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  • X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri

    X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri

    X dichiara 1 miliardo di dollari in ricavi annuali dagli abbonamenti Premium. Ma i numeri raccontano una storia più complessa, tra promesse non mantenute e contraddizioni sui dati degli utenti.

    X, per voce di Nikita Bier, responsabile di prodotto, sostiene di aver realizzato 1 miliardo di dollari in ricavi ricorrenti annualizzati dagli abbonamenti. La notizia è stata data durante una riunione plenaria di xAI tenutosi martedì scorso.

    La notizia, riportata da The Information, è stata immediatamente rilanciata come un successo. Ma come spesso accade con i numeri che escono dall’orbita di Musk, vale la pena guardarci dentro con attenzione.

    Un dato da contestualizzare

    Il primo elemento da chiarire riguarda la natura del dato. Si tratta infatti di annualized recurring revenue, ossia una proiezione basata sul ritmo attuale dei ricavi, non di un consuntivo certificato.

    È una metrica usata dalle aziende in crescita per mostrare il potenziale, ma che può sovrastimare la realtà se il trend non si mantiene costante.

    Il secondo elemento è il contesto. A inizio 2025, gli utenti abbonati ai servizi Premium erano circa 650.000, vale a dire meno dello 0,2% dei 580 milioni di utenti attivi mensili dichiarati all’epoca.

    Stime indipendenti indicavano ricavi da abbonamenti intorno ai 200 milioni di dollari all’anno. Un miliardo rappresenterebbe quindi una crescita di cinque volte in meno di dodici mesi. Possibile, ma il dato non è verificabile dall’esterno, visto che X è una società privata e non pubblica bilanci.

    Come nota Social Media Today, il miliardo resta comunque lontano dai ricavi pubblicitari, che nel 2024 rappresentavano ancora circa il 68% del fatturato totale di X, stimato intorno ai 2,5 miliardi di dollari.

    Per un confronto: Snapchat ha dichiarato 750 milioni di dollari da Snapchat+ (la versione a pagamento dell’app di Evan Spiegel che offre l’accesso a funzionalità esclusive, sperimentali e in anteprima) nel 2025. Il traguardo di X è quindi plausibile, ma non rappresenta la svolta che la narrazione interna vorrebbe suggerire.

    X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri
    X e 1 miliardo di dollari di abbonamenti, cosa dicono davvero i numeri

    Il dubbio sul numero degli utenti di X

    Nello stesso meeting, Musk ha fornito dati sugli utenti che meritano un’analisi attenta. Ha parlato di “1 miliardo di utenti”, ma la cifra si riferisce alle app installate, non agli utenti attivi.

    Gli utenti attivi mensili, ha ammesso lo stesso Musk, sono “in media circa 600 milioni”. Ma c’è di più: pochi giorni prima, lo stesso Bier aveva scritto su X di occuparsi del supporto clienti per “500 milioni di persone”.

    Quindi X ha 500 milioni, 600 milioni o un miliardo di utenti? Dipende da come si vogliono presentare i numeri.

    È un esempio di quella che potremmo chiamare la contabilità creativa della comunicazione di Musk: i dati vengono selezionati e presentati per costruire la narrazione più favorevole, lasciando agli osservatori esterni il compito di ricostruire il quadro reale.

    Come avevo già analizzato in un precedente approfondimento sulla situazione di X, la piattaforma ha vissuto un’emorragia di utenti e inserzionisti dopo l’acquisizione del 2022. I segnali di ripresa ci sono, ma vanno letti con cautela.

    Grok e la monetizzazione di uno scandalo

    Va detto che sull’aumento dei ricavi da abbonamenti gioca un peso anche Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da xAI e integrata in X. L’IA generativa può essere usata anche senza abbonamento ma con forti limitazioni d’uso, ma evidentemente con abbonamento come Premium e Premium + (38 euro al mese effettuando il pagamento da web) le possibilità aumentano.

    E ricorderete anche come Grok sia stato di recente al centro di uno scandalo per via della generazione di immagini con richieste testuali senza alcun controllo e senza alcun consenso, sfociando in deepfake a sfondo sessuale.

    Ricorderete anche che per limitarlo da un utilizzo esteso a tutti con tutto quello a cui abbiamo assistito, la possibilità di generare immagini con richieste testuali pubbliche sia adesso limitata a chi ha almeno un abbonamento Premium.

    Un modo per monetizzare anche su uno scandalo che ancora non si è esaurito del tutto.

    X Money è quasi realtà

    Nello stesso meeting, Musk ha annunciato che X Money, il sistema di pagamenti integrato, entrerà in beta esterna “entro uno o due mesi”. Secondo quanto riportato da Cointelegraph, Musk lo ha descritto come “la fonte centrale di tutte le transazioni monetarie”.

    Nel 2023, Musk aveva dichiarato che sarebbe stato “sconvolgente” se X non avesse avuto i trasferimenti di denaro operativi entro fine 2024. Siamo arrivati a febbraio 2026 e forse il progetto tanto ambito da Musk potrebbe arrivare.

    Va anche rilevato come X non abbia ancora ottenuto la licenza di trasmissione di denaro nello stato di New York, requisito fondamentale per operare su scala nazionale negli Stati Uniti.

    Per Musk si tratterebbe di un ritorno alle origini, dato che nel 1999 aveva co-fondato X.com, poi diventata PayPal. Ma tra le ambizioni dichiarate e la realtà operativa c’è spesso un divario significativo. Le tempistiche di Musk sono notoriamente ottimistiche, e i precedenti suggeriscono cautela.

    Il contesto: fusioni, acquisizioni e consolidamento

    Il dato sugli abbonamenti arriva in un momento di grande movimento per l’ecosistema di Musk.

    Nel marzo 2025, xAI ha acquisito X Corp. in una transazione che valutava il social network 33 miliardi di dollari, circa 12 miliardi in meno rispetto ai 44 pagati nell’ottobre 2022. La settimana scorsa, SpaceX ha acquisito xAI, creando un’entità combinata valutata 1,25 trilioni di dollari.

    Nikita Bier, l’uomo che ha annunciato il traguardo del miliardo, è entrato in X come head of product a fine giugno 2025.

    È noto per aver creato app virali come TBH e Gas, entrambe acquisite rispettivamente da Meta e Discord. La sua specialità è creare prodotti che generano engagement e conversioni.

    Il meeting in cui sono stati annunciati questi numeri arrivava dopo l’uscita di diversi dirigenti da xAI, e aveva tutta l’aria di un esercizio di rassicurazione interna ed esterna.

    I numeri nel contesto

    I numeri dichiarati da X

    • Ricavi annualizzati da abbonamenti: 1 miliardo di dollari (proiezione)
    • Utenti attivi mensili: 600 milioni (o 500 milioni, secondo Bier)
    • App installate: oltre 1 miliardo
    • Abbonati Premium stimati a inizio 2025: circa 650.000
    • Ricavi totali 2024: circa 2,5 miliardi di dollari
    • Quota ricavi da pubblicità: 68%
    • Debito ereditato dall’acquisizione: circa 12 miliardi di dollari

    Il trend più ampio: tutti verso gli abbonamenti

    Il caso di X si inserisce in una tendenza più ampia che coinvolge tutte le principali piattaforme. Come sottolinea un’analisi di Social Media Today, Meta ha lanciato Meta Verified per Facebook, Instagram e Threads. Snapchat ha Snapchat+. LinkedIn sta ampliando la sua offerta Premium. YouTube sta spostando sempre più funzionalità dietro paywall. Instagram sta valutando un’offerta simile a Snapchat+ per i più giovani.

    Nel 2023 Musk aveva previsto questa evoluzione, sostenendo che il social a pagamento sarebbe diventato “l’unico social media che conta”. L’argomentazione era legata alla lotta ai bot, ma nell’era dell’intelligenza artificiale generativa quella logica assume contorni diversi.

    C’è però un limite strutturale che nessuna piattaforma può ignorare. Il valore pubblicitario dipende dalla massima reach possibile, e la reach evidentemente richiede accesso gratuito per la maggioranza degli utenti.

    Nessuna piattaforma digitale può oggi permettersi di passare a un modello interamente a pagamento senza perdere la propria base utenti. E, di conseguenza, il modello ibrido sembra l’unica strada percorribile.

    Le contraddizioni dietro i numeri

    Quasi contemporaneamente ai momenti in cui veniva annunciato il miliardo dagli abbonamenti, X ha rimosso la modalità “dim” dall’interfaccia desktop, lasciando agli utenti solo la scelta tra sfondo bianco e nero totale. La modalità a luci soffuse, più riposante per gli occhi, non è più disponibile.

    Quando gli utenti hanno iniziato a chiedere spiegazioni, la risposta di Nikita Bier è stata rivelatrice: X non può permettersi di supportare “più di due colori”. E alla replica di chi trovava la spiegazione bizzarra, Bier ha chiarito: a differenza di Meta, Google e Microsoft, che hanno decine di migliaia di dipendenti, il team di X che lavora sul prodotto “è di 30 persone”.

    Una risposta sarcastica, ma che dice molto sulla realtà operativa della piattaforma. Si stima che oggi X abbia circa 2.800 dipendenti totali, più dei 1.500 rimasti dopo i tagli iniziali di Musk, ma lontanissimi dai 7.500 dell’era Twitter.

    E se un miliardo di dollari in abbonamenti non basta a mantenere tre opzioni di colore, qualche domanda sulla sostenibilità del modello è legittima.

    Il vero punto della questione di X

    Il miliardo di dollari dagli abbonamenti è un dato che va registrato, certo. Ma va anche contestualizzato. Come ho cercato di spiegare qui, si tratta di una proiezione, non un consuntivo.

    Arriva da un’azienda che non pubblica bilanci e che ha una storia di numeri presentati in modo selettivo. Si inserisce in una strategia che punta a ridurre la dipendenza dalla pubblicità, ma che finora non ha raggiunto gli obiettivi dichiarati.

    X sta cambiando, questo è ormai evidente a tutti ed è anche scontato ripeterlo. Ma la direzione non è ancora chiara, e le dichiarazioni di Musk hanno un andamento che invita alla prudenza.

  • SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari

    SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari

    SpaceX assorbe xAI creando un colosso privato da 1,25 trilioni di dollari. Un’operazione che intreccia spazio, AI, piattaforme e istituzioni, ponendo interrogativi su potere, controllo e supervisione.

    SpaceX ha annunciato l’acquisizione di xAI. Non si tratta della solita operazione tra startup della Silicon Valley, ma è qualcosa di diverso. SpaceX, l’azienda che ha rivoluzionato il settore spaziale con i razzi riutilizzabili e che oggi domina il mercato dei lanci orbitali, ha assorbito xAI, la società di intelligenza artificiale che controlla anche X, l’ex Twitter. Il risultato è un’entità privata dal valore stimato di 1,25 trilioni di dollari, destinata a diventare la più grande azienda privata al mondo.

    Elon Musk ha commentato l’operazione parlando di “il motore di innovazione più ambizioso e verticalmente integrato sulla Terra (e fuori)”, un motore di innovazione che combina AI, razzi, internet satellitare e quella che lui definisce “la piattaforma di informazione in tempo reale e libertà di parola più importante al mondo“, cioè X.

    Ma dietro la retorica della visione di Musk, ci sono numeri e fatti che ci mostrano una storia più complessa.

    SpaceX e xAI, i numeri dell’operazione

    SpaceX era stata valutata circa 800 miliardi di dollari nell’ultima vendita secondaria di azioni, a dicembre 2025. xAI aveva raggiunto i 230 miliardi nel round di finanziamento da 20 miliardi chiuso a gennaio 2026, con investitori come Nvidia, Fidelity, il Qatar Investment Authority e il fondo di Abu Dhabi MGX.

