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  • X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X ha tagliato il limite giornaliero di post per gli account senza abbonamento da 2.400 a 50, con un aggiornamento silenzioso della pagina di Help Center. Una riduzione del 98%, accompagnata da un nuovo tetto di 200 risposte al giorno e dall’invito implicito a passare a X Premium.

    X nei giorni scorsi ha tagliato il limite giornaliero di post per gli account senza abbonamento da 2.400 a 50, con un aggiornamento della pagina di Help Center.

    Si tratta di una riduzione del 98%, accompagnata da un nuovo tetto di 200 risposte al giorno e da una suddivisione in finestre semi-orarie. Non vi è stato alcun annuncio ufficiale, nessun post di Musk a fare da megafono.

    Ad accorgersene sono stati migliaia di utenti – compreso chi scrive – , ricevendo un messaggio che parlava di richieste automatizzate ogni volta che raggiungevano il nuovo limite. Una stretta che, nei modi e nei tempi, resta ancora davvero molto discutibile.

    Da una prima verifica, a ricevere questo messaggio sono stati anche utenti verificati, quindi utenti abbonati almeno a Premium.

    Il vecchio limite di 2.400 post al giorno, valido per tutti gli account verificati e non, era documentato sulla stessa pagina di Help Center ancora ad aprile. Oggi quel numero è stato sostituito da una soglia che è quaranta volte più bassa.

    X riduce a 50 i post giornalieri per chi non paga

    X e la stretta che cambia le regole del gioco

    Intendiamoci, 50 post al giorno significano in media due post all’ora, considerando le ore di veglia. Per la maggior parte degli utenti, quelli che postano due o tre volte al giorno, la differenza non si nota. E infatti la stessa X fa notare che l’80% degli account non posta praticamente mai. Per la grande massa silenziosa, il nuovo limite è invisibile.

    Ma il limite non è una soglia piatta che si raggiunge alla fine della giornata. È spezzato in finestre di mezz’ora, come specifica la stessa pagina di Help Center. In pratica, basta una raffica di risposte durante un evento dal vivo, una partita, una conferenza stampa, per consumare l’intera quota disponibile nell’arco di un’ora.

    E quando questo capita, il messaggio che si riceve non parla di abbonamento. Parla di automazione, di sospetto comportamento da bot, di richieste che il sistema considera anomale.

    In buona sostanza, la piattaforma sta dicendo agli utenti normali che il loro uso intenso, anche se perfettamente legittimo, viene trattato come traffico spam.

    Un cortocircuito comunicativo che ha generato confusione, perché molti utenti hanno pensato a un bug, a un’azione mirata contro il loro account, persino a una sanzione politica. Una confusione che ho vissuto, come dicevo prima, in prima persona.

    Domenica scorsa, 17 maggio, mentre seguivo la finale degli Internazionali di Roma vinta da Jannik Sinner, ho provato a postare un commento e mi sono ritrovato bloccato dallo stesso messaggio. Ma non ero il solo perché già nelle ore successive mi hanno scritto in tanti, preoccupati che X stesse restringendo l’uso della piattaforma a chi fa informazione.

    Non era una restrizione mirata. Era il nuovo limite che stava entrando in vigore proprio in quelle ore, mascherato da segnalazione antibot, senza alcun avviso che spiegasse cosa stesse davvero succedendo. Una stretta che resta, in ogni caso, molto discutibile nei modi e nei tempi.

    Il muro dell’abbonamento a X

    La motivazione ufficiale, quella che X mette in vetrina, parla di lotta allo spam, di tutela della stabilità tecnica, di pressione sui sistemi di infrastruttura. La pagina di Help Center parla di limiti pensati per «ridurre la pressione sui sistemi» e «minimizzare i tempi di inattività». Un linguaggio asettico, neutro, da manutenzione ordinaria.

    Ora in Italia il piano Basic di X Premium costa 3,54 euro al mese o circa 35 euro l’anno; il piano Premium completo arriva a circa 9,44 euro al mese o circa 99 euro l’anno; Premium+, dopo l’aumento di febbraio 2025 ha raggiunto i 44,85 euro euro al mese o poco meno di 445 euro l’anno.

    C’è un elemento che potrebbe aiutare a chiarire meglio la natura di questa scelta, ed è il modo in cui si lega a una distinzione che avevo già rilevato in un articolo precedente sull’algoritmo di X, quando il sistema di raccomandazione era stato riscritto con Grok e Phoenix.

    La piattaforma, in quel passaggio, aveva spostato il controllo dalle euristiche manuali a un modello di machine learning che apprende dai dati. Nessuna regola scritta che dicesse «penalizza i link esterni», ma l’effetto pratico era identico.

    Oggi succede qualcosa di simile, ma a un livello diverso. Non è più solo una questione di visibilità ridotta, è una questione di libertà di parola ridotta.

    L’abbonamento, in questa nuova geometria, non è più solo un servizio premium per chi vuole funzioni aggiuntive. Diventa una condizione strutturale per partecipare alla piattaforma con un volume normale di attività. Una cosa è offrire un’opzione a pagamento per ottenere di più, che poi nella realtà delle cose è impercettibile perché sottoposto all’algoritmo del proprietario. Un’altra è alzare un muro intorno all’uso base e chiedere un pagamento per scavalcarlo. La differenza, possiamo dirlo, è tutta lì.

    Cosa succedeva all’epoca di Twitter

    Per comprendere meglio quello che è successo, conviene tornare a com’era Twitter prima di Musk. Allora i limiti erano strumenti di gestione tecnica, non leve di tipo commerciale.

    Nei primi anni, il tetto era fissato a 1.000 “tweet” al giorno, valido per tutti gli account, verificati e non. Era una soglia che serviva a contenere il carico sui server e a scoraggiare gli abusi automatizzati.

    Poi, nel tempo, è stato alzato a 2.400 tweet (poi post) al giorno, sempre per tutti, sempre senza distinzione tra utenti paganti e non paganti.

    La verifica, allora, era un’altra cosa. Era gratuita, gestita dalla piattaforma, e serviva a certificare l’identità di personaggi pubblici, giornalisti, istituzioni. Non dava diritto a postare di più, non sbloccava nessun limite operativo, non concedeva alcuna corsia preferenziale. La spunta blu era un sigillo di autenticità, non un biglietto di accesso. La separazione tra utenti normali e utenti certificati era una questione di identità.

    Il cambio di paradigma è arrivato dopo l’acquisizione di Twitter da parte di Musk nell’ottobre 2022. Già nei primi mesi del 2023 alcuni utenti si trovavano bloccati per aver raggiunto il limite di 2.400 tweet al giorno, ma in molti casi senza nemmeno averli raggiunti, per via di problemi tecnici che colpivano una piattaforma con metà del personale licenziato.

    Pochi mesi dopo, a luglio 2023, è arrivata la stretta più clamorosa, con limiti di lettura, non di scrittura, differenziati tra account verificati e non verificati: un tetto di 10.000 post al giorno per i primi, 1.000 per i secondi, appena 500 per i nuovi account non verificati.

    Era la prima volta nella storia della piattaforma che un limite operativo veniva esplicitamente legato all’abbonamento. Prima, leggere e scrivere erano funzioni universali e gratuite.

    Da quel momento in poi, hanno iniziato a essere oggetto di tariffazione. E quello che oggi vediamo, con i 50 post originali e le 200 risposte al giorno, è la prosecuzione coerente di quella traiettoria. Solo che adesso non si tratta più di scoraggiare lo scraping. Si tratta di disegnare un’architettura in cui chi non paga viene compresso fino quasi a silenziarlo.

    Il messaggio antibot e l’ambiguità della comunicazione

    Quando un utente raggiunge il nuovo limite, il messaggio che riceve non chiarisce nulla. Non dice: «Hai superato il tuo limite di 50 post giornalieri, valutiamo insieme l’abbonamento». Dice invece: «Questa richiesta sembra essere automatizzata. Per proteggere i nostri utenti da spam e altre attività dannose, attualmente non possiamo completare questa attività. Riprova più tardi.»

    Comunica al normale utente che il suo comportamento è sospetto, e lo invita a riprovare più tardi. Senza spiegare che il «più tardi» non è una pausa tecnica, ma il riavvio di una finestra semi-oraria del nuovo limite.

    In teoria, dunque, X sta combattendo gli automatismi, ma in pratica sta trasformando ogni utente attivo in un automatismo presunto. La proporzione è quella di un sistema che, invece di profilare il bot e lasciare in pace l’utente reale, profila tutti come potenziali bot e poi offre l’abbonamento per dimostrare appunto di non essere un bot, in una logica rovesciata dove chi non paga diventa sospetto.

    La confusione generata da questo messaggio, un filtro antispam dichiarato ma che implicitamente è un muro a pagamento, è il motivo per cui in tanti hanno pensato a un bug, a una restrizione mirata, persino a un’azione contro i giornalisti.

    La realtà è più semplice e, per certi versi, più scomoda: il messaggio antibot copre una scelta commerciale. E quando la scelta commerciale viene mascherata da scelta tecnica, è lo stesso rapporto di fiducia con gli utenti a uscirne incrinato.

    L’algoritmo del proprietario e la libertà di parola a pagamento

    Resta da capire dove si colloca questa stretta nel disegno più ampio della piattaforma, e qui il quadro diventa chiaro. È il disegno che chiamo da tempo “l’algoritmo del proprietario”, quella pratica per cui le scelte tecniche di una piattaforma servono in primo luogo gli interessi strategici di chi la possiede, e solo in secondo luogo gli interessi della comunità che la usa.

    L’architettura, in questa logica, smette di essere uno spazio neutrale e diventa uno strumento di indirizzo verso il pensiero del proprietario.

    Avevo descritto questa dinamica analizzando il passaggio dell’algoritmo di X alla gestione tramite Grok, dove la penalizzazione dei link esterni passava dal codice esplicito al comportamento appreso dal modello, con la stessa logica del controllo ma in una forma più sofisticata e meno contestabile.

    Avevo poi ripreso lo stesso schema parlando delle modifiche annunciate da Nikita Bier, l’attuale responsabile prodotto di X, che lo scorso aprile aveva ridisegnato il sistema di incentivi per premiare il contenuto originale e ridurre la visibilità di chi pubblica con link esterni o reposta materiale altrui. E oggi torniamo lì, sullo stesso terreno, da un’angolazione diversa.

    Perché il limite sui post non è solo una questione di volume, è una questione di presenza del dibattito pubblico.

    Cinquanta post al giorno per chi fa informazione, per chi commenta in diretta, per chi gestisce account istituzionali, sono davvero pochi. E sono pochissimi se applicati a finestre semi-orarie.

    Una giornata di lavoro su un evento, una conferenza, una crisi politica, può consumare l’intera quota in mezza mattinata, e da quel momento in poi quel professionista esiste meno sulla piattaforma, esiste a singhiozzo, esiste poi solo se decide di pagare.

    Va detto, e questo precisato con onestà, che X non è l’unica piattaforma a praticare logiche di monetizzazione spinta. Meta sta seguendo strade analoghe, anche se per ora con muri a pagamento meno aggressivi. .

    Ma X, con questa stretta, è andato oltre. Infatti, ha trasformato la quota di parola in una tariffa. E lo ha fatto in maniera silenziosa, senza un comunicato, senza una spiegazione.

    Cosa significa davvero questo nuovo limite

    La categoria più colpita dalla stretta, lo si capisce subito, è quella dei professionisti dell’informazione, di chi usa X per informare condividendo notizie.

    L’effetto è un impatto diretto sulla libertà di espressione per quei giornalisti non Premium che usano X per fare cronaca dal vivo da un’aula di tribunale, da un’assemblea parlamentare, da una manifestazione. 50 post al giorno sono una soglia che non regge a una giornata di copertura intensa.

    Lo stesso vale per i divulgatori, per i ricercatori che usano X come strumento di lavoro, per i piccoli editori indipendenti che hanno scelto la piattaforma come canale principale di distribuzione.

    C’è poi una questione più ampia, che riguarda il pluralismo dell’informazione.

    Quando una piattaforma usata da centinaia di milioni di persone come spazio di discussione pubblica decide di legare il volume di parola al portafoglio, sta producendo un effetto che non è solo tecnico.

    C’è poi una questione che riguarda direttamente l’Europa. La Commissione UE ha già multato X per 120 milioni di euro lo scorso dicembre, prima sanzione della storia ai sensi del Digital Services Act. Una delle violazioni contestate riguardava proprio il sistema della spunta blu, considerato un design ingannevole perché lega un simbolo di affidabilità a un servizio a pagamento.

    Oggi, con la riduzione dei post per chi non paga, quel principio si estende ulteriormente. La spunta non è più solo una questione di credibilità apparente, è anche una questione di “volume di parola”. E questo, sul piano della trasparenza degli obblighi del DSA, potrebbe diventare un altro terreno di scontro tra Bruxelles e Musk.

    X e la trasformazione sempre più netta

    Quando Twitter è nato ormai 20 anni fa, nel 2006, l’idea era semplice . Era una piazza pubblica dove chiunque, con un account gratuito, poteva dire la sua nello stesso spazio in cui parlavano capi di Stato, premi Nobel, giornalisti, attivisti.

    L’unico vincolo erano i famosi 140 caratteri, poi diventati 280. Quel modello, nel bene e nel male, ha disegnato una stagione della comunicazione online. La stagione in cui la parola digitale era democratica by default.

    Quella stagione, oggi, possiamo dirlo, è finita. E su X tutto questo è ancora più evidente.

    Prima è stata la spunta blu trasformata in abbonamento; poi sono arrivati i limiti di lettura per chi non paga; poi le penalizzazioni per i link esterni, prima esplicite, poi implicite nel modello di Grok.

    Resta da vedere fino a che punto questa monetizzazione spinta potrà reggere prima di erodere il valore stesso della piattaforma, che dovrebbe essere quello dell’ascolto, del confronto, della relazione. Ormai tutti questi possiamo considerarli valori del passato. Vedremo cosa succederà.

  • Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    Il processo Musk-Altman si è chiuso per prescrizione. La giuria non è entrata nel merito e OpenAI vince in aula. Ma a perdere davvero è l’intelligenza artificiale, che esce dal processo con la sua innocenza ormai compromessa.

    Il caso Musk contro Sam Altman, e quindi contro OpenAI, segna un passaggio storico nell’era della Intelligenza Artificiale Generativa. Senza voler apparire esagerati, la portata del processo che si è concluso il 18 maggio scorso e che ha decretato la sconfitta di Musk, seppur formale per aver presentato le sue accuse fuori tempo massimo, è a tutti gli effetti storica.

