Categoria: Social Media

In questa categoria trovate articoli che riportano dati e ricerche sul mondo dei Social Media. Dal numero di utenti connessi, al tempo trascorso su ciascun social network

  • Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia

    Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia

    Instagram lancia la funzione repost, permettendo agli utenti di rilanciare contenuti altrui nel feed. Un cambiamento che apre nuove prospettive per creator, aziende e strategie di visibilità.

    Dopo anni di attesa, possiamo dirlo, Instagram ha ufficialmente introdotto la funzione di repost. Si tratta di una novità che, potenzialmente, potrebbe cambiare le dinamiche della piattaforma, portando per la prima volta la possibilità di ripubblicare post e Reels di altri utenti nel proprio feed.

    Una mossa che ci dà qualche indicazione sulla direzione che Instagram vorrebbe prendere.

    Ma va detto, è un passaggio che mostra il tentativo della piattaforma di riattivare una dimensione più relazionale, in cui il valore di un contenuto può passare anche dalla condivisione da parte di altri utenti. Ma senza cambiare le logiche dell’algoritmo che restano centrali nella distribuzione dei contenuti nel feed.

    Cosa significa “repost” e come funziona su Instagram

    Con repost si intende la possibilità di condividere nel proprio profilo contenuti già pubblicati da altri, aumentando loro la visibilità che normalmente si avrebbe con un post originale.

    È una funzione che gli utenti attendevano da tempo, già largamente diffusa su altre piattaforme social media. E che ora fa il suo ingresso anche nell’ecosistema di Instagram.

    La dinamica è semplice. Quando si visualizza un Reel o un post pubblico, si può ora selezionare l’opzione per ripubblicarlo, individuabile dall’icona delle due frecce che formano un quadrato.

    Il contenuto comparirà nel feed dei propri follower e verrà archiviato in una nuova scheda “Reposts” all’interno del profilo. È possibile taggare altri utenti nel momento della ricondivisione, ma non è possibile aggiungere (ancora) un testo di accompagnamento.

    Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia
    Su Instagram arriva il repost, un cambio di strategia

    Perché repost su Instagram arriva ora

    Come ben sappiamo, Instagram non è nuovo a “copiare” funzionalità attive altrove e a riportarle sulla propria app. Le Stories da Snapchat, i Reels da TikTok, ora il Repost da X (ex Twitter) o TikTok ne sono la dimostrazione.

    Ma anche stavolta non si tratta solo di un banale “copia-incolla” di funzionalità. La scelta di introdurre i repost potrebbe inserirsi in un contesto più ampio in cui Instagram cerca di recuperare una componente relazionale, come si diceva all’inizio, che negli ultimi anni si è andata perdendo, prediligendo contenuti che “funzionavano” per l’algoritmo e meno per gli utenti.

    Con questa novità, la piattaforma vuole tornare ad essere un luogo in cui si prova a recuperare un certo tipo di ricondivisione più diretta.

    L’introduzione del repost sembra andare nella direzione di una maggiore visibilità dei contenuti e delle connessioni tra utenti. Un tentativo di far circolare i contenuti anche attraverso le scelte individuali, e non solo per effetto dell’algoritmo.

    Dove esiste già il repost (e cosa cambia per Instagram)

    Il concetto di repost non è nuovo. Su X (ex Twitter), è storicamente un elemento fondante. Il retweet ha trasformato la viralità in linguaggio.

    Su Facebook, la condivisione di post ha da sempre svolto una funzione simile, anche se meno codificata.

    Su TikTok, il pulsante per ripubblicare un video esiste già da tempo, con una logica simile: dare impulso a ciò che si considera rilevante, divertente o utile.

    Anche su Threads, la piattaforma testuale di Instagram, la funzione repost è presente fin dal lancio.

    Instagram si è mossa più lentamente.

    Per anni si è preferito rimanere assenti in questo ambito, lasciando che gli utenti si arrangiassero con altre soluzioni e, in alcuni casi, anche con app terze.

    Ora decide di inglobare questa dinamica direttamente nel suo sistema, dando uniformità a un comportamento già diffuso. E questo segna una svolta.

    Cosa cambia per utenti, creator e aziende

    L’introduzione del repost amplifica la portata organica dei contenuti. Un contenuto che viene ripubblicato da più utenti può circolare in modo molto più esteso, raggiungendo pubblici che altrimenti non avrebbero mai incrociato quel post. Per gli utenti, è un’opportunità per condividere contenuti interessanti e rilevanti.

    Per i creator è una nuova opportunità per rendere più visibili i propri contenuti. Ogni repost può potenzialmente generare nuovo interesse, follower, engagement. La logica premia i contenuti capaci di stimolare reazioni e condivisioni.

    Per le aziende, la funzione potrebbe diventare uno strumento strategico. I contenuti più efficaci potranno essere rilanciati direttamente dai clienti o dai dipendenti, generando un passaparola genuino. Inoltre, si aprono scenari interessanti per il branded content e per la valorizzazione dei contenuti generati dagli utenti (user generated content), con una distribuzione più fluida e integrata nella piattaforma.

    Instagram repost, una sfida alla saturazione

    In un momento in cui l’algoritmo di Instagram sembra faticare a proporre contenuti davvero rilevanti per ogni singolo utente, il repost rappresenta una sorta di filtro più umano.

    È l’utente stesso che prova a curare ciò che vale la pena vedere. Una dinamica che, se ben utilizzata, può ridurre la saturazione e restituire centralità alla relazione tra utenti, ridando slancio ai contenuti.

    Ma questo comporta anche delle responsabilità. Il rischio che la funzione venga usata solo per far circolare contenuti sensazionalistici o già virali, svuotando di significato la stessa funzionalità, è dietro l’angolo.

