OpenAI sta pensando ad un proprio social media. Tra rivalità con Elon Musk e bisogno di dati, ecco perché potrebbe cambiare il panorama delle piattaforme digitali.
Se davvero OpenAI realizzasse la sua piattaforma digitale, come si racconta in queste ore, allora sì che sarebbe uno stravolgimento delle piattaforme digitali, in particolare del panorama dei social media per come lo conosciamo oggi.
L’dea di OpenAI di un suo social media
Il primo a darne notizia è stato The Verge che ha lanciato un suo articolo con una notizia importante: OpenAI, la società guidata da Sam Altman che ha creato ChatGPT, starebbe pensando a una piattaforma digitale in stile X.
La piattaforma – guarda caso – è proprio quella di Elon Musk. E fra poco spiego cosa intendo per “guarda caso”.
Perché un social media proprio adesso?
Perché OpenAI starebbe pensando a una mossa del genere? E soprattutto: quale sarebbe la finalità per un’azienda di intelligenza artificiale?
Prima di rispondere a queste domande, riavvolgiamo un attimo il nastro e torniamo indietro di qualche anno.
Ecco perché OpenAI starebbe pensando ad un proprio social media
Un po’ di storia: dal 2015 a oggi
Siamo nel 2015, anno in cui nasce OpenAI come associazione senza scopo di lucro, con l’obiettivo di rendere l’intelligenza artificiale accessibile e utile a beneficio dell’umanità.
Tra i fondatori, c’era anche Elon Musk. Le cose vanno bene fino al 2018, quando Musk, stanco della leadership di Altman – secondo le informazioni che abbiamo – decide di uscire dal progetto. Se ne va, sbattendo la porta.
Poi conosciamo tutti l’evoluzione: Musk acquista Twitter nell’ottobre 2022, e nel frattempo i rapporti con OpenAI si fanno sempre più tesi.
Le tensioni con Musk e la nascita di Grok
Gli screzi tra i due non si sono mai sopiti. Anzi, si sono accentuati con la crescita di ChatGPT e con la trasformazione di OpenAI in azienda a scopo di lucro, una svolta non da poco. In parallelo, Elon Musk sviluppa xAI e poi Grok, il chatbot integrato su X.
Le tensioni si aggravano fino ad arrivare a cause legali. Proprio recentemente, OpenAI ha denunciato Musk, e la battaglia giudiziaria è in corso.
L’offerta di Musk e la risposta di Altman
A febbraio di quest’anno, Elon Musk ha provato a rilanciare. Ha offerto 97 miliardi di dollari per acquisire OpenAI. Una mossa per riportarla alle origini, secondo lui.
Altman ha risposto via X: “No, grazie. Semmai compreremo noi X per 9,7 miliardi”. Una battuta, forse, ma alla luce di ciò che sappiamo oggi, potrebbe nascondere molto di più.
Anche Meta spinge sull’AI, e OpenAI risponde
Quando Meta ha lanciato il suo Meta AI, Altman ha commentato: forse è arrivato il momento che anche OpenAI abbracci i social media. Tutti segnali che portano nella stessa direzione.
OpenAI contro X?
E adesso arriva questa notizia. Appunto, OpenAI potrebbe entrare direttamente nel mercato delle piattaforme digitali, in concorrenza diretta con X.
Perché proprio ora?
Primo: per la rivalità ormai conclamata con Elon Musk. Secondo: perché X sta consolidando la sua posizione e OpenAI potrebbe inserirsi proprio in questo contesto.
I dati, il vero obiettivo di OpenAI
Ma la motivazione più importante è un’altra. ChatGPT ha bisogno di dati. Ha bisogno di dataset sempre più grandi per migliorare. E qual è il modo più diretto per reperire dati, anche in tempo reale? Una piattaforma sociale, come appunto X.
Come fa Meta AI, che si nutre di dati pubblici degli utenti, nonostante l’opposizione. Come fa Grok, che accede a dati condivisi su X. OpenAI potrebbe fare lo stesso, se avesse una propria piattaforma.
Un esempio concreto: Studio Ghibli e action figures
Basti pensare al recente trend delle immagini generate in stile Studio Ghibli o alle action figures AI: se questi contenuti venissero condivisi su una piattaforma OpenAI, che tipo di dati ne emergerebbero?
Dati preziosi per addestrare i modelli, che diventerebbero sempre più efficaci, più evoluti. L’intelligenza artificiale si nutrirebbe di questi contenuti.
Pe un social media servono infrastrutture
Chiaramente, entrare nel mercato delle piattaforme digitali non è un gioco. Servono server, infrastrutture, investimenti. OpenAI è già attrezzata, ma dovrà fare di più.
E soprattutto dovrà progettare una piattaforma con un livello di engagement molto elevato, se vuole distinguersi in un mercato ormai segnato dall’“algoritmo del proprietario”.
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E se OpenAI ci riuscisse?
Non mi sorprenderebbe se OpenAI riuscisse davvero nel suo intento: realizzare una piattaforma digitale che alimenti il suo modello ChatGPT, che attiri utenti, ma che allo stesso tempo sia guidata da logiche di controllo algoritmico.
Non sarebbe nulla di nuovo, anzi: sarebbe perfettamente in linea con quello che stiamo già osservando in molte piattaforme.
Altman ci sta pensando, ma non c’è nulla di ufficiale
L’idea c’è, l’intento pure. Ma non ci sono ancora notizie ufficiali. Sam Altman sta raccogliendo feedback all’interno dell’azienda per capire se il progetto è davvero fattibile.
Non è solo una questione finanziaria: si tratta di comprendere come posizionarsi in un contesto dove X, Meta e altre stanno già giocando le loro carte.
Una sfida che cambierebbe tutto
Una mossa del genere farebbe saltare i nervi a Elon Musk, e sarebbe uno scenario che varrebbe la pena osservare da vicino. Perché cambierebbe davvero tutto.
Continuerò a raccontarvi ciò che succede. Se volete condividere pensieri e opinioni, lo spazio per farlo è aperto. E ci aggiorniamo alla prossima.
Secondo il NYT, la UE sarebbe pronta a sanzionare X per violazione del Digital Services Act. Il caso potrebbe trasformarsi in un nuovo conflitto tra UE e USA, e accentuare le tensioni già alle stelle per via dei dazi.
Secondo il New York Times ci si avvicina ad un possibile scontro tra l’Unione Europea e X, la piattaforma social di Elon Musk. Scontro da molti già prospettato in precedenza.
Secondo quanto riportato, le autorità UE starebbero preparando una sanzione che potrebbe superare il miliardo di dollari. L’accusa rivolta a X è di aver violato il Digital Services Act (DSA), la normativa comunitaria che regola i servizi digitali e impone alle grandi piattaforme di contrastare contenuti illeciti e disinformazione.
Non è una notizia da poco. Si tratta di un segnale forte, che potrebbe segnare un punto di svolta nei rapporti tra Bruxelles e le big tech americane, con ricadute che vanno ben oltre il destino della piattaforma di Musk.
Il contesto: il Digital Services Act e il controllo digitale
Per capire di cosa stiamo parlando, è necessario fare un passo indietro.
Il Digital Services Act, entrato in vigore nel 2024, è il pilastro della strategia europea per regolamentare il selvaggio west del digitale.
L’obiettivo è garantire che le piattaforme con più di 45 milioni di utenti nell’UE – come X – adottino misure rigorose contro la diffusione di contenuti illegali, dalla propaganda estremista alla disinformazione sistematica.
Le sanzioni per chi non si adegua possono arrivare fino al 6% del fatturato globale annuo, una cifra che, nel caso di X, potrebbe tradursi in una multa monstre.
L’indagine su X non è una novità.
Sanzioni UE a X di Elon Musk, scenari e tensioni con gli USA
Ora, a quanto pare, Bruxelles è pronta a passare dalle parole ai fatti. L’articolo del NYT cita fonti anonime vicine all’indagine, secondo cui la multa potrebbe essere annunciata nell’estate del 2025. Accompagnata da richieste di modifiche strutturali alla piattaforma.
Un colpo diretto non solo a X, ma anche a Elon Musk, figura controversa, che da anni si scontra con le autorità europee sulla sua visione di una libertà di espressione senza filtri. E che oggi ricopre un ruolo di rilievo all’interno dell’amministrazione Trump.
I possibili scenari, cosa succede se la sanzione diventa realtà
Se l’UE dovesse confermare la sanzione, gli scenari possibili sono molteplici.
Il primo, e più immediato, è quello economico. Una multa superiore al miliardo di dollari metterebbe sotto pressione X, già alle prese con un calo di utenti e introiti pubblicitari dopo l’acquisizione da parte di Musk nel 2022. E che di recente è stata acquisita da xAI per 33 miliardi di dollari.
Ma non si tratterebbe solo di soldi. L’Europa potrebbe imporre cambiamenti operativi – come una revisione degli algoritmi o un rafforzamento della moderazione – che Musk ha sempre osteggiato, considerandoli una forma di censura.
Poi c’è lo scenario politico. X potrebbe decidere di resistere, magari ritirandosi dal mercato europeo per evitare di piegarsi alle regole del DSA.
Una mossa estrema, ma non del tutto improbabile, visto il carattere di Musk e le sue recenti prese di posizione contro Bruxelles. In alternativa, la piattaforma potrebbe adeguarsi, ma a costo di perdere parte della sua identità “libertaria”. Da ricordare la vicenda del Brasile.
Infine, c’è lo scenariodiplomatico, quello più complesso. Una sanzione di questa portata non resterebbe un affare tra l’UE e X. Si colpirebbe un simbolo del potere tecnologico americano, guidato da un uomo che è anche uno dei più stretti alleati del presidente Donald Trump. E qui entra in gioco il contesto più ampio.
Le tensioni tra Usa e UE, dai dazi allo scontro sul digitale
Le relazioni tra Stati Uniti e Unione Europea non sono mai state così fragili.
Con l’entrata in vigore dei dazi annunciati da Trump due giorni fa – tariffe del 25% su acciaio, alluminio e auto, seguite da altre su semiconduttori e farmaceutici – il tutto si è trasformato in un campo di battaglia commerciale.