    Come già sottolineato, questo processo nei fatti non definisce la sconfitta di Musk nel merito delle accuse, che pure la giudice Gonzalez Rogers aveva inizialmente accolto. Il pronunciamento della giuria, con valore consultivo e poi approvato pienamente dalla giudice, non tocca la vera questione su chi vince e su chi perde davvero.

    Il pronunciamento finale non dice chiaramente che Musk ha perso perché aveva torto, non dice che il modello OpenAI sia il migliore e non dice nemmeno che Sam Altman si sia dimostrato adeguato alla guida di OpenAI. E non dice nemmeno che è consentito ad un’associazione nata senza scopo di lucro diventare e trasformarsi col tempo in un’azienda con scopo di lucro del valore, ad oggi, di 850 miliardi di dollari con una IPO imminente.

    Su tutte queste grandi questioni non c’è un pronunciamento netto. Ragion per cui è lecito pensare che non tutti hanno perso per davvero e che non tutti hanno vinto per davvero.

    Sappiamo però che c’è chi ha perso qualcosa, qualcosa di davvero importante. Ed è proprio l’Intelligenza Artificiale che, a conti fatti in maniera parziale, ha perso un po’ la sua innocenza.

    Come già raccontato, si discuteva del modello societario su cui oggi si reggono i grandi laboratori di intelligenza artificiale, della possibilità che una organizzazione fondata come non profit possa convertirsi in qualcosa di molto diverso senza pagarne le conseguenze, e di quanta libertà avessero davvero i procuratori statali nel benedire una operazione di questa portata. Quella domanda è rimasta sospesa, e il modo in cui è rimasta sospesa è, in effetti, una parte importante del problema.

    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza
    Musk perde con OpenAI, ma la IA perde la sua innocenza

    La prescrizione chiude il caso, ma il problema resta

    Il punto decisivo del verdetto è proprio questo. La giuria di Oakland non è entrata nel merito delle accuse mosse da Musk. Non ha stabilito se Altman e Brockman abbiano violato un vincolo fondativo. Non ha stabilito se OpenAI abbia smarrito la sua missione. Non ha stabilito se Microsoft abbia avuto un ruolo improprio nella trasformazione della società. Ma ha solo stabilito che Musk avrebbe dovuto agire prima.

    Secondo la ricostruzione emersa nel processo, Musk era già a conoscenza dei fatti contestati a partire dal 2021, ma ha presentato la causa solo nel 2024. Per questo motivo, le accuse legate alla violazione del vincolo non profit e all’arricchimento ingiustificato sono state considerate fuori tempo massimo.

    OpenAI ha vinto, ma ha vinto su un terreno procedurale. Una situazione che permette di separare due livelli che spesso vengono confusi: il livello della sentenza e il livello della questione industriale. Sul primo, Musk esce sconfitto senza appello; sul secondo, la discussione resta completamente aperta.

    OpenAI vince ma soltanto in aula

    La vittoria giudiziaria di OpenAI è stata netta. Nove giurati all’unanimità, meno di novanta minuti di deliberazione, la giudice Gonzalez Rogers che accetta il verdetto consultivo come proprio e archivia il caso. Una rapidità che, da sola, fa capire quanto solida fosse la linea difensiva sui termini della prescrizione.

    Sul piano finanziario gli effetti per OpenAI saranno evidenti. La quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026, con una valutazione obiettivo intorno al trilione di dollari, ha guadagnato ulteriore terreno.

    Si potrebbe dire che questa sentenza rassicura gli investitori e l’intero settore dell’IA, perché evita un esito potenzialmente caotico che avrebbe potuto mettere in discussione la struttura commerciale di OpenAI, la partnership con Microsoft e i futuri piani di raccolta capitali.

    Vince, dunque, l’idea che l’intelligenza artificiale generativa, per crescere nella forma in cui oggi la conosciamo, non possa più vivere dentro la cornice simbolica della piccola organizzazione votata al bene comune. Ma che ad un certo punto del suo sviluppo ha bisogno di una struttura molto più vicina a quella delle grandi aziende tecnologiche globali.

    Ma, una cosa è la vittoria in aula, un’altra è la vittoria fuori dall’aula ed è qui che le cose potrebbero prendere una piega diversa.

    I dati del processo resteranno per sempre

    Nonostante la sua vittoria in tribunale, OpenAI si porta dietro le peggiori prove documentali sulla propria governance, che resteranno di dominio pubblico.

    Ogni investitore istituzionale che legge la trascrizione del processo trarrà le sue considerazioni sulla credibilità su Altman prima di comprare.

    Vediamo cosa è entrato nel dominio pubblico in queste tre settimane. Le email del 2017 in cui dirigenti di OpenAI esprimevano la preoccupazione che Musk «potesse diventare un dittatore» se gli avessero dato il controllo dell’azienda. Le proposte dello stesso Musk di assorbire OpenAI dentro Tesla.

    I diari personali di Greg Brockman che parlavano della struttura non profit come di «una bugia». Il memo da 52 pagine di Ilya Sutskever, cofondatore di OpenAI, in cui si descriveva Altman come una figura che metteva i propri dirigenti l’uno contro l’altro e mostrava «un costante schema di menzogne».

    I messaggi che Altman inviò durante il suo allontanamento del novembre 2023, in cui supplicava ripetutamente di poter partecipare alle riunioni del consiglio e veniva rifiutato. La conferma, finalmente in atti ufficiali, che OpenAI considerò in quei giorni concitati una possibile fusione con Anthropic. E poi gli scambi tra Musk e Mark Zuckerberg sulla possibilità di comprare OpenAI insieme.

    Sono materiali che la giuria non ha mai dovuto pesare nel merito, perché si è fermata alla questione dei termini. Però esistono, sono consultabili, e accompagneranno qualunque conversazione futura sui prossimi passi di OpenAI.

    Musk alla fine è il vero perdente, ma non del tutto

    Elon Musk esce sconfitto dal processo e questo va detto senza giri di parole. La sua causa viene respinta, le sue richieste cadono, la sua ricostruzione non arriva nemmeno al giudizio di merito. E, secondo le prime analisi, il verdetto rende molto difficile immaginare una riapertura sostanziale del caso, anche se i suoi legali, e lui stesso su X, hanno annunciato la volontà di ricorrere in appello.

    A pochi minuti dal verdetto, sul suo profilo X, Musk ha scritto: «Altman e Brockman si sono effettivamente arricchiti rubando una organizzazione di beneficenza. L’unica domanda è QUANDO l’hanno fatto!». Poco dopo ha aggiunto che «la giuria e la giudice non si sono mai espressi sul merito del caso, solo su una tecnicalità di calendario». E in un terzo post: «farò appello presso il Nono Circuito, perché creare un precedente per saccheggiare le organizzazioni di beneficenza è incredibilmente distruttivo per la cultura della donazione in America».

    C’è un quarto post, poi cancellato, in cui Musk se la prendeva direttamente con la giudice, definendola «terribile giudice attivista di Oakland» che avrebbe usato la giuria come «foglia di fico».

    Quello che emerge è una strategia precisa. Musk ha perso, ma sta provando a riscrivere la sconfitta come una mezza vittoria morale, costruita sulla distinzione tra prescrizione e merito. Aggiungiamoci che, come hanno notato diverse cronache, Musk non era nemmeno presente in aula al momento della lettura del verdetto. Aveva lasciato Oakland giovedì 14 maggio per accompagnare il presidente Trump in Cina.

    Ma sarebbe altrettanto superficiale sostenere che, con la sconfitta di Musk, cada anche la domanda che la causa aveva sollevato. Quella domanda, come abbiamo visto, resta intatta nonostante il verdetto.

    Riguarda il rapporto tra missione dichiarata e proprietà reale. Riguarda la distanza tra il linguaggio con cui molti laboratori di IA si sono presentati al mondo e il modo in cui oggi competono tra loro.

    Musk, naturalmente, non può essere raccontato come un osservatore esterno o disinteressato. È il fondatore di xAI, è un concorrente diretto di OpenAI, è uno degli attori più potenti della stessa industria che a sua volta critica. Ma proprio questa ambiguità rende la vicenda più significativa.

    Non siamo davanti allo scontro tra chi difende il bene comune e chi lo tradisce. Siamo davanti a uno scontro interno al potere tecnologico. Due visioni, due ambizioni, due strategie industriali che si contendono una parte decisiva del futuro della IA.

    Altman e il suo silenzio “strategico”

    Sul fronte opposto, Altman ha scelto una strada completamente diversa. Poco meno di un’ora dopo il verdetto, l’amministratore delegato di OpenAI è tornato su X a postare di ChatGPT, della nuova versione del modello, senza una sola menzione del processo. Né esultanze, né commenti, né rivendicazioni. Soltanto silenzio sul caso, e ritorno alla normalità.

    È una scelta che si commenta da sola. Una vittoria così netta avrebbe potuto essere celebrata pubblicamente, e invece è stata gestita lasciando parlare gli avvocati. William Savitt, avvocato principale di OpenAI, fuori dall’aula ha detto: «la decisione conferma che questa causa era un tentativo ipocrita di sabotare un concorrente». Altman, da parte sua, è rimasto sul terreno che gli compete, quello del prodotto ChatGPT e della sua crescita.

    Ma la vittoria giudiziaria non coincide con una piena ricostruzione della fiducia.

    Durante le udienze, come ricordato poco fa, sono riemerse tensioni interne, accuse sulla sua affidabilità e ricostruzioni che richiamano il clima già visto nel 2023, quando il consiglio di amministrazione di OpenAI decise di rimuoverlo temporaneamente prima del suo ritorno alla guida dell’azienda.

    Altman non viene indebolito sul piano del potere, anzi il verdetto rafforza la sua posizione. Ma viene esposto ancora una volta sul piano della fiducia, in una industria che chiede continuamente fiducia.

    La IA non è più una promessa, è un’infrastruttura di potere

    Il processo Musk contro Altman non racconta solo una lite tra miliardari. Racconta il passaggio definitivo della IA generativa da promessa tecnologica a infrastruttura di potere.

    All’inizio, OpenAI era stata raccontata come una risposta al rischio che l’intelligenza artificiale avanzata finisse nelle mani di pochi attori privati. La missione era costruire sistemi utili all’umanità, evitando che il controllo si concentrasse in modo eccessivo.

    Oggi, invece, OpenAI è al centro di una delle più grandi operazioni industriali del settore tecnologico globale, sostenuta da Microsoft e proiettata verso una valutazione enorme. Questo non significa che ogni trasformazione sia illegittima. Significa però che il linguaggio originario è cambiato radicalmente.

    Non basta dire «beneficio per l’umanità» quando la competizione si gioca su capitali immensi, infrastrutture cloud, chip, dati, energia, alleanze geopolitiche e accesso ai mercati.

    Non basta richiamare la missione quando la struttura economica spinge nella direzione opposta, o quantomeno in una direzione molto più complessa.

    La IA per come l’abbiamo conosciuta in questi anni esce da questo processo con una veste che di fatto ricorda molto il passato. Sembra un paradosso ma è così.

    In aggiunta come contesto, la fiducia degli americani nell’intelligenza artificiale è in caduta, secondo i sondaggi più recenti. L’approvazione pubblica dell’IA è oggi inferiore a quella di temi come la guerra in Iran e le politiche dell’ICE. Vuol dire che il pubblico non è più disposto a fidarsi della retorica delle missioni in nome dell’umanità, almeno non in maniera automatica.

    La rivoluzione della IA e le dinamiche di potere

    Ci eravamo abituati a pensare alla IA come a un settore diverso da quelli del passato. Un settore guidato da menti scientifiche, da ricercatori che provenivano dalle università, da imprenditori che parlavano di missione e di umanità prima che di mercato.

    Ce lo siamo raccontati così, e con noi se lo erano raccontati gli stessi protagonisti. Il processo di Oakland però ha mostrato che la realtà è un’altra.

    La realtà è che dentro questo settore si combattono le stesse battaglie del capitalismo industriale di ogni epoca. Diatribe personali, invidie, accuse, ricatti, processi miliardari, alleanze che si stringono e si spezzano. I dirigenti che si descrivono nei diari come «possibili dittatori». I cofondatori che scrivono memo da 52 pagine contro l’amministratore delegato. Le proposte di fusione tenute segrete, le società parallele costituite in Delaware, gli avvocati che si scontrano in aula sulle versioni della verità di chi sta in cima.

    Sono soldi, e tanti soldi, in misura tale da far impallidire i petrolieri degli anni Settanta. OpenAI viaggia verso una quotazione da un trilione di dollari.

    xAI è stata assorbita da SpaceX in un’operazione che ha portato la valutazione combinata intorno al trilione e mezzo. Microsoft, durante il processo, ha dichiarato di aver investito oltre 100 miliardi di dollari nella propria partnership con OpenAI. Anthropic vale intorno ai 350 miliardi.

    Sono cifre che, fino a pochi anni fa, sarebbero state considerate fuori scala anche per il settore tecnologico più aggressivo.

    La rivoluzione, certo, cambierà tutto. Cambierà il modo di lavorare, di studiare, di informarsi, di scrivere, di prendere decisioni, di curare le persone, di amministrare i territori.

    Questo è un dato di fatto che non cambia con il verdetto di Oakland. Le dinamiche di potere che decidono come questa rivoluzione si svilupperà, però, e a beneficio di chi, sono rimaste identiche. Anzi, sono diventate più estreme. Mai prima nella storia industriale il controllo di una tecnologia trasformativa era stato concentrato in così poche mani.

    E forse è proprio questa la cosa che dovrebbe preoccuparci di più. Non la disputa tra Musk e Altman in quanto tale, ma il fatto che persone così ricche, così potenti, così legate ai vertici dei governi globali, abbiano in mano il futuro di una tecnologia che entrerà in ogni dimensione della vita collettiva, e lo usino, almeno in parte, per farsi la guerra tra loro.

    In mezzo c’è il futuro del mondo, in un momento in cui il mondo, attorno, sembra andare a rotoli. Guerre, instabilità geopolitica, fiducia democratica in caduta, sistemi educativi che faticano a stare al passo, mercati del lavoro che cambiano più velocemente di quanto la politica sappia gestire.

    Mentre tutto questo accade, una manciata di amministratori delegati decide quale modello di linguaggio addestrare, con quali dati, con quali vincoli di sicurezza, con quali finalità commerciali. Decide se aprire o chiudere l’accesso a determinati strumenti. Decide quali governi possono usare quali sistemi, in quali contesti militari, con quali termini contrattuali, il tutto ormai fuori da qualunque controllo democratico effettivo.

