook chiede che UE e USA collaborino allo scopo di assicurare che “continueranno a fornire metodi affidabili per il trasferimento legale di dati e di risolvere qualsiasi questione relativa alla sicurezza nazionale”.

    Quali saranno le conseguenze della sentenza della CGUE? Nel comunicato stampa si legge che l’autorità irlandese di controllo dovrà esaminare la denuncia di Max Schrems e, nel caso in cui accerti che gli Stati Uniti non offrono un adeguato livello di protezione dei dati personali, dovrà decisdere se sospendere – in base alla Direttiva 95/46 – “il trasferimento dei dati degli iscritti europei a Facebook verso gli Stati Uniti”.

    A seguito della sentenza della CGUE, la vicenda si fa sempre più interessante, e continueremo a seguirla. Nel frattempo, aspettiamo le vostre impressioni e opinioni nei commenti.

  • Twitter lancia Moments, adesso è facile seguire le storie

    Twitter lancia Moments, adesso è facile seguire le storie

    Il tanto atteso Project Lightning è finalmente arrivato. Come avevamo anticipato oggi, a proposito della nomina definitiva di Jack Dorsey come CEO di Twitter, ecco che quasi in contemporanea avviene il lancio di Twitter Moments (solo negli Usa per ora), una sezione dedicata agli eventi della giornata che mostra tutti i relativi contenuti e i tweet più condivisi.

    Come avevamo anticipato oggi, a proposito della nomina ufficiale di Jack Dorsey come CEO di Twitter, finalmente Twitter di è deciso a lanciare il tanto atteso Project Lightning. E così, solo negli Usa per ora, in modalità desktop e mobile (iOS e Android), da oggi è disponibile la sezione Moments, visibile tra le “Notifiche” e i “Messaggi”, dove verranno catalogati per argomento gli eventi della giornata. Una volta cliccata la sezione e cliccando su un argomento particolare, su un moment dunque, si aprirà una sezione con un titolo e una descrizione e andando più a fondo verranno visualizzati differenti tipi di contenuti relativi al moment come immagini, video, Gif e Vines. Con un singolo tweet si può mettere tra i preferiti, fare RT e altro, mentre con un doppio tap sul tweet lo si mette automaticamente tra i preferiti.

    twitter-moments

    I vari Moments verranno costantemente aggiornati in modo da vedere sempre come si sviluppa la notizia che è un po’ il senso di “See how the story unfolds“. E sapremo che la notizia ha subito aggiornamenti quando verrà visualizzato un puntino blu in alto a destra del moment stesso.

    https://twitter.com/twitter/status/651382235162001409?ref_src=twsrc%5Etfw

    Insomma, l’elemento che dovrebbe risollevare le sorti di Twitter è finalmente arrivato e attendiamo davvero di vederlo all’opera nel nostro paese. Moments è gestito direttamente da Twitter con due persone che fanno un lavoro di content curation, quindi non è ancora attiva una redazione. Ma è presumibile che ciò avverrà presto visto il lancio prossimo lancio globale. Con Moments Twitter punta ad attrarre tutte quelle persone che trovano difficoltà a seguire le notizie nella timeline, dove in effetti si assiste ad un fiume in piena di tweet dove è facile perdersi.

    Moments a questo punto effettua un lavoro di scrematura degli eventi e dei tweet più importanti, isolandoli da tutto il resto e mettendoli a disposizione degli utenti per una consultazione più ordinata. E’ come se fosse un’istantanea di ciò che di rilevante accade su Twitter, un fermo immagine di un evento attraverso il quale rendersi conto come in effetti si sta sviluppando la notizia.

    Moments arriva in un momento davvero particolare per Twitter e rappresenta davvero la grande occasione per risollevare le sorti della base utenti che ormai in due anni è cresciuta di appena 20 milioni.