L’UE ha idea di rispondere con propri dazi, rinviati al momento al 13 aprile, ma la rappresaglia potrebbe presto prendere di mira i giganti digitali americani, come suggerito dal leader del PPE Manfred Weber: “Se Trump colpisce i nostri beni, noi puntiamo sui loro servizi”.
In questo clima di guerra fredda economica, la sanzione a X rischia di essere percepita come un attacco diretto agli interessi americani.
Musk, a capo del Department of Government Efficiency (DOGE) nella nuova amministrazione Trump, non è solo un imprenditore: è. Oggi è un attore politico di peso, con un’influenza che spazia ovunque.
L’UE, dal canto suo, sembra voler usare X come esempio per dimostrare che nessuno è al di sopra delle sue leggi. Una mossa che potrebbe innescare una reazione a catena.
Trump, che ha già minacciato di far uscire gli USA dalla NATO in risposta a mosse ostili, potrebbe vedere nella multa addirittura un affronto personale, esasperando ulteriormente le tensioni transatlantiche.
La risposta di X in cui parla di censura
X non è rimasta in silenzio. In un post pubblicato sulla piattaforma, la società ha replicato con toni decisi: “L’UE vuole punirci per aver difeso la libertà di parola. Il Digital Services Act è un’arma di censura, non una legge per la sicurezza. Non ci piegheremo”.
Un messaggio che riflette la linea dura di Musk, pronto a trasformare la vicenda in una crociata ideologica.
Nessuna apertura al dialogo, nessuna promessa di adeguamento. Solo la sfida aperta a Bruxelles, con un richiamo implicito al sostegno di Trump e dei suoi follower.
Le big tech si rivolgono a Trump per pressioni su UE
Non è un caso che, negli ultimi mesi, i grandi nomi della Silicon Valley abbiano intensificato i contatti con l’amministrazione Trump.
Mark Zuckerberg, ad esempio, in un’intervista al podcast Joe Rogan Experience del 18 gennaio 2025, ha dichiarato: “Gli Stati Uniti dovrebbero difendere le loro aziende tecnologiche. È un vantaggio strategico che non possiamo perdere”.
Una posizione che sembra un appello diretto a Trump per contrastare le mosse dell’UE, come il DSA o il Digital Markets Act, percepiti come minacce al dominio americano nel digitale.
Anche Sam Altman, CEO di OpenAI, ha reso la sua donazione alla campagna di Trump, un gesto che alcuni interpretano come un tentativo di assicurarsi un alleato contro eventuali ritorsioni europee.
Musk, dal canto suo, non ha bisogno di chiedere favori. Il suo legame con Trump è già solido, cementato da anni di sostegno politico e finanziario.
Il futuro in bilico tra Usa e UE
La vicenda di X e dell’UE è molto più di una disputa legale. È un capitolo di una storia più grande, quella di un mondo ormai diviso tra visioni opposte.
Da un lato, l’Europa che cerca di imporre regole per proteggere i cittadini e la democrazia; dall’altro, un’America che vede nel controllo digitale una minaccia alla sua egemonia.
Le sanzioni, se dovessero arrivare, non sarebbero solo un conto da pagare per Musk. Sarebbero un test per capire fino a che punto le tensioni transatlantiche possono spingersi prima di spezzare qualcosa di irreparabile.
E noi, come sempre, staremo qui ad osservare ed interpretare gli eventi, cercando di decifrare un futuro che oggi si scrive anche a colpi di post.
Al SXSW 2025 Jay Graber, CEO di Bluesky, si è presentata con una maglietta “Mundus sine caesaribus”. Chiaro riferimento a Zuckerberg e alle sue magliette “Aut Zuck aut nihil”. Il fatto è che Zuckerberg e Musk si rifanno al mito dell’Antica Roma e si immaginano nuovi Cesari.
Una risposta diretta a Mark Zuckerberg, che è solito mostrare la sua t-shirt con la frase “Aut Zuck aut nihil”, ovvero “O Zuck o niente”.
Questo botta-e-risposta in latino rivela qualcosa di più, in realtà. E cioè, l’interesse di Zuckerberg (e non solo lui) per l’antica Roma, come modello per il mondo digitale.
Zuckerberg e la passione per Roma
Mark Zuckerberg non hai fatto mistero della sua passione per l’antica Roma.
Come forse molti di voi già sapranno, ha studiato latino al liceo; ha scelto Roma per la sua luna di miele e ha dato alle sue figlie nomi come Maxima, August e Aurelia, ispirati chiaramente alla tradizione di Roma.
Attraverso Meta, che comprende piattaforme come Facebook, Instagram e WhatsApp, gestisce un ecosistema digitale che raggiunge miliardi di utenti. La frase “Aut Zuck aut nihil” non è solo un dettaglio. Riflette il suo desiderio di lasciare un segno duraturo, simile a quello degli imperatori romani.
Jay Graber, CEO Bluesky
E soprattutto di immaginarsi moderno Cesare alla guida di un impero digitale.
Da questo punto di vista, si può spiegare il perché di tante sue azioni che sono in netto contrasto con il Zuckerberg che tutti hanno imparato a conoscere.
Mark Zuckerberg, “Aut Zuck, aut nihil”
Di recente ha abbracciato le politiche di Trump; ha deciso di abbandonare il fact-checking su Facebook e Instagram introducendo le Community Notes; la sua visione è sempre più simile ad un altro personaggio che agisce come moderno Cesare.
Mark Zuckerberg, Cesare – creata con Grok 3
Elon Musk e la visione di un nuovo impero
E il riferimento è proprio a lui: a Elon Musk.
Anche Musk guarda a Roma come fonte di ispirazione e come modello per gestire il suo impero.
Nel 2023, lo ricorderete certamente, aveva proposto a Zuckerberg un duello al Colosseo, un’idea che richiama l’immaginario romano. E si era andati vicinissimi a questa follia.
Elon Musk, condottiero romano – creata con Grok 3
Musk vede nei suoi progetti – come la colonizzazione di Marte o la stessa gestione di X – un’espansione simile a quella di un impero.
X, in particolare, è diventato uno spazio in cui influenza il discorso pubblico globale, un ruolo che richiama il controllo esercitato dagli imperatori sulle piazze romane.
Musk si immagina come un Cesare da cui dipende la stessa libertà di parola, il free speech, che non deve mai contraddirlo.
Guarda il video
Meta e X come strumenti di influenza
Meta e X non sono più semplici piattaforme social. Sono infrastrutture fondamentali per il flusso di informazioni. Lo vediamo tutti i giorni.
Attraverso le loro piattaforme, Zuckerberg e Musk esercitano un’influenza evidente su notizie, opinioni e dinamiche culturali.
Negli ultimi anni, entrambi hanno assunto posizioni più nette: Musk ha orientato X verso un approccio che amplifica certe narrazioni, esempio di algoritmo del proprietario; mentre Zuckerberg è passato da una apparente neutralità ad una figura sempre più schierata, mantenendo il controllo sugli algoritmi.
Questo potere, se ci pensiamo, richiama il modo in cui gli imperatori romani governavano le loro province.
zuckerberg musk cesari del digitale – creata con Grok 3
Il mondo digitale come un nuovo impero
L’interesse per Roma non è casuale.
Zuckerberg e Musk sembrano voler modellare il mondo digitale seguendo un’idea di ordine e dominio. Musk utilizza X per orientare il dibattito pubblico, mentre Zuckerberg, attraverso Meta, influenza ciò che miliardi di utenti vedono ogni giorno.
Entrambi aspirano a creare un sistema in cui le loro piattaforme dettano regole e priorità, un’eco moderna della Pax Romana, l’ordine imposto dall’Impero.
Un fenomeno comune nelle Big Tech
Questo legame con Roma non è esclusivo di Zuckerberg e Musk.
Jeff Bezos, con Amazon, ha costruito un sistema logistico che richiama l’efficienza delle infrastrutture romane.
Peter Thiel, fondatore di Palantir, paragona spesso il declino dell’Occidente a quello dell’Impero Romano, proponendo soluzioni tecnologiche per ristabilire l’ordine.
È del tutto evidente che le Big Tech guardano a Roma come a un modello di potere e innovazione.
Una situazione che è un monito per il futuro
Per concludere, la maglietta di Jay Graber al SXSW 2025 porta con sé una riflessione: un mondo con troppi Cesari rischia di diventare insostenibile.
Zuckerberg e Musk, con le loro piattaforme, non vogliono solo influenzare il presente, ma puntano a ridisegnare il futuro.
Ma chi ne paga il prezzo? La risposta sarebbe “quasi sempre noi”.
Ieri, 10 marzo 2025, X ha subito tre down. Elon Musk ha accusato un attacco DDoS dall’Ucraina, ma mancano prove. Ecco cosa è successo in una giornata difficile per la piattaforma.
Ieri, 10 marzo 2025, la piattaforma X ha subito tre interruzioni di servizio nell’arco di poche ore, un evento che ha comportato non pochi disagi per centinaia di migliaia di utenti in tutto il mondo.
Le tre interruzioni, durate complessivamente oltre sei ore, rappresentano uno dei disservizi più gravi che si sono registrati nella storia recente della piattaforma.
X non ha rilasciato comunicati tecnici dettagliati, lasciando spazio alle dichiarazioni di Musk come unica fonte ufficiale.
X e il blackout, tra speculazioni e assenza di informazioni
L’ipotesi di Musk: un attacco DDoS dall’Ucraina
Durante l’intervista a Fox News, trasmessa quando in Italia era tarda serata, Musk ha descritto l’incidente come un “massiccio attacco cyber” orchestrato da un gruppo o uno Stato, sottolineando che gli indirizzi IP coinvolti proverrebbero dall’area ucraina.
L’ipotesi tecnica più accreditata, supportata anche da esperti del settore, è quella di un attacco Distributed Denial of Service (DDoS), una strategia che mira a sovraccaricare i server con un volume di traffico insostenibile, rendendo il servizio inaccessibile.
