Categoria: Interviste

In questa categoria troverete le interviste ai personaggi che si rendono protagonisti nel mondo del web, dei social media e della comunicazione digitale in generale

  • Il ruolo degli analytics tra fake news e sentiment analysis

    Il ruolo degli analytics tra fake news e sentiment analysis

    I dati oggi hanno acquisito un ruolo sempre più importante in qualsiasi settore. Federico Alberto Pozzi di SAS ci parla del crescente ruolo degli analytics per contrastare il fenomeno delle fake news e per migliorare la sentiment analysis.

    I dati oggi hanno acquisito un ruolo sempre più importante in qualsiasi settore. L’evento SAS, Analytics Experience 2017 ad Amsterdam, ne ha dato un’ampia dimostrazione, mettendo in evidenza come l’analisi dei dati non abbia più confini e che anche le associazioni benefiche ed umanitarie possono utilizzarla per conoscere fino in fondo i settori che fanno parte del loro raggio di azione o per sperimentare una modalità di raccolta dei dati più dinamica e mobile. In questo contesto, anche di fronte all’emergere di Intelligenza Artificiale e Machine Learning, il tocco umano, o meglio “il giudizio umano” come lo ha definito Ajay Agrawal dell’Università di Toronto, avrà ancora il suo ruolo fondamentale.

    E, a proposito di Intelligenza Artificiale e di Machine Learning, si parla sempre più spesso di sentiment analysis, quasi a voler rendere più automatizzata l’analisi dei testi che è diventata sempre più importante proprio nell’era dei Social Media. Per certi versi, la sentiment analysis si lega anche ad un altro grande tema delle fake news, delle “bufale” che tanto hanno caratterizzato questo ultimo anno. Il proliferare di contenuti sul web e sui social media impone oggi un nuovo modo di analizzare i dati per offrire quell’accuratezza che oggi è necessaria per dare una migliore comprensione dei testi. Comprensione che, anche in un contesto di business, diventa fondamentale per prevedere fenomeni che possono coinvolgere la propria azienda.

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    In occasione di Analytics Experience 2017 ad Amsterdam abbiamo avuto il piacere di incontrare Federico Alberto Pozzi di SAS che su sentiment analysis, analytics e social network ha scritto anche un libro “Sentiment Analysis in Social Networks” e ci aiuta a capirne di più in questa intervista.

    Fake News e business. In che modo le aziende possono difendersi dalla Fake News?

    Esiste una forte relazione tra Fake News e mondo del business. Un esempio può essere quello di British Petroleum ha disperso in mare milioni di litri di carburante, di conseguenza, di fronte ad una notizia come questa, chiunque, considerando modelli finanziari, si attenderebbe che i prezzi scendano. Se il modello finanziario riesce a prevedere ad esempio il prezzo delle azioni di domani anche in situazione di news negative si dovrebbe riuscire ad attutire eventuali conseguenze negative in poco tempo e fare una previsione di prezzo più corretta. La finanza ha ormai iniziato tenere in forte considerazione le news certificate, quelle diffuse da organi e agenzie di stampa riconosciute. Però hanno anche capito che se si fossero spostate sui social media, nel momento in cui si diffondevano notizie sulla propria azienda, avrebbero avuto accesso alle news ancora prima, solo che questo passaggio può creare effetti disastrosi. Per questo motivo bisogna combattere in tutti i modi il fenomeno delle fake news, in grado anche di mettere in difficoltà i modelli finanziari.

    E in che modo SAS può essere utile alle aziende per difendersi da questo tipo di fenomeno?

    Le fake news sono solitamente un testo e SAS ha tutta una serie di capabilities e di strumenti per gestire il testo, come la tesxt analytics. Attraverso questo modello, SAS è in grado di analizzare il testo con la sentiment analysis e quindi capire se il testo è positivo o negativo e di cosa si sta parlando. Il modello alla base è quindi sempre quello di text analytics con obiettivi differenti: riuscire a capire di cosa si sta parlando, se si tratta di un testo fake. Prova a pensare una sentiment analysis sul tema iPhone, si osserverebbe sempre un aspetto positivo sul dispositivo (è bello) e sempre un aspetto negativo (costa troppo).

    E come lavora il sistema?

    Il primo passaggio è quello di basarsi su regole semantiche, il secondo passaggio si basa invece sugli analytics e machine learning. Per comprendere meglio che cosa significa tutto questo faccio sempre l’esempio del bambino. Un bambino, infatti, non sa nulla del mondo, impara a conoscere il mondo osservandolo. Ma ipotizziamo un giorno che tu gli faccia vedere una penna, dicendogli “questa è una penna”, bene. Il giorno dopo gli fai vedere un’altra penna, dicendogli sempre “questa è una penna”; il giorno successivo gli fai vedere una stilografica e gli dici sempre “questa è una penna”. In questo modo non stai spiegando al bambino le differenze tra le diverse penne, ma lui stesso, osservandole, impara a coglierle. Nel momento in cui gli fai vedere una matita, e mai prima di quel momento ne ha vista una, lui molto probabilmente ti dirà che quella è una penna ma un po’ diversa dalle altre. E allora cominci a fargli vedere tutte le matite e lui inizia a comprendere la differenza tra le penne e le matite. Ma se lui non avesse mai visto prima una penna, non sarebbe in grado di capirne le differenze.

    Questo esempio è utile per comprendere il machine learning. Quindi tu dai alla macchina (il bambino) una serie di osservazioni dicendogli che cosa sono, senza dirgli quali sono le differenze, la macchina impara a distinguerle. E quando poi tu in futuro gli mostrerai una penna, ma un po’ diversa da quelle che gli hai mostrato prima, lui non avrà difficoltà a dirti che quella è una penna. Lo comprende anche senza che tu gli dica che quella è una penna. Questo è il paradigma del machine learning analytics. Il paradigma invece delle regole semantiche prevede, restando sempre sull’esempio della penna che se tu dici alla macchina che quella a forma cilindrica, con un cappuccio e inchiostro nero è una penna, il sistema lo memorizza come penna; ma se tu gliela mostri poi, ad esempio, con inchiostro rosso, il sistema non capisce più che è una penna, perchè la regola diceva che per essere una penna deve essere nera. Questo è un esempio di regola molto restrittiva e costituisce uno svantaggio delle regole semantiche rispetto al machine learning, nel senso che, con regole molto precise, il rischio è che il sistema non riesca a riconoscere un oggetto nel suo insieme.

    Il text analytics è la stessa cosa. Nel senso che tu puoi dare una serie di testi in pasto alla macchina (al bambino) e dargli tutte le indicazioni se “questo è positivo, negativo, neutrale” e così via. Il sistema analizzando le parole inizierà a comprendere, ad esempio, che le parolacce compaiono più spesso nei documenti negativi, è una cosa che lui impara osservando i testi. E quindi, rendendo tutto più semplice, quando si troverà di fronte ad un testo con tante parolacce, dirà che quello è un testo negativo. Dal punto di vista, invece, del paradigma delle regole il discorso cambia. Nel senso che al sistema darai tutta una serie di parole, specificando anche che se prima di quella parola vi è una negazione allora va considerato in un certo modo. Si tratta quindi di un sistema più articolato e difficile, perchè si deve costruire un motore per ogni idioma, che ha, a sua volta, un suo sistema di regole che non valgono per le altre.

    Dal lato del machine learning, sempre con l’obiettivo di sapere se un testo è negativo, neutro o positivo parlando di politica o di sport, si dovrebbe dare in pasto alla macchina una grande mole di testi e nel momento in cui la macchina dovesse trovarsi di fronte ad un testo che non comprende gli argomenti che tu gli hai segnalato in precedenza, non saprà distinguerlo.

    E i social media in tutto questo?

    Sui social media sai bene che si parla di qualsiasi cosa. Prova ad immaginare un analista che deve scrivere delle regole semantiche per quei canali, praticamente non finirebbe mai, perchè ne esistono tante e cambiano anche di continuo. Sono sistemi complessi, dei sistemi aperti. E’ un continuo procedere con regole complesse e non finite che non rispondo ad un idioma preciso. Pensa, ad esempio, all’uso delle emoticon.

    Immaginando un sistema di sentiment analysis sui social media, il cui obiettivo è quello di determinare se un testo è positivo, neutro o negativo, il lavoro da fare sarebbe complesso. E’ difficile stabilire se ci si trova di fronte ad un post o ad un tweet ironico o sarcastico, molto difficile. Come sai sui social media sono molto utilizzate le emoticon, anche in situazioni di sarcasmo, questi potrebbero rivelarsire di aiuto a comprendere un contenuto, mettendo insieme tutta una serie di elementi.

    Dalla tua spiegazione ci si rende conto che effettivamente è molto difficile fare sentiment analysis sui social media, anche se sono sempre di più le aziende che adottano questi canali per comunicare in modo diretto con i propri clienti. In questo ultimo periodo ci sono modelli di sentiment analysis che utilizzano l’Intelligenza Artificiale, come vedi tu questo approccio?