    Ecco, in un momento in cui questo processo viene celebrato come un punto di chiarezza, occorre invece mettere in fila le cose come stanno. Almeno in questo articolo ci ho provato.

    Non si tratta di rivedere il proprio giudizio sulla IA, che resta sempre una enorme opportunità per tutti, se affrontata con grande senso di responsabilità e consapevolezza dei rischi che si corrono.

    Ma resta il grande sapore amaro in bocca per il fatto che tutta questa novità, nei fatti, non ha cambiato davvero nulla.

  • X, l’inchiesta di Parigi diventa penale e nuova convocazione per Musk

    X, l’inchiesta di Parigi diventa penale e nuova convocazione per Musk

    La Procura di Parigi ha trasformato in indagine penale l’inchiesta su X. Musk e Yaccarino di nuovo convocati dopo la mancata comparizione del 20 aprile. Tra i nuovi sviluppi, la segnalazione a SEC e DOJ e il rifiuto di Washington a cooperare.

    L’inchiesta della Procura di Parigi su X, avviata lo scorso febbraio, ha cambiato natura. La notizia è che adesso il fascicolo sulla piattaforma di Elon Musk passa ufficialmente a indagine penale. E in aggiunta a questo, Musk e Linda Yaccarino, già ex CEO di X, sono nuovamente convocati a Parigi per rispondere personalmente alle accuse preliminari.

    La svolta arriva a poco più di due settimane dalla mancata comparizione di Musk e Yaccarino all’audizione libera del 20 aprile. Quell’audizione era stata fissata dopo la perquisizione della sede parigina di X del 3 febbraio scorso. I due erano stati citati rispettivamente come “gestore di fatto” e “gestore di diritto” della piattaforma.

    E nessuno dei due si è presentato.

    La nuova convocazione e cosa rischiano Musk e Yaccarino

    La Procura di Parigi ha tenuto a precisare, stavolta, che Musk e Yaccarino sono ora invitati a Parigi per rispondere a quelle che il sistema giudiziario francese chiama preliminary charges, cioè i capi d’imputazione preliminari. Si tratta del passaggio formale che apre la fase istruttoria vera e propria.

    Nel diritto penale francese, una volta notificate le accuse preliminari, il fascicolo passa nelle mani di un giudice istruttore. Da quel momento si apre un’indagine che può durare mesi o anche anni, e che può concludersi con il rinvio a giudizio o con l’archiviazione.

    Le accuse preliminari, in Francia, vengono normalmente notificate di persona. Ma la Procura ha precisato che, qualora Musk e Yaccarino dovessero mancare la convocazione anche questa volta, le accuse potranno essere formalizzate in loro assenza.

    In sostanza, la mancata comparizione non blocca l’iter, anzi lo accelera.

    I procuratori parigini, va precisato a scanso di equivoci, non hanno chiesto né l’arresto né il fermo dei due. La linea, almeno per ora, resta quella della convocazione. Ma il salto di livello è netto rispetto all’audizione libera del 20 aprile, che era ancora una richiesta di chiarimenti su base volontaria.

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    X e i capi d’accusa che la Procura ha formalizzato

    Il quadro accusatorio ricalca, allargandolo, quello che era già stato delineato a febbraio. La Procura di Parigi indaga su una serie di reati che riguardano sia il funzionamento dell’algoritmo di X, sia i contenuti generati da Grok, l’intelligenza artificiale di xAI integrata nella piattaforma.

    Le contestazioni includono la complicità nella detenzione e diffusione di immagini pedopornografiche, la diffusione di immagini sessualmente esplicite non consensuali tramite deepfake, la negazione di crimini contro l’umanità, l’estrazione fraudolenta di dati e l’alterazione del funzionamento di un sistema di trattamento automatizzato in associazione a delinquere, e la gestione illegale di una piattaforma online.

    Avevo già riportato qui cosa successe a gennaio e il caso di Grok che generò migliaia di immagini di nudo e non solo, uno scandalo che ha pesato in modo decisivo nell’allargamento del fascicolo. Tra fine dicembre 2025 e inizio gennaio 2026, secondo l’analisi del Center for Countering Digital Hate, Grok aveva generato circa 3 milioni di immagini sessualmente esplicite di persone reali senza il loro consenso, di cui circa 23.000 raffiguranti minori.

    A questo si aggiunge il capitolo del negazionismo. In Francia, la negazione di crimini contro l’umanità è un reato. Grok, in più occasioni tra novembre 2025 e i primi mesi del 2026, ha generato in lingua francese contenuti che mettevano in dubbio l’uso delle camere a gas ad Auschwitz e che riproponevano cliché della propaganda negazionista.

    La segnalazione della Procura a SEC e DOJ

    A marzo 2026, la Procura di Parigi ha inviato una comunicazione formale al Dipartimento di Giustizia americano e alla Securities and Exchange Commission, l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari statunitensi.

    Nella comunicazione, i procuratori francesi hanno suggerito che la controversia sui deepfake sessualizzati generati da Grok potrebbe essere stata “deliberatamente orchestrata per gonfiare artificialmente il valore di X e xAI, configurando potenziali reati“.

    Si tratta di un’ipotesi investigativa, non di un’accusa formale. Anche perché non si sa ancora di quale entità potrebbero essere le evidenze che la Procura francese ha raccolto in questo senso. Ma il fatto stesso che la Procura abbia ritenuto di doverne informare le autorità americane, e in particolare la SEC, sposta il piano della vicenda. Dalla sola moderazione dei contenuti si entra nel terreno della possibile manipolazione del mercato.

    Va detto, perché ha il suo peso, che X e xAI nel 2025 hanno completato la fusione e che SpaceX a inizio 2026 ha acquisito l’intero gruppo, dando vita a un colosso valutato 1,25 trilioni di dollari.

    Il rifiuto di cooperazione del Dipartimento di Giustizia americano

    La risposta di Washington alla richiesta francese, intanto, è arrivata in modo tutt’altro che ambiguo. Il Dipartimento di Giustizia americano, infatti, ad aprile, giusto un paio di giorni prima della prima convocazione di Musk a Parigi, ha respinto formalmente la richiesta di assistenza giudiziaria avanzata dalla Procura di Parigi.

    Nella lettera di rifiuto, di due pagine, il DOJ ha definito l’inchiesta francese come un “procedimento penale politicamente motivato volto a regolare in modo improprio, attraverso la prosecuzione, le attività commerciali di una piattaforma di social media“.

    Nel testo, riportato dal Wall Street Journal, si legge anche che le richieste francesi “costituiscono un tentativo di coinvolgere gli Stati Uniti in un procedimento penale” che, secondo l’amministrazione Trump, si porrebbe in contrasto con il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà di espressione.

    Il rifiuto di cooperare ha un effetto diretto e concreto. La Procura francese non potrà contare sull’assistenza delle autorità statunitensi per acquisire elementi di prova che si trovano sul territorio americano, e dovrà procedere con gli strumenti di cooperazione giudiziaria che restano a sua disposizione attraverso i canali europei.

    E c’è anche un effetto politico, che è ancora più visibile. Musk, nei rapporti con l’amministrazione Trump, dispone ormai di una copertura istituzionale netta e chiara.

    Il precedente Durov e la linea della Procura di Parigi

    La strategia della Procura di Parigi nei confronti dei vertici delle grandi piattaforme non nasce con il caso X. Si inserisce in una linea che la sezione cybercrime ha sviluppato negli ultimi anni e che ha già prodotto precedenti importanti.

    Come ricorderete, nell’agosto 2024 le stesse autorità francesi avevano fatto arrestare Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram, all’aeroporto di Le Bourget.

    A Durov erano state notificate accuse preliminari nell’ambito di un’indagine sulle responsabilità di Telegram per i reati commessi sulla piattaforma. Il fondatore di Telegram era stato poi rilasciato sotto cauzione, ma gli era stato vietato di lasciare la Francia per oltre sei mesi.

    Più di recente, nei primi mesi del 2026, la stessa Procura ha emesso mandati d’arresto contro i dirigenti di un sito video australiano oggetto di un’altra indagine sui contenuti.

    In sostanza, la Procura di Parigi sta perseguendo da tempo una strategia che mira a chiamare i vertici delle piattaforme a rispondere personalmente di quello che accade sui loro servizi. Il caso di Musk si inserisce in questo stesso solco.

    Il quadro europeo che si chiude attorno a X

    L’indagine francese si muove in parallelo a un quadro europeo che, nelle ultime settimane, si è ulteriormente irrigidito attorno a X e a Grok.

    Giusto pochi giorni fa, il giorno prima dell’annuncio della Procura di Parigi, il Consiglio dell’Unione Europea e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio per vietare i cosiddetti “nudifier tools”, gli strumenti di intelligenza artificiale utilizzati per generare immagini esplicite di persone senza il loro consenso.

    La decisione è arrivata in larga parte come risposta proprio alla controversia su Grok, e va a integrarsi con l’AI Act.

    A questo si aggiungono le indagini europee già aperte. Ricorderete come il 5 dicembre dello scorso anno la Commissione UE aveva inflitto a X la prima multa della storia ai sensi del Digital Services Act, pari a 120 milioni di euro.

    In aggiunta a questo, il 26 gennaio 2026 la Commissione aveva aperto un’indagine formale specificamente su Grok e sui deepfake sessuali.

    A questi due fronti, quello francese in sede penale e quello UE in sede regolatoria, si è poi aggiunta anche la sponda del Regno Unito, dove pure è in corso un’indagine sui contenuti generati da Grok.

    Cosa aspettarci dopo la convocazione

    La nuova convocazione di Musk e Yaccarino apre una fase in cui le incognite non riguardano più tanto il quando o il come. La domanda, in altre parole, non è più se la giustizia francese formalizzerà le accuse, ma in che tempi e con quali modalità lo farà.

    Resta da vedere se questa volta i due decideranno di presentarsi a Parigi. Le possibilità sono essenzialmente due.

    Da una parte, una scelta di comparizione che permetterebbe loro di esporre la propria posizione e di interloquire con il giudice istruttore prima delle decisioni sul rinvio a giudizio. Dall’altra, una nuova mancata comparizione che porterebbe alla notifica delle accuse in contumacia, con tutte le conseguenze del caso.

    La copertura politica offerta dall’amministrazione Trump al rifiuto di cooperare, unita alle dichiarazioni pubbliche con cui Musk ha più volte definito l’inchiesta francese una persecuzione, lascia intuire che la linea sia quella dello scontro più che quella del dialogo.

    Vedremo cosa succederà.

  • Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Si è aperto a Oakland il processo Musk-Altman. Restano in piedi solo due accuse: violazione del vincolo non profit e arricchimento ingiustificato. In gioco c’è la rimozione di Altman, l’annullamento della conversione di OpenAI in società a scopo di lucro e una restituzione fino a 134 miliardi. Il verdetto atteso a metà maggio.

    Solo fino a qualche anno fa, nessuno avrebbe mai creduto che Elon Musk avrebbe finito per portare in tribunale Sam Altman per annullare la leadership di OpenAI e per ricondurre la stessa azienda al suo obiettivo originale, ossia quella di società senza scopo di lucro. Oltre alla restituzione di diverse decine di miliardi di dollari.

    Nessuno ci avrebbe creduto, ma da oggi è davvero così. La sintesi non regge in realtà perché il caso arrivato presso l’aula del tribunale federale di Oakland si è trasformato nel corso di questi mesi e resta comunque complesso.

    Cerchiamo di capire perché si è arrivati a questo punto e qual è la posta in gioco. L’esito di questo processo non è scritto da nessuna parte, perché si tratta di una questione che riguarda direttamente Elon Musk e Sam Altman. Ma visto il ruolo che oggi giocano questi miliardari, è lecito sostenere che l’esito di questo processo avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale.

    La storia inizia oltre 10 anni fa, quando una promessa arriva poi a valere svariati miliardi di dollari e riguarda da vicino il futuro dell’IA. Elon Musk e Sam Altman dieci anni fa avevano firmato la stessa dichiarazione di intenti, e oggi si trovano in tribunale per stabilire chi di loro due l’ha, infine, tradita. Musk sostiene senza mezzi termini che a tradire è stato Altman.

    La giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha avviato la selezione e l’insediamento dei nove giurati (così come prevede l’ordinamento americano) che ascolteranno le prove nelle prossime tre settimane.

    Le arringhe d’apertura sono fissate per oggi, 28 aprile. Da quel momento, e fino a metà maggio, OpenAI dovrà difendere la propria esistenza. E a fare da sfondo, va detto, c’è la quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026, valutata diversi trilioni di dollari.

    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell'intelligenza artificiale
    Lo scontro Musk-Altman avrà effetti sul futuro dell’intelligenza artificiale

    Il caso Musk-Altman, le accuse dimezzate

    Quello che arriva in aula non è la causa che Musk aveva depositato nel 2024, adesso è decisamente più ridotta.

    Venerdì 24 aprile Musk ha ritirato di sua iniziativa le accuse di frode e “frode costruttiva” contro Altman. Ufficialmente per “snellire” il dibattimento, ma il risultato concreto è che davanti alla giuria restano solo due capi d’accusa di natura equitativa: violazione del vincolo di destinazione non profit e arricchimento ingiustificato.

    La giuria in questa occasione ha potere solo consultivo. Infatti, sarà la giudice Gonzalez Rogers a emettere la decisione vincolante, in una seconda fase del processo che inizierà il 18 maggio davanti, appunto, alla sola giudice. Questo significa che i titoli che leggeremo nei prossimi giorni, “Musk vince” o “Altman vince”, andranno presi con estrema cautela. La partita vera si gioca dopo, lontano dai giurati.

    Il percorso di pulizia dei capi d’accusa è cominciato da tempo. La causa originaria, depositata presso la corte federale ad agosto 2024, conteneva ben 26 capi d’accusa. Tra questi c’erano l’associazione a delinquere ai sensi del RICO, le violazioni delle norme antitrust dello Sherman Act, la pubblicità ingannevole. Tutte decadute.

    RICO sta per Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, una legge federale americana del 1970. Nata per colpire la mafia italoamericana, quando i procuratori non riuscivano a incastrare i boss perché i singoli reati venivano commessi dai sottoposti.

    In questo contesto, Musk sosteneva che OpenAI, Altman, Microsoft e altri avessero costruito uno schema fraudolento sistematico per appropriarsi degli asset della nonprofit, e che quindi rientrassero nella definizione di organizzazione corrotta secondo il RICO.