Jake Moore, Global Security Advisor di ESET, ha offerto un’analisi approfondita:
“Gli attacchi DDoS sono un metodo efficace per colpire un’azienda senza dover compromettere direttamente i suoi sistemi principali, permettendo agli autori di restare in gran parte anonimi. Questo rende la protezione ancora più complessa, soprattutto quando il contesto dell’attacco è sconosciuto e ci si può affidare solo a misure generiche di mitigazione.”
Moore ha aggiunto che gli hacker sfruttano sempre più dispositivi IoT per amplificare questi assalti, una tendenza in crescita che complica ulteriormente le difese.
Cosa sono gli attacchi DDoS
Un attacco Distributed Denial of Service (DDoS) è una tecnica usata dai cybercriminali per mettere fuori uso un servizio online, come un sito o una piattaforma, sommergendolo di richieste.
Immaginiamo un negozio preso d’assalto da migliaia di clienti fittizi che bloccano l’ingresso: i server, incapaci di gestire un traffico così intenso e artificiale, si bloccano, rendendo il servizio inaccessibile agli utenti reali.
Questi attacchi spesso sfruttano reti di dispositivi compromessi – dai computer ai dispositivi IoT come telecamere o router – coordinati per colpire il bersaglio contemporaneamente, rendendo difficile individuarne l’origine.
X e il down: al momento nessuna prova concreta, solo speculazioni
Nonostante le affermazioni di Musk, al momento non sono state pubblicate evidenze tecniche che confermino l’origine ucraina dell’attacco.
X non ha fornito log o dati sugli IP coinvolti, e la dichiarazione del suo proprietario resta al momento priva di riscontri ufficiali.
La situazione dunque lascia aperte diverse interpretazioni. Potrebbe trattarsi di una deduzione basata su analisi interne non ancora condivise; oppure di un’accusa deliberata, dettata da dinamiche geopolitiche.
Musk, noto per le sue posizioni controverse, ha avuto negli ultimi giorni attriti non di poco conto con l’Ucraina, soprattutto legati all’uso di Starlink nel conflitto con la Russia.
In ogni caso, senza un report dettagliato, la tesi dell’attacco da una zona ucraina resta semplice speculazione.
X e i precedenti casi di down
Non è la prima volta che X si trova ad affrontare blackout di tale portata.
In passato, la piattaforma è stata già bersaglio di attacchi DDoS e disservizi strutturali che, in alcuni casi, sono stati erroneamente interpretati come cyberattacchi mirati.
Sempre secondo Moore, “X è una delle piattaforme più discusse al mondo, il che la rende un bersaglio ideale per hacker che vogliono lasciare il segno. L’unica strategia efficace per contrastare questi attacchi è continuare ad anticipare l’imprevedibile e rafforzare costantemente le difese.”
La vulnerabilità di X potrebbe essere accentuata anche dalla sua crescente centralità nel dibattito pubblico.
La situazione attuale e maggiore sicurezza
Il down di X pone comunque diversi interrogativi.
È stato davvero un attacco coordinato dall’Ucraina, come sostiene Musk, o un problema tecnico amplificato dalla narrazione del suo proprietario? E se si trattasse di un DDoS, chi ne è responsabile?
La mancanza di trasparenza da parte di X alimenta il dibattito, mentre la piattaforma torna operativa senza chiarire davvero cosa sia accaduto.
Quel che è certo è che la sicurezza informatica resta una sfida cruciale e centrale per le grandi piattaforme digitali. Soprattutto, nel caso di X, quando queste diventano luoghi di scontro anche su temi delicati di strettissima attualità.
[L’immagine di copertina è stata realizzata da Franz Russo utilizzando un modello di intelligenza artificiale generativa]
X potrebbe tornare a valere 44 miliardi di dollari. La situazione della piattaforma di Elon Musk potrebbe evolvere, in virtù del contesto che è cambiato dall’elezione di Trump. Ecco un approfondimento sulla piattaforma che fotografa in modo dettagliato il momento attuale.
È innegabile, la piattaforma X di Elon Musk è sicuramente con il vento in poppa, come si dice, dall’insediamento di Trump. Un dato che corrisponde all’inizio del mandato di Musk da ministro dell’Efficienza Governativa dell’amministrazione Trump.
La piattaforma sta vivendo un momento apparentemente positivo. E forse non sorprende più di tanto. Infatti, tutto questo è un effetto di tante azioni che Musk ha messo in campo nei mesi scorsi.
X potrebbe essere sul punto di mettersi alle spalle alcune difficoltà economiche grazie a nuove manovre finanziarie, e spinge sempre più sull’integrazione dell’intelligenza artificiale e sulla monetizzazione dei contenuti.
In ogni caso, in questo contesto che volge al positivo, le preoccupazioni sull’imparzialità della piattaforma e sulla sua influenza politica restano più evidenti che mai.
Quello che segue è un dettagliato resoconto della situazione di X in questa fase. Un momento fare il punto sulla piattaforma, sulla strategia di Musk e sulla integrazione sempre più stretta con la IA.
Strategia che al momento sta portando le aziende a investire con nuove inserzioni.
In tutto questo, è di assoluta rilevanza il fatto che oggi Musk non è solo il proprietario della piattaforma, ma è anche a capo del Dipartimento dell’Efficienza Governativa dell’amministrazione Usa e uno degli uomini più vicini proprio al presidente Donald Trump.
Un ruolo questo che non può non generare delle conseguenze.
X, la sua evoluzione attuale e tutto ciò che c’è da sapere
Utenti e abbonamenti
X mantiene una base utenti ampia ma la quota di abbonati paganti è molto limitata. La piattaforma conta oltre 580 milioni di utenti attivi mensili nel mondo.
In ogni caso, gli utenti abbonati ai servizi Premium (inclusi i livelli Premium e Premium+) rappresentano solo una piccolissima frazione. Si stima che gli abbonati a pagamento siano nell’ordine delle centinaia di migliaia – ad esempio circa 650.000 utenti a inizio 2025 – ossia meno dello 0,2% degli utilizzatori totali. Persino analisi più ottimistiche (TechCrunch/AppFigures, fine 2023) indicavano circa 1,3 milioni di abbonati, pari allo 0,3% degli utenti, confermando in ogni caso che meno di 1 utente su 100 paga per i servizi premium. Di conseguenza, oltre il 99% degli utenti di X utilizza solo la versione gratuita.
Nel tentativo di aumentare gli abbonamenti, X ha introdotto da fine 2023 tre livelli di abbonamento (Basic, Premium e Premium+) con prezzi crescenti (rispettivamente $3, $8 e $16 mensili all’esordio).
Solo gli ultimi due livelli includono la spunta blu di verifica e funzionalità avanzate. A dicembre 2024 X ha annunciato un forte rincaro dei prezzi del piano Premium+ (fino a +37% in alcune aree): ad esempio negli USA il costo è passato da $16 a $22 al mese, nell’UE da 16€ a 21€.
In Italia, dopo gli adeguamenti e le commissioni dei negozi mobile, Premium+ costa circa 46,36 € al mese via web e 58 € via mobile (abbonamenti tramite app hanno un sovrapprezzo). Il piano Premium base da $8 (9,76€ da web e 11€ da mobile) è rimasto invece invariato.
La maggior parte degli abbonati resta sul livello Premium standard, mentre solo una minoranza opta per il più costoso Premium+ (che offre zero pubblicità e funzioni extra). In sintesi, gli utenti paganti sono pochissimi rispetto al totale, anche se X sta cercando di aumentarne il numero offrendo più servizi esclusivi (e alzando i prezzi dei tier più alti).
X, la situazione economica
Dal punto di vista finanziario, X vive una fase delicata. Dopo l’acquisizione di Musk, il fatturato pubblicitario è crollato: a metà 2023 Musk ha rivelato un calo di quasi 50% dei ricavi pubblicitari rispetto al periodo pre-acquisizione. Questo, unito agli ingenti debiti contratti per l’acquisto, ha mantenuto il flusso di cassa negativo nel 2023.
Twitter/X ha accumulato circa 13 miliardi di dollari di debito dall’operazione di leveraged buyout, con interessi annui stimati in 1,5 miliardi che rappresenta un peso notevole sui conti.)
Come noto, Musk ha tagliato drasticamente i costi (personale ridotto da ~7.500 a ~1.000 dipendenti, spese operative annuali tagliate da $4,5 mld a $1,5 mld) ma non è bastato, ancora, a riportare subito l’azienda in utile.
Nel 2024 la nuova CEO Linda Yaccarino ha lavorato per riconquistare inserzionisti e stabilizzare i ricavi, con qualche segnale positivo ma risultati ancora inferiori al passato.
Ricavi e inserzionisti: secondo analisi di terze parti, nel 2024 X ha generato circa $1,4 miliardi di ricavi pubblicitari negli Stati Uniti, in calo del 28% rispetto ai quasi $2 miliardi del 2023. A livello globale, si stima che il fatturato 2024 di X sia ben al di sotto dei circa $5 miliardi annui che Twitter realizzava prima di essere acquisito.
Nonostante il calo dei ricavi, il numero di inserzionisti attivi sulla piattaforma è addirittura aumentato: nel 2024 c’è stato un +15% di aziende che hanno investito in pubblicità su X rispetto all’anno precedente. Questo dato suggerisce che, dopo l’esodo iniziale di molti grandi sponsor nel 2022, X ha attirato nuovi inserzionisti (spesso medio-piccoli) per rimpiazzarli. Ad esempio, a fine 2024 ben 46 dei 100 top spender su X USA erano nuovi clienti che non investivano nel 2022.
In ogni caso, questi nuovi inserzionisti spendono mediamente meno dei grandi brand che hanno abbandonato: la spesa media per inserzionista è scesa, frammentando di più gli introiti. Il principale inserzionista su X nel 2024 (il colosso e-commerce cinese Temu) ha rappresentato solo il 3% della spesa pubblicitaria totale USA, mentre in passato singoli grandi clienti (es. automobili, tech) coprivano quote maggiori.