    La valutazione combinata dell’entità post-fusione è stimata a 1,25 trilioni di dollari, una cifra che incorpora le aspettative del mercato in vista dell’IPO prevista per metà giugno 2026. Se confermata, sarebbe una delle più grandi quotazioni della storia, superiore al record di Saudi Aramco del 2019.

    I dati fondamentali delle due aziende sono però molto diversi.

    SpaceX ha generato nel 2025 ricavi stimati tra 15 e 16 miliardi di dollari, con profitti intorno agli 8 miliardi secondo Reuters. Starlink conta oltre 9 milioni di clienti e più di 9.000 satelliti in orbita. È un’azienda che funziona. xAI è un’altra storia.

    Secondo quanto riporta Bloomberg, la società brucia circa un miliardo di dollari al mese. Nel terzo trimestre del 2025 ha registrato una perdita netta di 1,46 miliardi, in aumento rispetto al miliardo del primo trimestre. Nei primi nove mesi dell’anno ha consumato 7,8 miliardi di dollari in cassa. I ricavi si attestano a 107 milioni nel Q3 2025, in crescita ma lontani anni luce dai costi.

    SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari
    SpaceX acquisisce xAI, nasce un colosso da 1,25 trilioni di dollari

    I fondi QIA e MGX

    Per inciso, il Qatar Investment Authority e il fondo di Abu Dhabi MGX non sono nomi che passano inosservati.

    Il Qatar Investment Authority ha investito 375 milioni di dollari nell’acquisizione di Twitter da parte di Musk nel 2022. È coinvolto anche in xAI all’interno di un investimento, round E, da 20 miliardi.

    Il fondo di Abu Dhabi MGX detiene il 15% di TikTok US, l’app appena varata negli Usa che sostituisce TikTok. Lo stesso MGX, come il Qatar Investment Authority, ha investito anche in xAI in un round E da 20 miliardi. Ha investito anche nel consorzio che ha appena acquistato Aligned Data Centers per 40 miliardi insieme a Nvidia, Microsoft, BlackRock e xAI stessa.

    Il significato di questa acquisizione

    Per comprendere meglio cosa significa questa acquisizione bisogna ricostruire la catena di controllo.

    Nel marzo 2025, xAI ha acquisito X (ex Twitter) con un’operazione all-stock da 33 miliardi di dollari. Da quel momento, la piattaforma social e il chatbot Grok sono diventati parte della stessa entità. Ora xAI viene assorbita da SpaceX.

    Questo significa che SpaceX controlla adesso razzi e lanci orbitali, la costellazione Starlink con i suoi 9.000 satelliti, la piattaforma X con i suoi dati e il suo algoritmo, e Grok, l’intelligenza artificiale che alimenta X e che è integrata nei sistemi del Pentagono.

    Infatti, a gennaio 2026, il Dipartimento della Difesa americano ha annunciato una partnership con xAI per integrare Grok nella piattaforma governativa GenAI.mil. Il contratto, del valore di 200 milioni di dollari, prevede che circa tre milioni di dipendenti militari e civili del Penatgono abbiano accesso a Grok, con la capacità di elaborare “insight globali in tempo reale dalla piattaforma X”.

    Tesla per il momento è fuori

    La Tesla per il momento resta fuori dalla fusione, ma non è estranea alla vicenda. Il 16 gennaio 2026, Tesla ha investito 2 miliardi di dollari in xAI come parte del round Series E.

    L’investimento è stato annunciato nonostante gli azionisti Tesla avessero votato contro una proposta simile a novembre 2025. Il voto non vincolante aveva raccolto più voti favorevoli che contrari, ma le astensioni, trattate come voti negativi secondo lo statuto societario, avevano fatto fallire la proposta. Il board ha proceduto comunque.

    C’è anche una causa in corso. Alcuni azionisti Tesla hanno citato Musk per violazione dei doveri fiduciari, sostenendo che avrebbe dirottato risorse e talenti da Tesla verso xAI, un’azienda privata in cui detiene una quota di controllo maggiore. La causa era già in corso quando Tesla ha effettuato l’investimento.

    Ora quegli stessi 2 miliardi di dollari degli azionisti Tesla sono di fatto confluiti in SpaceX attraverso l’acquisizione. Gli azionisti Tesla possiedono indirettamente una piccola quota di SpaceX, senza aver mai votato per questo.

    C’è chi parla apertamente di una vera e propria operazione di salvataggio. xAI stava bruciando cassa a ritmi difficilmente sostenibili e l’ingresso nell’orbita SpaceX le garantisce l’accesso a un’azienda profittevole e, soprattutto, una possibile via d’uscita per gli investitori in vista di una futura quotazione.

    Non a caso, in molti richiamano il precedente dell’acquisizione di SolarCity da parte di Tesla nel 2016, letta allora, e ancora oggi, come un’operazione di sistema più che come una semplice scelta industriale.

    La visione dei data center orbitali

    Musk giustifica l’operazione con una visione futuristica. Nel comunicato, ha scritto che “la domanda globale di elettricità per l’AI semplicemente non può essere soddisfatta con soluzioni terrestri, nemmeno nel breve termine, senza imporre disagi alle comunità e all’ambiente”. La soluzione di cui Musk ha parlato anche al recente World Economic Forume di Davos, è spostare di data center nello spazio e alimentarli attraverso energia solare costante.

    SpaceX ha già chiesto alla FCC l’autorizzazione per lanciare fino a un milione di satelliti per questo scopo.

    Musk sostiene che “entro 2-3 anni, il modo più economico per generare AI compute sarà nello spazio”. Gli analisti sono scettici. Le sfide tecniche sono enormi, dalla latenza ai danni da radiazioni, dalla manutenzione impossibile all’obsolescenza rapida dell’hardware.

    Il punto, probabilmente, è un altro.

    Legare SpaceX alla crescente domanda di infrastruttura per l’intelligenza artificiale, con la possibilità di considerare xAI come primo grande utilizzatore interno, consente di attribuire a SpaceX una nuova cornice di valutazione e, allo stesso tempo, di iniziare a far percepire l’infrastruttura in orbita come una possibile risposta ai limiti che l’AI sta cominciando a incontrare sulla Terra.

    È una dinamica perfettamente coerente con il modo di pensare di Musk: non presentare soluzioni già compiute, ma rendere un’idea abbastanza concreta da permettere al mercato di iniziare a darle un prezzo.

    Il vero senso di questa operazione

    L’acquisizione di xAI da parte di SpaceX non è una semplice fusione tra due aziende tecnologiche. Ma è la creazione di un’entità che possiamo ben definire senza precedenti, che combina capacità spaziali, infrastruttura di comunicazione globale, piattaforma social, intelligenza artificiale e contratti governativi sensibili.

    Tutto sotto il controllo di una singola persona. Il patrimonio netto di Musk, già il più alto al mondo, supera i 670 miliardi di dollari. Con l’IPO di SpaceX, potrebbe diventare il primo trilionario della storia.

    A questo punto sorge spontaneo chiedersi che tipo di supervisione si possa esercitare su un’entità di questo tipo.

    Ricapitolando: SpaceX lancia i satelliti nello spazio, anche satelliti militari americani; Starlink fornisce connettività ovunque nel mondo, anche alle forze armate in zona di guerra; Grok, tra le altre cose, analizza dati per il Pentagono attingendo ai flussi di X; X, a sua volta, determina quali contenuti hanno visibilità per centinaia di milioni di persone.

    Tutto questo fa capo a un unico proprietario.

    Non è fantascienza, ma è realtà.

  • Come cambia l’algoritmo di X con Grok nel 2026

    Come cambia l’algoritmo di X con Grok nel 2026

    Il nuovo algoritmo di X basato su Grok è ora pubblico su GitHub. Ho provato cosa contiene il repository, a spiegare cosa cambia rispetto al 2023 e quali sono le implicazioni concrete per utenti e creator.

    Come certamente ricorderete, a ottobre 2025 Elon Musk annunciava che entro poche settimane l’algoritmo di X sarebbe stato interamente gestito dall’intelligenza artificiale Grok, eliminando tutte le euristiche manuali. Oggi, a distanza di due mesi, quel codice è pubblico, disponibile su GitHub nel repository xai-org/x-algorithm.

    Non è la prima volta che X rende disponibile il proprio algoritmo. Era già capitato nel 2023, poco dopo l’acquisizione di Twitter, quando Musk aveva già pubblicato il codice sorgente del sistema di raccomandazione. Ma quello che vediamo oggi è qualcosa di completamente diverso. Non si tratta di un aggiornamento incrementale, ma ci troviamo di fronte ad una riscrittura totale dell’architettura.

    L’obiettivo di questo articolo è analizzare cosa contiene il repository, osservare e riportare cosa cambia rispetto al sistema precedente e quali sono le implicazioni concrete per chi usa la piattaforma. Non si tratta di una considerazione tecnica, ma di comprendere insieme cosa cambia il nuovo algoritmo di X gestito da Grok, l’intelligenza artificiale di xAI.

    Breve cenno all’algoritmo del 2023

    Nell’agosto 2023, in un articolo sempre qui su questo blog, intitolato Come funziona il nuovo algoritmo di Twitter/X, avevo analizzato il funzionamento del sistema di raccomandazione introdotto da Musk.

    Quel sistema si basava ancora su euristiche manuali, ovvero regole fisse definite dagli sviluppatori che assegnavano pesi specifici alle diverse interazioni.

    Le risposte ai tweet valevano quanto 27 tweet normali. I reply dell’autore a una risposta arrivavano a pesare come 75 tweet. I link esterni venivano penalizzati perché la piattaforma tendeva a favorire contenuti interni. Gli hashtag, simbolo storico di Twitter, stavano progressivamente perdendo rilevanza.

    Era già evidente, allora, quello che avevo definito “algoritmo del proprietario“: un sistema progettato per rispecchiare la visione di Musk, orientando i contenuti verso i suoi principi e le sue priorità. La trasparenza del codice non eliminava questo problema, semplicemente lo rendeva visibile a tutti.

    Come cambia l'algoritmo di X con Grok nel 2026
    Come cambia l’algoritmo di X con Grok nel 2026

    L’annuncio nel nuovo algoritmo basato su Grok

    A ottobre 2025, con un altro articolo su questo blog intitolato Come l’algoritmo di X sarà gestito dalla IA Grok, avevo raccontato l’annuncio di Musk: entro 4-6 settimane tutte le euristiche manuali sarebbero state eliminate. L’intero sistema sarebbe stato affidato a Grok, l’intelligenza artificiale sviluppata da xAI.

    Da quello che in quel momento era dato sapere, Grok avrebbe analizzato ogni post, immagine e video pubblicati su X, oltre 100 milioni di contenuti al giorno, per valutarne la qualità e abbinarli agli interessi degli utenti. Gli utenti avrebbero potuto interagire con Grok per regolare il proprio feed. I pesi del modello sarebbero stati pubblicati per garantire trasparenza.

    Oggi possiamo verificare cosa è stato effettivamente realizzato.

    Cosa contiene il repository

    Il repository xai-org/x-algorithm, pubblicato su GitHub sotto licenza Apache 2.0, contiene il codice sorgente dell’algoritmo che alimenta il feed “Per Te” di X. Il sistema è scritto principalmente in Rust (62,9%) e Python (37,1%) e si articola in quattro componenti principali.

    Home Mixer: il coordinatore

    È il livello di orchestrazione che assembla il feed. Coordina tutte le fasi del processo: recupero dei contenuti potenzialmente rilevanti, arricchimento dei dati, filtraggio, processo di valutazione e selezione finale. Espone un endpoint gRPC, ossia che restituisce i post ordinati per rilevanza.