    Nel corso dei mesi dalla deposizione, la giudice Gonzalez Rogers ha provveduto ad attivare un esame attento dei capi d’accusa. Il processo che verrà celebrato è un guscio di quello che Musk aveva immaginato. Resta però la richiesta più ambiziosa, quella sui risarcimenti miliardari e qui le cifre sono esorbitanti.

    Le richieste di Elon Musk

    Il 7 aprile scorso Musk ha depositato la sua richiesta formale di risarcimenti per la seconda fase. Vuole la rimozione di Altman da amministratore delegato e da direttore della Foundation. Chiede la rimozione di Greg Brockman da presidente della società di pubblico beneficio. E vuole l’annullamento della conversione del 28 ottobre 2025 che ha trasformato OpenAI in società a scopo di lucro.

    Inoltre, vuole una restituzione che potrebbe arrivare a circa 134 miliardi di dollari.

    Va specificato che questa somma non finirebbe nelle tasche di Musk. Andrebbe alla OpenAI Foundation, l’ente di beneficenza che oggi controlla il 26% della società. Musk, in altre parole, ha strutturato la sua causa in modo da non incassare nulla personalmente. Il suo guadagno finanziario di fronte ad una eventuale una vittoria sarebbe zero.

    È un punto che al momento sta sfuggendo ai più, ma che vale la pena evidenziare. Quello che in sostanza chiede Musk è la rimozione di Sam Altman e di Greg Brockman dai loro incarichi.

    La difesa di OpenAI e la benedizione dei due procuratori

    Nonostante la causa, il 28 ottobre 2025 OpenAI ha completato la sua ristrutturazione societaria. OpenAI, Inc. è diventata la OpenAI Foundation, un ente nonprofit. Il braccio operativo è diventato OpenAI Group PBC, una società di pubblico beneficio del Delaware. La fondazione detiene il 26% della nuova entità, circa 130 miliardi di dollari di valore. Microsoft detiene il 27%, circa 135 miliardi.

    Ora, sia il procuratore generale californiano Bonta sia quello del Delaware Jennings hanno emesso dichiarazioni di non obiezione sulla ristrutturazione, dopo aver ottenuto da OpenAI concessioni che assicurano che gli asset rimangano “irrevocabilmente dedicati a scopi di beneficenza”. E qui si entra nel cuore della questione giuridica.

    Negli Stati Uniti, i procuratori generali statali sono i custodi pubblici degli enti di beneficenza. Sono loro, in via primaria, a dover vigilare che un ente fondato per scopi benefici rispetti le sue promesse. Se i due procuratori generali competenti hanno esaminato le carte e non hanno sollevato obiezioni, la pretesa di Musk secondo cui OpenAI avrebbe violato proprio quel vincolo di destinazione benefica entra in tribunale già molto azzoppata. Ma su questo si vedrà a fine processo.

    Da una parte, Musk e il suo team punteranno tutto sulle prove documentali interne. Dall’altra, OpenAI risponderà agitando la firma dei due procuratori generali e l’approvazione formale dello Stato della California. La giuria dovrà decidere a quale autorità prestare fede. E la giudice ha già definito “un testa o croce” il merito della questione, quando a marzo 2025 ha respinto l’ingiunzione preliminare richiesta da Musk. Si tratta di un pronunciamento che non sbilancia la giudice verso nessuna delle parti in causa.

    Un passo indietro al 2015, quando nacque OpenAI

    OpenAI nasce l’11 dicembre 2015 come ente nonprofit del Delaware. La missione dichiarata è ambiziosa, persino ingenua per i tempi che sarebbero venuti dopo: avanzare l’intelligenza digitale “nel modo più probabile per beneficiare l’umanità”, senza il vincolo del profitto.

    I co-presidenti sono Sam Altman, allora a capo di Y Combinator, ed Elon Musk. Il direttore tecnico è Greg Brockman, il direttore scientifico Ilya Sutskever.

    L’annuncio si regge su una promessa di finanziamento da un miliardo di dollari, sottoscritta da Musk, Altman, Brockman, Reid Hoffman, Peter Thiel, Jessica Livingston, AWS, Infosys e YC Research. Solo che, come emergerà anni dopo, di quel miliardo entro il 2021 era stato effettivamente versato qualcosa come 133 milioni.

    E la quota di Musk, oggetto di contestazione che attraversa tutto il processo, è inferiore a 45 milioni di dollari secondo la contabilità di OpenAI. Una ricostruzione di Semafor del marzo 2023 parlava di 100 milioni da fonti anonime, ma i documenti evidenziano la cifra più bassa.

    Lo scarto tra impegni annunciati e denaro effettivamente messo a disposizione non è un dettaglio. È parte di come Musk costruisce oggi la sua tesi del “patto fondativo”.

    La rottura del 2018 e la versione di Musk

    Musk lascia il consiglio di OpenAI il 20 febbraio 2018. La versione che fornisce allora ai dipendenti è quella del conflitto di interessi: Tesla sta correndo verso l’intelligenza artificiale per la guida autonoma, e quindi non si può più stare in due posti contemporaneamente.

    È una versione plausibile, accettabile, ben struttturata. Solo che, come ha rivelato per primo Semafor cinque anni dopo e come hanno poi confermato le email pubblicate da OpenAI nel marzo 2024, non risulta essere la versione completa.

    A fine 2017, Musk aveva detto ad Altman che OpenAI era “rimasta fatalmente indietro rispetto a Google”. E aveva proposto di prenderne la guida lui stesso, come amministratore delegato, con la maggioranza delle quote e il pieno controllo del consiglio. In alternativa, di fondere OpenAI dentro Tesla. Brockman, Sutskever e Altman rifiutarono questa proposto. E Mus di conseguenza se ne andò.

    Il 15 settembre 2017, prima ancora di rompere con Altman, Musk aveva fatto incorporare in silenzio una società del Delaware chiamata Open Artificial Intelligence Technologies, Inc., attraverso il suo fiduciario personale Jared Birchall.

    Una società già strutturata come società di pubblico beneficio, esattamente la stessa forma giuridica che Musk oggi accusa OpenAI di aver scelto per tradire la missione. La trovata la racconta OpenAI nel suo blog ufficiale, e i giudici l’hanno ammessa come prova al processo.

    In una mail del 1° febbraio 2018, Musk inoltrò una proposta secondo cui OpenAI avrebbe dovuto “agganciarsi a Tesla come sua mucca da mungere”, scrivendo che era “esattamente giusto”. Quando lasciò, disse allo staff che la “probabilità di successo” di OpenAI era zero, e ritirò la quota residua del suo impegno. Il discorso sul conflitto Tesla, secondo Semafor, “non fu accolto bene. La maggior parte non si bevve completamente la storia”.

    Una cosa è raccontare di essersene andati per principio. Un’altra è essersene andati dopo aver provato a prendersi tutto. Il processo che si è aperto ieri cercherà di stabilire quale delle due versioni risulterà essere quella vera.

    L’accelerazione di OpenAI e il ruolo di Microsoft

    Il 30 novembre 2022, OpenAI lancia ChatGPT. Nel giro di cinque giorni il chatbot raggiunge un milione di utenti e a gennaio 2023 sono già 100 milioni gli utenti attivi mensili, l’adozione consumer più veloce della storia. La valutazione di OpenAI esplode. Da circa 14 miliardi di dollari nel 2021 si passa a 29 miliardi a gennaio 2023, a 86 miliardi a fine dello stesso anno, fino agli oltre 850 miliardi di oggi.

    In quel passaggio, Microsoft consolida la sua presenza con un investimento da circa 10 miliardi di dollari, che porta il totale dei suoi versamenti vicino ai 13 miliardi. Una struttura societaria complessa le riconosce il 75% dei profitti fino al recupero del capitale, poi il 49% fino a un tetto di circa 92 miliardi.

    Una struttura che, secondo Musk, consolida quello che lui stesso definisce un cartello tra OpenAI, Microsoft e l’industria del cloud. Il giudice però ha respinto in via definitiva questa tesi: l’accusa antitrust è caduta, e i due dirigenti che la rendevano possibile, Reid Hoffman e Deannah Templeton, si sono dimessi prima che la causa arrivasse in aula.

    Resta in piedi solo un capo di accusa contro Microsoft, ossia quello di concorso nella violazione del vincolo di destinazione non profit. Per questo Microsoft ha solo cinque ore di tempo davanti alla giuria, contro le venti riservate a Musk e a OpenAI.

    Per contrastare OpenAI, Musk fonda xAI

    Il 9 marzo 2023, mentre ChatGPT porta nel mondo la sua IA generativa, Musk fonda silenziosamente X.AI Corp. in Nevada. La presenta pubblicamente il 12 luglio 2023 dagli studi di Tucker Carlson, descrivendola come “TruthGPT”, un’alternativa a ChatGPT che secondo lui sarebbe “addestrato a essere politicamente corretto”. Il chatbot, ribattezzato Grok, viene lanciato su X il 4 novembre 2023.

    A marzo 2025, la fusione tra xAI e X porta il valore complessivo del veicolo intorno ai 113 miliardi. A febbraio 2026, SpaceX assorbe xAI in un’operazione tutta in azioni a una valutazione combinata di circa 1,25 trilioni di dollari.

    Tutto questo costruisce un contesto che offre ad OpenAI un argomento forte da portare in questo processo: Musk non sta combattendo solo per dei principi, sta combattendo anche per un’azienda concorrente che brucia un miliardo di dollari al mese e che ha bisogno di bloccare proprio OpenAI per poter crescere.

    Le risposte giudiziarie di OpenAI, depositate il 9 aprile 2025, inquadrano esplicitamente la causa di Musk come una campagna integrata di molestie a beneficio di xAI: la campagna social “Scam Altman”, l’offerta-fantoccio da 97,4 miliardi del febbraio 2025, l’uso strumentale del contenzioso. Tutto, secondo OpenAI, andrebbe letto come uno strumento di competizione.

    Cosa rischia davvero ciascuno dei protagonisti

    Arrivati a questo punto, dopo aver cercato – si spera bene – di ricostruire il percorso che ha portato fino a oggi, possiamo provare a capire cosa concretamente è in gioco per ciascuno dei protagonisti.

    Per Sam Altman, il rischio è il ruolo di CEO di OpenAI

    Per Altman, il rischio diretto passa dalla richiesta di Musk di rimuoverlo da amministratore delegato di OpenAI e da direttore della Foundation, oltre alla restituzione delle sue quote.

    Se la giudice Gonzalez Rogers decidesse di prendere o meno in considerazione questa strada è una questione tutta da vedere, perché OpenAI sostiene che non è al momento una procedura prevedibile. Va specificato, peraltro, che nessun rinvio penale è stato pubblicamente riportato contro Altman. I capi di accusa di frode sono stati ritirati dallo stesso Musk venerdì scorso.

    Il rischio reputazionale, però, è molto più evidente. In fase di processo emergerà sicuramente un messaggio del 2017 in cui Altman scriveva a Musk “resto entusiasta della struttura nonprofit!”, in un momento in cui le discussioni interne avevano già imboccato la strada del for profit.

    E farà emergere il diario personale di Brockman del 2017, in cui il direttore tecnico ammetteva che “sarebbe sbagliato rubare la non-profit” a Musk. Il consiglio di OpenAI, presieduto da Bret Taylor, appare per ora solido, ma le testimonianze potrebbero giocare un certo peso all’interno del CdA.

    Per Elon Musk, il rischio è la sua credibilità

    Il rischio finanziario diretto di Musk, come abbiamo già visto, è teoricamente pari a zero, perché qualunque tipo di risarcimento finirebbe alla Foundation e non a lui.

    Ma i contro-ricorsi di OpenAI per la seconda fase chiedono danni compensativi non quantificati e un’ingiunzione che impedisca ulteriori interferenze. E c’è un punto, soprattutto, su cui OpenAI ha intenzione di insistere. Ed è quello delle email del 2017 e del 2018 in cui Musk contemplava una fusione con Tesla, e l’incorporazione segreta della società del Delaware del settembre 2017. Si tratta, secondo OpenAI, di email che contraddicono direttamente la narrazione che lui stesso porta in tribunale. La sua credibilità è quindi davvero a rischio.

    Va aggiunto che Musk ha altri fronti aperti contemporaneamente. La causa SEC sulla mancata comunicazione delle quote in Twitter è in attesa di processo dopo il rigetto della richiesta di archiviazione del 3 febbraio scorso.

    E nel caso Pampena, una giuria ha già stabilito il 20 marzo 2026 che Musk fece dichiarazioni false agli azionisti di Twitter, con danni potenzialmente fino a 2,6 miliardi di dollari ancora pendenti. Una sconfitta in tribunale a Oakland, anche solo davanti ad una giuria consultiva, andrebbe a sommarsi a un quadro già complicato.

    Per OpenAI, il rischio è strutturale e tocca la quotazione in borsa

    La minaccia più grande per OpenAI come organizzazione è la richiesta di annullare la conversione del 28 ottobre 2025. Significherebbe smontare l’intera architettura societaria che oggi vale più di 850 miliardi di dollari.

    La salita, lo abbiamo detto, è ripida per via della benedizione dei due procuratori generali, ma non è impossibile. E in mezzo c’è un altro elemento concreto, di cui si parla poco: OpenAI ha esplicitamente segnalato la causa Musk come fattore di rischio nella documentazione distribuita agli investitori in vista della quotazione in borsa attesa per il quarto trimestre 2026.

    Sull’altro versante, OpenAI sta effettivamente guadagnando terreno anche nel governo federale. Il contratto del Pentagono da 200 milioni di dollari, assegnato a giugno 2025, vale fino a luglio 2026. E il 27 febbraio scorso, l’amministrazione Trump ha messo al bando Anthropic a livello federale, dopo che la rivale aveva rifiutato casi d’uso legati ad armi autonome e sorveglianza di massa, e ha annunciato un nuovo accordo con OpenAI. Un quadro che, sul piano commerciale, va in direzione opposta a quella che Musk vorrebbe.

    In gioco è anche il futuro della IA

    La sentenza che il giudice Gonzalez Rogers emetterà verso la metà maggio non risolverà solo il duello tra Musk e Altman. Ma stabilirà un precedente sul fatto che entità fondate come non-profit possano poi convertirsi in società di lucro onorando, almeno formalmente, l’originario vincolo benefico.