Elon Musk Donald Trump Casa Bianca 2025
In sintesi, X sta recuperando inserzionisti in numero, ma con budget medi più bassi, il che mantiene i ricavi pubblicitari sotto i livelli pre-Musk. Le aziende tradizionali restano caute: secondo stime Kantar, nel 2024 solo il 12% dei responsabili marketing globali si fidava delle ads su X, complice il timore per controversie e moderazione più blanda, e molte hanno ridotto la spesa.
A fronte di tutto questo, per compensare la debolezza dell’advertising, X sta puntando su nuove fonti di ricavo – abbonamenti (X Premium), dati e servizi finanziari – ma al momento la pubblicità rappresenta ancora circa 75% dei ricavi di X.
Gli abbonamenti Premium hanno contribuito per decine di milioni di dollari nel 2023, una cifra piccola rispetto alle perdite di introiti pubblicitari. Nel complesso, gli osservatori stimano che X abbia chiuso il 2023 in forte perdita operativa.
Verso fine 2024, Musk ha sostenuto (citando dati interni) che la società stava migliorando la redditività (EBITDA adjusted) rispetto al periodo precedente, grazie ai tagli di costi e alle nuove iniziative, ma senza fornire numeri precisi.
Va ricordato che X essendo una società privata non pubblica più bilanci ufficiali; le informazioni finanziarie trapelano solo tramite fonti secondarie o dichiarazioni dei vertici. Un indicatore del valore attuale percepito è dato da Fidelity (fondo investitore in X), che a dicembre 2023 ha svalutato la sua partecipazione in X di oltre il 60-70% rispetto al 2022, segnalando aspettative di valore molto ridotte.
Ma non è tutto qui, perché la situazione di X cambia radicalmente a cavallo tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025. Poche settimane in cui si rende più chiara la nuova amministrazione Usa, in cui Musk gioca, e giocherà, un ruolo di primissimo livello.
X e le trattative per nuovi finanziamenti
Elon Musk è attualmente impegnato nel tentativo di rafforzare la posizione finanziaria di X cercando nuovi investitori. Secondo Bloomberg, nel febbraio 2025 X è in trattative per raccogliere capitali freschi proponendo una valutazione di circa 44 miliardi di dollari, cioè la stessa cifra pagata da Musk per acquisire Twitter nell’ottobre 2022.
In pratica Musk punta a convincere nuovi partner a investire nella società senza sconti rispetto al prezzo originale di due anni fa. Si tratterebbe del primo round di finanziamento esterno da quando Musk ha preso il controllo di Twitter e l’ha portata fuori dalla Borsa.
Le trattative però non sono scontate. Da un lato, alcuni investitori vedono del potenziale non sfruttato in X: la recente vicinanza di Musk alla politica statunitense (ad esempio il suo allineamento con il candidato repubblicano Elon Musk, e il ruolo di X come piattaforma favorevole a posizioni conservatrici) avrebbe migliorato la percezione di X presso certi finanziatori, che sperano Musk possa spingere gli interessi delle sue aziende con l’aiuto del nuovo clima politico.
Questo “fattore Trump” ha generato un rinnovato ottimismo sulle prospettive di X, inducendo Musk a tentare la raccolta fondi proprio ora.
Collocazione del debito di X
Di recente, le banche finanziatrici dell’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk hanno venduto oltre 5,5 miliardi di dollari del debito legato a quell’operazione, liberandosi così di gran parte dell’esposizione.
In particolare, agli inizi di febbraio 2025 un consorzio guidato da Morgan Stanley ha collocato 5,5 miliardi di dollari in prestiti (parte dei 13 miliardi originari) presso investitori.
Questa tranche di debito (un prestito a termine garantito) è stata venduta al 97% del valore nominale, offrendo agli acquirenti un rendimento iniziale intorno all’11%.
Il fatto che sia stato piazzato appena sotto la pari (90-95 centesimi attesi, ma chiuso a 97) indica che le banche sono riuscite a limitare le perdite e, anzi, “probabilmente a vendere in profitto” rispetto al valore di carico. Tra gli acquirenti di questo debito figurano grandi investitori istituzionali come Pimco e Citadel, segno di un rinnovato interesse del mercato creditizio verso X.
Elon Musk Donald Trump
A questi 5,5 miliardi si è aggiunta pochi giorni dopo la vendita di un’ulteriore tranche da 4,74 miliardi di prestiti garantiti con scadenza 2029, collocati al 100% del nominale e a tasso fisso (~9,5% di interesse). Dopo queste operazioni, alle banche rimane in bilancio solo una porzione residua di circa 1,3 miliardi in prestiti non garantiti, la cui futura collocazione è ancora incerta.
Effetti sulla stabilità finanziaria di X
La riuscita collocazione del debito di X segnala un miglioramento della fiducia degli investitori nella solidità e nelle prospettive finanziarie dell’azienda. Inizialmente, le banche erano rimaste “incagliate” con quei prestiti per quasi due anni, poiché le drastiche scelte di Musk (licenziamenti massicci e un approccio permissivo alla moderazione dei contenuti) avevano spaventato gli inserzionisti e fatto calare i ricavi, aumentando il rischio di default e deprimendo il valore di mercato del debito (si parlava di offerte intorno al 60% del nominale a fine 2022).
La situazione è cambiata a fine 2024: l’elezione di Donald Trump e il nuovo ruolo di Musk nell’amministrazione hanno alimentato ottimismo sugli affari di X, tanto che i finanziatori si sono detti più fiduciosi di trovare compratori per il debito.
Come abbiamo visto in precedenza, il collocamento quasi integrale dei 13 miliardi di dollari (a prezzi vicini alla pari) riflette dunque una maggiore stabilità finanziaria percepita: X oggi viene considerata meno a rischio di insolvenza, grazie alle prospettive di ricavi in miglioramento e alla presenza di investitori disposti a scommettere sul suo rilancio.
Va notato, nonostante tutto, che il costo del debito per X rimane molto elevato (si parla di cedole intorno al 9-11%), il che pesa sui conti aziendali.
In sintesi, la vendita del debito ha alleggerito le banche da un fardello rischioso e rappresenta un voto di fiducia del mercato verso X, pur lasciando l’azienda con oneri finanziari significativi.
X e l’impatto di Grok 3 sulla piattaforma
Una delle mosse strategiche di Musk per rilanciare X è l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno della piattaforma, tramite il chatbot Grok sviluppato dalla sua startup xAI.
Grok 3 è l’ultima versione di questo modello di AI generativa (LLM) e rappresenta il tentativo di Musk di competere direttamente con chatbot come ChatGPT di OpenAI, Claude di Anthropic e Gemini di Google.
Durante la presentazione di qualche giorno fa, Musk ha definito Grok-3 “l’AI più intelligente della Terra”, sostenendo che supera i modelli rivali (GPT-4, Google Gemini, DeepSeek V3, ecc.) in vari benchmark matematici, scientifici e di codifica.
Il modello Grok 3 vanta una capacità computazionale oltre 10 volte superiore al suo predecessore e introduce nuove funzionalità di “ragionamento” avanzato.
Ad esempio, è stato presentato un motore di ricerca interno chiamato DeepSearch, che consente al bot di analizzare in profondità le domande e cercare informazioni mirate prima di fornire la risposta.
L’obiettivo di Musk è posizionare Grok come un’alternativa potente e “estremamente veritiera, utile e curiosa” (queste le parole chiave di xAI) ai chatbot esistenti, integrandolo nell’ecosistema X per differenziarlo dagli altri social network.
In pratica, X sta diventando anche una piattaforma di AI conversazionale, sfruttando Grok come valore aggiunto esclusivo per i suoi utenti paganti.
Integrazione su X e lancio app stand-alone
Grok 3 è stato inizialmente reso disponibile all’interno di X per gli utenti Premium+. A partire da novembre 2023 (con Grok 1 e 2 in beta) fino a febbraio 2025 (Grok 3), gli abbonati Premium+ su X hanno accesso anticipato al chatbot avanzato direttamente dall’app X. Va detto che una versione beta è disponibile anche per gli utenti non abbonati.
Contestualmente, xAI ha deciso di espandere la portata di Grok lanciandolo anche come applicazione stand-alone separata da X. Da qualche giorno è stata rilasciata la app mobile di Grok per iPhone (iOS) su App Store, inizialmente in beta chiusa e poi aperta al pubblico.
L’app consente di utilizzare Grok anche a chi non è su X, tramite un abbonamento dedicato chiamato SuperGrok. Elon Musk ha annunciato che Grok sarà presto disponibile anche come app autonoma per macOS e Windows (per desktop).
Al momento, la versione Android dell’app è in pre-registrazione (con coming soon sul Play Store). Va notato che, per questioni normative (GDPR), l’app di Grok non è ancora utilizzabile in Europa.
xAI sta adeguando le policy privacy prima di lanciarla nell’UE. In Italia, ad esempio, l’app di Grok 3 non è disponibile, sebbene sia possibile pre-registrarsi sugli store per essere avvisati quando sarà accessibile.
Questa strategia multi-piattaforma (integrazione su X + app dedicate) indica la volontà di Musk di fare di Grok un prodotto a sé stante oltre che un servizio per arricchire X.
Elon Musk presentazione Grok 3
Impatto economico e modello di business
L’introduzione di Grok 3 su X potrebbe avere implicazioni economiche di rilievo. Innanzitutto, Grok funge da leva per aumentare il valore degli abbonamenti Premium+. L’accesso completo alle funzionalità avanzate di Grok 3 (risposte più approfondite, modalità “Think” e “DeepSearch”, utilizzo illimitato, modalità voce in arrivo, ecc.) è riservato agli utenti Premium+ (il livello più alto di X).
Questo significa che per sfruttare appieno l’AI di Musk all’interno di X, un utente deve sottoscrivere l’abbonamento più costoso.
Non a caso, l’aumento di prezzo di Premium+ è stato giustificato da X proprio con “la necessità di finanziare nuovi servizi per gli abbonati Premium+ e rendere il tier completamente senza pubblicità” – e tra questi nuovi servizi rientra evidentemente Grok.
Attualmente, un abbonamento Premium+ dà diritto all’uso illimitato di Grok su X senza costi aggiuntivi, mentre gli utenti gratuiti di X hanno accesso solo a Grok 2 (versione precedente) o a funzionalità limitate.