    E’ vero, siamo di fronte ad uno scenario in cui aumentano le conversazioni sui social media, di conseguenza aumenta il volume dei contenuti da analizzare. Al momento l’approccio di sentiment analysis attraverso l’Intelligenza Artificiale non è detto che sia il solo o il più affidabile. C’è da tener presente anche che tutte le analisi si basano sullo studio dei testi e sullo studio sui grafi, come quello di Facebook e di Twitter, per esempio. Su Facebook l’amicizia instaura un rapporto bi-direzionale, mentre su Twitter in genere ha un’unica direzione, nel senso che io posso seguire un utente ma questi non necessariamente deve seguirmi. Possiamo analizzare la qualità delle relazioni in base alle condivisioni che un utente fa dei contenuti di un altro. Immaginiamo che un utente condivida molti contenuti di un altro, questi automaticamente fa scattare una relazione di condivisione del contenuto stesso. Se si condividono tanti contenuti su un dato argomento, con un’opinione positiva, la stessa condivisione di quei contenuti significa anche che quell’utente la pensa allo stesso modo. Anche senza analizzare la relazione, è facile rilevare, proprio dal grafo, che quell’utente sta condividendo, quindi approvando, l’ opinione positiva su quel dato tema. Quello che voglio dire è che si sta cercando di arricchire lo studio del text analytics con lo studio della rete sociale, nel tentativo di aggiungere tanti elementi per ottimizzare il modello di text analytics.

    Va detto che il modello più semplice di sentiment analysis è quello “dictionary based”, con il quale si fa un’analisi basata proprio sul dizionario, si va a verificare quindi il significato di ciascuna parola così come riportata all’interno del dizionario. Facciamo un esempio: se in una frase abbiamo tre parole da analizzare, una volta eliminate tutte quelle che non danno significato alla sentiment, come gli articoli, compariamo il loro significato: se due sono positive e una negativa, il valore sentiment sarà positivo; se una è positiva e due sono negative, allora sarà negativo. Anche se spesso vediamo che molte piattaformr individuano per buona parte contenuti neutrali, significa che l’analisi sentiment non è stata fatta fino in fondo.

    SAS da questo punto di vista, grazie agli analytics, elabora un modello di sentiment analysis che garantisce una maggiore accuratezza. Come dicevamo prima, una delle maggiori difficoltà del machine learning è che devi scrivere regole per tutto, diventa quindi un lavoro enorme. Il modello elaborato da SAS invece è più avanzato ed è in grado i comprendere da solo anche situazioni particolari, gli analytics aiutano tantissimo.

    L’intervista a Federico Alberto Pozzi, che ringraziamo ancora una volta per la sua disponibilità, ci mostra la complessità nel fare sentiment analysis, specie se questa viene messa in relazione ai social media. La sentiment analysis avrà sempre più un ruolo decisivo nella comprensione dei testi creati e condivisi sui social media, di certo, ed è quello che ci diceva Pozzi, serve un modello più articolato, fatto di tanti elementi. La stessa Intelligenza Artificiale non sarebbe esaustiva fino in fondo presa in assoluto. Ecco, questo è sicuramente un aspetto che fa un po’ di chiarezza, di cui avevamo in effetti bisogno.

  • Come trasformare un dialogo sui Social Media in una disputa felice

    Come trasformare un dialogo sui Social Media in una disputa felice

    I Social Media sono grandi strumenti di comunicazione, sono strumenti che rendono la conversazione più aperta, diretta, orizzontale. Ma spesso la conversazione si trasforma in discussione, per poi finire in disputa. Per capirne meglio, ne parliamo con Bruno Mastroianni, autore de “La disputa felice” che ci svela la regola per trasformare la discussione in una “disputa felice”.

    I Social Media sono grandi strumenti di comunicazione, sono strumenti che rendono la conversazione più aperta, diretta, orizzontale. Tutti possono dire qualcosa e tutti possono discutere su qualcosa. Il fatto è che il più delle volte la conversazione si trasforma in discussione fino a finire in disputa. Anche per cose davvero minime. All’interno di questo fenomeno vi è poi quello degli haters e di tutti quegli utenti che si prefiggono come obiettivo quello di infastidire, provocare.

    Insomma, i social media sono grandi strumenti di dialogo, di relazioni, ma, per rendere una dimensione quanto mai realistica, non si può non dire che in alcuni casi possono trasformarsi in strumenti che contraddicono proprio quello per cui sono nati, ossia il dialogo, la conversazione. E’ un fenomeno che appassiona, interessa ovviamente tutti, e oggi ve ne parliamo perchè da qualche mese è uscito un libro molto bello su questo tema, un libro che arriva fino al punto della questione, la analizza a fondo,provando a dare anche una spiegazione e una soluzione. Il libro si intitola “La disputa felice” e l’autore è Bruno Mastroianni, filoso, autore, social media manager di de @LaGrandeStoria @RaiTre e della Multipiattaforma di @RaiUno, è Tutor di Comunicazione politica e globalizzazione alla Università Telematica Internazionale Uninettuno. A Bruno Mastroianni abbiamo posto qualche domanda per capire meglio come dialogare sui Social Media e di svelarci quale sia questa regola per la “disputa felice”.

    Si dice sempre che Internet ha reso la conoscenza più accessibile, quindi alla portata di tutti. Ma è davvero un vantaggio?

    Sì, è un grandissimo vantaggio, che però non ha risolto nulla. Da sempre, la vera sfida dell’uomo, più che l’accesso alla conoscenza, è la capacità di saper organizzare e mettere in relazione le diverse conoscenze, vagliandone anche la validità. Direi che l’accesso libero e immediato alle informazioni accentua questa sfida: di fronte al sovraccarico di contenuti a cui siamo tutti esposti quotidianamente c’è bisogno di competenze per sapersi orientare. Il rischio: vivere in un mondo di informazioni poco accurate (o addirittura false) che confermano le nostre convinzioni, ma non ci dicono nulla della realtà. Il web e l’iperconnessione in cui viviamo ci chiedono un surplus di sviluppo di pensiero critico.

    Negli ultimi anni abbiamo preso in prestito dall’economia la “disintermediazione” per dire che sul web e sui social media le informazioni viaggiano senza “intermediari”. Che ne pensi?

    Credo che gli “intermediari” non siano scomparsi del tutto, ma che siano piuttosto cambiate le dinamiche di mediazione, che ora avvengono più dal basso e sono in qualche modo più libere. Prima i media, le istituzioni, i personaggi pubblici avevano ruolo di mediatori in base alla posizione preminente che ricoprivano in società. In quello scenario, gli spazi del dibattito pubblico erano determinati e c’era una sorta di “selezione all’ingresso” su chi aveva voce e chi no (pensiamo agli spazi mediatici limitati). Oggi che quegli spazi sono stati “liberati”, la selezione non può essere più fatta a priori, ma deve essere guadagnata sul campo. Questa non è la fine del ruolo di mediazione (che non può scomparire dalla società), è una sua riconfigurazione su base più libera. Oggi più che mai abbiamo bisogno di giornalisti, di esperti, di istituzioni che sappiano accettare la sfida della conversazione pubblica generalizzata per riconquistare la loro funzione in base alle loro competenze e non più in base alla posizione sociale. La chiamerei una “mediazione a posteriori”.

    Una cosa è vera e cioè che il livello di discussione, sui social media in particolare, è piuttosto alto. Si discute sempre, anche per cose in realtà futili. Si discute anche più di quello che si farebbe al bar, per esempio. Sarà che il “nascondersi” rende più facile “esporsi”. È così? E come lo spieghi?

    Intanto direi che appaiono essere molti i litigi che scaturiscono dalle discussioni, e qui il paradosso: quando diventa litigio, la discussione, e quindi il confronto, finisce. Magari imparassimo a trasformare ogni differenza di opinioni in una discussione: ciò ci farebbe crescere culturalmente. A mio avviso litighiamo perché non siamo abituati ad avere a che fare quotidianamente e ordinariamente con la differenza dell’altro (differenza di vedute, di linguaggio, di cultura). Prima del web, la diversità la incontravamo solo in momenti specifici (nei viaggi, in certe professioni), per il resto si poteva vivere nei propri contesti sociali omogenei lasciando tutto ciò che era diverso fuori dalle proprie vite. Oggi la differenza ce la ritroviamo nei commenti ai nostri post, nel tweet dello sconosciuto che viene da un altro mondo ed entra nella nostra quotidianità senza chiedere permesso. Questo genera la reazione: difesa, contrasto, livore. È un’umanissima risposta di autoconservazione di fronte al diverso che mette in dubbio le nostre certezze, il nostro mondo.

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    Il fenomeno degli haters, fenomeno che spesso e volentieri colpisce le celebrità, Twitter è un caso emblematico da questo punto di vista, è a sua volta figlio di questa libertà di accesso all’informazione?

    Trovo che sia interessante ribaltare la prospettiva: non vedere tanto gli hater come una categoria (non lo è), ma occuparsi del fenomeno dell’odio che invece riguarda tutti. È qualcosa che si manifesta con diversi gradi di intensità; parte ad esempio dai velenosi tra le righe che persone comuni si scambiano tra loro al momento di discutere, passa per quelle generalizzazioni spesso sessiste o razziste che si intravedono in certi commenti, fino ad arrivare agli insulti espliciti e alla violenza verbale diretta. Credo che sia interessante studiarlo non come qualcosa di speciale, ma come una tendenza che è dentro ogni uomo, che si manifesta in minore o maggiore intensità in base alla capacità del singolo di controllare certi istinti. Ritengo che celebrità e personaggi pubblici ricevano commenti d’odio in misura maggiore e più intensa per il fatto di essere più in vista, ma è interessante non tralasciare tutto quel panorama di grandi e piccoli episodi di odio che ognuno di noi subisce (e spesso restituisce) nei suoi spazi e nella cerchia delle sue connessioni. Gli hater siamo noi, insomma.

    Cerchiamo di arrivare al punto del tuo interessantissimo libro Bruno, cos’è la “disputa felice”? Davvero si può discutere sul web e sui social media senza litigare?