    Quello stesso modello regge oggi anche Anthropic, che è nata fin dall’origine come società a scopo di lucro ed è oggi valutata intorno ai 350 miliardi di dollari. E sarebbe il modello a cui si guarderanno tutti i laboratori di intelligenza artificiale che dovessero seguire la stessa strada. Una vittoria di Musk congelerebbe l’architettura; una sconfitta, al contrario, validerebbe il modello e libererebbe la strada per la quotazione in borsa di OpenAI e per ristrutturazioni simili in tutta la Silicon Valley.

    E sullo sfondo c’è Stargate, il progetto infrastrutturale da 500 miliardi di dollari su quattro anni, annunciato il 21 gennaio 2025 con Trump, Altman, Larry Ellison e Masayoshi Son. Al momento in forte ritardo, ma resta la cornice politica di un progetto che dovrebbe ridisegnare l’infrastruttura americana dell’intelligenza artificiale. Un verdetto contro OpenAI complicherebbe anche questo disegno.

    Cosa osservare nelle prossime tre settimane

    La prima fase del processo, quella davanti alla giuria consultiva, dovrebbe concludersi entro metà maggio. Le venti ore a disposizione di ciascuna parte voleranno via e poi ci sono i testimoni. Musk, Altman, Brockman; e poi Satya Nadella, l’amministratore delegato di Microsoft, che testimonierà per la difesa; Ilya Sutskever, il co-fondatore che ha votato per rimuovere Altman nel 2023; Mira Murati, l’ex direttrice tecnica di OpenAI che oggi guida Thinking Machines; Helen Toner, l’altra ex consigliera che a novembre 2023 fece parte del consiglio che destituì Altman per cinque giorni; Shivon Zilis, madre di quattro dei figli di Musk.

    Tre cose, in particolare, vale la pena guardare. La prima è come Brockman gestirà al controesame il proprio diario del 2017. Quel diario, che parla della struttura nonprofit come di “una bugia”, è la prova più pesante che Musk porta in aula.

    La seconda è come verrà letto il messaggio “sei il mio eroe” che Altman mandò a Musk nel febbraio 2023, ammesso come prova ma soggetto a interpretazioni opposte.

    La terza, e forse la più importante, è se la testimonianza di Nadella confermerà o no l’allineamento tra Microsoft e OpenAI. Perché il giorno dopo il verdetto della giuria, sia esso favorevole o meno a Musk, è da quell’allineamento che dipende il futuro di OpenAI.

    Il 18 maggio, finita la prima fase, la giudice Gonzalez Rogers aprirà la seconda, ossia quella senza giuria e che sarà quella vincolante. Sarà in quel momento, e non davanti ai nove giurati, che si deciderà se OpenAI uscirà da questo processo intatta, ridimensionata o smembrata.

    Per concludere questo percorso di ricostruzione di questa vicenda del caso Musk contro Altman, sperando di essere riuscito nell’intento di rendere tutto più chiaro, non resta che seguire le varie fasi per osservare se ci saranno colpi di scena.

    Il verdetto della prima fase, come già ricordato, è atteso a metà maggio, mentre quello vincolante, qualche settimana dopo. Vedremo davvero cosa succederà.

  • X nel 2026, l’algoritmo del proprietario ha vinto

    X nel 2026, l’algoritmo del proprietario ha vinto

    L’analisi di Nate Silver rivela come X nel 2026 sia dominata da account di destra di bassa qualità. Al centro di tutto ovviamente c’è Musk. Non è visibilità organica, ma è l’algoritmo del proprietario che ha ribaltato la piattaforma.

    Quando Elon Musk ha acquistato Twitter nell’ottobre 2022, ha promesso di trasformarlo in una piazza digitale dove la libertà di espressione avrebbe trionfato. Tre anni e mezzo dopo, quella piazza è diventata qualcosa di molto diverso. Vale a dire un ecosistema chiuso dove prosperano account di bassissima qualità, teorie complottiste e disinformazione sistematica, mentre il giornalismo tradizionale viene progressivamente marginalizzato.

    E il grafico pubblicato da Nate Silver su Silver Bulletin lo dimostra con una chiarezza lascia spazio davvero a poche interpretazioni.

    L’immagine che si vede qui in basso è molto chiara. Si nota una costellazione di bolle che rappresentano gli account con più engagement su X nei primi mesi del 2026.

    Al centro c’è, ovviamente, Elon Musk con i suoi 223 milioni di follower e il boost algoritmico che si è costruito su misura.

    Attorno a lui, una galassia quasi interamente rossa: Pop Base, Catturd, Jackson Hinkle, Libs of TikTok, Laura Loomer, Scott Presler. Gli account blu, quelli che Silver classifica come liberal, sono pochi e marginali. Ma il dato più importante, forse, non è lo squilibrio politico, quello lo sapevamo già, ma è la qualità di ciò che genera engagement.

    Catturd preferito al New York Times: la vittoria della spazzatura

    C’è un dettaglio nel grafico di Silver che va evidenziato, ed è l’account Catturd, un profilo satirico di estrema destra, che genera più engagement del New York Times. Sì, si chiama letteralmente «Catturd» e che pubblica contenuti di qualità infima. E grazie alla spinta dell’algoritmo supera in interazioni una delle testate giornalistiche più importanti del mondo. E non è un caso isolato.

    Come avevo scritto analizzando l’evoluzione dell’algoritmo di X con Grok, la piattaforma di Musk ha progressivamente abbandonato qualsiasi pretesa di neutralità. Quello che vediamo oggi è il risultato finale di un processo iniziato subito dopo l’acquisizione: la costruzione dell’algoritmo del proprietario, come lo definisco ormai da tempo, che premia ciò che il proprietario vuole amplificare e penalizza ciò che vuole silenziare.

    Non si tratta di crescita organica, è ingegneria algoritmica

    Qualcuno potrebbe sostenere che questo spostamento rifletta semplicemente le preferenze degli utenti, che la destra americana sia più attiva sui social media, che si tratti di una dinamica organica.

    Ma poi i fatti raccontano una storia diversa. Prima dell’acquisizione di Musk, gli account con più engagement su Twitter erano figure come Taylor Swift, Barack Obama, Cristiano Ronaldo: celebrità che erano seguite da milioni di follower senza particolari spinte algoritmiche. Twitter lasciava che la rilevanza emergesse dalle interazioni reali degli utenti.

    Oggi quella che abbiamo sotto gli occhi è una situazione radicalmente diversa.

    Musk si è costruito un boost algoritmico personale – algoritmo del proprietario in purezza. I link esterni vengono sistematicamente penalizzati, una strategia che Silver definisce «miope» perché trasforma X in un giardino recintato dove i contenuti di qualità non hanno ragione di entrare.

    Gli account con la spunta blu legacy, quelli che avevano ottenuto la verifica prima dell’era Musk, sono stati progressivamente condannati all’irrilevanza. E il sistema di monetizzazione premia chi rimane sulla piattaforma e genera engagement, non chi produce contenuti verificati o approfonditi.

    Silver usa una metafora ecologica molto efficace per descrivere questo fenomeno. Infatti paragona X a un’isola remota dove, per mancanza di competizione, si sviluppano creature strane.

    È il cosiddetto effetto isola: in assenza di predatori naturali, prosperano specie che non sopravviverebbero in un ecosistema più competitivo. Il drago di Komodo esiste solo perché vive su isole isolate dell’Indonesia.

    In buona sostanza, Catturd esiste solo perché l’algoritmo di X lo protegge dalla competizione con contenuti di qualità.

    X, come i social media, sempre meno rilevanti per contenuti di qualità

    I social media, e X in particolare, stanno diventando sempre meno rilevanti per chi produce contenuti di qualità.

    Il New York Times ha 53 milioni di follower su X, eppure i suoi tweet generano spesso poche centinaia di like. È una sproporzione che non si spiega con il declino dell’interesse per il giornalismo. Ma si spiega con un algoritmo che penalizza sistematicamente i link esterni e i contenuti che portano gli utenti fuori dalla piattaforma.

    L’algoritmo del proprietario ha vinto

    Come avevo raccontato qui su questo blog, fin dall’inizio della vicenda Twitter/Musk, l’obiettivo dell’acquisizione non è mai stato quello dichiarato.

    Non si trattava di salvare la libertà di espressione o di combattere la censura.

    Si trattava di costruire una macchina di amplificazione per un certo tipo di contenuti: quelli che servono agli interessi politici e commerciali del proprietario. E quel progetto, possiamo dirlo, è andato a buon fine.

    Il grafico di Nate Silver non è solo una fotografia dello stato attuale di X. È la prova documentale di un’operazione riuscita.

    L’algoritmo del proprietario ha ribaltato completamente l’ecosistema della piattaforma, trasformandola da spazio di conversazione pubblica a camera di risonanza per disinformazione, teorie complottiste e propaganda politica.

    Resta da vedere se questa traiettoria sia reversibile o se X sia destinata a diventare sempre più marginale nel dibattito pubblico.

    Il processo già in corso coinvolge tutte le piattaforme social media, nessuna esclusa.

    L’algoritmo del proprietario ha vinto la battaglia per il controllo della piattaforma. Ma potrebbe aver perso la guerra per la sua rilevanza. Staremo a vedere, come sempre.

  • Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    I documenti depositati nella causa Musk contro OpenAI rivelano messaggi privati tra i due CEO. Zuckerberg offrì supporto al DOGE e Musk propose un’offerta congiunta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una convergenza strategica che ribalta anni di rivalità pubblica.

    Mark Zuckerberg si è offerto di aiutare Elon Musk e il suo DOGE.

    Lo rivelano i documenti depositati venerdì scorso nell’ambito della causa che Musk ha intentato contro Sam Altman e OpenAI, e vale la pena soffermarsi un attimo perché racconta molto più di un semplice scambio di messaggi tra due miliardari.

    Vi ricordate dove li avevamo lasciati? Era il 2023, e i due si stavano organizzando per sfidarsi a duello, un combattimento che avrebbe dovuto tenersi addirittura al Colosseo, con l’allora ministro Sangiuliano che si era offerto come mediatore istituzionale per ospitare lo scontro del secolo.

    L’inizio della rivalità tra Zuckerberg e Musk

    Una rivalità che in realtà affondava le radici molto più indietro. Un esempio si ebbe nel 2016, quando l’esplosione di un razzo SpaceX distrusse un satellite Facebook che si trovava a bordo. Da quel momento in poi i due sono andati avanti con provocazioni reciproche e dichiarazioni al vetriolo.

    Eppure, nel corso dell’ultimo periodo, qualcosa è cambiato, e i documenti giudiziari ci permettono oggi di ricostruire la sequenza con una certa precisione.

    Il primo segnale risale al 13 dicembre 2024, quando Zuckerberg scrisse a Musk per avvisarlo personalmente che qualcuno aveva fatto trapelare la lettera con cui Meta chiedeva all’Attorney General della California di bloccare la transizione di OpenAI verso un modello for-profit. Una lettera in cui Meta sosteneva esplicitamente che Musk fosse “qualificato e ben posizionato per rappresentare gli interessi dei californiani” nella sua battaglia legale contro Altman.

    Zuckerberg e Musk, insieme nel segno di Trump

    Poi è arrivato il 20 gennaio 2025, il giorno dell’insediamento di Trump, e la scena che si è presentata agli occhi del mondo ha reso evidente ciò che stava accadendo.

    Musk, Zuckerberg, Bezos e Pichai sedevano insieme in prima fila, più vicini al nuovo presidente di molti dei suoi stessi consiglieri, gli unici non familiari in grado letteralmente di sussurrare all’orecchio di Trump o Vance dal palco.

    Ciascuno di loro aveva versato un milione di dollari per l’evento, e Zuckerberg aveva annunciato pochi giorni prima l’abbandono del fact-checking sulle piattaforme Meta, una svolta che segnava un allineamento politico ormai inequivocabile.

    Ma è il 3 febbraio 2025 che la convergenza diventa operativa, come riportano i documenti.

    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici
    Mark Zuckerberg e Elon Musk, da nemici giurati a complici

    E uniti contro OpenAI di Sam Altman

    Alle 22:04, Zuckerberg scrive a Musk congratulandosi per i progressi del DOGE e offrendo supporto concreto: i suoi team sono pronti a rimuovere i contenuti che minacciano o fanno doxxing ai collaboratori di Musk. “Fammi sapere se c’è qualcos’altro che posso fare per aiutare”, conclude.

    Meno di mezz’ora dopo, Musk risponde con un cuore e rilancia: “Sei aperto all’idea di fare un’offerta per la proprietà intellettuale di OpenAI con me e alcuni altri?”. Zuckerberg propone di discuterne a voce, Musk dice che chiamerà la mattina dopo.

    Una settimana più tardi, il 10 febbraio, un consorzio guidato da xAI presenta un’offerta non sollecitata da 97,4 miliardi di dollari per acquisire OpenAI, con l’obiettivo dichiarato di bloccare la sua trasformazione in società for-profit. Zuckerberg alla fine non firmò la lettera d’intenti e il board di OpenAI respinse l’offerta, ma il fatto che l’ipotesi sia stata contemplata racconta una storia che va ben oltre i rapporti personali tra i due.

    Zuckerberg, Musk e Trump: una convergenza strategica

    Quello che emerge da questa ricostruzione è un quadro di convergenza strategica guidata da interessi comuni. OpenAI e Sam Altman rappresentano una minaccia esistenziale sia per xAI di Musk che per gli investimenti di Meta nell’intelligenza artificiale, e questo ha creato le condizioni per un allineamento che sarebbe stato impensabile solo due anni fa.

    A questo si aggiunge l’abbraccio condiviso dell’amministrazione Trump, con Meta che ha abbandonato le politiche di moderazione dei contenuti proprio alla vigilia dell’insediamento, e la consapevolezza che la transizione di OpenAI verso il for-profit minaccia entrambi i loro modelli di business.

    Un abbraccio che proprio in questi giorni ha trovato una nuova formalizzazione: mercoledì scorso Trump ha nominato Zuckerberg nel President’s Council of Advisors on Science and Technology, il panel che fornirà consulenza alla Casa Bianca su intelligenza artificiale e politiche tecnologiche.

    Dal duello al Colosseo all’offerta congiunta per OpenAI il passo è stato più breve di quanto chiunque potesse immaginare, e forse questo ci dice qualcosa su come funzionano davvero le dinamiche di potere nella Silicon Valley di oggi.

  • Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Elon Musk giudicato responsabile di frode sui titoli per i tweet del 2022. Risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari. È la prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria.