In parallelo, xAI ha lanciato il piano SuperGrok (separato da X) al costo di circa $30 al mese per chi desidera utilizzare Grok 3 tramite l’app stand-alone senza passare da X.
Dunque, Grok apre una nuova linea di ricavi per l’ecosistema di Musk: sia direttamente (abbonamenti all’app Grok per non-utenti X), sia indirettamente (maggiore attrattiva del piano Premium+ di X).
Nel breve termine, Musk sta promuovendo aggressivamente Grok 3 per stimolare l’adozione. Sempre qualche giorno fa, xAI ha annunciato che Grok 3 è disponibile gratuitamente per tutti, “per un breve periodo”.
Ciò significa che, per qualche settimana, anche gli utenti non abbonati possono provare la versione più avanzata dell’AI sia su X (selezionandola nel menu del chatbot) sia scaricando l’app dedicata, senza pagare.
Si tratta evidentemente di una mossa promozionale temporanea per far conoscere le capacità del chatbot e invogliare poi gli utenti a pagare per continuare ad usarlo. Terminata la promozione, solo i clienti paganti avranno pieno accesso: come ribadito da Musk, gli abbonati X Premium+ (46€ al mese da web e 58€ da mobile) o i sottoscrittori di SuperGrok (30$/mese) godranno di “accesso aumentato” a tutte le feature di Grok 3, comprese quelle future come la modalità voce.
Dunque l’impatto economico atteso dall’introduzione di Grok 3 è di rafforzare gli introiti ricorrenti di X: spingendo più utenti a fare l’upgrade a Premium+ nonostante il prezzo elevato (in virtù dell’AI esclusiva), e aprendo al contempo un flusso di entrate aggiuntivo tramite gli abbonamenti standalone all’AI per utenti esterni al social.
I primi effetti già si vedono: grazie anche a funzioni come Grok, le entrate da abbonamenti mobile di X nel 2024 sono più che raddoppiate (+128%) rispetto al 2023.
L’AI generativa è un tema caldo e molti utenti curiosi hanno pagato per provarla: l’offerta di nuovi tier (Basic/Premium+) e l’integrazione di Grok hanno reso l’abbonamento a X più attraente per chi cercava un’alternativa a ChatGPT, contribuendo a far salire i ricavi da utenti paganti.
In prospettiva, se Grok 3 dovesse affermarsi come tecnologia valida, X potrebbe ritagliarsi un posizionamento nel mercato: non più solo social network, ma piattaforma ibrida social+AI.
Ciò potrebbe attirare una nuova categoria di utenti e inserzionisti interessati all’intelligenza artificiale, oltre a giustificare prezzi premium per gli abbonati.
Ovviamente resta da vedere se la qualità di Grok sarà all’altezza dei concorrenti e se gli utenti saranno disposti a pagare cifre elevate (oltre 500€ l’anno) per queste funzionalità. Per ora, Musk sta investendo su Grok come asso nella manica per dare a X un vantaggio competitivo e una nuova fonte di reddito.
Se l’operazione dovesse avere successo, l’impatto economico potrebbe manifestarsi rilevante. Più abbonamenti Premium+ (quindi entrate stabili mensili maggiori) e una diversificazione del business di X oltre la sola pubblicità.
In caso contrario, rimarranno i costi di sviluppo dell’AI e il rischio che gli utenti continuino a preferire le alternative gratuite o più popolari (come ChatGPT). In sintesi, Grok 3 è sia un fattore di innovazione che una scommessa economica per X: nel breve termine sta aiutando a giustificare aumenti di prezzo e a spingere nuovi abbonamenti, mentre nel lungo termine punta a trasformare X in una piattaforma social/AI integrata, con benefici finanziari se il numero di utenti paganti dovesse crescere di conseguenza.
Elon Musk CPAC 2025
Ritorno degli inserzionisti su X
Gli inserzionisti stanno davvero ritornando su X?
Dopo l’ondata di abbandoni pubblicitari seguita all’acquisizione di Musk, si osservano segnali di ritorno dei grandi brand su X.
Ad esempio, Amazon ha ripreso a investire in pubblicità sulla piattaforma: a gennaio 2025 il colosso e-commerce ha notevolmente aumentato il budget pubblicitario su X, dopo averlo ridotto al minimo per oltre un anno a causa di timori legati ai discorsi d’odio.
Anche Apple, che nel 2023 aveva sospeso completamente le proprie campagne su Twitter/X, sta ora valutando un rientro: la società di Cupertino è in trattative per sperimentare nuovamente inserzioni sulla piattaforma.
In generale, diverse aziende tecnologiche, media e agenzie che avevano sospeso la pubblicità (in seguito a episodi controversi, come l’endorsement di Musk a un post antisemita nel 2023) stanno riavviando le campagne.
Tra i grandi marchi dell’intrattenimento, Disney – assieme ad altri come IBM, Comcast, Warner Bros. Discovery e Lionsgate – ha ripreso gli investimenti pubblicitari su X dopo circa un anno di boicottaggio.
Secondo diverse fonti, Disney e e le altre aziende hanno gradualmente riallocato budget su X verso la fine del 2024, in quello che viene visto come un “ritorno cauto” sulla piattaforma.
Lo stesso Elon Musk ha confermato e accolto con favore questo trend: a novembre 2024 ha dichiarato di “apprezzare enormemente” il ritorno dei grandi brand e ha ringraziato la CEO di X Linda Yaccarino e il suo team per aver ricostruito la fiducia e assicurato che la pubblicità venga mostrata in contesti sicuri per i marchi.
Andamento degli investimenti pubblicitari
Nonostante alcuni segnali positivi, il quadro generale degli introiti pubblicitari di X rimane complesso e in evoluzione. La fuga iniziale degli inserzionisti dopo l’ottobre 2022 ha causato un crollo significativo delle entrate: ogni mese del 2023 la piattaforma ha registrato incassi pubblicitari in USA inferiori di oltre il 55% rispetto all’anno precedente. Musk stesso ha ammesso che un boicottaggio protratto degli advertiser avrebbe potuto portare X alla bancarotta, evidenziando quanto fosse critica la situazione.
Nel corso del 2024 la tendenza sembra essersi parzialmente invertita: nuove aziende hanno iniziato a comprare spazi su X e alcune grandi imprese sono tornate, contribuendo ad ampliare la base di inserzionisti.
Un’analisi di Sensor Tower rivela che nel gennaio 2025 ben 46 dei 100 maggiori spender pubblicitari su X negli Stati Uniti erano marchi che non investivano affatto nel 2022, segno che la piattaforma sta attirando nuovi clienti pubblicitari per rimpiazzare (in parte) quelli persi.
Molti di questi nuovi inserzionisti appartengono a settori come l’e-commerce (ad esempio la già citata cinese Temu, risultata il primo advertiser nel 2024 con il 3% della spesa totale USA) o i servizi finanziari e di intrattenimento digitale (es. Robinhood, DraftKings, NFL, ecc.). Amazon stessa è rientrata nella top 10 degli investitori pubblicitari su X a inizio 2025, evidenziando come alcuni grandi spender storici stiano riaprendo i rubinetti.
Va detto, dal punto di vista dei ricavi totali, la ripresa è ancora parziale: stime indipendenti indicano che X ha chiuso il 2024 con circa 1,4 miliardi di dollari di ricavi pubblicitari negli USA, in calo di circa 28% rispetto al 2023 (anno che a sua volta aveva già visto un forte declino rispetto all’era pre-Musk).
In breve, X è riuscita a diversificare gli inserzionisti (più account attivi, +15% nel 2024 rispetto all’anno precedente), ma gli importi medi per inserzionista sono più bassi – complici budget ridotti e prezzi scontati – e il volume d’affari complessivo rimane distante dai livelli pre-acquisizione.
Fiducia del mercato nei confronti di X
La percezione di brand safety e affidabilità della piattaforma da parte degli inserzionisti sta migliorando solo gradualmente ed esistono ancora timori evidenti.
Da un lato, il ritorno di aziende del calibro di Disney, Amazon, Apple e altri suggerisce una rinnovata fiducia di alcuni grandi adv spender, favorita anche dagli sforzi di X nel garantire maggiore controllo sui contenuti accanto ai quali compaiono gli annunci (come testimoniato dall’attenzione pubblicamente espressa da Musk per “assicurarsi che la pubblicità appaia solo dove i brand lo desiderano”).
Inoltre l’ascesa politica di Musk e la vittoria di Trump hanno creato un clima percepito come più favorevole da determinati inserzionisti: alcuni nuovi inserzionisti potrebbero essersi avvicinati alla piattaforma proprio in seguito a questi eventi.
Dall’altro lato, molti marketer restano cauti.
In sintesi, il mercato pubblicitario sta dando a X segnali da decifrare: da un lato riconosce i progressi (con un lento ritorno dei budget e nuovi attori interessati), dall’altro continua a monitorare con prudenza l’evoluzione delle politiche di contenuto e l’atmosfera sul social, prima di impegnare risorse paragonabili a quelle di un tempo.
Ruolo politico di Elon Musk e impatto su X
All’indomani delle elezioni USA del 2024 Elon Musk ha assunto un ruolo ufficiale nell’amministrazione Trump, venendo incaricato di guidare il nuovo Dipartimento dell’Efficienza Governativa (in inglese Department of Government Efficiency).
Questo organismo – creato dal Presidente Donald Trump nel quadro delle sue iniziative di governo – ha la missione dichiarata di eliminare gli sprechi e ottimizzare la spesa federale, con l’obiettivo ambizioso di tagliare 2 trilioni di dollari dal bilancio pubblico.
Musk, in qualità di capo di questo dipartimento (soprannominato con ironia “DOGE” dall’acronimo inglese), è diventato a tutti gli effetti un consigliere influente della Casa Bianca e uno degli uomini chiave del nuovo esecutivo Trump.