    Ho cercato di riflettere sulla possibilità di un tipo di comunicazione che, pur evidenziando dissenso e producendo discussioni sincere, non interrompa la relazione con l’altro. Non ho scritto un libro di tecniche di comunicazione (ce ne sono migliori del mio, e sono citati all’interno); ho voluto fare un libro che aiuti ciascuno a riflettere su se stesso e sulle sue capacità di comunicazione. Il centro della tesi del libro è che la maggior parte delle volte che litighiamo lo facciamo perché abbiamo qualche carenza nelle nostre convinzioni. Questa carenza ci porta ad aver paura e a non affrontare serenamente il pensiero differente dell’altro, che mette in difficoltà il nostro mondo. Se riuscissimo a scoprire che il dissenso dell’altro ci può aiutare a pensare meglio, perderemmo questa paura e rinunceremmo a tutta una serie di errori di comunicazione che ci portano allo scontro. Insomma, il litigio è un comportamento che rivela qualche nostra mancanza. Scoprirlo è iniziare a riprendere le discussioni senza la paura di essere contraddetti, ma trovando in esse il gusto di capire meglio le cose.

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    Bruno Mastroianni, autore de “La Disputa felice”

    Come ci si difende dagli insulti e come si disinnesca una lite?

    Scoprendo come la tendenza all’insulto, alle frasi sprezzanti, alla battuta offensiva, nasce dentro di noi. Quando riflettiamo su cosa succede a noi stessi quando siamo in difficoltà (l’odio è sempre una manifestazione di incapacità), impariamo a non prendercela troppo quando ne siamo vittime. L’ideale è non offendersi e non raccogliere le provocazioni, ma riconoscere, pur nelle parole aggressive dell’altro, l’argomentazione che c’è sotto (c’è sempre). Rispondere con pazienza a quell’argomentazione non solo ci rende migliori perché ci mette alla prova, ma può anche spegnere i conflitti. E se non li spegne, avrà comunque un effetto sociale positivo. Le nostre interazioni online sono sempre lette da una moltitudine silenziosa più ampia: chi legge quelle risposte argomentate, pacificanti e pacate, comunque riceve qualcosa in termini di conoscenza; un effetto alternativo al muro contro muro che in ogni caso non porta a nulla e non dà niente a nessuno.

    Allora, qual è la regola della disputa felice?

    Comunicare non è convincere, né vincere, né avere la meglio sull’altro; comunicare è capire chi non è d’accordo, perché proprio dove c’è divergenza tra idee c’è nuova conoscenza. Chi sta sempre tra persone concordi diventa un imitatore e impoverisce le sue capacità. Dissentire senza litigare ci permette invece di conoscere molte più cose e stringere relazioni con molte più persone di quanto avremmo mai potuto e immaginato. Che poi, se ci pensiamo, è l’aspetto più promettente della vita in connessione.

    Grazie Bruno per questa interessante e bella intervista e vi ricordiamo che trovate il suo libro nelle librerie e anche su Amazon.

  • Ecco chi è Michela Guerra di SAS Italy, tra le donne più influenti nel Digitale in Italia

    Ecco chi è Michela Guerra di SAS Italy, tra le donne più influenti nel Digitale in Italia

    L’ultima indagine di Digitalic sulle 15 donne italiane che si sono meglio distinte nel digitale in Italia, nel 2017, ha avuto meritatamente grande attenzione. E, con questa intervista, oggi vogliamo farvi conoscere Michela Guerra, Regional Head Digital Marketing, Content & Communication di SAS Italy, che ha voluto sottolineare l’importanza del lavoro di squadra “senza il quale non si va da nessuna parte”.

    Una grande caratteristica della ricerca di Digitalic sulle 15 donne che meglio si distinguono nel digitale in Italia, è quella di individuare donne che di solito lavorano “dietro le quinte”, sono quelle figure che davvero fanno un gran lavoro ed è difficile emergere ed essere riconosciute come “influenti”. Il merito di Digitalic è quindi quello di proporci ogni anno donne che fanno tanto e che, meritatamente, vengono riconosciute e prese ad esempio.

    Noi oggi abbiamo la possibilità di conoscerne meglio una di queste 15 donne influenti nel digitale in Italia nel 2017. Si tratta di Michela Guerra, Regional Head Digital Marketing, Content & Communication di SAS Italy, una donna che ha il grande merito di essere riuscita a comunicare, sfruttando soprattutto i Social Media, temi non facili come i Big Data, l’Internet delle Cose, gli Analytics ed è riuscita a farli arrivare ad un pubblico più vasto. Il suo nome è collegato al SAS Forum, uno degli eventi più importanti nel mondo della tecnologia e del digitale in Italia. Ma Michela ha fatto e continua a fare tanto per riuscire a comunicare temi solitamente appartenenti al B2B sul web e sui Social Media. “E’ stata davvero una sorpresa inaspettata, non ne sapevo niente. Una cosa incredibile, molto bella”, le sue prima parole che ci ha detto.

    Allora scopriamo quale sia il segreto di Michela Guerra e di come sia riuscita ad arrivare a questo risultato.

    Michela Guerra donne influenti digitale 2017

    Intanto Michela complimenti per questo grande traguardo. E quindi cominciamo a conoscere davvero chi è Michela Guerra.

    Sono una donna di Marketing Communication, mi sono laureata in “Marketing Communication e Relazioni Pubbliche“, ho fatto dei Master. La mia anima personale e professionale è questa, amo comunicare, l’ho sempre fatto dietro le quinte, perchè così che sinceramente mi piace farlo. E ho avuto diverse esperienze nel mio percorso professionale, partito dalle agenzie, e questa, chiunque faccia il mio mestiere, sa che è una scuola importante, una scuola che mi ha visto fare cose inenarrabili durante tutto il periodo dell’Università, perchè lavoravo e studiavo, ed stato bellissimo in un periodo bellissimo in un momento in cui Milano era densissima dal punto di vista della comunicazione. Grande lavoro quindi in agenzia soprattutto nel settore del design con clienti legati al Salone del Mobile di Milano, un periodo bellissimo in cui effettivamente mi sono molto divertita. Dopo di che ho fatto un’esperienza anche nel pubblico, durante la quale ho avuto l’opportunità di seguire una startup, Sportello Stage, insieme ad un gruppo di giovani per portare in Italia la cultura dello stage che all’epoca ancora non c’era.

    A quel punto sentito proprio la necessità di vivere una realtà aziendale, volevo vivere una esperienza con una multinazionale ed è iniziata la mia storia con SAS che non è più terminata. Ti devo dire che oggi molti mi chiedono come faccia a stare lì da tanto tempo. Una domanda appropriata perchè questo è un settore molto dinamico ed è facile cambiare spesso. Io qui in SAS mi sento come nella “Leggenda del pianista sull’Oceano“, mi sento in un certo senso così, a parte che amo profondamente SAS e chi fa questo mestiere deve amare quello che comunica, altrimenti è difficile andare avanti. E’ un’azienda talmente veloce, dove tutti i trend tecnologici passano da qui, qui si fanno analytics che riguarda tutto il mondo dei Big Data, dell’Internet delle Cose, dell’Intelligenza Artificiale, tutti temi che oggi sono dei veri e propri trend. Questo per me è un luogo privilegiato, da questo punto di vista.

    E la cosa che cerco di spiegare ai miei amici che mi chiedono come mai io sia ancora lì, è che nel corso di questi anni non ho mai fatto la stessa cosa, e non ho mai avuto per lo stesso anno lo stesso team. E il team per me è di fondamentale importanza, oggi ho una squadra davvero eccezionale che va dal contenuto, alla comunicazione esterna, al digitale, al digital marketing, al social engagement veramente straordinario. Anche perchè, ed è un concetto in cui credo molto, da sola non fai niente. E a proposito di team, parlando del SAS Forum, evento importante per SAS Italy, quello è un esempio importante di sforzo collettivo, di lavoro in team, di contaminazione, di competenze. Lì c’è tutto il marketing che fa uno straordinario lavoro, di grande valore. Mi sento davvero privilegiata di far parte della famiglia SAS e di lavorare con persone che hanno una competenza pazzesca.

    Per tornare alla “Leggenda del pianista sull’Oceano“, non ho mai sentito l’esigenza di cambiare perchè mi è passato sotto gli occhi tutto il mondo, e continua a passarmi, sotto tutti i punti di vista: dalle persone che incontro, alle competenze e anche alla mia crescita professionale. Sto ancora imparando tante cose qui, perchè andarmene quando imparo.

    Michela, come si riesce a comunicare sui Social Media un’azienda come SAS, quali sono i tuoi segreti e quali sono state le tue intuizioni? Hai mai pensato di muoverti con una strategia?

    Si l’ho pensata una strategia e con il mio team la stiamo portando avanti. E qui torno con un altro mio aneddoto. Quando si è trattato di entrare ne mondo del lavoro, molti miei amici sono entrati in aziende con un brand molto forte, soprattutto in aziende appartenenti al mondo del B2C (Business to Customer). E io tutte le volte che mi trovavo con loro o con i miei familiari, ogni volta che mi chiedevano “e tu cosa fai?” rispondendo loro che lavoravo in SAS, mi dicevano “ma SAS chi? la compagnia aerea?”. Avevo il grande privilegio di lavorare all’interno di una grande azienda come è SAS, ma avevo anche la frustrazione, chiamiamola pure così, di non vedere riconosciuto tutto il lavoro che facevamo, non solo rispetto al grande pubblico, ma anche all’interno del mondo B2B (Business 2 Business), perchè comunque fare analytics dieci anni fa non era come farlo oggi. Se di intuizione di può parlare, era quello di rendere SAS, all’interno dei mercati di riferimento, in questo caso l’Italia, un brand più accessibile, più semplice, puntando tutto sul contenuto in modo da renderlo più comprensibile a tutti dandogli un grande valore. Devi sapere che all’interno di SAS esistono delle persone con una competenza scientifica-tecnologica davvero eccezionale, e quindi lo sforzo che facciamo col mio team è quello di tradurre quello che loro realizzano in un linguaggio molto semplice. Un po’ quello che fa chiunque faccia questo mestiere del resto, e noi lo facciamo tutti i giorni. Non è un’operazione facile, per la verità, il rischio, in un settore come il nostro, quello IT, è di rendere molto semplice il contenuto, se non addirittura banalizzarlo.