    Sempre oggi è nato l’account ufficiale @TwitterMoments e noterete i palloncini che appaiono a celebrare la nascita del nuovo account.

    https://twitter.com/TwitterMoments/status/651382983895711744

    Vedremo quali saranno gli sviluppi e, ovviamente, attendiamo la versione per il nostro paese.

  • Jack Dorsey è il nuovo CEO di Twitter per il dopo Costolo

    Jack Dorsey è il nuovo CEO di Twitter per il dopo Costolo

    Alla fine, dopo più di 100 giorni dalle dimissioni di Dick Costolo, ieri è stato ufficializzato il nome di Jack Dorsey come nuovo CEO. Il già fondatore della piattaforma da 140 caratteri, pur non rinunciando al suo incarico di CEO di Square, società da lui fondata, ha di fronte a sè il compito di risollevare Twitter. Ci riuscirà?

    Alla fine l’attesa è finita. Jack Dorsey, già fondatore, è il nuovo CEO di Twitter che sostituirà Dick Costolo dimessosi lo scorso mese di giugno. La nomina di Dorsey per la verità era nell’aria anche perchè in questi mesi Twitter ha dimostrato di non voler cercare una via alternativa rispetto a quella rappresentata dal proprio fondatore. I nomi trapelati per la verità sono stati fatti dagli investitori, da quanti in realtà volevano che questa occasione si trasformasse in una vera opportunità di cambiamento. Ma a quanto pare così non è stato.

    jack-dorsey-twitter-ceo
    Jack Dorsey, CEO Twitter

    Il nome di Dorsey appare quindi quello più comodo per cercare di traghettare Twitter da una situazione di oggettiva difficoltà verso una situazione in cui ritrovare il vecchio smalto. E per fare questo serve un CEO che sia davvero una guida sicura e lungimirante. Al momento Dorsey sembra rispettare queste caratteristiche, ma resta comunque anche CEO, e fondatore, di Square che tra l’altro sta per prepararsi a sbarcare a Wall Street, quindi non un passaggio da poco. Dorsey, subito dopo l’ufficialità della sua nomina, dice di essere circondato dalle persone migliori per raggiungere grandi risultati, ma è evidente che questa duplice veste avrà delle ripercussioni non proprio positive.

    Con la nomina di Dorsey, Adam Bain è il nuovo COO e Costolo lascia il board di Twitter.

    https://twitter.com/dickc/status/651003322388889600

    https://twitter.com/dickc/status/651003992651137024

    https://twitter.com/dickc/status/651005366998732801

    Immediatamente dopo le dimissioni di Dick Costolo, uno degli investitori di Twitter, il principe Alwaleed bin Talal, uno dei primi investitori che detiene il 5%, si dimostrò contrario all’idea di avere Dorsey come CEO permanente. In un’intervista al Financial Times il principe riteneva che Dorsey dovesse occuparsi di Square piuttosto che di Twitter, proprio per il fatto che il CEO di Twitter dovesse essere un impegno a tempo pieno. Alwaleed bin Talal è un personaggio influente e potrebbe costituire un problema tra gli investitori, i veri delusi della situazione in cui versa Twitter, ed oggi è anche investitore in Apple (dal 1997); Saks Incorporated; eBay (dal 2000); Disneyland Paris (dal 1994); Time Warner; Mövenpick, Four Seasons, Fairmont Hotels; Citigroup.

    Nei suoi tweet subito dopo la nomina Dorsey ricorda dei nuovi strumenti che la piattaforma sta per lanciare, come Project Lightning, che ha definito “incredibile”, anche se va detto che non è opera sua ma nasce quando era CEO Dick Costolo. E proprio Lightning, che potrebbe chiamarsi “Moments”, potrebbe essere rilasciato proprio oggi. Ricordiamo che Lightning è il progetto attraverso il quale Twitter rende rilevanti alcuni contenuti rendendoli condivisibili a tutti gli utenti.