Si tratta di un fatto senza precedenti: un imprenditore tecnologico ai vertici di un’iniziativa governativa di questa portata. La nomina riflette la reciproca stima tra Trump e Musk – Trump beneficia dell’immagine di innovatore e “tagliatore di costi” di Musk, mentre Musk ottiene un ruolo istituzionale di alto profilo – e segnala una stretta vicinanza politica tra i due.
Secondo osservatori finanziari, l’”ascesa politica” di Musk a braccio destro del Presidente ha avuto ricadute positive sulle aspettative per X: molti investitori hanno interpretato questa alleanza come un segnale che X potrebbe trarre vantaggi (in termini di traffico utente e allentamento delle pressioni normative), contribuendo a migliorare i ricavi della piattaforma.
Musk, DOGE e il rapporto coi brand
La situazione attuale mostra che i brand potrebbero iniziare a percepire un ambiente più stabile o propizio – forse perché vedono Musk più responsabilizzato e impegnato ad evitare ulteriori controversie che potrebbero riflettersi negativamente sul suo ruolo pubblico.
Non a caso, Musk negli ultimi tempi è apparso più attento alle istanze degli inserzionisti: ad esempio ha lodato pubblicamente il lavoro di Linda Yaccarino nel ricostruire relazioni di fiducia e nel garantire maggior controllo sulla posizione degli annunci, ringraziando “il team per aver fatto in modo che i contenuti pubblicitari compaiano solo dove gli inserzionisti vogliono”.
Ma questa linea collaborativa indica che Musk – pur rimanendo un sostenitore della “libertà di parola” a suo modo – riconosce l’esigenza di compromessi operativi (come strumenti di brand safety e dialogo con gli advertiser) per mantenere vivi i ricavi pubblicitari.
In altre parole, il suo nuovo ruolo istituzionale dovrebbe averlo spinto a moderare certe posizioni e a sostenere politiche più vicine alle aspettative dei grandi sponsor, nell’interesse di salvaguardare la salute finanziaria di X.
Anche se, a ben veder alcune uscite recenti (specie quelle legate al sostegno di AfD in Germania e la continua denigrazione della stampa), tutto questo rischia di essere solo un miraggio.
Va considerato che l’associazione stretta tra X, Musk e l’amministrazione Trump potrebbe rappresentare un’arma a doppio taglio nelle relazioni con alcuni brand.
La piattaforma rischia di essere percepita come politicizzata o schierata, il che potrebbe alienare inserzionisti più attenti a mantenere neutralità (soprattutto quelli i cui valori o pubblico mal tollererebbero un legame con ambienti trumpiani).
Alcune aziende potrebbero temere che eventuali politiche o dichiarazioni controverse di Musk in ambito politico si riflettano negativamente sull’ecosistema di X, riaccendendo preoccupazioni di brand safety.
Un esempio pre-nomina fu l’episodio in cui Musk attaccò pubblicamente gli inserzionisti “in fuga”, dicendo loro di *“andare a farsi ***”, gesto che destò scalpore. ragionevole aspettarsi che, con le nuove responsabilità governative, Musk eviterà uscite simili che metterebbero in imbarazzo sia X che l’amministrazione.
Finora, l’effetto della nomina sembra positivo sulle relazioni aziendali: la leadership di Yaccarino e l’attenzione di Musk a non compromettere il rapporto con gli sponsor hanno portato a un cauto ritorno di investimenti pubblicitari su X. I grandi brand stanno osservando se questa nuova fase “istituzionale” di Musk si tradurrà in maggiore stabilità e sostenibilità nella gestione di X.
In definitiva, se Musk riuscirà a bilanciare il ruolo politico con quello imprenditoriale, mantenendo un clima più consono ai grandi investitori pubblicitari, X potrebbe continuare a riconquistare quote del mercato adv.
Diversamente, eventuali derive polemiche o politiche potrebbero di nuovo incrinare la fiducia – forse – recuperata.
La situazione attuale vede Musk utilizzare la sua influenza politica per rilanciare X (ad esempio riportando sulla piattaforma figure e pubblico vicini all’amministrazione Trump, con benefici in termini di traffico e coinvolgimento), e questo appare ormai evidente.
Le prossime mosse di Musk – sia sul palco politico che su quello dei social media – saranno determinanti per capire se i grandi brand continueranno a investire su X con convinzione o se rimarranno sulla soglia, pronti a correggere il tiro al primo segnale di incertezza.
Meta annuncia l’arrivo delle Community Notes su Facebook, Instagram e Threads. Gli utenti potranno aggiungere note ai post per contestualizzarli, con regole precise. Funzionerà meglio del fact-checking?
Come ricorderete, l’annuncio fu fatto da Mark Zuckerberg qualche settimana fa, introducendo il sistema che sposta la responsabilità della verifica delle informazioni direttamente nelle mani degli utenti.
Questo segna la fine del tradizionale fact-checking gestito da organizzazioni indipendenti e porta con sé importanti implicazioni per l’informazione online.
Ma come funziona esattamente questo nuovo meccanismo e quali sono i rischi e le opportunità?
Come funzionane le Community Notes di Meta
Fino ad oggi, il fact-checking sulle piattaforme Meta avveniva attraverso una rete di verificatori indipendenti, che esaminavano post segnalati e decidevano se fossero fuorvianti o falsi. Applicando eventualmente avvisi di contesto o limitandone la diffusione.
Con le Community Notes, invece, tutto cambia. Il processo è decentralizzato, infatti saranno gli stessi utenti a proporre chiarimenti sui post e a determinarne l’affidabilità.
Come funzionano le Community Notes di Meta
Ma non tutti possono partecipare. Meta ha previsto specifici requisiti per diventare contributor alle Community Notes. È necessario: avere un account attivo da un certo periodo; rispettare le linee guida della piattaforma; mantenere un comportamento corretto.
Inoltre, ogni nota proposta è valutata attraverso un sistema di consenso che richiede l’approvazione di utenti con visioni diverse per evitare manipolazioni.
Un modello ispirato alle Community Notes di X
Se questo sistema vi suona familiare, non è un caso. Si tratta di un modello già implementato da X, la piattaforma di Elon Musk. Da tempo X ha abbandonato il fact-checking tradizionale a favore di un meccanismo di verifica basato sulla comunità.
E proprio X ha mostrato i limiti di questo approccio, con note che a volte rafforzano la disinformazione invece di contrastarla o che sono influenzate da gruppi organizzati.
Quali sono i rischi di questo sistema
La libertà di espressione è un valore fondamentale, ma lasciare la verifica dei fatti solo nelle mani degli utenti può aprire la strada a nuove forme di manipolazione.
Uno dei principali rischi è che le Community Notes siano poi usate per screditare fonti scomode o rafforzare narrazioni distorte, soprattutto se gruppi di utenti coordinati riuscissero a influenzarne il processo di approvazione.
C’è poi il problema della competenza. Ci si chiede infatti se gli utenti di Facebook, Instagram e Threads siano in grado di distinguere tra una fonte attendibile e una meno affidabile. Problema che tocca tutte le piattaforme digitali del resto.
O, forse, con questo sistema rischiamo di assistere a un sovraccarico di informazioni fuorvianti mascherate da ‘correzioni’ di contesto.
L’algoritmo del proprietario e la nuova direzione delle piattaforme
Il lancio delle Community Notes si inserisce in un quadro più ampio di trasformazione delle piattaforme social.
Come abbiamo già discusso in altre occasioni, siamo sempre più di fronte a una dinamica in cui le regole del gioco vengono definite dagli interessi dei proprietari, con cambiamenti che riflettono la loro visione piuttosto che una strategia condivisa per migliorare la qualità dell’informazione online.
Se da una parte questo modello punta a dare maggiore autonomia alla community, dall’altra pone interrogativi su come verrà gestita l’informazione in futuro e su quanto i social media vogliano davvero assumersi la responsabilità della lotta alla disinformazione.
[L’immagine di copertina e tutte quelle che accompagno le condivisioni sui canali social sono state realizzate da Franz Russo attraverso il modello di IA Generativa Dall-E 3]
Elon Musk tenta di acquisire OpenAI con un’offerta ostile da 97,4 mld$, ma Sam Altman la rifiuta nettamente. Tra rivalità, cause legali e strategie, lo scontro diretto tra i due è destinato a peggiorare. In mezzo c’è il controllo della IA.
Il miliardario ha annunciato un’offerta ostile da 97,4 miliardi di dollari per acquisire la società no-profit che controlla OpenAI.
Una mossa che arriva in un contesto già molto teso e che, in realtà, ha radici profonde nella rivalità tra Musk e Sam Altman, attuale CEO di OpenAI.
Ma facciamo un passo indietro per capire meglio cosa sta succedendo.
Il progetto AI di Trump senza Musk
Lo scorso 21 gennaio 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il progetto “Stargate”, un’iniziativa da 500 miliardi di dollari per lo sviluppo di infrastrutture dedicate all’intelligenza artificiale. Il progetto vede la partecipazione di OpenAI, SoftBank, Oracle e altre grandi realtà tecnologiche, con l’obiettivo di costruire una rete di data center avanzati che sosterranno lo sviluppo dell’IA nei prossimi anni.
Annuncio del progetto Stargate
La conferenza alla Casa Bianca ha visto protagonisti Sam Altman, Larry Ellison e Masayoshi Son, ma Elon Musk non era presente. Un’assenza che ha fatto molto discutere, considerando il ruolo che Musk ha oggi e che avuto in passato nella creazione di OpenAI.
Secondo diverse fonti, questa esclusione sarebbe stata percepita come un affronto dal CEO di Tesla e SpaceX, spingendolo a rispondere con un’offerta ostile per acquisire il controllo di OpenAI.
L’offerta ostile e la risposta tagliente di Sam Altman
Elon Musk ha quindi deciso di tentare un vero colpo di mano con un’offerta da 97,4 miliardi di dollari per acquisire il controllo della no-profit OpenAI Inc., che sovrintende l’azienda a scopo di lucro OpenAI LP.
“No grazie, se vuoi compriamo Twitter a 9,74 miliardi di dollari.”
Un chiaro riferimento all’acquisizione della piattaforma da parte di Musk per 44 miliardi di dollari nel 2022 e un modo per sminuire l’offerta.