    Instagram repost, una funzione che mira a cambiare molto

    A prima vista potrebbe sembrare solo una nuova icona da cliccare, un dettaglio minimo. È una funzione semplice, ma potenzialmente significativa per l’uso quotidiano della piattaforma.

    La funzionalità del repost non rivoluzionerà Instagram, questo è sicuro. Ma introduce sicuramente una nuova possibilità che è quella di rilanciare contenuti altrui in modo nativo, senza passaggi esterni.

    Una funzione semplice, che potrebbe influenzare la circolazione dei contenuti, dando più spazio alle scelte degli utenti. Oltre a quelle dell’algoritmo, sia chiaro.

  • Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Agcom ha approvato il primo Codice di condotta Influencer. Si pongono regole chiare, obblighi di trasparenza, tutela dei minori. Sono previste sanzioni fino a 600 mila euro per chi viola le norme.

    L’Agcom ha approvato il nuovo Codice di condotta Influencer. Si tratta di un passaggio importante nel panorama digitale italiano, per non dire atteso.

    L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha deciso di intervenire ponendo in essere regole precise per mettere ordine in un settore, quello degli influencer, cresciuto rapidamente, ma spesso percepito come poco trasparente.

    A quali influencer si rivolge il Codice Condotta

    Le nuove disposizioni riguarderanno specificamente quegli influencer che hanno una notevole capacità di coinvolgimento sulla propria community, identificati chiaramente da Agcom come coloro che superano i 500.000 follower; oppure raggiungono almeno un milione di visualizzazioni mensili su piattaforme social o di video sharing.

    La scelta di queste soglie evidenzia una chiara volontà di incidere direttamente sui soggetti più rilevanti, lasciando però aperta la discussione su cosa accadrà ai micro-influencer, spesso altrettanto incisivi ma esclusi, per ora, da questo primo intervento.

    Gli Influencer rilevanti, secondo il nuovo regolamento, avranno un termine di sei mesi per iscriversi a un apposito elenco ufficiale istituito proprio da Agcom. Un passaggio burocratico ma importante. Per la prima volta, infatti, si definisce in modo formale chi svolge effettivamente il ruolo di influencer e con quali responsabilità.

    Responsabilità è infatti la parola chiave del nuovo Codice.

    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro
    Ecco il Codice di condotta Influencer, multe fino a 600 mila euro

    Gli Influencer e la Responsabilità

    Agcom equipara formalmente gli influencer più seguiti a emittenti televisive dal punto di vista editoriale. Un accostamento non casuale che implica precise responsabilità nei contenuti condivisi, dalla trasparenza pubblicitaria alla tutela dei minori, passando per il contrasto al linguaggio d’odio e il rispetto dei diritti d’autore.

    In sostanza, gli influencer non possono più considerarsi semplicemente creatori di contenuti liberi da vincoli editoriali. Al contrario, da oggi devono farsi carico di un ruolo attivo e consapevole nella comunicazione online.

    È un passaggio questo che è destinato ad avere un impatto sul settore. Soprattutto dopo i tanti casi degli ultimi anni che hanno portato a questo tipo di intervento.

    Codice condotta Influencer, sanzioni fino a 600 mila euro

    Le sanzioni previste in caso di violazioni non sono affatto trascurabili, con multe che possono raggiungere i 250.000 euro per le infrazioni generali e addirittura i 600.000 euro se vengono coinvolti i minori.

    Per ora l’accoglienza del provvedimento è stata contrastante. Se da un lato l’Unione Nazionale Consumatori ha apprezzato il Codice definendolo un progresso significativo nella lotta alla pubblicità occulta, il Codacons, invece, ha manifestato perplessità sulla soglia dei follower individuata dall’Agcom, ritenendola eccessivamente alta e quindi limitativa.

    Sono due modalità di pensiero che in questi giorni stanno emergendo sulle varie conversazioni sulle piattaforme.

    Al di là di quello che si pensa, è necessario sottolineare che questo è un passo necessario verso una maggiore maturità e consapevolezza del settore influencer in Italia. Un settore che in alcuni casi ha finito per creare situazioni al limite della correttezza professionale.

    Evidentemente, è un’opportunità per riaffermare il principio che essere Influencer, oggi,  comporta precise responsabilità, editoriali e sociali.

    Si apre ora una fase nuova nel nostro paese, che col senno di poi sarebbe dovuta iniziare già molto tempo prima.

    Ma sarà interessante osservare come influencer, brand e utenti reagiranno a questo cambiamento.

    SCHEDA

    Codice Influencer Dettaglio
    Soglia di applicazione ≥ 500.000 follower o ≥ 1 milione di visualizzazioni/mese
    Iscrizione Obbligatoria a un elenco Agcom entro 6 mesi
    Regole chiave Trasparenza, anti-odio, tutela minori, diritti autorali
    Sanzioni Fino a 250.000 €, fino a 600.000 € in caso di violazione tutela minori
    Responsabilità Pari a quella delle emittenti televisive

     


    [L’immagine di questo articolo è stata generata artificialmente con il supporto di DALL·E, modello di intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI, utilizzata esclusivamente per rappresentare in formato visual il tema trattato]

  • Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia

    Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia

    Meta, X e LinkedIn si oppongono e la questione si fa politica. L’Italia richiede il pagamento l’IVA alle piattaforme digitali, considerando le registrazioni degli utenti come transazioni imponibili.

    Nei mesi scorsi, attraverso le autorità competenti in materia, aveva richiesto alle piattaforme digitali il pagamento di Iva arretrata, per un ammontare di oltre 1 miliardo di euro.

    Ebbene, così come riportato da Reuters, le big tech proprietarie delle piattaforme digitali, quindi Meta, X e LinkedIn, si sono opposte impugnando la richiesta.

    Si tratta di un precedente in quanto per la prima volta il nostro paese non raggiunge un accordo e, di conseguenza, si cerca la sponda Bruxelles per fare in modo che le aziende paghino il dovuto.