    Thunder: i contenuti della tua rete

    Un sistema di archiviazione in memoria che traccia i post recenti degli account che si seguono. Il sistema si aggiorna in tempo reale e mantiene sezioni separate per post originali, reply, repost e video. Garantisce ricerche sotto il millisecondo senza interrogare database esterni.

    Phoenix: il cuore dell’intelligenza artificiale

    È il componente ML centrale, derivato da Grok-1. Svolge due funzioni distinte.

    La prima è il “recupero dei post”, basato su un modello Two-Tower. Trova post rilevanti fuori dalla rete di un utente. Una torre codifica le caratteristiche dell’utente e la sua storia di engagement, l’altra codifica tutti i post con gli interessi dell’utente per trovare quelli più affini. Una ricerca per similarità restituisce i contenuti più affini agli interessi degli utenti.

    La seconda è il ranking, il modello valuta ogni post in modo indipendente, assegnando un punteggio che non dipende dagli altri contenuti presenti nella stessa sessione di analisi. Predice le probabilità di engagement per ogni post. Durante l’inferenza, i candidati non possono “vedersi” tra loro, così il punteggio di un post non dipende dagli altri post analizzati nello stesso momento.

    Candidate Pipeline: il sistema di selezione

    Un framework riutilizzabile per costruire pipeline di raccomandazione. Definisce interfacce standardizzate per Source (recupero dei post potenziali), Hydrator (arricchimento dati), Filter (rimozione contenuti ineligibili), Scorer (calcolo punteggi) e Selector (ordinamento e selezione finale).

    Come funziona il ranking del nuovo algoritmo di X

    Il modello Phoenix predice probabilità per 15 tipi di azioni diverse.

    Non si limita a stimare se ad un utente piacerà un contenuto, ma calcola quanto è probabile che l’utente compia ciascuna di queste azioni: mettere like, rispondere, ripostare, citare, cliccare, visitare il profilo dell’autore, guardare un video, espandere una foto, condividere, soffermarti sul contenuto, seguire l’autore.

    Ma predice anche le azioni negative: segnalare “non mi interessa”, bloccare l’autore, silenziare l’autore, segnalare il contenuto.

    Il punteggio finale è una somma pesata di tutte queste probabilità.

    Le azioni positive hanno pesi positivi, quelle negative pesi negativi.

    In teoria, questo dovrebbe penalizzare i contenuti tossici. In pratica, se un contenuto genera molte interazioni prima di essere segnalato, il sistema lo avrà già amplificato.

    Cosa cambia nel concreto nel nuovo algoritmo di X

    Il confronto tra il sistema del 2023 e quello attuale rivela una trasformazione radicale dell’architettura, ma alcune costanti rimangono.

    Elemento
    2023 (euristiche manuali)
    2026 (Grok/Phoenix)
    Link esterni Penalizzazione esplicita nel codice Penalizzazione confermata: i post con link sono considerati meno “nativi” e distribuiti meno
    Video nativi Favoriti rispetto ai link Priorità esplicita nell’algoritmo
    Account verificati/premium Boost per abbonati Twitter Blue Priorità confermata per account verificati e Premium
    Valutazione contenuti Regole fisse (reply = 27 tweet, reply dell’autore = 75 tweet) Transformer predice 15 tipi di engagement
    Contenuti fuori rete Limitati, focus sui seguiti 50-70% del feed “Per Te” può provenire da account non seguiti
    Timeline “Seguiti” Cronologica pura Di default ordinata dall’algoritmo, cronologica solo su richiesta
    Contenuti provocatori Non documentato Possono diffondersi se generano interazioni, anche negative
    Hashtag Progressivamente ignorati Non più rilevanti nel nuovo sistema

     

    I link esterni: la conferma di una scelta strategica

    Nel 2023 avevo scritto che era preferibile condividere tweet senza includere link esterni, perché la piattaforma tendeva a tenere tutto “in casa”. Tre anni dopo, con un sistema completamente riscritto e basato su IA, il comportamento è identico.

    Grok stesso conferma che i post con collegamenti esterni nel testo principale sono penalizzati nella distribuzione, perché l’algoritmo li considera meno “nativi” alla piattaforma. La strategia del “link in commento” resta valida: un articolo condiviso con il link visibile nel post raggiunge meno persone rispetto a un riassunto testuale con il link in un commento separato.

    Questo orienta X verso una piattaforma sempre più chiusa e autonoma, dove i contenuti nativi hanno la precedenza su qualsiasi risorsa esterna.

    Per i creator che dipendono dal traffico verso i propri siti, blog o canali YouTube, è un segnale netto: X non è più un canale di distribuzione, è una destinazione che vuole trattenere l’attenzione al suo interno.

    Come cambia il feed “Per Te” di X col nuovo algoritmo

    Uno dei cambiamenti più significativi apportati dal nuovo algoritmo di X basato su Grok riguarda la composizione del feed.

    Se ricordate il Twitter originale, la timeline era cronologica e mostrava i post degli account seguiti. Nel sistema del 2023, l’algoritmo aveva già iniziato a introdurre contenuti esterni, ma in maniera moderata.

    Oggi, secondo il nuovo algoritmo basato su Grok, il 50-70% del feed “Per Te” può provenire da account che l’utente non segue.

    Il sistema Phoenix Retrieval cerca attivamente contenuti rilevanti su tutta la piattaforma X, non solo nella rete sociale dell’utente.

    Questo potrebbe significare maggiore scoperta di contenuti interessanti. Ma significa anche meno controllo su cosa appare nel feed. Seguire o non seguire un account diventa sempre meno rilevante rispetto a ciò che l’algoritmo ritiene “interessante” per te.

    La timeline “Seguiti” di X diventa algoritmica

    Un cambiamento che potrebbe passare inosservato riguarda la timeline “Seguiti”. Prima era puramente cronologica: i post degli account seguiti apparivano in ordine temporale, dal più recente al meno recente. Era l’ultima traccia di ciò che rimaneva di Twitter.

    Ora anche questa timeline è soggetta all’algoritmo di default. Il sistema ordina i contenuti in base a una stima di rilevanza calcolata dal modello automatico. La visualizzazione cronologica pura resta disponibile, ma bisogna attivarla manualmente.

    L’impatto è notevole per chi usa X per notizie o aggiornamenti rapidi. Post importanti da amici o account seguiti potrebbero non apparire in cima se il sistema li considera meno coinvolgenti rispetto ad altri. Serve “scrollare” di più, oppure l’uso consapevole dei filtri manuali per tornare alla cronologia.

    La rilevanza dei contenuti polarizzanti su X

    Il nuovo algoritmo di X introduce la possibilità che i contenuti considerati di bassa qualità o polarizzanti, quelli che generano rabbia ma poche interazioni positive, potrebbero diffondersi di più in certi contesti, portando a un flusso percepito come più caotico.

    Nel repository, il modello Phoenix predice sia azioni positive sia negative, con pesi negativi per blocco, silenziamento, segnalazione.

    In teoria, questo dovrebbe penalizzare i contenuti tossici nel ranking. In pratica, c’è una finestra temporale tra la pubblicazione e le segnalazioni durante la quale il contenuto viene amplificato se genera engagement.

    È molto probabile che il flusso diventi troppo imprevedibile o polarizzato. Significa che ci sono seri rischi di trovarci di fronte ad un sistema orientato all’engagement automatico.

    Il rischio delle bolle informative su X

    Il nuovo sistema trasforma l’uso passivo della piattaforma, la semplice lettura, in uno più attivo. L’algoritmo premia i contenuti che generano reazioni: se si ignorano certi post, il sistema li ridurrà nel flusso dell’utente; se si reagisce positivamente, se ne vedranno di simili.

    Questo meccanismo rischia di aumentare il rischio di “bolle informative” dove si vede solo ciò che conferma i gusti e le opinioni degli utenti. L’esperienza diventa più coinvolgente, ma potenzialmente più chiusa.

    Per chi cerca varietà di punti di vista o vuole restare informato su temi che non generano engagement immediato, il nuovo sistema richiede uno sforzo consapevole: esplorare attivamente, interagire con contenuti diversi, usare la timeline cronologica quando serve.

    I limiti della trasparenza dell’algoritmo di X

    Il repository è pubblico, ma cosa manca per capire davvero come funziona il sistema?

    Mancano i pesi del modello. Il codice descrive l’architettura del transformer, ma i parametri numerici che determinano effettivamente il comportamento non sono inclusi. Sappiamo che esiste un sistema di calcolo del punteggio che combina le predizioni, ma non conosciamo i pesi specifici assegnati a like, risposte, repost o alle azioni negative.

    Mancano i dati di training. Il modello Phoenix apprende dai comportamenti degli utenti, ma non sappiamo su quali dati è stato addestrato, quali periodi coprono, se includono bias storici della piattaforma.

    Mancano le policy di moderazione dei contenuti. I filtri tecnici sono documentati (rimozione duplicati, contenuti eliminati, spam, violenza), ma le decisioni più sottili su cosa promuovere e cosa penalizzare restano poco chiare.

    In altre parole, il codice ci dice come il sistema è costruito, non come si comporta. È come avere il progetto di un motore senza conoscere la miscela di carburante che lo alimenta.

    Un sistema ML poco esplicito

    Nel 2023, l’algoritmo del proprietario era visibile nelle euristiche manuali. Si poteva leggere nel codice che certi comportamenti venivano premiati e altri penalizzati. Era contestabile, ma almeno era documentato.

    Oggi il controllo si è spostato a un livello più profondo. Non ci sono più regole esplicite che dicono “penalizza i link esterni”. C’è un modello di machine learning che ha appreso, dai dati storici della piattaforma, che i contenuti nativi performano meglio. La penalizzazione dei link non è una scelta visibile nel codice, è un comportamento emergente del sistema.

    Se qualcuno chiede “perché i miei post con link hanno meno visibilità?”, la risposta non è più “perché c’è una regola che li penalizza”, ma “perché il modello ha imparato che generano meno engagement”. La responsabilità si dissolve nell’opacità del machine learning.

    Il repository afferma con orgoglio di aver eliminato tutte le feature ingegnerizzate manualmente. Ma eliminare le euristiche manuali non significa eliminare i bias. Significa solo renderli impliciti invece che espliciti.

    Cosa significa per utenti e creator di X

    Per chi usa X come utente, il nuovo sistema significa un feed sempre più personalizzato ma meno prevedibile. La maggioranza dei contenuti potrebbe arrivare da account mai seguiti. E il rischio di ritrovarsi in una sorta di TikTok è molto alto.

    Anche la timeline dei “Seguiti” non è più cronologica per definizione. La sensazione di controllo sulla propria esperienza diminuisce, a meno di non intervenire attivamente sulle impostazioni.

    L’esperienza diventa più “intuitiva” nel senso che il sistema cerca di mostrare ciò che trattiene più a lungo l’utente. Ma se non si interagisce con certi tipi di post, si rischia di vederne sempre meno, con la possibilità concreta di ritrovarsi in una bolla informativa costruita su azioni passate.

    Per i creator, le regole sono chiare: i contenuti nativi (video, immagini, testi completi) hanno la precedenza. I link esterni vanno inseriti nel “primo commento”, vale a dire non nel primo post ma in quello che segue immediatamente. Le interazioni contano più dei follower. Gli account verificati e premium hanno un vantaggio strutturale nel nuovo algoritmo. Vantaggio tutto da verificare.

    Per chi analizza le piattaforme, questo caso conferma una tendenza. La trasparenza formale, ossia pubblicare il codice, non equivale a trasparenza sostanziale.