    I problemi che dunque Dorsey deve dimostrare di risolvere subito, o almeno, restano sempre gli stessi. E quindi riportare la base utenti verso una crescita costante, di recente anche Instagram ha superato Twitter. Una crescita che deve derivare da una guida forte e da decisioni prese tempestivamente. Le ultime novità che verranno introdotte nell’immediato non sono certo farina del sacco di Dorsey. E poi, altro compito non meno importante, è quello di rilanciare il titolo in borsa. Nelle ultime settimane il titolo è sceso verso il valore dell’IPO del 2013. Va registrato che alla nomina di Dorsey il titolo ha guadagnato il 7%.

    Comunque sia, riuscirà Dorsey nella sua missione? Da quello che sembra, sarà una missione molto molto difficile. E voi che ne pensate?

  • Certificato di proprietà dell’auto: da oggi è digitale

    Certificato di proprietà dell’auto: da oggi è digitale

    A partire da oggi 5 ottobre 2015 il certificato di proprietà – consegnato al momento dell’acquisto di un veicolo – non è più cartaceo, ma digitale. Sarà, infatti, possibile visualizzare e stampare il documento collegandosi con il codice di accesso personale al sito internet dell’Aci. Dal 2016, inoltre, sarà possibile registrarsi sul sito dell’Aci per usufruire di funzioni quali la consultazione dello storico delle proprietà del proprio veicolo o la verifica della situazione del pagamento dei bolli.

    Parte oggi 5 ottobre 2015 quella che l’Aci ha annunciato come una novità rivoluzionaria: il Cdp (Certificato di Proprietà) dei veicoli viene sostituito dal CDPD (Certificato di Proprietà Digitale). In poche parole, il famoso documento che attesta lo stato giuridico attuale del veicolo viene dematerializzato. Al momento dell’acquisto di un veicolo, pertanto, non sarà più consegnato il documento cartaceo, ma una ricevuta che attesta l’avvenuta registrazione e contiene un codice di accesso personale per visualizzare il documento nella sezione del sito internet aci.it. La digitalizzazione del documento è in linea con quanto stabilito nel Codice dell’Amministrazione Digitale di cui al D. Lgs. n. 82/2005 – e successive modifiche e integrazioni -. La “rivoluzione” in materia di certificato di proprietà dei veicoli, tuttavia, sarà operativa in due tappe e con differenti procedure. Vediamole singolarmente.

    certificato-proprietà-auto-digitale-franzrusso.it-2015

    Certificato di proprietà digitale: cosa cambia dal 5 ottobre 2015

    A partire da oggi, come ho già detto, all’atto dell’acquisto di un veicolo (nuovo o usato) viene rilasciata una ricevuta che contiene l’attestazione della registrazione sul sito dell’Aci e un Codice di Accesso personale che consente, collegandosi alla pagina internet iservizi.aci.it/consultacdpd, di visualizzare il Certificato di Proprietà Digitale con le seguenti modalità:

    • utilizzando l’identificativo univoco ID – CDPD che si trova sulla stampa del Ceritificato di Proprietà Digitale;
    • utilizzando il Codice di Accesso contenuto nella ricevuta di presentazione della formalità.

    Il certificato di proprietà del veicolo viene conservato negli archivi informatici del PRA (Pubblico Registro Automobilistico). L’Aci, in proposito, afferma che ci sarà una riduzione della possibilità di smarrimento di questo importante documento – ogni anno si registrano più di 300.000 smarrimenti – e delle relative denunce. Sarà molto più difficile, inoltre, la contraffazione del documento, con relativo aumento del livello di sicurezza.

    Va precisato che il nuovo certificato di proprietà sarà rilsaciato anche a chi, a partire dal 5 ottobre 2015, richiede al PRA una formalità che comporta il rilascio di tale cerificato.