    Di fatto, questa è una situazione che rischia di inasprire ancora di più i rapporti Usa/UE, già alle prese con la delicata situazione dei Dazi.

    La richiesta IVA sulle “transazioni imponibili”

    Come noto, in Italia l’IVA si applica su tutti i beni e servizi. Di conseguenza, nel caso delle piattaforme digitali, le autorità fiscali stanno cercando di estendere questa tassazione anche ai social media, considerando le registrazioni degli utenti come ‘transazioni imponibili’.

    Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia
    Meta, X e LinkedIn si oppongono alla richiesta IVA dell’Italia

    L’Italia richiede quindi alle piattaforme digitali arretrati di Iva pari ad oltre 1 miliardo di euro. Nello specifico: 887,6 milioni di euro a Meta; 12,5 milioni di euro a X e circa 140 milioni di euro a LinkedIn.

    Successivamente all’avviso di accertamento inviato dall’Agenzia delle Entrate, quando erano già scaduti i termini, Meta, X e LinkedIn hanno presentato ricorso presso la corte tributaria di primo grado.

    La questione rischia di diventare politica

    Ora, la questione diventa politica perché le stesse piattaforme si aspettano che ci sia un intervento da parte dell’amministrazione Trump in loro difesa. E non è escluso che ciò accada visti i fatti di questi ultimi giorni riguardo ai dazi.

    E poi perché l’azione italiana potrebbe poi essere estesa a tutti i paesi UE a 27. Di conseguenza si potrebbe giungere ad una armonizzazione del provvedimento e portare le piattaforme digitali al pagamento delle tasse sulla base delle iscrizioni degli utenti in ciascun paese.

    Al momento solo Meta ha fatto una dichiarazione in merito. La società fondata e guidata da Mark Zuckerberg ha replicato di aver “collaborato pienamente con le autorità italiane”, ma di essere “fortemente in disaccordo con l’idea che fornire agli utenti l’accesso alle piattaforme online debba essere soggetto a IVA”.

    LinkedIn ha affermato di non avere “nulla da condividere al momento”. Mentre X, la piattaforma di Elon Musk, al momento non ha espresso alcun commento in merito.

    Vedremo come si svilupperà la vicenda che potrebbe ottenere un risultato non prima della primavera del 2026.

  • Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Meta non firmerà il Codice UE sull’IA. Una scelta che rischia di inasprire i rapporti con Bruxelles, mentre OpenAI e Mistral si dichiarano pronte a firmare. Cosa cambia dal 2 agosto 2025.

    A meno di un mese dall’entrata in vigore delle norme europee sull’intelligenza artificiale, Meta ha deciso di sfilarsi. Non firmerà il Codice di buona condotta per i modelli generativi promosso dalla Commissione Europea.

    Lo ha fatto sapere ufficialmente Joel Kaplan, vicepresidente globale per gli affari istituzionali del gruppo, con una dichiarazione chiara. Il Codice, nelle parole di Meta, sarebbe inutilizzabile e incompatibile con la realtà operativa delle aziende. Un ostacolo allo sviluppo, più che una guida, sostiene Kaplan.

    La decisione di Meta su AI Act dell’UE

    La decisione di Meta non è una sorpresa. L’azienda aveva già espresso scetticismo nei mesi precedenti, soprattutto di fronte all’impianto dell’AI Act, che entrerà pienamente in vigore il prossimo 2 agosto.

    Ma stavolta la presa di posizione è formale. Il Codice, secondo Meta, introdurrebbe obblighi che vanno oltre quanto previsto dal regolamento europeo, ampliandone l’ambito in modo non proporzionato rispetto alla cornice legale definita dall’AI Act.

    Il nodo è proprio questo.

    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa
    Meta non firma il Codice UE sull’IA generativa

    Cosa prevede il Codice di condotta su IA dell’UE

    Il Codice di buona condotta è uno strumento volontario, pensato per accompagnare l’entrata in vigore dell’AI Act e offrire una via semplificata alla conformità.

    Firmarlo significa aderire a una serie di impegni trasparenti, come: pubblicare informazioni dettagliate sui dati di addestramento; descrivere in modo comprensibile le capacità e i limiti dei modelli; evitare l’uso di contenuti protetti da copyright non autorizzati; prevedere sistemi di sicurezza informatica e monitoraggio dei rischi, specialmente per i modelli ad alto impatto.

    Ma significa anche beneficiare di un percorso di conformità agevolato, evitando verifiche caso per caso.

    Rifiutare la firma, invece, comporta l’obbligo di dimostrare puntualmente la compatibilità con ogni requisito dell’AI Act, con un carico legale potenzialmente molto più pesante.

    Secondo la versione di Kaplan, tutto questo si tradurrebbe in un freno per lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale in Europa.

    Possibile contrapposizione UE-Usa

    Meta teme che la combinazione tra Codice e regolamento generi un clima normativo incerto e disincentivante. E chiede che anche il governo statunitense intervenga per tutelare la competitività delle aziende americane, indicando che l’impianto europeo possa rappresentare una minaccia sistemica per l’intero settore.

    La posizione delle altre aziende IA

    Nel frattempo, le posizioni degli altri protagonisti del mercato si stanno delineando.

    OpenAI ha annunciato l’intenzione di firmare il Codice, subordinando la firma all’approvazione definitiva del testo da parte dell’AI Board europeo. La società che sviluppa ChatGPT, in una dichiarazione pubblicata l’11 luglio sul proprio sito, ha spiegato che aderire rappresenta un passo strategico per consolidare la sua presenza in Europa.

    La firma del Codice offrirebbe maggiore certezza normativa, permetterebbe un dialogo più stabile con le autorità e costituirebbe una base condivisa per future evoluzioni regolatorie. In sostanza, per OpenAI si tratta di una mossa diplomatica quanto pragmatica.