    Senza i pesi del modello e i dati di training, capire perché un contenuto viene promosso rispetto a un altro resta impossibile.

    Conclusione

    Il rilascio del repository xai-org/x-algorithm chiude un cerchio iniziato con le promesse fatte a ottobre 2025. Il codice è pubblico, l’architettura è documentata, la transizione verso un sistema interamente basato su IA è ormai completata.

    Ma la domanda di fondo resta senza risposta. Un algoritmo trasparente nel codice ma opaco nei comportamenti è davvero trasparente? Un sistema che elimina le regole manuali ma eredita i bias dai dati è davvero neutrale?

    L’algoritmo del proprietario, come definisco ormai da un po’ algoritmi come questi, non è scomparso, anzi. Si è evoluto. E continuerò a monitorarlo, come sempre.

  • Accordo tra xAI e il Pentagono, Grok entra nei sistemi militari

    Accordo tra xAI e il Pentagono, Grok entra nei sistemi militari

    Il Pentagono ha annunciato un accordo con xAI per integrare Grok nei sistemi di difesa USA. L’IA di Musk avrà accesso diretto ai flussi di contenuti condivisi su X. Le modalità dell’accordo e la stessa possibile integrazione sollevano interrogativi su dati, controllo e trasparenza.

    Il Pentagono – oggi DOW, Dipartimento della Guerra – ha annunciato una partnership con xAI, l’azienda di intelligenza artificiale fondata da Elon Musk, per integrare il modello Grok nella piattaforma governativa GenAI.mil.

    Il rilascio è previsto per l’inizio del 2026 e coinvolgerà circa tre milioni di dipendenti militari e civili del Dipartimento della Difesa.

    A prima vista, potrebbe sembrare una notizia come tante nell’era dell’IA generativa. Ma guardando più da vicino emergono elementi che meritano qualche approfondimento in più. Perché questa non è semplicemente l’adozione di un nuovo strumento tecnologico da parte dell’esercito americano. In questi casi siamo oltre, e si entra nella sfera dell’inedito.

    Cosa prevede l’accordo tra il Pentagono e xAI

    Grok opererà a Impact Level 5 (IL5), il livello di sicurezza che consente la gestione di Controlled Unclassified Information (CUI). Si tratta di informazioni sensibili ma non classificate.

    Ossia, dati personali dei dipendenti, informazioni su infrastrutture critiche, dettagli operativi non segreti, comunicazioni interne governative. Singolarmente, questi dati non compromettono la sicurezza nazionale Usa, ma aggregati da un’IA possono rivelare elementi di una certa rilevanza.

    All’interno del comunicato diramato si legge che gli utenti, militari e civili del DOW (Department of War)) avranno accesso a “insight globali in tempo reale dalla piattaforma X”, fornendo al personale del Dipartimento della Guerra quello che viene definito un “vantaggio informativo decisivo” e una “consapevolezza situazionale globale”. È prevista anche una possibile estensione futura a “carichi di lavoro classificati”.

    Il valore del contratto è di 200 milioni di dollari, parte di accordi più ampi che includono anche OpenAI, Google e Anthropic. Ma qui emerge già un primo elemento di criticità.

    Secondo un ex funzionario del Pentagono, il contratto con xAI “è arrivato dal nulla”, quando altre aziende erano sotto osservazione da mesi. La senatrice Elizabeth Warren ha formalmente interrogato il Dipartimento della Difesa su questa circostanza.

    Accordo tra xAI e il Pentagono, Grok entra nei sistemi militari
    Accordo tra xAI e il Pentagono, Grok entra nei sistemi militari

    Non esiste alcuna separazione tra Grok e X

    Questo è il nodo che distingue l’accordo Pentagon-xAI da qualsiasi altra partnership tra governo e aziende di IA. Grok non è un modello isolato. È un sistema profondamente integrato con la piattaforma X, e questa integrazione opera su più livelli.

    Training sui dati di X

    Grok viene addestrato sui post di X con un opt-in automatico attivato di default, senza informare gli utenti. L’impostazione è nascosta nelle opzioni di privacy e disattivabile solo da desktop.

    Secondo le policy della piattaforma, X può “utilizzare post, interazioni utente, input e risultati con Grok per training e fine-tuning, condividendoli con xAI”.

    Accesso in tempo reale

    Grok integra le API di X, processa nuovi tweet via WebSocket per aggiornamenti istantanei, non batch processing. Usa endpoint come GET /2/tweets/search/stream, GET /2/tweets/sample/stream, GET /2/trends/place.

    L’algoritmo di X determina quali contenuti hanno visibilità sulla piattaforma, e quindi quali dati alimentano Grok. In virtù di questo accordo, l’intelligenza artificiale Grok entra nel Pentagono con accesso diretto a quei flussi.

    Un cortocircuito epistemologico

    Un’analisi di Archyde coglie un punto da evidenziare: “L’obiettivo dichiarato, maggiore efficienza, sembra sottostimato. Il vero potenziale risiede nella capacità di elaborare e analizzare vasti dataset, identificando pattern e minacce che sarebbero impossibili da rilevare per gli analisti umani.

    Fermiamoci su questo passaggio. Dunque, il Pentagono userà un’IA per identificare minacce basandosi su dati provenienti da una piattaforma il cui algoritmo è progettato non per rappresentare la realtà, ma per massimizzare l’engagement.

    E quello stesso algoritmo è controllato dalla stessa persona che controlla l’IA.

    Non è solo un conflitto di interessi. È una struttura in cui la percezione della realtà dell’apparato militare più potente del mondo passa attraverso un filtro privato, opaco, potenzialmente manipolato.

    I “vasti dataset” menzionati sono in realtà contenuti di X già filtrati dall’algoritmo. I “pattern” identificati saranno pattern di una realtà distorta, se l’algoritmo amplifica certi contenuti e ne sopprime altri. Le “minacce” vengono definite secondo criteri incorporati nel modello. Chi li ha stabiliti? Con quali bias? Con quale trasparenza?

    Accordo xAI Pentagono, Grook entra nei sistemi militari USA
    Accordo xAI Pentagono, Grook entra nei sistemi militari USA

    Altri precedenti problematici

    La senatrice Warren ha sollevato preoccupazioni specifiche nella sua lettera al Pentagono. Musk ha promosso Grok come chatbot “non filtrato” e orientato alla “ricerca della verità” (truth-seeking) che non si conforma agli standard politicamente corretti.

    Ma Grok è noto per fornire informazioni inaccurate quando interrogato su eventi storici e disastri naturali, inclusi nomi, date e dettagli sbagliati.

    Giorni dopo che Musk aveva dichiarato sui social “miglioramenti significativi” al chatbot, Grok si autodefiniva “MechaHitler” e raccomandava un secondo Olocausto ad account neonazisti. La mancanza di filtri di sicurezza ha prodotto contenuti antisemiti e offensivi. Come ha osservato un esperto di sicurezza: “X è piena di fake news e visioni estremiste, non è ciò su cui vuoi che un LLM sia addestrato.”

    E questa è l’IA che ora avrà accesso ai flussi informativi del Pentagono per fornire “consapevolezza situazionale globale”.

    Le domande che resteranno senza risposta

    Chi garantisce che i dati di X usati da Grok rappresentino una visione equilibrata della realtà e non una versione amplificata algoritmicamente? Chi verifica che i modelli e le minacce identificate non riflettano i bias del sistema di training?

    Come viene gestito il conflitto di interessi di Musk, che con Starlink in zone di conflitto, SpaceX con contratti governativi, e ora un’IA che potrebbe influenzare le valutazioni di sicurezza nazionale su questi stessi dossier?

    E per i partner NATO? L’intelligence condivisa con gli Stati Uniti passerà attraverso sistemi integrati con l’IA di Musk? Con quale trasparenza? E con quali garanzie?

    Dall’algoritmo del proprietario all’IA del proprietario

    Ho scritto spesso di come l’”algoritmo del proprietario” serva gli obiettivi strategici di chi controlla la piattaforma, non gli interessi degli utenti. Ma qui siamo a un livello successivo.

    Non si tratta più solo di un algoritmo in mani private. È un’intera catena gestita da un singolo a servizio, ora, di apparati governativi.

    X come piattaforma che genera flussi informativi globali in tempo reale, xAI e Grok come IA che processa e interpreta quei flussi, Starlink come infrastruttura di connettività anche in zone di conflitto. E ora l’integrazione diretta con l’apparato militare degli Stati Uniti.

    È una forma di potere inedita: non statale, non puramente privata. Qualcosa di nuovo per cui forse non esiste ancora un nome adeguato.

    Cosa significa tutto questo per l’Europa

    L’Europa non ha equivalenti di X, xAI o Starlink. Questa asimmetria nell’infrastruttura cognitiva è un tema che diventerà sempre più urgente.

    Non stiamo parlando solo di disinformazione o manipolazione elettorale. Stiamo parlando della possibilità che la percezione della realtà dell’apparato militare più potente del mondo sia mediata da un’infrastruttura privata, poco chiara, controllata da un singolo individuo con interessi economici e politici globali.

    È un tema che richiederà analisi approfondite nei prossimi mesi. Perché quando l’IA non è più solo uno strumento ma diventa il filtro attraverso cui un’istituzione percepisce la realtà, le implicazioni vanno ben oltre l’”efficienza operativa”.

  • Gli Architetti dell’IA sono la Persona dell’Anno 2025 di TIME

    Gli Architetti dell’IA sono la Persona dell’Anno 2025 di TIME

    TIME nomina gli Architetti dell’IA Persona dell’Anno 2025. La copertina ricrea la foto iconica del 1932 con gli otto leader che stanno costruendo l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale.

    Undici operai seduti su una trave d’acciaio, i piedi sospesi nel vuoto a 260 metri sopra Manhattan. Era il 20 settembre 1932, nel pieno della Grande Depressione, e quella foto – “Lunch Atop a Skyscraper” – divenne il simbolo di un’America che costruiva il proprio futuro con le mani, mattone dopo mattone, grattacielo dopo grattacielo.

    Novantatre anni dopo, TIME ha scelto di rievocare quell’immagine per raccontare un’altra rivoluzione. Sulla copertina del numero dedicato alla Persona dell’Anno 2025, gli operai sono stati sostituiti da otto figure in giacca e cravatta: i leader che stanno costruendo l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale.

    Non più acciaio e cemento, ma chip, modelli linguistici, data center.

    È una scelta coraggiosa con un messaggio chiaro. E cioè che ci troviamo nel mezzo di una trasformazione paragonabile a quella che ridisegnò lo skyline di New York un secolo fa. E non solo.

    Siamo nel mezzo di una trasformazione simile a quella che cambiò il modo di lavorare, il modo di concepire il lavoro. Anche la IA sta cambiando il modo di lavorare e lo vedremo. Tutti temi alla base di questa scelta.

    Gli Architetti dell'IA sono la Persona dell'Anno 2025 di TIME
    Gli Architetti dell’IA sono la Persona dell’Anno 2025 di TIME

    Perché TIME ha scelto gli “Architetti dell’IA”

    La motivazione ufficiale è diretta: “Per aver inaugurato l’era delle macchine pensanti, per aver stupito e preoccupato l’umanità, per aver trasformato il presente e trasceso il possibile“. Ma c’è di più.

    Il 2025 è stato l’anno in cui l’intelligenza artificiale è passata da tecnologia emergente a infrastruttura pervasiva. ChatGPT ha superato gli 800 milioni di utenti settimanali attivi. L’84% degli studenti delle scuole superiori americane utilizza l’IA generativa per i compiti scolastici. E soprattutto, i modelli hanno smesso di limitarsi a rispondere: hanno iniziato a fare cose.