    E come si fa a non banalizzarlo? Come si fa a rendere un brand come SAS riconoscibile a tutti?

    Ci si riesce con la co-creazione, nel senso di mettere insieme le competenze del mio team, quindi comunicazione, social digital, insieme all’intuizione, a contenuti fortissimi, alla ricerca e sviluppo che vengono fatti all’interno di SAS. E’ stato questo il segreto, rendere davvero comprensibile quello che facciamo pur avendo la consapevolezza di parlare all’interno di un mondo che è quello del B2B.

    Un esempio in questo senso può essere il nostro recente evento, lo scorso 27 giugno (Data Driven Customer Journey) dove abbiamo chiesto a Riccardo Scandellari di venire a moderare. Avrei potuto scegliere un moderatore più blasonato, proprio tra i moderatori che esistono sulla piazza, ma abbiamo scelto Scandellari (Skande per tutti eh!) e non è stato facile far passare il suo nome come moderatore di quel tipo di evento, proprio perchè non è un moderatore “classico”, è un grande comunicatore sui social media e sul web. La sfida, che mi sento assolutamente di aver vinto, è stata quella di aver scelto di aprire un evento che poteva restare circoscritto e di aver scardinato un muro che ci ha aperto ad una quantità enorme di persone attraverso i Social Media. La domanda provocatoria che ti faccio allora è: è stato il miglior moderatore del mondo Skande? La risposta che ci possiamo dare tutti è certamente no. Ma grazie a Skande e grazie alla sua enorme capacità comunicativa siamo riusciti ad arrivare ad un numero enorme di persone. Siamo ancora lontani dall’essere riusciti a fare quello che ci prefiggiamo, cioè rendere i nostri contenuti accessibili a tutti con un grande valore, ma l’esempio che ti ho fatto è per noi di grande soddisfazione. Oggi non mi sento più dire di SAS “la compagnia aerea”, come accadeva dieci anni fa, ma mi sento dire “SAS Software?”. E questo per me è una grandissima soddisfazione. E un altro tassello in questa direzione sarà il mio intervento al prossimo “Mashable Social Media Day” dove appunto parlerò del modello di comunicazione B2B che abbiamo adottato in SAS. Anche questa è una grande soddisfazione perchè andiamo ad arricchire una letteratura B2B ancora molto esigua.

    In tutto questo, quanto ti ha aiutato il SAS Forum, che è poi l’evento tra i più importanti oggi in Italia in fatto di innovazione e tecnologia?

    Si è vero Franz, il SAS Forum è la leva che ci ha aiutato di più e qui non mi prendo assolutamente merito perchè, come ti dicevo prima, il lavoro che viene fatto su questo nostro grande evento è un eccezionale lavoro di team che coinvolge tutta SAS Italy e la mente che sta alla base di tutto è il nostro direttore marketing che è Emanuela Sferco. Il lavoro che faccio col mio team è “l’ultimo miglio”. SAS Forum è un grande evento con personalità che vengono a parlare di innovazioni, di tecnologie e di esperienze eccezionali, con imprenditori, manager che portano le loro storie e di come usano il software SAS all’interno delle loro organizzazioni. L’anima di questo evento è Emanuela Sferco. La fortuna che ho col mio team è quella di poter comunicare un evento di questa portata, di aver un contenuto di tale valore che siamo riusciti a veicolare coinvolgendo i blogger, un lavoro eccezionale di team e mi sento anche di ringraziare i colleghi di Marketing Arena, senza i quali non saremmo arrivati dove siamo arrivati. In un evento come questo mi sento di fare passare il grande lavoro di team che viene portato avanti, l’unione di tantissime competenze che arricchisce questo evento e che crea contenuto di valore da comunicare, facendo interessare tante persone.

    Ma allora Michela, qual è il tuo segreto? Come si fa ad emergere in Italia, nel 2017, tra le donne più influenti nel digitale?

    Guarda, come prima cosa ti rispondo le Relazioni, questo per me è un elemento fondamentale. Essere stata inserita in questa lista, e mi onora tantissimo, mi conferma che questo è una strada importante. Ma il lavoro fatto in questi anni sugli eventi, di comunicare con tante persone tutti i giorni, ecco che in tutto questo le Relazioni hanno portato il mio lavoro da “dietro le quinte” ad essere un lavoro di primo piano. Questo è quello che mi sento di dire. Un cambio di paradigma importante, grazie soprattutto ai social media. Nel senso che, senza comunicarlo ufficialmente, il lavoro fatto in questi anni insieme al mio team, è emerso. E’ questa la cosa straordinaria, senza che ci fosse un disegno per farla emergere. Questo è quello che ha colpito di più ne momento in cui il mio nome è comparso in quella lista. Ho poi la fortuna di lavorare in un’azienda molto aperta, la fortuna di avere un capo come Emanuela Sferco, dove l’attenzione alla persona, alla visibilità non è un problema.

    Prima mi chiedevi dell’Italia. Ecco, non credo che tutte le aziende italiane siano pronte ad un cambiamento di paradigma di questo tipo. Come sai, in un paese come il nostro le donne sono viste sempre a lavorare dietro le quinte, ma l’Italia non è pronta a questo cambiamento guardando anche al numero esiguo di donne manager. La mia fortuna è proprio quella di lavorare per SAS dove metà del management è al femminile. Ecco sarebbe bello che Digitalic potesse organizzare un momento di confronto proprio su questi temi.

    Lasciami dire che sono davvero onorata di essere stata inserita in quella lista con donne che davvero stanno facendo innovazione e davvero stanno cambiando il nostro modo di vivere. E questa lista è anche un bellissimo messaggio per i giovani.

    Ma Michela, qual è la prima cosa che hai fatto quando hai letto l’articolo di Digitalic?

    La prima cosa che ho fatto è stata di condividere questa soddisfazione con la mia famiglia, con mia figlia Lea di otto anni. E le ho spiegato tutto anche perchè mi faceva tante domande. La seconda è stata quella di correre da Valeria, la mia collaboratrice e chiederle cosa fosse successo (ride).

    Di recente si parla molto del fatto che le donne non sono incluse tra le eccellenze italiane. Se tu dovessi dare un consiglio per riuscire ad emergere come hai fatto tu, cosa le diresti?

    Ecco questa è una domanda bellissima, su cui mi interrogo tutti i giorni. Avere una figlia di otto anni oggi, oltre ad essere una grande gioia, è anche una preoccupazione, per il periodo storico che stiamo vivendo. Evidentemente c’è un retaggio culturale sulle donne in Italia, nonostante i grandi passi avanti fatti in questi anni, da punto di vista sociale e lavorativo. Ci tengo a dire però che sotto questo aspetto sono molto ottimista, mi basta guardare indietro di qualche anno per esserlo. A mia figlia direi di tenere alcune caratteristiche, che sono proprio femminili, come l’umiltà, che è diversa da quell’umiltà che ci veniva insegnata dagli anni ’70, nel senso di “non disturbare”. Direi a mia figlia di mantenere l’umiltà del cuore e che da sola non si va da nessuna parte, scrollandosi di dosso quel “non disturbare” e di vivere la sua vita, conoscendo il mondo.

  • Con Fattore Futuro McDonald’s valorizza le eccellenze italiane

    Con Fattore Futuro McDonald’s valorizza le eccellenze italiane

    In occasione di “Food for All! Dalla Carta di Milano al cibo del futuro per tutti”, abbiamo conosciuto il progetto di McDonald’s Italia “Fattore Futuro” legato al tema della qualità e della provenienza degli ingredienti. Ne abbiamo parlato in questa intervista con Mario Federico, Amministratore Delegato di McDonald’s Italia.

    In occasione di Food for All! Dalla Carta di Milano al cibo del futuro per tutti, la serie di incontri, dibattiti e laboratori tenutasi dal 3 al 10 maggio e organizzata dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, McDonald’s ci ha invitati a scoprire una sua iniziativa molto interessante legata al tema della qualità e della provenienza degli ingredienti: #FattoreFuturo

    Con questo progetto McDonald’s punta alla valorizzazione delle filiere italiane e delle sue eccellenze scommettendo sui giovani. Fanno parte del progetto 20 imprenditori agricoli italiani (selezionati da 130 candidature) con meno di 40 anni che forniranno a McDonald’s parte delle materie prime servite ogni giorno nei ristoranti a 700 mila clienti italiani. Con questo progetto l’azienda, in Italia da oltre 30 anni, e con l’80% dei propri fornitori italiani, dimostra di crede fortemente nel sistema agricolo italiano.

    Ne abbiamo parlato con Mario Federico, Amministratore Delegato di McDonald’s Italia, per capire come sia nato il progetto e che cosa rappresenti l’azienda.

    fattore futuro

    Ci può spiegare come siete arrivati a Fattore Futuro, un progetto che di fatto premia il territorio italiano?

    Fattore Futuro è un progetto di McDonald’s Italia patrocinato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, nato con l’obiettivo di supportare gli imprenditori agricoli sotto i 40 anni. Tramite un bando abbiamo selezionato 20 giovani agricoltori, all’interno di 7 diverse filiere, con dei progetti concreti di innovazione e sostenibilità per lo sviluppo futuro della loro azienda.