    Anche Mistral AI, la startup francese sostenuta dal governo Macron, ha già fatto sapere che firmerà. La decisione rientra nella visione sovrana europea sull’IA e segna un allineamento netto rispetto agli obiettivi della Commissione.

    Al contrario, altre aziende statunitensi come Google (con DeepMind e Gemini) o Anthropic non si sono ancora espresse pubblicamente. L’adesione al Codice resta aperta, ma il silenzio suona come un segnale prudente, se non di diffidenza.

    Non mancano poi le critiche da parte delle grandi aziende europee. In una lettera inviata a Bruxelles a fine giugno, un gruppo di 44 imprese tra cui Airbus, Mercedes-Benz, Siemens e SAP ha chiesto di posticipare di almeno due anni l’applicazione dell’AI Act.

    Il timore condiviso è che la sovrapposizione tra le varie normative europee – AI Act, Data Act, Cyber Resilience Act – produca un quadro troppo rigido e incoerente, penalizzando l’innovazione e allontanando gli investimenti.

    Le regole entreranno in vigore il 2 agosto, senza rinvii

    La Commissione ha però ribadito che non ci saranno rinvii.

    Il primo agosto sarà pubblicata la lista ufficiale dei firmatari del Codice e dal giorno successivo le nuove regole per i modelli generativi entreranno pienamente in vigore. I prossimi mesi diranno se l’adesione sarà ampia oppure limitata.

    Ma intanto, con la decisione di Meta, il confronto si sposta su un piano più ampio. E cioè quello del rapporto tra le regole pubbliche e il potere decisionale delle grandi piattaforme. Che sono in mano a società private.

    Quindi, mentre l’UE tenta di governare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale con strumenti giuridici trasparenti e condivisi, le grandi piattaforme continuano a negoziare lo spazio della norma.

    Vedremo se alla fine Meta rivedrà la sua decisione.

  • Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X

    Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X

    Dopo due anni difficili alla guida di X, Linda Yaccarino decide di dimettersi dal ruolo di CEO. Un addio che pone ulteriori interrogativi sul futuro della piattaforma. Non ci sono ancora nomi di possibili sostituti.

    Sono passati appena due anni dalla sua nomina a CEO di X e oggi Linda Yaccarino ha annunciato la sua intenzione di dimettersi.

    “Dopo due incredibili anni” – scrive la Yaccarino su X in un post in cui ha dato la notizia – “ho deciso di dimettermi dal ruolo di CEO di 𝕏”. Che siano stati incredibili bisogna darle atto che è vero.

    Portare avanti il suo ruolo con Elon Musk non è stato facile e solo la sua grande resilienza, ed esperienza, le ha permesso di non soccombere prima. Come in tanti si aspettavano.

    Yaccarino e i “vaffa” di Musk

    Ma Linda Yaccarino, forte della sua lunga permanenza in NBCUniversal, ha saputo destreggiarsi al meglio nonostante Musk le rendesse la vita difficile. Ricorderete certamente il grande “vaffa” rivolto agli investitori dopo che molte aziende avevano deciso di abbandonare X a causa dei contenuti sempre più polarizzanti, se non addirittura estremisti, propagati proprio da Musk. Una situazione che rischiò di mettere in difficoltà la stessa piattaforma.

    Proprio in quel momento ci si sarebbe aspettato il passo indietro della Yaccarino. E invece la CEO decise da quel momento in poi che quella era la “sua grande opportunità” e che quindi doveva avere pazienza e ricostruire i rapporti con le aziende (molte delle quali sue clienti in passato) deteriorati dalle continue e pesanti esternazioni del suo capo.

    Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X
    Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X

    “Gli sono immensamente grata – scrive ancora la Yaccarino nel suo post rivolgendosi a Musk – per avermi affidato la responsabilità di proteggere la libertà di parola, rilanciare l’azienda e trasformare X nell’app completa”.

    Tra le mille difficoltà che la Yaccarino ha dovuto affrontare con X, di certo anche la gestione del rapporto con Musk era parte importante del lavoro.

    Lavoro che alla fine, bisogna dirlo, ha premiato la tenacia della Yaccarino.

    Infatti, come già ricordato in altre circostanze, dopo la grande fuga gli inserzionisti come Amazon, Apple, per citarne un paio, sono tornate a fare nuovamente annunci pubblicitari su X.

    Migliora la situazione di X, ma non del tutto

    La società che detiene X, X Corp., nel corso degli ultimi mesi ha recuperato gran parte dei debiti accumulati ed è stata acquisita da xAI, la società di Musk che realizza il chatbot IA Grok (di cui oggi verrà annunciata una nuova versione Grok 4).

    Gli esperti sostengono che X stia recuperando terreno, migliorando la situazione anche se ancora al di sotto di quella del 2022 pre acquisizione.

    Le previsioni dicono che per il 2025 ci sarà una crescita, su base annua, dei ricavi pubblicitari di X del +16,5 % (16,5 %, pari a $2,26 mld globali) e +17,5 % negli Stati Uniti ($1,31 mld). Un rialzo importante dopo il tonfo del ­–51 % del 2023.

    X ancora centrale per le notizie e la politica

    La stessa piattaforma continua, nonostante tutto, ad essere centrale per la politica, per le notizie e per lo sport. Anche dopo la proliferazione di diverse alternative, alcune valide come Threads o Bluesky, X è ancora molto usata e si dice che abbia superato gli 800 milioni di utenti attivi.

    La situazione delle minacce legali da parte di Musk e di X ha sicuramente portato molte aziende di nuovo sulla piattaforma, anche se molte sono state riportate a bordo proprio dalla Yaccarino. Ma c’è ancora molto da fare.

    Desta qualche perplessità in fatto che la Yaccarino annuncia la sua uscita da X proprio quando Musk ha annunciato il suo nuovo partito “America Party” e proprio nello stesso giorno del grande annuncio di Grok 4.