    Venerdì 20 marzo 2026 una giuria federale di San Francisco ha emesso un verdetto nella vicenda giudiziaria di Elon Musk. L’uomo più ricco del mondo è stato giudicato responsabile di aver ingannato gli investitori di Twitter con dichiarazioni false che hanno artificialmente abbassato il prezzo delle azioni durante i mesi precedenti l’acquisizione da 44 miliardi di dollari nel 2022.

    Si tratta della prima sconfitta di Musk in un processo per frode finanziaria. E, secondo le stime, potrebbe costargli fino a 2,6 miliardi di dollari in risarcimenti. Gli avvocati degli azionisti di Twitter ritengono che questo sia uno dei verdetti più grandi di una giuria in tema di frode finanziaria nella storia degli Stati Uniti.

    Su queste pagine del blog ho seguito passo passo la vicenda dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk, fino a raccontare anche il momento della testimonianza in questo processo che vede imputato il proprietario di xAI. Questo verdetto conferma quello che avevo scritto già nel maggio 2022, quando gli azionisti depositarono la prima denuncia. E cioè che Musk stava giocando con questa acquisizione per fare in modo che il prezzo potesse scendere e fare in modo che la trattativa si ponesse in suo favore.

    I tweet che a Musk potrebbero costare miliardi di dollari

    La giuria del tribunale federale del Northern District of California ha esaminato quattro capi d’accusa basati sulla Sezione 10(b) del Securities Exchange Act. Il verdetto è stato unanime ma non totale, nel senso che Musk è stato ritenuto responsabile su due dei quattro capi d’accusa, mentre è stato assolto dagli altri due.

    Le due dichiarazioni giudicate materialmente false sono entrambi tweet pubblicati nel maggio 2022. Il primo, del 13 maggio, affermava che l’acquisizione di Twitter era “temporaneamente sospesa” in attesa di una verifica sulla percentuale di account bot.

    Il secondo, del 17 maggio, sosteneva che l’operazione “non può procedere” finché il CEO di Twitter non avesse dimostrato che la percentuale di bot era inferiore al 5%, suggerendo che potesse essere superiore al 20%.

    Dopo questi tweet le azioni Twitter crollarono di quasi il 18%, raggiungendo un minimo di 32,52 dollari, circa il 40% al di sotto del prezzo di acquisizione concordato di 54,20 dollari per azione.

    La giuria ha invece assolto Musk da una dichiarazione rilasciata in un podcast, giudicandola un’opinione e non un’affermazione di fatto fuorviante. E soprattutto ha respinto l’accusa di aver orchestrato uno “schema” fraudolento sistematico contro gli investitori.

    Elon Musk ha ingannato gli azionisti di Twitter, e li deve risarcire

    Le ipotesi sulle cifre del risarcimento

    La giuria ha calcolato danni compresi tra 3 e 8 dollari per azione per giorno di negoziazione durante l’intero periodo della classe, dal 13 maggio al 4 ottobre 2022. L’avvocato degli azionisti, Mark Molumphy, ha stimato il risarcimento totale in circa 2,1 miliardi di dollari per le perdite azionarie più 500 milioni per le stock option, per un totale massimo di circa 2,6 miliardi di dollari.

    L’importo finale dipenderà dal numero di azionisti che presenteranno richiesta di risarcimento attraverso il procedimento di class action. Questa comprende tutti gli investitori che hanno venduto titoli Twitter tra il 13 maggio e il 4 ottobre 2022, data in cui Musk annunciò che avrebbe proceduto con l’acquisizione al prezzo originale, facendo balzare il titolo del 22% in una sola seduta.

    Nonostante la cifra imponente, diverse fonti hanno osservato che il risarcimento avrebbe un impatto minimo sul patrimonio personale di Musk, stimato tra 650 e 839 miliardi di dollari a seconda dell’indice utilizzato.

    La difesa di Musk annuncia l’appello

    La reazione del team legale di Musk è stata rapida. In una dichiarazione rilasciata subito dopo il verdetto gli avvocati di Musk hanno affermato di considerare la decisione “un ostacolo temporaneo” e di attendere “piena soddisfazione in appello”.

    Gli avvocati hanno anche ricordato le recenti vittorie di Musk in cause separate: una vittoria in appello in Delaware relativa al compenso Tesla e un’altra vittoria in un tribunale del Texas lo stesso giorno del verdetto.

    Durante il processo, durato circa tre settimane iniziato il 2 marzo 2026, Musk stesso testimoniato il 4 marzo scorso. Le sue dichiarazioni più notevoli includono l’ammissione che i tweet fossero stati imprudenti: “Se questo fosse un processo su tweet stupidi, mi dichiarerei colpevole”. Musk ha però insistito di non aver mai dichiarato l’annullamento dell’operazione e di non poter controllare le decisioni di vendita degli investitori.

    Cosa succede adesso

    La tempistica post-verdetto si articola su due binari paralleli. Sul fronte del risarcimento gli avvocati degli azionisti hanno stimato che serviranno circa 90 giorni per attivare la procedura di amministrazione dei reclami, seguiti da ulteriori mesi per l’elaborazione delle richieste individuali.

    Complessivamente gli azionisti che hanno portato Musk in tribunale per frode finanziaria potrebbero ricevere i pagamenti entro sei mesi dal verdetto.

    Sul fronte dell’appello, gli avvocati di Musk confermano l’intenzione di impugnare il verdetto presso la Corte d’Appello, il che potrebbe estendere significativamente i tempi.

    Un procedimento parallelo rilevante è la causa SEC contro Musk, intentata nel gennaio 2025 per la mancata tempestiva comunicazione della sua quota azionaria superiore al 5% in Twitter nel marzo 2022. Al 17 marzo 2026 le parti erano in trattative per un possibile accordo. La SEC chiede una multa civile e la restituzione dei circa 150 milioni di dollari che Musk avrebbe risparmiato acquistando azioni prima della divulgazione obbligatoria.

    E va avanti l’indagine parigina su X e Elon Musk

    E mentre a San Francisco la giuria emetteva il verdetto, da Parigi arrivava un’altra tegola.

    Come riportato da Le Monde, i procuratori della sezione cyber della procura di Parigi hanno inviato due rapporti alle autorità statunitensi, alla SEC e al Dipartimento di Giustizia.

    L’ipotesi è che Musk abbia tentato di gonfiare artificialmente il numero di utenti di X in vista di una possibile quotazione in borsa. Le informazioni raccolte dai procuratori francesi, emerse nel corso di un’indagine avviata in Francia all’inizio del 2025, suggeriscono che la controversia sui deepfake generati da Grok, il chatbot di X, potrebbe essere stata alimentata deliberatamente per aumentare la valutazione della piattaforma.

    Il tutto in un momento cruciale, con l’IPO della nuova entità nata dalla fusione di SpaceX e xAI prevista per giugno 2026, mentre X stava perdendo slancio.

    Cosa dice la sentenza che condanna Musk al risarcimento

    La sentenza stabilisce che i tweet di un individuo con la capacità di influenzare i mercati possono essere trattati alla stregua di dichiarazioni finanziarie formali, ai fini della responsabilità per frode sui titoli. Come ricordato qui, è la prima volta che una giuria ritiene Musk personalmente responsabile per l’impatto dei suoi tweet sul mercato azionario.

    Ma il verdetto del 20 marzo 2026 segna tre novità fondamentali.

    È la prima condanna di Musk per le conseguenze dei suoi tweet, una frattura nel mito dell’invulnerabilità legale di “Teflon Elon”, il soprannome che Musk si è guadagnato in riferimento al “teflon”, il rivestimento antiaderente delle padelle per intenderci.

    Con un risarcimento stimato fino a 2,6 miliardi di dollari stabilisce un nuovo record per i verdetti di giuria in cause per frode sui titoli negli Stati Uniti. E crea un precedente sulla responsabilità per dichiarazioni sui social media che possono influenzare i mercati finanziari, con implicazioni che vanno ben oltre il caso specifico.

    In ogni caso, la battaglia legale è lontana dalla conclusione. L’appello annunciato dagli avvocati potrebbe prolungare il contenzioso per mesi, e l’assenza di una condanna per “schema fraudolento” offre alla difesa una base su cui costruire la propria impugnazione.

    Resta da vedere se questo verdetto segnerà davvero un limite al potere che alcuni individui esercitano sui mercati finanziari attraverso messaggi pubblici, o se confermerà che nell’era dei social media la linea tra comunicazione e manipolazione rimane indefinita.

    Perché è questo il punto nevralgico di questa vicenda.

  • Il benessere mentale dei giovani è ostaggio degli algoritmi

    Il benessere mentale dei giovani è ostaggio degli algoritmi

    Il World Happiness Report 2026 dedica l’edizione al rapporto tra social media e benessere. I dati confermano quello che sapevamo da tempo: le piattaforme guidate da algoritmi stanno erodendo la salute mentale dei più giovani. In 85 paesi su 136 i giovani sono più felici di vent’anni fa, ma in Occidente il trend si è invertito e l’Italia non fa eccezione.

    È inutile girarci intorno, i social media hanno smesso di essere social. Cioè le piattaforme hanno perso molto, in questi anni, del significato della parola “social”, intesa come connessione tra le persone.

    E quel momento coincide con l’inizio del declino del benessere giovanile. Non si tratta di una coincidenza, ma di una correlazione diretta. Ed è un meccanismo che il World Happiness Report 2026, pubblicato in occasione della Giornata Internazionale della Felicità, 20 marzo 2026, documenta con una precisione che lascia poco spazio alle interpretazioni.

    Il rapporto di quest’anno è diverso dai precedenti, infatti non si limita a stilare la classifica dei paesi più felici. Dedica l’intera edizione a una domanda che riguarda centinaia di milioni di adolescenti: cosa stanno facendo le piattaforme digitali al loro benessere? La risposta arriva da nove capitoli firmati da alcuni dei maggiori esperti mondiali, tra cui Jonathan Haidt, Jean Twenge e Cass Sunstein.

    In 85 paesi i giovani stanno meglio, in Occidente peggio

    Cominciamo col dire che in 85 paesi, su 136 analizzati, i giovani sotto i 25 anni sono più felici oggi rispetto a vent’anni fa. Il benessere giovanile globale, nel suo complesso, è aumentato. Ma fanno eccezione i paesi occidentali, e in particolare quelli anglofoni.

    Negli Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda il benessere degli under 25 è crollato di 0,86 punti su una scala da 0 a 10 negli ultimi vent’anni. Quasi un punto intero. È un dato rilevante, che segna una frattura generazionale ormai evidente.

    E l’Europa occidentale, Italia compresa, segue lo stesso trend, anche se con intensità leggermente inferiore.

    Il WHR 2026 identifica con chiarezza il principale indiziato, vale a dire l’uso intensivo dei social media, in particolare quelli guidati da feed algoritmici.

    Per essere molto chiari in questo contesto, il problema non è internet in sé. Il rapporto distingue nettamente tra attività online che aumentano il benessere e attività che lo erodono. Comunicare, informarsi, imparare, creare contenuti sono associati a maggiore soddisfazione di vita. Consumare passivamente social media, fare gaming e navigare senza scopo sono associati a valutazioni di vita più basse.

    Il benessere mentale dei giovani è ostaggio degli algoritmi

    Correlazione che cambia con l’età: negativa per la Gen Z, positiva per i Boomer

    Per quanto riguarda il capitolo 8 del rapporto, c’è un passaggio che chiarisce meglio la questione. I ricercatori hanno analizzato quattro cicli dell’European Social Survey, coprendo 30 paesi europei dal 2016 al 2024. E hanno scoperto che la relazione tra uso di internet e benessere varia drasticamente in base all’età.

    Per la Generazione Z la correlazione è fortemente negativa, diventa poi moderatamente negativa per i Millennial, ed è vicina allo zero per la Generazione X. Per i Baby Boomer è leggermente positiva.

    In altre parole, lo stesso strumento produce effetti opposti a seconda di chi lo usa e di come lo usa. I giovani europei, soprattutto le ragazze, ne stanno pagando il prezzo più alto.

    Il rapporto documenta che le fondamenta sociali ed emotive del benessere mentale si sono deteriorate soprattutto per i giovani europei, in particolare in Europa occidentale. Fiducia interpersonale, fiducia nelle istituzioni, percezione dell’attività sociale, frequenza degli incontri di persona: tutti questi indicatori mostrano i cali più marcati per le donne della Gen Z e dei Millennial.

    La distinzione cruciale: piattaforme per connettersi e piattaforme per consumare

    Il WHR 2026 introduce una distinzione abbastanza chiara a tutti in questo momento storico. Le piattaforme guidate da contenuti curati algoritmicamente tendono a mostrare un’associazione negativa con il benessere. Quelle invece progettate per facilitare le connessioni sociali mostrano un’associazione chiaramente positiva con la felicità.

    Non è solo questione di tempo trascorso online, ma riguarda davvero come quel tempo viene impiegato.

    I dati PISA su quindicenni di 47 paesi mostrano che la soddisfazione è massima in presenza di bassi livelli di uso delle piattaforme social media e diminuisce progressivamente con l’aumentare delle ore. Ma il tipo di uso conta quanto la quantità: seguire molte piattaforme, usare i social come fonte primaria di notizie, seguire influencer sono tutti comportamenti associati a stress più alto, sintomi depressivi più frequenti e maggiore probabilità di sentirsi peggio dei propri genitori.

    Quello che Meta sapeva e non ha detto

    Il capitolo 3, firmato da Jonathan Haidt e Zach Rausch, presenta sette linee di evidenza a sostegno di una tesi molto chiara: i social media stanno danneggiando gli adolescenti al punto da causare cambiamenti misurabili.

    Si tratta della conclusione di un’analisi che incrocia testimonianze dirette di giovani, genitori e insegnanti, documenti aziendali interni, studi correlazionali, ricerche longitudinali, esperimenti di riduzione dell’uso e esperimenti naturali.

    Ma la parte più interessante riguarda quello che le aziende tech stesse sapevano.

    A gennaio 2026 Haidt e colleghi della NYU hanno lanciato MetasInternalResearch.org, un archivio di 31 studi interni condotti da Meta tra il 2018 e il 2024. Documenti ottenuti grazie anche alle rivelazioni di Frances Haugen, alle testimonianze di Arturo Béjar e ai procedimenti legali avviati dai procuratori generali statali americani.

    Uno studio interno, si chiamava Project Mercury, era interessante perché era un esperimento randomizzato e controllato, condotto tra il 2019 e il 2020 in collaborazione con Nielsen. Gli utenti assegnati casualmente a disattivare Facebook e Instagram per una settimana riportarono minori livelli di depressione, ansia, solitudine e tendenza al confronto sociale. Meta chiuse il progetto invece di pubblicarlo.