    Ma il nostro impegno verso il territorio nazionale non finisce qui. Siamo un partner solido del sistema agro-alimentare italiano nel quale investiamo circa 162 milioni di euro all’anno.

    Sono poi storie che appartengono al nostro Paese, fatte di sacrifici e passione.

    E’ bello ascoltare le loro storie, storie di imprenditori che fanno ricerca, che collaborano con le Università. Manifestano, nel lavoro che portano avanti tutti i giorni, la loro passione verso il proprio mestiere che svolgono nel rispetto dell’ambiente e degli animali, portando innovazione e progresso nel settore. Queste sono storie che emozionano e rappresentano la parte buona e positiva dell’Italia. Sono dell’idea che si debba parlare di più delle eccellenze del nostro territorio perché questo aiuta e stimola ognuno di noi.

    Cosa vi aspettate da Fattore Futuro? Soprattutto dal punto di vista del brand?

    Questa non è un’operazione di comunicazione, è molto di più. Si tratta dare a questi 20 imprenditori la certezza di un contratto triennale, non molto frequente nel settore agricolo. Fattore Futuro è un impegno concreto che ci siamo presi, come azienda, nei confronti di queste 20 aziende virtuose.

    Questa è una collaborazione che dà valore a McDonald’s e all’eccellenza italiana, di cui non si parla mai abbastanza. È anche importante che i consumatori siano consapevoli di quello che scelgono, in termini di provenienza e qualità degli ingredienti: i 200 milioni di panini che vendiamo ogni anno, ad esempio, sono fatti con grano coltivato in Emilia Romagna, carne proveniente da più di 15.000 allevamenti italiani, insalata coltivata nel nostro Paese.

    Fattore futuro McDonalds Feltrinelli Mario Federico
    Al centro della foto, Mario Federico – AD di McDonald’s Italia

    Quindi possiamo dire che Fattore Futuro avvicinerà di più il brand alla cultura italiana?

    Siamo nati negli Usa, ma siamo ormai un’azienda con un legame fortissimo con l’Italia. Italiani sono gli ingredienti che usiamo ogni giorno nei nostri 550 ristoranti, le nostre ricette, la maggior parte dei nostri fornitori. Sicuramente questo progetto rappresenta un ulteriore tassello nel percorso di localizzazione delle materie prime intrapreso ormai da diversi anni.

    Ringraziamo Mario Federico, Amministratore Delegato di McDonald’s Italia, della disponibilità.

    Durante la serata di presentazione, moderata da Patrizio Roversi, lo chef lo chef Eugenio Boer, del ristorante Essenza di Milano, ha realizzato dei nuovi piatti usando esclusivamente gli ingredienti che si usano per i panini di McDonald’s. Come il MaCaron con pollo, salsa al formaggio e grue di cacao; la Pollock Tartare; la Mini Tortilla; il “Like a Benedict Egg” e il “Little Big Boer”.

    Fattore Futuro è un progetto che dà visibilità a tutta l’eccellenza italiana, all’imprenditoria giovanile e tira fuori quel nostro essere italiani capaci di mettere tutta la nostra passione nel fare le cose bene. Sono concetti che ci piacciono, che seguiamo con grande attenzione. Ed è per questo che abbiamo voluto parlarne qui sul nostro blog.

     

  • Seo and Love 2017, il racconto dalla voce dei protagonisti [Video]

    Seo and Love 2017, il racconto dalla voce dei protagonisti [Video]

    Anche InTime era presente ieri al Seo and Love di Verona, l’evento ideato da Salvatore Russo e dedicato alla SEO e al Content Marketing con il suo inviato speciale Claudio Gagliardini che ha raccolto la voce dei protagonisti della giornata al Palazzo della Gran Guardia di Verona. Ecco le sue interviste a Salvatore Aranzulla, Riccardo Scandellari, Rudy Bandiera e molti altri.

    Anche InTime era presente al Seo and Love che si è tenuto ieri a Verona al Palazzo della Gran Guardia, affollato da 700 persone desiderose di apprendere i preziosi suggerimenti dei tanti esperti coinvolti nella giornata. E il nostro super inviato speciale era Claudio Gagliardini che ha raccolto la voce dei protagonisti nelle sue interviste che il mitico Andrea Tadioli ha girato e montato per noi.

    seo and love 2017 verona

    Il Seo and Love va sempre più affermandosi nel panorama degli eventi dedicati al social media e digital marketing come uno dei più interessanti, grazie alla sua capacità di mettere insieme formazione, intrattenimento e, ovviamente, tanto networking. Sebbene sia solo alla seconda edizione. Il nostro Claudio è andato a seguirlo e nel video che vi mostriamo qui racconta l’evento, ideato da Salvatore Russo, con la voce di chi ha preso parte all’intensa giornata.

    Le interviste al Seo and Love 2017 di Claudio Gagliardini

    Ospite particolarmente atteso era certamente Salvatore Aranzulla, non che gli altri fossero meno attesi, ma era forse una delle poche occasioni per incontrare dal vivo uno che sul content e sulla capacità di condividere ha costruito tutto il suo personaggio. Aranzulla.it oggi è conosciuto come il sito che risolve i problemi dell’informatica, è oggi uno dei 30 siti più frequentati in Italia ed è visitato ogni giorno da 500 mila utenti che risolvono i loro problemi informatici con i contenuti realizzati appositamente.

    Sul palco del Seo and Love sono saliti ieri, tra gli altri, anche Rudy Bandiera, Riccardo Scandellari che ha parlato di newsjacking e di come farlo, Sonia Milan, Matteo Pogliani, Alessandro Agostini che ha pubblicato un nuovo libro “Seo & Content” scritto a quattro mani con Salvatore Russo, Francesco De Nobili.

    Ringraziamento speciale dunque a Claudio Gagliardini e ad Andrea Tadioli sempre più partner di InTime per quanto riguarda i contenuti video.

    E voi siete stati al Seo and Love? Raccontateci la vostra giornata.

  • Smart City: l’esperienza SMaC nell’intervista a Mauro Sammaritani

    Smart City: l’esperienza SMaC nell’intervista a Mauro Sammaritani

    A proposito di Smart City, vi proponiamo questa interessante intervista con Mauro Sammaritani, Ufficio Statistica della Repubblica di San Marino, che ci parla del progetto SMaC e di come esso si sia evoluto in un vero progetto smart che coinvolge tutto il territorio.

    In questa intervista a Mauro Sammatirani, dell’Ufficio Statistica della Repubblica di San Marino, parliamo del progetto SMaC, nato nel 2008 per cercare di fronteggiare l’emorragia di consumi che si stava verificando dal territorio di San Marino verso i comuni limitrofi. Il progetto nel corso degli anni si è evoluto e oggi può essere certamente definito un bel progetto di Smart City.

    Quali sono le caratteristiche del progetto e quali, se ne avete avute, le criticità incontrate sul vostro percorso?

    Non in realtà non siamo partiti subito con un progetto di Smart City, è arrivato naturalmente, ed è un elemento questo che ci ha agevolato molto. Tieni presente che il nostro è un territorio molto piccolo e quindi, per il nostro progetto di Smart City, questo ha giocato senz’altro a nostro favore. Noi ci siamo trovati di fronte nel 2008 ad una emorragia di consumi che andava al di fuori del nostro piccolo territorio , con la nascita di megastore e outlet, nelle zone limitrofe, che hanno creato qualche disagio al commercio sammarinese. SMaC quindi nasce proprio di fronte a questa esigenza, con l’obiettivo di trattenere i consumatori sammarinesi all’interno del nostro territorio e questo già dall’inizio ha dato degli ottimi risultati. E ci siamo resi conto nel tempo che con SMaC siamo risultati competitivi anche per il territorio confinante al nostro, al punto che i cittadini di altri paesi trovavano interessante acquistare prodotti all’interno del nostro comune grazie proprio a SMaC. E questo ha fatto sì che le transazioni negli anni aumentassero notevolmente e adesso riusciamo a rilevare dati interessanti con 3 milioni di transazioni nel primo anno a oltre 6 milioni di transazioni del 2015. Dai di una certa dimensione per un territorio come il nostro di 60 chilometri quadrati.smac san marino

    Da qui in poi si sono sviluppate tutte le idee attorno al progetto di Smart City, col tempo abbiamo infatti deciso di geolocalizzare tutti gli esercenti presso i quali avvenivano le transazioni, da qui l’idea di disegnare i flussi di traffico relativi ai giorni della settimana e agli orari. Abbiamo sfruttato appieno il modo in cui viene utilizzata questa carta, SMaC, che è diventato ormai un utilizzo massivo, per riuscire ad ottenere dei dati. Questi dati, e questo fa parte del progetto che abbiamo ora in essere, li stiamo incrociando con dei dati che già venivano raccolti in precedenza, i quali si sono ben implementati con questa nostra idea. E mi riferisco ai dati sull’incidentalità stradale, un dato su cui San Marino sta svolgendo un lavoro importante dal 2008. La raccolta di questa tipologia di dati era nata precedentemente per comprendere quali fossero le arterie stradali più rischiose all’interno del territorio, poi era nato anche per valutare il costo sociale della stessa incidentalità stradale. E la raccolta era già iniziata geolocalizzando gli incidenti. Quindi, il nostro obiettivo è quello di incrociare questi dati sull’incidentalità stradale con quelli relativi ai flussi di traffico che registriamo in relazione al progetto SMaC. La nostra idea è quindi di mettere in relazione i due dati e di tirar fuori, già entro la fine di quest’estate, le relazioni che da qui possono nascere.