    Al momento non si sa nulla di probabili successori. Tra i papabili potrebbero esserci nomi come Steve Davis, fidatissimo di Musk, o anche Nick Pickles. Lo sapremo nelle prossime ore o nei prossimi giorni.

    Sicuramente, chiunque prenderà il posto di Linda Yaccarino avrà un compito molto difficile da portare avanti. In un momento molto, ma molto, complicato.

  • Sorpasso dello streaming sulla Tv, un passaggio epocale

    Sorpasso dello streaming sulla Tv, un passaggio epocale

    Secondo Nielsen, a maggio 2025 lo streaming ha superato per la prima volta la TV tradizionale negli USA, raggiungendo quasi il 45% del tempo di visione. Un sorpasso storico che ci dice molto più di quanto sembri: cambia il modo in cui ci informiamo, ci intratteniamo.

    Negli ultimi anni, il modo in cui fruiamo dei contenuti video è cambiato radicalmente.

    Secondo gli ultimi dati Nielsen, a maggio 2025 lo streaming ha rappresentato il 44,8% del tempo totale trascorso davanti allo schermo negli Stati Uniti. Per la prima volta, ha superato la somma delle due principali forme di televisione tradizionale: via cavo e in chiaro.

    Un dato che non lascia spazio a dubbi: lo streaming non è più un’alternativa. È diventato il modo principale con cui le persone si informano, si intrattengono e scelgono cosa vedere.

    Ma cosa significa davvero questo sorpasso?

    Significa che non guardiamo più la TV come una volta. E non si tratta solo di tecnologia. È in atto un cambio culturale profondo. L’utente oggi è protagonista, sceglie quando, come e cosa guardare. Non esiste più il vincolo del palinsesti; non c’è più l’attesa per il programma delle 21. O delle 20:30 per chi lo ricorda. Tutto è on demand. Sempre.

    Non è un caso che le piattaforme più popolari, da YouTube a Netflix, da Twitch a TikTok, siano diventate nel tempo ecosistemi di attenzione, capaci di trattenere gli utenti per ore grazie a un flusso continuo e personalizzato di contenuti.

    Sorpasso dello streaming sulla Tv, un passaggio epocale
    Sorpasso dello streaming sulla Tv, un passaggio epocale

    E questa trasformazione non riguarda solo l’intrattenimento.

    Sempre più persone si informano tramite live streaming, notizie commentate in diretta, creator che costruiscono formati originali dove informazione e opinione si fondono. La differenza tra chi fa TV e chi fa streaming è ormai sempre più sottile. In molti casi, è del tutto svanita.

    Non è più la TV a dettare il tempo dell’informazione o del racconto. È lo streaming a dettare il tempo dell’attenzione.

    Un tempo si diceva “ci vediamo in TV”. Oggi si dice “seguimi in diretta” o “trovi tutto sul mio canale”.

    È il trionfo della logica personalizzata, ma anche della disintermediazione portata forse all’estremo.

    I creator parlano direttamente alle community, saltando tutta la filiera editoriale classica. E in questo scenario, la TV tradizionale – se non evolve – rischia di diventare marginale.

    Naturalmente non tutti gli utenti sono migrati completamente. I contenuti sportivi in diretta e gli eventi di massa continuano ad avere un peso in TV. Ma anche lì, lo streaming avanza. Basti pensare a quanto sia centrale oggi Amazon Prime Video per il calcio o le mosse aggressive di Disney+ per accaparrarsi diritti sportivi.

    In questo scenario, resta da capire se questo sorpasso è solo numerico o se diventerà strutturale, anche nel modo in cui raccontiamo il mondo.

    Perché lo streaming è veloce, adattivo, iper-personalizzato. Ma rischia anche di essere più frammentato, più polarizzato, più schiavo dell’algoritmo.

    La sfida oggi non è solo quella dell’audience. È la sfida della qualità. Se il tempo dell’attenzione si è spostato sulle piattaforme, la responsabilità di chi le popola è ancora più grande.

    Vi invito ad ascoltare l’episodio sul mio canale YouTube, che vi invito a seguire, e anche su Spotify che trovate qui sotto.

  • Trump rinvia ancora la decisione su TikTok, ecco perché

    Trump rinvia ancora la decisione su TikTok, ecco perché

    Trump firma una nuova proroga per TikTok. L’app di ByteDance potrà operare negli Stati Uniti fino al 17 settembre, con protezione legale completa. Vediamo insieme il perché di questa scelta e cosa comporta.

    Come anticipato qualche giorno fa dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, l’amministrazione Trump ha dato il via ad una nuova proroga di 90 giorni a ByteDance, la società cinese proprietaria di TikTok, per completare la cessione delle attività statunitensi della piattaforma.

    Con questo annuncio, il termine inizialmente fissato per il 19 giugno slitta nuovamente, fissando la nuova scadenza al 17 settembre 2025. Si tratta della terza estensione consecutiva da parte della Casa Bianca in meno di sei mesi.

    Una decisione che da un lato permette alla piattaforma di respirare ancora; ma dall’altro apre un fronte di critiche sul piano politico e normativo, alimentando un clima di incertezza attorno alla complessa questione di TikTok negli Usa.

    Una nuova proroga, tra tattica e ambiguità

    La proroga è stata confermata dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt e formalizzata il 20 giugno 2025, con un nuovo ordine esecutivo firmato da Trump.

    Nel testo si stabilisce che TikTok potrà continuare a operare fino al 17 settembre senza subire alcuna azione punitiva, né da parte delle autorità federali né da parte di soggetti statali o privati.

    Il Dipartimento di Giustizia ha ricevuto istruzioni chiare. E quindi, fino a quella data, nessun provvedimento potrà essere intrapreso contro ByteDance o TikTok in relazione alla legge firmata nel 2024.