Lo scontro tra Musk e Altman e il futuro della IA
Cosa si intende per offerta ostile
Un’offerta d’acquisto ostile è una proposta di acquisizione di una società fatta contro la volontà del suo consiglio di amministrazione. In altre parole, l’azienda che riceve l’offerta (in questo caso OpenAI) non è d’accordo con la vendita, ma l’azienda offerente (qui Elon Musk e il suo consorzio) cerca comunque di ottenere il controllo.
Come funziona?
Quando un’acquisizione è amichevole, l’azienda acquirente negozia con il consiglio di amministrazione della società bersaglio, e insieme trovano un accordo sui termini di vendita.
Nel caso di un’offerta ostile, invece:
Acquisto diretto delle azioni sul mercato: l’azienda acquirente cerca di comprare un numero sufficiente di azioni direttamente dagli azionisti, spesso offrendo un prezzo più alto rispetto al valore di mercato per convincerli a vendere.
Proposta diretta agli azionisti (tender offer): Musk e il suo consorzio potrebbero fare un’offerta pubblica agli azionisti di OpenAI, bypassando il consiglio di amministrazione.
Sostituzione del management: se OpenAI avesse azionisti con diritto di voto, Musk potrebbe cercare di ottenere il controllo cambiando il consiglio di amministrazione.
Perché Musk ha fatto un’offerta ostile?
Non ha il supporto della dirigenza di OpenAI, che è guidata da Sam Altman.
Vuole forzare la vendita, probabilmente per prendere il controllo della strategia aziendale.
Potrebbe essere una vendetta o una mossa strategica, considerando la sua rivalità con Altman e il fatto di essere stato escluso dal progetto “Stargate”.
In sostanza, è una mossa aggressiva per ottenere il controllo di un’azienda che non vuole essere venduta.
Musk e la causa contro OpenAI
L’attacco di Musk a OpenAI non è un fulmine a ciel sereno. Già nel febbraio 2024, Musk aveva intentato una causa legale contro OpenAI, Altman e il presidente di allora, Greg Brockman, sostenendo che l’azienda avesse tradito la sua missione originaria. Secondo Musk, OpenAI era nata come una non-profit per il bene dell’umanità, ma con il tempo si è trasformata in un’azienda a scopo di lucro, legandosi sempre più strettamente a Microsoft.
Musk ha sempre sostenuto una visione dell’IA come tecnologia aperta e controllata, mentre Altman ha spinto OpenAI verso una struttura più commerciale, raccogliendo miliardi di investimenti e consolidando il proprio ruolo.
La causa intentata da Musk rappresenta quindi un ulteriore tassello di una lunga battaglia che arriva al suo punto più alto con l’offerta ostile.
La posizione di Sam Altman e OpenAI
Secondo The Hill, Altman ha ribadito che OpenAI non è in vendita e ha respinto l’idea che la società possa essere acquisita, definendo l’offerta di Musk come un’azione destinata a fallire. Il CEO ha sottolineato come l’azienda stia lavorando per garantire che l’intelligenza artificiale sia sviluppata in modo responsabile e che non intende cedere alle pressioni di Musk o di altri investitori.
Il board ha dichiarato che OpenAI continuerà a operare come entità indipendente, con una governance che privilegia la sicurezza e la trasparenza.
Perché Musk vuole OpenAI?
Se da una parte questa può sembrare una mossa dettata dall’ego e dalla rivalità personale, dall’altra non si può ignorare che OpenAI sia attualmente l’azienda più influente nel settore dell’intelligenza artificiale.
ChatGPT ha rivoluzionato il settore della generazione di contenuti, e i continui sviluppi della sua tecnologia lo rendono uno strumento chiave per il futuro dell’IA.
Musk, che ha già creato la sua startup xAI per competere nel settore, potrebbe voler riportare OpenAI alla sua visione originaria, oppure semplicemente fermare l’ascesa di un’azienda che sta diventando sempre più strategica per i suoi rivali, Microsoft in primis.
Quali saranno le prossime mosse?
Al momento, l’offerta ostile è stata respinta, ma Musk potrebbe provare a ottenere il controllo in altro modo, ad esempio cercando di convincere investitori e azionisti a sostenerlo. Nel frattempo, la battaglia legale tra Musk e OpenAI continua, e il futuro della società fondata nel 2015 sembra più incerto che mai.
Di sicuro, questa vicenda non è solo una questione di business, ma riguarda il futuro dell’intelligenza artificiale e il suo ruolo nel mondo.
Da oggi il futuro di OpenAI viaggia sulla via dell’incertezza.
[L’immagine di copertina è stata realizzata da @franzrusso utilizzando due diversi modelli di IA generativa. Imagen 3 per lo sfondo con la scritta AI e Grok per la generazione dei due profili di Musk e Altman]
Amazon ha ripreso a investire su X, mentre Apple ci sta pensando. Elon Musk, con il suo nuovo ruolo governativo, potrebbe generare nuovi sviluppi per la sua piattaforma. Ma è solo illusione o una ripartenza?
Dopo mesi di tensioni e fughe di investitori pubblicitari, X – la piattaforma di Elon Musk, precedentemente nota come Twitter – potrebbe aver trovato una via d’uscita dalla crisi pubblicitaria che l’ha colpita a partire dalla sua acquisizione nell’ottobre 2022.
Amazon e Apple, due tra le più grandi aziende del settore tecnologico, stanno valutando un ritorno sulla piattaforma, una mossa che rappresenta un’inversione di tendenza rispetto all’abbandono di massa che ha caratterizzato l’ultimo anno.
La decisione arriva in un momento cruciale, tra il consolidamento del controllo di Musk sulla piattaforma, la sua crescente influenza politica e un progressivo miglioramento delle finanze di X.
Ma questo ritorno degli inserzionisti è davvero un segnale di ripresa o è solo una strategia temporanea in attesa di scenari più favorevoli?
La fuga degli inserzionisti e l’anno buio per X
Quando Elon Musk ha acquisito Twitter per 44 miliardi di dollari, l’idea era quella di trasformare la piattaforma in un hub di libertà di espressione, riducendo le limitazioni imposte dalla precedente gestione.
Ma questa visione ha rapidamente scontrato le aspettative delle aziende che investivano nella pubblicità su Twitter: marchi come Disney, IBM, Apple e Amazon hanno ritirato i loro investimenti, preoccupati dall’aumento dei contenuti controversi e dalla riduzione dei controlli sulla moderazione.
Amazon torna su X e Apple ci pensa, illusione o ripartenza?
Il punto di rottura si è verificato alla fine del 2023, quando Musk ha pubblicamente attaccato gli inserzionisti durante un evento al Festival Internazionale della Creatività di Cannes, accusandoli di voler controllare la piattaforma attraverso la leva finanziaria.
Il messaggio era chiaro: X poteva sopravvivere anche senza pubblicità. Un’affermazione audace, ma difficilmente sostenibile sul lungo periodo.
Il risultato è stato un crollo del fatturato pubblicitario di X, con le entrate in calo del 50% rispetto ai livelli pre-acquisizione. A quel punto, Musk ha dovuto ripensare la strategia, puntando sempre più sugli abbonamenti a pagamento per compensare la perdita degli introiti pubblicitari.
Si tratta di una decisione che arriva in un momento delicato, in cui diversi elementi sembrano aver contribuito a un cambio di rotta. Li vediamo di seguito
Miglioramento della situazione finanziaria di X
Le banche che hanno finanziato l’acquisizione di Twitter da parte di Musk stanno preparando la vendita di circa 3 miliardi di dollari di debito della piattaforma.
Questo segnale indica che, nonostante le difficoltà, X comincia a mostrare segni di stabilità e potrebbe aver migliorato la propria capacità di attrarre investitori.
Musk e l’amministrazione Trump: una nuova alleanza
La nomina di Elon Musk a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa nell’amministrazione Trump ha rafforzato il suo ruolo politico negli Stati Uniti.
Questo potrebbe aver spinto aziende come Amazon e Apple a riconsiderare il loro rapporto con X, considerando il peso crescente che la piattaforma potrebbe avere nell’ecosistema digitale e politico americano.
Il dilemma della visibilità pubblicitaria
X, nonostante tutto, resta una piattaforma con una base utenti attiva, con oltre 500 milioni di utenti mensili secondo gli ultimi dati.
Anche se la visibilità degli annunci su X è crollata negli ultimi mesi, il ritorno di alcuni inserzionisti potrebbe rilanciare l’interesse di altri brand.
Ma non senza aver fatto prima opportune considerazioni.
I rischi per Amazon, Apple e altri brand
Sebbene il ritorno su X possa sembrare una mossa strategica, Apple e Amazon potrebbero esporsi a diversi rischi, tra cui:
Danno reputazionale: molti utenti e associazioni hanno criticato il modo in cui X gestisce i contenuti sensibili. Un’azienda che torna a fare pubblicità su X rischia di essere associata a un ambiente non proprio sicuro per il proprio brand.
Instabilità della piattaforma: X è ancora lontana dall’essere una piattaforma stabile dal punto di vista pubblicitario. Il modello di business basato sugli abbonamenti a pagamento non ha ancora dimostrato di poter compensare la fuga degli inserzionisti, e il futuro della piattaforma dipenderà molto dalla capacità di Musk di riconquistare la fiducia degli investitori.
Legami con la politica: il legame sempre più stretto tra Musk e l’amministrazione Trump potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Se da un lato rende X un canale strategico per alcuni brand, dall’altro potrebbe alienare aziende che cercano di mantenere una neutralità politica.
X può davvero tornare interessante per gli inserzionisti?
Nonostante i segnali positivi, il mercato pubblicitario di X rimane fragile. La piattaforma deve ancora dimostrare di poter competere con giganti come Google e Meta, che offrono agli inserzionisti strumenti avanzati per la targetizzazione e il monitoraggio delle campagne.
Inoltre, la gestione di Musk, spesso imprevedibile e poco incline al compromesso con le aziende, rappresenta un’incognita che molti marchi faticano ad accettare.