    Nick Turley, responsabile di ChatGPT in OpenAI, lo spiega così nell’articolo di TIME: “Vedere ChatGPT evolversi da partner conversazionale a qualcosa che può andare a fare vero lavoro per te è una transizione molto, molto importante che la maggior parte delle persone non ha ancora registrato“.

    È il passaggio dall’IA generativa all’IA agentica. E segna un cambio di paradigma.

    La copertina: operai del 1932 e architetti del 2025

    L’illustrazione di Jason Seiler ricrea la celebre “Lunch Atop a Skyscraper”, ma al posto degli operai immigrati – irlandesi, italiani, nativi americani – che costruirono il Rockefeller Center, siedono otto protagonisti della rivoluzione AI.

    Da sinistra a destra: Mark Zuckerberg (Meta), Lisa Su (AMD), Elon Musk (xAI), Jensen Huang (Nvidia), Sam Altman (OpenAI), Demis Hassabis (Google DeepMind), Dario Amodei (Anthropic), Fei-Fei Li (Stanford Human-Centered AI Institute e World Labs).

    Un parallelo evocativo. Nel 1932, quegli undici uomini rappresentavano una forza lavoro che stava letteralmente costruendo il futuro dell’America, con i muscoli, con il coraggio, spesso senza reti di sicurezza.

    Nel 2025, questi otto leader stanno costruendo qualcosa di altrettanto monumentale: l’infrastruttura computazionale su cui poggerà l’economia dei prossimi decenni.

    Ma c’è anche una differenza sostanziale. Gli operai del 1932 erano anonimi, ci sono voluti decenni per identificare anche solo due di loro. I costruttori del 2025 sono tra le persone più ricche e potenti del pianeta.

    Jensen Huang, a 62 anni, guida l’azienda con la maggiore capitalizzazione al mondo. Elon Musk è l’uomo più ricco della Terra.

    Il potere si è spostato. E la foto lo racconta senza bisogno di didascalie.

    Chi sono gli otto “Architetti dell’IA”

    Jensen Huang – CEO di Nvidia, l’azienda che produce i chip su cui gira praticamente tutta l’intelligenza artificiale contemporanea. Nvidia ha raggiunto i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione. Huang è diventato consigliere informale di Donald Trump, che lo chiama regolarmente a tarda notte.

    Sam Altman – CEO di OpenAI, l’azienda che ha lanciato ChatGPT nel novembre 2022 e ha innescato la corsa all’IA generativa. Nel 2025, OpenAI ha completato la trasformazione in azienda for-profit e si prepara a ricevere investimenti per 500 miliardi di dollari attraverso il progetto Stargate.

    Elon Musk – Fondatore di xAI, l’ultima delle sue imprese, dedicata allo sviluppo di Grok. Ha costruito data center in tempi record. Rimane una figura controversa ma evidentemente centrale in questa fase.

    Mark Zuckerberg – CEO di Meta, ha integrato chatbot AI in Instagram, WhatsApp e Facebook. Ha avviato una campagna aggressiva di acquisizione di talenti, offrendo ai migliori ingegneri di machine learning compensi superiori a quelli dei giocatori professionisti.

    Lisa Su – CEO di AMD, sta costruendo un ecosistema software per competere con Nvidia. Nell’articolo di TIME dichiara: “Il 2025 è l’anno in cui l’IA è diventata davvero produttiva per le aziende“.

    Demis Hassabis – CEO di Google DeepMind, il laboratorio che ha sviluppato AlphaFold (previsione della struttura delle proteine) e continua a guidare la ricerca fondamentale. Mantiene un approccio cauto sui rischi: “Non sappiamo ancora abbastanza sull’IA per quantificare effettivamente il rischio“.

    Dario Amodei – CEO di Anthropic, l’azienda che sviluppa Claude e si posiziona come il laboratorio più attento alla sicurezza. Ha fatto una previsione che sta facendo discutere: l’IA potrebbe portare la disoccupazione al 20% nei prossimi cinque anni.

    Fei-Fei Li – Co-direttrice dello Stanford Human-Centered AI Institute e fondatrice di World Labs. È l’unica accademica del gruppo, e rappresenta la voce della ricerca etica e dello sviluppo responsabile.

    Gli Architetti dell'IA sono la Persona dell'Anno 2025 di TIME
    Gli Architetti dell’IA sono la Persona dell’Anno 2025 di TIME

    Come cambia il lavoro con la IA

    I numeri nell’articolo di TIME sono impressionanti. In Anthropic, Claude scrive fino al 90% del proprio codice. In Nvidia, strumenti come Cursor e Claude Code sono utilizzati dalla quasi totalità degli ingegneri. E questo ha permesso all’azienda di quadruplicare la produzione di chip raddoppiando solo il personale.

    Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha rivelato che il 30% del codice dell’azienda è ora scritto dall’IA. Contemporaneamente, oltre il 40% dei licenziamenti recenti ha riguardato ingegneri software.

    I dati più aggiornati confermano la tendenza. Secondo la Federal Reserve di St. Louis, le occupazioni con maggiore esposizione all’IA hanno registrato aumenti della disoccupazione significativamente superiori alla media tra il 2022 e il 2025. Goldman Sachs stima che la disoccupazione tra i lavoratori tech di età compresa tra 20 e 30 anni sia aumentata di quasi 3 punti percentuali dall’inizio del 2025.

    Il World Economic Forum prevede che 92 milioni di posti di lavoro saranno eliminati entro il 2030. Ma anche che ne emergeranno 170 milioni di nuovi. Il saldo è positivo, ma il problema è la distribuzione: i nuovi lavori non saranno negli stessi luoghi, non richiederanno le stesse competenze, e non andranno alle stesse persone.

    Jensen Huang offre una prospettiva diversa: “Alcuni lavori scompariranno. Ma finché la domanda è alta per quella particolare industria, sono abbastanza fiducioso che l’IA guiderà produttività, crescita dei ricavi e quindi più assunzioni“. E aggiunge una frase che sta diventando un mantra: “Se non usi l’IA, perderai il lavoro a favore di qualcuno che la usa“.

    L’IA generativa lascia il passo all’IA agentica

    È questo il passaggio cruciale che emerge dall’articolo di TIME e che definirà il 2026. I modelli linguistici hanno acquisito nuove capacità: memoria (ricordano le conversazioni precedenti), accesso a strumenti esterni (possono cercare sul web, consultare database, eseguire codice), connessione ad altre fonti dati (email, cloud, calendari).

    Non si limitano più a generare testo. Ragionano, pianificano, eseguono.

    IA Agentica

    L’IA agentica – secondo la definizione di Gartner – è “un sistema di intelligenza artificiale autonomo che pianifica, ragiona e agisce per completare compiti con minima supervisione umana“.

    La differenza rispetto all’IA generativa è sostanziale: mentre ChatGPT risponde a un prompt, un agente AI può prendere un obiettivo complesso, scomporlo in sotto-compiti, eseguirli in sequenza, adattarsi agli imprevisti.

    BCG stima che gli agenti AI possano accelerare i processi aziendali del 30-50%. McKinsey parla di “paradigm shift”: otto aziende su dieci hanno implementato l’IA generativa, ma altrettante non hanno ancora registrato impatti significativi sui risultati. Gli agenti promettono di colmare questo divario.

    Capgemini riporta che l’82% delle organizzazioni pianifica di integrare agenti AI entro il 2026. Gartner prevede che entro il 2028, il 33% delle applicazioni software aziendali incorporerà funzionalità agentiche — rispetto a quasi zero nel 2023.

    La rivoluzione della IA e la questione europea

    C’è un’assenza evidente nella copertina di TIME: l’Europa.

    Otto figure, tutte americane (con l’eccezione di Hassabis, britannico) o cinesi di formazione americana. Nessun europeo.

    Non è un caso. L’articolo dedica ampio spazio alla competizione tra Stati Uniti e Cina. Il rilascio di DeepSeek a gennaio, definito “il momento Sputnik di Pechino“, ha scosso la Silicon Valley e accelerato la corsa. Ma l’Europa compare solo come spettatrice regolatrice.

    È una fotografia impietosa della nostra posizione. L’Unione Europea ha il Digital Services Act, l’AI Act, un quadro normativo avanzato.

    Ma non ha Nvidia, non ha OpenAI, non ha Anthropic. Non ha le infrastrutture adeguate per permettere che ci sia una “Nvidia” europea.

    Il quesito che dovremmo porci è se la regolamentazione (per quanto necessaria ovviamente), da sola, sia sufficiente a garantirci un ruolo in questa trasformazione. O se rischiamo di diventare consumatori di un’infrastruttura progettata e controllata altrove.

    Cosa succederebbe se l’Europa venisse isolata dal punto di vista digitale e tecnologico? Quale sarebbe il piano B?

    Rivoluzione IA, rischi e opportunità

    L’articolo di TIME non nasconde i rischi. Cita i casi di suicidio legati all’interazione con chatbot, il fenomeno della “psicosi da chatbot”, l’uso di deepfake per la disinformazione. Papa Leone XIV ha avvertito che l’IA potrebbe “manipolare i bambini e servire ideologie antiumane“.

    Dario Amodei stima che l’IA potrebbe portare la disoccupazione al 20% nei prossimi cinque anni. Demis Hassabis ammette che “c’è ancora un rischio significativo” nel non sapere se sarà facile mantenere il controllo di questi sistemi.

    Trump ha riassunto lo spirito del momento parlando direttamente a Huang durante una visita nel Regno Unito: “Non so cosa stai facendo qui. Spero che tu abbia ragione”.

    Il senso della copertina del TIME

    Lunch Atop a Skyscraper” fu scattata come foto promozionale per il Rockefeller Center. Una trovata pubblicitaria mascherata da momento spontaneo. Divenne il simbolo di un’epoca.

    La copertina di TIME del 2025 compie un’operazione simile. È una celebrazione, certo, ma anche un documento. Fissa un momento in cui il potere di plasmare il futuro si è concentrato nelle mani di poche persone. E questo concetto viene fissato con un’immagine che, come l’originale, rimarrà negli archivi.

    Nel 1932, quegli operai costruivano un grattacielo. Nel 2025, questi architetti costruiscono qualcosa di più ambizioso: l’infrastruttura su cui poggerà il pensiero automatizzato, l’economia algoritmica, forse la prossima fase della civiltà umana.

    È una responsabilità enorme. E la foto, con quegli otto leader (sei uomini e due donne) sospesi nel vuoto sopra Manhattan, lo racconta meglio di qualsiasi editoriale.

  • Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter

    Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter

    Operation Bluebird, startup guidata dall’ex responsabile marchi di Twitter, ha chiesto all’USPTO di cancellare i marchi Twitter e tweet da X Corp per rilanciare la piattaforma con twitter.new.

    È una di quelle notizie che, a prima lettura, sembra quasi paradossale. Ma sicuramente mette di buonumore i tanti nostalgici che dal 2022 sperano in un ritorno.

    Negli anni abbiamo assistito a piattaforme che hanno segnato il tempo, poi scomparse quando gli algoritmi sono diventati più importanti degli utenti. E ora si torna a parlare di Twitter, mai del tutto dimenticato.

    Eppure è tutto vero, e la base legale su cui poggia è tutt’altro che trascurabile.

    Operation Bluebird, una startup con sede in Virginia, ha presentato lo scorso 2 dicembre 2025 una petizione formale all’U.S. Patent and Trademark Office (USPTO) per chiedere la cancellazione dei marchi registrati “Twitter” e “tweet“, attualmente detenuti da X Corp, la società di Elon Musk.