    Nei fatti, l’applicazione della norma è sospesa completamente, almeno per i prossimi tre mesi.

    Trump rinvia ancora la decisione su TikTok, ecco perché
    Trump rinvia ancora la decisione su TikTok, ecco perché

    L’importanza strategica di TikTok per Trump

    TikTok conta oggi oltre 170 milioni di utenti negli Stati Uniti e rappresenta, a tutti gli effetti, uno dei principali canali di comunicazione digitale per il pubblico più giovane. E non solo.

    Trump, che durante la campagna presidenziale del 2024 ha puntato proprio sulla capacità di raggiungere questa fascia di elettorato, sembra consapevole del rischio politico di una chiusura forzata della piattaforma.

    Ma c’è anche il risvolto del ruolo di TikTok per le piccole e media imprese americane che grazie alla piattaforma cinese hanno creato spazi commerciali, in alcuni casi, vitali.

    La scelta di rinviare ancora non appare solo tecnica, ma profondamente tattica. Infatti, garantisce tempo per eventuali trattative di vendita, ma soprattutto permette di conservare attivo un canale strategico di comunicazione, evitando strappi in un momento politicamente delicato.

    La legge sulla sicurezza nazionale, approvata con ampio consenso bipartisan nell’aprile 2024, prevedeva inizialmente che ByteDance cedesse TikTok entro 270 giorni, con la possibilità di un’unica proroga di 90 giorni.

    Dopo una prima estensione al 19 aprile e una seconda al 19 giugno, quella di oggi rappresenta la terza proroga, e molti osservatori iniziano a parlare apertamente di una sorta di svuotamento della legge.

    Alcuni membri del Congresso, in particolare tra i democratici, hanno espresso forti perplessità. La ripetizione degli ordini esecutivi, secondo loro, mina la credibilità dell’impianto normativo e crea un precedente pericoloso.

    Se una legge così chiara può essere aggirata per decreto, quale sarà il limite nei prossimi casi?

    Nessuna vendita di TikTok all’orizzonte

    Nonostante il tempo guadagnato, la cessione di TikTok non appare proprio all’orizzonte. Le trattative con potenziali acquirenti americani, tra cui gruppi tecnologici e investitori privati, si trovano ancora in fase interlocutoria.

    Le difficoltà non sono solo politiche. La Cina ha imposto paletti normativi che rendono complicata la vendita degli algoritmi alla base della piattaforma, e le autorità statunitensi hanno sollevato dubbi antitrust su alcuni dei soggetti interessati all’acquisto.

    ByteDance, da parte sua, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali negli ultimi giorni, e il rischio concreto è che il rinvio sia solo un modo per guadagnare tempo, senza una reale prospettiva di chiusura dell’operazione.

    Una sospensione senza precedenti

    L’aspetto più rilevante dell’ordine esecutivo firmato oggi è la sospensione totale dell’applicazione della legge. Significa che, non solo il governo federale, ma anche stati e cittadini privati non potranno avviare alcuna azione legale contro TikTok fino al 17 settembre.

    Una clausola che segna un cambio di passo rispetto alle precedenti proroghe, e che mostra chiaramente la volontà di Trump di congelare completamente lo scontro normativo in corso.

    Nel frattempo, la piattaforma continua a operare, i contenuti continuano a circolare e gli investimenti pubblicitari non si sono fermati.

    Ma il clima resta sospeso, in attesa di un chiarimento che, per ora, viene ancora una volta rimandato.

    La strategia di Trump: ritardare e prendere tempo

    L’impressione, ormai sempre più diffusa, è che Trump non voglia risolvere davvero il nodo TikTok, ma preferisca mantenerlo aperto come leva politica.

    Concedendo proroghe continue, infatti, evita il peso di una decisione definitiva, mantiene un rapporto funzionale con una parte rilevante dell’elettorato Usa e, al tempo stesso, può continuare a rivendicare una posizione di fermezza verso la Cina.

    È una strategia che consente di gestire il problema senza chiuderlo, lasciando aperte tutte le opzioni in vista dei prossimi mesi. Una posizione in un equilibrio precario tra diplomazia, campagna elettorale e tutela del consenso.

    La proroga concessa da Trump a TikTok — ora formalizzata e completa di protezione legale fino al 17 settembre — è solo l’ultimo atto di una vicenda che si trascina da oltre un anno e che continua a mescolare comunicazione, geopolitica, tecnologia e diritto.

    TikTok resta operativa, ma in uno scenario sempre più sospeso, dove nessuna soluzione è definitiva e dove ogni decisione, più che rispondere a un principio, sembra seguire una convenienza.

    Nei prossimi mesi scopriremo se questa nuova finestra sarà davvero usata per costruire una via d’uscita oppure se ci troveremo, ancora una volta, di fronte all’ennesimo rinvio.

  • Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere

    Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere

    La tragedia in Francia e l’iniziativa di Macron riaccendono sull’età minima per accedere ai social media. Tra divieti, educazione all’uso delle piattaforme e salute mentale, l’UE è chiamata a decidere. E a farlo in fretta.

    Si torna a parlare del rapporto tra adolescenti e piattaforme digitali, tra giovani e social media. E purtroppo, ancora una volta, lo si fa in seguito a eventi tragici. L’attenzione in questi giorni è puntata su quanto accaduto in Francia, mentre alcuni hanno provato a collegare anche la recente tragedia avvenuta in Austria. Ma al momento, va detto chiaramente, non ci sono evidenze che leghino direttamente quel fatto all’uso dei social.

    Il caso francese e l’intervento di Macron

    Diverso è il caso francese, che ha riportato in primo piano la discussione sul legame tra uso delle piattaforme digitali e fragilità adolescenziale. A rilanciarlo è stato direttamente il presidente Emmanuel Macron, intervenuto in modo netto e deciso dopo l’ennesimo episodio di violenza in ambito scolastico.