    L’onda legislativa che parte dall’Australia

    Come sappiamo, e lo abbiamo raccontato su queste pagine e sul video podcast, l’Australia ha fatto da apripista con l’Online Safety Amendment Act, entrato in vigore a dicembre 2025. Una legge che vieta l’accesso ai social media agli under 16, senza possibilità di consenso parentale. Le dieci piattaforme coperte dal divieto sono Facebook, Instagram, Threads, Snapchat, TikTok, YouTube, X, Reddit, Twitch e Kicke e nel primo mese di applicazione sono stati rimossi, disattivati o limitati 4,7 milioni di account.

    Ora l’onda legislativa su questo tema si sta propagando. La Francia ha approvato il divieto per gli under 15 all’Assemblea Nazionale nel gennaio 2026. Spagna e Paesi Bassi hanno annunciato divieti per gli under 16 a febbraio. La Danimarca ha raggiunto un accordo per il limite a 15 anni. La Germania sta costruendo un consenso trasversale per il divieto agli under 16. Negli Stati Uniti, 28 stati hanno emanato leggi per scuole senza telefoni nel solo 2025.

    Il collegamento con l’intelligenza artificiale che nessuno vuole vedere

    Ma c’è un passaggio ulteriore che il WHR 2026 non affronta direttamente, ma che Haidt ha reso esplicito in diverse interviste recenti.

    In un’intervista a NPR di quest’anno lo psicologo ha espresso un concetto che condivido e che ho espresso, riferendomi all’aspetto delle regole, anche io in questi ultimi due anno. In sostanza, con i social media abbiamo lasciato che le piattaforme entrassero nella vita dei giovani senza capire cosa stava facendo al loro benessere. Con l’intelligenza artificiale stiamo per ripetere lo stesso errore, ma questa volta sarà più rapido e più devastante, perché parliamo di qualcosa che rischia di sostituire le relazioni umane.

    Haidt vede la battaglia sui social media come un test. Se le democrazie riescono a regolare le piattaforme social, avranno la credibilità e gli strumenti per regolare l’IA prima che sia troppo tardi. Ma non abbiamo cinque anni, ha aggiunto, dobbiamo fare in modo che questo accada entro il 2026.

    I numeri ci dicono che il 72% degli adolescenti americani ha già usato un “companion AI” almeno una volta. I “companion AI” sono piattaforme come Replika, Character.AI, e in parte anche ChatGPT usato in quel modo. Applicazioni che i giovani usano per parlare, per sfogarsi, per avere qualcuno che risponde sempre, che non giudica, che è sempre disponibile.

    Il rischio è che i chatbot empatici sostituiscano le relazioni umane proprio nella fase della vita in cui quelle relazioni sono più formative.

    Il World Happiness Report 2026 nel suo rapporto non offre soluzioni definitive, ma ci mette davanti i dati che mostrano quanto le piattaforme oggi incidono sul benessere e sulla felicità delle persone.

    Come ha scritto Jan-Emmanuel De Neve, direttore del Wellbeing Research Centre di Oxford e co-curatore del rapporto, è chiaro che dovremmo cercare il più possibile di rimettere il social dentro i social media.

    Questa è la parte più difficile, in un momento in cui le piattaforme sono sempre più animate algoritmo del proprietario che lascia sempre meno spazio alle relazioni vere e autentiche.

    Non sarà facile ricostruire questo aspetto delle piattaforme, più facile cambiare totalmente approccio. Bisogna abbandonare l’idea che le piattaforme siano ancora “contenitori di esistenze”, come sostenevo qualche anno fa, e trasformale il luoghi dove serve molta consapevolezza e responsabilità.

  • Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Elon Musk ha testimoniato nel processo Twitter a San Fracisco. Ha ammesso che il tweet del 2022 non fu saggio in quel momento, ma ha a sua volta accusato Twitter di aver mentito sui bot. Una vicenda questa che seguo si dall’inizio.

    Seguo la vicenda che riguarda l’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk praticamente dall’inizio. Qui su questo blog ho raccontato ogni momento cruciale che ha visto questo passaggio che oggi si concretizza in X. In alcuni momenti avevo anche previsto a cosa si sarebbe potuto andare incontro quando una presenza così ingombrante come Musk entrasse in possesso di una piattaforma come Twitter.

    A conferma di tutto questo, in fondo a questo articolo riporto i link agli articoli a cui faccio riferimento.

    Ma adesso siamo arrivati ad una fase importante. Elon Musk che, a distanza di 4 anni ormai da quell’acquisizione, deve rendere conto di fronte ad un tribunale, il perché di alcune sue scelte e il perché di alcuni suoi tweet che hanno finito, vista la sua grande influenza, per avere effetti anche sull’acquisizione stessa.

    Come abbiamo ben imparato in questi 4 anni, Elon Musk ha un rapporto particolare con le parole. Non nel senso che menta sistematicamente, ma nel senso che usa le dichiarazioni pubbliche come strumenti strategici, calibrati per produrre effetti specifici sui mercati e sull’opinione pubblica. Insomma, in alcuni casi interviene per generare pressione.

    E ieri, mercoledì 4 marzo, un tribunale federale di San Francisco ha messo alla prova esattamente questo suo schema comportamentale, con Musk stesso sul banco dei testimoni.

    Il processo Pampena v. Musk, iniziato lunedì 2 marzo, rappresenta una class action di azionisti che accusano il miliardario di aver manipolato deliberatamente il prezzo delle azioni Twitter nella primavera e nell’estate del 2022. È una vicenda, come ricordavo prima, che ho raccontato qui sin dal principio, quando Musk acquisì il 9,2% della società e scrissi che quella relazione sarebbe stata un grande vantaggio e un grande rischio.

    La sua testimonianza di ieri ha offerto uno spaccato notevole del modo in cui Musk concepisce il rapporto tra le sue parole in pubblico e le loro conseguenze.

    «Stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero»

    La scena è quella di un’aula di tribunale federale. Musk che arriva dribblando i giornalisti, indossa un abito nero con cravatta nera. L’avvocato degli azionisti, Aaron P. Arnzen, lo incalza sul tweet del 13 maggio 2022, quello in cui annunciava che l’accordo per l’acquisizione di Twitter era «temporaneamente sospeso». Quel tweet aveva fatto crollare il titolo di quasi il 10% in un solo giorno.

    Arnzen chiede ripetutamente a Musk se si fosse fermato a riflettere sull’impatto che quelle parole avrebbero avuto sul mercato. La risposta di Musk, ripetuta più volte, è disarmante nella sua semplicità: I was simply speaking my mind. Stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero.

    È una linea difensiva che punta tutto sulla proverbiale spontaneità. Ma contiene anche un’ammissione. Quando gli viene chiesto se quel tweet fosse stata la mossa più saggia, Musk concede che forse non era stato il suo post social «più saggio». Poi però aggiunge una metafora rivelatrice: dire che l’accordo era temporaneamente sospeso, sostiene, era «come dire che arriverai in ritardo a una riunione. Non significa che non sarai alla riunione». Un tentativo di minimizzare la portata di quelle parole, di presentarle come un semplice aggiornamento di stato piuttosto che come una dichiarazione capace di spostare miliardi di dollari.

    Musk e l'effetto dei suoi tweet nell'acquisizione di Twitter
    Musk e l’effetto dei suoi tweet nell’acquisizione di Twitter

    Il mercato come «maniaco-depressivo»

    C’è un momento della testimonianza che merita attenzione. Quando gli viene chiesto se fosse consapevole che i suoi tweet potessero influenzare il prezzo delle azioni, Musk risponde con una formulazione studiata: «I miei tweet a volte hanno l’effetto opposto a quello che ci si aspetterebbe sui prezzi delle azioni. A volte hanno l’effetto atteso». E aggiunge: «Il mercato azionario è come un maniaco-depressivo».

    È una risposta che cerca di diluire la responsabilità attribuendola all’imprevedibilità dei mercati. Ma contiene anche un riconoscimento implicito: Musk sa perfettamente che le sue parole hanno effetti sui mercati, anche se non sempre nella direzione attesa.

    Solo cinque giorni dopo l’acquisizione della quota iniziale, del resto, Musk aveva già dimostrato la sua imprevedibilità decidendo di non entrare più nel consiglio di amministrazione di Twitter, dopo aver twittato proposte su Twitter Blue e aver definito «morti» gli utenti più seguiti della piattaforma.

    L’accusa ribaltata: «Twitter ha mentito»

    Ma il momento più atteso della testimonianza arriva quando si parla dei bot e degli account fake. L’avvocato chiede a Musk se, prima di rinunciare alla due diligence (una valutazione chiara di quelli che sono i rischi e i benefici che comporta la definizione di una acquisizione), avesse chiesto informazioni sulla metodologia usata da Twitter per calcolare che solo il 5% degli account fosse spam.

    Musk ammette di non averlo fatto. Ma aggiunge di aver presunto che, se Twitter avesse inserito quel dato in un documento depositato alla SEC, «sarebbe stato accurato».

    E poi arriva l’affondo: «Successivamente è emerso che hanno falsificato il numero di bot. Hanno mentito». È un ribaltamento completo della narrazione.

    Musk trasforma se stesso da accusato ad accusatore, sostenendo che la vera frode l’avrebbe commessa Twitter, non lui. È la stessa strategia che avevo descritto nel maggio 2022, quando scrivevo che Musk stava giocando un braccio di ferro sui bot per abbassare il prezzo e che «non perde tempo a confondere le acque e a confondere gli utenti, facendo passare lui come vittima di un raggiro».

    La rinuncia alla due diligence come nodo irrisolto

    Ed è proprio questo il punto che rende la posizione di Musk molto complicata.

    Quando aveva presentato la sua offerta iniziale per Twitter, l’aveva definita un’offerta take it or leave it, prendere o lasciare. E soprattutto aveva rinunciato alla due diligence, come dicevo prima, cioè al diritto di esaminare i dati finanziari e operativi non pubblici dell’azienda prima di procedere. Se aveva scelto di non verificare i numeri, su quale base poteva poi lamentarsi dei bot e degli account fake?

    La questione degli account spam, peraltro, non era affatto nuova. Twitter stessa aveva pagato 809,5 milioni di dollari nel 2021 per chiudere cause legali relative a dichiarazioni gonfiate sulla crescita degli utenti.

    Era un problema noto, documentato pubblicamente, che Musk aveva implicitamente accettato rinunciando agli approfondimenti. Accusare ora Twitter di aver mentito su dati che lui stesso aveva scelto di non verificare è una posizione che la giuria dovrà valutare con attenzione.

    Una causa annunciata, quasi quattro anni fa

    Questo processo non nasce dal nulla.

    Gli azionisti avevano depositato la loro denuncia già nel maggio 2022, accusando Musk di aver «manipolato le azioni della società per scopi personali». All’epoca scrissi che la strategia di Musk era ormai evidente: «giocare con questa acquisizione per fare in modo che il prezzo di Twitter potesse scendere e risparmiare qualcosa rispetto ai 44 miliardi di dollari dell’accordo».

    Nelle settimane successive, l’accordo entrò sempre più in bilico. A luglio 2022 il Washington Post riportava che l’acquisizione era ormai «in pericolo», mentre io scrivevo che «il destino di Twitter è sempre più legato al fondatore della Tesla» e che «a perdere è sempre Twitter».

    Poi, com’è noto, Musk fu costretto a completare l’acquisizione al prezzo pattuito di 54,20 dollari per azione, e la vicenda che avevo raccontato nel dettaglio attraverso la ricostruzione di Isaacson prese la piega che conosciamo.

    Il dettaglio delle azioni accumulate in silenzio

    C’è un altro elemento emerso dalla testimonianza che vale la pena di evidenziare. Musk ha ammesso di aver iniziato ad accumulare azioni Twitter all’inizio del 2022 senza twittare al riguardo e senza comunicarlo alla Securities and Exchange Commission nei tempi previsti. Alla domanda se ritenesse la cosa «materiale», cioè rilevante per gli investitori, Musk ha risposto di no, aggiungendo di aver comprato azioni in «molte aziende» senza postare al riguardo.

    Ma quando poi ha reso pubblica la sua partecipazione, le azioni Twitter sono salite del 27% in un solo giorno. «Mi sembra alto», ha commentato Musk quando gli è stato riferito quel dato.

    È un’ammissione involontaria del potere che le sue comunicazioni esercitano sui mercati, e solleva interrogativi sul perché avesse scelto di accumulare in silenzio prima di rendere nota la sua posizione.

    La SEC, peraltro, ha avviato una causa separata proprio su questo punto, sostenendo che il ritardo nella comunicazione abbia permesso a Musk di acquistare azioni a un prezzo inferiore.

    Un impero da 1.250 miliardi

    Dalla fusione di X con xAI e SpaceX, l’entità combinata controllata da Musk è ora valutata dagli investitori privati circa 1.250 miliardi di dollari. Il prossimo passo potrebbe essere portare SpaceX in borsa in quella che sarebbe probabilmente un’IPO da record. Ma prima, Musk deve chiudere i conti con il passato.

    Non è la prima volta che finisce in tribunale per i suoi tweet.

    Nel 2023 ha testimoniato per otto ore in un processo federale sempre a San Francisco, accusato di aver ingannato gli investitori Tesla con il famoso tweet del 2018 in cui annunciava di voler privatizzare l’azienda a 420 dollari per azione. In quel caso la giuria lo aveva assolto.

    Ma questo processo è diverso. Non si tratta di un annuncio vago su piani futuri, ma di dichiarazioni specifiche su un accordo già firmato, con un contratto che stabiliva obblighi precisi.

    Il processo dovrebbe durare circa tre settimane. Qualunque sia l’esito, sta mettendo a nudo una questione più ampia: il potere sproporzionato che alcuni individui esercitano sui mercati finanziari attraverso la comunicazione pubblica.

    Musk controlla X, la piattaforma su cui pubblica, e possiede una capacità di muovere i mercati che pochi altri al mondo possono vantare. La sua difesa di ieri, «stavo semplicemente esprimendo il mio pensiero», potrebbe essere letta come candore o come strategia.

    Quando ad aprile 2022 scrissi che il futuro di Twitter era ormai legato al destino di Elon Musk, non immaginavo che quasi quattro anni dopo saremmo stati qui a raccontare un processo che mette alla prova esattamente quella previsione.

    Resta da vedere se da questa vicenda emergeranno dei limiti a questo potere, o se confermeranno che nell’era dei social media la linea tra comunicazione e manipolazione rimane indefinita. Perché questo è il punto che col tempo è rimasto sostanzialmente irrisolto.