    L’obiettivo è quello di utilizzare quei marchi per lanciare una nuova piattaforma social, chiamata twitter.new, che intende riportare in vita lo spirito originario della “piazza pubblica digitale” che Twitter rappresentava prima dell’acquisizione da parte di Musk nel 2022.

    Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter
    Operation Bluebird e il possibile ritorno di Twitter

    Chi c’è dietro Operation Bluebird

    La startup non è guidata da improvvisati. Anzi, il team legale conosce molto bene il terreno ispido su cui si muove.

    Stephen Jadie Coates, general counsel di Operation Bluebird, è stato Associate Director for Trademarks, Domain Names and Marketing di Twitter dal 2014 al 2016. È stato lui, di fatto, il primo responsabile marchi assunto dall’azienda, colui che ha costruito da zero la strategia di protezione del brand Twitter. Conosce ogni sfumatura legale di quei marchi perché li ha gestiti in prima persona.

    Al suo fianco c’è Michael Peroff, fondatore di Operation Bluebird, avvocato specializzato in proprietà intellettuale e protezione dei marchi con base nell’Illinois e quasi 15 anni di esperienza nel settore.

    Non si tratta quindi di un tentativo opportunistico di qualche sconosciuto. Chi sta dietro questa operazione ha le competenze tecniche per comprendere esattamente cosa sta facendo e quali sono le probabilità di successo.

    L’argomento legale: l’abbandono del marchio

    La petizione di Operation Bluebird si basa su un principio cardine del diritto dei marchi statunitense. In buona sostanza: se non usi un marchio commercialmente, rischi di perderlo.

    Il Lanham Act (15 U.S.C. § 1127) stabilisce infatti che un marchio si considera “abbandonato” quando il suo uso è stato interrotto con l’intenzione di non riprenderlo.

    Secondo la normativa americana, tre anni consecutivi di non utilizzo creano una presunzione di abbandono. E qui i fatti sono abbastanza chiari:

    • Il logo del celebre uccellino blu (internamente chiamato “Larry Bird”) è stato completamente rimosso.
    • La piattaforma è stata ribattezzata X, con conseguente migrazione dell’interfaccia e del branding.
    • Il 17 maggio 2024, X Corp ha completato l’integrazione finale, reindirizzando definitivamente twitter.com verso x.com.
    • Il termine “tweet” è stato sostituito con “post” in tutta l’interfaccia e nelle comunicazioni ufficiali.

    Come ha dichiarato Coates a Reuters: “X ha abbandonato legalmente il marchio TWITTER“. La questione, secondo lui, è “straightforward”, lineare.

    Il paradosso del rinnovo del 2023

    Un elemento interessante della vicenda riguarda il fatto che X Corp ha effettivamente rinnovato la registrazione del marchio Twitter nel 2023. Ma quel rinnovo è stato approvato mentre l’azienda stava attivamente eliminando ogni traccia del brand dai propri prodotti e servizi.

    Come osservato da esperti di proprietà intellettuale, questa situazione crea un paradosso. Infatti, rinnovare un marchio che si sta pubblicamente demolendo è un po’ come “rinnovare l’abbonamento alla palestra mentre la stai demolendo”.

    Il semplice rinnovo burocratico, in assenza di un uso commerciale effettivo, potrebbe non bastare a proteggere il marchio. Altri esperti, come Mark Lemley, professore di diritto a Stanford ed esperto di diritto dei brand, sostiene che “un uso meramente simbolico non basta a preservare il marchio”.

    Interfaccia twitter.new
    Interfaccia twitter.new

    Il progetto twitter.new

    Operation Bluebird non si limita a chiedere la cancellazione dei marchi. Nei fatti, ha già presentato una domanda di registrazione per “Twitter” e sta costruendo una piattaforma alternativa.

    Sul sito twitter.new è già possibile riservare il proprio username in vista del lancio, previsto potenzialmente per la fine del 2026.

    Il messaggio sulla homepage è programmatico: “The public square is broken, but we still believe in it. One brand tried to fix it, then burned it all down. We are bringing it back – this time with trust” – La piazza pubblica è rotta, ma ci crediamo ancora. Un brand ha provato a sistemarla, poi ha dato fuoco a tutto. La stiamo riportando in vita – questa volta con fiducia.

    Come ha spiegato Peroff ad Ars Technica, l’obiettivo non è solo rilanciare un nome: “Esistono certamente alternative come Threads, Mastodon e Bluesky, ma nessuna ha raggiunto la scala o il riconoscimento del brand che Twitter aveva prima dell’acquisizione di Musk“.

    Ha aggiunto Coates: “Ricordo quando celebrity reagivano ai miei contenuti su Twitter durante il Super Bowl o altri eventi. Vogliamo che quell’esperienza torni, quella piazza pubblica dove tutti eravamo coinvolti insieme“.

    Quali gli scenari che si aprono

    La petizione di Operation Bluebird apre scenari legali interessanti e pone X Corp di fronte a un dilemma strategico. X Corp ha tempo fino ai primi di febbraio 2026 per presentare una risposta formale alla petizione di cancellazione.

    Se X decidesse di difendere i marchi, dovrà dimostrare di utilizzarli ancora commercialmente o di avere intenzione di riprenderne l’uso. Ma questo contraddirebbe le dichiarazioni pubbliche di Musk e le azioni concrete dell’azienda negli ultimi due anni. Difendere un brand che hai pubblicamente “annullato” creerebbe inoltre un paradosso enorme: se Twitter ha ancora valore, perché l’hai abbandonato?

    Se X non difendesse i marchi, Operation Bluebird potrebbe appropriarsi di uno dei nomi più riconoscibili nella storia dei social media. Un brand costruito in oltre 15 anni passerebbe nelle mani di una startup. Per ricominciare a volare.

    C’è però un terzo elemento da considerare. Anche in caso di cancellazione dei marchi registrati, X Corp potrebbe comunque citare in giudizio Operation Bluebird per violazione di marchio basandosi sul concetto di “residual goodwill” (avviamento residuo).

    La domanda che tutti gli esperti, e non solo, si fanno in questo momento: “Ma davvero Musk spenderebbe milioni di dollari per proteggere un brand che ha deliberatamente gettato nella spazzatura?“. In effetti, Operation Bluebird sta scommettendo che la risposta sia no.

    Gli utenti legati ancora a Twitter

    Già a settembre 2023, a pochi mesi dal rebranding, avevo riportato come il 69% degli utenti americani continuasse a chiamare la piattaforma ‘Twitter’.

    Inoltre, i dati più recenti confermano la stessa tendenza.

    Secondo un’analisi di Omnisend su oltre 14.500 email di marketing (luglio 2024), l’89% dei brand a livello globale – con punte del 95% in Italia – continua a riferirsi alla piattaforma con il vecchio nome.

    E secondo YouGov (2024), il 55% degli utenti giornalieri americani la chiama ancora Twitter. Il brand costruito in 17 anni non si cancella con un cambio di logo.

    Le implicazioni più ampie

    Al di là dell’esito specifico di questa controversia del tutto inattesa, il caso Operation Bluebird solleva questioni rilevanti per il mondo corporate e per chiunque si occupi di brand management.

    In primo luogo, evidenzia i rischi di un rebranding totale senza una chiara strategia di gestione dei marchi legacy. Le aziende che cambiano radicalmente identità devono decidere se difendere formalmente i vecchi marchi, cederli in modo controllato, o accettare che possano essere reclamati da altri.

    In secondo luogo, il caso dimostra che marchi iconici non sono immuni dall’abbandono legale. Anche un nome riconosciuto globalmente come Twitter può diventare vulnerabile se il proprietario smette di utilizzarlo in modo sostanziale.

    Infine, la vicenda rappresenta un interessante precedente su come le decisioni di un singolo proprietario possano alterare radicalmente il destino di asset intangibili dal valore inestimabile.

    Musk ha pagato 44 miliardi di dollari per Twitter nel 2022; ma ora qualcun altro potrebbe ottenere il diritto di usare quel nome attraverso una petizione legale.

    Per chiudere, la vicenda Operation Bluebird rappresenta qualcosa di più di una vicenda legale. È un caso che potrebbe stabilire, intanto, un precedente significativo su come le aziende tech gestiscono (o non gestiscono) i propri asset di brand durante processi di rebranding radicale.

    E se tutto dovesse andare bene, permetterebbe all’uccellino blu di tornare a volare. Senza che ci sia di mezzo Elon Musk.

  • L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    La Commissione UE multa X, la piattaforma di Elon Musk, per €120 milioni. Si tratta della prima sanzione della storia ai sensi del DSA. Tre le violazioni: spunta blu ingannevole, assenza di trasparenza pubblicitaria, mancato accesso ai ricercatori.

    Dopo oltre due anni di indagini, la Commissione Europea ha inflitto oggi, 5 dicembre 2025, la prima multa della storia ai sensi del Digital Services Act (DSA). A riceverla è X, la piattaforma di Elon Musk.

    La multa ammonta a €120 milioni (circa 140 milioni di dollari) per tre violazioni degli obblighi di trasparenza previsti dal regolamento europeo sui servizi digitali.

    Si tratta di una decisione attesa, che seguo su questo blog da aprile scorso, quando il New York Times anticipò l’imminenza della sanzione, e che si inserisce in un contesto di tensioni crescenti tra Bruxelles e Washington.

    Una decisione che, al di là della cifra, modesta se rapportata al patrimonio di Musk, stimato in oltre 450 miliardi di dollari, segna un precedente storico per la regolamentazione delle piattaforme digitali in Europa.

    L'UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli
    L’UE multa X anche per le spunte blu ingannevoli

    Le tre violazioni accertate: spunta blu, pubblicità e ricercatori

    La Commissione Europea ha individuato tre specifiche violazioni degli obblighi di trasparenza previsti dal DSA.

    La prima, e forse la più significativa, riguarda il design ingannevole della spunta blu. Quella che un tempo era il simbolo – gratuito – di verifica delle identità ufficiali è diventata, sotto la gestione Musk, un servizio a pagamento. Il problema, secondo i regolatori europei, è che un account con la spunta blu potrebbe non essere più un utente reale, ma un bot. Questo espone gli utenti a truffe e manipolazioni, minando la fiducia nella piattaforma.

    La seconda violazione riguarda l’opacità del registro pubblicitario. Il DSA impone alle piattaforme di mantenere un archivio pubblico di tutte le inserzioni pubblicitarie, con dettagli su chi le ha pagate e a quale pubblico erano destinate. Questo strumento serve a ricercatori e utenti per individuare truffe, pubblicità ingannevoli e campagne di influenza coordinate. Il registro di X, secondo la Commissione, è compromesso da barriere di accesso e eccessivi ritardi nell’elaborazione delle richieste.

    La terza violazione riguarda il mancato accesso ai dati pubblici per i ricercatori. X avrebbe eretto “barriere non necessarie” per impedire agli studiosi di accedere ai dati della piattaforma, ostacolando di fatto la ricerca indipendente sulla disinformazione e sulla manipolazione dell’informazione.

    La posizione della Commissione: “Modesta ma proporzionata”

    A presentare la decisione è stata Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia. La Commissaria si è così espressa: “Ingannare gli utenti con le spunte blu, oscurare le informazioni sulla pubblicità e chiudere le porte ai ricercatori non hanno posto online nell’UE. Con questa prima decisione di non conformità al DSA, riteniamo X responsabile di aver minato i diritti degli utenti e di aver eluso la trasparenza”.

    La Commissaria ha poi risposto alle accuse di censura arrivate dagli Stati Uniti: “È molto importante sottolineare che il DSA non ha nulla a che fare con la censura. Non siamo qui per imporre le multe più alte. Siamo qui per assicurarci che la nostra legislazione digitale venga applicata. Se rispetti le nostre regole, non ricevi multe. È così semplice”.