    Un ragazzo di 14 anni ha aggredito e ucciso, con una violenza inaudita, una bidella nella scuola che frequentava. La donna stava controllando lo zaino del ragazzo. Una prassi. Ma la reazione del giovane è stata tanto brutale quanto incomprensibile.

    Di fronte a questo fatto, Macron ha annunciato l’intenzione di introdurre una legge nazionale che vieti l’accesso ai social media ai minori di 15 anni. Insieme al ministro per il Digitale, ha rivolto un ultimatum all’Unione Europea: se entro tre mesi non verrà adottata una norma comune, la Francia procederà autonomamente. Una posizione netta, che riaccende un dibattito già esistente ma spesso eluso.

    Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere
    Social media e adolescenti, è arrivato il momento di decidere

    Un grande problema che si è acuito con la pandemia

    Questa discussione non nasce oggi. Già prima della pandemia c’erano segnali evidenti, ma è stato durante i lunghi mesi di isolamento che il digitale è diventato l’unico spazio possibile per studiare, lavorare, comunicare. Un’accelerazione improvvisa che ha portato benefici, certo, ma anche squilibri che oggi si manifestano con forza.

    Nel 2021, lo ricorderete, il Wall Street Journal pubblicò documenti interni di Meta – i cosiddetti “Facebook Papers”, che dimostravano come Instagram fosse ritenuto pericoloso, soprattutto per le ragazze adolescenti.

    La piattaforma alimentava un senso costante di inadeguatezza, spingendo a rincorrere modelli estetici irraggiungibili, associati a una forma distorta di approvazione sociale. Il risultato? Un aumento della pressione psicologica e un impatto diretto sulla salute mentale.

    Oggi, a distanza di anni, Instagram prova a ricalibrare il proprio approccio.

    Tra maggio e giugno 2025 ha lanciato una campagna rivolta all’Unione Europea, chiedendo che la verifica dell’età degli utenti avvenga già nei negozi digitali, App Store e Google Play, prima ancora del download.

    L’obiettivo dichiarato è quello di evitare dichiarazioni d’età fittizie e garantire un accesso più responsabile.

    L’UE potrebbe partire dal DSA

    Ma questo è solo un pezzo del problema. Perché in Europa esiste già il Digital Services Act, entrato in vigore nel 2022, che impone obblighi di trasparenza alle piattaforme. Tuttavia, non prevede ancora un sistema chiaro e vincolante per la verifica dell’età. E così, mentre alcuni Paesi come Francia, Spagna, Grecia e Danimarca cercano di armonizzare gli interventi, a livello europeo manca ancora un’azione realmente coordinata.

    Social media e adolescenti, caso Australia 

    C’è poi il caso dell’Australia, che ha adottato una delle normative più radicali: dal 2025 vigerà il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni. Una legge chiara, che prevede sanzioni fino a 50 milioni di dollari australiani per le piattaforme che non si adeguano. Anche qui, la spinta è arrivata da un’opinione pubblica sempre più consapevole dei rischi a cui sono esposti i più giovani.

    Ma è davvero il divieto la soluzione definitiva?

    No. E serve dirlo con chiarezza. Vietare, da solo, non basta. Occorre educare. Occorre formare. Occorre accompagnare i ragazzi verso un uso più consapevole e responsabile dei media digitali. Serve dare loro gli strumenti per riconoscere e gestire la pressione che deriva da un’esposizione costante ai contenuti e ai giudizi degli altri.

    Istruzioni e attenzione all’uso più forte dei divieti

    Stiamo parlando di effetti concreti: calo dell’attenzione, reazioni emotive eccessive, incapacità di gestire frustrazioni e situazioni complesse.

    Tutti elementi che pesano enormemente sulla crescita personale, e che possono portare, come purtroppo abbiamo visto, a conseguenze gravi, talvolta irreparabili.

    Su questo dovrebbe riflettere la politica. Ed è qui che le istituzioni devono agire, non con reazioni di pancia, ma con strumenti efficaci e coerenti. Perché il problema è reale, ed è sempre più grande.

    Oggi è il momento delle decisioni. Decisioni che devono mettere al centro il benessere dei nostri ragazzi. Basta inseguire like, basta inseguire l’effimero. Perché l’effimero scompare. Ma i nostri figli restano. E la loro salute mentale conta più di qualsiasi algoritmo.

  • Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    Dopo 130 giorni si chiude l’incarico di Elon Musk nel governo USA alla guida del DOGE. Un esperimento tra riforme mancate e crisi aziendali, che ridefinisce i confini della sua leadership pubblica.

    Elon Musk ha ufficialmente concluso il suo incarico governativo con un annuncio pubblicato sulla piattaforma X.

    Un messaggio essenziale, nel quale ha ringraziato per l’opportunità ricevuta e sottolineato l’impegno profuso nel promuovere l’efficienza del governo federale.

    Una chiusura che segna la fine di un’esperienza breve ma densa di implicazioni politiche, economiche e non senza polemiche.

    Elon Musk e DOGE, incarico a tempo

    L’incarico, come previsto dalla normativa federale statunitense, era stato concepito sin dall’inizio come temporaneo. Musk era stato inquadrato come special government employee, una figura prevista per consentire a personalità esterne al governo di collaborare su obiettivi specifici per un massimo di 130 giorni all’anno.

    Il suo mandato si è concluso proprio allo scadere di questo limite. Ma la sua uscita arriva anche dopo settimane segnate da crescenti tensioni all’interno dell’amministrazione.

    Durante i quattro mesi trascorsi alla guida del DOGE, il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, Musk ha lanciato un programma ambizioso di tagli alla spesa pubblica.