    Il progetto di Smart City è quindi venuto di conseguenza grazie alle buone basi che avevamo gettato prima e questo ci ha molto aiutato.

    Qual è stata la reazione dei cittadini sammarinesi all’avvio del progetto di Smac e di tutto quello che ne è conseguito?

    In realtà non abbiamo fatto una grande pubblicità da questo punto di vista, siamo ancora un cantiere aperto e contiamo di pubblicizzare la cosa al momento opportuno. Tutto questo vuoi anche per un problema di privacy che è sorto, un aspetto che stiamo già curando in base ai vari feedback che abbiamo ricevuto. Nel frattempo stiamo lavorando nel rendere fruibile il dato SMaC anche agli esercenti. Vale a dire, gli esercenti che prenderanno parte al circuito SMaC avranno in dotazione dei dati di mercato, delle statistiche che faranno comprendere l’atteggiamento dei cittadini di San Marino verso i suoi prodotti, daremo statistiche relative anche all’atteggiamento dei consumatori che arrivano dai comuni limitrofi, con dati demografici. Questo lo sviluppo immediato. E dai test fatti finora gli esercenti sono molto contenti di avere in mano dei dati in modo assolutamente gratuito. E’ una sorta di ringraziamento che lo stato di San Marino, promotore della Smac, ha voluto dare a quegli esercenti che aderiscono alla statistica.

    L’opinione pubblica in generale, anche se ancora in piccola parte, risponde con un minimo di titubanza per il problema di privacy di cui parlavo prima, l’esercente invece ha una reazione diversa, quindi positiva, anche se siamo ancora in una fase di test.

    smac san marino

    Di sicuro il passaggio successivo sarà quello di mirare ai cittadini che spesso, specialmente in situazioni di maggiore sicurezza, sono disposti ad accettare il fatto di essere osservati di più.

    E’ proprio questo il motivo per cui non abbiamo ancora pubblicizzato molto il progetto. Finché siamo in una fase di semplice lettura del dato SMaC, il cittadino non sarà molto interessato. Ma quando faremo conoscere altri dati in relazione all’aspetto privacy, farà registrare un altro tipo di reazione.

    Andando nello specifico della Smac, voi praticamente la distribuite a tutti i vostri cittadini. Ci può spiegare come funziona il meccanismo?

    La SMaC viene data ai cittadini sammarinesi ma anche agli stranieri, è una carta che può sottoscrivere chiunque. In pratica, è una carta che ha un costo di attivazione di 10 euro e immediatamente diventa un borsellino elettronico. Il costo iniziale serve per ottenere la carta. Man mano che la si utilizza diventa proprio un borsellino elettronico. L’esempio classico è quello della benzina, con SMaC lo sconto applicato è di 15% centesimi a litro, significa che se faccio un rifornimento di 50 litri, pago in cash e poi fornisco la carta al benzinaio, il quale passa la carta. In quel momento viene caricato l’importo pari a 15% per ogni litro di carburante acquistato: si ricarica quindi di 7,5 euro. Quindi quello che permette Smac è un vero e proprio borsellino elettronico che ricarica il cittadino di soldi veri da spendere. Il nostro obiettivo era quindi quello di dare la possibilità al cliente di incrementare e fidelizzare il cliente verso le attività del territorio. E una volta che si è raggiunta una certa cifra la carta può essere utilizzata anche per pagare. E’ possibile anche ricaricarla in banca. Tra gli esercizi convenzionati abbiamo diverse categorie, dal benzinaio ai supermercati, ai negozi di elettronica. Se un esercente volesse entrare nel programma SMaC formula una richiesta in base alla sua collocazione merceologica, verrà poi inserito in un categoria relativo. Con la SMaC, ripeto, avevamo l’obiettivo di fidelizzare il cliente.

    Ma come avviene la raccolta del dato in relazione a questo progetto?

    I dati che trattiamo sono dati POS e vengono raccolti da un centro servizi, è quindi un dato bancario mensile. A quel punto riceviamo il dato presso il nostro ufficio statistico, da quel momento inizia un lavoro molto importante che facciamo proprio con SAS. Partiamo quindi con l’operazione di “pulizia” del dato anagrafico, utilizzando un Data Quality di SAS e poi lo colleghiamo alla transazione. Da questa fase iniziano le elaborazioni con un Visual Analytics SAS che viene messo a disposizione degli interni, quindi all’ufficio Smac ogni mese. Tra un po’ inizierà anche la fase statistica per gli esercenti e anche lì i dati verranno resi disponibili mensilmente.

    Abbiamo visto come è nato il progetto, come si è sviluppato e anche come funziona. Ma cosa manca per completare l’idea?

    Sicuramente entro l’anno vorremmo completare l’analisi dei dati relativi ai flussi, per quanto riguarda l’incidentalità stradale mettendo in relazioni con i dati sulle movimentazioni di SMaC. Stiamo correlando anche i dati SMaC con i dati meteorologici, un aspetto che ci interessa molto soprattutto per comprendere quanto il meteo possa incidere  sul dato Smac. Le faccio un esempio della nevicata che ha colpito il nostro territorio nel 2012, una nevicata piuttosto pesante. In quel caso il paese si è praticamente fermato, di conseguenza anche i dati SMaC si sono fermati. Tutto questo ha avuto conseguenze economiche piuttosto violenti. Gli spostamenti erano impossibili per diverse settimane. Ecco, attraverso quest relazione siamo interessati a capire quale sia il costo della neve. Quindi entro l’anno vorremo completare la parte relativa al meteo.

    Esiste poi un ultimo aspetto che riguarda la SMaC e cioè quello fiscale. Dal 2015 la SMaC viene utilizzata come scontrino elettronico, obbligatorio per l’esercente, è quello che rappresenta lo scontrino fiscale italiano. Le transazioni saranno sicuramente più alte.

    Ma vi siete un attimo fermati a pensare a quanto avete risparmiato in tutti questi anni?

    Nella prima fase di vita della SMaC in realtà non c’è stato un grande risparmio, anche perchè all’inizio veniva usata quasi esclusivamente come carta carburante e quindi venivano tagliate fuori tutte le altre categorie. Anche perchè il 15% di sconto sulla benzina ce li mette tutti lo stato. Successivamente abbiamo rivisto la carta e aumentando i consumi sul territorio e si è visto un certo risparmio, anche se non le so dire nei numeri quanto sia stato. Adesso stanno partendo i concorsi a premi in relazione al numero di transazioni e i premi sono ricariche sulla carta. In questo modo di cerca ulteriormente di incentivare i consumi all’interno del territorio. L’investimento è abbastanza alto visto l’intervento dello stato e continua in questo opera, incentivandola. Anche se al momento non abbiamo fatto una lavoro per quantificare tutte le attività di analisi ed elaborazione dei costi risparmiati.

    Avete riscontrato degli effetti anche dal punto di vista occupazionale?

    Al momento no, ma una risposta a questa domanda la potremmo avere all’inizio del prossimo anno. Questo è un anno in cui a San Marino ci sono diversi investimenti, tra l’altro una grande catena di distribuzione sta per aprire le sue attività sul territorio, e altre ne stanno nascendo. Sarà interessante quindi osservare le evoluzioni dal punto di vista SMaC ma anche dal punto di vista occupazionale perchè realtà come queste incidono molto su un territorio come il nostro.

  • L’importanza degli Analytics: intervista a Rhadika Kulkarni

    L’importanza degli Analytics: intervista a Rhadika Kulkarni

    In occasione di Analytics 2015, la conferenza di SAS Italy che quest’anno aveva il titolo di “Building the Analytics Culture”, abbiamo avuto il piacere di intervistare Rhadika Kulkarni, Vice President Advanced Analytics di SAS. Ecco perchè gli Analytics sono importanti.

    Signora Kulkarni, perchè oggi è importante conoscere gli Analytics?

    Sappiamo bene che le aziende devono essere competitive, quindi sempre in grado di prendere le giuste decisioni. In questo contano molte le risorse dell’azienda, quindi anche le persone che sono di aiuto per essere in grado di affrontare i mercati. Ma oggi assumono grande importanza i Big Data e soprattutto la conoscenza approfondita dei dati è di particolare importanza, ecco perchè parliamo di Analytics. Quello che dico sempre è che gli Analytics ci e ci svelano rappresentano quello che i dati contengono. E quindi tutta una serie di informazioni importanti per un’azienda.

    Altro elemento importante nella conoscenza dei dati è che attraverso gli Analytics siamo in grado di comprendere meglio le azioni passate per meglio decidere nel futuro. L’insieme dei dati che siamo riuscita a raccogliere nel passato riguardo, ad esempio, i clienti con l’aiuto degli Analytics possiamo meglio comprendere gli esiti e impronte strategie diverse che tendono a migliorare il rapporto con i clienti.

    Signora Kulkarni alla luce di quanto spiegato, che tipo di implicazioni comporta per un’azienda l’adozione di questo tipo di attività e soprattutto quali costi comporta?

    Questo tipo di attività può essere implementato in aziende di diverse dimensioni, anche considerato il fatto che in Italia ci sono tante PMI. L’analisi dei dati è una di quelle attività che interessa l’azienda indipendentemente dalle dimensioni. Si può infatti iniziare con un’applicazione basica e in questo senso è fondamentale formare le risorse. In aziende più strutturate e complesse aumenta la necessità di formazione delle risorse, evidentemente. Ma resta la necessità di una fase di training per meglio comprendere le potenzialità che un’attività come questa comporta. Ecco possiamo dire che un’attività orientata alla conoscenza e all’analisi dei dati è aperta a tutte le tipologie di aziende anche in termini di dimensioni. Esistono poi diversi approcci, restando fermo il concetto che l’analisi dei dati è un aspetto fondamentale per le aziende.