Se Amazon e Apple dovessero consolidare la loro presenza pubblicitaria su X, questo potrebbe segnare un punto di svolta per la piattaforma. Tuttavia.
Solo che è ancora presto per dire se questo rappresenti un’inversione di tendenza definitiva o solo un tentativo temporaneo di esplorare nuove opportunità pubblicitarie.
Potrebbe essere un’illusione temporanea
Il ritorno degli inserzionisti su X potrebbe rappresentare una vittoria per Elon Musk, ma la sfida più grande sarà mantenere questa fiducia nel lungo periodo.
La piattaforma deve trovare un equilibrio tra la libertà di espressione tanto cara a Musk e le esigenze degli investitori pubblicitari, che cercano un ambiente attento alla brand safety per le proprie campagne.
Se X riuscirà a dimostrare che la sua offerta pubblicitaria può essere efficace, potremmo assistere a un ritorno graduale di altri inserzionisti.
Se invece l’ecosistema pubblicitario resterà instabile, il rischio è che questi primi segnali di ripresa si rivelino solo un’illusione temporanea.
Donald Trump riapre la questione TikTok negli USA: concessi 75 giorni a ByteDance per trovare un accordo. Oracle potrebbe acquisire il 50% della piattaforma, mentre Elon Musk resta pura suggestione.
La questione TikTok negli Stati Uniti non è ancora del tutto risolta.
La soluzione sarebbe quella di costituire una joint venture con aziende americane. In pratica, una collaborazione tra partner americani e ByteDance, l’attuale proprietaria della piattaforma cinese. E spuntano i primi nomi.
Tra questi, in evidenza, figurano Larry Ellison (Oracle) ed Elon Musk, sebbene con ruoli differenti. Ma perché il tema è di nuovo attuale? E quali sono gli scenari possibili? Facciamo il punto.
E si torna a parlare della vendita di TikTok
Il dibattito sulla piattaforma ha origine nel 2020, quando l’amministrazione Trump tentò di forzare la vendita delle operazioni statunitensi di TikTok per ragioni di sicurezza nazionale. La preoccupazione principale era che i dati degli utenti americani potessero essere accessibili al governo cinese.
TikTok, 75 giorni per dare vita alla joint venture con aziende USA
Per evitare un blocco, ByteDance negoziò la cessione delle operazioni USA a un consorzio guidato da Oracle e Walmart, ma l’accordo non si concretizzò.
Con l’amministrazione Biden, il tema sembrava essersi raffreddato, salvo poi riaccendersi nel 2023 con nuove proposte di legge volte a limitare l’influenza cinese sui social media.
Oggi, con Trump di nuovo protagonista della scena politica, il tema è tornato a essere prioritario.
Il nuovo ordine esecutivo: 75 giorni per decidere
Il giorno del suo insediamento, Trump ha firmato un ordine esecutivo concedendo 75 giorni a ByteDance per garantire la continuità operativa di TikTok negli USA ed evitare il blocco.
L’opzione più concreta è una joint venture tra ByteDance e un’azienda americana, che garantirebbe maggiore controllo sulle operazioni statunitensi e sulla gestione dei dati degli utenti.
Oracle è già partner cloud di TikTok e l’ingresso nella gestione delle operazioni USA potrebbe rappresentare un compromesso accettabile, sia per Washington che per Pechino.
È stato lo stesso Trump a suggerire pubblicamente che Musk potrebbe essere un candidato adeguato per gestire TikTok USA, alimentando speculazioni ma senza basi concrete.
TikTok, difficile questione legale
Un altro nodo centrale riguarda la rimozione di TikTok dagli store di Apple e Google negli USA. Il blocco non è stato imposto dal governo, bensì è una decisione precauzionale delle aziende tecnologiche.
Apple e Google temono sanzioni o complicazioni legali se dovessero rimettere l’app online prima di una chiara risoluzione della vicenda. Al momento, TikTok non è scaricabile per nuovi utenti negli USA, mentre chi ha già l’app installata può continuare a usarla, ma senza aggiornamenti.
TikTok, quali scenari futuri
La scadenza fissata da Trump sarà decisiva per TikTok negli Stati Uniti. Le ipotesi possibili sono:
Oracle acquisisce una quota di TikTok USA, garantendo continuità operativa.
ByteDance non trova un accordo, rischia nuove restrizioni e si tornerà a parlare di ban.
Coinvolgimento di altri investitori americani per mantenere l’app attiva nel Paese.
TikTok è nuovamente sotto pressione negli Stati Uniti e il suo futuro rimane incerto.
La joint venture con un’azienda americana sembra l’unica via per evitare il blocco.
Oracle è il candidato più solido per gestire le operazioni USA, mentre il possibile coinvolgimento di Musk resta, per ora, pura suggestione.
Nei prossimi 75 giorni, ByteDance dovrà trovare un accordo.
Con il possibile ban di TikTok negli USA, Mark Cuban punta su una piattaforma decentralizzata basata sul protocollo AT di Bluesky. Un’alternativa che sfida le big tech e potrebbe aprire nuovi scenari.
Il 19 gennaio 2025 si avvicina e il futuro di TikTok negli Stati Uniti è sempre più incerto.
Questa incertezza ha già spinto milioni di utenti a cercare nuove piattaforme su cui migrare, accelerando l’interesse per possibili alternative.
Tra queste si sono fatte strada app emergenti come RedNote e Lemon8, entrambe appartenenti a ecosistemi digitali cinesi. Ma anche si affacciano anche altri progetti che puntano a un social media più aperto e decentralizzato.
Ed è proprio in questo scenario che si inserisce l’idea di Mark Cuban, il noto imprenditore e investitore, che ha annunciato la volontà di finanziare un’alternativa a TikTok costruita sul protocollo AT di Bluesky.
Il Protocollo AT e la decentralizzazione dei social
Bluesky è stato originariamente avviato da Jack Dorsey, co-fondatore di Twitter, con l’obiettivo di creare un social network decentralizzato e più aperto rispetto alle piattaforme tradizionali.
Il suo cuore tecnologico è il protocollo AT (Authenticated Transfer Protocol), una base che consente di creare applicazioni social interoperabili e garantisce agli utenti il pieno controllo sui propri dati e sulla portabilità degli account.
A differenza di ActivityPub, il protocollo che alimenta Mastodon e altre piattaforme federate, ATProto punta a una maggiore scalabilità e a un sistema più flessibile, capace di ospitare piattaforme con caratteristiche molto diverse tra loro.
In questo contesto, Cuban ha visto un’opportunità concreta per lo sviluppo di un TikTok decentralizzato, immune dal controllo di una singola azienda e con un modello di governance più aperto.
TikTok decentralizzato tipo Bluesky, ecco l’idea di Mark Cuban
Mark Cuban vuole investire sul social decentralizzato
L’imprenditore è da tempo un forte critico di Elon Musk, in particolare per la gestione di X (ex Twitter). Cuban ha attaccato Musk più volte su temi come moderazione dei contenuti, disinformazione e libertà di espressione, evidenziando i limiti di una piattaforma centralizzata guidata da un’unica figura dominante.
Con la sua idea alternativa a TikTok, Cuban ha lanciato una vera e propria chiamata diretta a sviluppatori e startup, dichiarando di voler investire con chiunque sia in grado di realizzare un prototipo funzionante di un’alternativa a TikTok basata sul protocollo AT.
Il messaggio è chiaro: costruire un social media video decentralizzato e resiliente alle influenze di singoli magnati.
Free Our Feeds e la crescita dell’ecosistema Bluesky
L’obiettivo è evitare che le infrastrutture sociali restino nelle mani di pochi attori privati e garantire un web più aperto e democratico.
Nel frattempo, Bluesky ha annunciato lo sviluppo di Flashes, un’app pensata per la condivisione di foto e video brevi, che potrebbe rivelarsi il primo passo concreto verso un’alternativa a TikTok e Instagram.
Un futuro incerto, con nuove possibilità all’orizzonte
Mentre il destino di TikTok negli Stati Uniti resta incerto, la sua possibile uscita dal mercato ha già avviato un’ondata di innovazione e investimenti.
L’idea di Mark Cuban, unita all’espansione dell’ecosistema Bluesky, suggerisce che il futuro potrebbe essere più aperto e decentralizzato. Più di quanto si pensasse fino a poco tempo fa.
Se questa scommessa avrà successo, potremmo presto vedere una nuova generazione di piattaforme social che daranno agli utenti maggiore controllo e libertà, rompendo il dominio delle attuali big tech.
Il prossimo passo? Trovare chi sarà in grado di realizzare il TikTok decentralizzato che Cuban sogna di finanziare.
Ma, nonostante il grande obiettivo, dietro queste idee e queste alternative c’è sempre un grande magnate. Il profilo di Cuban, al di là delle posizioni politiche, potrebbe essere solo uno dei tanti miliardari tech che provano a realizzare la propria idea di piattaforma.
Non è una critica fine a sé stessa, ma una constatazione di fatto. A differenza di altri, Cuban prova (per ora solo nelle sue idee) a creare davvero qualcosa di diverso che rompa il paradigma attuale.
E per fare questo serve davvero una grande impresa.
Chi è Mark Cuban?
In foto: Mark Cuban
Mark Cuban è un imprenditore, investitore e personaggio televisivo statunitense nato il 31 luglio 1958 a Pittsburgh, Pennsylvania. Conosciuto per il suo approccio diretto e il suo fiuto per gli affari, è diventato una delle figure più influenti nel mondo della tecnologia, dello sport e dell’intrattenimento.
Dopo aver venduto la sua prima azienda di software, MicroSolutions, per 6 milioni di dollari, ha fondato Broadcast.com, una piattaforma di streaming audio e video che ha venduto a Yahoo! per 5,7 miliardi di dollari nel 1999, consolidando la sua fortuna.
Oltre a essere un imprenditore visionario nel mondo della tecnologia, Cuban è noto anche per essere il proprietario della squadra NBA Dallas Mavericks, che ha trasformato in una delle franchigie più vincenti della lega. La sua presenza come investitore nel programma televisivo Shark Tank lo ha reso ancora più popolare, permettendogli di investire in numerose startup innovative.
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