    Ecco perché Elon Musk lascia l'amministrazione Trump
    Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    DOGE, un piano molto ambizioso

    L’obiettivo dichiarato era ridurre 2.000 miliardi di dollari di sprechi nel bilancio federale. Ma l’effettivo risparmio ottenuto si è fermato a circa 150 miliardi. Il divario tra l’intenzione iniziale e il risultato finale ha evidenziato quanto sia complesso intervenire nella macchina statale con logiche da impresa tecnologica, se non da startup.

    Un momento di rottura si è verificato con la pubblicazione della nuova legge di bilancio proposta dal presidente Trump, che ha previsto una spesa complessiva superiore a 6 trilioni di dollari. Musk ha criticato la manovra, ritenendola contraria alla missione del DOGE e accusandola di aggravare il deficit federale. La sua affermazione – “può essere grande o bella, ma non entrambe” – ha sintetizzato un dissenso ormai evidente.

    Elon Musk e il difficile momento delle sue aziende

    Nel frattempo, le sue aziende affrontavano un periodo difficile.

    Tesla ha registrato un calo dei profitti pari al 71% nel primo trimestre del 2025, accompagnato da un crollo delle vendite.

    Gli investitori hanno reagito negativamente, percependo l’impegno politico di Musk come una fonte di distrazione e instabilità.

    Per non parlare poi delle tensioni aziendali generate dalle posizioni politiche tenute da Musk in questi mesi. In molte occasioni ci sono state speculazioni che parlavano di malumori degli investitori di Tesla intenti a cercare un nuovo CEO.

    Elon Musk e il suo esperimento governativo

    La conclusione dell’esperienza governativa non rappresenta solo la chiusura di un ruolo formalmente a tempo, ma anche la fine di un esperimento. Musk ha provato a estendere la propria influenza alla sfera istituzionale, portando dentro le logiche del potere pubblico l’approccio rapido e semplificato della cultura tech.

    L’esito, almeno in questa fase, è stato parziale. La struttura federale ha mostrato resistenza, le tensioni interne hanno prevalso e le sue aziende hanno sofferto.

    Con il ritorno a tempo pieno alla guida delle sue imprese, Musk archivia una parentesi che non ha riformato l’apparato statale, ma ha contribuito a ridefinire i confini della leadership contemporanea. Una leadership che si muove tra tecnologia, mercato e rappresentazione pubblica, generando nuove tensioni tra ciò che si intende per efficienza e ciò che significa visione nel concreto.

    La sua uscita dal governo, pur essendo prevista, assume oggi un significato evidente. Il ritorno a una dimensione imprenditoriale che resta centrale nella narrazione globale, ma segnata, in questa fase, da un bilancio governativo in chiaroscuro.

  • Anche su Threads si possono aggiungere fino a 5 link nella bio

    Anche su Threads si possono aggiungere fino a 5 link nella bio

    Threads introduce la possibilità di inserire fino a 5 link nella bio del profilo, ampliando le opportunità per creator e brand. Una funzione già introdotta su Instagram due anni fa.

    Threads continua ad evolversi, e lo fa introducendo una funzionalità che potrebbe segnare un nuovo passo verso la maturità della piattaforma. Da oggi è possibile inserire fino a cinque link nella bio del proprio profilo.

    Una funzionalità che strizza l’occhio a creator, brand e professionisti, offrendo loro uno strumento in più per rendere più completa e utile la propria presenza sulla piattaforma.

    Una possibilità che già conosciamo bene, perché Instagram l’aveva introdotta due anni fa, nel 2023, come scritto in questo articolo: Instagram, è ora possibile inserire fino a 5 link nella bio.

    Oggi quella stessa logica viene estesa anche a Threads, in quella che si delinea sempre di più come un’integrazione strategica tra le due piattaforme.

    Anche su Threads si possono aggiungere fino a 5 link nella bio
    Anche su Threads si possono aggiungere fino a 5 link nella bio

    Su Threads una bio più ricca e più utile

    L’annuncio è arrivato direttamente da Meta attraverso questo post pubblicato nel mese di marzo, dove si illustrano alcune nuove funzioni pensate per rendere Threads un’esperienza più personalizzata e controllabile da parte dell’utente.

    Ma è nelle ultime settimane che questa funzionalità ha cominciato a essere distribuita su larga scala, come confermato da TechCrunch e Social Media Today, tra gli altri.

    A cosa serve (davvero) avere più link

    Poter inserire più link significa offrire più strade per chi visita il profilo: il link alla newsletter, al sito ufficiale, a un articolo appena pubblicato, a un prodotto, ad un’altra piattaforma.

    Una strategia che aiuta i creator a non essere costretti a scegliere e a non dipendere da soluzioni esterne come Linktree o simili.

    L’interfaccia per aggiungere i link è semplice e intuitiva. Si va su “Modifica profilo” e si può aggiungere, come ricordato prima, fino a cinque link, ciascuno con una breve descrizione.

    Una funzione pensata per chi crea contenuti

    Oltre alla possibilità di aggiungere più link, Meta ha anche introdotto strumenti di analisi per monitorare il numero di clic che ogni link riceve.

    È una novità importante soprattutto per chi lavora in ottica di performance e engagement, perché consente di capire quali contenuti funzionano meglio e come ottimizzare le strategie di pubblicazione.

    Threads, una direzione sempre più chiara

    Threads, lanciata come piattaforma “testuale” in risposta all’evoluzione (o involuzione) di X, sta trovando, piano piano, una sua identità.

    Non è solo il luogo dove si può postare, ma sta diventando sempre più, tra mille cose ancora da sistemare, uno spazio utile per comunicare in modo professionale, per integrare diversi canali e per offrire valore a chi ci segue.

    L’apertura ai 5 link nella bio è solo un tassello, ma dice molto sulla visione a medio termine. E cioè rendere Threads più flessibile, più utile e più integrata in un ecosistema, quello di Meta, che vuole trattenere utenti e creator offrendo loro sempre più strumenti.