    Come si potrà visualizzare il CDPD? L’Aci indica 3 modalità:

    • mediante lettura – con lo smartphone o altro dispositivo idoneo – del codice QR che si trova sulla ricevuta;
    • mediante collegamento al sito aci.it, digitando il Codice di Accesso personale;
    • mediante la funzione “Consulta il Certificato di Proprietà Digitale“.

    Va precisato che, utilizzando una delle modalità sopra indicate, sarà possibile soltanto verificare se la ricevuta di cui si è in possesso è autentica e visualizzare il Certificato di Proprietà Digitale. Se, invece, intervengono modifiche allo stato giuridico del veicolo, come l’iscrizione di un fermo amministrativo, sarà necessario fare una visura al PRA – mediante una delle strutture territoriali dietro pagamento dell’importo di 6 euro, oppure telematicamente alla pagina VisureInternet dietro il pagamento dell’importo di 8,81 euro -, poichè il sistema segnala genericamente che vi sono state variazioni. Mediante la funzione “Verifica Tipo Certificato di Proprietà“, sarà possibile verificare se per il proprio veicolo è stato rilasciato con certezza il CDPD.

    Per effettuare, infine, le visure al PRA essendo in possesso del nuovo Certificato di Proprietà Digitale, l’intestatario o avente titolo (non il semplice possessore della ricevuta o dei Codici di Accesso) dovrà rivolgersi a uno Sportello Telematico dell’Automobilista (STA). La richiesta può essere effettuata anche da un delegato, utilizzando l’apposito modello di delega disponibile sul sito internet dell’Aci. La delega dovrà essere sottoscrtta dal destinatario o avente titolo e dovrà essere allegata la fotocopia di un documento di identità. Nel caso in cui non sia possibile completare la formalità presso lo STA al quale ci si è rivolti, si potrà chiedere – senza il pagamento di alcuna tariffa pubblica – un supporto cartaceo che servirà per perfezionare l’adempimento presso un altro STA. Una situazione di questo tipo può verificarsi, ad esempio, se deve essere redatto l’atto di vendita e deve essere sottoscritto da più soggetti.

    Certificato di Proprietà Digitale: cosa cambia dal 2016

    Come precisato dall’Aci, dal 2016 sarà possibile, per coloro che vorranno farlo, registrarsi sul sito internet aci.it per usufruire delle seguenti funzioni:

    • Ricevere avvisi relativi a operazioni sul proprio veicolo, come l’annotazione di fermi ammnistrativi o la registrazione dell’atto di vendita al PRA;
    • Consultare la situazione del pagamento dei bolli;
    • Consultare lo storico delle precedenti proprietà del veicolo (può essere utile per verificare, ad esempio, se vi è una mancata registrazione);
    • Effettuare visure al PRA mediante dispositivi come lo smatphone: può essere utile, ad esempio, se – in caso di incidente stradale nel quale il responsabile si è dato alla fuga – si vuole risalire al nome del proprietario di un veicolo.

    Ancora, l’Aci comunica che, già a partire dai primi mesi del 2016, verrà messo a disposizione un servizio wi-fi gratuito presso tutti gli Uffici territoriali del PRA. Infine, si stanno studiando soluzioni per agevolare i rapporti con gli stranieri residenti in Italia e consentire a questi ultimi lo svoglimento di tutte le formalità che dovessero essere richieste presso il PRA.

    Concludo l’articolo con l’utile video tutorial sul certificato di proprietà digitale presente sul canale Youtube dell’Aci:

     

    Ecco, in sintesi, tutto quello che c’è da sapere in merito alla novità del Certificato di Proprietà Digitale.

    Se avete domande o volete chiedere chiarimenti, non esitate a farlo nei commenti!

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  • E-commerce e PMI: c’è ancora tanta tanta strada da fare

    E-commerce e PMI: c’è ancora tanta tanta strada da fare

    Una ricerca condotta da TNS per eBay e Confcommercio ha messo in evidenza che esiste ancora una gran parte delle PMI che non crede nell’E-commerce. Ben il 92% delle piccole e medie aziende italiane non considera proprio il commercio online. L’88% ritiene poi che l’e-commerce sia poco o per nulla utile.