    Servono poi dei talenti che possono essere preziosi nella fase di analisi del dato, infatti la figura del Data Scientist risulterà sempre più necessaria.

     

    Il fenomeno delll’Internet delle Cose è ormai in forte espansione e lo sarà sempre di più nei prossimi anni. Quali sono le implicazioni dal punto di vista degli Analytics?

    L’Internet delle Cose è ormai un fenomeno che va preso in forte considerazione. Esiste proprio un’attività specifica per comprendere meglio quali implicazioni l’IoT comporta in termini di dati. Ed è quella che noi chiamiamo Analytics of Things. Tutti i dispositivi connessi sono dotati a loro volta di sensori i quali inviano dei dati, informazioni utili per le aziende in sequenze di tempo molto ravvicinate, si parla di minuti e anche di secondi. Serve quindi un monitoraggio continuo per comprendere le informazioni che i dispositivi inviano, informazioni che possono essere utili per comprendere eventi accaduti in precedenza e quindi l’analisi in quest caso ci aiuta a prevenirli nel futuro.

    Le implicazioni sono quindi molto positive. Basti pensare ai dispositivi impiegati in macchine che inviano informazioni sul corretto funzionamento dei motori, in grado anche di registrare i guasti. Queste informazioni sono quindi utili per intervenire sui guasti e prevenirli, ottimizzando l’utilizzo delle auto.

    Qual è il ruolo dei Social Media in questo contesto, dato che proprio dall’utilizzo di questi canali derivano una massa enorme di dati?

    L’analisi dei dati relativi ai Social Media è un’attività di tipo testuale, oggi molto importante perchè da quello che viene condiviso attraverso questi canali social vengono condivise informazioni importanti e utili per le aziende. La misurazione delle conversazioni consente quindi di comprendere meglio le intenzioni dei clienti e di conseguenza permette anche di elaborare insight per possono essere analizzati e attuati. Ma i Social Media svolgono anche un funzione di customer service, molto efficace, ecco che da questo punto di vista analizzare i dati che derivano anche da queste conversazioni è assolutamente importante le aziende, proprio per migliorare i propri servizi e avvicinarsi quanto più possibile al cliente.

    Dall’alto della sua esperienza, Signora Kulkarni, qual è ad oggi lo stato di adozione degli Analytics e cosa prevede per il futuro?

    L’adozione degli Analytics continuerà nel tempo e questo è in relazione con l’utilizzo che se ne farà nel business, con l’utilizzo che ne faranno le diverse tipologie di aziende. E’ chiaro che si deve riconoscere il valore degli Analytics in quanto strumenti essenziali oggi per comprendere il passato ma necessari per le decisioni da prendere in futuro. E’ anche importante che le aziende riconoscano il valore delle informazioni che i dati contengono cercando quindi di dotarsi di strumenti per estrapolarli e interpretarli. Questo è ormai un trend non più arrestabile e in futuro sarà sempre più avvertito come esigenza.

  • Jeffrey Kang: “IngDan è una grande opportunità per i makers”

    Jeffrey Kang: “IngDan è una grande opportunità per i makers”

    Alla Maker Faire di Roma abbiamo avuto l’occasione di incontrare Jeffrey Kang, CEO di IngDan Ltd, per il lancio in Italia della piattaforma IngDan dedicata a makers, startup e creativi che guardano al mercato cinese. “Nel primo anno di IngDan in Italia vogliamo aiutare più di 2.000 aziende nell’IoT”.

    Alla Maker Faire di Roma, che si tiene quest’anno presso l’Università la Sapienza, fino a domani, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Jeffrey Kang, CEO di IngDan Ltd, per il lancio in Italia della piattaforma online IngDan, focalizzata su IoT, dedicata a makers, startup e creativi italiani che vogliono sbarcare nel mercato cinese. L’occasione è stata dunque quella di capire come funziona la piattaforma e di comprendere anche come i makers italiani possono sfruttare questa opportunità. Ad oggi IngDan conta già 2 milioni di membri e conta ad oggi 2 mila progetti, senza dimenticare collaborazioni strategiche con collaborazioni strategiche con Baidu, JD, Wechat, 360, Intel, Broadcom e Freescale. Ma IngDan selezionerà proprio durante la Maker Faire i 40 progetti IoT più innovativi per esporli gratuitamente alla Maker Faire di Shenzhen nel 2016. E i migliori 4 saranno invitati ad un roadshow nella “Shenzhen Valley”: un’area che ospita la più grande produzione dell’elettronica a livello mondiale e vanta un’estensione due volte quella della Silicon Valley.

    IngDan-jeffrey-kang

    Mr. Kang, perchè avete scelto l’Italia per il lancio di IngDan?

    IngDan è una piattaforma su internet che si rivolge agli innovatori, ai makers che lavorano per sviluppare soluzioni IoT a livello globale. E le mettiamo in contatto con produttori e con le risorse che esistono oggi in Cina, al fine di sviluppare le loro idee che possano poi essere vendute direttamente ai consumatori. L’Italia rappresenta il nostro primo step verso il mercato europeo e per noi l’Italia è il paese delle idee, della creatività della moda, questo è il motivo principale per cui siamo convinti di partire dal vostro paese. E poi, ne parla anche il vostro primo ministro Renzi che guarda ai giovani convinto di creare un nuovo ambiente. E noi guardiamo proprio alle nuove generazioni, quelle che saranno in grado di cogliere le opportunità del futuro. Ed è un pò la mission che sta alla base di IngDan.”

    Che tipo di reazione e di accoglienza vi attendete dai makers?

    “Noi siamo molto focalizzati verso l’IoT e quindi verso gli ambianti dell’Internet delle Cose. Oggi lanciamo da qui, dal grande palcoscenico della Make Faire di Roma IngDan Italia che svilupperà la piattaforma. Quello che ci aspettiamo, quindi il nostro primo obiettivo legato dall’investimento in Italia è quello di aiutare entro il primo anno, quindi entro i primi 12 mesi, più di 2 mila aziende italiane dell’IoT. Questo si traduce poi nella creazione di posti di lavoro e in una maggiore collaborazione tra le aziende italiane e quelle cinesi.”

    intervista-Jeffrey-Kang-IngDan

    Quali sono in questo momento le esigenze del mercato cinese in termini di innovazione e tecnologia, e come la creatività italiana può essere d’aiuto per far crescere il marcato ancora di più?

    “Il nostro obiettivo è quello di coinvolgere l’innovatore, il geek, le startup, ma anche l’azienda tradizionale che cambia il suo modo di fare business per diventare un nuovo player sul mercato. Il nostro scopo è quindi di metterli in contatto con costruttori e produttori in Cina e di dare loro accesso alle risorse che ci sono adesso nel paese. Questo comporta un abbassamento dei prezzi ed un equilibrio del mercato. Senza dimenticare che la Cina oggi è uno dei mercati più grandi del mondo, dove ci sono molti consumatori. E quindi questa è una grande opportunità per i maker italiani per sviluppare il loro business in Cina, grazie proprio a IngDan.”

    Quali sono in Cina le aree in cui i makers possono sviluppare meglio le proprie idee?

    “Al momento simo focalizzati su IoT che abbraccia praticamente ogni area, quindi hardware e software che viaggiano insieme. Quindi i segmenti che possono essere raggiunti sono tanti come healthcare, elettronica di consumo, automotive, bike, scooter e tanti altri ancora. E quindi l’Italia, la terra delle idee, della creatività, del design, della moda, tutto questo può essere incorporato nelle idee da sviluppare in ottica IoT. E questo è il motivo per cui crediamo che l’IoT creerà condizioni economiche di sviluppo e prosperità.”

    Quali sono i prossimi step di IngDan e che tipo di risposta vi aspettate a livello globale?

    “In questo momento i nostri passi successivi alla presentazione qui a Roma è quello di entrare in contatto con il governo italiano, con le associazioni aziendali, con gruppi di investimento. Anche perchè tutti abbiamo lo stesso obiettivo e cioè aiutare le aziende, gli innovatori, i makers,  le startup a sviluppare nuove opportunità di business. Dobbiamo fare quindi questo cammino insieme offrendo piattaforme internet, strumenti di business e risorse per fare in modo che questi nuova economia possa crearci e svilupparsi con successo.”

    Quindi IngDan si propone come anello di congiunzione tra i makers italiani e il mercato cinese nell’ambito dell’IoT che vale 55 miliardi di dollari (toccherà il valore di 166 miliardi di dollari entro i prossimi 5 anni), contro 1,55 miliardi di euro del mercato italiano. IngDan si presenta quindi come una grande opportunità da cogliere per proiettarsi verso uno dei mercato che sta crescendo di più in questo momento, dove c’è voglia di idee e creatività italiana.

  • Ecco il Digital Carisma di Rudy Bandiera nel suo nuovo libro

    Ecco il Digital Carisma di Rudy Bandiera nel suo nuovo libro

    A distanza di un anno dal successo ottenuto con il primo, esce oggi in tutte le librerie il nuovo libro di Rudy Bandiera, “Le 42 leggi Universali del Digital Carisma”. In questa nostra breve conversazione, Rudy ci ha spiegato come è nato questo nuovo libro e cos’è il Digital Carisma.

    Esce oggi il nuovo libro di Rudy Bandiera, “Le 42 leggi Universali del Digital Carisma, che ho avuto modo di leggere e di apprezzare da subito. Perchè qui c’è il vero Rudy, nel senso che in questa occasione viene spiegato un percorso, fatto appunto di “regole”, che non sono altro che il frutto di tutta l’esperienza fatta in questi anni.