    La multa, ha precisato Virkkunen, è stata calcolata sulla base della natura delle violazioni, della loro gravità in termini di utenti UE coinvolti e della durata delle inadempienze. Una sanzione “modesta ma proporzionata“, ben al di sotto del massimo previsto dal DSA, che può arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo.

    Le tempistiche: 60 e 90 giorni per adeguarsi

    X ha ora 60 giorni per comunicare alla Commissione come intende risolvere il problema del design ingannevole delle spunte blu, e 90 giorni per presentare un piano per risolvere le criticità del registro pubblicitario e dell’accesso ai dati per i ricercatori.

    Il mancato adeguamento potrebbe comportare ulteriori sanzioni.

    È importante sottolineare che questa decisione riguarda solo una parte dell’indagine su X. Restano aperte altre due procedure. Nello specifico, una sulla gestione dei contenuti illegali e sulle misure per contrastarli; l’altra sull’algoritmo di raccomandazione, con particolare attenzione alla radicalizzazione terroristica e alle campagne elettorali. Su questi fronti, la Commissione non ha ancora raggiunto conclusioni preliminari.

    La reazione del vicepresidente Usa, J.D.Vance

    La tensione tra Washington e Bruxelles si era già manifestata prima ancora che la multa fosse annunciata. Il vicepresidente americano J.D. Vance ha pubblicato su X un post al vetriolo: “Circolano voci che la Commissione UE multerà X per centinaia di milioni di dollari per non aver praticato la censura. L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per spazzatura“.

    Non è la prima volta che Vance si scaglia contro la regolamentazione digitale europea.

    A febbraio di quest’anno, durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aveva definito i Commissari europei “commissari dell’UE”, evocando la polizia politica sovietica. Un linguaggio che tradisce una visione profondamente diversa del rapporto tra piattaforme digitali, libertà di espressione e responsabilità.

    La decisione, come già altre volte ricordato, arriva peraltro in un momento delicato per le relazioni transatlantiche, già sotto pressione per le questioni commerciali e per la guerra in Ucraina.

    Fonti europee hanno precisato che la politica americana non ha influenzato la decisione, e che il ritardo di due anni nell’arrivare alla sanzione è dovuto alla volontà di costruire un caso giuridicamente solido, anticipando un probabile ricorso da parte di X.

    Il contesto: da Twitter a xAI, la trasformazione di una piattaforma

    Per comprendere il significato di questa sanzione, è utile fare un passo indietro.

    Come ricorderete, lo abbiamo raccontato qui su InTime Blog, Musk ha acquisito Twitter nell’ottobre 2022 per 44 miliardi di dollari, ribattezzandola X e avviando una radicale ristrutturazione. Un ribaltamento totale della piattaforma a suon di tagli massicci al personale, revisione degli algoritmi, monetizzazione della spunta blu.

    A marzo 2025, X è stata acquisita da xAI, la società di intelligenza artificiale fondata da Musk nel 2023. L’operazione, interamente in azioni, ha valutato X 33 miliardi di dollari (45 miliardi, meno 12 miliardi di debito) e xAI 80 miliardi.

    Una fusione che, nelle parole di Musk, punta a “combinare dati, modelli, potenza di calcolo, distribuzione e talento” per costruire “una piattaforma che non si limiti a riflettere il mondo, ma che acceleri attivamente il progresso umano”.

    Questa integrazione rende la multa odierna ancora più significativa. La sanzione è stata emessa nei confronti di Musk e xAI, che ora possiede X. E apre scenari inediti sulla regolamentazione delle piattaforme che integrano social media e intelligenza artificiale.

    Una sanzione che era attesa

    Questa sanzione non arriva inattesa per chi legge InTime Blog.

    Ad aprile, analizzavo gli scenari possibili sulla base delle anticipazioni del New York Times, che parlava di una multa potenziale superiore al miliardo di euro.

    A maggio, raccontavo la lettera di venti eurodeputati alla Commissaria Virkkunen, che dopo 500 giorni dall’apertura dell’indagine chiedevano risposte concrete su bias algoritmico, disinformazione e rischi per la democrazia.

    Oggi quelle risposte, almeno in parte, sono arrivate. La sanzione è inferiore alle previsioni, certo, ma il messaggio dell’UE è chiaro: le regole valgono per tutti. Anche per l’uomo più ricco del mondo.

    In quali paesi del mondo X è effettivamente vietata

    In queste ore, dopo la multa comminata dall’UE a X per la violazione del DSA, come abbiamo visto, in 3 precisi ambiti, è scattata la narrazione secondo cui l’Unione Europea censura la libertà di parola.

    E, ovviamente, non è vero. La multa non c’entra con la libertà di espressione.

    Ma questa è l’occasione per fare chiarezza e per sapere dove al momento X è davvero vietata, e per quale motivo.

    Ecco i paesi in cui X è vietata:

    PAESI IN CUI X È ATTUALMENTE VIETATA

    PaeseData del banMotivazione
    Cinagiugno 2009Controllo politico dopo le rivolte nello Xinjiang. Blocco di tutte le piattaforme social straniere per prevenire influenze estere e contenuti “politicamente sensibili”
    Iran2009Elezioni presidenziali contestate. Blocco per impedire la diffusione del dissenso e controllare la narrativa governativa
    Corea del Nord2016Controllo totale dell’informazione. Accesso a internet limitato a pochi funzionari di alto rango
    Turkmenistan2008Controllo totale dell’informazione. Accesso solo tramite intranet statale “Turkmenet”. Blocca anche Facebook, YouTube, WhatsApp
    Russiamarzo 2022Invasione dell’Ucraina. Roskomnadzor mantiene il blocco perché X non ha rimosso oltre 1.300 contenuti “vietati” (critiche alla guerra, contenuti anti-governativi)
    Myanmarfebbraio 2021Colpo di stato militare. Blocco per reprimere il dissenso e controllare il flusso di informazioni
    Venezuelaagosto 2024Proteste post-elettorali contro Maduro. Ban iniziale di 10 giorni, poi esteso a tempo indefinito. Motivazione ufficiale: “incitamento all’odio, al fascismo e alla guerra civile”

     

    In molti, proprio in queste ore stanno, paragonando l’UE alla Corea del Nord. Solo che alla luce della realtà tutto questo suona come un cortocircuito che spiega molte cose.

    Cosa comporta la multa a X

    Questa prima sanzione ai sensi del DSA rappresenta un test cruciale per la credibilità della regolamentazione europea sulle piattaforme digitali.

    Per la prima volta, l’Unione Europea dimostra di essere disposta a passare dalle parole ai fatti, sanzionando una delle piattaforme più influenti al mondo e sfidando apertamente le pressioni politiche americane.

    La partita, va detto, è tutt’altro che chiusa. Musk ha già annunciato l’intenzione di contestare eventuali sanzioni in tribunale, e le altre indagini su X restano aperte.

    Ma una cosa è certa. Questo passaggio finirà per inasprire le relazioni Usa-UE in un delicato momento storico. Una parte politica americana, molto consistente, spingerà affinché l’amministrazione Trump adotti iniziative in risposta a questa multa.

    Quindi c’è da attendersi, nei prossimi giorni e nelle prossime settimane una reazione da parte degli Usa che non sarà solo rumorosa.

    Staremo a vedere.

  • Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X

    Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X

    Dopo due anni difficili alla guida di X, Linda Yaccarino decide di dimettersi dal ruolo di CEO. Un addio che pone ulteriori interrogativi sul futuro della piattaforma. Non ci sono ancora nomi di possibili sostituti.

    Sono passati appena due anni dalla sua nomina a CEO di X e oggi Linda Yaccarino ha annunciato la sua intenzione di dimettersi.

    “Dopo due incredibili anni” – scrive la Yaccarino su X in un post in cui ha dato la notizia – “ho deciso di dimettermi dal ruolo di CEO di 𝕏”. Che siano stati incredibili bisogna darle atto che è vero.

    Portare avanti il suo ruolo con Elon Musk non è stato facile e solo la sua grande resilienza, ed esperienza, le ha permesso di non soccombere prima. Come in tanti si aspettavano.

    Yaccarino e i “vaffa” di Musk

    Ma Linda Yaccarino, forte della sua lunga permanenza in NBCUniversal, ha saputo destreggiarsi al meglio nonostante Musk le rendesse la vita difficile. Ricorderete certamente il grande “vaffa” rivolto agli investitori dopo che molte aziende avevano deciso di abbandonare X a causa dei contenuti sempre più polarizzanti, se non addirittura estremisti, propagati proprio da Musk. Una situazione che rischiò di mettere in difficoltà la stessa piattaforma.

    Proprio in quel momento ci si sarebbe aspettato il passo indietro della Yaccarino. E invece la CEO decise da quel momento in poi che quella era la “sua grande opportunità” e che quindi doveva avere pazienza e ricostruire i rapporti con le aziende (molte delle quali sue clienti in passato) deteriorati dalle continue e pesanti esternazioni del suo capo.

    Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X
    Dopo appena due anni, Linda Yaccarino lascia X

    “Gli sono immensamente grata – scrive ancora la Yaccarino nel suo post rivolgendosi a Musk – per avermi affidato la responsabilità di proteggere la libertà di parola, rilanciare l’azienda e trasformare X nell’app completa”.

    Tra le mille difficoltà che la Yaccarino ha dovuto affrontare con X, di certo anche la gestione del rapporto con Musk era parte importante del lavoro.

    Lavoro che alla fine, bisogna dirlo, ha premiato la tenacia della Yaccarino.

    Infatti, come già ricordato in altre circostanze, dopo la grande fuga gli inserzionisti come Amazon, Apple, per citarne un paio, sono tornate a fare nuovamente annunci pubblicitari su X.

    Migliora la situazione di X, ma non del tutto

    La società che detiene X, X Corp., nel corso degli ultimi mesi ha recuperato gran parte dei debiti accumulati ed è stata acquisita da xAI, la società di Musk che realizza il chatbot IA Grok (di cui oggi verrà annunciata una nuova versione Grok 4).

    Gli esperti sostengono che X stia recuperando terreno, migliorando la situazione anche se ancora al di sotto di quella del 2022 pre acquisizione.

    Le previsioni dicono che per il 2025 ci sarà una crescita, su base annua, dei ricavi pubblicitari di X del +16,5 % (16,5 %, pari a $2,26 mld globali) e +17,5 % negli Stati Uniti ($1,31 mld). Un rialzo importante dopo il tonfo del ­–51 % del 2023.

    X ancora centrale per le notizie e la politica

    La stessa piattaforma continua, nonostante tutto, ad essere centrale per la politica, per le notizie e per lo sport. Anche dopo la proliferazione di diverse alternative, alcune valide come Threads o Bluesky, X è ancora molto usata e si dice che abbia superato gli 800 milioni di utenti attivi.

    La situazione delle minacce legali da parte di Musk e di X ha sicuramente portato molte aziende di nuovo sulla piattaforma, anche se molte sono state riportate a bordo proprio dalla Yaccarino. Ma c’è ancora molto da fare.

    Desta qualche perplessità in fatto che la Yaccarino annuncia la sua uscita da X proprio quando Musk ha annunciato il suo nuovo partito “America Party” e proprio nello stesso giorno del grande annuncio di Grok 4.

    Al momento non si sa nulla di probabili successori. Tra i papabili potrebbero esserci nomi come Steve Davis, fidatissimo di Musk, o anche Nick Pickles. Lo sapremo nelle prossime ore o nei prossimi giorni.

    Sicuramente, chiunque prenderà il posto di Linda Yaccarino avrà un compito molto difficile da portare avanti. In un momento molto, ma molto, complicato.

  • Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    Dopo 130 giorni si chiude l’incarico di Elon Musk nel governo USA alla guida del DOGE. Un esperimento tra riforme mancate e crisi aziendali, che ridefinisce i confini della sua leadership pubblica.

    Elon Musk ha ufficialmente concluso il suo incarico governativo con un annuncio pubblicato sulla piattaforma X.

    Un messaggio essenziale, nel quale ha ringraziato per l’opportunità ricevuta e sottolineato l’impegno profuso nel promuovere l’efficienza del governo federale.

    Una chiusura che segna la fine di un’esperienza breve ma densa di implicazioni politiche, economiche e non senza polemiche.

    Elon Musk e DOGE, incarico a tempo

    L’incarico, come previsto dalla normativa federale statunitense, era stato concepito sin dall’inizio come temporaneo. Musk era stato inquadrato come special government employee, una figura prevista per consentire a personalità esterne al governo di collaborare su obiettivi specifici per un massimo di 130 giorni all’anno.

    Il suo mandato si è concluso proprio allo scadere di questo limite. Ma la sua uscita arriva anche dopo settimane segnate da crescenti tensioni all’interno dell’amministrazione.

    Durante i quattro mesi trascorsi alla guida del DOGE, il Dipartimento per l’Efficienza Governativa, Musk ha lanciato un programma ambizioso di tagli alla spesa pubblica.

    Ecco perché Elon Musk lascia l'amministrazione Trump
    Ecco perché Elon Musk lascia l’amministrazione Trump

    DOGE, un piano molto ambizioso

    L’obiettivo dichiarato era ridurre 2.000 miliardi di dollari di sprechi nel bilancio federale. Ma l’effettivo risparmio ottenuto si è fermato a circa 150 miliardi. Il divario tra l’intenzione iniziale e il risultato finale ha evidenziato quanto sia complesso intervenire nella macchina statale con logiche da impresa tecnologica, se non da startup.

    Un momento di rottura si è verificato con la pubblicazione della nuova legge di bilancio proposta dal presidente Trump, che ha previsto una spesa complessiva superiore a 6 trilioni di dollari. Musk ha criticato la manovra, ritenendola contraria alla missione del DOGE e accusandola di aggravare il deficit federale. La sua affermazione – “può essere grande o bella, ma non entrambe” – ha sintetizzato un dissenso ormai evidente.

    Elon Musk e il difficile momento delle sue aziende

    Nel frattempo, le sue aziende affrontavano un periodo difficile.

    Tesla ha registrato un calo dei profitti pari al 71% nel primo trimestre del 2025, accompagnato da un crollo delle vendite.

    Gli investitori hanno reagito negativamente, percependo l’impegno politico di Musk come una fonte di distrazione e instabilità.

    Per non parlare poi delle tensioni aziendali generate dalle posizioni politiche tenute da Musk in questi mesi. In molte occasioni ci sono state speculazioni che parlavano di malumori degli investitori di Tesla intenti a cercare un nuovo CEO.

    Elon Musk e il suo esperimento governativo

    La conclusione dell’esperienza governativa non rappresenta solo la chiusura di un ruolo formalmente a tempo, ma anche la fine di un esperimento. Musk ha provato a estendere la propria influenza alla sfera istituzionale, portando dentro le logiche del potere pubblico l’approccio rapido e semplificato della cultura tech.

    L’esito, almeno in questa fase, è stato parziale. La struttura federale ha mostrato resistenza, le tensioni interne hanno prevalso e le sue aziende hanno sofferto.

    Con il ritorno a tempo pieno alla guida delle sue imprese, Musk archivia una parentesi che non ha riformato l’apparato statale, ma ha contribuito a ridefinire i confini della leadership contemporanea. Una leadership che si muove tra tecnologia, mercato e rappresentazione pubblica, generando nuove tensioni tra ciò che si intende per efficienza e ciò che significa visione nel concreto.

    La sua uscita dal governo, pur essendo prevista, assume oggi un significato evidente. Il ritorno a una dimensione imprenditoriale che resta centrale nella narrazione globale, ma segnata, in questa fase, da un bilancio governativo in chiaroscuro.

  • Elon Musk riduce il suo ruolo al DOGE mentre Tesla crolla

    Elon Musk riduce il suo ruolo al DOGE mentre Tesla crolla

    Musk prevede di ridurre il suo ruolo al DOGE per Tesla, e ora i profitti crollano (-71%). Con l’appoggio di Trump non molla. La realtà rischia di frenare i suoi sogni marziani.

    Elon Musk ha annunciato che ridurrà il suo impegno nel Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), l’ente voluto da Donald Trump per snellire la burocrazia statunitense.

    Il suo intento è tornare a concentrarsi su Tesla e le sue altre aziende. La notizia, riportata da Reuters e Politico, arriva in un momento critico per il colosso delle auto elettriche, che ha registrato un crollo dell’utile netto del 71% nel primo trimestre del 2025.

    Dietro questi numeri si nasconde anche il peso delle scelte e dell’atteggiamento di Musk, sempre più al centro di polemiche per le sue prese di posizione politiche e il suo uso, a volte spregiudicato, della sua piattaforma X.

    Val la pena analizzare i fatti e capire cosa sta succedendo.

    Musk, il passo indietro dal dipartimento DOGE

    Durante una conference call con gli investitori di Tesla, Musk ha dichiarato che il suo lavoro al DOGE è “quasi completato” e che, a partire da maggio 2025, dedicherà solo uno o due giorni a settimana all’ente governativo, tornando a focalizzarsi su Tesla, SpaceX e X.

    Secondo Reuters, Musk ha sottolineato che il suo ruolo di “dipendente governativo speciale” scadrà a fine maggio, dopo i 130 giorni previsti dal suo incarico.

    La decisione non sorprende: il DOGE, guidato da Musk e dall’imprenditore Vivek Ramaswamy, ha già implementato riforme radicali, con tagli per oltre 140 miliardi di dollari, anche se alcune stime sono controverse.

    Già negli ultimi giorni, Politico aveva riportato indiscrezioni secondo cui Trump era pronto a ridimensionare il ruolo di Musk, più orientato a diventare un consigliere informale.

    La Casa Bianca e Musk avevano smentito un’uscita immediata, ma le pressioni degli investitori di Tesla, preoccupati per il calo delle vendite (-13% nel primo trimestre), sembrano aver spinto Musk a fare un passo indietro. “Tesla ha bisogno di me ora più che mai”, ha detto Musk, come riportato da Bloomberg.

    Elon Musk riduce il suo ruolo al DOGE mentre Tesla crolla
    Elon Musk riduce il suo ruolo al DOGE mentre Tesla crolla

    Musk e il crollo dei profitti di Tesla, i numeri

    Nel frattempo, i numeri parlano chiaro e non sono incoraggianti.

    Tesla ha chiuso il primo trimestre del 2025 con un utile netto di 409 milioni di dollari, in calo del 71% rispetto agli 1,4 miliardi dello stesso periodo del 2024. I ricavi sono scesi del 9%, attestandosi a 19,3 miliardi di dollari.

    Sempre secondo Reuters, il calo è dovuto a una combinazione di fattori: una domanda globale più debole per i veicoli elettrici, tagli aggressivi ai prezzi per stimolare le vendite e un aumento delle spese operative per progetti di intelligenza artificiale e robotica, come il robot Optimus e la guida autonoma.

    La concorrenza, con rivali come il cinese BYD in forte ascesa, ha fatto il resto.

    Gli investitori non hanno nascosto la loro preoccupazione. Durante la conference call, Musk è stato messo sotto pressione per la sua gestione frammentata, con il tempo diviso tra DOGE, X e SpaceX. “Tesla sta pagando il prezzo della distrazione di Elon”, ha commentato un analista citato da Bloomberg.

    Musk e il suo atteggiamento sempre più polarizzante

    L’immagine di Musk, sempre più polarizzante, potrebbe aver contribuito a generare questo momento difficile per Tesla.

    Negli ultimi mesi, come ben sappiamo, il CEO ha fatto parlare di sé non solo per le sue imprese imprenditoriali, ma per una serie di comportamenti e dichiarazioni che hanno sollevato critiche in tutto il mondo.

    Il caso più eclatante risale al 20 gennaio 2025, durante l’insediamento di Trump, quando Musk ha compiuto un gesto, braccio teso dopo essersi battuto il petto, interpretato da molti come un saluto fascista o nazista.

    Media come Times of Israel hanno riportato le reazioni indignate, mentre l’Anti-Defamation League ha definito il gesto “maldestro” ma non intenzionalmente nazista. Musk, su X, ha respinto le accuse, parlando di “trucchi sporchi” e spiegando che voleva solo “dare il cuore al pubblico”. Eppure, il gesto è stato celebrato da gruppi estremisti come Blood Tribe, alimentando le polemiche.

    Non solo. Musk ha apertamente appoggiato partiti di estrema destra, come Alternative für Deutschland (AfD) in Germania, definendolo “l’ultima speranza” per il Paese in un editoriale su Welt am Sonntag.

    Durante una diretta su X con la leader di AfD Alice Weidel, non ha contraddetto teorie revisioniste su Hitler, suscitando ulteriori critiche. La sua gestione di X, trasformata in un megafono per idee di destra e teorie controverse, ha alienato utenti e istituzioni.

    Per citarne qualcuno, la vicepremier spagnola Yolanda Díaz, ad esempio, ha abbandonato la piattaforma in segno di protesta, mentre la Commissione Europea ha messo sotto osservazione X per possibili violazioni del Digital Services Act.

    Questi episodi hanno avuto un impatto sulla percezione anche di Tesla. Come riportato da Reuters, il brand è fortemente associato alla figura di Musk, e le accuse di antisemitismo (come la condivisione di teorie cospirative su George Soros nel 2023) e il flirt con l’estrema destra hanno allontanato consumatori e investitori sensibili a questi temi.

    Il comportamento di Musk sta diventando un rischio per Tesla“, ha dichiarato un analista di Wedbush Securities a Bloomberg. La fiducia nel marchio ne ha risentito, soprattutto in mercati chiave come l’Europa, dove le polemiche politiche di Musk sono seguite con attenzione.

    Cosa attendersi da Musk ora

    La decisione di Musk di ridimensionare il suo ruolo al DOGE è un segnale che il tycoon è consapevole delle difficoltà di Tesla. In ogni caso, il danno reputazionale e le sfide di mercato non si risolveranno dall’oggi al domani.

    La concorrenza nel settore delle auto elettriche è sempre più agguerrita, e Tesla deve ritrovare il suo slancio innovativo per recuperare terreno.

    Musk, dal canto suo, dovrà dimostrare di poter bilanciare le sue ambizioni politiche con la leadership aziendale, evitando passi falsi che potrebbero ulteriormente erodere la fiducia degli stakeholder. Impresa quasi impossibile.

    Intanto, il dibattito sul suo atteggiamento non accenna a placarsi. È sicuramente Musk a portare Tesla dov’è oggi, ma è anche la sua personalità controversa a metterla a rischio.

    Di fronte ad una situazione del genere, c’è da star sicuri che Musk prenderà qualche provvedimento di convenienza sul momento. Ma in una prospettiva più ampia, in realtà, è pronto a non indietreggiare in alcun modo.

    Orma ha assunto la consapevolezza che il suo ruolo all’interno dell’amministrazione Trump è appoggiato proprio dal presidente Usa. E fin quando questo sostegno c’è, per lui tutto va bene.

    Solo che tutto questo, come abbiamo visto, deve fare i conti con la realtà. E Marte è ancora molto lontano dall’essere raggiunto.

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