    Non è la prima volta che sottolineamo questo dato e cioè che esiste ancora una certa resistenza da parte delle PMI italiane, come sappiamo il cuore della nostra economia. E quello che emerge da questa nuova indagine condotta da TNS per Confcommercio e eBay, purtroppo ne è ancora una prova. Solo che stavolta i numeri sono molto più pesanti. Nel senso che, mentre in Italia il fenomeno E-commerce è in continua crescita, e quindi ci sono sempre più persone che acquistano online, dall’altro, invece, c’è un numero enorme di aziende, piccole e medie, che non crede che il commercio online possa essere un fattore di crescita per la propria azienda. E’ evidente il forte contrasto che constatiamo, come è altrettanto evidente che in questo modo di perde, senza esagerare, una grande opportunità. Ed è per questo motivo, come tra l’altro evidenziato dalla stessa ricerca di TNS, l’e-commerce in Italia ha una penetrazione del 4%, in altri paesi si parla di numeri a doppia cifra: in Francia, Germania e Inghilterra le percentuali vanno dal 12 al 16%.

    ecommerce-pmi-tns-franzrusso.it

    Qualche dato della ricerca di TNS

    L’indagine è stata condotta su un campione di 202 PMI che non fanno commercio online provenienti da tutta Italia. I settori di provenienza delle aziende sono alimentare; salute e bellezza; casa, arredamento, giardino e bricolage; auto/moto – ricambi e accessori; abbigliamento e accessori – moda; elettronica.

    Dal punto di vista della “dotazione digitale”:

    • il 95% delle aziende ha una connessione a internet (quindi neanche la totalità);
    • l’80% dei dipendenti di queste aziende ha un computer o device mobile;
    • il 52% dichiara di avere un sito internet ma non lo utilizza per vendere online.

    Detto questo, vediamo che la ricerca ha rilevato.

    Ebbene, il 92% delle aziende che hanno partecipato a questa ricerca sostiene di  non aver mai preso in considerazione di utilizzare l’e-commerce. Se siete rimasti impressionati da questa affermazioni, allora potete stare tranquilli perchè ce ne sono degli altri.

    Infatti, l’88% delle aziende intervistate ritiene l’e-commerce poco o per nulla utile. E su questa affermazione si comprende facilmente lo sconforto di quanti di voi fanno divulgazione, formazione proprio sul tema e-commerce. Ed è facile comprendere che a questo punto bisogna fare leva sul tema culturale relativo alle nostre aziende. Queste affermazioni sono figlie di una continua ritrosia verso il digitale, in generale. E’ necessario fare leva sul concetto che è in atto un cambiamento che non significa buttare via tutto quello che si è fatto o che da un giorno all’altro nulla sia più utile. Il cambiamento è un fattore determinante per la crescita di un’azienda, specie per un’azienda medio-piccola. Il cambiamento comporta un rinnovamento del proprio modo di fare business. E, come questa ricerca ci conferma, la vera paura sta proprio in questo.

    Esiste poi un 26% di aziende che teme che il il commercio elettronico possa essere rischioso per il proprio commercio tradizionale, quando invece potrebbe essere i contrario. Il 69% è poi convinto che l’e-commerce non porti a un aumento di fatturato;  72% pensa che l’e-commerce sia un canale complesso;  il 56% ritiene che necessiti di investimenti considerevoli (vero fino ad un certo punto); il 43% è convinto che l’e-commerce sia adatto solo alle grandi aziende, ma niente di più falso ovviamente; il 21%, infine, ritiene che i propri prodotti non siano adatti alla vendita online e questa percezione raggiunge il suo picco tra le aziende del settore alimentare (il 44%).

    Insomma, tra E-commerce e PMI c’è ancora tanta, ma tanta, tanta strada da fare.

    E voi che ne pensate?

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