    E in questa nostra breve conversazione, che riporto testualmente (lo so che poi controlla!), Rudy spiega come è nato questo nuovo progetto e ci indica anche la regola che sente più sua.

    Molti forse attendevano un seguito dopo il primo libro in cui parlavi dei rischi e delle opportunità del web di oggi. Invece con questo tuo nuovo libro tratti del Digital Carisma. Come nasce questo libro e che cos’è il digital carisma?

    In effetti ho cambiato del tutto approccio, completamente. Il punto è molto semplice, il primo libro è il libro che “avrei dovuto scrivere” e il secondo quello che “avrei voluto scrivere” ma senza il primo il secondo non avrebbe avuto credito, non avrebbe avuto peso perchè questo secondo libro è frutto di un percorso.
    Ho cambiato direzione perchè nel primo metto al centro di tutto la tecnologia e i suoi rischi contro alle opportunità ma poi ho pensato “ma l’uomo, che questi rischi e opportunità se le sciroppa, dove lo mettiamo?”.
    E quindi ho fatto un libro con al centro le persone, noi tutti, frutto delle mie esperienze personali che, in peno stile condivide et impera, voglio condividere.

    Il digital carisma, non mi stancherò mai di dirlo, NON è leadership. Questo non è un libro sui leader, sulla leadership o sul come diventare dei capi, per nulla, anzi, è un libro sugli altri. Il carisma è una sorta di fluido, parliamo sempre in ottica digitale, che dobbiamo fare fluire da noi agli altri. E’ quello che ci rende speciali proprio grazie alle attenzioni che abbiamo verso il prossimo.
    Messianico, eh amico? :D

    digital-carisma-rudy-bandiera-copertina

    Quanto è utile per te “essere umili”? Può essere in certi contesti un segno di debolezza oppure, al contrario, è un segno di forza morale, intellettuale?

    Ti rispondo con una BELLISSIMA frase di Giacomo Leopardi che in quanto a parole ci sapeva fare più di noi due:

    E’ curioso vedere che gli uomini di molto merito hanno sempre le maniere semplici, e che sempre le maniere semplici sono state prese per indizio di poco merito.”

    Ecco cosa intendo io per umiltà e cosa dico spesso nel libro: non è quella modestia stucchevole che esce da quelle persone che fingono di avere avuto le cose in sorte ma ti guardano dall’alto al basso ma è un atteggiamento NORMALE a prescindere da chi sei, cosa fai o cosa hai fatto. E’ l’atteggiamento della persona sicura e consapevole che non è attraverso un comportamento borioso che si ottiene l’amore degli altri o il loro rispetto: è parlare con parole semplici ed essere semplici nel modi. Non gretti, bassi, ignoranti o volgari ma semplici.
    La semplicità è equilibrio, l’equilibrio è il carisma. Il carisma è un segno di forza morale, senza dubbio.

    Quale tra queste “regole universali” vuoi consigliare ai tuoi lettori e qual è la più importante per Rudy Bandiera?

    Domanda DIFFICILISSIMA. A me piacciono tutte, è evidente, ma quella che forse racchiude tutte le altre e le riassume è la Legge 38: “Fa la cosa giusta. Sempre”.
    Potrebbe sembrare banale ma non lo è per nulla: fare la cosa giusta implica SEMPRE una scelta, molto complessa, perchè la cosa giusta non sempre coincide con la cosa giusta “per noi”. Fare sempre la cosa giusta è complesso, utile bellissimo e… giusto :)

    Ovviamente, il nostro consiglio è di leggere questo nuovo libro che racchiude, sotto forma di “42 regole universali”, tutto il percorso che Rudy ha fatto in tutti questi anni. E mi permetto di indicare la regola che più sento mia che è proprio quella che indicava prima Rudy, ossia quella che ci sprona a fare quello che sentiamo come giusto. Si è davvero credibili quando si fanno le cose con coerenza, con impegno e con consapevolezza del percorso che ci attende.

    Adesso tocca a voi leggere il libro (qui tutte le info per acquistarlo) e, se vi va, indicateci poi qual è la vostra regola.

  • 2Pay, il mobile payment del futuro. Intervista a Daniele Bernardi

    2Pay, il mobile payment del futuro. Intervista a Daniele Bernardi

    Intervista a Daniele Bernardi, co-founder di 2Pay, che ci ha raccontato come è nato il progetto che ha dato vita al nuovo sistema di mobile payment che permette di effettuare transazioni a distanza e in prossimità, in tempo reale. “Crediamo di essere riusciti a creare qualcosa di realmente innovativo e dirompente”.

    Qualche settimana fa vi avevamo parlato del nuovo sistema di mobile payment che permette di effettuare transazioni a distanza e in prossimità, in tempo reale. Un sistema innovativo che vuole agganciare l’evoluzione del fenomeno mobile payment anche nel nostro paese.

    E per conoscere meglio 2Pay e per capire come funziona, abbiamo avuto il piacere di rivolgere qualche domanda a Daniele Bernardi che ha fondato 2Pay insieme a Carola Minincleri.

    Come nasce il progetto 2Pay?

    [dropcap]I[/dropcap]l progetto nasce dalla conoscenza professionale del sistema bancario e dalla passione per la tecnologia. Guardando l’evoluzione del mobile payment ci siamo accorti che tutto il mercato si stava concentrando a voler virtualizzare le carte di credito o i bancomat nel portafoglio. L’idea di virtualizzare il contante per facilitare le transazioni delle monete/banconote, nel rispetto delle norme di vigilanza e di antiriciclaggio, rappresentava, per noi esperti di banca e finanza, la vera sfida. Sognavamo di rottamare inutili device aggiuntivi alla cassa, carte di plastica, costi di servizi spesso retaggio di vecchie tecnologie riproposti in versione digitale e crediamo di essere riusciti a creare qualcosa di realmente innovativo e dirompente.

    2pay

    Quali solo le motivazioni che dovrebbero spingere un commerciante o un utente ad usare 2Pay come metodo di pagamento?

    [dropcap]I[/dropcap]l mercato ha bisogno di semplificare la relazione commerciale, eliminare gli intermediari di troppo e utilizzare in maniera ottimale le risorse liberate. Il management di 2Pay è convinto che non basti creare una app accattivante per pagare con il cellulare per rompere le abitudini delle persone, è necessario, invece, dare dei vantaggi concreti a tutti i partecipanti all’ “Equo-Sistema” 2Pay, come ci piace chiamarlo, aiutando l’esercente, non solo a risparmiare nel costo delle transazioni (che diventa fisso a 2 centesimi indipendentemente dall’importo di spesa) ma anche a fare più affari, portando la nostra comunità presso il suo punto vendita a condizione che sia disposto a fare uno sconto; questo sconto che viene riconosciuto ai nostri utenti sotto forma di cash back in realtà ci permette di “ri-pagare” i nostri utenti affinché facciano la spesa con il nostro sistema e aumentino il loro potere di acquisto; un Equo-Sistema appunto dove tutti avranno vantaggi concreti.

    Trattandosi appunto di pagamenti, come affronta 2Pay il tema della sicurezza?

    [dropcap]I[/dropcap]nnanzitutto va detto che 2Pay è un Istituto di Moneta Elettronica (IMEL) autorizzata e vigilata dalla Banca d’Italia. L’utilizzo di un doppio livello di identificazione, basato su user e password per l’accesso all’app e un PIN a 6 cifre per effettuare le transazioni, offre livelli di sicurezza ai vertici internazionali per i pagamenti in mobilità.
    Con 2Pay, inoltre, si evitano rischi di clonazione e furti di identità, proprio perché è svincolato da carte di credito e conti correnti.
    Va detto, infine, che l’accredito immediato della transazione evita al commerciante i rischi del salvo buon fine, tipici degli acquisti mediante carta di credito.

    Quali sono le leve che verranno utilizzate per far conoscere 2Pay al pubblico “mobile” italiano?

    [dropcap]P[/dropcap]er diffondere la app tra gli utenti adotteremo diverse strategie, che vanno dalla diffusione tramite internet del nostro sistema, ad eventi mirati per coinvolgere gli early-adopters a campagne di incentivazione per la diffusione virale. Per gli esercenti, stiamo costruendo una rete di venditori con delle società nostre Partner al fine di spiegare i vantaggi, che sono tanti e vanno compresi e adottati, agli esercenti, per aiutarli a fare più business e quindi mettere in moto correttamente il meccanismo di cash back.

    Quali sono gli obiettivi a cui mirate sapendo che ancora in Italia il mobile payment non è ancora un fenomeno molto radicato (sebbene in forte crescita) e sapendo anche che il mobile proximity payment stenta a decollare?

    [dropcap]G[/dropcap]li obiettivi sono ambiziosi sia nel breve che nel lungo termine, direi che puntiamo a diventare uno dei tre o quattro player che si divideranno la torta dei pagamenti digitali.
    Vogliamo integrare tutte quelle “piccole esperienze di pagamento” che il cittadino vive ogni giorno (parcheggio, acquisto biglietti, pagamenti bolli, mensa,..etc). Facilitare il pagamento ricorrente senza costi (rateizzare l’assicurazione, bollettini…). Diffondere con i social l’esperienza dell’acquisto come strumento di marketing e di “comunità”. Includere gli esclusi dal sistema bancario e i deboli nel sistema della “relazione economica” dello scambio del denaro e di pagamento tramite strumenti elettronici.

    L’applicazione è disponibile sia per iOS e che per Android. E comunque vi invitiamo a scoprire il nuovo sito di 2pay e a seguire tutti gli aggiornamenti attraverso la loro fanpage su Facebook, il loro account su Twitter e il loro canale su YouTube. E fateci sapere cosa ne pensate dell’app.