    Vedremo come si svilupperà e come andrà a finire anche questa vicenda.


    Lista di articoli sull’acquisizione di Elon Musk:

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  • Intelligenza artificiale, copyright e potere: quando nessuno è innocente

    Intelligenza artificiale, copyright e potere: quando nessuno è innocente

    Anthropic denuncia DeepSeek, MiniMax e Moonshot per distillazione illecita di Claude. Musk replica accusando proprio Anthropic di furto di dati. Tra copyright, Pentagono e geopolitica, emerge l’ipocrisia dell’intero settore IA.

    In questo momento il mondo dell’intelligenza artificiale è attraversato da un grande clima di scontro.

    Nelle ultime ore si sta parlando molto della denuncia di Anthropic contro tre laboratori cinesi accusati di aver rubato le capacità del modello Claude attraverso una tecnica chiamata distillazione. I numeri sono impressionanti: oltre 16 milioni di interazioni, 24.000 account fraudolenti, prove che secondo l’azienda di San Francisco portano direttamente ai ricercatori di DeepSeek, MiniMax e Moonshot.

    Ma immediatamente dopo, Elon Musk fa partire la sua campagna di attacchi contro Anthropic. Una situazione che svela l’enorme ipocrisia che attraversa l’intero settore dell’IA quando si parla di diritti d’autore e proprietà intellettuale. Perché la verità è che nessuno, in questa grande partita della IA, può davvero tirare la prima pietra.

    La denuncia di Anthropic e l’estrazione dei dati

    Partiamo dai fatti. Il 23 febbraio 2026 Anthropic ha pubblicato un blog post dettagliato in cui accusa tre laboratori cinesi di aver condotto campagne su scala industriale per estrarre le capacità di Claude. La tecnica utilizzata si chiama distillazione ed è, in sé, legittima.

    Si tratta di addestrare un modello più piccolo sugli output di uno più avanzato. Tutti i laboratori di frontiera la usano internamente per creare versioni più economiche dei propri sistemi.

    Il problema, secondo Anthropic, è che DeepSeek, MiniMax e Moonshot hanno usato questa tecnica per copiare le capacità di Claude senza autorizzazione, violando i termini di servizio e aggirando le restrizioni geografiche.

    Claude non è disponibile commercialmente in Cina per ragioni di sicurezza nazionale. Ma attraverso servizi proxy e reti di account fraudolenti, i tre laboratori sarebbero riusciti ad accedere al modello su larga scala.

    I dettagli forniti da Anthropic sono piuttosto precisi. DeepSeek avrebbe generato oltre 150.000 scambi focalizzati sulle capacità di ragionamento e sulla creazione di alternative sicure per la censura a domande politicamente sensibili, quelle sui dissidenti, sui leader di partito, sull’autoritarismo.

    MiniMax è accusata di oltre 13 milioni di interazioni concentrate su coding agentico e utilizzo di strumenti.

    Moonshot avrebbe prodotto più di 3,4 milioni di scambi mirati al ragionamento agentico e alla computer vision.

    Anthropic afferma di aver tracciato queste attività attraverso la correlazione degli indirizzi IP, i metadati delle richieste e gli indicatori dell’infrastruttura. In alcuni casi, dice l’azienda, è stato possibile risalire a specifici ricercatori dei laboratori accusati. Quando Anthropic ha rilasciato un nuovo modello durante la campagna di MiniMax, quest’ultima avrebbe reindirizzato quasi la metà del suo traffico entro 24 ore per catturare le capacità del sistema più recente.

    Sono accuse gravi e circostanziate. Ma è importante comunque sottolineare che, al momento, si tratta di accuse.

    DeepSeek, MiniMax e Moonshot al momento non hanno rispoto.

    Non c’è stata alcuna verifica indipendente e non c’è stato alcun procedimento legale. Il fatto che Anthropic presenti prove dettagliate non significa automaticamente che quelle prove siano incontrovertibili.

    Intelligenza artificiale, copyright e potere: quando nessuno è innocente
    Intelligenza artificiale, copyright e potere: quando nessuno è innocente

    L’attacco di Musk e la distorsione dei fatti

    Ed è qui che entra in scena Elon Musk. Poche ore dopo la pubblicazione del blog post di Anthropic, il proprietario di X e di xAI ha lanciato il suo attacco. Il tweet è diretto e apparentemente definitivo: “Anthropic is guilty of stealing training data at massive scale and has had to pay multi-billion dollar settlements for their theft. This is just a fact.”

    Tradotto: Anthropic è colpevole di aver rubato dati di addestramento su scala massiccia e ha dovuto pagare accordi miliardari per il furto. Questo è semplicemente un fatto. A supporto della sua affermazione, Musk ha condiviso screenshot di Community Notes che menzionano un accordo da 1,5 miliardi di dollari.

    Ma le cose non stanno esattamente così. E qui dobbiamo essere precisi, perché la differenza tra i fatti e la narrativa di Musk è sostanziale.

    Il riferimento è alla causa Bartz et al v. Anthropic PBC, una class action intentata da un gruppo di autori che accusavano l’azienda di Dario Amodei di aver usato i loro libri per addestrare Claude senza autorizzazione.

    La causa si è conclusa con una transazione da 1,5 miliardi di dollari, annunciato a settembre 2025. Ma chiamarla condanna per furto non è corretto. E per come la sta diffondendo Musk si tratta quasi di disinformazione.

    Ecco cosa è realmente accaduto. A giugno 2025 il giudice William Alsup aveva già stabilito che l’uso dei libri per addestrare Claude costituiva fair use, un uso legittimo secondo il diritto americano. La decisione è stata descritta come exceedingly transformative, estremamente trasformativa. In altre parole: addestrare un modello di IA su opere protette da copyright può essere legale.

    Il problema non era l’addestramento in sé, ma il modo in cui Anthropic aveva ottenuto quei libri. Li aveva scaricati da shadow libraries, ossia biblioteche pirata, come Library Genesis e Pirate Library Mirror.

    Questo, secondo il giudice, poteva configurare una violazione separata. Ed è su questo punto che si sarebbe dovuto tenere un processo a dicembre 2025, con danni potenziali che avrebbero potuto raggiungere il trilione di dollari in caso di violazione intenzionale.

    Anthropic ha scelto di accordarsi per evitare quel rischio. Ha accettato di pagare circa 3.000 dollari per ciascuno dei 500.000 libri coinvolti e di distruggere i dataset contenenti le opere scaricate illegalmente.

    Da precisare, non è stata emessa alcuna sentenza di condanna e, quindi, non vi è stato alcun verdetto di colpevolezza. Si è trattato di un accordo volontario per chiudere una controversia. Questo ad onor del vero e senza prendere parti per l’uno o per l’altro.

    Inoltre, non c’è alcun riferimento al tracciamento delle persone che alcuni utenti su X hanno iniziato a citare. Questa accusa sembra derivare da una confusione: Anthropic ha tracciato gli IP e i metadati degli account fraudolenti usati dai laboratori cinesi per accedere a Claude, cosa del tutto legale e necessaria per identificare gli abusi. Non ha quindi tracciato utenti comuni.

    Il peccato originale dell’IA: tutti hanno lo stesso problema

    Ma ecco il punto che nessuno vuole affrontare davvero. Se Anthropic ha problemi con il copyright, li hanno tutti. Nessuno escluso, e questo include xAI di Musk.

    OpenAI, l’azienda che ha dato il via alla corsa alla IA generativa con ChatGPT, affronta attualmente oltre 70 cause legali per violazione del copyright. La più nota è quella intentata dal New York Times, che accusa OpenAI e Microsoft di aver usato milioni di articoli per addestrare i loro modelli. A gennaio 2026 un tribunale ha ordinato a OpenAI di produrre 20 milioni di log di ChatGPT come prove. L’azienda ha cercato di resistere invocando la privacy degli utenti, ma il giudice ha respinto le obiezioni.

    Meta è stata citata per aver usato LibGen, la stessa biblioteca pirata al centro della causa Anthropic. Email interne emerse durante il procedimento suggeriscono che l’azienda sapeva di star usando materiale piratato. Google è sotto accusa per pratiche simili. Disney e Universal hanno fatto causa a Midjourney per violazione del copyright sulle immagini.

    E poi c’è xAI, l’azienda di Musk. A dicembre 2025 il giornalista John Carreyrou, oggi del NYT, quello che ha smascherato lo scandalo Theranos, ha intentato una causa contro sei aziende di IA per l’uso non autorizzato dei suoi libri. Tra i convenuti c’è xAI: è la prima causa per copyright contro Grok. La risposta dell’azienda? Due parole: “Legacy Media Lies”. Le bugie dei media tradizionali.

    Ma i problemi di xAI non si fermano qui. Grok è addestrato sui contenuti degli utenti di X, e questa pratica ha già attirato l’attenzione dei regolatori di diversi paesi.

    Nel 2024 X ha attivato di default l’opzione che consente di usare i post degli utenti per addestrare Grok. Non opt-in, ma opt-out. Chi non voleva partecipare doveva andare nelle impostazioni e disattivare manualmente la funzione. Questo ha scatenato l’intervento del Garante irlandese per la protezione dei dati, che a settembre 2024 ha ottenuto la sospensione permanente dell’uso dei dati degli utenti UE per l’addestramento di Grok, oltre all’ordine di cancellare i dati già acquisiti.

    Ad aprile 2025 è stata aperta un’indagine formale sulla legalità del trattamento storico dei dati. E i nuovi termini di servizio di X, entrati in vigore a gennaio 2026, hanno ampliato ulteriormente la definizione di contenuti che l’azienda può usare: ora include esplicitamente input, prompt e output delle conversazioni con Grok. Il tutto senza possibilità di opt-out.

    Cosa significa questo in parole povere. Significa che tutto quello che gli utenti scrivono a Grok e tutto quello che Grok risponde diventa materiale che xAI può usare liberamente per addestrare i suoi modelli futuri. E l’utente non non ha modo di opporsi.

    C’è poi la questione delle immagini. Grok ha generato contenuti sessualmente espliciti non consensuali, i cosiddetti deepfake, che hanno portato a denunce penali in Francia e al blocco del servizio in Malesia e Indonesia. La Federal Trade Commission americana ha aperto un’indagine sulle pratiche di xAI relative ai minori.

    Quindi quando Musk accusa Anthropic di aver rubato dati, sta parlando di un’azienda che ha raggiunto un accordo transattivo su una questione che riguarda l’intero settore, mentre la sua stessa azienda è sotto causa per le stesse ragioni e usa i dati degli utenti della sua piattaforma social senza un consenso realmente informato.

    Lo scontro per i contratti con il Pentagono

    Ma perché Musk sta attaccando Anthropic proprio adesso? La risposta sta in quello che è successo nelle ultime settimane al Pentagono.

    Anthropic è attualmente l’unica azienda di IA approvata per operare sulle reti militari classificate americane. Claude sarebbe stato usato durante l’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro a gennaio 2026, il primo caso documentato di IA impiegata in un raid militare attivo. Ma il rapporto tra Anthropic e il Pentagono si è deteriorato rapidamente.

    Il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha emesso una direttiva a gennaio che richiede a tutte le aziende di IA di rimuovere qualsiasi restrizione sull’uso militare dei loro modelli, consentendo qualsiasi uso legale. Anthropic ha rifiutato.

    L’azienda insiste sulle sue posizioni fondanti: niente sorveglianza di massa degli americani, niente armi autonome che possano sparare senza supervisione umana.

    Dario Amodei, il CEO di Anthropic, ha scritto in un saggio a gennaio: “Un’IA potente che analizza miliardi di conversazioni di milioni di persone potrebbe misurare il sentimento pubblico, individuare sacche di slealtà in formazione e schiacciarle prima che crescano.” Questa frase, che descrive un rischio, è stata usata contro di lui come prova di una presunta ostilità verso gli interessi americani.

    Per oggi, 24 febbraio, Hegseth ha convocato Amodei al Pentagono per quello che fonti interne descrivono come un incontro non amichevole. Uan sorte di resa dei conti.

    Un funzionario della Difesa ha detto ad Axios: “Questo non è un incontro per conoscersi. Questo è un incontro del tipo: o ti decidi o te ne vai.”

    Il Pentagono sta minacciando di designare Anthropic come rischio per la catena di approvvigionamento, una classificazione normalmente riservata ad avversari stranieri. Questo annullerebbe i contratti e costringerebbe altri partner del Pentagono a smettere di usare Claude.

    Nel frattempo, xAI ha accettato tutte le condizioni. Grok entrerà nelle reti militari classificate senza restrizioni. L’accordo è stato firmato ed è in questo contesto che Musk sta attaccando Anthropic su X. Tutto questo, mentre la sua azienda si posiziona per sostituire il concorrente nei contratti più sensibili del governo americano.

    Cosa ci racconta davvero questa storia

    La denuncia di Anthropic contro i laboratori cinesi è seria e merita attenzione. Se le prove presentate sono accurate, siamo di fronte a un caso significativo di appropriazione illecita di proprietà intellettuale che solleva questioni importanti sulla sicurezza nazionale e sulla competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina.

    Ma questa storia ci dice anche qualcos’altro.

    Ci dice che l’intero settore dell’intelligenza artificiale è nato e cresciuto su fondamenta traballanti quando si parla di diritti d’autore. Tutti i grandi modelli sono stati addestrati su contenuti protetti, spesso senza autorizzazione, talvolta scaricati da fonti pirata. Le cause legali si moltiplicano. Gli accordi transattivi cominciano ad arrivare. E la questione di cosa sia lecito e cosa no nell’addestramento di un’IA è ancora largamente irrisolta.

    Musk accusa gli altri delle stesse cose che lui ha già commesso. Solo che non lo ammetterà mai ed è per questo che sta scatenando la sua campagna contro Anthropi, usando X come megafono di disinformazione e distrazione.

    Questa storia dice, infine, che il controllo delle piattaforme di informazione da parte di soggetti con interessi commerciali diretti nel settore che dovrebbero coprire crea distorsioni evidenti.

    Quando il proprietario di X è anche il proprietario di un’azienda di IA che compete per contratti governativi, ogni suo post su quel tema va letto con questo tenendo bene in mente tutto questo.

    La verità è che in questo grande clima di scontro all’interno della IA nessuno è innocente. Ma alcuni stanno facendo molto più rumore degli altri per coprire i propri problemi mentre amplificano quelli altrui.

    Vedremo come andrà a finire.

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